l'ambiente dove l'artista si abbandona alla creazione delle sue opere.
Ci figuriamo che debba essere qualcosa di strano, di suggestivo, di
fantastico, e invece, ho visitato parecchi studi di artisti in voga, a
Parigi, a Berlino, a Monaco, e ne ho avuto la cattiva impressione di
locali arredati con ben calcolata astuzia per far colpo sui visitatori.
Il vero artista ha il suo... studio dentro di sè.... Non so se dico
bene.
-- Dice benissimo.... Per lo meno, dovrebbe essere così. Ma non tutti gli
artisti pensano e sentono a un modo, nè tutti possono sodisfare i propri
gusti; la vita è tiranna.
-- Avrete tempo di chiacchierare dopo -- intervenne la signora Pinotti. --
Intanto sappiate, caro Ronchi, che la signorina non è venuta soltanto
per curiosità. Ha una commissione da darvi. Ve lo spiegherà lei.
-- Un capriccio: il mio ritratto, un terzo del vero, con la persona
drappeggiata nel peplo alla greca o alla romana. L'abito moderno,
mutando di foggia ad ogni stagione, mi sembra che debba dare un'impronta
di caducità all'opera d'arte. Non le pare?
-- Sì, sì!
Come se Ronchi rispondesse a un'interrogazione del suo pensiero, intanto
che guardava così fissamente miss Flower da imbarazzarla un po'. Già la
vedeva modellata, a un terzo del vero, sul cavalletto, avvolta nel
peplo; e ripeteva: -- Si, si! -- per affermare che non avrebbe potuto
ritrarla altrimenti. Quella figura gli si era rapidamente fissata
nell'immaginazione, da dargli l'impressione che non fosse una statua da
fare, ma il ricordo di un lavoro da parecchio tempo compiuto.
-- Quando vorrà; sono ai suoi ordini -- disse. -- Dovrà adattarsi a posare
in questo misero studio.
-- Misero, no davvero. Ci son tanti tesori! Tra due o tre giorni, se non
le fa disturbo. Purchè io sia libera a metà del mese entrante; voglio
essere a Londra pel compleanno di mia madre.
-- Si stancherà....
-- Non ho niente da fare. Sarà attraentissimo spettacolo vederla
lavorare. Anzi, se non le dispiace....
Miss Flower si rivolse alla signora Pinotti, accennandole d'intervenire.
-- Già -- ella disse. -- Miss Flower vorrebbe avere un ricordo.... Insomma
si tratterebbe di prendere giorno per giorno delle fotografie.
-- Voglio vedermi nascere, uscir fuori, di mano in mano, dal mucchio
della creta sotto il magistero della sua stecca e delle sue dita.... Me
lo permetterà?
-- Diamine! È un'idea da fine artista.
-- È poetessa la signorina. Peccato che scriva in inglese! Io non ne
capisco niente.
E la signora Pinotti rise, stringendo affettuosamente la mano a miss
Anna, che si era rizzata da sedere per meglio osservare il busto di
vecchio a cui Efisio Ronchi stava lavorando al loro arrivo.
*
* *
La sera dello stesso giorno egli era andato in casa Pinotti a
ringraziare il commendatore e la moglie per la commissione procuratagli.
-- Non ci entriamo -- disse il commendatore. -- Miss Anna ha ammirato
nell'ultima Esposizione quella deliziosa figurina di «Sirena», che i
nostri cari concittadini non hanno voluto per la fontana municipale.
Cretini!... È quasi milionaria, miss Anna.
-- Mi ha domandato -- soggiunse la signora -- se occorre anticipare qualche
somma.
-- Niente! Niente! -- si affrettò a rispondere Ronchi.
-- Perchè? Ti può far comodo -- riprese il commendatore. -- I quattrini non
si rifiutano mai.
-- Voglio fare un purissimo lavoro d'arte. Poi, se occorrerà.... Mi è
parso di vederla entrare accompagnata da un sogno vivente, mia buona
signora. Se riuscirò a fare quel che intendo di fare....
