Vicenzella non stava più alle mosse: Fortuna, seduta per terra,
accanto a lei, dormicchiava. Come l'ora del mezzodì si approssimava,
la vendita del polipo cotto cominciava. Vicenzella aveva tre o quattro
piattelli di cretaglia bianca, sul parapetto della via: appena un
avventore si presentava, ella immergeva lo schidioncino nella
pignatta, ne traeva un pezzo di polipo, tutto riccio e lo metteva sul
piattello, aggiungendovi un pezzo di galletta, già molle, e una
cucchiaiata di brodo rosso. L'avventore, in piedi, chiacchierando,
mangiava con le mani il saporito e tenace frammento di polipo, poi
accostava le labbra al piattello e sorbiva il brodo. La porzione
semplice costava due soldi, la doppia quattro soldi. Vicenzella,
misurava con equità la porzione, non si confondeva, non esitava: in un
momento ebbe intorno due o tre muratori che lavoravano al Chiatamone,
un ostricaro, un postiglione di tramvai: ella si sbrigava, assai
seria, non dando retta alle parole di quelli che le facevano la corte,
stringendosi nelle spalle, con un moto di superbia e di disprezzo,
buttando i soldi nel taschino del grembiule. Quando venne
Franceschella, la venditrice di acqua sulfurea, per avere due soldi di
polipo, non ve n'era più.
--È finito adesso adesso,---disse Vicenzella, mostrando la pignatta
dove solo un po' di brodo restava.
--Buona giornata, allora?
--Buona.
--Beata te! Con questa paura della malattia, che Dio ci scampi,
nessuno beve più acqua sulfurea. Non facciamo niente: e sì che ho
promesso il voto alla Madonna della Catena, se mi riesciva una buona
stagione. Che ci vuoi fare? Non isposerò neppure quest'anno.
--Ma Carluccio fa ancora il soldato?
---Lo fa sino a Natale: poi, torna. Mi ha scritto la lettera. Ciccillo
non ha fatto il soldato?
--No: il governo non lo piglia, è figlio unico di madre vedova.
--Quando vi sposate?
--Ci vogliono i soldi,--disse Vicenzella, con una malinconia profonda.
--Non li fai, tu?
--Li fo, li fo....
--Ebbene?
--E poi se ne vanno. Non ci è che fare.
--O che brutta sorte! Basta, tu non hai più polipo e io vado a
comperare due soldi di pesce fritto. Vicenzella aveva ricoperto il
fuoco del focolaretto e in una conchetta di creta, sul marciapiede,
lavava i piattelli e la pignatta: poi li mise ad asciugare al sole,
sul parapetto largo. Ora, in piedi, dopo essersi passate le mani sui
capelli giallastri, contava i soldi che aveva fatti, e prendeva le
mosse per partire.
--Vicenze', io vengo con te,--mormorò la sorellina.
--Sì, sì,--disse Vicenzella, impazientita, rimettendosi i soldi in
saccoccia.
Ma un giovanotto tutto agghindato si fermò innanzi a Vicenzella.
--La grazia vostra,--disse lui, toccandosi il cappello alla sgherra.
--Padrone mio, Pascalì.
--Vi debbo fare un'imbasciata.
--Vi manda Ciccillo?
--Sissignore, vi saluta assai assai e vi fa sapere come lui non ha
potuto venire, perché ci è stata una combinazione di certi amici, che
lo hanno invitato in una trattoria: e che si trova là e vi prega, se
potete mandargli un paio di lire, perché non vuol far cattive figure.
E vi saluta tanto e vi manda a dire come lui, fra una mezz'oretta, è
qua.
--Queste sono le due lire, Pascalì.
--Vi saluto: e grazie.
--Ciccillo viene?
--Fra una mezz'oretta è qua.
--Salutatemelo, Pascalì; ditegli che scusasse, se sono tutti soldi.
--Non fa niente.
