La contessa Rescuati era sola in uno dei meno vasti fra i tanti saloni
del palazzo.
Stava sdraiata su un lungo divano verde di foggia Impero. Nella
penombra di un angolo, dietro a lei, biancheggiava confusamente un
busto di marmo bianco, l'effigie del fu conte Rescuati. Di fronte,
sulla lucentezza fredda della parete rossiccia a scagliola, spiccava
in una greve cornice dorata un quadro, pregiato lavoro di Adeodato
Malatesta. Il ritratto di Roberto a dieci anni, uno splendore di
fanciullo baldanzoso, in sella, su un piccolo cavallino sardo.
A destra della Contessa e a portata della sua mano, un tavolino
di certosina recava gli oggetti che potessero presumibilmente
abbisognarle: libri, l'occorrente per scrivere, lavori incominciati...
fialette di medicinali e d'essenze. E al centro, presso una
minuscola statuetta d'argento dell'Immacolata, rigirata fra grani
di madreperla d'un rosario, stava ancora un ritratto di Roberto, una
fotografia-gabinetto: la testa soltanto, idealmente bella sulle larghe
spalle che andavano smarrite nella sfumatura delicata del lavoro.
In quella sala, fra quel busto e quei due ritratti, Tecla scendeva ogni
mattino, quando poteva alzarsi. Alle sei del pomeriggio, sorretta da
due domestici, passava nella vicina sala da pranzo, e quivi finiva la
sera nell'ossequiosa compagnia del cappellano, del suo uomo d'affari e
di qualche parente o amico di casa. Tardava quanto poteva a coricarsi,
soffrendo di crudeli insonnie, cagionate da un quasi perenne stato
nevralgico. Incomodi di lunga data l'avevano quasi al tutto privata
dell'uso delle gambe. Aveva la cappella in casa, e non usciva, che due
o tre volte all'anno.
Una vecchia zitellona povera, lontana parente della casa, aveva assunte
presso di lei le funzioni di dama di compagnia. Ma la Contessa non era
molto loquace, e il garrulo cinguettìo, l'ampia messe di pettegolezzi
di Donna Marietta non erano fatti per distrarre i forzati ozi della sua
benefattrice e patrona. La buona zitellona aveva imparato a passare
molte ore con Tecla, pronta ai suoi cenni, ma in disparte, lavorando
silenziosamente per conto proprio, rispettando i tentativi di riposo
assoluto mercè i quali la Contessa tentava di conciliarsi almeno per
qualche minuto il sonno che, nella notte, visitava sì scarsamente il
suo capezzale.
Nella piccola contrada fuori mano, ove s'ergeva, grandioso e tetro, nel
suo carattere medioevale, il palazzo Rescuati, nulla accadeva di atto
a turbare la quiete dei vasti appartamenti deserti. Da quel silenzio
malinconico, necessariamente uggioso ad un giovane, la Contessa aveva
voluto allontanare il suo figliuolo.
L'aveva fatto, e non se ne pentiva. Ma ora egli da tempo non scriveva.
Ella pensava: — Se ci fosse qualcosa, me ne scriverebbe Elisa.
Ma anche Elisa da un mese non scriveva. E a Tecla venivano dei pensieri
strani su sè stessa, sull'esito della sua malattia, mentre riposava in
silenzio, inerte, sul divano verde, facendosi sempre più pallida, più
stanca, nella sua gran casa, taciturna anch'essa, senza luce, senza
sole, senza gioventù, senza bambini, senza Roberto.
Donna Marietta sollevò il capo dal suo lavoro, e diede un'occhiata alla
signora. Vide che la Contessa teneva chiusi gli occhi e stava immobile.
Allora la zitellona, con un piccolo sospiro di sollievo, si alzò,
sgranchì la sua ossea personcina ritta e rigida come un paracqua, nella
sua fodera di vestimenti semi monacali e chiotta chiotta, in punta di
piedi, se la battè alla volta di recessi meno splendidi, ma dove almeno
si potevan barattar parole colle cameriere o colla moglie dell'agente.