-- Riuscirai senza dubbio, anche perchè veggo che il modello ti ha
impressionato assai bene. Un sogno vivente! Forse esageri un po'; ma gli
artisti veggono le cose in modo diverso dagli altri. Rammenti?
-- Mio marito ne parla spesso -- fece la signora. -- È proprio vero?
-- Una bruttezza fenomenale! Non hai osato di farla posare.
-- Allora pensavo a tutt'altro!
-- La chiamavano: «La strega di Ronchi». Al Caffè Greco, a ogni vostra
apparizione, tutte le matite, tutte le penne si mettevano in moto:
schizzi, caricature, macchiette con inchiostro di Cina; proprio una gara
tra gli artisti. Lei figurava di non accorgersi.... Sembrava fiera di
quella sua bruttezza. Gli occhi, sì, sì; e anche il sorriso,
talvolta.... Non era giovanissima. Beati quei tempi!
Efisio Ronchi alzò le spalle. Per non ricordare quelli che il
commendatore aveva chiamati bei tempi, egli più non andava al Caffè
Greco.
Si sentiva stanco, invecchiato, quantunque avesse appena cinquantatrè
anni; stanco, invecchiato più di animo che non di corpo, poichè lavorava
accanitamente per vincere la disdetta che continuava a perseguitarlo;
lavorava col cuore avvelenato, a busti, a ritratti di morti da cavar da
fotografie che, fatte in diverse epoche, sembravano di persone diverse.
Ci voleva uno sforzo straordinario d'interpretazione, di pazienza per
contentare i parenti del morto. Così gli mancava il tempo di lavorare
liberamente a qualche soggetto ardito o elevato di suo gusto.
Quella «Sirena», di cui aveva parlato il commendatore Pinotti, era una
mirabile figura, che pareva uscita dalle mani del più puro artefice
greco. L'aveva modellata in poco tempo, febbrilmente, anche per la
sodisfazione di vederla posta come ornamento di una pubblica fontana del
suo paese nativo; ma i signori del Municipio non avevano creduto
opportuno, come avevano detto, di deturpare la nuova piazza con una
figura di donna nuda, procace, che avrebbe dovuto contorcere nella vasca
la sua orribile coda di pesce!
Era stato un gravissimo colpo per Efisio Ronchi. Aveva passato una
settimana di torpore, incapace di lavorare; soltanto la coscienza di
aver fatto una vera squisita opera d'arte gli aveva impedito di prendere
un martello e di fare in pezzi il gesso posto sul cavalletto in un
angolo dello studio. Poi l'aveva coperto con uno straccio, tentando
di scordarsene, lavorando intorno a quel busto di vecchio
caratteristicamente rugoso, che sembrava animarsi di un malizioso
sorriso sotto le carezze del pollice modellatore delle labbra carnose.
Gli era parso di sentirsi rivivere, di quasi ringiovanire nell'attesa di
miss Flower, che doveva venire per la prima posa. Aveva un lieve
fremito per tutta la persona; un'agitazione di forze creative
nell'immaginazione. Il sogno vivente doveva divenire in poche settimane
realtà vivente.
Miss Anna era arrivata puntualissima, all'ora stabilita da Efisio,
perchè lo studio fosse illuminato dalla luce opportuna. Vedendo che
l'artista aveva messo un po' d'ordine e fatta un po' di pulizia, aveva
esclamato:
-- Oh! Era meglio l'altra volta! A me piace la sincerità. Va bene questa
pettinatura?
-- Perfetta!... Io non ho un gabinetto da signora.
-- La toeletta da fare è semplicissima.
Cavò dalla scatola, portata dalla donna che l'accompagnava, una specie
di camice e il peplo di finissima stoffa di lana bianca.
-- Qui, dietro questa tenda -- indicò lo scultore.
