inaspettato, impreveduto, _madame la marquise_ fu quella che aveva per
tanto tempo invocata e desiderata Giovanni Serra e in quel giorno ella
lo amò, con tutto il suo cuore, con tutta sé stessa. Non più di un
giorno: ma completamente, come per una vita intiera.
Sola nella gran luce del salone, Emma Lieti si chinò a toccare la
veste di seta, quasi fosse un talismano. Ella portava quel vestito,
nel gran giorno, quando egli era giunto alla Villa delle Rose, in
un'alba di maggio. Ella gli era andata incontro nel viale tutto
imperlato di' rugiada e vedendolo apparire, aveva sentito un sussulto
ignoto: con gli occhi, Giovanni Serra le aveva domandato se eran soli:
sorridendo, senza parlare, ella aveva risposto di sì: e sotto gli
ontani verdi egli aveva abbracciata _madame la marquise_ che rideva
teneramente. Ah in quel momento, ella sentì che tutte le istorie
amorose e appassionate non erano una fola di scrittori, come aveva
sempre creduto. Per la giornata odorosa di maggio, nel giardino come
alla campagna, nella casa magnifica, come in una capanna, ella restò
attaccata a lui, con un abbandono della sua piccola persona al saldo
braccio di colui che l'amava. Emma Lieti ebbe, negli occhi, nel
sorriso, nella voce, negli atti, la manifestazione di un'anima tutta
nuova e fresca, una bontà amorosa, una dolcezza amorosa, una fiducia
amorosa, un'infinita tenerezza amorosa che giammai erano esistite in
lei.
Quello che disse, quello che fece, ogni sua manifestazione portò il
suggello divino che solo gli amanti riconoscono e che gli indifferenti
invidiano: l'impronta indelebile della passione, unica e viva.
Insieme, andarono lontani, nella campagna, e ella non temette di
guastare le sue deliziose scarpette dalle fibbie antiche, né di
impolverare le sue fini calze di seta donde traspariva il roseo del
piede: _madame la marquise_ rideva degli spini, della polvere, delle
pietre, mentre il suo amante fremeva di gioia a quel riso e baciava la
cara piccola donna sotto gli alberi frementi al ponente che veniva dal
mare. Poi, le nuvole si addensarono un poco: il cielo si oscurò: essi,
ridendo, amandosi, adorandosi, crearono un ricovero di una capanna dal
tetto sfondato: ma ne uscirono subito, per correre sotto una grande
quercia: pure, la pioggia li colse e tutta la veste di seta fu
bagnata. _Madame la marquise_ fu così lieta e così felice per quella
pioggia che le rovinava la sua bella veste e batteva i suoi piedini in
terra e il suo amante, in quell'ora, credette di morire d'amore!
Tutto un giorno, ella fu sua, come egli l'aveva sognata per anni e
come ella non aveva mai supposto potesse essere, tanto si sentiva
indegna e fallace e perversa. Ella fu nella sua massima bontà senza
perfidie, nella massima sincerità senza ipocrisie, nel massimo
abbandono senza restrizioni. Giovanni Serra vide, per ventiquattr'ore,
nell'alba come nel meriggio, nel vespro come nella meravigliosa notte
indimenticabile, una donna nata e germogliata come un magnifico fiore,
per una intensa e breve ebbrezza. Quello che vi è di amore in un lungo
spazio di tempo e in cento cuori diversi fu raccolto, dalla volontà
del destino, in una sola coppa, perchè egli conoscesse di non aver
vissuto e di non aver amato invano. La piccola bionda pallida e fine
ebbe tutte le bellezze ed ebbe tutte le grazie, senza che mai una sola
traccia dell'antica donna deturpasse la divina immagine di quelle
ventiquattr'ore. Ah ella ricordava, _madame la marquise_, di aver
ricondotto l'amante suo, nell'alba seguente, dieci volte in capo al
viale rorido, donde egli doveva partire, e di avergli dieci volte,
trattenendolo, ripetuto le parole di Giulietta, di averlo dieci volte
scongiurato di restare, mentre egli partiva, pallido, col cuore
schiantato: poichè ella giurava di amarlo sino alla morte, ma l'uomo
intendeva che tutto era finito.
