Venne la risposta:
«_Carissimo Roberto_,
«È impossibile... Vi amo, sì, ma come una madre. Non posso
prendere la vostra vita. Avete diritto a un'altra, ad una più
razionale felicità. Questo, anche a vostra insaputa, sarebbe un
sacrificio. Non posso accettarlo. Rimango ciò che ero, la vostra
migliore amica. Dirvi ciò che provo in questo momento non mi
sarebbe possibile. Ma immaginatelo, se lo potete, per non serbarmi
rancore. Iddio vi benedica e vi ripaghi ciò che mi hanno dato il
vostro affetto, la vostra fiducia, la vostra offerta! Da questa
prova uscite forte, temprato ai dolori della vita. Più tardi,
quando un amore più normale parlerà al vostro cuore, e vi guiderà
verso una fanciulla degna di voi e che possa darvi la felicità
nel modo in cui non è concesso a me di farlo; parlate di me a
quella fanciulla, conducetemela, perchè io la baci in fronte e la
benedica. Allora, Roberto, sarete contento, e io pure. Ora soffrite
forse... e anch'io... sapete, soffro anch'io. Ma ho fatto così per
il meglio, e perchè è impossibile, nevvero, è impossibile che sia
altrimenti?... Andate da vostra madre, ditele che non ho fallito
alla mia missione, che più di questo nè Dio, nè lei potevano
chiedermi... E voi, Roberto, ancora, perdonatemi e siate felice.
«ELISA.»
Questo fu tutto ciò che quella donna, (ch'era pure una donna
d'ingegno), seppe trovare nella sua testa per scrivere a Roberto,
per dirgli che non voleva esser sua. Così riescì quella povera cosa,
urtata, fredda, contradditoria nella stessa sua intima disperazione.
Forse saputa leggere, intuiva. Ma saper leggere una lettera tutta
intera, colle parole scritte e colle altre, non è dato a tutti...
È un'arte che s'impara tardi, quando si è già pagato lo scotto di
parecchie altre ignoranze. E Roberto non aveva ancora aperta quella
partita odiosa col destino, e lesse quella lettera, com'era scritta,
soltanto. Provò due ferite: una, acuta di cuore; l'altra, acutissima,
di amor proprio.
— Ah! — stridette fra i denti. — Sono sempre stato un ragazzo per lei!
*
* *
Ella non lasciò le Celle. Fu malata per una quindicina di giorni. Li
passò quasi sempre sola nella sua stanzetta claustrale. Dall'unica
finestra godeva di una grande latitudine di libero orizzonte. Attorno
alla finestra si diramava, salito all'alto dal terreno, un cespo di
gelsomini in fiore. Quando c'era il vento (e soffiava di frequente
lassù) era una danza sfrenata nei rami arcuati. Questa era la sua
distrazione. Ne aveva un'altra, la posta, che lassù capitava una
sola volta al giorno. Nei primi giorni specialmente, l'arrivo della
posta aveva il privilegio di scuoterla da quella specie di assoluta
noncuranza di tutto che pareva invaderla ed assopirla. Si alzava sul
letto, o dalla poltrona, e, fra le sue mani smagrite, i giornali e
le lettere scorrevano più volte, in fretta. Poi, rifattasi pallida e
quieta, lasciava per un momento intatto ed ammonticchiato quel gran
fascio di carte, che pure le recava ricordi di amici, di persone
simpatiche, notizie del suo mondo, del mondo dell'arte, della scienza,
di tutto ciò ch'era stato un tempo la sua vita.
Solo qualche ora dopo, sotto l'impero di una suggestione precisa della
sua volontà, si dava tutta quanta alla lettura di quei fogli. Ma, in
capo a qualche tempo, l'opuscolo, il giornale scivolava dalle mani
inerti, ed Elisa stava immobile collo sguardo distratto, fisso su quei
rami esterni, che facevano alla finestra una cornice verde e danzavano
in molle cadenza sulla solfa del vento.
Anche quando incominciò a star meglio, si limitò per qualche tempo
a far moto, sulla passeggiata delle suore. La prima volta che uscì
spingendosi sino all'estremità del viale, tornò a casa sì pallida, sì
spossata che la Ghita se ne impensierì e ne fece motto con Andrea.