Poco dopo, miss Anna veniva fuori completamente trasfigurata:
un'apparizione ideale ellenica di suprema bellezza. Ronchi dovè soltanto
aggiustare alcune pieghe.
-- Potete andar via -- ella disse alla donna.
Quando lo scultore la vide sullo sgabello, ritta, nell'elegantissima
posa da lei presa senza esitazione, quasi l'avesse lungamente studiata,
provò un istante di sgomento: gli parve che stesse per tentare
l'impossibile. Ma sùbito si gettò sul pastone di creta accumulato sopra
il cavalletto, affondandovi le mani, dando rapidi sguardi al modello,
togliendo manate di creta qua, aggiustandone là, assottigliando certe
tracce di pieghe segnate con una ditata, salendo su su, fino alla testa,
appiccicandovi pezzetti di creta che poi dovevano formare la
pettinatura.
-- Parli, parli pure.... Non si stanchi stando immobile.
Miss Flower sorrideva, rispondendo:
-- E in quest'informe mucchio di creta già s'indovina la statua.... Lei
la vede, è vero? Credo che deve soffrire lavorando, anzi lottando.... Si
riposi. Riposiamoci.
Si era seduta sulla poltrona. Aveva nel limpidissimo azzurro degli occhi
un'espressione di serenità straordinaria, forse non mai turbata, pensava
Ronchi osservandola.
Sulle piccole rosee labbra le fioriva un sorriso così dolce, così
comunicativo, che anche tra gli ispidi baffi e la barba arruffata, la
bocca dell'artista parve costretta ad atteggiarsi a un sorriso di
ammirazione commossa.
-- È poetessa lei? -- disse Ronchi. -- La mia ignoranza m'impedisce di
conoscerla sotto quest'intimo aspetto. Dev'essere una gran sodisfazione
il veder fissata con la musicalità del ritmo, con la precisione della
parola, i proprii sentimenti.
-- Una cosa triste, dovrebbe dire -- ella rispose succhiudendo gli occhi.
-- La parola non arriva mai ad esprimere compiutamente il sentimento che
ci agita, quando tentiamo di manifestarlo. Questo probabilmente, non
avviene ai grandi e veri poeti.... Talvolta sì, oso di credere. Tanto è
vero che leggendo i loro versi noi ci sentiamo andare più in là, più in
là, quasi ogni parola, ogni modulazione di ritmo nascondano qualcosa che
neppure un Genio è riuscito ad esprimere intero. E il loro incanto
consiste soprattutto in ciò, in certa oscurità, in certe reticenze
meravigliose. La scultura è chiara, precisa, non la godiamo soltanto col
senso della vista, ma possiamo toccarla, palparla. A Siracusa ho provato
una sensazione ineffabile tastando quella Venere, che ha entusiasmato
Maupassant. Mi è parso di sentir sparire sotto la pressione delle dita
la durezza del marmo. Ne ho preso parecchie fotografie. Chi si accorgeva
in quel momento che la statua, disgraziatamente, era mutilata?... Basta
per oggi, mi pare. Fissiamo l'informe....
Si alzò, mise a punto la macchinetta fotografica che aveva portato, e
prese tre negative da tre punti diversi.
-- Pubblicherò in uno dei nostri _Magazines_ la gestazione di un
capolavoro. Non protesti; sarà un capolavoro.
Ronchi, pochi giorni dopo, quando la figura sembrava proprio liberata in
gran parte dell'involucro che l'avvolgeva, appena miss Anna fu andata
via -- e la posa era stata lunga e la conversazione, o meglio, i
soliloqui di lei sempre più varii e interessanti, giacchè egli si
attentava appena d'interromperla -- si sentì preso da inesplicabile
languore e si lasciò cadere abbandonatamente su la poltrona, che serbava
ancora il tepore del corpo di miss Flower.
Che cosa accadeva dentro di lui?
