-- La tua vendetta è durata poco?

-- Una vera follia!

-- Una balordaggine! Incredibile!

-- Se non che -- continuò Bozzani, senza curarsi delle interruzioni degli

amici -- quella punizione è stata più rapida, più tremenda che io non

osassi di sperare.

Come avevo annunziato a mia moglie, mi presentai pure al suo drudo,

impiegato in una Banca. -- Sono a sua disposizione... -- mi rispose. --

Riconosco il mio torto! -- Non so che farmi della vostra vita -- gli

dissi. -- Avrei potuto ammazzarvi, cogliendovi sul fatto, se avessi

voluto: non vi avrei pagati due soldi! -- Gli ripetei freddamente quel

che avevo espresso a mia moglie: -- Dovrà essere per sempre! Per sempre!

Come se io ignorassi! Stampatevelo bene in mente! -- E gli voltai le

spalle.

Ora mia moglie lo odia; egli la odia. Non si possono più soffrire. Si

sentono legati a una catena di ferro, e non tentano di spezzarla. Senza

che essi lo sospettino, ho affittato una stanza accanto a quella,

modestissima, dov'essi si davano convegno, e che, secondo le mie

ingiunzioni, non hanno cambiata. Da un buchino abilmente praticato

nell'uscio intermedio, io ho assistito, montato su una seggiola, a

parecchie delle loro tristi scene di rimproveri, di sdegni, di

desolazione.

Non un bacio, non una stretta di mano! Egli si aggira per la camera,

come un animale chiuso in gabbia; lei, coi gomiti sul tavolino e la

testa tra le mani, gli lancia fiere occhiate di traverso. Ho udito

spesso le loro parole: -- Per te! -- È vita questa? -- Dovremmo finirla! --

insiste lei. -- Per fargli piacere? -- risponde lui. -- Se sapesse a che

siamo giunti!

Ma passano ore senza che scambino una sola parola. Certi giorni, io sono

feroce. Attendo che mia moglie sia pronta per uscire... e l'accompagno

per via, come se andassimo insieme per una passeggiata. La gente che ci

incontra non può immaginare. E il maggior tormento per lei è questo

vedermi al suo fianco, muto, inesorabile, fino alla cantonata che lei

deve svoltare!... Lei la vittima; io il giustiziere.

Talvolta qualche conoscente, qualche amico ci ferma. -- A spasso? Come

due sposini novelli. -- Ella trambascia; mi sembra che debba mancare....

È dimagrita; sbiancata. Non ha coraggio d'implorare pietà. Attende forse

che io mi plachi. È una gran tortura per lei il dover fingere in casa,

davanti alla servitù, davanti alle poche amiche, che è costretta a

ricevere, come io le ho imposto.

A tavola, io leggo il giornale, o mangio chino sul piatto, come un

miope, le poche volte che non la lascio sola, perchè faccio colazione o

desino fuori, col pretesto degli affari.

-- È una punizione anche per te... -- disse Nelli.

-- La vendetta è il nèttare degli Dei, ha scritto un poeta. Io vivo di

nèttare! -- rispose Bozzani.

-- Ma se quei due ti avessero preso su la parola? Se avessero continuato

ad essere amanti col tuo bel permesso?

-- Mi era passata pel capo anche questa ipotesi, ma la scartai subito.

L'amore per forza? Andiamo!

Bozzani rise. Ai tre amici, però, che l'osservavano maravigliati, ma non

più increduli come in principio, parve che in quel momento egli ridesse

male, come se sotto il feroce cinismo nascondesse un dolore profondo,

insanabile.

IL SUO AMORE.

VI.

Pareva una coppia anormale.

Dopo dieci anni di matrimonio, vivevano come nei primi giorni della loro

unione, in pace triste, che ora neppur la figliuolina riusciva a

rallegrare un po'.

Il marito, diventato più giallo per bile, col volto scarno e gli occhi

grigi, sbiaditi, di pesce morto, metteva paura fino agli assassini

quando li fulminava in nome della legge dal suo banco di Procuratore del

Re, agitando per aria le mani da scheletro, e la voce gli usciva a

scatti, cavernosa, dal fondo dello stomaco, quasi qualcuno parlasse di

là dentro invece di lui.

