Nè questa sublime speranza era un inganno; poichè in un giorno

inaspettato, impreveduto, _madame la marquise_ fu quella che aveva per

tanto tempo invocata e desiderata Giovanni Serra e in quel giorno ella

lo amò, con tutto il suo cuore, con tutta sé stessa. Non più di un

giorno: ma completamente, come per una vita intiera.

Sola nella gran luce del salone, Emma Lieti si chinò a toccare la

veste di seta, quasi fosse un talismano. Ella portava quel vestito,

nel gran giorno, quando egli era giunto alla Villa delle Rose, in

un'alba di maggio. Ella gli era andata incontro nel viale tutto

imperlato di' rugiada e vedendolo apparire, aveva sentito un sussulto

ignoto: con gli occhi, Giovanni Serra le aveva domandato se eran soli:

sorridendo, senza parlare, ella aveva risposto di sì: e sotto gli

ontani verdi egli aveva abbracciata _madame la marquise_ che rideva

teneramente. Ah in quel momento, ella sentì che tutte le istorie

amorose e appassionate non erano una fola di scrittori, come aveva

sempre creduto. Per la giornata odorosa di maggio, nel giardino come

alla campagna, nella casa magnifica, come in una capanna, ella restò

attaccata a lui, con un abbandono della sua piccola persona al saldo

braccio di colui che l'amava. Emma Lieti ebbe, negli occhi, nel

sorriso, nella voce, negli atti, la manifestazione di un'anima tutta

nuova e fresca, una bontà amorosa, una dolcezza amorosa, una fiducia

amorosa, un'infinita tenerezza amorosa che giammai erano esistite in

lei.

Quello che disse, quello che fece, ogni sua manifestazione portò il

suggello divino che solo gli amanti riconoscono e che gli indifferenti

invidiano: l'impronta indelebile della passione, unica e viva.

Insieme, andarono lontani, nella campagna, e ella non temette di

guastare le sue deliziose scarpette dalle fibbie antiche, né di

impolverare le sue fini calze di seta donde traspariva il roseo del

piede: _madame la marquise_ rideva degli spini, della polvere, delle

pietre, mentre il suo amante fremeva di gioia a quel riso e baciava la

cara piccola donna sotto gli alberi frementi al ponente che veniva dal

mare. Poi, le nuvole si addensarono un poco: il cielo si oscurò: essi,

ridendo, amandosi, adorandosi, crearono un ricovero di una capanna dal

tetto sfondato: ma ne uscirono subito, per correre sotto una grande

quercia: pure, la pioggia li colse e tutta la veste di seta fu

bagnata. _Madame la marquise_ fu così lieta e così felice per quella

pioggia che le rovinava la sua bella veste e batteva i suoi piedini in

terra e il suo amante, in quell'ora, credette di morire d'amore!

Tutto un giorno, ella fu sua, come egli l'aveva sognata per anni e

come ella non aveva mai supposto potesse essere, tanto si sentiva

indegna e fallace e perversa. Ella fu nella sua massima bontà senza

perfidie, nella massima sincerità senza ipocrisie, nel massimo

abbandono senza restrizioni. Giovanni Serra vide, per ventiquattr'ore,

nell'alba come nel meriggio, nel vespro come nella meravigliosa notte

indimenticabile, una donna nata e germogliata come un magnifico fiore,

per una intensa e breve ebbrezza. Quello che vi è di amore in un lungo

spazio di tempo e in cento cuori diversi fu raccolto, dalla volontà

del destino, in una sola coppa, perchè egli conoscesse di non aver

vissuto e di non aver amato invano. La piccola bionda pallida e fine

ebbe tutte le bellezze ed ebbe tutte le grazie, senza che mai una sola

traccia dell'antica donna deturpasse la divina immagine di quelle

ventiquattr'ore. Ah ella ricordava, _madame la marquise_, di aver

ricondotto l'amante suo, nell'alba seguente, dieci volte in capo al

viale rorido, donde egli doveva partire, e di avergli dieci volte,

trattenendolo, ripetuto le parole di Giulietta, di averlo dieci volte

scongiurato di restare, mentre egli partiva, pallido, col cuore

schiantato: poichè ella giurava di amarlo sino alla morte, ma l'uomo

intendeva che tutto era finito.

