Per alcuni giorni non vi furono spiegazioni.
La zia Balbina non aveva accennato comechessia ai perchè della sua
venuta, non aveva neppure alluso alla sua lettera, rimasta senza
risposta. Era venuta per dar battaglia, ma si limitava per ora a
studiare il terreno.
L'accoglienza di Elisa fu doverosa, nulla più. Ella aveva sempre avuta
un'immensa considerazione pel famoso senno pratico di zia Balbina
ed una sincera riconoscenza per le molte prove d'interessamento
che n'aveva ricevute, ma in questi sentimenti non era mai entrata
la simpatia. Ed un suo innato senso d'indipendenza si ribellava al
despotismo un po' sprezzante che era sempre stato caratteristico della
zia Balbina.
E poi... sciocchezze, ubbie, ingratitudine forse; ma strano a dirsi,
era sempre lei, zia Balbina, quella che veniva a scuotere le persone
quando erano in preda al sonno d'un'illusione!... Era lei, sempre
lei ad avvertire, a mettere il dito esattamente là dove la piaga era
più dolorosa e più celata, lei ad insegnare il rimedio più amaro,
la forma di rassegnazione più razionale, più consona al suo ideale
di rassegnazione. Essa distribuiva benevolmente i tesori della sua
farmacopea spirituale, ma coll'obbligo assoluto di trangugiarli, a
tutte le persone che onorava della sua protezione.
Elisa era sempre stata prima fra queste, specialmente all'epoca in cui
aveva la buona abitudine di lasciarsi assolutamente consigliare da lei.
A dir vero, questa preferenza aveva subìto una certa alterazione
allorchè, rimasta vedova, la contessa Serramonti aveva opposto una
imprudente opposizione alla magnanima offerta d'andare a star presso
la zia. Ma la zia Balbina era tenace nel generoso proposito di voler
far del bene alle persone che amava, anche se queste non fossero state
completamente persuase della infallibile efficacia del suo intervento.
Ella era assai ricca, e certi altri nipoti che accettavano devotamente
i suoi consigli, anche correndo il rischio di una possibile delusione
per l'avvenire, avrebbero dato di gran cuore molto del proprio perchè
Elisa, con qualche amabile sproposito o in qualsiasi altra maniera,
riescisse ad alienarsi un po' di quel formidabile bene che la zia
Balbina non mancava di professarle, assieme ad un profluvio di elogi
per quella nipote ammaestrata da lei. E quasi quasi, in fondo a quel
cuore di benefica virago, c'era un lievito di pia soddisfazione che la
profezia emanata dal suo alto senno si fosse un pochino avverata.
Intendiamoci: un pochino, giusto quel tanto che ci voleva per rendere
necessario il suo intervento, e persuadere Elisa che talvolta i
consigli pratici possono tornare, dopo tutto, non inutili. Perchè in
fondo sapeva benissimo, lei... ch'erano tutte ciarle. Figurarsi! Sua
nipote! Una donna di tanto senno; educata da lei! Per i ciarlieri
basterebbe la sua presenza... Per Elisa una sua parola!...
Elisa la sentiva in aria quella parola sospesa sul suo capo... come la
spada di Damocle. Il giorno stesso del suo arrivo, a zia Balbina era
stato presentato Roberto Rescuati. Povero Roberto! che sorpresa per
lui, trovarsi di fronte inevitabilmente, quella degna signora, che lo
guardava attenta, paziente, servendosi qualche volta dell'occhialino,
come se si trattasse di un grazioso insetto d'una nuova specie!
Era stata piuttosto gentile per lui e s'era degnata di dire ch'era
abbastanza distinto, ma c'era nel tuono della sua voce, quando gli
parlava, qualcosa di così serenamente sprezzante nell'apparente
bonarietà, che Elisa, più ancora di Roberto, ne risentiva delle vere
trafitture. La zia Balbina aveva subito assunto con Rescuati un fare
leggermente ironico, lo aveva chiamato talvolta: giovanotto, e c'era
proprio voluto lo sguardo supplichevole di Elisa a lui rivolto, una
specie di sorriso di semi confidenza, perchè egli mandasse giù, in
santa pace, l'appellativo.
Il giovane era, come può credersi, potentemente seccato; un'irritazione
violenta lo coglieva a volte davanti a quell'intervento inatteso,
ingrato, e in cui subodorava un'ostilità sistematica. Quando c'era
gente da Elisa, la zia Balbina si permetteva qualche assenza dal
salotto, ma non appena era libero il campo, ella, come avvertita da
un dispettoso spirito familiare, compariva tosto, sempre elegante
nella sua ricca austerità di vestiario, col suo occhialino, col suo
ricamo di tappezzeria, colle sue lane. Aveva un vezzo tutto suo di
non dare importanza alla presenza di Roberto, di costringere Elisa
ad occuparsi con lei di cose alle quali egli non poteva o non sapeva
interessarsi: ora le chiedeva il suo parere su un'opera scientifica,
ora la intratteneva di vecchie conoscenze, di vecchi episodi. Altre
volte, rivolgeva a Roberto una specie d'interrogatorio sugli studi
fatti, sulle sue idee a proposito delle questioni sociali, e ascoltava
le risposte con un mezzo sorriso distratto, come di un professore
che pensa: Quanti punti dargli a quell'allievo? In modo che Roberto,
esasperato, finiva per lo più coll'andarsene, recando in cuor suo
un vero impeto d'esecrazione per quella donna che nulla lasciava
d'intentato per farlo figurare come un ragazzo agli occhi di Elisa.