Di mano in mano che faceva quella specie di introspezione, di esame di
coscienza, un brivido di terrore lo invadeva. Da anni ed anni egli
viveva, secondo la sua espressione, come un animale da soma, affaticato,
oppresso dal continuo umile lavoro a cui pareva che la sua cattiva sorte
volesse asservirlo; unicamente preoccupato di urgenza di danaro,
umiliato del dover accettare compensi che gli sembravano elemosine mal
dissimulate, o piuttosto ricatti alla sua miseria, facendo una vita di
segregazione in quell'antro del suo studio, dove restava chiuso fino a
che un barlume del tramonto penetrava dall'ampia vetrata; affrettandosi
a prendere un frugalissimo pasto in un'osteriuccia nella quale nessuno
lo conosceva, e andando sùbito a letto stanco anche moralmente, per
riposarsi più che per dormire.
Ed ecco che egli si scopriva.... Stava per diventare pazzo, dunque?... E
scopriva che ciò era avvenuto sin dal primo giorno, sin dal primo
istante in cui il sogno vivente era apparso nel suo studio. E lei, se
n'era dunque accorta anche lei?
-- Sono indiscreta? -- ella aveva detto poco prima. -- Non le è mai
successo d'innamorarsi della sua modella? Quella che ha posato per la
«Sirena» doveva essere bellissima, per quanto lei abbia potuto
idealizzarla....
-- Ah! Per noi, la modella raramente è una donna.... Ed è bene che sia
così.
Ma la risposta gli era uscita dalle labbra stentatamente, quasi sentisse
di mentire in quel momento.
-- Infatti -- ella soggiunse -- è più facile che l'artista s'innamori della
sua creazione come nella favola greca.
Perchè miss Anna aveva parlato così? Il suo acutissimo sguardo gli aveva
già letto nel cuore?
Come doveva ridere di lui vecchio, sciatto, miserabile! Ebbene, non gli
importava niente. Quel ch'egli provava in quei giorni era un mirabile
rifiorire di giovinezza, o qualcosa di simile agli ultimi guizzi di una
lampada che sta per spegnersi.
Ma ormai il suo lavoro era finito, ed egli s'inorgogliva a ragione di
quell'opera d'arte davanti a cui miss Anna si era fermata in
ammirazione.
-- Sono proprio io? Non mi avete trasfigurata? E domani.... Non posso
pensarci!... Quest'opera immediata delle vostre mani andrà distrutta per
cavarne il gesso! Che peccato!... E, dite, la riproduzione dovrà essere
in marmo o in bronzo?
-- In marmo finissimo.
-- Conservare il lavoro in creta, coprirlo con un panno umido ogni
giorno, quasi praticando un culto.... No, non è possibile: sarebbe un
continuo pericolo.
*
* *
Miss Flower era partita improvvisamente.
-- Mi aveva detto di voler lasciarmi qualche migliaio di lire per le
spese; e nella fretta se n'è dimenticata.
-- Meglio, cara signora -- rispose Ronchi alla Pinotti venuta ad ammirare
il bellissimo gesso.
Nella sua dignità di creatore era contento di non veder mescolato a
quell'ideale d'arte qualcosa di mercenario.
-- Com'era orgogliosa dell'opera vostra! Una sera, da noi, disse tante e
tante cose strambe.... da poetessa! Mio marito la guardava a bocca
aperta. Disse: -- In quel mio ritratto c'è infusa tutta l'anima
dell'artista, e così intimamente che, talvolta, ho l'illusione, paurosa,
di sentirla anche in me! --
Trascorsero mesi e mesi senza che miss Flower desse notizie di sè. A
lettere, a telegrammi, nessuna risposta.
L'ansia che, intanto, turbava lo scultore aveva messo nei suoi occhi una
luce da febbricitante, quasi da folle. Ma il giorno che la signora
Pinotti gli consigliò di rivolgersi alle autorità di Londra per avere
notizie della Flower, Efisio Ronchi rispose:
-- No! Se è viva, tornerà a scrivere; ho questa certezza. Se è morta....
