abbottonava pian piano i suoi guanti, si guardava ancora nello
specchio, senza vedersi, e macchinalmente cercava se avesse preso
tutto, il fazzoletto, il portabiglietti, il bianco ombrello.
Quest'ombrello era la sola nota chiara sul nero vestito, sul
cappellino nero, sulla giacchetta nera di Maria: un ombrello tutto
bianco di merletti e di seta, con un grosso fiocco di nastro giallo e
un alto scintillante manico d'argento: sulla candida cupola, nei viali
delle quercie e dei platani, il sole faceva piovere i suoi
sottilissimi raggi biondi, simili a verginali e luminosi capelli, e la
bianca cupola si faceva bionda e sul pallido volto di quella inquieta
passeggiatrice un confortante riflesso primaverile scendeva,
carezzando i pensosi occhi lionati e la molle linea delle fresche
labbra. Maria si avanzava camminando piano e silenziosamente,
guardando innanzi a sé, così avidamente che le palpebre talvolta si
abbassavano per vincere quella fissità ardente di sguardo:
--Se guardo troppo, egli non verrà; meglio non guardare, mi sarà
innanzi improvvisamente,--ella pensava con la fatale superstizione
amorosa che accompagna ogni moto della passione.
Eppure Mario Felice non tardava mai molto: un quarto d'ora, venti
minuti, non più. D'altronde egli entrava dalla porta orientale del
parco e doveva fare più cammino di Maria, per giungere al posto
dell'appuntamento: arrivava camminando in fretta, un po' affannato e a
qualunque distanza egli apparisse, avesse ella lo sguardo levato o
chino a terra, ella sentiva che egli era là e un acuto senso di bene
le s'irraggiava dal cuore per tutte le fibre. Talvolta ella fingeva di
non averlo visto, mentre sapea bene che egli si avanzava, ne contava i
passi, fremeva per quell'appressamento, fra cinque minuti secondi la
sua mano avrebbe tremato in quella di lui: o, talvolta, non poteva
resistere al desiderio di vederlo giungere, i suoi occhi si metteano
fervidamente in quella figura alta e svelta di uomo che si avanzava,
in quel sorriso triste che ne trasformava malinconicamente la
fisonomia serena. Ella s'inebbriava di quella vista, ella aveva negli
occhi la rara luce dei suoi buoni giorni, e quando Mario Felice e
Maria erano vicini, si stringevano la mano e nulla dicevano.
Camminavano insieme accanto, ella levando ogni tanto gli occhi su lui
con una infinita dolcezza in una confusione di speranze compiute e di
novelli desiderii che le impediva ogni discorso: egli taceva, a occhi
bassi come pensando. E andavano insieme nel viale degli oleandri.
Il viale degli oleandri era lungo, stretto e sinuoso. Da una parte e
dall'altra, gli oleandri crescevano fitti e ricchi di tutte le
dimensioni, ad alberetti bassi, a cespugli, ad alberi grandi, dalla
verdura bizzarra di foglie a ferro di lancia, dalla fioritura rosea
così esuberante che il suolo era sempre coperto di fiori rosei: un
fine e singolare profumo era nell'aria del viale; profumo fresco e
triste, insieme. Era quello degli oleandri, il viale così roseo e così
bizzarramente odoroso, abbandonato da tutti, chi sa perchè: deserto,
il solo banco di marmo che vi era, era seminato di fiori d'oleandro
che nessuno levava mai per sedervisi: deserto e a ogni angolo che
formava il disegno sinuoso, parea stare in viale chiuso ermeticamente,
inaccessibile a tutti, salvo che agli amanti: deserto e nella sua
nobile e forte fioritura, nella beltà strana dei suoi fiori ingemmanti
la verdezza dei rami, come colpito dalla irremediabile fatalità
dell'abbandono. Non so quale misterioso fascino attirava nel viale
degli oleandri Mario Felice e la donna che lo amava: ricordavano, è
vero, ambedue di avere visto insieme, tanto tempo prima, una linea di
cielo azzurro e un muretto bianco, e i due amanti che parlavano di
amore, che quasi tendevano le labbra per baciarsi e sul cielo azzurro
il ramo ricco di fiori di un oleandro, il fiore di quell'idillio che
la mano sapiente di Alma Tadema aveva dipinto, turbando i cuori di
tutti coloro che hanno avuto il delizioso piacere di guardare quel
quadro. Ma i due amanti di Tadema sono così inebbriati di gioventù e
di amore e l'oleandro è così giocondamente voluttuoso! Mentre il viale
degli oleandri seduceva Mario Felice e Maria con segrete voci di
malinconia; e quando si vi trovavano perfettamente soli, essi si
guardavano pallidi e muti: essi sognavano, nei fiori rosei, il veleno
esiziale che vi si contiene e che, forse, esalava l'anima perversa nel
profumo bizzarro che riempiva l'aria. Per essi era rosso e
affascinante il fiore dell'amore: ma pieno di una profonda amarezza,
ma contenente un tossico invincibile.