Appena si sentì sola, Tecla aprì gli occhi con un pallido sorriso. Ah!
gliel'aveva fatta a Donna Marietta! Ma tosto si distrasse dal pensiero
di Donna Marietta. Coll'acuta percezione auditiva che è tutta propria
degli ammalati, aveva udito, mentre era tuttora quasi impercettibile,
uno strepito di passi che s'accostavano per la lunga fuga delle
sale vicine. Riconobbe quello pesante e strascinato del suo vecchio
servitore, ma non l'altro, un passo femminile leggero, ignoto, e che
pure le andava suscitando una forte, crescente impressione. Il suo
povero cuore prese a batterle forte in seno, come presago dell'alta
angosciosa emozione che le strappò un grido, quando, apertosi l'uscio,
udì annunziare e farsi avanti la contessa Serramonti.
Non poteva alzarsi. Elisa le corse incontro colle braccia tese per
abbracciarla. Ma nella mente di Tecla quell'arrivo improvviso parve
talmente connettersi alle sue preoccupazioni di poc'anzi ch'ella ebbe
un pensiero soltanto, un terrore, una domanda:
— Roberto?
— Sta bene, ti accerto — ripeteva Elisa, profondamente colpita da
quell'angoscia, nonchè dal terribile deperimento di Tecla.
— No, no — ripeteva Tecla ansante, ostinata nel suo spavento — cosa
c'è?... cos'è accaduto? per pietà! dimmi.
— Nulla, ti accerto, nulla — replicò Elisa. — Son io, soltanto io, che
vengo a dirti...
Cadde in ginocchio dinanzi alla madre di Roberto.
E sul seno palpitante di questa, in uno scoppio irrefrenabile di
amore e di pianto, celò il volto. — Perdonami... — sussurrò. Questo è
accaduto, ch'io l'amo!
*
* *
L'una di notte.
Nel grande stanzone da letto, coi parati di damasco pallido, la luce
velata della _veilleuse_ diffonde una luce sbiadita, insufficiente
a rompere una penombra piena della confusa parvenza dei mobili e
delle cose. Sul tavolino da notte, accanto al letto in cui giace
Tecla Rescuati, la fiamma di una candela accesa in una piccola
bugia d'argento rischiara, in una breve zona di riflessi, due forme
femminili, vicine, quasi abbracciate, nell'intenso assorbimento di
colloquio. Tecla, col capo affondato fra i guanciali, coi grandi occhi
spalancati ascolta ciò che Elisa Serramonti, seduta su una poltroncina
bassa e col busto appoggiato alla sponda del letto, le viene narrando
sommessamente, per non destar la cameriera nella camera attigua. Un
lieve odor d'etere si esala nell'ambiente. Il palazzo dorme silenzioso,
nella grande pace notturna.
Ed Elisa narra, coll'irresistibile effusione di uno sfogo troppo a
lungo represso, la strana storia del suo cuore. Cerca, nella tempesta
appassionata dei suoi ricordi, di riannodare le sparse fila dei
dettagli di quel sentimento ch'ella ha lasciato giungere, nella sua
ibrida forma, sino all'intero dominio di sè stessa. Ma, ogni inganno è
scomparso ora; è la donna che parla, la donna che ama, che spasima, che
sente vano ogni sforzo per tollerare ciò che ella stessa ha compiuto,
che rinnega il suo eroismo e si confessa vinta e trascinata dal suo
amore verso le vie, gli scopi, l'essenza di ogni vero amore!
Tutto disse a Tecla di quanto era accaduto, di quanto le aveva
dimostrato e detto Roberto, di ciò ch'egli le aveva chiesto. La
confessione fu completa, senza ambagi, e mentre Elisa andava così
denunziando l'animo suo, sentiva ella stessa l'impressione di una
rivelazione... la sorpresa di ravvisare in sè, di toccar con mano la
propria attitudine a tutte le facoltà caratteristiche della passione.
Ella tremava, nell'angoscia di quella confessione che atterriva il
suo orgoglio; ma un'altra specie di orgoglio subentrava al primo,
l'orgoglio di sentirsi finalmente, completamente donna.
