XIV.

La contessa Elisa Serramonti possedeva parecchie ville.

La più importante, la vera tenuta della famiglia, era nella Liguria,

sulla Riviera, ed ella soleva passarvi l'estate. L'autunno lo spendeva

per lo più in qualche viaggetto all'estero, ma trovava sempre una

ventina o trentina di giorni da dedicare alle Celle.

Come possessione, le Celle non avevano grande importanza. Era

un piccolo ed antico convento di suore, che il padre di Elisa

aveva comperato, quasi a caso, per una subita simpatia del luogo

pittoresco, lontano da cittadi e da villaggi, come la dimora del Sonno

nell'_Orlando Furioso_. L'acquisto era stato fatto negli ultimi anni

della sua vita e coll'idea di formarsene una specie di romitaggio,

destinato all'assoluta quiete ch'egli desiderava pei suoi studi

storici. Senonchè, un'altra quiete, la più assoluta, la più infallibile

fra tutte, aveva tosto sopraggiunta quella gentile anima di gentiluomo.

Egli aveva detto un giorno ad Elisa che le Celle dovevano essere

lasciate così precisamente, col loro carattere di piccolo chiostro

antico, e l'amoroso culto di tutto ciò che era stato un pensiero

del padre era in questo caso l'avvaloramento di quanto le avrebbe

inevitabilmente suggerito il proprio senso estetico.

Non aveva recato alle Celle nulla dell'elemento mondano e della

moderna eleganza di _comfort_, che soleva essere altrove come un

indispensabile quadro della sua finissima personalità. L'antico

chiostro colla sua cappella tuttora ufficiata da un cappellano,

titolare del beneficio mantenuto dalla contessa, se ne stava in cima

ad un'altura contornata da monti, che gli formavano al nord uno sfondo

di severi profili alpestri, lasciando illimitata al sud ed all'est la

vista di una immensa campagna, ove larghi spazi di piano si alternavano

a concatenazioni di vaghissimi colli. La terra era toscana, uno di

quei suoi lembi reconditi, ignoti, pieni d'intatti idillii, quali

Ouida, in certi romanzi suoi, ha saputo trovare ed additare a noi

italiani, sì freddi valutatori delle tante bellezze del paese nostro!

Boschi immensi, quasi foreste, costeggianti immensi tratti di terreni

coltivati con quell'immutabile amore estetico della terra ch'è come un

retaggio tradizionale del sangue rusticano di quelle popolazioni.

Da un lato dell'altura, ove si alzavano le Celle, una di queste

boscaglie si arrampicava e veniva a finir quasi parallela al terrapieno

sul quale poggiava il porticato che dalla casa metteva capo alla

chiesina, quello che si chiamava ancora «la passeggiata delle suore.»

Sulle praterie dal lato non boscoso, un viale di cipressi metteva la

lunga striscia del suo verde cupo, e questa si arrestava all'orto,

tuttora cinto da un muricciuolo.

La salita era impraticabile alle carrozze, perciò Elisa non portava

mai alle Celle il suo treno di scuderia, e solo una ristretta parte del

personale di servizio l'accompagnava lassù.

A dir vero, le Celle non erano per essi un soggiorno favorito. Non

potevano capire come la signora potesse stare in quel luogo solitario,

dove non capitavano mai visite, dove ella dormiva in una stanzona

bianca, nuda, senza addobbi, senza specchi, con dei mobili vecchi,

orribili, dove non si sentiva uno strepito, e dove, quando pioveva,

non si poteva mettere il naso fuori di casa. Ci si andava d'autunno, e

l'autunno veniva presto lassù, colle sue piove, colle sue nebbie, coi

suoi venti che empivano l'orto di foglie morte, ed i vasti corridoi di

ululati lugubri, da far venir la pelle d'oca. E ancora il primo, il più

sentito rammarico, che non ci fosse «società.»

No, di quella non ce n'era davvero. Si sarebbero dovute fare sei o

sette miglia almeno per trovare un'abitazione che arieggiasse di villa.

Solo quando il vento spirava forte, si poteva avere una leggerissima

percezione del rombo della strada ferrata lungo la linea maremmana.

