guardato con tanta freddezza disinvolta, si era avviato innanzi con
tanta indifferenza, senza guardare neppure se Julian Sorel lo
seguisse, che costui fremette di dolore, cogliendo subito con la sua
sensibilità malata quella sfumatura di disprezzo, in quel servo.
Julian Sorel aveva attraversato una grande anticamera e due salotti,
ammobiliati col lusso più autentico, più austero, e più artistico e si
era fermato nel _hall_, nel salone-serra, tutto coperto a cristalli e
velato da sottili ma impenetrabili tende di garza orientale, tutto
pieno delle piante più rare e dei mobili più ricchi e più bizzarri,
distese sul pavimento le più morbide pelli e sorgenti da ogni vaso di
rara porcellana di Delft o di Cina i fiori più esotici. L'aria vi era
riscaldata, tiepida: e un assai strano e inebriante profumo era in
quell'aria. Seduto in una poltrona di bambù, con i gomiti appuntati
sulle ginocchia e il mento appoggiato alle mani, egli si abbandonava,
direi, a tutto il suo accasciamento, senza levare il capo, senz'udire
neppure il lievissimo passo di Gwendaline Harris; e la bionda e snella
donna gli era avanti, lo fissava coi suoi freddi e brillanti occhi
azzurri, più azzurri di qualunque cielo, passando le dita rosee e
sottili nella piuma bianca volitante onde era guarnita la sua
vestaglia di lana bianca, tutta ricamata di argento come una stola.
--Dunque?--chiese la voce fresca e nitida della donna.
--Oh Gwendaline....--egli mormorò diventando più pallido ancora, non
reggendo a sostenere lo sguardo di quei glaciali occhi azzurri.
Ella si sdraiò, tutta bianca, in un divano di riposo bianco, coperto
di cuscini di seta bianca così molli che vi affondò. Si vedevano i due
piedini calzati di pianelle di velluto bianco con l'orlo di piuma e di
calze sottilissime di seta nera, sottilmente ricamate di argento. La
massa dei capelli biondi era sostenuta da un gran pettine, tutto
seminato di minute perle, e due grosse perle bianchissime le pendeano
dalle orecchie. Ella giuocava coi fili delle piume, pian piano, come
un uccellino che liscia le sue piume. Il roseo della sua candidissima
pelle era più veramente roseo di qualunque rosa.
--Dunque?--domandò, di nuovo, a Julian Sorel.
Costui non osò ancora rispondere, e la guardò con gli occhi preganti.
Gwendaline crollò un poco la testa biondissima e si mise a giuocare
coi suoi fulgidi anelli, che le coprivano le dita sino alla prima
falange, sino all'indice, come a un idolo di Egitto.
--L'affare è andato a male?--chiese poi Gwendaline con la pura voce
cristallina.
--A male,--egli rispose fievolmente.
--Per sempre?
--Per sempre,--egli ripetette come un'eco fatale.
Nessuna impressione di meraviglia, di tristezza, di pietà venne a
turbare quel roseo volto di donna, quella nitida e serena fronte, quei
gelidi occhi di cielo.
--Tu sei un uomo morto,--ella dichiarò, freddamente.
--Già,--disse Julian Sorel, terreo nel volto come un cadavere.
--Che sei venuto a fare, qui? Questo non è un cimitero e nessuno dei
miei cofani antichi può servirti da bara,--disse Gwendaline, senza
collera, alitando sopra un suo anello di opale per farlo ridiventare
lucido.
--Ero venuto a salutarvi per l'ultima volta.
--E ieri sera, non ti avevo detto _addio_? Non lo hai capito?
--Non lo avevo capito: e avevo la speranza del banchiere Colzado,
stamane....--egli mormorò, umilmente.
--Speranza inutile: ai morti nessuno dà denaro.
--Hai ragione,--sentenziò lui, a bassa voce, a capo chino.
Ella lo sogguardò stranamente. Pareva che misurasse la morale
profondità di quell'abbattimento e che volesse sapere di che fosse
capace quella immensa debolezza. Egli taceva, perduto, esausto.
--A che cifra ascendono i tuoi debiti?--ella domandò, a un tratto, con
la voce fredda e limpida.
