di posto, dalle altre stanze nel nuovo salottino; e la loro disposizione
era così gentile e intonata, che poco dopo egli non provava più il
cattivo effetto della prima impressione. La bambina, arrampicatagli su
le ginocchia, lo accarezzava, lo baciava, aggrappata al collo,
chiamandolo: -- Babbino bello! Babbino caro!... -- Intanto, fra i baci e
le carezze, egli osservava sua moglie:
-- Sei un po' dimagrita.
-- Ti pare?
-- E un po' pallida. Non sei stata malata, spero.
-- Ho avuto l'emicrania....
Rispondeva tranquilla, senza abbassare gli occhi sotto quegli sguardi
che la scrutavano, anzi interrogava alla sua volta:
-- Tu però mi sembri pensieroso. Che hai?
-- La partenza di Carlo....
-- .... È partito?... Per dove?
-- Come? Tu non sai?... Carlo è partito per l'America, improvvisamente.
Non disse niente neppure a te?
-- No.
Lo sforzo di fingere la rendeva quasi sincera. A quel nome, un leggero
brivido le era passato per la schiena; ma, sùbito rimessasi, ella
mostrava di ascoltare con curiosità e maraviglia il marito, che le
raccontava l'improvvisa partenza del fratello.
-- Risoluzione inesplicabile.... Temo che qualche grosso affare non gli
sia andato male.... M'informerò, senza destar sospetti. Ne sono molto
impressionato.
-- Tornerà presto.
-- Dice che non tornerà più!... Che carattere strano!
Ella ebbe un senso di sollievo, e deviò il discorso.
-- I tuoi affari vanno bene?
-- Benissimo.
La bambina, presa in quel punto una mano alla mamma e mettendola in
quella del babbo, gli diceva ridendo:
-- Non vedi?... La mamma vuol essere baciata anche lei!
*
* *
Ogni apparenza era salva, ogni ragione di timore sparita; ella avrebbe
potuto viver tranquilla, seppellendo nel più profondo del petto quel
terribile segreto, ed ecco che la sua tortura ricominciava più atroce.
Con la irritazione contro l'incestuosa creatura che le palpitava in seno
e non le dava nessuna delle sofferenze provate nella prima gravidanza,
Teresa era divenuta così nervosa, così eccitabile che ogni
insignificante contrarietà le produceva strani scoppi di stizza, seguiti
spesso spesso da sfoghi di singhiozzi e di pianto.
-- Ma che ti senti, insomma? Sei malata? -- le ripeteva suo marito.
-- Non dire così; è peggio! -- rispondeva, piena di rabbia e di vergogna.
Una mattina che Giulio, turbato e tenendola per le mani, aveva insistito
più del solito perchè parlasse, Teresa gli si era buttata al collo
piangente, stringendolo forte, premendo con la faccia sulla spalla di
lui.
-- Non lo capisci? Tu sei malata....
-- No! no!
E quasi gli aveva morso il collo, spaurita, sentendosi salire alle
labbra la terribile rivelazione che la strozzava, soggiungeva:
-- No!... No!... È per la bambina. Ho il cuore grosso.... Non so....
E gli era cascata quasi in convulsione tra le braccia. Giulio,
spaventato, aveva mandato sùbito pel dottore, il quale, dopo poche
interrogazioni e osservazioni, s'era messo a sorridere; e nell'andar via
gli avea raccomandato:
-- Bisogna che la signora stia molto calma. Le conseguenze d'un aborto
potrebbero essere gravi.
Ella era rimasta sdraiata sulla poltrona, con tale abbattimento di forze
da non poter tenere nemmeno semiaperti gli occhi; e mentre il marito la
confortava, lieto del male passeggero, pregandola di riguardarsi, giusto
le raccomandazioni del dottore, lacrime silenziose le scorrevano sul
bianco volto, e le mani diaccie le tremavano stringendo la mano di lui.
-- Mi hai fatto paura! -- egli le diceva, asciugandole la faccia,
accarezzandola, dandole lievi baci sulla fronte. -- Mi hai fatto paura,
sai?
Ma Teresa non rispondeva, immobile, sfinita; e pensava fisso a
quell'aborto, che sarebbe stato la sua salvezza, se fosse davvero
avvenuto. E ruminando cattivi propositi contrariamente alle
raccomandazioni del dottore, vedeva passare, quasi in sogno, una
minuscola cassetta funebre portata via di nascosto da un uomo vestito di
nero, come ben si addiceva alla trista cosa lì racchiusa.... E le pareva
che quell'uomo vestito di nero, con quella funebre cassetta sotto
braccio, andasse, andasse, andasse.... e si perdesse lontano, in una
nebbia fitta, mentre le viscere dilaniate le doloravano ancora.