* * * * *

Ardevano i candelabri del salone. Crollata in terra, col capo perduto

nelle pieghe della veste di seta, con le braccia prosciolte, _madame

la marquise_ piangeva, macchiando di lacrime la molle stoffa già

bagnata dalla pioggia, nella gran giornata. Ella piangeva,

inutilmente.

LA VESTE DI CRESPO

_(Madame Héliotrope)_.

L'ultimissima e febbrile eccentricità di Luisa Cima era il

giapponesismo: e minacciava di superare tutte le altre a cui si era

abbandonata la giovane donna, nel suo insaziato desiderio di

originalità. La penultima stravaganza era consistita in una immensa,

mostruosa collezione di francobolli per cui Luisa Cima aveva delirato

graziosissimamente un anno, spedendo agenti in tutta l'Europa,

viaggiando lei, facendo la caccia al francobollo con l'ardore più

selvaggio e uscendo vittoriosa dopo le lotte più accanite con gli

altri collezionisti, più o meno deliranti come lei: infine, si era

stancata e aveva dichiarato che nulla è più stupido di una collezione

di francobolli ed è un cretino chiunque se ne occupa. L'ultima

stravaganza, per citare così le due più prossime, era stato

l'alpinismo: Luisa Cima aveva trionfato della sua naturale pigrizia e,

vestita di bigio, con gli stivaletti ferrati, col bastone ferrato, con

gli occhiali azzurri, aveva scalato prima le altezze più facili, poi

le più difficili, aveva camminato sui sassi e sul ghiaccio, aveva

dormito in tutti i rifugi e segnava sul suo taccuino una delle

ascensioni più pericolose, quella delle _Grandes Jorasses_ sul Monte

Bianco: dopo di che, tornata a casa, col viso escoriato dal freddo,

con gli occhi ammalati di oftalmia, aveva deposto per sempre

l'_alpenstock_ e si era dichiarata un'alpinista della pianura. Ella

non visse normalmente, come tutte le altre donne, che un paio di mesi

e l'esistenza le parve subito la cosa più sciapita, più scialba e più

soffocante. Per sua fortuna venne a salvarla dalla monotonia e dalla

volgarità, questo innamoramento subitaneo del Giappone, innamoramento

appena nato diventato gigante, come accadeva sempre nel temperamento

eccessivo di Luisa Cima e nella sua immaginazione sempre pronta al più

amabile e al più innocuo delirio.

La cosa andò così. Tornò da un viaggio intorno al mondo un ufficiale

di marina, Paolo Collemagno, amico d'infanzia di Luisa Cima, e fra gli

altri doni esotici che le portò, vi fu una veste di crespo,

giapponese. La veste era di un colore azzurrino molto pallido, come

scolorito: e vi era tessuto dentro un disegno bianco e grigio di rami,

di fiori e di uccelli, molto bizzarro, come appare alle fantasie

europee tutto quello che esce dalle mani degli artefici dell'Estremo

Oriente. La veste di crespo aveva la forma giapponese, perfetta:

aperta innanzi, s'indossava come un accappatoio, incrociandosi poi,

sul petto, con due risvolti, e riaprendosi un pochino, verso i piedi,

facendo un po' di strascico rotondo e stretto, dietro. Alla cintura si

serrava con una larga fascia che girava due volte intorno alla persona

e che si annodava dietro, con un gran ciuffo. Ma le più strane e

seducentemente strane erano le maniche, larghe, di una forma fra

quadrata e triangolare, che si sollevavano come ali, che rialzandosi

mostravano tutto il braccio nudo e che, riabbassandosi, coprivano le

mani sino alla punta delle dita. Appena ebbe questa veste di crespo,

Luisa Cima corse in camera sua a provarla: trovò che essa non

rassomigliava a nessun'altra veste e che era, quindi, affascinante

nella sua singolarità: riapparve a Paolo Collemagno tutta rosea di

gioia, gli fece tre o quattro riverenze e gli chiese, con ansietà, se

ella non sembrava una perfetta giapponese. Ora, Luisa Cima era una

donna di media statura, mentre le giapponesi sono piccole: aveva dei

piedini lunghi e snelli, mentre le giapponesi li hanno brevi e

rotondi: era pallida, sì, non tendente al giallo: aveva gli occhi

larghi aperti, non così curiosamente piegati agli angoli sotto l'arco

curioso delle sovracciglia. Di giapponese, veramente, ella non aveva

che i capelli nerissimi. Ma Paolo Collemagno la trovò così carina nel

suo improvviso appassionamento del Giappone, ella girava intorno a lui

con tanta grazia di movenze, che egli non esitò un momento a giurarle

che ella era la più graziosa creatura che fosse mai apparsa in uno dei

sobborghi di Yeddo, in una festa di notte, coi lucidi capelli neri

legati in ciocche larghe, attraversati da spilloni e farfalle,

portando in mano sospesa a un bastone, una lanterna di carta.

