XIII.

Per alcuni giorni non vi furono spiegazioni.

La zia Balbina non aveva accennato comechessia ai perchè della sua

venuta, non aveva neppure alluso alla sua lettera, rimasta senza

risposta. Era venuta per dar battaglia, ma si limitava per ora a

studiare il terreno.

L'accoglienza di Elisa fu doverosa, nulla più. Ella aveva sempre avuta

un'immensa considerazione pel famoso senno pratico di zia Balbina

ed una sincera riconoscenza per le molte prove d'interessamento

che n'aveva ricevute, ma in questi sentimenti non era mai entrata

la simpatia. Ed un suo innato senso d'indipendenza si ribellava al

despotismo un po' sprezzante che era sempre stato caratteristico della

zia Balbina.

E poi... sciocchezze, ubbie, ingratitudine forse; ma strano a dirsi,

era sempre lei, zia Balbina, quella che veniva a scuotere le persone

quando erano in preda al sonno d'un'illusione!... Era lei, sempre

lei ad avvertire, a mettere il dito esattamente là dove la piaga era

più dolorosa e più celata, lei ad insegnare il rimedio più amaro,

la forma di rassegnazione più razionale, più consona al suo ideale

di rassegnazione. Essa distribuiva benevolmente i tesori della sua

farmacopea spirituale, ma coll'obbligo assoluto di trangugiarli, a

tutte le persone che onorava della sua protezione.

Elisa era sempre stata prima fra queste, specialmente all'epoca in cui

aveva la buona abitudine di lasciarsi assolutamente consigliare da lei.

A dir vero, questa preferenza aveva subìto una certa alterazione

allorchè, rimasta vedova, la contessa Serramonti aveva opposto una

imprudente opposizione alla magnanima offerta d'andare a star presso

la zia. Ma la zia Balbina era tenace nel generoso proposito di voler

far del bene alle persone che amava, anche se queste non fossero state

completamente persuase della infallibile efficacia del suo intervento.

Ella era assai ricca, e certi altri nipoti che accettavano devotamente

i suoi consigli, anche correndo il rischio di una possibile delusione

per l'avvenire, avrebbero dato di gran cuore molto del proprio perchè

Elisa, con qualche amabile sproposito o in qualsiasi altra maniera,

riescisse ad alienarsi un po' di quel formidabile bene che la zia

Balbina non mancava di professarle, assieme ad un profluvio di elogi

per quella nipote ammaestrata da lei. E quasi quasi, in fondo a quel

cuore di benefica virago, c'era un lievito di pia soddisfazione che la

profezia emanata dal suo alto senno si fosse un pochino avverata.

Intendiamoci: un pochino, giusto quel tanto che ci voleva per rendere

necessario il suo intervento, e persuadere Elisa che talvolta i

consigli pratici possono tornare, dopo tutto, non inutili. Perchè in

fondo sapeva benissimo, lei... ch'erano tutte ciarle. Figurarsi! Sua

nipote! Una donna di tanto senno; educata da lei! Per i ciarlieri

basterebbe la sua presenza... Per Elisa una sua parola!...

Elisa la sentiva in aria quella parola sospesa sul suo capo... come la

spada di Damocle. Il giorno stesso del suo arrivo, a zia Balbina era

stato presentato Roberto Rescuati. Povero Roberto! che sorpresa per

lui, trovarsi di fronte inevitabilmente, quella degna signora, che lo

guardava attenta, paziente, servendosi qualche volta dell'occhialino,

come se si trattasse di un grazioso insetto d'una nuova specie!

Era stata piuttosto gentile per lui e s'era degnata di dire ch'era

abbastanza distinto, ma c'era nel tuono della sua voce, quando gli

parlava, qualcosa di così serenamente sprezzante nell'apparente

bonarietà, che Elisa, più ancora di Roberto, ne risentiva delle vere

trafitture. La zia Balbina aveva subito assunto con Rescuati un fare

leggermente ironico, lo aveva chiamato talvolta: giovanotto, e c'era

proprio voluto lo sguardo supplichevole di Elisa a lui rivolto, una

specie di sorriso di semi confidenza, perchè egli mandasse giù, in

santa pace, l'appellativo.