Giovane e bella, pallida sotto la tinta bruna, con gli sguardi smarriti

e sognanti, con la indolenza che le rendeva faticoso anche il parlare,

le rade volte che si mostrava in pubblico al braccio di lui, sua moglie

pareva una convalescente scampata da lunga malattia, così sbalordita,

così fiacca gli si trascinava accanto, guardando sempre davanti a sè,

lontano, senza badare nè ai luoghi nè alle persone.

In quelle passeggiate di qualche ora, la figlia, alta e magra, tutta suo

padre, e che mostrava nell'aspetto di bimba stentata e freddolosa più

età che non avesse, camminava a fianco della mamma o del babbo, muovendo

lentamente le gambette di ragno sotto il vestitino corto, con le braccia

penzoloni e la bocca semi-aperta, come una grullina; e nei primi giorni

del loro arrivo in Palermo, la gente si voltava per guardarli tutti e

tre, curiosa di sapere chi potevano essere quelle strane figure.

Poi la loro storia si seppe, e la compassione fu tutta in favore della

signora.

Quell'uomo l'aveva sposata senza dote, innamoratissimo, pur sapendo di

non essere riamato; ed ora la gelosia lo rodeva vivo vivo, quantunque

sua moglie fosse una santa. Non ricevevano visite, non ne facevano;

vivevano, laggiù, a Porta Sant'Antonino, come chiusi in un carcere, in

quel palazzotto silenzioso dalla facciata scura e massiccia, che pareva

fabbricato apposta per loro.

Le vetrate dei terrazzini che davano su la via maestra, non s'aprivano

mai. In certe ore della giornata, dietro i vetri, fra le tende bianche,

si vedeva appena il profilo d'una testa di donna dai capelli neri, ma

non si capiva se intenta a leggere o a lavorare; e, accanto, la bimba,

seria e malinconica, appannava i vetri col fiato, segnandovi col ditino

qualche cosa che sùbito scancellava, per ricominciare da capo. Più

tardi, dietro quella finestra sempre chiusa, i vicini dirimpetto, che

spiavano curiosi e maligni, vedevano comparire per un momento la faccia

itterica del marito sotto il berretto di velluto nero; e allora mamma e

figliuola sparivano, quasi colui avesse avuto paura di vedersi mangiare

dalla luce quella moglie ancora giovane e bella, che i parenti gli

aveano consegnata in mano, superbi della loro figliuola, vestita di

bianco e coronata di fiori d'arancio, chiamata a salire così in alto.

*

* *

Allora ella aveva appena sedici anni.

Regio procuratore presso il tribunale di Catanzaro, Lupi abitava al

primo piano della stessa casa dove la famiglia di lei nascondeva, al

piano superiore, la decente miseria del suo stato di decadenza.

Due o tre volte s'erano incontrati per le scale, mentr'ella andava fuori

con la vecchia zia; e quella figura gialla, magra, dagli occhi sbiaditi

e i capelli grigi, che le gettava addosso lo sguardo diaccio diaccio e

si fermava a vederla scendere, le aveva dato una sensazione di

ripugnanza, quasi di persona che volesse farle male.

Per questo, arrivata all'ultimo gradino, s'era sempre voltata in su e

s'era sempre urtata in quell'uomo affacciato alla ringhiera del

pianerottolo, e che continuava a fissarla con la cattiva malia delle

pupille smorte.

-- Dev'essere un jettatore, -- aveva detto alla zia, facendo di soppiatto

un gesto di scongiuro.

Qualche mese dopo, s'era accorta che quegli stava a divorarsela con gli

occhi dal terrazzino di fianco allorchè ella si metteva a lavorare,

canticchiando, su la terrazza.

Una volta la zia le disse:

-- È matto di te; ti vuole per moglie. Che fortuna, figliuola! Regio

procuratore!

Carmelina non aveva saputo che rispondere, sorridendo con sorriso

sciocco, incredula:

-- Ma che? Posso essere sua figlia.... Non è possibile!

Eppure era stato. E aveva detto di sì, vinta dalle insistenze e dalle

lacrime della mamma e della vecchia zia, intontita dalle interminabili

loro chiacchiere, e, un po' anche lusingata da quel cambiamento di

fortuna, che la sbalzava nell'agiatezza di un posto onorato.

*

* *

La prima cattiva impressione, però, di persona che volesse farle male,

era rimasta, malgrado tutto quel che il marito le prodigava per

legarsela, per rendersela affezionata ed amante, com'egli non disperava

di poterla stringere un giorno o l'altro fra le braccia.