* * * * *
Ardevano i candelabri del salone. Crollata in terra, col capo perduto
nelle pieghe della veste di seta, con le braccia prosciolte, _madame
la marquise_ piangeva, macchiando di lacrime la molle stoffa già
bagnata dalla pioggia, nella gran giornata. Ella piangeva,
inutilmente.
LA VESTE DI CRESPO
_(Madame Héliotrope)_.
L'ultimissima e febbrile eccentricità di Luisa Cima era il
giapponesismo: e minacciava di superare tutte le altre a cui si era
abbandonata la giovane donna, nel suo insaziato desiderio di
originalità. La penultima stravaganza era consistita in una immensa,
mostruosa collezione di francobolli per cui Luisa Cima aveva delirato
graziosissimamente un anno, spedendo agenti in tutta l'Europa,
viaggiando lei, facendo la caccia al francobollo con l'ardore più
selvaggio e uscendo vittoriosa dopo le lotte più accanite con gli
altri collezionisti, più o meno deliranti come lei: infine, si era
stancata e aveva dichiarato che nulla è più stupido di una collezione
di francobolli ed è un cretino chiunque se ne occupa. L'ultima
stravaganza, per citare così le due più prossime, era stato
l'alpinismo: Luisa Cima aveva trionfato della sua naturale pigrizia e,
vestita di bigio, con gli stivaletti ferrati, col bastone ferrato, con
gli occhiali azzurri, aveva scalato prima le altezze più facili, poi
le più difficili, aveva camminato sui sassi e sul ghiaccio, aveva
dormito in tutti i rifugi e segnava sul suo taccuino una delle
ascensioni più pericolose, quella delle _Grandes Jorasses_ sul Monte
Bianco: dopo di che, tornata a casa, col viso escoriato dal freddo,
con gli occhi ammalati di oftalmia, aveva deposto per sempre
l'_alpenstock_ e si era dichiarata un'alpinista della pianura. Ella
non visse normalmente, come tutte le altre donne, che un paio di mesi
e l'esistenza le parve subito la cosa più sciapita, più scialba e più
soffocante. Per sua fortuna venne a salvarla dalla monotonia e dalla
volgarità, questo innamoramento subitaneo del Giappone, innamoramento
appena nato diventato gigante, come accadeva sempre nel temperamento
eccessivo di Luisa Cima e nella sua immaginazione sempre pronta al più
amabile e al più innocuo delirio.
La cosa andò così. Tornò da un viaggio intorno al mondo un ufficiale
di marina, Paolo Collemagno, amico d'infanzia di Luisa Cima, e fra gli
altri doni esotici che le portò, vi fu una veste di crespo,
giapponese. La veste era di un colore azzurrino molto pallido, come
scolorito: e vi era tessuto dentro un disegno bianco e grigio di rami,
di fiori e di uccelli, molto bizzarro, come appare alle fantasie
europee tutto quello che esce dalle mani degli artefici dell'Estremo
Oriente. La veste di crespo aveva la forma giapponese, perfetta:
aperta innanzi, s'indossava come un accappatoio, incrociandosi poi,
sul petto, con due risvolti, e riaprendosi un pochino, verso i piedi,
facendo un po' di strascico rotondo e stretto, dietro. Alla cintura si
serrava con una larga fascia che girava due volte intorno alla persona
e che si annodava dietro, con un gran ciuffo. Ma le più strane e
seducentemente strane erano le maniche, larghe, di una forma fra
quadrata e triangolare, che si sollevavano come ali, che rialzandosi
mostravano tutto il braccio nudo e che, riabbassandosi, coprivano le
mani sino alla punta delle dita. Appena ebbe questa veste di crespo,
Luisa Cima corse in camera sua a provarla: trovò che essa non
rassomigliava a nessun'altra veste e che era, quindi, affascinante
nella sua singolarità: riapparve a Paolo Collemagno tutta rosea di
gioia, gli fece tre o quattro riverenze e gli chiese, con ansietà, se
ella non sembrava una perfetta giapponese. Ora, Luisa Cima era una
donna di media statura, mentre le giapponesi sono piccole: aveva dei
piedini lunghi e snelli, mentre le giapponesi li hanno brevi e
rotondi: era pallida, sì, non tendente al giallo: aveva gli occhi
larghi aperti, non così curiosamente piegati agli angoli sotto l'arco
curioso delle sovracciglia. Di giapponese, veramente, ella non aveva
che i capelli nerissimi. Ma Paolo Collemagno la trovò così carina nel
suo improvviso appassionamento del Giappone, ella girava intorno a lui
con tanta grazia di movenze, che egli non esitò un momento a giurarle
che ella era la più graziosa creatura che fosse mai apparsa in uno dei
sobborghi di Yeddo, in una festa di notte, coi lucidi capelli neri
legati in ciocche larghe, attraversati da spilloni e farfalle,
portando in mano sospesa a un bastone, una lanterna di carta.