Il giovane era, come può credersi, potentemente seccato; un'irritazione

violenta lo coglieva a volte davanti a quell'intervento inatteso,

ingrato, e in cui subodorava un'ostilità sistematica. Quando c'era

gente da Elisa, la zia Balbina si permetteva qualche assenza dal

salotto, ma non appena era libero il campo, ella, come avvertita da

un dispettoso spirito familiare, compariva tosto, sempre elegante

nella sua ricca austerità di vestiario, col suo occhialino, col suo

ricamo di tappezzeria, colle sue lane. Aveva un vezzo tutto suo di

non dare importanza alla presenza di Roberto, di costringere Elisa

ad occuparsi con lei di cose alle quali egli non poteva o non sapeva

interessarsi: ora le chiedeva il suo parere su un'opera scientifica,

ora la intratteneva di vecchie conoscenze, di vecchi episodi. Altre

volte, rivolgeva a Roberto una specie d'interrogatorio sugli studi

fatti, sulle sue idee a proposito delle questioni sociali, e ascoltava

le risposte con un mezzo sorriso distratto, come di un professore

che pensa: Quanti punti dargli a quell'allievo? In modo che Roberto,

esasperato, finiva per lo più coll'andarsene, recando in cuor suo

un vero impeto d'esecrazione per quella donna che nulla lasciava

d'intentato per farlo figurare come un ragazzo agli occhi di Elisa.

Tale era veramente il piano della zia Balbina. In sè, non sarebbe stato

un cattivo piano. Ma nell'attuarlo la donna superiore scordava due cose

soltanto: il senso della misura e la forza della reazione.

Roberto si schermiva come poteva, e... tornava.

Il fascino che lo attirava presso Elisa pareva anzi fortificarsi

nell'attrito dell'ostacolo. Gli pareva quasi una sfida l'insolenza

di quella vecchia, in cui egli aveva subito odorata una nemica,

e che, stuzzicandolo, destava in lui la fiera più o meno assopita

nell'antro di ogni cuore umano, l'amor proprio. Dal contatto con

quella arcigna aggressiva superiorità di virago, spiccava, per forza

inevitabile di contrasto, quella sì squisitamente femminile di Elisa...

quella superiorità pietosa, ignara di sè stessa, che pareva fondersi

soverchiata, come un elemento assimilato, in una rivelazione diffusa

dell'_amatività_ squisita di quella donna. Pochi, ben pochi l'avevano

compreso, il cuore di Elisa, meno di tutti la zia Balbina... Roberto ne

aveva un sentore. Ci credeva appunto perchè sentiva direttamente _egli_

il riflesso di quel raggio e godeva del suo calore, senza chiedersi

bene donde diramasse, nè qual grado di intensità potesse raggiungere.

Ci credeva colla cieca sincerità del suo intuito e coll'audacia

della sua stessa inesperienza. E l'ostacolo sollecitava il suo

desiderio; Elisa gli pareva ora più bella, più attraente che mai, come

ringiovanita da quella incresciosa tutela di guardiana.

Essa aveva, per lui, quasi un segreto compenso per la cortese pazienza

colla quale egli tollerava con apparente filosofia, il nuovo stato

di cose, una specie di più confidenziale e in uno di più seria

familiarità. Talvolta certi sorrisi, certi sguardi anche involontari

tradivano, come una tacita connivenza coi suoi sentimenti, una

birichina intesa della sua dissimulata tolleranza. E allora c'era come

una malizia tenera nei suoi sguardi, qualcosa che lo rapiva come una

intima gioia, e gli faceva battere il cuore di una vaga speranza. Nei

brevi momenti in cui erano soli, quei frammenti d'intimità assumevano

un'indole di strana intesa. Elisa e Roberto respiravano allora un'aria

di sollievo, che pareva quasi comunicarli nella coscienza d'una cara

complicità di ribellione, creare fra essi come un legame nuovo, che

diminuiva le distanze, parificava i sentimenti.

Pure quei momenti, quelle concessioni pietose di Elisa sortivano

talvolta un effetto contrario. La reazione prendeva inaspettatamente

un'indole pericolosa. Roberto si esaltava facilmente: c'era un

pericolo, ravvisabile ora... nell'ardore con cui egli ne approfittava,

e nell'esigenza con cui li voleva rinnovati, prolungati il più spesso

possibile. Un non so che d'imperioso, di tormentato veniva sempre

a galla, ora, in quei colloqui quasi furtivi e in cui Elisa, nel

fanciullo tenero, amoroso, vedeva lampeggiare un altro essere, un

uomo che soffriva, che si frenava, ma tormentosamente, alle prese

con un segreto volere, con un'aspirazione impetuosa non determinata,

no, ma prepotente. Egli diventava allora irrequieto nei modi, con un

non so che di aspro e insieme di snervato, aveva delle mezze frasi

amare, sragionevoli, che Elisa rintuzzava dolcemente come se non le

prendesse sul serio, ma che lasciavano non solo nel suo cuore, ma in

tutto l'esser suo, un'impressione acuta, scottante, un senso vagamente

appassionato e pauroso.