E non finì la frase. Spalancò le braccia con gesto di rassegnato, e
sorrise tristemente. Le labbra gli tremavano come il cuore; e negli
occhi gli si accentuò quella luce da febbricitante, quasi da folle,
ch'egli non si curava più di nascondere; tanto egli viveva ancora
accanto al fantasma del suo divino _Sogno vivente_!
Ronchi spesso passava ore ed ore in beata contemplazione di quel gesso,
che prendeva nella sua fantasia il roseo colorito di miss Anna, l'oro
dei capelli, il limpido azzurro degli occhi, anche la voce e l'accento
di lei, che più non si faceva viva.
Era morta, dunque? Sarebbe ricomparsa improvvisamente, com'egli sperava
ancora? Ma, ormai, a lui bastava di averla immortalata in quella forma.
Viveva sotto il fascino d'un sentimento divenuto quasi morboso. Talvolta
provava un senso di rilassatezza, di fiacchezza spirituale, una specie
di evaporazione non sapeva di che cosa; di lì a poco però il fascino
riprendeva vigore, nonostante ch'egli, più invecchiato, più avvilito,
fosse costretto a darsi al suo solito lavoro, se non voleva ridursi a
morir di fame.
Un famoso antiquario, visto il ritratto di miss Flower, era rimasto
sbalordito.
-- Ci sarebbe da fare un mucchio di quattrini! -- esclamò -- Col trucco di
farlo scavare in qualche località della Terra di Lavoro, della
Capitanata.... Il guaio è che è stato visto da qualcuno. Pure si
potrebbe tentare...
-- Non lo vedrà più nessuno!... Mai!
Ronchi si era atteggiato come chi voglia difendere una persona cara,
anche a costo della vita.
Un fremito d'indignazione lo scoteva da capo a piedi, quasi quel vile
speculatore avesse tentato di profanare l'immagine purissima del suo
ideale.... Del suo amore! Non lo dicevano le parole, ma i palpiti del
suo cuore, che in quel momento soffriva sotto l'impeto improvviso di una
adorazione lungamente repressa.
L'antiquario gli vide buttar lestamente sulla statua il logoro panno,
che prima l'avvolgeva.
-- Non lo vedrà più nessuno! Mai! E poi, se ne ricordi in avvenire: io
non sono un mistificatore, un ciarlatano!...
-- Con questi scrupoli.... si capisce!
E l'antiquario andò via senza neppur salutarlo.
LA BELLA BRUTTINA.
IV.
Nessuno dei due pensava a far onore alla magnifica frutta che il
cameriere aveva portato in tavola.
Tacevano tutti e due, e pareva che quel silenzio imbarazzasse
maggiormente la ragazza.
Renato la guardava sorridendo, tra incredulo e maravigliato, intanto che
ella, a occhi bassi, mordendosi lievemente le labbra, apriva e chiudeva
il ventaglio, quasi mortificata.
Alla viva luce del sole, tra i riflessi verdi del prato, quella bruna
carnagione prendeva toni dorati sulle guance e nella dolce attaccatura
della gola, e i grandi occhi nerissimi, su quel viso scarso e strano
davano un'espressione più provocante al nasino un po' rivolto in su e
alle labbra tumide e fresche.
Ella sentiva, senza vederli, quegli sguardi che la ricercavano tutta; e
la personcina alta e snella si agitava impaziente, oppressa da tale
insistenza. Finalmente alzò gli occhi, timida.
-- Non mi crede?...
-- Ma, sì!... Ma, sì!...
-- Perchè dunque sorride così? Già il torto è mio.... Avrei dovuto
avvertirla sùbito, prima di accettare l'invito.
E nella voce turbata le tremolava qualcosa che pareva pianto.