--Mi vuoi bene?--chiedeva la donna a Mario Felice.
--Tu lo sai,--egli rispondeva, con; una lieve contrazione penosa sul
volto.
--Non lo so, non lo so, dimmi se mi vuoi bene,--insisteva lei agitata.
--Non domandare, cara,--continuava a rispondere Mario Felice, con una
crescente impressione dolorosa.
Ella taceva. Ma queste erano le risposte dei buoni, dei rarissimi
giorni, erano le risposte date solo tre o quattro volte, nel lungo e
combattuto loro amore: ella conservava preziosamente queste risposte,
che le parevano ispirate da un'immensa tenerezza. Quasi sempre alla
monotona domanda, alla domanda persistente di lei, a quelle ansiose,
affannose parole che erano il costante ritornello di quel cuore
femminile, _mi vuoi bene, mi vuoi bene?_ egli non rispondeva che con
un sorrisetto fra l'ironico e il pietoso, come se gli facesse
compassione quella folle ostinazione. Talvolta, nelle giornate nere,
irritato, egli rispondeva:
--No.
--Non mi vuoi bene?
--Non ti voglio bene.
--E che vieni, a fare qui?
--Niente.
--Perché ci vieni allora?
--Eh.... così,--diceva egli enigmaticamente.
A lei passavano negli occhi delle lacrime brucianti: e tutti i fiori
rosei degli oleandri intorno ondeggiavano. Egli guardava Maria
pensoso, triste: forse ne aveva pietà, ma taceva. Camminavano ancora,
ella con le braccia abbandonate, col bianco ombrellino che strisciava
sul terreno fra le foglie secche e i fiori di oleandri caduti e quasi
appassiti, con le spalle un po' curve, abbattuta da una infelicità che
la vinceva anche nel fisico: egli accanto, sogguardandola, ma non
trovando parole per confortarla. Ma nel fondo dell'animo di quella
pallida donnina dai fini capelli castagni, dalle guancie un po'
smunte, dalle fresche labbra, in fondo a quell'anima vinta e perduta
per l'amore, esisteva una forza imperiosa di volontà. Ella rialzava il
capo decisa ad accettare da quell'uomo che essa adorava, tutto quello
che egli poteva offrirle, freddezza, antipatia, amicizia, tenerezza,
omaggio di devozione, quello che egli sentiva e che ella non sapeva,
non sapeva. Purché egli si lasciasse amare. Maria era risoluta a
vincere la dolcissima debolezza femminile che vuole udire, anche se
false, anche se fallaci, le parole dell'amore; purché si lasciasse
amare, ella volea perdonargli tutto. Mario Felice, acuto osservatore,
le leggeva nella fisonomia subitamente infiammata, negli occhi fieri
del sacrificio, nelle labbra già quasi sorridenti, nel passo più
rapido, e sentiva che ella aveva allontanata la tempesta dove
minacciava di naufragare il suo amore. Egli l'ammirava in quelle
improvvise risurrezioni di forza che era anche amore: e tentava di
vincerla. Allora, fra i due, s'impegnava una lotta di parole, di
impressioni, di sentimenti, in cui Mario Felice, apposta, aumentava la
dose esterna della sua freddezza, non badava o fingeva di non badare
alla crudeltà di certi suoi silenzii, misurava glacialmente l'entità
perversa di certe frasi, e le pronunziava a tempo. Ella resisteva,
ripiegandosi, fuorviando, inebbriata di amarezza, ma più sollevata
dall'amarezza istessa:
--Verrai domani?
--No, non posso,--egli dicea, subito.
--Dopodomani, allora!
--Non so..., ho da fare.
--Che hai da fare.... meglio dell'amore?
--Oh mille cose!
--Meglio dell'amore?
--Meglio; più utili.
--Hai ragione,--ella diceva, umilmente.--Purchè tu non vada da
un'altra donna!