Ella restò pensosa, un momento, mentre Pasqualino se ne andava,
facendo scricchiolare le sue scarpe. Poi, traendosi dietro la
sorellina, attraversò la via, aprì la porticina di un basso e ne
trasse fuori un cestino ed un banchetto: Fortuna le portò il
banchetto, riattraversarono la strada, ritornarono al loro posto, sul
marciapiede. Ora, tenendosi il banchetto innanzi, accovacciata per
terra, Vicenzella traeva le noci fresche dal cestino, e vi batteva su,
presto presto, con un pezzo, di legno, per staccarne la scorza verde.
La scorza verde gocciava acido gallico e le dita di Vicenzella si
facevano nericcie, mentre ella formava dei castelletti di sei noci e
di dodici noci, aperte, lasciando vedere il mallo bianco.
--Dammi una noce, Vicenze'.
--Tieni.
Dopo averle aperte tutte tutte, Vicenzella mise il banchetto innanzi
alla sua sedia e si pose a sedere. Guardava in su, dalla parte del
Gigante, se Ciccillo comparisse. La vendita delle noci, sulle prime,
andò scarsamente: venne una serva del vicinato, ne voleva otto per un
soldo e le deprezzò, erano o fradicie o insipide.
--E perché ci vieni qua?--le disse selvaggiamente Vicenzella.--Rompiti
le gambe in un altro posto.
--Così speriamo, di vederti morire uccisa!--esclamò la serva,
andandosene.
Un vecchio pensionato, invece, ne comprò due soldi, non leticò sul
numero, ma le scelse una per una, disfacendo i castelletti.
Pazientemente Vicenzella li rifaceva, domandando a sè stessa,
mentalmente, se la mezz'oretta era passata. Giusto, i bambini uscivano
dalla scuoletta di don Ferdinando, l'ex capitano borbonico: erano le
tre, dunque. I bimbi circondarono il banchetto di Vicenzella,
strillando, pestando i piedi, mentre ella cercava di quietarli,
fermando le loro mani impazienti: uno specialmente, voleva due
centesimi di noci, voleva a forza quattro noci, piangeva,
singhiozzando, stringendo convulsamente il due centesimino. Essa
gliele dette, egli se ne andò, saltando. Già una striscia di ombra si
allungava sulla via di Santa Lucia, e la gente vi s'infittiva: una
lieve ombra si distendeva anche sulla faccia di Vicenzella. Aveva
vendute tutte le noci, anche. un castelletto di piccolissime, anche un
castelletto di fradicie: e restava inerte, con le mani sotto il
grembiule, non perdendo mai di vista la discesa del Gigante, donde
Ciccillo doveva venire. Fortuna era andata a giuocare con la
bambinella di Mariagrazia l'acquaiuola, quando una donna si avvicinò a
Vicenzella. Era una donnina magra e bruna, con un filo di coralli
rossi al collo, e un vestito di percallo giallone.
--Salute, Vice',--disse, deponendo per terra una canestra vuota.
--Sei stata a portare la biancheria?
--Già: torno adesso da Porta Capuana.
--Hai esatto?
--Ma che! Figurati che ho scambiato una camicia alla signora e non ha
voluto pagare. È proprio una disperazione. Stasera, vedi, avevo
promesso a Ciccillo, a quel povero fratello mio, così buono, di fargli
certi maccheroni con le alici e con l'olio, che gli piacciono tanto.
Sta fresco! Pane e acqua se li vuole.
--Gli piacciono assai?
--Assai.
--Questi sono venti soldi, Carmela, fagli trovare i maccheroni.
--E che vuoi fare? Se lo sa lui, mi grida! Io non li prendo.
--Fammi questo favore, non glielo dire, prendili: me lo fai proprio
per piacere.
--Sì, ma te li restituirò.
--Sì, sì, purché li prendi, ora. Digli che venga, poi, stassera, che
non se lo scordi.
--Glielo dico, glielo dico.