Appiè del colle, c'era l'abitazione del cappellano e quella del

fattore; per la spesa giornaliera bisognava andare al villaggio più

vicino, circa tre chilometri di strada. E mai, mai una visita!

Elisa amava quel soggiorno, e lo serbava tal quale. Le piaceva

l'erma posizione, l'aspetto poetico, quel non so che di casa

d'anime, il profumo religioso ed austero che s'era lasciato dietro in

quell'ambiente, il passaggio successivo di tutte quelle donne velate

e preganti. Anche nella stagione cattiva, colla pioggia e il vento,

gustava, per un certo spazio di tempo, quella reclusione, in cui le

pareva di ritrovare certi istinti contemplativi che la vita mondana

attutiva, senza al tutto spegnerli, nell'animo suo. Aveva scelta,

per sè, la cella dell'ultima badessa, aggiungendovi solo ciò che è

strettamente indispensabile alle più semplici abitudini di una signora.

Pranzava in refettorio, e quando pioveva, passeggiava a lungo pel largo

corridoio, costeggiando gli usci chiusi degli stanzini che avevano dato

il nome al luogo e ricetto a tante anime prigioniere, forse non sempre

volontarie, forse a volte inconsciamente ribelli, ma che pure avevano

vissuto colà obbedienti, rassegnate, ed erano morte in pace.

Oh la pace... la pace! Elisa era venuta alle Celle solo in cerca

di pace, coll'istinto di un uccellino ferito che cerca il più fitto

dell'ombra per andarcisi a nascondere, perchè nessuno veda quanto egli

ha male, perchè nessuno parli di lui... Si ricordava della malinconia

dei giorni autunnali, di quel morir dell'anno, così grave lassù,

così suggestivo di forti pensieri di sprezzo delle umane gioie, di

alti e generosi oblii delle gioie terrene, in cui trovavano alimento

i suoi più austeri istinti, la serietà d'intenti, di studio, a cui

l'aveva abituata la sua costante unione d'anima col padre. Quando

aveva presa quella brusca risoluzione di fuga, le era parsa questa

l'unica soluzione possibile di uno stato di cose in cui sentiva quasi

sommergere il suo criterio e naufragare l'animo suo! Dopo quella notte

d'angosce indimenticabili — in cui ella aveva avvertito d'essersi

ribellata contro le parole di zia Balbina solo perchè quelle parole

erano il vero, e ripetevano come lampi brutali quelle confuse scintille

di luce che erravano confuse, ma pur visibili, nella tenebra del suo

cuore — Elisa aveva pensato alle Celle, come ad un rifugio. E v'era

accorsa, dopo una breve sosta in casa della zia, sosta piena della

intollerabile noia di quella dimora, centro di minuti pettegolezzi

aristocratici di piccola città. C'era stata a disagio, coll'ardente

cruccio di celare a qualunque costo quelle prime ribellioni, quei primi

morsi del rammarico, il folle, assurdo pentimento del suo coraggio! Ed

era riescita a dissimulare sì bene l'interno turbamento che zia Balbina

aveva infatti tentato un piccolo cenno di lode per lo spirito, il buon

senso di quella cara Elisa. A dir vero, questo era tutto un di più

per zia Balbina... Non aveva mai ammesso neppur per un secondo che sua

nipote potesse avere l'ombra di qualcosa di serio per quel bellimbusto.

Diamine! queste cose non accadevano! non erano «nell'ordine!» L'unico

torto di Elisa era quello di aver lasciato che s'impiantasse quella

stupida familiarità che aveva fatto ciarlare i maligni. Ma del resto...

Sciocchezze... ubbie! Ora che il suo amor proprio era stato placato

dalla subita sommessione di sua nipote, ella considerava il rimanente

come cosa di accessoria importanza. Elisa ripiglierebbe l'esistenza

solita e buona notte.

I primi giorni che Elisa passò alle Celle, padrona del suo tempo, dei

suoi pensieri, furono quasi una felicità. Essa s'immerse nella piena

reazione di quel contrasto. Poi, quando l'ebbe vissuta, esaurita (più

presto, a dir vero, di quanto credeva) andò in cerca della pace, del

santo regime d'anima che soleva offrirle ogni sua dimora alle Celle.