E quando se lo vedeva, cieco dalla passione, inginocchiato dinanzi,

smanioso di baciarle i piedi ch'ella tirava indietro impaurita; e quando

sentiva ricercarsi avidamente, con labbra scottanti, le carni rosee e

fresche, quasi egli volesse inebriarsi del loro profumo e del loro

contatto, Carmelina s'irrigidiva, diventava di marmo, e chiudeva gli

occhi, e serrava i pugni e i denti; oppure s'abbandonava, come corpo

morto. Poteva fare diversamente? Gli apparteneva, per sempre, per

sempre!

-- Lo so, non t'è facile amarmi, -- egli le diceva, un po' impermalito per

la resistenza della giovine ai suoi abbracci d'uomo maturo. -- Ma io,

anima mia, non ti chieggo un affetto volgare, da schiava....

-- Perchè mi dite così?

-- Vedi? -- rispondeva. -- Non ti riesce di darmi del tu! Non importa. Sei

la mia vita, il mio sole! Quando avrai capito che nessuno al mondo

potrebbe amarti quanto t'amo io....

Carmelina avrebbe voluto almeno ingannarlo, per non parere cattiva, per

non straziare di più quell'uomo che l'adorava come la Madonna, ed era

geloso fin dell'aria.

Non ci era riuscita mai, per quanti sforzi la sua bontà di animo avesse

fatti.

Il giorno che Lupi, dopo un anno e mezzo, dovette lasciare Catanzaro,

gli occhi di Carmelina si velarono di lacrime, come nello staccarsi dai

parenti, guardando forse per l'ultima volta dallo sportello della

carrozza le care montagne attorno, che era solita guardare dalla

terrazza, allorchè canticchiava lassù, al sole, nella squallidezza della

casa, che le aveva addormentato in seno ogni vano desiderio ed ogni

giovanile illusione intorno all'avvenire.

Quella vita modesta ma dolce le era spesso tornata in mente, e nella

nuova residenza di Taranto, dov'ella si sentiva come sperduta, l'aveva

fin rimpianta.

Oramai però cominciava ad adattarsi, spossata da languori indefinibili,

mezza assopita dal torbido silenzio, che la circondava in

quell'abitazione dalle stanze piccole e basse, tra quei mobili vecchi,

del tempo di Murat, che stonavano stranamente con le pareti imbiancate

di fresco.

Tra i riflessi bianchi di quelle stanze, suo marito pareva più smorto

quando tornava a casa dal Tribunale e le si sedeva di faccia o a lato, e

la prendeva per le mani commosso come al primo giorno che le aveva

rivolto la parola.

Ah, egli era sempre lo stesso!

E, dopo tre anni, continuava ancora a volerla seduta su le ginocchia

come una bimba, e tornava a balbettarle parole mozze, da innamorato che

si confonde e non sa parlare, intanto che le baciucchiava le palme delle

mani, il braccio, il collo, dicendole:

-- Vita mia!... Sole mio!...

Carmelina non si sentiva più irrigidire, non serrava i pugni e i denti,

non s'abbandonava più come corpo morto. Era rassegnata, quasi

indifferente, dominata da quel fascino maligno che doveva aver maturato

rapidamente la sua giovinezza e assonnato nervi e sangue.

Soltanto non riusciva a dargli del tu, com'egli avrebbe voluto. Il tu le

moriva su le labbra:

-- Che posso farci?

E suo marito, che l'andava scrutando tutti i giorni e tutte le ore, con

gli sguardi inquisitori di Procuratore del Re, in cui neppure la

passione accendeva un lampo, s'inquietava ora per questa indolenza di

lei, peggio che non avesse mai fatto per la vivace ripugnanza:

-- Che hai dunque? A che pensi?

-- Perchè mi dite così? -- ripeteva Carmelina. -- Perchè mi dite così?

E gli alzava in faccia le grandi pupille stupite.

Sentiva un accento di minaccia immeritata, e ne aveva paura.

No, no! Egli non la minacciava, tradito dalla brutta voce cavernosa,

dalla faccia giallastra, emaciata per la gelosia che lo disfaceva.