D'altronde, da vicino e da lontano, Paolo Collemagno aveva sempre

avuto un debole per la sua amica d'infanzia, Luisa Cima.

--Paolo, Paolo, trovami subito un nome giapponese,--ella disse, tutta

fremente della sua novella eccentricità.

--Te lo troverò, non dubitare,--egli disse, ridendo, pigliandole le

piccole mani bianche che escivano dalle grandi maniche e baciandole,

Luisa Cima lo trovò da sé, il nome. In un paio di settimane, con

quella facilità e quella felicità che dà la fortuna, ella aveva

riempiuta la sua casa di tutti i mobili giapponesi, utili e inutili,

di semplice ornamento, quasi tutti, tanto è la loro fragilità e tanto

il loro criterio è solamente quello del lusso. I suoi divani erano

coperti da stoffe ricamate a draghi e a vegetazioni incoerenti: le

pareti erano tese di rasi dipinti dove la gru, l'animale fantastico e

pur familiare ai paesi del Sol Levante, appariva dappertutto: le sue

tavole, le sue scansie, le sue mensole, ogni ninnolo piccolo, come

ogni grande bronzo, ogni candelabro come ogni fermacarte, era del

carattere più autentico. Ella beveva del tè in una tazzina di

porcellana squisita e scriveva sovra quella carta che sembra fatta di

un tessuto che mai si frange. In quanto alla veste di crespo, Luisa

Cima non portava che quella e nulla era più piacente che vedere fra le

grandi maniche che sembrano ali, le braccia rotonde e bianche. Paolo

Collemagno che, ad ogni ritorno, voleva un po' più di bene alla sua

amica, glielo diceva sempre: ella che anche lo amava, un pochino, lo

udiva volentieri, ma purchè le parlasse del suo caro, del suo diletto

Giappone. Pigliava per mano Paolo e, gravemente, lo conduceva ad

ammirare tutti i paraventi dipinti ad acquarello, dove i fiori rosei

del mandorlo mettono una eterna primavera, le doppie mensole di bambù,

le scatole di lacca per i gioielli e per i guanti, quei grandi pugnali

ricurvi o piuttosto sciabolotti nascosti in una guaina di avorio

scolpita delicatamente, i vasi, immensi, dove appaiono processioni di

piccoli galantuomini, dell'Estremo Oriente, verdi, azzurri e rossi

sovra un fondo glauco e i piccoli vasi di Sahzuma sul loro fondo

appannato di oro.

--Ti piace, ti piace?--gli domandava, nella sua gentile frenesia.

Egli sorrideva, contento di averle dato una febbre così mite e così

interessante, e felice di vederla felice, poiché egli l'amava più di

quanto credesse.

--E il nome, il nome?--le diceva, seguendola in quella vivificazione

dell'esotismo più leggiadro.

--Lo troveremo,--rispondeva Luisa Cima.