Ma, strano a dirsi, stranissimo a constatare. Pareva che quella

solitudine destasse ora in lei delle vaghe sensazioni nuove,

indefinibilmente pericolose, anche quando parevano assopirla in una

specie di relativa calma. Anzi; era la calma del luogo, quella che più

le tornava formidabile!

Ciò ch'ella obbliava lassù, ciò che le pareva ridursi ad una non

entità di importanza, era per l'appunto ciò che aveva più paventato

tempo addietro... l'opinione del suo mondo. Pareva che l'eco di quelle

voci crudeli tentasse invano il limitare di quella solitudine. Quivi

ella trovava più palesemente sè stessa e la verità delle cose. Invece

dell'avversa atmosfera mondana, era una vaga complicità della vita

esterna del luogo, del tempo, della stagione. Tutto pareva dirle

semplicemente: ama. È il tuo cuore quello che ha ragione.

S'alzava presto, ad un'ora che avrebbe fatto scandalo a Firenze. Nella

freschezza dell'aria mattutina, ella provava una energia fisica della

persona, un'elasticità delle membra che le davano la sensazione del

possesso di un bene inestimabile! Aveva un orgoglio nuovo, quello della

sua salute... una compiacenza di sentire bello di forma, di linee,

di freschezza intatta, tutto il suo essere. Faceva lunghe, faticose

camminate, senza mai sentirsi stanca, spinta da una specie di ebbrezza

a cui tutto contribuiva, la gaiezza del sereno soleggiato, l'ombra

indecisa delle piante, dal fogliame tenero, trasparente, il verde nuovo

dell'erba, le tinte vive, determinate dei fiori.

Ella non sapeva che la primavera fosse così bella, così formidabile!

Lo imparava... ora con un vago terrore di comprendere questa scienza

nuova, di avvertire quanto intimamente si collegasse, nell'intimo senso

di lei, alla rivelazione di un'altra primavera, quella che in ritardo,

a tradimento, le era spuntata, ineffabilmente dolce, nel cuore.

Prima di partire, gli aveva scritto.

Poche righe soltanto, per dirgli che una subita imprevedibile

circostanza l'obbligava ad accompagnare sua zia a Foligno. Tornerebbe

presto, scriverebbe. Scrivesse lui a Foligno, per dar sue nuove e

quelle della madre...

Sottoscrisse: _Affezionatissima amica Elisa_.

A Foligno era venuta una lettera di lui, breve, che non era forse un

campione di stile epistolare, e non somigliava, neppur da lontano,

alle lettere ch'ella soleva ricevere dagli altri amici suoi, ma quella

lettera l'aveva fatta passare per una rapida trafila di sensazioni.

Il giovane le diceva semplicemente, (oh! quanto semplicemente),

ch'era rimasto sì afflitto nel ricevere il suo biglietto... che era

tanto triste! La pregava di tornare subito, perchè egli proprio

desiderava di vederla e non poteva vedersi a Firenze... senza di

lei... Che desiderava tanto di venirla a trovare! Ed era il sempre suo

_Devotissimo amico Roberto_.

Ora, erano passati dieci giorni, ed ella non aveva più scritto.

Evitava di indugiarsi al tavolino. Sapeva quale tentazione l'assaliva

colà, quale moto nervoso involontario pareva cacciare sotto la sua mano

la penna, e costringerla a tracciare delle parole... Oh! sì poche, sì

poche...

Due righe, un indirizzo, e basta... E domani forse... posdomani

Roberto sarebbe stato lì... con lei. Lì in quel luogo, lungi da

tutti, senza molestie! Insieme avrebbero udito i sommessi preludii

degli uccelli nelle macchie, assieme aspirato l'odor delle viole, gli

olezzi penetranti del bosco in fiore, le brezze che parevano mettere

ovunque, passando, un brivido di gioia nuova. Insieme avrebbero fatto

lunghe passeggiate, visitati i luoghi ch'ella vedeva soletta ora,

con quel tormentoso desiderio della sua compagnia. L'avrebbe seguito

dovunque gli fosse piaciuto di andare, lieta, agile come lui, ridendo,

scherzando, mettendosi al livello dei suoi pensieri, vivendo quella sua

vita piana, elementare, senza torture di sofismi.