Avrebbe voluto vederla anzi allegra, sorridente, felice; e se le fosse

sfuggito finalmente uno di quei gridi che soltanto la giovinezza e

l'amore son capaci di trovare, oh, gliel'avrebbe pagato con tutto il

sangue delle proprie vene! Nè gli sarebbe parso pagato abbastanza.

-- Che hai insomma?... Mai un desiderio! Mai un capriccio!...

-- Voi mi prevenite sempre. Che mi manca?

*

* *

La mattina in cui le viscere, agitate a un tratto e insolitamente,

rivelarono il mistero della maternità, Carmelina si scosse indignata

contro di sè, quasi la sua volontà fosse stata complice, quasi da quel

momento si vedesse già caduta in pieno possesso di lui, e si sentisse

tiranneggiata nel più intimo del proprio organismo.

E non gli disse nulla; prima, sperando d'essersi ingannata; poi,

sperando che la natura avrebbe avuto pietà di lei. Era offesa, violata

da quel mistero di vita che le germogliava nel seno:

-- Non basta quel ch'io soffro? Dovrà soffrire anche questa creatura, che

verrebbe a intristirsi con me nella desolazione della mia vita?

E di essa già risentiva tutto il gran peso, come nei primi giorni. E

quella sensazione di repugnanza, di persona che volesse farle male, le

si rinnovava forte alla presenza del marito; il quale intanto l'adorava

più che mai e la sopraffaceva con sottomissioni da fanciullo, con

delicatezze da donna:

-- Oh! Oh!... Perchè non me l'hai detto sùbito?

Quell'unica volta i suoi occhi grigi e smorti si erano animati d'un

lampo di gioia, aveano sorriso imbambolati dalle lagrime, mentr'ella

ricadeva sfinita nella tristezza indolente, da cui non la destarono

neppure i vagiti della gracile creaturina che, nascendo, ne aveva messa

in grave pericolo la vita.

Così l'allattò, così la vide crescere, quasi non fosse stata pure sangue

suo. Non si sentiva madre, come non s'era potuta sentir moglie, come non

si sentiva più giovane, nè donna, nè nulla; e ne soffriva tanto più,

quando rammentava che, prima del suo matrimonio, la vista d'un bambino

la faceva palpitare di commozione; inconsapevole commozione, come per

uno spettacolo di bellezza e di innocenza.

-- Sì, qualcosa dev'essersi rattrappito dentro di me; il cuore,

certamente!

All'opposto, suo marito cominciava a provare una irritazione per questa

resistenza passiva:

-- Neanche la maternità la lega a me!

E si mise a sorvegliarla più inquieto, provocandola con qualche parola

un po' dura, adombrandosi di tutto, senza nasconderglielo come aveva

fatto fino allora.

-- Che motivo avete? -- ella rispondeva tranquillamente.

-- Sei ingrata. Donna senza cuore!

A questi rimproveri amari, restava muta e impassibile.

Da qualche tempo in qua, stando in casa, egli si chiudeva nella stanza

da studio, fra libri legali e processi. E non la sentenza l'occupava,

non i processi ammonticchiati sul tavolino dentro le polverose copertine

rosse e azzurre, legati in fascio. Sprofondato nella poltrona coi gomiti

appuntati su un libro aperto a caso, la testa fra le mani scarne,

pensava a colei che non lo amava, a colei ch'egli amava sempre più,

disperatamente, per quegli occhi neri e grandi, per quella fresca

carnagione bruna, che il lieve pallore rendeva più bella, per quel corpo

delicato e perfetto, e che non vibrava mai sotto la furia dei suoi baci,

tra le strette di quei suoi abbracci da cui sarebbe stata animata fino

una statua!

-- Ah! Chi sa quali fantasmi le passano per la testa? Chi sa quali

visioni agitano quel cuore, che il seno piccolo e bianco nasconde ai

miei sguardi? Come sono infelice! Come sono infelice!...

E a un tratto appariva nella stanza dov'ella lavorava straccamente

camicine per la bimba, dando un punto a ogni quarto d'ora, appariva

sull'uscio com'un fantasma, per sorprendere, chi sa? qualche indizio in

quegli occhi sognanti, su quelle labbra chiuse e contratte che non

avevano quasi più sorriso, da che egli l'aveva sposata.

Carmelina non alzava gli occhi indovinando senza farglielo capire.

La bimba, seduta per terra sopra un tappetino, dove arruffava con grande

attenzione i ritagli di trine e di mussolina raccolti fra le magre

gambine aperte, levava il visetto sparuto per guardare suo padre, che

l'accarezzava serio, taciturno.