Julian Sorel alzò la testa e guardò Gwendaline, trasognato: quasi non
avesse udito, o non avesse inteso.
--A che cifra ascendono i tuoi, debiti?--ella replicò, dominandolo coi
suoi azzurri occhi glaciali.
--Non lo so.... non so.... non me ne parlare,--egli pregò fremendo,
passandosi una mano sulla fronte.
--Tu devi duecentosettantamila lire, ho fatto io il conto.
Parve che le sillabe di questa dura frase battessero tutte sul
cervello dell'infelice, perchè il suo volto si decompose.
--E non hai un soldo per pagare; e non hai più nessuna risorsa, le hai
esaurite tutte; e non hai nessuna speranza di eredità, perchè ti sono
morti tutti i parenti, nessuna speranza nel tuo lavoro, perchè non sai
lavorare, sei stato un uomo dato all'amore e al piacere, nessuna
speranza di affare, di speculazione perchè fra un mese, fra una
settimana, tu sarai un fallito, un truffatore.
--Gwendaline, se mi vuoi bene, taci, taci....
--Io non ti voglio bene,--ella proclamò, ma quietamente.
--Se me ne hai voluto, taci, non mi uccidere tu....
--Io non ti ho mai voluto bene,--ella insistette a negare, serrando
fieramente le belle labbra rosse e fresche.
Julian Sorel la guardò, con tale una novella disperazione negli occhi
che la superba donna sorrise di orgoglio.
--Qualche volta.... mi hai detto che mi volevi bene....--egli
balbettò.
--Ho mentito, naturalmente,--spiegò ella,--e tu sapevi bene che
mentivo. Ti faceva piacere che io mentissi, ecco tutto.
--Sì, è vero, la tua bugia era la mia più grande felicità.
--......e così,--ella concluse,--tu hai speso tutto quello che
possedevi e tu hai fatto duecentosettantamila lire di debiti per
pagare questa bugia. Per questa bugia sei alla morte.
--Alla morte,--ribattè lui, aprendo le braccia, col gesto dell'ultima
desolazione.
--Era una dolce e bella bugia, diciamolo,--riprese Gwendaline,
incrociando i suoi piedini leggiadri, calzati finemente, delicatamente
di nero e di bianco,--e vale la pena di morire per essa. Non sperare
che i tuoi creditori ti lascino tregua! Tu devi fra cinquanta e
sessantamila lire di denaro, a Giacomo Levi, a Francesco Sangiorgio, a
Giovanni Lamarca, tuoi amici, che ti sei inimicati per sempre e che ti
perseguitano assai peggio dei due strozzini, Pietro Toscano e Angelo
Cabib a cui devi meno, molto meno, ma gli interessi sono saliti così
in alto! Tu devi, poi, ai fornitori di Parigi, a Worth, a Morin, a
Redfern, tutti vestiti che sono serviti per me e ti han fatto credito,
perchè avevi speso da loro la metà della tua fortuna: devi ai sarti
italiani, a Bellom, a Pontecorvo, alle sorelle Borla, alla Tua; devi a
tutti i negozi di gioielleria, a Marchesini qui, a Franconeri di
Napoli; e devi a tutti i negozianti di mobili e di ninnoli eleganti, a
Janetti, a Cagiati, a Maria Beretta, devi anche a Guglianetti di
Milano; tutti costoro ti han fatto credito, perchè avevi tanto e tanto
comperato, prima, da loro! Ma vogliono il loro denaro, e hanno
ragione; perchè lo dovrebbero perdere?... Sono della brava gente!
--Gwendaline, Gwendaline, non essere senza carità, taci, taci, io
muoio....--gridò lui, con gli occhi stravolti dal dolore acutissimo.
--Sai quale è il bilancio della bella e dolce bugia?--continuò ella,
come se non lo avesse udito.--Un milione e ottocentomila lire. Tu,
m'immagino, non hai neanche il denaro per comperare una rivoltella....
--Non l'ho,--egli gemette, dal suo abisso di dolore.
--Un milione e ottocentomila lire: e dover anche ricorrere a un
suicidio economico, a un suicidio poveretto, a quello degli
straccioni, delle serve tradite, al fiume, al Tevere!--mormorò ella,
con un vago sorriso, come se parlasse a sè stessa.