Allora Renato non sorrise più, impacciato alla sua volta. Le prese una
mano; si mise carezzevolmente sotto il braccio quel braccino magro,
serrato nella manica attillata del vestito nero, e, riprendendo a
passeggiare, le andava parlando all'orecchio, tra uno sbuffo di fumo e
l'altro della sua sigaretta:
-- Oh, non insisto più!.... Torneremo, non occorre neppur dirlo,
torneremo però qualche volta alla Gagnola.... a passare insieme una
mezza giornata. No?
-- A che scopo? Ecco, questo significa che lei non mi ha creduto. Perchè
si ostina a non credermi?
-- Al contrario! Certe cose non si discutono; si aspettano, si lasciano
venire al momento opportuno, è vero? E se non arrivano.... Intanto, per
oggi, mi sento compensato abbastanza da questa dolce passeggiata da
innamorati. La gente (ahimè, a torto!) deve crederci proprio due
innamorati. Infatti, vede? quell'uomo fermato sotto gli alberi sta a
guardarci da un pezzo, masticando la sua invidia insieme col mozzicone
di sigaro che non vuole accendersi.
E voltando il capo, ella rideva a scossettine portando la punta del
ventaglio alle labbra, piegando un po' il busto slanciato; rideva, ma
quasi per tentar di distrarsi da riflessioni penose, che le esitavano
ancora sul volto.
Quell'uomo fermatosi sotto gli alberi, dopo averli seguiti con lo
sguardo lungo il sentiero del prato, era andato a sedersi dirimpetto a
loro, divorandoseli con certi occhi sgranati, dal tavolino dove mangiava
solo. Luigia e Renato, a metà di desinare, messisi di buon umore, gli
ridevano quasi in faccia, facendolo arrossire coll'imboccarsi a vicenda
pezzetti di frittura di arrosto, se colui si fermava a guardarli più
balordamente incantato.
-- Intanto non mangia proprio niente!
-- Mangio poco. E non è il miglior modo per ingrassare.
Ah!... Tu lo vuoi? -- disse a un tratto Renato, che non ne poteva più di
quell'imbecille.
E, alzatosi da sedere, diede un bel bacio a Luigia, che non ebbe tempo
di schermirsi.
*
* *
Per istrada, nell'oscurità della notte, mentre il tramway a vapore si
allontanava gettando rapidi spruzzi di luce rossastra su le siepi e su i
campi, essi ridevano ancora del viso sbalordito di quel povero imbecille
allorchè avea visto quel bacio. Poi, nella intimità del ritorno a piedi,
stringendo il braccio di Renato con abbandono, incoraggiata dal buio,
ella era tornata a scusarsi:
-- Non ci faccio una bella figura, lo capisco. Ma.... infine, non ho
voluto mostrarmi più virtuosa che non sono. Però voi uomini non potete
capirlo.
Renato la lasciava dire, accarezzandole una mano. L'accento leggermente
veneziano dava un fascino deliziosissimo a quella facile parola, che
risuonava nell'oscurità, fra il lieve stropiccio dei piedi sulle foglie
secche del viale, e andava a perdersi nel gran silenzio della campagna
così pieno di vaghi rumori.
Renato la lasciava dire, non ancora ben persuaso; anzi acceso e smanioso
del possesso di quella magrolina assai più ora, che non quando l'aveva
adocchiata al terrazzino del secondo piano della casa accanto, raccolta
nella veste da camera di tela cruda, larga e ondeggiante, col braccio
che usciva ignudo dalla manica rovesciata, poggiato col gomito su la
ringhiera; braccio magro, coperto da peluria che dava un tono quasi
bronzino alla pelle bruna.
La lasciava dire non ancora ben persuaso, ma nello stesso tempo, per
raffinatezza, contento di quella resistenza così inattesa e così franca.
Era piccante! Ah, la bella bruttina, come aveva già cominciato a
chiamarla, diventava qualcosa di ghiotto fra la trivialità dei soliti
incontri!
E per ciò, quasi senza accorgersene, quando furono vicini a casa tornò a
insistere, scherzando:
-- Chiedo soltanto il favore di dar un'occhiatina al suo nido del secondo
piano....