Non avveniva così. Il suo fragile corpo diveniva più resistente e più
forte, il tormento dell'animo prendeva maggior vigore.
Così, di giorno in giorno, mentre il seno le si arrotondava per la più
benigna e più sana gestazione che mai donna potesse desiderare, un odio
sordo la invadeva contro quell'ostinato germe, che voleva vivere per
forza e crescere e venire alla luce.... E picchiando sul proprio seno,
intendeva schiacciare il capo dell'invisibile nemico lì dentro nascosto,
finchè inorridita di quel soffio di pazzia che le aveva attraversato il
cervello, non s'arrestava e non cadeva in ginocchio invocando il perdono
di Dio e dell'innocente creaturina.
Era ingiusta. Non doveva risentire solo colei il peso dell'infamia
altrui, nè scontarne la pena!
*
* *
Poco dopo, la bambina s'era ammalata gravemente. Teresa avea voluto
restare notte e giorno al capezzale della inferma. Preghiere non erano
valse, nè minacce del marito per indurla a rimuoversi di là.
Il rimorso le lacerava il cuore. Ella rammentava con spavento la vile
menzogna:
-- È per la bambina.... Ho il cuore grosso.... Non so!....
E il ricordo di queste parole le si mutava in terribile rimprovero,
quasi avesse buttata così una cattiva sorte addosso alla figliuolina,
che ora smaniava nel letto riarsa dalla febbre, tra la vita e la morte.
-- Oh, lei stessa la uccideva! La bambina avrebbe espiato, vittima pura,
l'infame delitto di quell'uomo!...
E credendo di assistere all'agonia della creatura che era stata la sua
gioia, il suo orgoglio di madre immacolata e felice, si sentiva intanto
sussultar nel seno quell'altra con festoso anelare alla luce, con vivo
senso d'allegrezza pel vicino sprigionamento. E presso il capezzale dove
le pareva che l'alito freddo della morte gelasse il sudore sul viso
sfigurito della sofferente, ecco il fantasma di colui -- dello scomparso
-- che le si ripresentava dinanzi con umile aria di preghiera: -- Ti
amavo, da due anni. Per questo m'ero allontanato da casa tua! -- Perchè
se lo sentiva così pertinace nell'orecchio? Perchè il di lei pensiero vi
si fissava dispettosamente, con una specie di sdegnosa compiacenza? E
quando, Signore! quando? Ora che la sua figliuolina era all'estremo, ora
che ella avrebbe dato volentieri in olocausto la propria inutile e
triste vita, pur di sviare il pericolo da quel capo diletto!
Il Signore era stato misericordioso: non le aveva preso la bambina!
Teresa riviveva con lei. E al rifiorire del roseo colore sulle guancine
dimagrite, le fioriva in cuore una nuova dolcezza di maternità, un senso
di pace, che neppure quei rapidi sussulti del seno riuscivano a turbare.
-- La sua bambina era salva!
Si sentiva felice; non odiava più, con l'istessa intensità di prima,
l'altra creatura che già si faceva sentire maggiormente col grave pondo
e coi vaganti dolorini, preludi di un'altra fase di tortura....
Sì, di un'altra fase di tortura. La infelice non poteva pensare, senza
raccapriccio, alla continua presenza di quell'insultante testimone della
ignominia di lei, di quella menzogna, di quell'inganno vivente, che
sarebbe stato di continuo sotto i suoi occhi e ch'ella non avrebbe mai
potuto, mai! tenere come sangue e carne sua!... E allorchè il marito la
rimproverava dolcemente, non vedendole preparar nulla per il prossimo
arrivo del figliuolino tanto desiderato -- egli credeva con certezza che
sarebbe stato un maschietto -- Teresa gli rispondeva:
-- Chi sa quel che accadrà?
Presentimento e malaugurio.
S'era fissata nell'idea di dover morire durante il parto insieme con la
creatura da nascere; e se ne rallegrava, provando pure un indefinito
terrore di quel momento, e non per sè, ma per coloro che sarebbero
rimasti, il marito e la bambina.
E se la teneva stretta al seno per ore intere, accarezzandola,
baciandola, quasi già fosse orfanella, dicendole cose strane, che la
bambina non capiva:
-- Se me ne andassi?... Se non tornassi più?...