Egli levò i suoi occhi dolorosamente stupefatti, su lei. E Gwendaline
comprese il senso di quella stupefazione.
--Tu, adesso, dici fra te stesso, che io sono un mostro di
crudeltà....
--Non dico nulla....--balbettò la debolissima creatura.
--Lo dici. Hai torto. Facciamo il nostro bilancio, poichè non dobbiamo
vederci più. Tu, che hai voluto da me?
--Che mi volessi bene, che io potessi essere il tuo amante, il tuo
amico, il tuo servo....
--E io che ti ho chiesto?
--Niente.
--E tu mi hai dato tutto, per farti amare o perchè io fingessi di
amarti. Ecco il bilancio. Ora io, per farti vedere che non sono
crudele, non posso darti che un solo savio consiglio: ucciditi. Avevi
una fortuna, non l'hai più; avevi un'amante, non l'hai più; avevi un
onore, esso è naufragato: sei un'anima fine e molle, un temperamento
sensibile e debole, un cuore tenero e sentimentale e hai, insieme, un
bisogno di godere, di esser felice, che è il tuo maggior bisogno; non
puoi, dunque, combattere contro la miseria, contro l'abbandono, contro
il disonore. Ucciditi, ucciditi, non ti puoi salvare diversamente. A
che vivresti? Chi si uccide, paga i suoi debiti: chi si uccide, non ha
più bisogno nè di onore, nè di amore, nè di denaro: chi si uccide,
conquista la pace suprema. Non hai più nulla da fare, nel mondo;
vattene via, nella fossa comune, ivi non sono creditori, nè
appariscono più i divini e dannati occhi azzurri che furono la causa
della tua morte.
Lampeggiarono, gli azzurri occhi, a queste ultime parole. Julian Sorel
li guardava e ne beveva il veleno di morte, Julian Sorel udiva la
chiara e ferale voce e ne sentiva, al cuore, le mortali, le lugubri
vibrazioni.
--Sono due mesi che ho deciso di uccidermi, quando non vi fosse più
rimedio,--egli disse, fiocamente.
--Hai aspettato troppo: va, va a buttarti nel Tevere,--diss'ella,
guardandolo, ipnotizzandolo, dandogli la suggestione dell'amore, del
dolore, del terrore.
--Vado,--disse Julian Sorel e si levò.
Ma non fece un passo. Ella lo guardò ancora, per vincerlo intieramente
nella sua infinita debolezza.
--Va, va, sarai più felice, morto,--gli disse ancora, Gwendaline.
--Dammi un bacio,--chiese egli, umilmente, inginocchiandosi innanzi al
divano dove ella giaceva sdraiata, per non darle il fastidio di
levarsi.
Ella si voltò leggiermente, all'uomo inginocchiato: gli prese la testa
fra le mani sottili e ingemmate e gli posò le belle e fresche labbra,
sulla fronte. E a lui parve che, ancora, in quel lungo bacio, le
labbra di Gwendaline gli avessero detto:
--Va, va, sarai più felice, morto.