Anche Carmela sparì, con un passo rapido, portando la canestra vuota
della biancheria sul fianco. Già il tramonto discendeva sul mare e
sulla strada, ma Ciccillo non era comparso, non compariva. Gesualda
era tornata, col suo passo di oca grassa, col suo pugno pieno di
soldi: e si era portata con sé Fortuna, in casa, per cucinare un po'
di pranzo. La piccolina venne a cercare quattro soldi a Vicenzella,
per sua matrigna.
--Non li ho.
--Come non li ha?---gridò la matrigna, coi pugni sui fianchi.
E venne sulla strada.
--Dammi quattro soldi, Vicenze'.
--Non li ho.
--Non è vero, bugiardona.
--Non li ho: e se li avessi, non ve li darei.
--Sì, per darli a quello straccione, a quel briccone, a quello
scroccone! Ora fa all'amore con una sarta, fa.
--Non è vero.
--Me lo ha detto la mamma.
--Non è vero.
--Bene, lo vedrai.
--Se lo vedo, non lo credo.
--Sai che vi è di nuovo? Chi non mi dà niente, non mangia: oggi, non
mangi.
--Non mangio.
--Sei birbona come tua madre, la buon'anima.
--Se non ve ne andate, vi misuro lo zoccolo in fronte, ma'.
--Sei capace di tutto: ma tu, stasera, non mangi.
Difatti, poco dopo, Gesualda mandò Fortuna a chiamare il padre, allo
stabilimento. E si misero tutti tre, intorno a un largo piatto di
maccheroni. Vicenzella andava e veniva, preparando certe sue cose per
la sera.
--Perché Vicenzella non mangia?--chiese il padre.
--Non ha fame,--disse brevemente Gesualda.
--Non ho fame,--disse Vicenzella.
E se ne uscì. Aveva riportato in casa tutti gli arnesi che le erano
serviti per la vendita dei polipi e delle noci. Ora, al suo posto,
aveva trasportato un piccolo braciere di creta, dove un fuocherello di
carboncini ardeva: e sul fuocherello avea messo a cuocere le spighe di
granturco. Con acuto e appetitoso odore le spighe si arrostivano e
macchinalmente, con un ventaglio da un soldo, Vicenzella soffiava sul
fuoco. Più che mai, ora, ficcava gli occhi nell'ombra, per vedere se
colui che aspettava dalla mattina, spuntasse. Non badava ai golosi
pescatori che venivano a comperare le spighe arrostite, due per un
soldo, non badava alle parole di Maria Grazia, l'acquaiuola, che
cenava con un soldo di spighe e le diceva di lasciarlo stare,
Ciccillo. Ora, non aveva più pace e tutte le parole che aveva udite
contro il suo innamorato, dalla mattina, le ritornavano in mente,
cattive, crudeli.
Una comitiva di studenti che avevano fatta una scommessa, volevano
delle spighe: essi avevano fatto cerchio, aspettando che si
arrostissero, scherzando con Vicenzella, che li guardava senza
rispondere, seriissima, quasi truce. Ma ad un tratto, una visione le
passò fugacemente innanzi agli occhi: le parve di vedere in _tram_,
Ciccillo, Ciccillo suo, accanto a una ragazza con lo scialletto nero e
la frangetta bionda sulla fronte. E senza curarsi delle spighe che si
abbruciavano, degli studenti che aspettavano, ella si mise a correre,
dietro il _tram_, come una pazza, stringendo nella saccoccia il
coltellino affilato con cui tagliava il polipo, la mattina. Ma il
_tram_ fuggiva: e i viandanti si fermavano a guardare questa popolana
che lo inseguiva.
Quando arrivò alla piazza Vittoria, il _tram_ era fermo, lasciando
discendere i passeggieri.
Un giovanotto e una ragazza discesero; si tenevano per mano,
andandosene per la grande via che la luna illuminava. Cauta,
silenziosa, feroce, Vicenzella li seguiva: e spasimava, un vapor rosso
la faceva delirare. Quelli andavano, lenti, stretti, come perduti
d'amore. Ella non resse. Li raggiunse, li divise:
--Assassino, assassino!--urlò come una bestia ferita.