--Non ci mancherebbe che questa!--esclamava Mario Felice.
--Tu non ami nessun'altra donna, è vero?
--Io non amo nessuna donna, o signora,--egli concludeva gelidamente.
--Neanche me?
--Neanche voi.
--Peccato, peccato, peccato!--mormorava ella, pianissimo, lamentandosi
come un bimbo malato.
Anch'egli era pallido, udendo quel sommesso lamentio, che deplorava
l'aridità del suo amore. Ma continuava:
--Del resto voi siete un angelo, cara Maria. Un angelo che ha detto
una sola bugia, nella sua angelica esistenza.
--Quale?--chiedeva lei, smarrita.
--Tu dici la bugia, cara, quando dici di volermi bene.
--Io, io?---gridava lei stupefatta.
--Tu. Non è vero che mi ami.
--Oh Madonna mia,--gridava lei, soffocatamente.
--Se vuoi, te lo dimostro.
Così, Mario Felice la vinceva. Innanzi alla negazione precisa,
assoluta dell'amor suo, tutta la forza di abnegazione di Maria
svaniva. Ella non resisteva a quella negazione, ciò la esasperava e
l'avviliva, non trovava nulla da risponderle, il suo sdegno era grande
come il suo terrore. Ma che uomo era dunque, questo Mario Felice, a
cui ella si era avvinta? Ma che sciagurata natura di uomo, senza fede
e senza speranza, senza entusiasmo e senza carità, ella si era messa
ad adorare? Egli non l'aveva amata giammai; questa era la sola
certezza. Aveva ceduto, riluttante, quasi pauroso, alla impetuosa
passione di lei: aveva ceduto, pensoso, triste, per cortesia, per
pietà, forse per una sua intima debolezza: e quella mortale tristezza
che in lui sorgeva per tutte le cose e per tutti i sentimenti, non lo
aveva mai lasciato, la felicità non aveva mai lampeggiato dai suoi
occhi, non aveva mai tremato nella sua voce.
--Che hai? Che hai?--ella domandava, nei primi momenti del loro amore,
sentendo la sofferenza del suo silenzio.
Egli taceva, ancora. E più tardi, come se nel cuore di lui fosse sorta
una ribellione sorda contro questo amore che non divideva e che lo
opprimeva, come se egli avesse finito per detestare questa fragile
donna che lo rattristava con la sua passione, come gli altri col loro
odio o con la loro indifferenza, Mario Felice non aveva trovato che un
mezzo solo per ferirla nell'indomito coraggio, quello di negare l'amor
suo. Oh come egli aveva bene inteso ciò che a lei era insopportabile
di udire, come la mala volontà di perversione aveva visto in quale
parola consisteva l'irremediabile dolore! Il dissidio fra loro era
grande, basato sulle diversità dei temperamenti, dei caratteri,
dell'età: ella sentiva che Mario Felice non poteva amarla, perchè era
maritata ed egli odiava la posizione di amante furtivo: sentiva che
egli non poteva amarla, perchè odiava tutta la vita esteriore e
mondana a cui ella era costretta: sentiva, sì, sentiva che egli non
poteva amarla, perchè lui non era stato il suo primo amore, perchè a
questi uomini dal cuore profondo bisogna portare se non altro un cuore
verginale. Ella capiva, sì, capiva le ragioni di quella mortale,
tristezza e la spirituale ripugnanza di Mario Felice: si sapeva
indegna di essere amata e non chiedeva più se egli le voleva bene. Ma
che orgoglio inflessibile era dunque quello di quest'uomo che non
amava e non sapeva neppure perdonare all'amore? Ma che anima malvagia
era dunque quella di Mario Felice che colpiva freddamente e
risolutamente colei che lo adorava? Talvolta queste ingiurie
sgorgavano dalle labbra di Maria, per impulso involontario: egli le
ascoltava, a capo basso, seduto su quel banco di marmo dove tanti
fiori di oleandro erano piovuti: egli non attaccava più e non si
difendeva, lasciava rotolare rumorosamente il fiume della indignazione
muliebre. Ella si chinava, lo forzava a guardarla negli occhi, furente
di collera che tentava invano di reprimere; Mario Felice taceva. Poi,
quando i rossori del tramonto si cangiavano in ombre violacee, egli
guardava di cielo limpido, i cespugli degli oleandri, e i mazzi fitti
di fiori rosei: e pronunziava la gran parola:
--Questo amore deve morire.