-- Il babbo! -- balbettava, vedendolo andar via, rivolta alla mamma.

E la stanza ricadeva nel silenzio, bianca, inondata di luce.

Una volta egli parlò apertamente:

-- Mi rode una gelosia pazza!... La colpa è tutta tua!

-- Perchè?

-- Perchè soltanto in apparenza m'appartieni, per effetto della legge e

del sacramento, non per legami di cuore!...

-- Che debbo fare?

-- Quel che non hai fatto finora: amarmi!

-- Non vi amo forse? Non vi rispetto? Di che potete lamentarvi? Come si

ama? Non lo so.

-- Lo vedi in me come s'ama!

-- Non riesco mai a contentarvi!... Oh, Dio mio!

Vedendola piangere, s'era sentito rimescolare; e l'aveva presa tra le

braccia, tremante, confuso, ripetendole:

-- No, non voglio che tu pianga! Non piangere!

E Carmelina aveva dovuto farsi forza per non irritarlo.

Quel giorno egli provava uno dei soliti accessi di tenerezza, che lo

assalivano di tanto in tanto e lo lasciavano maggiormente triste e

sconsolato; specie di febbre d'amore, che lo estenuava come febbre vera.

Allora sembrava un altro. La sua voce diventava quasi dolce e il suo

pallore si coloriva di leggiera tinta d'incarnato.

-- T'amo troppo. Oh, come t'amo! Io non so esprimermi. Bisogna

compatirmi. Mi mancano le parole....

E l'andava accarezzando, ammirandola da capo a piedi, rapito.

-- Me n'accorgo, in certi momenti riesco increscioso; incresco fino a me

stesso! T'amo troppo. Ti vorrei tutta mia, tutta, tutta! E vorrei poter

leggere qui, dietro questa fronte, dietro questa fronte più splendida

del cielo!

-- Non vi nascondo nulla. Che potrei mai pensare da nasconderlo a voi?

Infatti, nel languore delle lunghe giornate di solitudine non pensava

proprio a nulla, oppressa da grave stanchezza e da strana sonnolenza,

quasi gli occhi diacci di suo marito, che le stavano sempre addosso, le

buttassero, prima ch'egli uscisse di casa, una malia da tenerla legata.

Nelle belle giornate, osava qualche volta chiedere al marito di condurla

un po' fuori. Ed egli la conduceva lungo la spiaggia sabbiosa, nei porti

più solitari, per strade di campagna fuori di mano.

Pareva che anche la bimba provasse le medesime sensazioni della mamma:

abbagliamento, stupore della violenta intensità della luce e della

freschezza dell'aria pregna di salsedine marina. Non correva, non si

sentiva tentata dalle erbe e dai fiori, che spiegavano la pompa del

rigoglio e la festa dei colori pei campi; si teneva stretta alla mano

della mamma, guardava con gli occhi sbalorditi, senza godimento, senza

voglia, e presto diceva:

-- Babbo, torniamo a casa?

Come avrebbe voluto dirgli Carmelina, se non avesse avuto paura di

destar sospetti.

*

* *

Nella casa di Palermo la solitudine era più grande. Mettendo per la

prima volta il piede in quelle stanze vaste, dalle volte che si

sprofondavano nell'ombra, dagli usci dipinti a grandi fiorami sormontati

da paesaggi anneriti dal tempo, dal pavimento di mattoni di Valenza che

agghiacciava le piante dei piedi, dalle pareti sbiadite e ornate di

specchi in immense cornici dorate che si accartocciavano baroccamente,

Carmelina s'era sentita mancare il respiro.

-- Tutta questa decrepitezza, tenuta ritta, non si sa come, l'ha cercata

apposta, per farmi invecchiare più presto?

Vi s'era però facilmente abituata, e non v'invecchiava più che altrove.

Gli anni, la vita inerte le avevano anzi un po' arrotondato il corpo; e

la pelle bruna, sbiadita all'ombra, dava gran risalto agli occhi neri e

ai capelli nerissimi. Guardandosi nei grandi specchi lievemente

appannati, che la riflettevano intera, quasi dentro una nebbia sottile,

se ne maravigliava:

-- No, non sono invecchiata!

E un baleno di civetteria femminile le passava sul volto.