--Ebbene?--disse Ciccillo freddissimamente,--che c'è?
Ella non rispose, guardandolo con gli occhi stralunati.
--Vattene subito a casa tua,--comandò lui.
--Me ne vado, me ne vado subito,--singhiozzò lei, implorando.
LA VESTE DI SETA
_(Madame la marquise)_
Nel mese di aprile, come rifiorivano le rose, nella piccola,
irrequieta e capricciosa testina di Emma Lieti sorse un'idea che le
parve subito di un'altissima importanza. Nell'improvviso eccitamento,
ella scompigliò con mano distratta la fine aureola dei suoi bei
capelli biondi, strinse nervosamente il laccio d'oro che le serrava
alla persona la sua vestaglia di lana color avorio e fece
l'invocazione suprema, cioè chiamò la cameriera. Questa Cristina, la
cameriera, assai stranamente occupava un posto saldo e durevole nelle
mobili simpatie e nelle fugaci tenerezze della padrona: molte cose e
varie persone eran tramontate nella vita di Emma Lieti, senza
ribellione sua e senza rimpianto, ma Cristina, la cameriera, restava
all'orizzonte da varii anni e un poeta di stampo antico avrebbe detto
che ella non conosceva occaso. Cristina, chiamata, non accorse
immediatamente: e allora, donna Emma Lieti quasi si sospese al cordone
del campanello--giacché ella odiava esteticamente i bottoni
elettrici--non potendo sopportare l'aspettazione. Infine, la
desiderata giunse, nel suo vestito nero, nel suo gran grembiule di
batista bianca guarnito di merletti, e con la sua aria indifferente e
stanca.
--Scusi, signora: ero dietro a riporre della biancheria negli armadii.
La biondina andava su e giù, sempre inquieta, battendo sui tacchetti
d'argento delle sue scarpette bianche, di un bianco d'avorio.
---Senti, Cristina, senti.... tu devi fare una gran cosa....
--Eccomi qua.
--Tu devi cavare dagli armadii, dalle casse, da dovunque si trovano, i
miei vestiti di primavera e d'estate, dell'anno scorso.... Tutti,
tutti! E anche i mantelli, le mantelline, le sciarpe, i cappucci; e
anche i cappelli, gli ombrelli, i ventagli.... quanto mi è servito,
l'altr'anno, dal maggio a settembre..., hai bene capito?...
--Ho capito.... dove metterò tutta questa roba?...
----Nel salone, sulle poltrone, sui divani, sulle sedie, come in una
esposizione, così io potrò veder tutto.
--Ci vorrà del tempo, signora.
--Senti, Cristina, tu devi far questo per questa sera. Io ho bisogno
urgente di sapere quello che ho di buono, ancora, quello che debbo
smettere e quanti vestiti nuovi mi sono di assoluta necessità. Va là,
che vi sarà una larga parte per te: mi rammento di non aver conservata
troppa roba. Questa sera, Cristina....
--La signora sarà servita--disse la cameriera, senz'apparire lusingata
dalla promessa, a cui teneva molto invece.
--Capisci, Cristina, che soltanto questa sera, io ho un po' di tempo,
per questa rivista. Sono sola, non vado in teatro e dopo pranzo non
verrà nessuna visita: speriamolo! Non vorrei esser disturbata in
questa faccenda che è molto grave. Nel caso, farai dire che sono
uscita.... debbo risolvere il mio grande affare e non voglio
seccatori....