Oh! che rivoluzione aveva fatto nel suo animo quel ragazzo! Come poteva

ella aver percorsa tanta via senza accorgersene, per arrivare ad amarlo

così... a soffrir tanto della sua assenza!... Tanto! Oh! ben più di

quanto ella avrebbe creduto possibile... prendendo la risoluzione di

partire.

Un giorno che rientrava ebbra di quel fermento sottile che era fuori,

nell'aria, nella terra, dovunque, gli scrisse. Ma non la mandò la

lettera. Ne fece mille pezzi.

Sì! Averlo lì... Rivivere!

Ma! E poi?

*

* *

Elisa era stata quasi tutto il giorno in casa per un vento impetuoso,

che era impossibile, lì su quell'altura, affrontare. Ma, verso le

quattro, il vento cadde bruscamente, e una gran pace si mise nella

campagna. Ella prese il suo ombrellino ed uscì.

Ora, era una giornata splendida. Il vento sciroccale s'era lasciato

dietro nell'atmosfera un tepore estivo, insieme ad una tersità

singolare, in seno alla quale l'assieme ed i dettagli del paesaggio

parevano assumere un rilievo marcato. Ancora, di tanto in tanto, una

brezza si levava non più impetuosa, leggiera. S'alzava, metteva un

fruscio nell'aria, un tremore nelle foglie, una impressione come di

bacio caldo sulla fronte di Elisa, poi scompariva.

Ella camminava lentamente pel viale. Non aveva scopo. Sentiva solo

bisogno di muoversi, di stancarsi. A mezzo il viale, le venne veduto

un sentiero, che, tagliando di sbieco la discesa, la faceva più

corta. Si mise per quel sentiero, dando le spalle al viale che aveva

testè abbandonato. E così non vide subito qualcuno che, camminando

frettolosamente pel viale, nella direzione contraria a quella da lei

lasciata, si fermò improvvisamente scorgendola, e prese a seguire collo

sguardo tutti i suoi movimenti

Ella andava sempre, lentamente, per quel sentiero. Allora egli le tenne

dietro, cautamente, senza fare strepito, camminando sull'erba, che

dissimulava meglio i suoi passi giovanili, impazienti.

Elisa sostò ad un tratto... Egli sostò pure, sorridendo...

aspettando... Uno di quei lievi soffi d'aria calda passò fra loro.

Elisa sentì un leggero brivido.

Si voltò, e vide Roberto.

Ebbe l'impressione d'un sogno, d'una visione. Mandò un piccolo grido,

e protese inconscia ambo le mani, mentre la sua faccia tradiva tutto...

tutto.

Egli le aveva prese le mani in una stretta appassionata, mentre ella

tremava come una foglia, con un sorriso vago. Poi, rapidamente, le

loro labbra si erano unite... senza progetto... senza volere di alcuno

dei due. Così... perchè si amavano. E in quel secondo, incosciente e

supremo, Elisa ebbe il primo bacio d'amore della sua vita... il primo

fiore dell'ultima primavera.

Stettero le sue sulle labbra di Roberto... Stette ella così, stretta al

cuore di quel fanciullo. Negli occhi di quella donna non c'era ira di

sorta. Non fu in entrambi, per un istante, che una dolcezza ineffabile,

la tenera, sacra gioia, di rivedersi, di ritrovarsi, d'essere ancora

assieme, la confessione, il compenso di ciò che avevano entrambi

sofferto, divisi...

— Cara... — mormorò Roberto con profonda emozione — perchè sei andata

via così? perchè non sei tornata? Lo sai pure che non posso stare senza

di te... Lo sai pure che ti amo!