Ella tremava come se il soffio della morte fosse passato sulla sua
fronte.
* * * * *
Contro la condanna implacabile, Maria difese l'amore ora per ora,
giorno per giorno, con l'accanimento della madre che non vuol veder
morire l'unico suo figliolo; e la appassionata donna, vibrante di una
energia morale che nulla valeva a quietare, oppose una quotidiana
resistenza alla parola morte, che ritornava sempre nei discorsi di
Mario Felice. Ogni volta, ella fremeva di dolore e le sue guancie si
facevan livide: egli, paziente, aspettava che quella emozione
passasse, per ricominciare, come se vedesse soltanto il proprio scopo.
Adesso quei colloqui nel profumato viale degli oleandri, fra quella
esotica fioritura, le facevano terrore, ma vi andava, spinta da un
istinto di lei più forte: e talvolta, in grazia, gli chiedeva di non
parlare d'amore, tanto ella vedeva sorgere, dietro a quei discorsi, la
tremenda parola della distruzione. Tranquillo, malgrado la sua
tristezza, freddo nella impenetrabile sua malinconia, Mario Felice
acconsentiva, ed allora, gli oleandri del viale, in quella tregua,
udivano una assai bizzarra conversazione, trascendente, lontana da
tutte le quotidiane cose umane.
--Mi basta udire la tua voce:--essa diceva, più calma, quando il
colloquio finiva.
Egli sorrideva, con una lieve e fugace ironia. Per qualche tempo, come
obbediente a una segreta idea, egli risparmiava Maria e si lasciava
ancora amare, non rispondendole quando ella gli chiedeva la ragione
della sua contradizione. Ma eran sempre più brevi, le tregue; e ogni
volta che essi si rivedevano, direttamente o indirettamente, egli le
dimostrava che quell'amore doveva morire. Ah la povera donna, la
poveretta come chiudeva li occhi, sgomenta, dinanzi a quella
folgorante luce crudele; come trovava nella sua passione le preghiere
più umili e pure non vigliacche, perché questo amore non fosse ucciso
proprio da loro! Avevan vinto il tempo e le cose e gli uomini,
sormontando e calpestando gli ostacoli, e ora, ora bisognava che
questo amore morisse?
--Meglio prima che dopo,--egli ripeteva, sempre.
--Dopo, che?--ella chiedeva.
--Non domandare, lascia stare, tu capisci, forse: o capirai più
tardi....
La poveretta non gli parlava, soltanto gli scriveva: e ogni dieci o
dodici lettere di lei, egli rispondeva, per dimostrarle che
quell'amore doveva morire. Maria desiderava queste lettere come la
benedizione del cielo, ma quando gliene consegnavano una, non osava di
aprirla, immaginava tutto il suo straziante contenuto. Mario Felice
mancava agli appuntamenti: poi, partì. Ella cadde gravemente inferma:
egli ritornò, ma non potette assisterla, non gli era permesso di
andare in casa di lei. Le mandava un comune amico, che non ignorava il
loro segreto: e questo amico le diceva quelle vaghe parole di
consolazione, che dovrebbero confortare chi ha fatto una perdita
irreparabile. Nella convalescenza, ella scrisse a Mario Felice,
tristamente, delle lettere piene di lagrime: ed egli le rispose con
molta tenerezza, senza una parola di amore, ma con tenerezza, con
molta tenerezza, che si sarebbero riveduti, là, in quel viale degli
oleandri che era il nido più caro e più poetico del loro amore. E
Maria sperò di nuovo e con tale ardore desiderò di uscire, che nessuno
glielo potette impedire, malgrado la sua grande debolezza. Era estate,
ormai, e i tramonti eran lunghi e violenti di colore: il viale era
ancora fiorito, ma una messe rosea copriva il suolo. Ella trovò Mario
Felice seduto sul banco: lo trovò più pallido, più triste che mai, le
strinse debolmente la mano. Ella soffocava di emozione: e sul
principio non parlarono, a bassa voce, che della infermità di lei e
del viaggio che aveva fatto lui. Ella lo guardava negli occhi
aspettandone una parola decisiva, quella che era venuta a udire,
quella che le sue inaudite sofferenze, i tormenti morali e fisici e la
tenerezza di lui avrebbero dovuto ispirargli: la parola che meritava
la più pura e più ardente passione:
--Maria, questo amore deve morire,--egli disse fatalmente.
Ella non battè palpebra, non impallidì: solo, pensò un poco e rispose:
--Muoia, dunque.