Tutta la giornata Emma Lieti non pensò che alla rivista della sera,
con una sottile ansietà che aumentava il suo piacere. La frivolissima
donna aveva sempre provato, da giovinetta, le più vivide sue gioie al
contatto di un vestito, all'aspetto di un cappellino, innanzi a un
mantello di forma originale: e la sua gioia ne domandava subito il
possesso, tanto che ella aveva un numero strabocchevole di abiti, di
cappelli, di mantelli e non desiderava altro che di aumentare questo
numero, e il solo aprire una scatola, una cassa, un armadio le dava un
sussulto di voluttà. Biondina, pallidina, non magra, anzi rotondetta,
ella si facea rosea, toccando una stoffa, abbassando gli occhi sovra
una vetrina, guardandosi in uno specchio, con una veste nuova. E le
sue vesti erano sempre nuove: ella non aveva il tempo di affezionarsi
a nessuna di esse, che la smetteva: le sue amiche povere, Cristina,
tutte le famigliari di casa, ricevevano dei doni insperati e superiori
alle loro aspirazioni: il guardaroba era sempre pieno zeppo di vesti,
e ogni tanto Emma Lieti scrollava la testolina pensando che mai si
sarebbe interamente disfatta dei suoi vestiti vecchi che aveva
indossato quattro volte! Specialmente quelli da ballo che non si
sciupano mai, restavano sospesi in lunga fila, nei loro sacelli di
percalla, vedendosi solo il corpetto di stoffe delicate adorno di
molli trine, col cordoncino raccolto in una matassata: ogni anno,
altri vestiti da ballo venivano a raggiungere quelli antichi e la fila
cresceva, cresceva. Giammai, schiudendo le grandi porte del
guardaroba, guardando quei sacelli dove erano raccolti gli strascichi
sontuosi sulle sottogonne ricche di merletti, Emma Lieti pensava di
farsi un vestito di meno, di portare, magari rifatto, il vestito
dell'anno prima. Questo, lei, giammai! Era nata frivola, prodiga,
adoratrice di tutte le fallaci bellezze della moda, così morrebbe.
Ora, con quell'ordine dato a Cristina, Emma Lieti si era procurata una
buona serata. Dopo aver pranzato nella gran sala da pranzo, adorna
austeramente nello stile di Enrico II e a cui dava risalto un gran
quadro d'animali di Rosa Bonheur, dopo aver preso il caffè, tutta
sola, nel suo salottino personale dove una stoffa Pompadour alle
pareti e sui mobili s'intonava così perfettamente con la sua
bellezzina bionda e pallidetta, con la sua grazia un po' minuta, ella
si levò e passò nel grande salone da ballo, bianco e oro, dove le
laboriose e sapienti mani di Cristina avevano disposto tutti i vestiti
di primavera e di estate dell'anno prima. Con quella preziosa cura che
le assicurava il costante affetto dell'incostante Emma Lieti, Cristina
vi aveva unito tutto, persino le scarpette da ballo estivo e da
campagna, persino i costumi del bagno, persino il cappelletto delle
escursioni in montagna. Ed entrando, per avere una impressione
generale, Emma che era abbastanza miope, coi suoi occhi bigi e
carezzevoli nel loro sguardo un po' vagante, non adoperò l'occhialino;
ed ebbe un moto di piacevole stupore. Sette od otto candelabri accesi
versavano la loro piena luce sui vestiti, sui mantelli, sui mille
complementi della beltà femminile e tutto il salone era occupato,
nella sua grandezza! Non credeva, non supponeva neppure di aver avuto
e di aver cambiati tanti abiti l'anno prima, ed ebbe un senso di
grazioso imbarazzo.
--Quanta roba!--mormorò, fra la giocondità e la preoccupazione.
--Ce n'è della buonissima,--soggiunse Cristina, che l'aveva seguita e
che aveva sempre l'aria di dar consigli di saviezza.
--Vediamo,--disse Emma.
E schiuse l'occhialino stretto e lungo di tartaruga su cui, in cifre,
di brillanti, vi era il suo motto, spagnuolo: _Nada_. Essa guardò
intorno, pian piano, passando da un oggetto all'altro con una lentezza
per lei piena di sapore. Giacchè i suoi vestiti, i suoi mantelli, i
suoi cappelli, formando una così stretta parte, non solo con la sua
persona, ma col suo cuore e con la sua anima, le riapparivano innanzi,
non già come tanti metri di stoffa tagliati in una foggia più o meno
bizzarra, ma comme lembi della sua esistenza. Il vestito delle corse,
dell'anno prima, era di merletto nero ricamato di pisellini di seta
azzurra, sovra una gonna di raso nero e con una gran cintura di seta
azzurra: in quel giorno delle corse, ella si era sentita così giovane
e così gaia, e aveva dato tanto volentieri delle primole azzurre a
Massimo Dias che la corteggiava così strettamente, da due mesi.