Suonava la dolce, la suprema parola, la nuova, ardita formula

confidenziale, nel tepore dell'aria sì mite, sì trasparente... L'udiva

Elisa, rivolta a lei, l'udiva calda, vibrante, sincera... Vedeva quei

grandi occhi bruni, cinti di appassionata penombra, versare nei suoi,

a immensi fiotti, l'espressione di un sentimento, di una vita, di un

mondo... l'amore!...

Egli seguitava, colla voce quasi smorzata dall'intima emozione:

— Perchè mi hai trattato così?... È stata quella vecchia che ti ha

condotta via, nevvero?... Ma dopo, perchè non mi hai scritto che venivi

qui?... Ma io ho fatto tanto che l'ho saputo, e ora... sono qui con

te... con te...

Se la strinse ancor più d'appresso al cuore, con un rapido, brusco

movimento, in cui, senza saperlo, mise la forza dell'intima accensione

che l'invadeva crescente.

Un'abitudine, ch'era diventata un istinto, gridò all'animo di Elisa

l'antico grido d'allarme...

E si scosse... spaventata.

— Roberto! — gridò con angoscia imperiosa, irresistibile.

— Non temere — diss'egli. — Ma io ti amo... sai.

Elisa s'era alquanto discosta da lui. Ma le loro mani erano ancora

intrecciate.

— Ti amo. Come sia avvenuto, non so. Ma tu devi saperlo... Mi hai

trattato come un figlio, ma io non ti amo, no, come un figlio... Non

te ne sei mai voluta accorgere, e mi hai fatto soffrire tanto. Poi sei

andata via... Ma lo so... che anche tu forse, un poco, hai sofferto. E

son venuto...

Si arrestò, vinto anch'egli, lottando contro l'effervescenza della

passione, contro il senso di rispetto che assieme all'amore gli aveva

sempre ispirato Elisa, lottando contro la sua inesperienza dei supremi

momenti della vita.

— Ti amo, — disse ancora sommessamente... umilmente. Poi, ad un tratto,

con un accento più alto, più imperioso: — Elisa... — gridò — vuoi esser

mia?

— Oh!... — gridò Elisa, esterrefatta — io?...

— Sì... tu... Ti amo, ti voglio... ho bisogno di te, della tua vita,

dei tuoi baci... Sei bella, ti amo. Come vuoi... tutto ciò che vuoi...

purchè tu sia mia! Di'... vuoi?... vuoi fidarti di me?... sono giovane,

ma non importa... Imparerò... saprò... Fammi, ciò che credi, tuo

amante, tuo marito! Ma purchè tu mi appartenga, purchè io possa vivere

con te... sempre...

Un delirio lo invadeva, un'ardente esplosione, determinata dalle

sofferenze reali ch'egli aveva provato negli scorsi giorni, dal vuoto

incomportabile che l'assenza d'Elisa aveva messo nella sua vita.

L'emozione di lei, la subita certezza che ella lo amasse, avevano fatto

divampare l'incendio a lungo soffocato.

Era sincero in quell'istante, sicuro di sè stesso, di tutto

l'ardore dei suoi giovani anni, di tutto l'orgoglio audace della sua

indipendenza, nell'impulso irresistibile del suo desiderio eccitato

sino alla follia dal semi abbandono di lei, dall'estasi vaga in cui

andava nuotando lo sguardo di quella donna.

Di nuovo, bramosamente, con uno sguardo di febbre, con un brusco moto,

la serrò sul suo petto, ricercò colle sue le labbra di lei. E con una

specie di energia prepotente, quasi feroce:

— Di' la verità... — gridò — dilla... mi ami?

Essa lo guardò smarrita. Tentò un sorriso, un diniego, una parola

evasiva. Ma come suo malgrado, come per una forza ineluttabile, le sue

labbra mormorarono disperatamente: — Sì.

Allora si sentì avvinghiata dalle braccia robuste di quel fanciullo,

sentì una pioggia di baci piombarle sul volto, senti un roco grido di

gioia, di trionfo.

— Ah! dunque, sei mia!

Ma, con un moto sì rapido ch'egli non ebbe il tempo di opporvisi, ella

si liberò da quella stretta. Si accampò ritta, severa, davanti a lui.