Lo trovarono insieme, questo nome. Nelle sere di estate, presso la

terrazza carica di gelsomini odoranti, essi avevano letto l'una

accanto all'altro, con le teste che si toccavano, il libro di Pierre

Loti: _Japoneries d'automne_. Era anche un ufficiale di marina, lo

scrittore, e aveva lasciato nella patria delle persone care, eppure

aveva amato il paese delle donne piccoline, degli uomini gialletti e

delle casette che sì chiudono e si aprono come uno scatolino di

domino. E il libro era anche così triste, poichè le due nostalgie vi

formavano un insieme di tristezza; e Luisa e Paolo, talvolta, si

fermavano, guardandosi, colpiti dalla medesima malinconia. Si amavano

un poco, ambedue: ma non lo dicevano e ciò sembrava loro anche più

delizioso, in quella libertà e in quella solitudine. E lessero anche

l'altro libro giapponese di Loti: _Madame Crysanthème_, una storia di

amore lontano, fine e malinconico, di una malinconia così sottile e

così penetrante che Luisa e Paolo vollero rileggerlo, la seconda

volta. E subito, vedendo che molti nomi di donnine giapponesi

corrispondono a dei fiori, Luisa Cima trovò subito il suo: _madame

Héliotrope_. Il fiorellino di così chiaro viola, di un profumo

carezzevole nella sua acutezza, l'eliotropio, fu il suo fiore: ed ella

non firmò altrimenti, e non volle che altrimenti la si chiamasse che

col nome di _Madame Héliotrope_. Pure, a sentirselo dare da Paolo

Collemagno, ella era presa, immediatamente, da una tristezza e

mormorava, in quel francese che era stato sempre la sua lingua

prediletta e che rimaneva prediletta:

--_Pauvre madame Héliotrope!_

Ora, accadde che Paolo Collemagno era diventato molto innamorato di

lei e che, non potendo più tacerlo, glielo aveva detto: ell'aveva

ascoltato questa confessione di un sentimento che già conosceva, con

un misto di allegria e di mestizia. Anche ella era innamorata di

Collemagno, ora più di prima. Prima, prima, quando eran giovanissimi

ambedue, ella non aveva ceduto alla nascente simpatia, perchè un

fidanzato o un marito che doveva partire spesso, che dovea rimaner

lontano molto tempo, non le andava. Glielo aveva anche detto. O tutto

o niente, in amore, come nelle altre cose della vita: ed egli si era

rassegnato, tanto più che l'inclinazione non era ancora vivace, tanto

più che egli adorava la sua carriera. Luisa Cima si era anche

maritata, in un minuto di frenesia, con qualcuno che le pareva un uomo

d'immenso talento nella politica, poichè ella, allora, non fremeva e

non vibrava che per la politica. Aveva egli sofferto, colui che

viaggiava nei mari lontani, quando lesse, in qualche giornale, la

novella di quel matrimonio? Chi sa! Egli aveva chiesto ed ottenuto dei

lunghi imbarchi, mentre, dopo tre o quattr'anni, il qualunque uomo

politico di Luisa Cima moriva, a Roma, in tre giorni, colpito e

atterrato da una di quelle febbri mortali; e Luisa Cima che era stata

una moglie stravagantissima ma fedele, era una vedova dedita a una

quantità di originalità consecutive, ma senz'amanti. Lentamente, ad

ogni ritorno, le relazioni fra Paolo Collemagno e Luisa Cima si erano

riannodate, e solo adesso, non più giovanissimi entrambi, egli le

aveva parlato di amore con vivacità, con ardore. Anche essa lo amava;

sorrideva, mostrando i suoi denti bianchi, dicendoglielo, ma i suoi

occhi erano pieni di lacrime:

--_Cher Paul, madame Héliotrope vous adore...._--gli diceva, nel suo

preferito francese dove aveva meno timidità a parlare di amore.

Ebbene, ella strinse con Paolo Collemagno uno stranissimo patto, senza

il quale ella non avrebbe mai consentito ad amarlo. Aveva letto nel

romanzo di Loti _Madame Crysanthème_ di quelle unioni coniugali, che

gli ufficiali di marina celebrano con qualcuna di quelle donnine dai

piccoli occhi sorpresi e dai piccoli piedi che non sanno camminare, e

che durano tutto il tempo della loro dimora a Nagasaki o a Yokohama:

dopo, la nave da guerra riceve l'ordine di partire, gli sposi si

separano, per non rivedersi mai più, senza lacrime e senza sospiri.

Non è questo il fondamento del romanzo di Loti, di un sapore così

orientalmente mesto? Metà scherzando, metà sul serio, ella propose la

medesima cosa a Paolo Collemagno, come se si trovassero laggiù, in una

di quelle minuscole case di legno bianco, il cui solo ornamento è una

stuoia intrecciata e una scatola di té; metà sul serio, metà

scherzando, egli disse di no, ella non era mica una minuta e vezzosa e

leziosa giapponesina, da prenderla e lasciarla dopo sei mesi; e

subito, molto sul serio, ella andò in collera, dichiarando che non se

ne faceva niente. Ella si sentiva _madame Héliotrope_ sino alla punta

delle unghie: e voleva esser come quelle: se no, no. D'altronde--e qui

egli intese che vi era di segreto spasimo, in quel patto--ella non

voleva legarsi per sempre a un uomo che doveva partire, che doveva

restare lontano. Meglio prendere l'amore in ischerzo, allora, come al

Giappone; meglio combinare un piccolo romanzo senza seguito. Così, più

tardi, quando l'ordine di imbarcarsi sarebbe venuto, non avrebbero

sofferto nè l'uno nè l'altra e ognuno avrebbe serbato un dolce

ricordo.