Quest'anno ella avrebbe avuto un altro vestito, molto chiaro, di un
verde pallidissimo, una vera audacia, per una persona bionda: e
Massimo Dias era partito, dall'autunno, per l'ambasciata di
Pietroburgo, dove era addetto. Quel vestito di broccati lilla, corto,
ma molto ricco, era servito, l'anno prima, per assistere al matrimonio
di Giovannella Casacalenda, un matrimonio di convenienza, dove la
sposa era così smorta e aveva pianto nelle braccia di Emma Lieti,
mentre costei si commuoveva profondamente, a quelle lacrime: il
vestito restava, testimone di un minuto intenso di fraterna tenerezza,
mentre Giovannella Casacalenda, ora, presa la sua decisione, era una
delle rivali di Emma Lieti, nel campo della moda, e delle conquiste di
società. Oh, non si faceva vincere tanto facilmente la biondina dalle
manine incantevoli e dai piedini deliziosi, la piccola donna dalla
testa arruffata come quella di un uccello! Ognuna di quelle vesti, di
primavera, di estate, costumi di lanetta inglese da mattino, leggieri
abiti bianchi da passeggiate serotine, gonne e, giacchette da
_lawn-tennis_, vestiti di merletti da visite di gala, costumi per
andare in barchetta, col gran goletto aperto alla marinaia e il
berretto bianco, abiti per camminare, per ballare, per salire sui
monti, per fumare una sigaretta, sulla terrazza di una villa, tutti
quanti, sfarzosi o eleganti, corretti o capricciosi, le rammentavano
una conversazione, una figura, una parola di amore, qualche piccolo
amore. Piccolissimo, anzi: come poteva andare d'accordo col cuoricino
fallace di Emma Lieti, con la sua fantasia saltellante, con la
mobilità invincibile del suo spirito. Un po'di tenerezza e un po' di
_flirt_, ecco tutto. Poi, l'uomo partiva o la signora partiva: o egli
era preso da una più viva passione, altrove, mentre ella si
precipitava nervosamente in un altro capriccio, così tutto finiva,
benissimo, e restava solo il vestito a ricordare che, in un meriggio
sul mare, o in una sera stellata, qualcuno aveva detto all'orecchio di
Emma Lieti le sacre parole dell'amore ed ella aveva udito queste
parole ondeggiarle nell'anima trepidante! Un po' sorridente, ella
aveva, con le sue piccole mani, raccolti insieme un vestito di seta
cruda, un costumino di lana bigia e una mantellina di merletti e
giaietti neri:
--Prendi,--aveva detto a Cristina,--sono tuoi.
--Grazie,--rispose la cameriera senza troppa espansione.
--Prendi, prendi,--e con le mani prese da un tremore di generosità, le
gittò sulle braccia degli altri oggetti, un cappellino, una cintura di
cuoio, un ventaglio.
La cameriera ringraziava, con un principio di sorriso: s'intravvedeva
in lei un'esitanza, forse un desiderio.
--Vuoi qualche altra cosa?
--La signora è così buona.... perché non mi dà quel vestito....
--Quale?
--Quello color crema, a fiorellini rosei?
E avviandosi verso una poltrona, lo indicò alla padrona. Il vestito di
una seta leggiera e molle, molto fine, era fatto di una gonna con
un'arricciatura, al basso; un po' increspato sui fianchi; e il
corpetto era coperto da una mantellina della stessa seta, molto
arricciata. Giaceva sulla poltrona, in un mucchietto, quasi: e la
mantellina pendeva sul bracciuolo, come se fosse stata buttata via.