Il tempo e l'abitudine mutavano la sua tristezza in tale sentimento di

riposo e di pace, ch'ella non avrebbe voluto mutare stato. La lassezza

da convalescente, la indolenza che le rendeva faticoso fin il parlare,

prendevano per lei le stesse attrattive voluttuose della soave pigrizia

del corpo e dello spirito, che la teneva raccolta, e le mettevano ne le

grandi pupille la strana aria di sognante che impressionava le persone.

Per questo il frastuono della vita cittadina, da cui era assediata coi

gridi dei rivenditori ambulanti, coi rumori delle carrozze che scotevano

i vetri delle finestre echeggiando cupamente per le volte, e col sordo

affaccendamento di lavoro, che si ripercoteva indistinto là dentro,

serviva soltanto a renderle maggiormente caro l'isolamento e la muta

severità delle vecchie cose, dalle quali era circondata.

Fin suo marito non le dava più la solita sensazione di ripugnanza e di

persona che volesse farle male. E stava ad ascoltarlo intenta,

quand'egli le raccontava il processo discusso alle Assise nella

giornata, quasi volesse appellarsi a lei contro i giurati, che si erano

lasciati infinocchiare dalle sonore ciance avvocatesche.

In quelle sere la bimba non voleva andare a letto per ascoltare

anch'essa le storie dei ladri e degli assassini; e guardava a bocca

aperta il babbo che parlava, smorto smorto, nell'ombra della ventola,

con le mani sui braccioli della poltrona illuminate dalla luce viva, e

le lunghe gambe nascoste sotto il tappeto rosso del tavolino; la mamma

che taceva o esclamava di tanto in tanto:

-- Povera gente!

Così le stagnava la vita, senza che l'umor tetro del marito vi

producesse più neppure un lieve increspamento a fior d'acqua; e così

durò fino al giorno in cui la bimba cadde ammalata, e per le stanze mute

s'intese frequente il rumore cadenzato dei tacchi del dottore, che,

vista la gravità della cosa, veniva a visitarla tre o quattro volte al

giorno.

Le tristi occupazioni d'infermiera le furono di sollievo.

Le medicine da somministrare d'ora in ora, esattamente; i piccoli

servigi che la costringevano a muoversi da una stanza all'altra; il

dover ragionare e venire a patti con la malata per indurla a star cheta

sotto le coperte, o a prendere un cucchiaio di medicamento in ricambio

dei bei regali di nastri, di oggetti d'oro, di ninnoli di porcellana,

che voleva schierati sul guanciale o ficcati dentro il letto; la stessa

ansiosa aspettativa del risultato della malattia, tutto concorse a

produrle una specie di risveglio di sensi.

*

* *

Da la finestra che il dottore voleva aperta finchè il sole era alto,

irrompeva nel palazzotto addormentato un giocondo tumulto di vita; voci

che chiamavano e rispondevano; scoppi di risa, canti allegri di operaie

che lavoravano all'aria aperta nella via di fianco, godendosi il dolce

tepore del sole di aprile. E quel canarino che trillava alla finestra

della casa accanto!... E quel merlo che fischiava più in là... E gli

squilli argentini di quell'incudine, più in là ancora, sotto i colpi di

martello!... Che festa!

Non si saziava di guardare fuori, seduta al capezzale della bimba,

tenendo strette fra le mani le manine febbricitanti; non si saziava di

guardare, quasi quelle donne che sciorinavano la biancheria sui

terrazzini della casa di faccia, lassù, distante; quasi quella _monaca

di casa_ che, più in qua, inaffiava i vasi di fiori e si soffiava il

naso col fazzoletto turchino; quasi quei due, marito e moglie

certamente, che s'abbracciavano in mezzo alla stanza credendo di non

essere veduti, fossero uno spettacolo per lei.

Un'altra mattina, invece di biancheria, lassù, sciorinavano dei tappeti;

quella giovane in veste grigia da camera con grandi ricami rossi che si

vedeva distintamente, e pettinandosi sul terrazzino, si serviva dei

vetri dell'imposta per specchiera, doveva essere molto bella. Andava e

veniva, forse per cambiare il pettine, forse per prendere delle

forcine... Parlava con qualcuno che non si scorgeva. Era allegra,

rideva... Doveva esser felice!...

Come l'onda... Novelle · 第 6 / 12 段