Non aveva tremato la bella voce di Maria confermando chiaramente la
sentenza di morte. Altro non dissero. Pallido come un morente, egli
aveva vinto. Ella si levò, senza guardare né il roseo cielo, né i
fiori che parevano tante fiammelle rosee, in quel tramonto:
--Addio, Mario,
--Addio, Maria.
Ella se ne andò, senza raccogliere un fiore, senza voltarsi, sparì,
lontano, verso la gran rotonda luminosa dove arrivava il rombo sordo
della città. Mario Felice restò seduto sul banco, e le prime ombre
della sera lo avvolsero, poi la notte discese e lo trovò ancora lì,
immobile. Nella notte olezzavano più acutamente i dolci fiori
dell'oleandro, pieni di un veleno sottile: qualcuno di essi si
staccava dal ramo e cadeva al suolo. Per sempre desolato era il cuore
di colui che aveva vinto: e le lagrime della suprema tristezza
piovevano dai suoi occhi, nella notte. [Blank Page]
NELLA VIA
_(Vincenzella)_
[Blank Page] Ritta presso il largo parapetto di pietra, Vicenzella con
una mano teneva fermo il grosso polipo grigiastro e con l'altra ne
tagliuzzava in pezzetti i tentacoli, adoperando vivamente un sottile e
affilato coltellino. Accanto a lei, per terra, sopra un piccolo
focolare di tufo giallo, bolliva una pignatta di creta bruna; vi era
dentro acqua di mare e peperone rosso, secco, fortissimo; ogni tanto
Vicenzella vi gettava una manata di pezzetti di polipo, dalla pelle
grigia, dalla polpa candida: quando lo ebbe tagliato tutto, e tutto
messo a bollire nell'acqua di mare, vi aggiunse delle gallette
durissime: coprì ermeticamente la pignatta. Con un moto istintivo, si
assicurò meglio negli zoccoli di legno, dal tacco alto e sonoro, e si
avvicinò a Maria Grazia, l'acquaiola, che faceva andare in su e in giù
la gran secchia chiusa dell'acqua e col piede sinistro cullava il
canestrone, dove dormiva il suo figliuolino.
--Non sia per comando, Mariagra', mi daresti un bicchier d'acqua?
--Acqua, tu volessi! Te', figlia mia.
Vicenzella non bevette il bicchier d'acqua, ma se lo versò sulle mani,
rasciugandosele al grembiule di cotonina azzurra.
--Quel polipo appesta,--mormorò,--e Ciccillo non può soffrirne il mal
odore.
--Tanto gentile, è?
--È un signore, Mariagra'; che ci vuoi fare!
--Ciccillo non è per te, Vicenzè, senti chi ti vuol bene.
--Ciccillo dev'essere,--ribattè brevemente Vicenzella.--La creatura
tua s'ingrassa ogni giorno. Dio la benedica.
--Se la mangiano le mosche, povera Cannitella,--e si chinò per
scacciarle.
Vicenzella ritornò pressò il focolaretto. Ora, seduta sopra una
seggiola sgangherata, appoggiata al largo parapetto di pietra, per non
cadere, sorvegliava la cottura del polipo, scoperchiando ogni tanto la
pignatta, immergendovi uno schidioncino a due rebbi. E taciturna, coi
fieri occhi lionati che guardavano la via di Santa Lucia che era piena
di sole, di carrozze, di persone, che era attraversata ogni minuto dai
_trams_, ella lavorava a una sua calzetta azzurra, col tallone bianco.
Gennarino, il _pizzaiuolo_, passò, portando sul braccio un largo scudo
di stagno, su cui erano disposti, a corona, i segmenti di _pizza_,
odorosi di pomodoro e di origano.
--O Vice', è cotto il polipo?
Essa fece finta di non udire: e conservò la severità della sua bocca
larga ed espressiva, la fierezza dei suoi occhi che non conoscevano
lusinghe, la durezza delle nere sopracciglia aggrottate.
--Se mi dai un po' di polipo, Vice'; ti do una fetta di _pizza_.
--Non ho appetito, e il polipo è crudo.
--Scommetto che se viene Ciccillo, il polipo è cotto. Per lui
succedono miracoli, succedono.
--Si capisce.
--Quanto sei cattiva, Vice'!
--Chi ti chiama a parlare con me? Va', vattene.