Con l'occhialino dove era scritto _Nada_, cioè _Nulla_, Emma Lieti
guardò la veste di seta, mentre dalle sue labbra era sparito il
sorriso e tutto il suo volto di bambola bionda e frivola, senza
sorriso, pareva invecchiato, d'un tratto.
--Vede?--disse Cristina,--è tutto macchiato di pioggia.
--Sì, è macchiato di pioggia,--rispose macchinalmente la padrona.
--Ed è impossibile che lei lo metta di nuovo.
--Proprio impossibile....--soggiunse la frivolissima donnina, con una
voce immensamente triste.
Era con quella veste di seta che Giovanni Serra, vedendola tutta
bionda e gentile, tutta piccola e graziosa, tutta fine e giovanile,
con un gran cappello di merletto crema, col vento che sollevava e
gonfiava la molle stoffa, in quella veste le aveva dato, il più buono,
il più onesto, il più innamorato de' suoi adoratori, le aveva dato il
soprannome poetico e quasi fragile di _madame la marquise_. Dinnanzi
al tessuto chiaro e morbido su cui si delineavano delicatamente i
fiorellini rosei, Emma Lieti vedeva risorgere nella sua immaginazione
la sola figura degna di uomo, incontrata, nella vita, quel Giovanni
Serra dai fieri occhi d'un azzurro d'acciaio, dalla figura snella ed
elegante, dai capelli che erano passati al castano: quel giovane
adoratore così ardente, e così mite, così geloso e così indulgente,
così austero per i terribili e continuati peccati di frivolezza che
ella commetteva e così disposto irresistibilmente a perdonarglieli. La
veste di seta dai tenui colori le rammentava quell'uomo che solo aveva
osato rimproverarle l'infinita nullità della sua vita e la freddezza
del suo piccolo cuore muliebre, e l'ipocrisia dei brevi amoretti, e la
misera dispersione sentimentale della sua esistenza. La morbida veste
abbandonata e sempre graziosa, su quella poltrona, le rammentava i
suoi soli momenti di pentimento, la volontà, ahimè, fallace, di
sottrarsi all'avidità, alla leggerezza, al capriccio. La veste
esisteva, come cosa viva, come testimone quasi palpitante di un
passato non lontano, ma la buona, tenera, austera voce, ecco, era
taciuta per sempre e il piccolo mobile cuore era ricaduto nella
frivolità e nella aridità, per sempre.
Eppure la cara piccola donna che portava così dolcemente il nome di
_madame la marquise_ aveva amato con sincerità e con profondità
Giovanni Serra. Per un giorno soltanto, è vero: ma tutte le
ventiquattr'ore erano state sue, di questo amante così giusto e così
misericordioso, così appassionato e così leale. Per mesi e mesi, per
un lungo volger di tempo, Giovanni Serra aveva amato invano, sentendo
volta a volta la tenerezza, la pietà e il disgusto per quella creatura
che nulla aveva di stabile e nulla di serio, in sè, per questa
leggiadra donnina che aveva una volubilità disperante, per quest'anima
senza forza e senza nobiltà: ma niente, niente aveva potuto
distaccarlo da una immagine così seducente, da un fantasma così
infinitamente caro. Paziente, amoroso, Giovanni Serra aspettava sempre
che una grande ora venisse, un'ora trasformatrice che fondesse
l'impuro metallo dell'anima di Emma Lieti e rigettandone le scorie, ne
traesse il divino gioiello dell'amore; mentre la capricciosa donnina
seguitava a cambiar vestiti, ad amoreggiare superficialmente, a
_flirtare_, a mutar cappellini, mentre ella sorrideva e rideva di lui,
chiamandolo _l'homme qui attend_. Una sublime speranza, certo,
sosteneva il cuore di quell'uomo, giacché cento volte egli avrebbe
dovuto ritrarsi, ributtato da quella civetteria vibrante e pur
glaciale, da quell'abbandonarsi, anche di passaggio, a tutte le parole
d'amore mormorato, da quell'impiccolirsi nel continuo variare di
vesti, di foggie, di mode.