D'altronde, da vicino e da lontano, Paolo Collemagno aveva sempre
avuto un debole per la sua amica d'infanzia, Luisa Cima.
--Paolo, Paolo, trovami subito un nome giapponese,--ella disse, tutta
fremente della sua novella eccentricità.
--Te lo troverò, non dubitare,--egli disse, ridendo, pigliandole le
piccole mani bianche che escivano dalle grandi maniche e baciandole,
Luisa Cima lo trovò da sé, il nome. In un paio di settimane, con
quella facilità e quella felicità che dà la fortuna, ella aveva
riempiuta la sua casa di tutti i mobili giapponesi, utili e inutili,
di semplice ornamento, quasi tutti, tanto è la loro fragilità e tanto
il loro criterio è solamente quello del lusso. I suoi divani erano
coperti da stoffe ricamate a draghi e a vegetazioni incoerenti: le
pareti erano tese di rasi dipinti dove la gru, l'animale fantastico e
pur familiare ai paesi del Sol Levante, appariva dappertutto: le sue
tavole, le sue scansie, le sue mensole, ogni ninnolo piccolo, come
ogni grande bronzo, ogni candelabro come ogni fermacarte, era del
carattere più autentico. Ella beveva del tè in una tazzina di
porcellana squisita e scriveva sovra quella carta che sembra fatta di
un tessuto che mai si frange. In quanto alla veste di crespo, Luisa
Cima non portava che quella e nulla era più piacente che vedere fra le
grandi maniche che sembrano ali, le braccia rotonde e bianche. Paolo
Collemagno che, ad ogni ritorno, voleva un po' più di bene alla sua
amica, glielo diceva sempre: ella che anche lo amava, un pochino, lo
udiva volentieri, ma purchè le parlasse del suo caro, del suo diletto
Giappone. Pigliava per mano Paolo e, gravemente, lo conduceva ad
ammirare tutti i paraventi dipinti ad acquarello, dove i fiori rosei
del mandorlo mettono una eterna primavera, le doppie mensole di bambù,
le scatole di lacca per i gioielli e per i guanti, quei grandi pugnali
ricurvi o piuttosto sciabolotti nascosti in una guaina di avorio
scolpita delicatamente, i vasi, immensi, dove appaiono processioni di
piccoli galantuomini, dell'Estremo Oriente, verdi, azzurri e rossi
sovra un fondo glauco e i piccoli vasi di Sahzuma sul loro fondo
appannato di oro.
--Ti piace, ti piace?--gli domandava, nella sua gentile frenesia.
Egli sorrideva, contento di averle dato una febbre così mite e così
interessante, e felice di vederla felice, poiché egli l'amava più di
quanto credesse.
--E il nome, il nome?--le diceva, seguendola in quella vivificazione
dell'esotismo più leggiadro.
--Lo troveremo,--rispondeva Luisa Cima.