— Eh! — disse Andrea, — sicuro che non sta bene adesso, la Signora. È
questa vita che non le conferisce. C'è l'aria troppo fine per lei.
Ammiccò leggermente... con un non so che di malizioso, che fece rimaner
perplessa la Ghita e le chiamò sulle labbra una interrogazione.
— Volete dire... Andrea? Ovvero che abbia qualche dispiacere in cuor
suo, eh?
— Ma! — disse Andrea, filosoficamente.
E non ci fu verso di cavargli altro!
*
* *
Elisa cessò d'aspettare la posta. Cessò di fissare lo sguardo intento,
dalla finestra, nella direzione del viale. Roberto non rispose. Roberto
non venne a muoverle rimprovero, a lagnarsi di lei... Allora — ella
disse risolutamente — sono libera.
*
* *
Certo, era libera. Libera e contenta di sè! Si sentiva attorno alla
fronte un'aureola, quella d'una santa, fra le mani una palma, quella
del martirio. Diceva a sè stessa di aver fatto il suo dovere, di aver
agito bene, da signora, da donna onesta, da donna assennata. Aveva dato
ragione al mondo, al buon senso, a zia Balbina, agli amici ragionevoli;
aveva evitato due terribili cose, un intrigo ridicolo e un matrimonio
che lo sarebbe stato del pari. Non aveva tradita la fiducia di Tecla,
non aveva approfittato d'un momento di vertigine, di uno scaldamento di
fantasia di un fanciullo per fabbricare egoisticamente, su quelle basi
fittizie, un edificio di felicità... chimerica.
Arrivata a questo _zenit_ di congratulazione con sè stessa, Elisa non
andava più in là. Il suo pensiero si fermava raccapricciando davanti
all'immagine di quella felicità. Una spasmodica confusione si metteva
nelle idee di quella donna, nel suo cuore, in tutta lei. Non era
precisamente il rammarico del suo operato, bensì un lontano equivoco
senso di disperazione incongrua, in contraddizione flagrante coi suoi
mirallegro, era forse ciò che può provare un suicida che non è morto
subito come credeva, ma sa che morrà tra breve, e ora non sa più se
ha fatto bene o male a voler morire! Più volte disse a sè stessa: —
Partirò.
Ma dove andare? L'idea di veder gente le dava delle acute orripilazioni
di nervi. E in quella solitudine, ove pure soffriva tanto, c'era il
ricordo, era rimasto il luogo ove s'erano incontrati.
Poteva vederlo ogni giorno quel luogo, se voleva. Era sempre là quello
spazio erboso, una piccola spianata, come una sosta sul sentiero in
discesa. Era là tuttora quel tronco d'albero a cui egli, pallido,
s'era appoggiato. Vi si appoggiava ora, ella, pallida alla sua volta,
cogli occhi socchiusi, colla bocca semi aperta. Là egli era apparso,
era venuto a cercarla, a offrirle l'amore, la vita, l'avvenire. Là le
sue braccia l'avevano stretta, là le loro labbra s'erano unite... Ah!
il ricordo di quel bacio, di quella tempesta di baci! Le pareva di
sentirli ancora, di dibattersi, di ricusarli... Ma essi non volevano
andar via, tornavano irruenti, scottanti come uno sciame di farfalle
di fuoco, ch'ella era impotente ad allontanare, che le gridavano: «Ma
non vedi che sei tu che ci chiami, che ci vuoi, malgrado tuo; non lo
comprendi che è la rivincita, che è ciò che doveva essere, ciò che non
sapevi, ciò che ancora vorresti, ma che non _puoi più_ ignorare?» E
nella sua mente, nel suo spavento, nel suo sangue, l'eco di quei baci
si ripercuoteva incessante sino a flagellarla nell'animo, nei sensi,
sino a trarla di senno, sino a strapparle dalle labbra un grido in cui
suonava, come un folle disperato richiamo, il nome di colui ch'ella
aveva ricusato e respinto... il nome di Roberto. E finiva col fuggire,
disperata ella stessa, da quel luogo.
Ma per tornarci.