-- Saresti cattiva.
-- Non vorresti più bene alla mamma?
-- Dovresti portarmi con te.
-- Oh, no, piccola mia!
La bambina, impressionata da questi discorsi, la denunciò al babbo:
-- La mamma dice che se ne andrà, che non tornerà più.
Giulio impallidì. La persistenza di quel presentimento gli aveva dato
nel cuore.
-- La mamma è una sciocchina -- disse, tentando di scioglier la mano da
quella di sua moglie.
Teresa lo trattenne.
-- Hai ragione: sono una sciocca!
Provava insolita tenerezza anche per lui. Spesso gli gettava le braccia
al collo, guardandolo fisso negli occhi, muta, quasi per compensarlo;
vergognosa di non poter essere sincera e di dover tacere, lei, lei che
non gli aveva mai nascosto un sentimento, un pensiero, com'egli a lei!
E non potergli dire: -- Taci! -- quando le parlava del bambino, che
sarebbe stato il colmo della loro felicità coniugale!
-- Ah, se egli avesse saputo!...
Giulio intanto progettava di dare il nome di Carlo al nascituro, per
ricordo del fratello creduto morto, da che non scriveva più e non se
n'era potuto aver notizia nè dai Consoli, nè da altri.
Il mistero lo tormentava.
-- Così buono! Di carattere un po' chiuso, un po' fantastico, ma docile
nella stessa impetuosità.
-- Qualche passione malaugurata! -- rifletteva talvolta.
Ed ella tremava nel sentirglielo ripetere.
-- A che stillarti il cervello? -- gli rispondeva con durezza.
Ma si riprendeva sùbito:
-- È tuo fratello; hai ragione.... Al bambino però, se sarà un bambino,
daremo il nome di tuo padre. Non ti pare più giusto?
*
* *
Negli ultimi quattro mesi era frequentemente ritornata dal confessore,
ogni volta che si era sentita a estremo di forze. E il marito,
lasciandole pienissima libertà, la canzonava un pochino, senza cattive
intenzioni, credente anche lui, quantunque troppo distratto dal
rimescolio degli affari.
In quella chiesa, dove tante volte aveva dato pienissimo sfogo al
proprio cuore, ella trovava sempre il balsamo, che le addolciva la
piaga, e gliela rendeva sopportabile, se non riusciva a guarirla.
Ribellioni, indignazioni, tetri propositi, tutto si ammansiva, si
acchetava in lei alla voce consolante, che le parlava in nome del
Signore.
Un'intima corrispondenza si stabiliva allora tra lei e Dio.
-- Egli solo sapeva la verità!... Egli solo poteva giudicarla e
compatirla!
E, una o due volte, si era sorpresa con parole di preghiera, con
invocazioni di perdono sulle labbra anche in favore di colui che le
aveva fatto tanto male.
-- Era morto? O espiava terribilmente il delitto di un istante?...
Là, in chiesa, poteva pensarci senza che la coscienza le si rivoltasse,
senza che un'ondata d'odio e di orrore le si sollevasse nel petto.
-- Dovete perdonare anche voi, figliuola mia! -- le ripeteva il
confessore.
E dietro il confessionario, a piè dell'altare, le riusciva facile. Ma da
lì a poco, in casa, ai primi sussulti del seno, non sapeva, non poteva
più!
In quell'ultima settimana, con la fissazione di dover presto morire, un
senso più vasto di pace e di serenità la penetrava tutta, una tenerezza
di distacco e di rimpianto, che involgeva persone e cose e le gonfiava
gli occhi di lagrime. Non ne parlava per non rattristare anticipatamente
suo marito. Si sforzava anzi di mostrarsi allegra; e preparava il
corredino, quantunque lo credesse inutile, e la sola vista di quelle
fasce, di quei pannilini, di quelle camicette, di quelle cuffiettine le
desse i brividi.... Ma il suo Giulio n'era contento; voleva apparir
contenta anche lei.
Acuti dolori l'avevano tormentata fin dalla mattina e non aveva detto
niente al marito. La morte, invocata e aspettata, ora le metteva
spavento; e le pareva di allontanarla con l'illudersi che quelli che la
incalzavano, non fossero i dolori prenunzi del parto. Andava da una
stanza all'altra, appoggiandosi alle pareti e ai mobili nelle strette
che si rinnovavano sempre più forti, intestata di avvertire il marito
soltanto all'ultimo, quando non avrebbe più potuto nascondergli le
sofferenze. A un tratto aveva gridato:
-- Giulio! Giulio!