Lo trovarono insieme, questo nome. Nelle sere di estate, presso la
terrazza carica di gelsomini odoranti, essi avevano letto l'una
accanto all'altro, con le teste che si toccavano, il libro di Pierre
Loti: _Japoneries d'automne_. Era anche un ufficiale di marina, lo
scrittore, e aveva lasciato nella patria delle persone care, eppure
aveva amato il paese delle donne piccoline, degli uomini gialletti e
delle casette che sì chiudono e si aprono come uno scatolino di
domino. E il libro era anche così triste, poichè le due nostalgie vi
formavano un insieme di tristezza; e Luisa e Paolo, talvolta, si
fermavano, guardandosi, colpiti dalla medesima malinconia. Si amavano
un poco, ambedue: ma non lo dicevano e ciò sembrava loro anche più
delizioso, in quella libertà e in quella solitudine. E lessero anche
l'altro libro giapponese di Loti: _Madame Crysanthème_, una storia di
amore lontano, fine e malinconico, di una malinconia così sottile e
così penetrante che Luisa e Paolo vollero rileggerlo, la seconda
volta. E subito, vedendo che molti nomi di donnine giapponesi
corrispondono a dei fiori, Luisa Cima trovò subito il suo: _madame
Héliotrope_. Il fiorellino di così chiaro viola, di un profumo
carezzevole nella sua acutezza, l'eliotropio, fu il suo fiore: ed ella
non firmò altrimenti, e non volle che altrimenti la si chiamasse che
col nome di _Madame Héliotrope_. Pure, a sentirselo dare da Paolo
Collemagno, ella era presa, immediatamente, da una tristezza e
mormorava, in quel francese che era stato sempre la sua lingua
prediletta e che rimaneva prediletta:
--_Pauvre madame Héliotrope!_
Ora, accadde che Paolo Collemagno era diventato molto innamorato di
lei e che, non potendo più tacerlo, glielo aveva detto: ell'aveva
ascoltato questa confessione di un sentimento che già conosceva, con
un misto di allegria e di mestizia. Anche ella era innamorata di
Collemagno, ora più di prima. Prima, prima, quando eran giovanissimi
ambedue, ella non aveva ceduto alla nascente simpatia, perchè un
fidanzato o un marito che doveva partire spesso, che dovea rimaner
lontano molto tempo, non le andava. Glielo aveva anche detto. O tutto
o niente, in amore, come nelle altre cose della vita: ed egli si era
rassegnato, tanto più che l'inclinazione non era ancora vivace, tanto
più che egli adorava la sua carriera. Luisa Cima si era anche
maritata, in un minuto di frenesia, con qualcuno che le pareva un uomo
d'immenso talento nella politica, poichè ella, allora, non fremeva e
non vibrava che per la politica. Aveva egli sofferto, colui che
viaggiava nei mari lontani, quando lesse, in qualche giornale, la
novella di quel matrimonio? Chi sa! Egli aveva chiesto ed ottenuto dei
lunghi imbarchi, mentre, dopo tre o quattr'anni, il qualunque uomo
politico di Luisa Cima moriva, a Roma, in tre giorni, colpito e
atterrato da una di quelle febbri mortali; e Luisa Cima che era stata
una moglie stravagantissima ma fedele, era una vedova dedita a una
quantità di originalità consecutive, ma senz'amanti. Lentamente, ad
ogni ritorno, le relazioni fra Paolo Collemagno e Luisa Cima si erano
riannodate, e solo adesso, non più giovanissimi entrambi, egli le
aveva parlato di amore con vivacità, con ardore. Anche essa lo amava;
sorrideva, mostrando i suoi denti bianchi, dicendoglielo, ma i suoi
occhi erano pieni di lacrime:
--_Cher Paul, madame Héliotrope vous adore...._--gli diceva, nel suo
preferito francese dove aveva meno timidità a parlare di amore.
Ebbene, ella strinse con Paolo Collemagno uno stranissimo patto, senza
il quale ella non avrebbe mai consentito ad amarlo. Aveva letto nel
romanzo di Loti _Madame Crysanthème_ di quelle unioni coniugali, che
gli ufficiali di marina celebrano con qualcuna di quelle donnine dai
piccoli occhi sorpresi e dai piccoli piedi che non sanno camminare, e
che durano tutto il tempo della loro dimora a Nagasaki o a Yokohama:
dopo, la nave da guerra riceve l'ordine di partire, gli sposi si
separano, per non rivedersi mai più, senza lacrime e senza sospiri.
Non è questo il fondamento del romanzo di Loti, di un sapore così
orientalmente mesto? Metà scherzando, metà sul serio, ella propose la
medesima cosa a Paolo Collemagno, come se si trovassero laggiù, in una
di quelle minuscole case di legno bianco, il cui solo ornamento è una
stuoia intrecciata e una scatola di té; metà sul serio, metà
scherzando, egli disse di no, ella non era mica una minuta e vezzosa e
leziosa giapponesina, da prenderla e lasciarla dopo sei mesi; e
subito, molto sul serio, ella andò in collera, dichiarando che non se
ne faceva niente. Ella si sentiva _madame Héliotrope_ sino alla punta
delle unghie: e voleva esser come quelle: se no, no. D'altronde--e qui
egli intese che vi era di segreto spasimo, in quel patto--ella non
voleva legarsi per sempre a un uomo che doveva partire, che doveva
restare lontano. Meglio prendere l'amore in ischerzo, allora, come al
Giappone; meglio combinare un piccolo romanzo senza seguito. Così, più
tardi, quando l'ordine di imbarcarsi sarebbe venuto, non avrebbero
sofferto nè l'uno nè l'altra e ognuno avrebbe serbato un dolce
ricordo.