Intanto, zia Balbina non poteva trovare appiglio al contegno di

loro due; era incensurabile.... ma, tant'è, quell'intimità, quella

confidenza di lui, quella condiscendente bontà di lei... due o tre

misteriosi sorrisi scambiati fra loro e colti a volo, le davano un

certo pensiero.

E anche nei suoi rapporti con lei, Elisa non era più la stessa. Sempre

deferente e rispettosa, piena di premure pel suo benessere, docile a

qualunque espresso o solo accennato desiderio, poteva dirsi tuttavia

una nipote esemplare.

Ma la remissività antica, l'adesione assoluta alle viste della zia

erano scomparse. Elisa evitava con molta cura le discussioni che zia

Balbina cercava talvolta d'intavolare su argomenti delicati e che

avrebbero potuto condurla su un terreno scottante. Vigilante anch'ella,

odorava l'agguato, e si sottraeva, per istinto più che per altro, per

un vago, codardo terrore della brusca cessazione dei _suoi_ dubbi, per

la paura di veder concretati, in forma precisa, i doveri assoluti della

situazione. Il che non era eroico, certamente.

Ma a retroguardia di questo, c'era un altro sentimento, una naturale

reazione di amor proprio di donna, una ribellione segreta contro

quell'intervento non chiesto, e quell'inquisizione, che l'offendeva

anche nel pudore delicato di quell'amore ch'ella aveva voluto

mascherare a tutti e persino a sè stessa, che era la sua gioia e la sua

tortura, feconda di emozioni, di angoscie intimissime, appartenenti ad

un genere pel quale il linguaggio non ha parole, nè analisi possibile

la scienza psicologica, tanto sono misteriose ed indefinibili le sue

vibrazioni.

Pure, di queste emozioni, il mondo aveva avuto sentore prima ancora

di lei, le aveva, colla brutalità logica de' suoi giudizi, spiate nel

suo cuore. Snaturandole col solo alito suo, ne aveva fatto un balocco

per suo uso speciale, uno scandaletto piccante, a cui alcuni non

prestavano, altri fingevano di non prestar fede.

Ma la storiella, coi suoi vari aspetti, correva pei salotti. Ed Elisa

lo sapeva, ed era per quella donna uno strazio senza fine. Reagiva

bensì colla coscienza della sua battaglia, ch'era ancora una vittoria.

Nella superiorità del suo spirito sì forte, poteva trovarsi, assieme

all'acuto dolore, anche il disprezzo della calunnia. Ella poteva, dopo

tutto, ignorarla!

Ma la cosa era diversa, ora, di fronte a zia Balbina.

*

* *

Avevano recata la posta.

Non c'era nulla per Elisa, e zia Balbina chiese il permesso di aprire

le due lettere venute per lei. Si ritrasse a leggerle presso la

finestra.

Roberto approfittò di quella mossa per sedersi vicino alla contessa

Elisa, e scambiare qualche parola con lei a bassa voce, naturalmente,

per non disturbare la leggitrice.

— Oh... guarda Elisa, — escì a dire improvvisamente la zia Balbina.

— Mi scrive l'avvocato per quell'affare che sai... la lite coi

Montestano. Bisogna che io parta uno di questi giorni.

Chinò di nuovo sulla lettera il suo sguardo sagace. Ma questo aveva già

fatto bottino di quello involontario, raggiante che s'erano scambiato

in quell'attimo Elisa e Roberto. Già ella aveva veduta la subita

alterazione del volto di sua nipote.

Finalmente! pensò, chiudendo con diligenza la lettera che non era

affatto del suo avvocato e che non la chiamava per nulla in luogo

alcuno.

Miserabile, lo stratagemma. Ma era riuscito. Ora poteva parlare ad

Elisa.

*

* *

Calmissime, entrambe.

La zia Balbina era in funzione. Già da dieci minuti il suo dito

s'addentrava sapientemente nella piaga.

— Capirai che giudico per conto mio, senza preoccuparmi delle ciarle

altrui. Sei mia nipote e tanto basta. Ma non avrei mai creduto che

potesse nascere la necessità di tutelare il decoro di una donna della

tua età e del tuo senno, di fronte ad un... scusami, monello di quella

specie.