E gli s'era aggrappata al collo, baciandolo desolatamente con le labbra
diacce:
-- Giulio! Muoio! Giulio!...
*
* *
Neppure allora era morta!
Si tastava tutta, tastava le coperte del letto, per convincersi d'essere
ancora in vita, per accertarsi che proprio suo marito accarezzasse e
baciasse il bambino ignudo, vagente tra le mani della levatrice. Girava
gli occhi attorno, stupita che il presentimento l'avesse ingannata; con
tale confusione nella mente, e tale indicibile prostrazione di forze da
credere di sognare, o di vedere ogni cosa a traverso una nebbiolina
leggera, in mezzo alla quale si muovevano silenziosamente le persone,
mormorando parole a voce bassa e che ella non riusciva ad afferrare.
-- Forse si muore in questo modo! -- pensava.
Al destarsi dal sonno riparatore che l'aveva vinta, allo scorgere a piè
del letto il marito in amorosa contemplazione del neonato, che riposava
coperto d'un velo di tulle, al: -- Come ti senti? -- di Giulio, a cui
dalla commozione e dalla gioia tremava la voce, ella lo fissò
spalancando gli occhi, sorridendogli inconsapevolmente. Sentiva intanto
dentro di sè un'oppressione non mai provata, uno strazio nuovo: la
barbara violazione del cuore materno, che le rendeva repugnante la bella
creaturina dormente lì accosto.
-- Guardalo.... Che bocciuolo di rosa!
Giulio non si era contentato di sollevare il velo di tulle da una parte;
ma, spinte le mani sotto il guanciale dove il piccino era adagiato, lo
aveva deposto delicatamente a fianco della mamma, perchè potesse
ammirarlo senza scomodarsi.
Ella si trasse un po' indietro e serrò gli occhi....
-- Che hai, Teresa? Ti vien male?
-- Allontana cotesto guanciale.... Mi opprime il respiro. E questa
coperta....
Non era vero. Voleva soltanto, a ogni costo, evitar di baciare il
piccino; avrebbe voluto, se fosse stato possibile, impedire egualmente
che suo marito lo baciasse....
Quelle carni rosee non gli avrebbero dato alle labbra una sensazione
rivelatrice?... A lei, poi, sarebbe parso di baciare....
Oh, no.... mai, quantunque il suo cuore di madre la invitasse intanto e
la spingesse!... Avrebbe voluto, almeno, che qualche tregua si fosse
stabilita tra la innocente creaturina e lei; ma nel tempo istesso che
parte di lei così desiderava e voleva, l'altra parte, la più orgogliosa,
si tirava indietro, s'adontava di quel desiderio, si ribellava a quella
volontà e cercava di paralizzarla!
Voleva forse baciare...?
E restava là, cogli occhi serrati, inerte, sotto lo spasimo della chiusa
tortura; pensando con terrore che finalmente, una volta o l'altra,
doveva vincere la ripugnanza.
E inorridiva dell'inevitabile contatto, che le avrebbe fatto risentire
più immediata la violenza patita.
La mattina che dinanzi al marito non potè fare a meno di baciare il
figliuolino prima di tentare di attaccarlo al seno, appena sfiorate con
le labbra quelle carni delicate, Teresa gettò un urlo e cadde in
deliquio.
*
* *
Si era immaginata che dando il bambino a balia, avrebbe dovuto sentirsi
alleviata, sollevata; invece era peggio. Giulio parlava continuamente
del piccino. Ogni due o tre giorni le proponeva una scarrozzata fuori
Porta, fino alla cascina della balia. La figliuola, anche lei,
rammentava in ogni istante il fratellino con cui avrebbe voluto già fare
il chiasso insieme. Così l'odiata creaturina, quantunque lontana,
riempiva la casa di sè più che se fosse stata presente.
E poi....
-- Come?... Perchè ora?... -- ella si domandava, spaventata.
E poi, qualcosa di strano, di mostruoso cominciava ad avvenire dentro di
lei....
-- Come?... Perchè ora?... Dio! Dio!
Quell'altro, lo scomparso, tornava a poco a poco a farsi risentire,
dimessamente al suo solito, supplichevole: -- T'amavo! Da due anni!...
-- Come?... E lei, lei più non se ne offendeva?...