*
* *
A volte non era più _quella_ sensazione. Era l'antica larva della
tenerezza materna che tornava, il bisogno acuto di un essere da
amare, da educare, da avviare al bene, il rammarico dell'opera, della
missione incompiuta. Ora in una forma nuova, con una inattesa entità
di strazio, la colpiva una nuova immagine della sua vita, vuota,
arida, incompleta. Ella non era stata amante, non era stata madre. Era
bensì stata sposa... ma come?... Un tempo ella aveva avuto una specie
d'insano orgoglio di quella sua esistenza a parte, in cui l'elemento
intellettuale predominava, imponendo il proprio giogo alla femminilità
stessa di lei, costringendola a rinnegare sdegnosamente il resto e
a ignorarlo. Così, in quella specie d'intangibile Dea, molti avevano
scordato la donna. Ella stessa l'aveva scordata!
Ed ecco ch'era venuto un uomo giovanissimo, senza esperienza, ignorante
di una infinità di cose, nè più cattivo, nè migliore degli altri...,
facile alle seduzioni, ma non corroso dallo scetticismo, indipendente
dalle opinioni altrui, fedele a sè stesso e al suo desiderio, qualunque
fosse. Era venuto fuor di tempo, fuor di proposito, ma senza cruccio
alcuno di tempo o di proposito. Era bello, forte, sano di cuore,
sventato..., irresistibilmente portato all'amore, creato per subire
il fascino ed il giogo della donna. Aveva subìto quello di Elisa,
quello che per l'appunto ella ignorava di avere... Coll'audacia e
la serena imprudenza della sua età e dell'indole sua, egli aveva
avuta un'accortezza, pur sì facile, ma che non avevano avuta gli
altri: invece di studiare o di ammirare quella donna, l'aveva amata
semplicemente, insegnandole così il vacuo errore di cui ella aveva
finito coll'esser vittima, a spese di sè stessa.
A un tratto e pur così tardi, all'undicesima ora dell'amore della
donna, nella vita di Elisa aveva posto piede quel fanciullo, era andato
diritto, coll'audacia dell'ignoranza, là dove i tesori di quel cuore
giacevano inerti, inavvertiti. E nella Dea egli aveva semplicemente,
ridendo, risvegliata la donna!
Per compiere il sacrifizio del rifiuto, ella aveva tutto chiamato a
raccolta; non solo il suo senno, ma anche il cuore. Era la gratitudine;
era l'amore stesso che le avevan detto: «Non accettare.» Era anche
una segreta viltà, il vago spavento di ciò che avrebbe potuto, dovuto
forse soffrire più tardi... S'era immolata, perchè Roberto potesse
esser felice con una sposa giovane, più bella, migliore di lei. Aveva
sacrificato il suo amore, perchè il mondo non lo deridesse! Questo
aveva fatto, in un parossismo di sgomento, coll'esaltazione, la cieca
sete di martirio che sta talvolta in fondo al cuore della donna e che
spesso e pur non sempre è la guida migliore del suo operato.
L'aveva fatto... sta bene! Ma ora?
Ora, soffriva. Sentiva _cosa_ aveva fatto, sacrificandosi. Sentiva
insultante, beffardo il dubbio della presa risoluzione, cominciava
a temere che fossero intollerabili per lei, forse per entrambi, le
conseguenze del sacrificio...
Egli aveva letta integralmente la sua lettera, non le aveva risposto,
non era venuto... Naturale: l'aveva obbedita. Ora era sola, come aveva
voluto, senza di lui. Sola, di fronte ad un incomportabile senso della
solitudine... Erano le lunghe ore vuote della giornata, quelle ancor
più formidabili della notte, in cui non osava spegnere il lume per
non guardare in volto l'indole indefinita dei suoi pensieri. Era la
quiete morta della Villa, l'austero rimprovero che pareva rivolgerle
l'ambiente, pieno un tempo di Dio, servo ora e come profanato dal culto
terreno di un cuore immerso nella follìa, nella sconfitta vergognosa di
un culto idolatra; e tanto... oh tanto umano!
Fuori, l'aprile infuriava. Elisa non l'aveva mai vissuta così, la
primavera! Le pareva una legge vivente d'amore universale, sorda a
tutto ciò che non era sè stessa, una gran voce solenne che le dicesse
crudelmente: E tu... cosa fai? perchè ti sei scordata di me?