Ahimè, egli fu debole e consentì, poichè l'amava moltissimo, poichè

l'aveva sempre amata, nel fondo dell'anima, e aveva sognato solo di

lei, nei lunghi anni di viaggio! Egli fu debole perchè l'adorava e

perchè ella era irresistibilmente adorabile, e perchè, infine, egli si

sentiva amato. Qual uomo, di fronte al compenso supremo, non accetta

qualunque patto, col segreto desiderio, con la segreta speranza che il

patto; per il destino, per la volontà istessa dell'amata, non si

mantenga? Egli accettò l'amore come glielo offriva la deliziosa

_madame Héliotrope_ avvolta nella sua veste di crespo di un azzurro

scolorito, coi suoi bei capelli neri rialzati a larghe e lucidissime

treccie fermate da spilloni a farfalla: egli l'amava troppo, per non

accettare tutto, dalla diletta donna.

Quanto tempo trascorse, così, nella casa dove l'arte dell'Estremo

Oriente creava a colui che vi aveva viaggiato, tutto un sogno, tutta

una visione lontanissima? Del tempo. Luisa Cima tenne lei, meglio, il

patto, poichè ella amò con maggior convinzione e con maggior

profondità, forse. Gli è che Paolo Collemagno, innamoratissimo come

era di _madame Héliotrope_, non temeva la sua partenza. Egli _sapeva_

che il patto di lasciarsi, di dividersi per sempre, senza che nè una

lettera nè una notizia dell'altro arrivasse mai all'orecchio dell'una,

non poteva esser mantenuto: egli sapeva che avrebbe sempre amato la

sua prima ed ultima amica, da vicino o da lontano, e che sarebbe

ritornato a lei, con tutto l'ardore represso nel cuore, più tardi e

sempre. Non così _madame Héliotrope_! Ella pareva perfettamente

convinta che la loro unione temporanea sarebbe finita fra non molto

per non riannodarsi più, mai più; ella si prodigava tanto e parlava

del suo avvenire senza Paolo, con una perfetta disinvoltura. L'amante

sorrideva e lasciava l'amata al suo gentile e ostinato capriccio.

Quando due si amano, nulla li divide, neppure la loro volontà: e il

patto sarebbe caduto. Così, _madame Héliotrope_ era più ardente, più

appassionata, più intiera, nell'amore che doveva avere una tanto breve

scadenza: mentre Paolo Collemagno amava meno, sapendo, di dover amar

sempre.

E l'annunzio della partenza fra un mese, fu accolto da _madame

Héliotrope_ con un pallore mortale, quasi la vita le fosse venuta a

mancare: mentre Paolo Collemagno, benchè triste, era rianimato da una

speranza costante e invincibile. In quel mese _cette pauvre madame

Héliotrope_, come si chiamava da sè Luisa Cima, fu di una dolcezza

snervante, di una vivacità nevrotica, di un languore dolente e tetro,

dove si riflettevano le alternative di un'anima che soffriva nella sua

essenza più intima. Pallida nella sua veste di crespo azzurro pallido

come lei, ella restava le giornate intiere accanto a Paolo Collemagno,

senza parlargli, tenendogli la mano, fumando qualche sigaretta oppiata

per calmare i suoi nervi, dicendogli di tacere ogni volta che apriva

la bocca. Egli voleva parlarle d'amore, dirle che quel patto non

sussisteva, che egli l'avrebbe portata con sè, l'immagine cara,

lontano lontano, che sarebbe ritornato a lei, più innamorato di prima,

giacchè egli l'amava per la vita e per la morte: ma appena egli

cominciava questo discorso, ella si turbava talmente, che Paolo non

osava continuare. Dei due, ella affettava una tristissima gaiezza, o

una forzata indifferenza, o una glacialità tetra; mentre egli aveva la

tristezza semplice di chi soffre, ma non è senza speranza. _Madame

Héliotrope_ tenne la sua parola. Ella non pianse e non sospirò: ma il

suo pallore faceva paura, nella sua bizzarra veste di crespo che

pendeva come un cencio, sul corpo abbandonato: e le povere braccia

appena ebbero forza di sollevarsi dalle grandi maniche, per l'ultimo

abbraccio.