La guardava dall'alto in basso, così dicendole, con una posa da grande

inquisitrice.

Elisa ricamava con molta diligenza.

— Il mio decoro? — ripetè, guardando bene in volto, anch'ella, la sua

interlocutrice. E nel suo accento c'era una vibrazione che zia Balbina

udiva per la prima volta in quella voce.

— Sì — ripetè severamente — il tuo decoro! Credi che faccia

bell'effetto vederti quel _blanc bec_ sempre appiccicato alle tue

gonne? La tua condotta, mia cara, è per lo meno assai leggera.

Una lieve tinta di porpora salì alle gote di Elisa.

— Le piace giudicarlo tale, — rispose pacatamente. — Me ne duole assai,

ma mi permetterà di farle osservare, cara zia, che sinora...

— Sinora, per l'appunto. Ma sinora non è tutto nella vita. Si è

sempre a tempo per far ridere la gente. E tutto ciò, sai, ha un po' di

ridicolo... non ti pare?

Avanti, zia Balbina, coraggio. Un altro millimetro. A momenti ci siamo,

al punto voluto. Guarda com'è già pallida la donna a cui stai parlando.

— La prego, zia, — disse Elisa brevemente, — vogliamo lasciare

quest'argomento?

— No, — rispose zia Balbina, — bisogna esaurirlo anzi. Son venuta

apposta per sincerarmi.

— Ah! — disse Elisa, con un lieve accento ironico. — E adesso, si è

sincerata?

Voleva provarsi a giuocar d'audacia. Ma non era il suo forte. Un

tremore nervoso agitava il suo labbro.

— Mi sono sincerata — continuò tranquillamente l'altra — che hai avuto

molto torto di non seguire i miei consigli, e che ti trovi adesso assai

imbarazzata.

— Io? — ribattè Elisa con un tentativo di allegra protesta.

— Sì... lo sei. L'hai sbagliata sin dal principio. Colle tue ubbie

di sviscerata amicizia per Tecla e coll'incaricarti di quel ragazzo

impertinente, che, fra parentesi, mi pare abbia tutte le prerogative

di un bellimbusto di provincia e sia indietro in parecchie, anzi in

moltissime cose, hai presa la tua parte sul serio. Il ragazzo... si

sa... si è montata la testa... ci vuol tanto, a quell'età! E tu invece

di canzonarlo bellamente...

Elisa depose il suo ricamo con uno sguardo che produsse una leggera

alterazione nel piano del discorso di zia Balbina. L'egregia donna ebbe

un piccolo impeto di tosse, esaurito il quale, proseguì:

— Senz'accorgerti, dico, hai lasciato ch'egli si montasse la testa.

Sfido io... la prima donna che si è occupata di lui. E poi, ben

inteso, la donna... non una donna, come accade alla sua età. Sei ancora

abbastanza conservata per piacere, e... insomma... è naturale sino ad

un certo punto che egli sia innamorato di te. Ma s'egli è un ragazzo,

tu non lo sei, mia cara. Hai per lo meno l'età della ragione! Hai

trentanove anni, mia cara. Non si direbbe, certe volte, ma li hai. Oh!

li porti benissimo ed è una eccellente età, relativamente. L'ho sempre

detto, anzi, che dovresti rimaritarti, e giacchè ho già una volta la

mano così buona...

— Zia, — interruppe Elisa con un movimento così vibrato che fece quasi

trasalire la zia Balbina. Oh!... Oh! quella sua nipote, che vampe aveva

gettate dagli occhi! che vibrazioni aveva in tutta la persona.

— Oh, — ribattè zia Balbina, cercando di dissimulare col sarcasmo lo

stizzoso stupore che l'invadeva, — non temere. Lo so che una fortuna

come quella che dovesti a me non capita due volte ad una donna, neppure

quando abbia il buon senso di apprezzarla. Ma ciò non entra nel mio

argomento. E non discuto neppure sul resto, sai? Volevo solamente

chiederti, e ti chiedo: cosa conti di fare?

Finalmente aveva toccato il fondo, quel dito sagace. C'era e non si

moveva più.

Elisa incrociò le braccia con un calmo gesto di stanchezza.

— Nulla! — rispose laconicamente.

Un momento di cupo silenzio regnò nel salotto, e una nuvola calò

visibilmente sulla fronte di zia Balbina. Le parve che pungesse un

pochino, là dove aveva messo il dito. Prese una grande risoluzione.

— È la tua ultima parola? — chiese categoricamente ad Elisa.

— L'ultima.