Ahimè, egli fu debole e consentì, poichè l'amava moltissimo, poichè
l'aveva sempre amata, nel fondo dell'anima, e aveva sognato solo di
lei, nei lunghi anni di viaggio! Egli fu debole perchè l'adorava e
perchè ella era irresistibilmente adorabile, e perchè, infine, egli si
sentiva amato. Qual uomo, di fronte al compenso supremo, non accetta
qualunque patto, col segreto desiderio, con la segreta speranza che il
patto; per il destino, per la volontà istessa dell'amata, non si
mantenga? Egli accettò l'amore come glielo offriva la deliziosa
_madame Héliotrope_ avvolta nella sua veste di crespo di un azzurro
scolorito, coi suoi bei capelli neri rialzati a larghe e lucidissime
treccie fermate da spilloni a farfalla: egli l'amava troppo, per non
accettare tutto, dalla diletta donna.
Quanto tempo trascorse, così, nella casa dove l'arte dell'Estremo
Oriente creava a colui che vi aveva viaggiato, tutto un sogno, tutta
una visione lontanissima? Del tempo. Luisa Cima tenne lei, meglio, il
patto, poichè ella amò con maggior convinzione e con maggior
profondità, forse. Gli è che Paolo Collemagno, innamoratissimo come
era di _madame Héliotrope_, non temeva la sua partenza. Egli _sapeva_
che il patto di lasciarsi, di dividersi per sempre, senza che nè una
lettera nè una notizia dell'altro arrivasse mai all'orecchio dell'una,
non poteva esser mantenuto: egli sapeva che avrebbe sempre amato la
sua prima ed ultima amica, da vicino o da lontano, e che sarebbe
ritornato a lei, con tutto l'ardore represso nel cuore, più tardi e
sempre. Non così _madame Héliotrope_! Ella pareva perfettamente
convinta che la loro unione temporanea sarebbe finita fra non molto
per non riannodarsi più, mai più; ella si prodigava tanto e parlava
del suo avvenire senza Paolo, con una perfetta disinvoltura. L'amante
sorrideva e lasciava l'amata al suo gentile e ostinato capriccio.
Quando due si amano, nulla li divide, neppure la loro volontà: e il
patto sarebbe caduto. Così, _madame Héliotrope_ era più ardente, più
appassionata, più intiera, nell'amore che doveva avere una tanto breve
scadenza: mentre Paolo Collemagno amava meno, sapendo, di dover amar
sempre.
E l'annunzio della partenza fra un mese, fu accolto da _madame
Héliotrope_ con un pallore mortale, quasi la vita le fosse venuta a
mancare: mentre Paolo Collemagno, benchè triste, era rianimato da una
speranza costante e invincibile. In quel mese _cette pauvre madame
Héliotrope_, come si chiamava da sè Luisa Cima, fu di una dolcezza
snervante, di una vivacità nevrotica, di un languore dolente e tetro,
dove si riflettevano le alternative di un'anima che soffriva nella sua
essenza più intima. Pallida nella sua veste di crespo azzurro pallido
come lei, ella restava le giornate intiere accanto a Paolo Collemagno,
senza parlargli, tenendogli la mano, fumando qualche sigaretta oppiata
per calmare i suoi nervi, dicendogli di tacere ogni volta che apriva
la bocca. Egli voleva parlarle d'amore, dirle che quel patto non
sussisteva, che egli l'avrebbe portata con sè, l'immagine cara,
lontano lontano, che sarebbe ritornato a lei, più innamorato di prima,
giacchè egli l'amava per la vita e per la morte: ma appena egli
cominciava questo discorso, ella si turbava talmente, che Paolo non
osava continuare. Dei due, ella affettava una tristissima gaiezza, o
una forzata indifferenza, o una glacialità tetra; mentre egli aveva la
tristezza semplice di chi soffre, ma non è senza speranza. _Madame
Héliotrope_ tenne la sua parola. Ella non pianse e non sospirò: ma il
suo pallore faceva paura, nella sua bizzarra veste di crespo che
pendeva come un cencio, sul corpo abbandonato: e le povere braccia
appena ebbero forza di sollevarsi dalle grandi maniche, per l'ultimo
abbraccio.