-- È impossibile. Non vuol persuadersene?
-- Soltanto un'occhiatina, per figurarmela nel suo vero ambiente quando
la sento canticchiare con voce di falsetto.... Non vuol permettere
neppur questo? Allora venga a bere un bicchierino di Kummel di
Chartreuse a casa mia, qui, a due passi.... Non è un gran sacrifizio.
-- Impossibile!
Ella lo supplicava con gli occhi improvvisamente gonfi di lacrime,
stringendogli forte la mano, alla luce del lampione sotto cui s'erano
fermati:
-- Non mi offendo di quest'insistenza. È cosa naturalissima. Il torto è
mio.
Renato la interruppe:
-- Buona notte.
-- È in collera?
-- Niente affatto!
Il tono brusco della voce però lo smentiva.
*
* *
Il fascino di quella svelta personcina, dai grandi occhi neri nel viso
magro, era stato più forte della stizza. E così egli s'era lasciato
riprendere, indolentemente. Promise, da gentiluomo, che non ne avrebbe
più riparlato, ed ebbe l'onestà di confessarle che una relazione seria,
com'ella desiderava, non era possibile.
-- Ci vedremo frequentemente, da camerati, da giovinetti.... Eh?
Ella non rispose nè sì nè no, esitante:
-- Ho paura di annoiarlo....
Invece Renato era molto contento quando la vedeva entrare
improvvisamente in quella camera di scapolo ch'ella quasi trasformava
con la sua voce, coi suoi sorrisi di ragazza irrequieta.
Intanto ch'egli preparava la solita tazza di caffè, Luigia andava da un
tavolino all'altro rovistando libri, disegni, svolgendo grosse pagine di
album.
Tutte queste belle donnine sono state sue amanti?
Renato non rispondeva, ostentando discrezione.
-- Tanto a me può dirlo. Non ho nessuna ragione di essere gelosa. Come
sono belle! Ah, l'esser bella dev'essere una grande sodisfazione! Se io
fossi bella, come questa qui, per esempio, farei disperare parecchia
gente, parecchia!
-- È così cattiva?
-- No: ma la bellezza è una forza.
Renato le assicurò ch'ella aveva qualcosa di meglio della bellezza, quel
che di attraente, di simpatico che spesso la bellezza non ha.
-- So benissimo che sono brutta, ma so pure che non sono antipatica....
Questo cappello alla Rubens, con questa gran piuma, mi dà un'aria
bizzarra.... Sciocca! Lo dico da me!
E scoppiò a ridere voltando le spalle, con una smorfietta, allo specchio
davanti a cui si era fermata per provarsi il cappello.
-- Capelli pochi e corti. Che disperazione! E così ribelli! Non c'è
pettine che riesca a domarli. Già, mi ci confondo poco. Ho ben altro da
fare!... Che delizia questa camera così grande e così piena di luce! La
mia è un bugigattolo da aggirarvisi appena. Mi è cara però; è piena di
ricordi!
-- Dolci?...
-- Tristissimi. Quante lagrime, quante sofferenze, quando riarsa e
stroncata dalla febbre dovevo lavorare tutto il giorno, per settimane,
per mesi, rompendomi la schiena, sostentandomi di solo pane!... Non
voglio neppur rammentarlo!...
-- E ora?
-- Ora? Vivacchio, lavorando sempre, orgogliosa di non essermi mai
avvilita. Piuttosto un tonfo nel Naviglio. C'è mancato poco, un mese fa!
Qualche volta ci ripenso sul serio. Infine!...
Quegli occhioni neri prendevano un'espressione indefinibile, allorchè
ella parlava di morire. Ne ragionava tranquillamente, senza
affettazione, come di cosa da dover accadere un giorno a l'altro, quando
si è tanto disgraziati a questo mondo, quando non si ha neppure un cane
che ci voglia bene o che si sia legato da un legame qualunque!