* * * * *
Scendendo, per via Nazionale, Julian Sorel andava alla morte. Non
trascinava più a stento le sue gambe stanche, ma non correva neppure;
non si fermava più, a certe vetrine, ma gli occhi che fissava sui
viandanti, avevano la stessa dolente espressione di chi non vede; non
trasaliva più, quando squillava la cornetta del _tram_, ma il pallore
del suo volto era diventato livido. L'uomo agonizzante aveva ricevuto
la estrema ferita: ma gli era anche stata indicata una via ed egli vi
andava, senz'affrettarsi, ma fatalmente, alla luce azzurrina e
glaciale di due occhi divini che lo conducevano, al suono funebre di
una cristallina voce muliebre che lo accompagnava, alla carezza di due
mani sottili sulle tempie e nei capelli, all'ultimo bacio dalle labbra
parlanti, ultimo bacio e ultime parole, penetrate nel cervello,
nell'anima, nel cuore, in tutto l'essere. Adesso, camminando, Julian
Sorel pensava soltanto in quale punto del gran Tevere egli si dovesse
andare a buttare: Gwendaline Harris non glielo aveva detto. Non a
Ripetta, poichè il ponte è troppo frequentato di giorno e vi sono le
imbarcazioni dei canottieri e il suicidio vi fa fiasco quasi sempre:
non all'Albero Bello, perchè un posto prediletto alla morte e vi è una
barca di salvataggio; non a Ripa, perchè vi sono troppe tartane
cariche di vino di Sicilia; dove, dunque? Si rammentò una sera di
agosto, in cui, di passaggio per Roma con Gwendaline Harris, venendo
da Vienna e andando a Sorrento, erano andati a Ponte Molle,
borghesemente, come tutti coloro che sono costretti a restare in Roma
nell'estate: e avevan passeggiato, su e giù, lungo il fiume, verso i
vasti prati di Tor di Quinto, verso la ombrosa via Angelica:
Gwendaline era vestita di molle seta bianca, come sempre di bianco, e
aveva un gran mantello leggiero di lana bianca: sì, sì, egli sarebbe
morto a Ponte Molle, verso Tor di Quinto o per la riva di via
Angelica, era ancora lei che gli suggeriva questa idea. Era a piazza
Venezia, quando si decise. E prese per il Corso, sulla diritta.
Qualcuno lo salutò, egli non riconobbe chi fosse e passò innanzi:
varii lo fermarono, eran creditori di piccole, di grandi somme e la
domanda variava, ora brutale, ora piagnolosa, ma insistente, ma
implacabile, lo avean saputo ricco e gli avean fatto credito, e
credevan che avesse denaro ancora, credean che si negasse per mala
volontà. Tutta la traversata del Corso fu una lunga tortura, per lui
fu il tormento immeritato, ingiusto, poichè, infine, egli andava a
morire, di questo passo, fra un concerto di voci, di parole, di frasi
che gli dicevan, tutte, cercandogli i denari:
--Va, va a buttarti nel fiume: sarai più felice, morto.
Tanto che giunto verso piazza del Popolo, fu preso, nella mitezza
sentimentale della sua debole natura, da un furore di morte. Andò
contro un pesante _omnibus_ di albergo che correva, per farsi
arrotare: ma il cocchiere lo schivò bestemmiando, gridando. A
quell'ora, in quella giornata umida e triste di marzo, fuori porta del
Popolo non vi era quasi nessuno: e quella crescente solitudine lo
calmò un poco, mentre si metteva per il fangoso marciapiede che per la
via Flaminia, lungo i colli Parioli, porta a Ponte Molle. Nessuno nel
piccolo caffè dove si fermano i cocchieri da nolo e i carrettieri;
nessuno, nelle piccole osterie che pullulano ogni cinque passi, sino
alla metà di via Flaminia; nessuno, pei campi deserti, tutto un
deserto di mota, dove cresce a stento qualche alberetto nerastro. Egli
pensò, se avesse dovuto scriver qualche cosa prima di morire, una
spiegazione, un saluto: e un novello fiotto di disperazione lo
soffocò, non aveva nessuno, nessuno cui scrivere, nè un parente, nè un
amico, nè una conoscenza, non lo avrebbero rimpianto e maledetto che i
suoi creditori: aveva vissuto come un gaudente, solo per l'amore, pel
lusso, pel piacere, e moriva così, per queste cose, portando
nell'anima come ultimo addio le parole di Gwendaline Harris per cui
aveva speso un milione e ottocentomila lire, le parole con cui gli
diceva di uccidersi, perchè sarebbe stato più felice, morto. Nessuno,
nessuno, non la madre, non una sorella, non una fidanzata, non un
amico, niente, niente, non una lacrima umana, su lui: e l'estrema
scena della sua vita nella gran solitudine, nel gran silenzio della
campagna romana, in quel tristissimo giorno di marzo, camminando e
affondando nel fango, era il degno compimento della sua esistenza.
A un tratto, sentì un urto contro una gamba: si voltò. Gli veniva
dietro un cane e lo guardava. Era un bruttissimo, sporchissimo e magro
cane, che pareva avesse addosso dieci giorni di vagabondaggio e di
fame, pel fango della campagna; un cane che faceva schifo. Donde era
sbucato? Julian Sorel non avrebbe potuto dirlo. Non vi erano più case,
sulla via Flaminia: forse era sbucato, inopinatamente, dalla viottola
dell'Arco Scuro che porta alla piana dell'acqua Acetosa. Gli veniva
dietro, forse, da qualche tempo: e guardava Julian Sorel, coi suoi
buoni e dolci occhi di cane.