E lei stava ad ascoltare, mezza indignata, sì, ma pari a chi si
lascerebbe forse commuovere, se colui avesse insistito? E nella
solitudine in cui volentieri rimaneva per lunghe ore della giornata, il
ripetio di quel: -- Ti amavo!... Da due anni! -- diveniva sempre più
insinuante e più forte.... E all'allucinazione del suono delle parole,
s'univa quella della figura, alta, bruna, dal viso serio, dallo sguardo
quasi severo e contenuto a stento, mentre qualcosa le si ridestava in
tutto il corpo con lento brulichio di sensazioni e di vibrazioni,
qualcosa rimasto a germogliare nell'oscurità feconda, e che usciva fuori
a un tratto, e si espandeva e fioriva.
Questo le pareva più abbietto della prima violazione del suo corpo....
-- No! No! No! -- protestava sdegnata, come in quel triste istante, in
quella sera: -- No! No! --
Inutile!
-- Ti amavo da due anni! -- E lei non se n'era mai accorta!... Quanto avea
dovuto soffrire colui! Che tormenti e che lotte! E si era esiliato per
lei! E aveva abbandonato tutto.... per lei..., per espiare la colpa d'un
istante! -- ella pensava trasognata, quasi un'influenza esteriore le
spingesse la povera mente verso quel punto e ve la tenesse fissata.
E riscotendosi tutt'a un tratto, guardava attorno atterrita, feroce
contro colui, riboccante di sprezzo di se stessa, con così tragico
pallore sul viso, e sguardi così smarriti, che Giulio tornava a
impensierirsi.
La gravidanza ora non c'entrava più. Certe stranezze del carattere di
sua moglie diventavano addirittura inesplicabili. Non la riconosceva!
Nei momenti, nei giorni ch'ella tentava di rifugiarsi in lui per vincere
il tristo dèmone, egli la vedeva sempre agitata, eccessiva in quei baci
ed abbracci più da amante che da moglie, e affatto diversa da quella
ch'era stata fin allora.
Poi, ella mostrò improvvisamente desiderio di lanciarsi fuori della
cerchia intima e tranquilla che li aveva accolti tant'anni, ignari quasi
ed ignoranti, paghi e contenti della felicità di amarsi e di sentirsi
amati fra le consapevoli pareti, dove non giungeva nessun rumore della
vita cittadina. E a quegli scatti di sensazioni, a quei capricci di
passeggiate, di visite, di teatri, di feste, che lo maravigliavano
assai, Giulio cominciò a temere che la gravidanza non avesse lasciato in
lei qualche funesto germe d'esaltazione nervosa.
Il dottore, ripetutamente consultato senza che Teresa ne sapesse nulla,
era stato d'uguale parere. Avevano fissato insieme un metodo di cura
abilmente combinato; viaggi, bagni, regime ricostituente.... Ed ella
aveva sùbito acconsentito, lietissima. Capiva che già v'era qualcosa di
guasto dentro di sè, di affievolito per lo meno.
-- Ma che posso farci?... Il nemico è in agguato.... qui, nel mio cuore,
nel mio cervello!...
*
* *
Andati per vedere il bambino, avevano trovato la balia piangente.
-- Signora mia, non vuol succhiare il latte!
-- Da quando? -- domandò Giulio.
-- Da ier sera, dopo le otto. Alle quattro aveva poppato benissimo.
Giulio disse:
-- Non è nulla.... Riportiamolo in città.
Fingeva di non essere turbato, per rassicurare Teresa che teneva fissi
gli occhi su la culla dove il bambino, col viso pallido, i labbrini
violacei semi aperti e le manine increspate, dormiva.
Che triste ritorno!
Ella si era raccolta in fondo alla vettura, muta, stringendo una mano di
Giulio. La balia seduta dirimpetto, canticchiando sotto voce, cullava il
piccino; e la bambina, su le ginocchia del babbo, stringendogli le
braccia attorno al collo, guardava lui, e la mamma, e non osava di
rompere il silenzio. Solo Giulio, che invece avrebbe voluto piangere,
tanto aveva il cuore oppresso, ripeteva di tratto in tratto,
monotonamente:
-- Non sarà nulla! Non sarà nulla!
Alle prime parole della balia, Teresa aveva avuto un sussulto:
-- Se il bambino morisse!