— Roberto! impazzite!

Roberto si arrestò... Rimase, anelante, pallido, di fronte a lei, che

lo guardava fissa, austera, colla suprema autorità di sguardo di un

domatore di belve, quando è solo, senz'armi, di fronte a un leone.

Entrambi rimasero così un istante. Si udiva l'alito rotto, affannoso,

di Roberto... Si vedevano vibrare, come in un accesso di febbre, le

vene del collo di lei, tremare le sue mani avvinghiate una all'altra,

palpitare violentemente il suo seno... Ma ella non si mosse, ed egli

non osò muoversi. Dopo un istante, egli chinò il capo e sussurrò:

— Perdonami.

Tacque un istante, come sopraffatto dalla stanchezza subitanea della

violenza fatta a sè stesso... Terribili, a volte, queste vittorie della

volontà nell'uomo!...

— Dunque? — proseguì un momento dopo, non più colla foga di un

fanciullo, ma con una specie di calma determinata, virile.

— Roberto... ho trentanove anni! — rispose ella con profonda angoscia.

Egli alzò le spalle sdegnosamente.

— Roberto, ho i capelli bianchi!...

Egli tese la mano, e una lunga, amorosa carezza passò su quei capelli

brizzolati.

— Se sapessi come sei bella, — mormorò.

— Roberto! il mondo, l'opinione pubblica...

Roberto ebbe un bel riso sonoro, echeggiante.

— Il mondo?... ma lo sai pure che del mondo non mi è mai importato

un bel niente. Quando siamo contenti noi, di lui cosa c'importa?...

Facciamo quello che ci pare. Se son contento io, tocca a me a pensarci.

Ti sembra?... Rideranno. Lasciamo ridere. Purchè siamo contenti,

noi!... E se è vero che mi ami... — S'arrestò improvvisamente; poi

continuò:

— Ancora non posso crederlo che tu mi ami. È troppo... troppo! io non

sono che un ragazzo. Ma, se lo vuoi, farai di me qualcosa che somigli

di più alle tue idee. Non son mica cattivo, nè difficile da condurre...

Tu mi hai fatto capire tante cose. No, degno, proprio degno di te non

lo sarò mai; ma se tu vuoi, se tu vuoi... Oh Elisa, Elisa. Non vedi che

non ne posso più di questo martirio!...

Non ne poteva più, infatti. La sua voce veniva meno nell'intenso ardore

di quella preghiera, nello sforzo di quel dominio sopra sè stesso, che

lo esauriva.

Ella anelava...

— Lasciami pensare, — supplicò.

Roberto sorrise tristamente.

— Se mi amassi veramente, non parleresti così. Fa ciò che credi. Ciò

che ti ho detto, lo ripeto: ti amo.

Si appoggiò, pallido e spossato, contro un vicino tronco d'albero.

— Ti scriverò, domani — sussurrò Elisa con un filo di voce. — Ora,

parti.

— Partire?..

Un rossore quasi verginale si diffuse sul volto di lei.

— Parti — ripetè. Ma nella sua voce c'era un tremore così giovanile,

così eloquente, un sì profondo ed angoscioso senso d'amore, che

un'ebbrezza di gioia invase il cuore di Roberto.

— Elisa! — gridò Roberto con un appello appassionato, supremo.

Ella non si fidò della sua voce. Fece un cenno di comando, d'addio...

— Pensa, — gridò egli — pensa!

Per un momento tutto nel suo essere ebbe ancora un impulso violento,

verso di lei. Ma ancora lo vinse.

Con una vibratissima mossa egli si spiccò da quel luogo. Si voltò

un istante, ed ella vide la sua splendida faccia irradiata d'amore,

sublime della vittoria riportata. Vide un appassionato gesto di addio,

di preghiera, vide una visione di bellezza, di gioventù, d'amore che la

salutava, che se ne andava, ch'ella stessa aveva mandato via. Un grido

morì nella sua gola, stretta da una convulsione. Poi, non vide più

nulla. Era andato a Firenze a attender lei o la sua risposta.

L'ultima primavera: romanzo · 第 19 / 24 题