Gennarino represse un moto di rabbia e si allontanò, gridando e
decantando l'odore e il sapore delle sue _pizze_. Vicenzella continuò
placidamente a far la calza fra il chiasso e il rumore della via,
guardando in su, ogni tanto, come se aspettasse qualcuno. Una grossa
femmina, con la giacca di lanetta nera, il grembiale bianco e un
fazzoletto rosso al collo, le si accostò: aveva in mano un mucchio di
soldoni, mentre una bambinella le si attaccava alla gonna.
--Questa è la chiave, Vice', e questa è Fortuna. Bada alla casa e bada
alla piccola.
--Gnorsì, ma'--fece l'altra, senza muoversi.
--Io non so quando torno: debbo andare ad esigere del denaro sino a
Porta Capuana, dalla mamma di Ciccillo. Vicenzella arrossì: e, per un
momento, la voce le tremò.
--Non la maltrattate, ma'--disse piano.
--L'interesse è una cosa e l'amore è un'altra,--disse gravemente
l'usuraia, scuotendo i soldoni,--Ciccillo si mangia tutte le fatiche
di sua madre.
--Voi non l'avete mai potuto soffrire, ma'--disse Vicenzella, chinando
gli occhi, abbassando la voce, per reprimere la collera.
--E si mangia anche le tue!
--Voi non ci entrate, voi non mi siete madre. Matrigna, matrigna, come
si dice, ma sempre matrigna siete!
--Poi, vedrai la verità,--soggiunse quietamente Gesualda, che non
voleva litigare nella via.--Ti raccomando quest'anima di Dio.
Si allontanò lentamente, grassa, ondeggiante, con la pappagorgia che
si allargava sul fazzoletto rosso. Vicenzella avea lasciato di far la
calza, ancora tutta pallida dì collera soffocata.
--O Vice', Vice'--strillava la piccolina, attaccandosi alle sue
gonnelle,--raccontami un racconto.
--Non ci ho la testa, Fortuné, lasciami stare.
--Sì, sì, raccontami il fatto della _Bella mbriana_.
--Senti, Fortuné, se ti contenti, la sorella tua ti da un soldo, e tu
ti compri una bella cosa.
--Che mi compro, che?
--Un soldo di nocciuole infornate? Ne hai tante!
--No, no.
--Un soldo di caffè?
--No, no.
--Un soldo di fichi d'India, ne hai due.
--Sì, sì, dammelo.
E Fortuna scappò via, verso il fondo di Santa Lucia, per comprarsi un
soldo di frutti freschi e insipidi. Vicenzella guardava in su verso il
Gigante, con la faccia bruna, di un bruno affocato di rosso, dove non
compariva sorriso.
--Vice'--disse Aniello, il marinaio, dammi un carboncino per accendere
--la pipa.
--Tenete, _tata_,--fece Vicenzella, sollevando la pignatta.
Aniello era scalzo, vestito semplicemente di un paio di calzoni di
tela bianca che gli arrivavano a metà gamba e di una camicia portata
come una blusa sopra i calzoni: si vedeva il bruno petto villoso:
sulla testa un cappellaccio di paglia, tutto sfondato. Era salito su
dalla spiaggia di Santa Lucia, veniva dallo stabilimento di bagno dove
faceva da _marinaio_, cioè da bagnino.
--Gesualda?--disse lui.
--Va esigendo denaro.
--E Fortuna?
--È andata a comperare un soldo di frutta.
--Mi meraviglio che non ci è qua don Ciccillo,--disse il
bagnino.--Starà facendo il bagno, con quella ragazza.
--Quale ragazza, _tata_?
--Non lo sai? Mi ha detto Gaetano, il compare mio, quello dello
stabilimento del _Sole_, che ieri don Ciccillo ci ha accompagnato una
ragazza, una bella ragazza, con lo scialletto e la frangetta sulla
fronte.
--Non può essere.
--Come, non può essere? Gaetano non è pazzo.
--Non è pazzo, ma quello che vi ha detto, _tata_, non può essere.
--Lo ha visto coi propri occhi!
--Santa Lucia non lo assiste: questo che ha detto, non può essere.
--E va, che sei una bestia!
Il bagnino si allontanò, scese la scaletta che porta sulla riva:
Vicenzella crollava il capo, come se niente avesse potuto convincerla.
Ma l'impazienza la faceva fremere: e mentre guardava in su, verso il
Gigante, immergeva macchinalmente lo schidioncino nella pignatta, dove
bolliva il polipo nella sua acqua di mare.