Elisa si inebbriava di lunghe contemplazioni tenere della campagna,
aveva delle emozioni assurde, puerili, pei più piccoli particolari
dell'esistenza animale e vegetativa. A tutte le effervescenze
misteriose della natura ella prestava un'attenzione nuova, tutto
le pareva una rivelazione, uno stato nuovo di sè stessa, quasi il
repentino guarire d'una antica cecità, di una cecità di nascita. E in
quella nuova partecipazione ad una luce ignota si univa una sensazione
folle e pura, che tutto questo fosse semplicemente _lui_, e che ormai
ella non potesse più in nessun modo vivere senza questo e senza di
lui...
La coglieva una perplessità piena di strane angoscie. Doveva pur
confessarlo a sè stessa, che non era forte, come aveva creduto di
poterlo essere. Aveva calcolato di più sull'orgoglio e sul buon senso.
Ora: quegli alleati infedeli, non la spalleggiavano più. Di fronte alla
logica stessa a cui aveva dovuto il coraggio della sua risoluzione,
s'alzava sottile, plausibile un'altra logica, che insidiosamente voleva
da lei un'adesione.
E se, dopo tutto... si fosse ingannata?
Se, invece d'essere eroica, fosse stata nulla più che fredda e codarda?
S'egli soffrisse _così_... al par di lei?
E allora ella perdette l'unica cosa che la sostenesse, la _fede_ nel
suo operato.
Passò un mese così, di fronte a questo dubbio... V'erano dei giorni
ch'ella passava aspettando Roberto, sentendo, che se fosse venuto ella
gli avrebbe detto d'avere ingannato lui e sè stessa. Ma egli non venne,
nè scrisse, ed ella ebbe dei momenti in cui chiese a sè stessa:
— È così che s'impazzisce?
*
* *
Un giorno, respinta da Firenze, le pervenne una lettera di Tecla.
La contessa Rescuati ignorava che Elisa fosse alle Celle. Le scriveva,
dicendole di sentirsi assai poco bene, e rimproverandola pel suo lungo
silenzio.
Anche Roberto non le scriveva quasi mai. Tempo addietro, circa un mese
fa, aveva accennato alla possibilità di far ritorno a casa. Poi non
aveva più scritto che all'agente per chiedere una forte rimessa di
denaro. Nient'altro.
Nella lettera di Tecla era evidente un'angoscia di madre che non osava
appalesarsi tutta. Nel cuore della Serramonti ebbe un'eco d'indefiniti
sgomenti, quasi di un rimorso... Roberto voleva forse partire?...
— Partire... Viaggiare... Perchè... Forse?...
Ella non reggeva più all'urto contradditorio dei suoi pensieri.
*
* *
A un tratto, in quella notte d'anima, guizzò come un lampo di luce la
possibilità d'un'ipotesi...
Era la notte anche fuori, ma una notte divina, tra le ultime
dell'aprile, immersa nel candore di un plenilunio tepente.
Elisa stava sulla passeggiata delle monache.
Attorno agli archi del porticato il gelsomino in fiore spiegava i suoi
rami, i quali danzavano, cullandosi nella brezza.
— Tanto, così non potrei vivere, — disse Elisa. Parlava ad alta voce,
alla notte, come un'insensata. Attorno a lei l'erbette, mosse dal vento
in un leggiero scompiglio, sussurravano urtandosi una contro l'altra:
«Guarda lassù, come soffre... colei!» Dal seno bianco dei gelsomini si
spiccò un olezzo. Le passò rasente, e le disse: «Va.»
Dalla macchia vicina si levò, tremulo d'amore, un gorgheggio d'usignolo
e disse parimenti: «Va.»
Solo da lungi, dietro un colle, nero di cipressi e di abeti, un lungo,
cupo strido d'assiolo echeggiò. Quello parve che dicesse: «Bada!»
Ma Elisa non gli badò. Chinò il capo come se acconsentisse agli altri,
alla maggioranza. La brezza notturna si quietò di repente, e qualcosa
si quietò pure nello sfinito animo di lei. — Ha sofferto, — disse tra
sè, ha sofferto tanto anche lei. Ha pure amato... Mi comprenderà!... Ed
egli mi ama... E io... non posso più vivere così.
Amen! disse la notte serena.