--_Fini, l'amour_--ella balbettò, mentre egli spariva.

* * * * *

Il viaggio della corazzata dove era imbarcato Paolo Collemagno durò

più di quello che egli credesse: ma in tutte le ore di pace, in tutte

le ore di raccoglimento, egli pensava alla diletta donna, lasciata

nella patria. Il viaggio si prolungò, molto. Che importa? L'uomo era

innamorato e fedele e il patto non poteva sussistere. Non le scriveva,

perchè ella non aveva voluto; ma l'amava, con tutta l'anima. Non aveva

sue notizie, giacchè ella non voleva dargliene: ma l'avrebbe ritrovata

al ritorno! Pure, fu un viaggio così lungo! A San Paolo, egli ebbe

notizie. La letterina, scritta da una mano morente, sovra tenace carta

giapponese, diceva: _Cher Paul, cher Paul, cette pauvre madame

Héliotrope se meurt de vous...._

UN SUICIDIO

_(Julian Sorel)._

Egli saliva, lentamente, per via Nazionale, movendo i passi con

fatica: e sul bel volto pallido, consumato, disfatto, vi era

l'espressione di una mortale stanchezza. Andava con gli occhi bassi e

le mani prosciolte lungo la persona, urtato, sospinto dalla gente che

camminava in fretta ed egli pareva che nulla vedesse, nulla sentisse:

solo, ogni tanto, squillava, passando, la cornetta del _tram_ che

ascende da piazza Venezia a Termini, e Julian Sorel sussultava a quel

suono acuto, si voltava, si fermava e fissava coi suoi occhi smorti e

dolorosamente stanchi il carrozzone, che traballava sulle ruotaie con

un sordo fragore. Poi, Julian Sorel riprendeva la sua strada, sempre

più lentamente, fermandosi a guardare le vetrine delle botteghe, i cui

cristalli erano appannati dalla pesante umidità di quella mattinata di

marzo: ma i suoi occhi avevano l'atonia, la stupefazione fredda di chi

non vede. Pure, restò varii minuti dinnanzi a una mostra di

giocattoli, guardando una fila di bambole dai capelli biondi come la

stoppa, dagli occhi più azzurri di qualunque azzurro cielo, dalle

guancie più rosee di qualunque rosa: bambole in camicia merlettata, o

sontuosamente vestite di raso e di velluto, bambole impellicciate come

grandi dame russe, bambole col loro corredo e con i loro mobili. Una

nube di pianto venne a velare gli occhi aridi di Julian Sorel, innanzi

a quella biondezza tutta ricca di stoffe, innanzi a quelle creature

rosee cariche di adornamenti di lusso: ed egli dovette appoggiarsi

allo stipite della bottega, per non cadere. Se ne staccò, più affranto

di prima. Ma per quanto il suo passo fosse quello di chi non ha forza

di raggiungere la meta o teme di raggiungerla, egli giunse all'angolo

di via Torino, dove doveva voltare: si fermò, restò immobile, quasi

incapace di giungere fino al bigio villino, che già si vedeva, fra la

sottile fascia di verdi alberi che lo circondavano. Adesso, una

espressione di spavento si era unita, sulla sua faccia, alla profonda

stanchezza che ne trapelava: il grazioso villino sorgente fra i rami

che cominciavano a fiorire, gli faceva paura. Fu in preda a mille

esitazioni che egli attraversò quel breve spazio di strada; la sua

mano, pigiando il bottone bianco del campanello elettrico, tremava. Un

cameriere, ancora in giacchetta da mattina e con un grembiule di

cotonina azzurra davanti, gli venne ad aprire:

--La signora dorme ancora?--chiese Julian Sorel, con una debole voce

infranta, sperando tristemente di avere una risposta affermativa.

--No, Eccellenza: ha già chiamato da un'ora.

Gli amanti: pastelli · 第 5 / 9 段