La zia Balbina si sgomentò. Aveva tentato il categorico imperativo di

Kant, coll'assoluta certezza di vincere. Ma questa era una Elisa nuova,

ch'ella non conosceva, che si difendeva con delle armi ed un volere

inaspettato. Che fare ora? Battere in ritirata?

Ebbe una subita ispirazione.

— Quella che avresti risposto a tuo padre?

Ora, aveva colpito giusto. Un estremo pallore sostituì sul volto di

Elisa la fiamma della ribellione.

Alzò il capo, e lo sguardo pieno di angoscia incontrò sulla parete il

quadro entro cui campeggiava la bianca testa sì nobile, sì dolce.

Un'onda di ricordi le si affollò al cuore, destandovi un subito

ravvivarsi di appassionato rammarico, il senso di un supremo bisogno

di simpatia, di consiglio, d'aiuto, quale lui, lui solo, avrebbe potuto

darle.

— Papà, — mormorò. — Oh!... padre mio!... — Ed era piena di lagrime,

d'intimo ed umile sgomento, quell'unica frase. Ah! se fosse stata sola,

con quale impeto Elisa si sarebbe gettata ai piedi di quel ritratto,

quale ardente sfogo di pianto avrebbe sollevato il suo cuore, forse

rischiarata la notte di incertezze crudeli in cui si dibatteva quella

povera anima appassionata!

Ma ciò non si poteva fare. C'era zia Balbina che detestava le scene. E

quella sarebbe stata per l'appunto una scena...

Elisa vinse dunque quell'impeto, e rivolse a zia Balbina uno sguardo

calmo e quasi sottomesso.

— Zia, la prego... lasciamo per ora questo argomento.

— No, mia cara, — ribattè zia Balbina. — L'abbiamo intavolato, e voglio

che ne tocchiamo il fondo. Sei mia nipote e devi ascoltarmi. Per questa

volta... perchè poi sarò io che non te ne parlerò più. È necessario

che tu prenda una decisione. Sei in una posizione falsa e ridicola,

e ci sei per colpa tua, unicamente tua. Capirai che non discuterò con

te le cause di un'infatuazione assurda da tutti i lati e sotto tutti

i riguardi, e per la quale nelle tue circostanze non esiste una sola

scusa plausibile, nè ammissibile. Ora, ciò deve cessare. È duopo far

intendere a quel ragazzo che ormai le sue visite sono di troppo, e, se

non vuoi farlo tu, me ne incarico io.

Elisa andò diritta verso la zia. Una formidabile ira splendeva nei suoi

occhi, qualcosa come un'irradiazione di magnifico orgoglio, sì fiero,

sì determinato che zia Balbina indietreggiò involontariamente d'un

passo, e s'accorse di aver commesso un errore.

— Mia cara zia, — disse Elisa con somma calma, — lei non farà nulla,

assolutamente nulla di simile. Le sono grata della sollecitudine che

dimostra per ciò che mi riguarda, ma la prego di credere, al pari di

me, che io sola ho il diritto di giudicare delle cose mie. E questo,

zia Balbina, una volta per tutte.

Zia Balbina non rispose. Sulla sua fronte rugosa, sulle magre gote era

salito quel rossore cupo d'ira repressa ch'è così penoso a vedersi sul

volto dei vecchi. Ella si sentiva vinta.

— Sta bene — disse. — È quello che, si doveva, naturalmente, al

mio zelo per il tuo decoro. Ma ti considero quale sei, una povera

illusa. Come capirai, io non rimarrò qui a presenziare le assurde...

sconvenienze sulle quali tu non ammetti discussioni. Parto domattina.

Oh, l'inesprimibile sollievo per Elisa! Ma in pari tempo che improvviso

senso di rimorso! Era sua zia, la sorella di suo padre, l'unica parente

che avesse dopo tutto.

— Oh no — mormorò sotto l'impero d'un subito pentimento e con un

accento pieno di sincera emozione — non faccia questo... la prego!

Zia Balbina dissimulò un sorriso di trionfo.

— Lo farò infallibilmente, mia cara. Domattina colla prima corsa.

*

* *

Era per tempo assai, la prima corsa. Ma sin dalla sera avanti la zia

Balbina aveva fatto preparare il suo baule dalla cameriera. Il treno

partiva alle sette e quaranta, ed erano testè scoccate le sei e mezzo.