--Passa via,--gli disse costui sgarbatamente.
Il lurido cane si fermò un minuto: poi, ricominciò a seguire Julian
Sorel.
--Passa via,--e gli diede un calcio.
Il povero cane prese il calcio in una spalla e guaì dolorosamente: ma
sempre guardando Julian Sorel, lo seguì ancora. Quello si fermò,
turbato assai. Perchè lo seguiva, quel cane, così ostinatamente, anche
dopo essere stato battuto? Perchè lo guardava con quegli occhi che
parevano umani, tanto esprimevano la pietà e il dolore?
--Sarà un cane perduto e affamato e cerca un padrone,--egli pensò,
mentre stava fermo a contemplare quella bestia singolare.
Anche il cane si era fermato: e teneva il capo basso aspettando.
--Va via, va via,--gli disse Julian Sorel,--io ho da morire.
La bestia levò il capo e guardò, con quegli occhi di animale
caritatevole, povero e dolente. Tutta l'anima di Julian Sorel tremò,
di sgomento, di stupore. Ma _chi, chi_ lo guardava, in quel tenero
sguardo animalesco, quale novella ossessione di pietà veniva a dargli
un ultimo dolore, un dolore fatto di tenerezza umile, di struggimento
amarissimo e dolcissimo?
--Ho da morire, ho da morire,--egli disse, parlando a quella bestia
come a un uomo,--sarò più felice morto.
E si avviò, di nuovo, verso Ponte Molle, reprimendo tutte le lagrime
di una ignota tristezza che gli salivano agli occhi, reprimendo
l'acutezza di un misterioso rimpianto. Il cane lo seguiva, passo
passo: e Julian Sorel lo udiva, dietro a sè, camminare fedelmente,
sudicio fino alla nausea, brutto fino al disgusto, mezzo morto dalla
fame e dalla fatica, ma deciso a seguirlo, fin dove voleva andare
l'uomo che andava alla morte. In preda a un invincibile turbamento,
fra una bizzarra novella disperazione e fra un bizzarro disfacimento
di tutta la sua volontà, Julian Sorel fremeva, udendo quel passo di
animale, vigile, quasi inflessibile nella sua affettuosa persecuzione:
avrebbe voluto fermarsi, batterlo, buttargli delle pietre, ucciderlo a
calci nel ventre, ma l'idea di affrontare quei teneri occhi canini
così impregnati di umana pietà, lo spauriva. Ah certo, certo,
_qualcuno_ lo guardava per quegli occhi! Non osava fissarli, quegli
occhi di animale quasi che essi gli parlassero di tutte le bontà umane
che egli aveva disdegnate, di tutte le sofferenze umane che egli aveva
disprezzate, di tutte le umane lacrime che per lui erano scorse
invano: non osava fissarli, quasi che vi si trovasse, in essi, il
rimprovero ignoto, mistico e austero che fa la Vita a chi non seppe
conoscerla e non seppe, quindi, meritarla. _Chi_ lo guardava, per
quegli occhi così profondi di compassione, _chi_ piangeva ancora, su
lui, sulla esistenza di bruto capriccioso e gaudente che egli aveva
vissuta, chi piangeva su quella nobile anima trascinata nella vergogna
da un amore impuro? Ah quella bestia non se ne voleva andare, lo
seguiva, lo seguiva sino al suo ultimo passo, nessuna forza umana
avrebbe potuto liberarlo da quella compagnia.
--Venga, dunque, a vedermi morire,--egli pensò.
Ma a Ponte Molle incontrarono tre carretti di pozzolana che venivano
lentamente verso Roma, al fischio malinconico dei burberi carrettieri:
e verso Tor di Quinto parve a Julian Sorel che il paesaggio fosse
troppo largo, troppo aperto per uccidersi, buttandosi nel fiume.