Uno splendore d'intima fiamma irradiava il suo volto; l'occhio
era umido, sfavillante di luce e di passione. Tecla comprendeva,
vedendola così, il pericolo a cui, senza saperlo, aveva esposto suo
figlio. Ascoltava, pallida, attenta. E quando Elisa ebbe finita la
sua confessione, si lasciò scivolare in ginocchio, e con una completa
remissività, con un appello supremo alla giustizia ed al cuore della
madre, sussurrò, stringendo violentemente le mani di lei:
— Ora ti ho detto tutto... Tu sei sua madre. Decidi.
Tecla si raccolse un istante; pensò... Forse chiese a Dio, anch'ella,
una forza. Non era stato quello il suo sogno di madre... Forse ella
sentiva confusamente quanto è temerario ogni tentativo di felicità.
Ma Roberto amava quella donna. Tecla sapeva ciò che ella era stata,
ciò che saprebbe esser ancora per lui! Pensò che non glielo avrebbe
portato via, per quel poco tempo ch'ella aveva ancora da vivere! E
l'antico eroico spruzzo di tenero romanticismo, ch'era sempre stato nel
suo cuore, disse anch'esso la sua parola! Elisa attendeva, bella...
oh inesprimibilmente bella della sua passione e della sua fiducia
disperata... Tecla risolse.
— Elisa — mormorò — non piangere... Io ti comprendo... in tutto... Sei
stata sublime; di più non potevi fare!... E ora, poichè lo ami ancora,
se egli t'ama sempre, prendilo il mio figliuolo... Io, sua madre, te lo
do!
*
* *
Dagli spiragli delle chiuse imposte trapelava ora uno scialbo
biancheggiare del mattino; la candela era pressochè consumata e sulla
faccia di Tecla stava il pallore delle notti più cattive. Ma ella in
quel momento non avvertiva di soffrire. La intensa concitazione di
Elisa era passata anche in lei. Tecla si eccitava febbrilmente nei
sogni di un avvenire che, dopo tutto, le rendeva suo figlio.
Era una conversazione rotta, confusa tra quelle due donne, soggiogate
dallo stesso sentimento, ed entrambe così atte a subirne l'impero.
Tecla comprendeva ora l'appassionata infatuazione di Elisa, come Elisa
aveva alla sua volta compreso l'ardente, il cieco amore materno di
Tecla. Parlavano a scatti, con un'assoluta sincerità, certe che, ora,
non potrebbero fraintendersi in nulla.
— Bada, soffrirai! — aveva detto Tecla ad Elisa.
— Lo so, è inevitabile... Ma non importa. Era una viltà la mia...
quella di non voler soffrire! Naturalmente, sarà questione di pochi
anni... Ma avrò tanta cura, lo amerò tanto che, per qualche tempo,
tutto sarà compensato... E poi... quando verrà il momento... oh...
non lo tormenterò, sai... saprò soffrire, tacere quanto occorre. Alla
peggio, morirò... Ma intanto... intanto!
Il delirio della sua gioia era in quel momento portato all'estremo.
Pareva il trionfo di una rivendicazione... pareva quasi un diritto. E
Tecla si accendeva anch'ella all'ardore di quel cuore amante che aveva,
finalmente, trovata la sua via.
— Sì, sarete felici. Egli ti ama, tu sei degna del suo amore.
Vedendoti, comprenderanno... E non me lo porterai via, nevvero, il mio
figliuolo? Egli sarà felice qui con noi. Tu che sei forte, che hai
il suo amore, saprai indirizzarlo al bene, ispirargli il desiderio
di una vita attiva, giovevole, lo spingerai a delle belle, a delle
nobili occupazioni. Lo conosco, è il mio figliuolo... Son io che l'ho
avvezzato un po' male, che l'ho fatto un po' pigro, un po' imperioso.
Ma in fondo, per chi ama, egli è capace di sacrifici, di sforzi!
Ha bisogno di affetto, di un ambiente suo, casalingo... Verrete qui
nevvero... vivrete con me? Qui, vedi, le illusioni si possono serbare
più a lungo, sono meno osteggiate dal genere di vita, si rimane
indietro in tante cose; anche col tempo... E lo terremo qui con noi...
veglieremo noi!... E tu farai in modo ch'egli sia sempre... sempre
contento, nevvero?