--_Fini, l'amour_--ella balbettò, mentre egli spariva.
* * * * *
Il viaggio della corazzata dove era imbarcato Paolo Collemagno durò
più di quello che egli credesse: ma in tutte le ore di pace, in tutte
le ore di raccoglimento, egli pensava alla diletta donna, lasciata
nella patria. Il viaggio si prolungò, molto. Che importa? L'uomo era
innamorato e fedele e il patto non poteva sussistere. Non le scriveva,
perchè ella non aveva voluto; ma l'amava, con tutta l'anima. Non aveva
sue notizie, giacchè ella non voleva dargliene: ma l'avrebbe ritrovata
al ritorno! Pure, fu un viaggio così lungo! A San Paolo, egli ebbe
notizie. La letterina, scritta da una mano morente, sovra tenace carta
giapponese, diceva: _Cher Paul, cher Paul, cette pauvre madame
Héliotrope se meurt de vous...._
UN SUICIDIO
_(Julian Sorel)._
Egli saliva, lentamente, per via Nazionale, movendo i passi con
fatica: e sul bel volto pallido, consumato, disfatto, vi era
l'espressione di una mortale stanchezza. Andava con gli occhi bassi e
le mani prosciolte lungo la persona, urtato, sospinto dalla gente che
camminava in fretta ed egli pareva che nulla vedesse, nulla sentisse:
solo, ogni tanto, squillava, passando, la cornetta del _tram_ che
ascende da piazza Venezia a Termini, e Julian Sorel sussultava a quel
suono acuto, si voltava, si fermava e fissava coi suoi occhi smorti e
dolorosamente stanchi il carrozzone, che traballava sulle ruotaie con
un sordo fragore. Poi, Julian Sorel riprendeva la sua strada, sempre
più lentamente, fermandosi a guardare le vetrine delle botteghe, i cui
cristalli erano appannati dalla pesante umidità di quella mattinata di
marzo: ma i suoi occhi avevano l'atonia, la stupefazione fredda di chi
non vede. Pure, restò varii minuti dinnanzi a una mostra di
giocattoli, guardando una fila di bambole dai capelli biondi come la
stoppa, dagli occhi più azzurri di qualunque azzurro cielo, dalle
guancie più rosee di qualunque rosa: bambole in camicia merlettata, o
sontuosamente vestite di raso e di velluto, bambole impellicciate come
grandi dame russe, bambole col loro corredo e con i loro mobili. Una
nube di pianto venne a velare gli occhi aridi di Julian Sorel, innanzi
a quella biondezza tutta ricca di stoffe, innanzi a quelle creature
rosee cariche di adornamenti di lusso: ed egli dovette appoggiarsi
allo stipite della bottega, per non cadere. Se ne staccò, più affranto
di prima. Ma per quanto il suo passo fosse quello di chi non ha forza
di raggiungere la meta o teme di raggiungerla, egli giunse all'angolo
di via Torino, dove doveva voltare: si fermò, restò immobile, quasi
incapace di giungere fino al bigio villino, che già si vedeva, fra la
sottile fascia di verdi alberi che lo circondavano. Adesso, una
espressione di spavento si era unita, sulla sua faccia, alla profonda
stanchezza che ne trapelava: il grazioso villino sorgente fra i rami
che cominciavano a fiorire, gli faceva paura. Fu in preda a mille
esitazioni che egli attraversò quel breve spazio di strada; la sua
mano, pigiando il bottone bianco del campanello elettrico, tremava. Un
cameriere, ancora in giacchetta da mattina e con un grembiule di
cotonina azzurra davanti, gli venne ad aprire:
--La signora dorme ancora?--chiese Julian Sorel, con una debole voce
infranta, sperando tristemente di avere una risposta affermativa.
--No, Eccellenza: ha già chiamato da un'ora.