Meglio la grande e sinuosa via di porta Angelica, che costeggia, sotto
i grandi alberi, il vasto fiume giallo pieno di gorghi e i prati alla
Farnesina.
Sarebbe disceso sulla proda e tacitamente, cadendo più che buttandosi,
senza nessun rumore, sarebbe morto nel profondo e truce fiume. Ma il
cane era dietro a lui, lambendogli le gambe, ma il cane avrebbe
latrato vedendolo cadere nel fiume, ma il cane si sarebbe forse
buttato nel fiume per salvarlo, ma il cane non voleva che egli
morisse, ecco l'idea terribile sorta nello sconvolto cervello di
Julian Sorel. Ed allora, quasi che quello sconosciuto animale fosse un
uomo, quasi che egli potesse intendere, tutto, Julian Sorel, nella via
deserta e fangosa, sotto i grandi alberi neri e nudi, innanzi a vasto
e giallo fiume, gli gridò, desolatamente:
--Io debbo morire, io debbo morire, ho duecentosettantamila lire di
debiti e non posso pagare, debbo morire, lasciami morire....
La povera bestia, sordida e laida, guardava Julian Sorel, cogli occhi
spiranti pietà, come velati dalle lacrime: non una voce, non un passo
per la campagna ampia e fumante umidità dal fango dei campi: non una
voce, non una barca, sul largo fiume dai gorghi esiziali: soli,
quell'uomo e quel cane. Quello sguardo! Non diceva forse, a Julian
Sorel, quell'umile sguardo d'animale che la morte non salva dal
disonore, che è più onesto vivere scontando la pena del grande errore
anzi che rifugiarsi nella tomba? _Chi, chi_, glielo diceva, in quegli
occhi e nella sua coscienza? Tutti i suoi che erano morti, alla loro
ora, quietamente, toccati dal destino, ma onorati, ma ridenti di esser
rimpianti, glielo dicevano, forse, in quegli occhi: tutti quelli che
lo avevano amato e che erano lontani, e che non potevano salvarlo,
adesso: tutti coloro che egli aveva amato, nell'infanzia, nella
giovinezza, dieci anni, un giorno, un'ora, costoro, forse, o le loro
ombre amate, o le loro lontanissime tenere voci o i loro occhi buoni
che lo volevan salvare, o le loro mani carezzevoli che lo volevan
trattenere: costoro, in quello sguardo! Vinto da una immensa
debolezza, Julian Sorel si lasciò andare sulla proda arenosa del
fiume, nascondendo la faccia nella umida arena, con le braccia aperte,
singultando lievemente, ogni tanto, ma senza piangere. Il cane si era
seduto accanto a lui, aveva posato il muso infangato sulle sporche e
scarne zampe: e per tutto quel tempo in cui Julian Sorel giacque,
lungo disteso, nella fatalità della Vita e della Morte che si
combattevano la loro preda, la povera bestia non si mosse, tenendo
fissi i suoi occhi sull'uomo che spasimava. Spasimava la debolissima
creatura che aveva sempre vissuto pel sorriso del minuto, senza
volontà, senza fede, senza bontà: spasimava, l'anima fiacca, l'anima
vinta, l'anima immeschinita dalle piccole idee e dagli impuri
desiderii: spasimava la creatura che aveva gittato via la parte nobile
di sè, e che temeva il castigo, e che voleva fuggire il castigo:
spasimava! Correvano le acque torbide del fiume micidiale che avean
portato alla deriva tanti cadaveri; taceva la feral campagna romana
immobile sotto l'umido fiato maligno del marzo; cadeva il giorno. Il
cane, pian piano, lambì la mano aperta di Julian Sorel: quella carezza
indistinta fu come un soffio, come una voce, come una parola, fu come
l'apparizione di un fantasma. Il corpo dell'uomo disteso ebbe un gran
sussulto, e il cuore, veramente, gli si franse nella tenerezza, nel
pentimento, nella pietà, nel desiderio dell'umano e del divino
castigo. Poi, nel crepuscolo gelido, tornò verso Roma, lentamente: fra
la via Angelica e la via Trionfale, il cane disparve, nell'ombra, e
Julian Sorel continuò la sua strada verso Roma, verso il castigo.
IL CONVEGNO
_(La piccola Maria)._
I.