— Sì, sì... — ripeteva Elisa con trasporto... — Non temere, farò tutto
ciò che mi dirai... tutto ciò che sarà necessario perchè egli non
si penta, perchè non rimpianga ciò che ha rinunciato per me. E così
isolati, a furia d'amore, saremo felici a lungo... e Dio... forse mi
perdonerà la mia audacia.
Tacque, vinta dall'emozione, sorridente, estatica fra le lacrime...
Poi quelle due donne, per un impulso simultaneo, irresistibile, si
strinsero in un abbraccio appassionato nel pensiero, nell'amore,
nell'avvenire di Roberto!...
*
* *
— Apri le imposte — disse Tecla ad Elisa.
Elisa obbedì e la luce del giorno fatto rischiarò il volto alterato
di Tecla. Un periodo di reazione era già successo all'eccitamento di
poc'anzi, non impunemente subito da quel fragile organismo.
— Vuoi che chiami la cameriera? non ti senti bene, mi pare — chiese
Elisa.
— Oh no... non è nulla. È solo la mia solita crisi. Non suonare,
aspetta, fra un momento... Voglio dirti ancora una cosa.... Che conti
di fare?... Vuoi che gli scriva io?...
Un lieve cenno di Elisa l'avvertì che quel mezzo non le pareva adatto.
— Vuoi scrivergli tu?
Elisa arrossì violentemente.
— Oh no... no...
— Allora?...
— Vorrei — disse Elisa, turbata, con una sincerità di pudore che
pareva metterle sulla fronte l'aureola d'una vergine — vorrei... che la
cosa venisse da sè, naturalmente. Ecco... io tornerei ora a Firenze.
Giusto, ai primi di maggio ci son le corse, è un ritrovo generale.
C'incontriamo così come per caso e... allora... allora!
Tecla non pareva al tutto persuasa di questo ritardo. Ma comprendeva
che Elisa volesse, per un sentimento delicatissimo d'orgoglio e d'amore
ad un tempo, scegliere un terreno neutro ed un'occasione fortuita per
ricondurre Roberto al punto delicatissimo della ripresa degli antichi
rapporti... Pure... tant'è!
Ma non seppe, lì per lì, concretare precisamente le proprie obbiezioni.
E sentiva una confusione, cagionata dall'imminente crisi nervosa,
mettersi nei suoi pensieri e scompigliarli.
— Fa come credi. Ma non perder tempo. Per tanti motivi. E ora, vuoi
chiamare la donna? Non ti sgomentare, sai... È solo... solo...
Cadde inerte sul guanciale. Era solo la sua crisi. Ma, forse a cagione
delle emozioni testè subite, l'aveva colta con una violenza che poteva
realmente parer minacciosa ad Elisa, ignara di quanto può tollerare
talvolta un fisico di donna nervosa, apparentemente inetto ad ogni
sforzo di resistenza. Ci furono dei momenti di parossismo, in cui
Elisa, raccapricciata, potè credere che fosse per spezzarsi, da un
momento all'altro, il tenue filo di quell'esistenza.
Ma il filo non si spezzò, e otto giorni dopo quella notte, piena per
entrambe di sì vive emozioni, Tecla ed Elisa si dicevano addio. Elisa
partiva per Firenze per ritrovarvi Roberto, per dirgli che s'era
ingannata, che lo amava e che sarebbe sua.
Tecla rimaneva, aspettando.
Il medico aveva raccomandato di evitare a Tecla ogni forte impressione.
L'addio fu dunque calmo. Solo all'ultimo momento, mentre Elisa si
chinava per baciare l'amica coricata sul divano, questa si sollevò
alquanto, e tracciò un piccolo segno di benedizione sulla fronte di
Elisa. Ed Elisa ebbe un rapido ricordo di quella benedizione che aveva
messa, lei, come una madre, sulla fronte di Roberto, quando egli doveva
battersi con Carisi. Un lampo di terrore, il senso indefinito di un
rischio, di un pericolo le attraversò l'anima, come un razzo che fende
l'aria gioconda d'una notte di festa.
Ma subito sorrise, libera da quel semi pensiero. Ah!... ma non eran
passati due mesi!...