E il malvagio istintivo movimento era stato sùbito seguito da un senso
di ribrezzo e di orrore. Poi, in casa, attorno al lettuccio del bambino,
quando già si poteva leggere in viso al dottore il destino della povera
creaturina, la brutale preoccupazione della propria salvezza aveva preso
di nuovo il sopravvento, snaturata, senza pietà. Sentendosi quasi
perduta, la infelice si aggrappava a tutto. Pur di salvarsi lei, che
doveva importarle degli altri?... Perciò s'irritava contro suo marito
che, inconsolabile, forsennato, pregava, scongiurava il dottore con
insistenza bambinesca, quasi lo credesse padrone della vita e della
morte e capace di fare un miracolo! Il maleficio le pareva legato a quel
filo di esistenza, che non voleva spegnersi, che non volevano lasciar
spegnere... lui specialmente, suo marito!... Ed ella vibrava tutta, si
sentiva squassare tutta; vedeva fiammelle.
E immediatamente, cadeva in grande prostrazione, mutata di punto in
bianco, con le lacrime agli occhi per quella creaturina agonizzante;
stupita che poco prima avesse potuto desiderare e affrettare coi voti
l'empio scioglimento.
-- Ma sì, ma sì!... Lo voleva! Aveva sofferto troppo!... Non resisteva
più! E vedendo il marito chinato sul lettuccio, dolorosamente intento a
spiare il mancante respiro del bambino, si sentiva spinta ad afferrarlo
per un braccio e strapparlo di là, e urlargli una terribile parola. Il
sangue le affluiva al cervello, le martellava le tempia; un
violentissimo tremito tornava a scoterle la persona.
-- Giulio!... Giulio!...
Voltandosi al grido sommesso, egli l'avea vista accostare cautamente, in
punta di piedi, con gli sguardi smarriti e un dito sulle labbra.
-- Lascialo andare, Giulio!... Lascialo andare!...
E lo tirava via dolcemente, sorridendo triste, scotendo la testa con
movimento significativo.
-- Teresa! Teresa mia! -- balbettò Giulio, non comprendo ancora tutta la
sua sventura da quegli occhi smarriti, da quelle parole incoerenti.
-- Lascialo andare.... Ti vorrò più bene.... Vorrò bene a te solo! A te
solo, sì! -- ripeteva la misera pazza, tirandolo pel vestito: -- A te
solo!
*
* *
Sei mesi dopo, al ritorno della ragione, ella credeva di aver fatto un
lungo orrendo sogno, e lo raccontava al marito, domandandogli a
intervalli:
-- Ho sognato, è vero?
-- Sì, hai sognato -- egli rispondeva fremendo al ricordo degli orribili
deliri di lei, che gli avevano rivelato l'atroce verità. -- Sì, hai
sognato.... Abbiamo sognato tutti! -- egli soggiunse all'ultimo.
E pensava quasi con invidia al fratello, che aveva cessato di sognare,
uccidendosi in Australia.
SOGNO VIVENTE.
III.
Miss Flower faceva davvero onore al suo cognome. Alta, bionda, con occhi
azzurri, limpidissimi, carnagione bianca, freschissima, voce di rara
dolcezza, accento che dava particolare incanto all'italiano da lei
parlato, non lasciava supporre che avesse già varcato la trentina,
avviata verso quell'età in cui la donna sembra di arrestarsi per qualche
tempo, quasi sgomenta di andar oltre.
Il giorno che Efisio Ronchi la vide entrare nel suo studio, accompagnata
dalla signora Pinotti, moglie del commendatore paesano e vecchio amico
di lui, ebbe la sensazione che la signora gli avesse condotto colà
qualcosa di irreale, un sogno vivente, com'egli si espresse col suo
immaginoso linguaggio di artista.
-- Bisogna proprio venire a scovarvi qui! -- disse la Pinotti. -- Vi siete
fatto prezioso.
Ronchi, con le mani intrise di creta, tentava di sbarazzare la seggiola
e la poltrona vicine e ingombre di carte, di oggetti diversi, per offrir
da sedere alle due insolite visitatrici.
-- Lasciate stare. Permettetemi di presentarvi a questa mia gentile
amica, vostra ammiratrice.
Egli era diventato rosso in viso, sotto l'arruffata folta capigliatura
grigia e tra la incolta barba dello stesso colore, che gli scendeva su
lo sparato del camicione di tela grezza e quasi si confondeva con esso.
-- Miss Anna Flower -- soggiunse la signora -- che ha voluto sorprendere un
artista nell'ardore del lavoro... e nel disordine del suo studio.
-- Oh!... In quanto a disordine! -- fece Ronchi sorridendo argutamente.