La luce mattina era ancora troppo fioca per rischiarare sola gli

ultimi preparativi della partenza. Due candellieri accesi ardevano

sul tavolino, e china su una grossa sacca da viaggio di zigrino nero,

la grossa Viola, la cameriera di zia Balbina, insaccava colla massima

diligenza l'immenso materiale che la padrona giudicava necessario al

_comfort_ dei suoi viaggi. La delicata operazione era sorvegliata da

lei col solito corredo di raccomandazioni e rimbrotti pel ritardo.

Un lieve colpo, picchiato all'uscio, fe' volgere il capo a zia Balbina.

— Avanti! — disse.

L'uscio s'aprì e diè adito alla contessa Elisa.

Era completamente vestita da viaggio, col cappello in capo. Dietro la

veletta si vedeva una faccia pallida e sbattuta, la faccia di chi ha

passata una notte insonne.

Essa andò diritta verso zia Balbina.

Qualcosa nello sforzo, nell'espressione affranta del passo della

nipote, fece vibrare nell'animo della zia una corda che ben di rado

soleva vibrare in lei. Ed era del pari stanca, come sfinita, la voce

che disse tranquillamente:

— Zia... parto con lei.

La presenza di Viola rendeva impossibile una spiegazione.

— Certo — disse soltanto zia Balbina — che bella sorpresa!

E partirono assieme, veramente.

*

* *

Solo più tardi, alla stazione di Pisa, quando la cameriera scese

per andar a prendere qualcosa per le signore rimaste nel vagone, zia

Balbina si rivolse ad Elisa:

— Vieni da me — ben inteso!

— Sì, per qualche giorno.

La zia trattenne una smorfietta; avrebbe preferito una misura più

radicale. Stava per dire. — E poi? — ma si trattenne con uno sforzo

così tradito e così meritorio che Elisa ebbe un pallido sorriso.

— Andrò alle Celle per una settimana o due. Poi farò un giretto a

Milano, sui laghi, dai Plana forse, non so.

Zia Balbina non fe' commenti. In fondo il suo scopo era ottenuto. E

l'istinto del suo vero buon senso le suggeriva di lasciar in pace sua

nipote e di non provocare spiegazioni.

Il treno correva, celere, per l'ammirabile paesaggio alpestre della

linea Firenze-Bologna.

Le due signore e la cameriera occupavano una carrozza riservata, e

non avevano a temere moleste intrusioni di viaggiatori. Nessuna di

esse parlava. Viola per un eccellente motivo, perchè dormiva. La

zia Balbina, comodamente rincantucciata in un angolo, soccombeva

gradatamente alla stessa tentazione, ma la sua posa era dignificata dal

giornale: _L'Univers_, che tuttora trattenuto fra il seno e le braccia

incrociate, le copriva buona parte del volto.

Il rombo cadenzato del treno scorrente sulle rotaie metteva nell'udito

come l'impressione di una melopea, ripetuta all'infinito, il solfeggio

ritmico di un eterno ritornello musicale.

Sulle ginocchia di Elisa stavano libri e giornali, ma ella non

leggeva. Voltata di fianco, nel suo angolo, teneva la fronte poggiata

al cristallo della finestrina, seguendo collo sguardo abbandonato la

vicenda incessante degli splendidi quadri del paesaggio, alternati

ai bruschi periodi di oscurità prodotti dal passaggio nelle gallerie.

Fuori, all'aperto, era la primavera montanina, ancora un po' in ritardo

e in tutta la delicata poesia dei suoi primordi. Sui declivi dei vecchi

sterri, sulle balze, dovunque, nell'intenso del primo verde, era una

matta sterminata fioritura di primole, d'anemoni, di viole. Poi, ad un

tratto, la notte soffocante, il cupo rimbombo delle gallerie, col loro

senso di isolamento, di tenebra, di caos.

Elisa aveva tanto pensato la notte scorsa, tanto ragionato, tanto

predicato a sè stessa, che ora, nel suo cervello stanco, i pensieri

non si concretavano più in forma definitiva. Ella aveva solo una vaga

impressione di strazio sofferto, di suprema gioia rinunziata, le pareva

che, quando il treno correva all'aperto, quel tal ritornello nella sua

eterna canzone dicesse sommessamente: con lui, e quando entrava nel

buio: senza di lui. E una volta o due, quando un attrito delle ruote

sulle rotaie produsse nella carrozza una repentina scossa oscillatoria,

una grossa lagrima che Elisa non sapeva di avere tremolante sul ciglio,

se ne spiccò bruscamente, e andò a cadere sulle inerti mani di lei...

L'ultima primavera: romanzo · 第 18 / 24 题