Tale era veramente il piano della zia Balbina. In sè, non sarebbe stato
un cattivo piano. Ma nell'attuarlo la donna superiore scordava due cose
soltanto: il senso della misura e la forza della reazione.
Roberto si schermiva come poteva, e... tornava.
Il fascino che lo attirava presso Elisa pareva anzi fortificarsi
nell'attrito dell'ostacolo. Gli pareva quasi una sfida l'insolenza
di quella vecchia, in cui egli aveva subito odorata una nemica,
e che, stuzzicandolo, destava in lui la fiera più o meno assopita
nell'antro di ogni cuore umano, l'amor proprio. Dal contatto con
quella arcigna aggressiva superiorità di virago, spiccava, per forza
inevitabile di contrasto, quella sì squisitamente femminile di Elisa...
quella superiorità pietosa, ignara di sè stessa, che pareva fondersi
soverchiata, come un elemento assimilato, in una rivelazione diffusa
dell'_amatività_ squisita di quella donna. Pochi, ben pochi l'avevano
compreso, il cuore di Elisa, meno di tutti la zia Balbina... Roberto ne
aveva un sentore. Ci credeva appunto perchè sentiva direttamente _egli_
il riflesso di quel raggio e godeva del suo calore, senza chiedersi
bene donde diramasse, nè qual grado di intensità potesse raggiungere.
Ci credeva colla cieca sincerità del suo intuito e coll'audacia
della sua stessa inesperienza. E l'ostacolo sollecitava il suo
desiderio; Elisa gli pareva ora più bella, più attraente che mai, come
ringiovanita da quella incresciosa tutela di guardiana.
Essa aveva, per lui, quasi un segreto compenso per la cortese pazienza
colla quale egli tollerava con apparente filosofia, il nuovo stato
di cose, una specie di più confidenziale e in uno di più seria
familiarità. Talvolta certi sorrisi, certi sguardi anche involontari
tradivano, come una tacita connivenza coi suoi sentimenti, una
birichina intesa della sua dissimulata tolleranza. E allora c'era come
una malizia tenera nei suoi sguardi, qualcosa che lo rapiva come una
intima gioia, e gli faceva battere il cuore di una vaga speranza. Nei
brevi momenti in cui erano soli, quei frammenti d'intimità assumevano
un'indole di strana intesa. Elisa e Roberto respiravano allora un'aria
di sollievo, che pareva quasi comunicarli nella coscienza d'una cara
complicità di ribellione, creare fra essi come un legame nuovo, che
diminuiva le distanze, parificava i sentimenti.
Pure quei momenti, quelle concessioni pietose di Elisa sortivano
talvolta un effetto contrario. La reazione prendeva inaspettatamente
un'indole pericolosa. Roberto si esaltava facilmente: c'era un
pericolo, ravvisabile ora... nell'ardore con cui egli ne approfittava,
e nell'esigenza con cui li voleva rinnovati, prolungati il più spesso
possibile. Un non so che d'imperioso, di tormentato veniva sempre
a galla, ora, in quei colloqui quasi furtivi e in cui Elisa, nel
fanciullo tenero, amoroso, vedeva lampeggiare un altro essere, un
uomo che soffriva, che si frenava, ma tormentosamente, alle prese
con un segreto volere, con un'aspirazione impetuosa non determinata,
no, ma prepotente. Egli diventava allora irrequieto nei modi, con un
non so che di aspro e insieme di snervato, aveva delle mezze frasi
amare, sragionevoli, che Elisa rintuzzava dolcemente come se non le
prendesse sul serio, ma che lasciavano non solo nel suo cuore, ma in
tutto l'esser suo, un'impressione acuta, scottante, un senso vagamente
appassionato e pauroso.
Intanto, zia Balbina non poteva trovare appiglio al contegno di
loro due; era incensurabile.... ma, tant'è, quell'intimità, quella
confidenza di lui, quella condiscendente bontà di lei... due o tre
misteriosi sorrisi scambiati fra loro e colti a volo, le davano un
certo pensiero.
E anche nei suoi rapporti con lei, Elisa non era più la stessa. Sempre
deferente e rispettosa, piena di premure pel suo benessere, docile a
qualunque espresso o solo accennato desiderio, poteva dirsi tuttavia
una nipote esemplare.
Ma la remissività antica, l'adesione assoluta alle viste della zia
erano scomparse. Elisa evitava con molta cura le discussioni che zia
Balbina cercava talvolta d'intavolare su argomenti delicati e che
avrebbero potuto condurla su un terreno scottante. Vigilante anch'ella,
odorava l'agguato, e si sottraeva, per istinto più che per altro, per
un vago, codardo terrore della brusca cessazione dei _suoi_ dubbi, per
la paura di veder concretati, in forma precisa, i doveri assoluti della
situazione. Il che non era eroico, certamente.
Ma a retroguardia di questo, c'era un altro sentimento, una naturale
reazione di amor proprio di donna, una ribellione segreta contro
quell'intervento non chiesto, e quell'inquisizione, che l'offendeva
anche nel pudore delicato di quell'amore ch'ella aveva voluto
mascherare a tutti e persino a sè stessa, che era la sua gioia e la sua
tortura, feconda di emozioni, di angoscie intimissime, appartenenti ad
un genere pel quale il linguaggio non ha parole, nè analisi possibile
la scienza psicologica, tanto sono misteriose ed indefinibili le sue
vibrazioni.
Pure, di queste emozioni, il mondo aveva avuto sentore prima ancora
di lei, le aveva, colla brutalità logica de' suoi giudizi, spiate nel
suo cuore. Snaturandole col solo alito suo, ne aveva fatto un balocco
per suo uso speciale, uno scandaletto piccante, a cui alcuni non
prestavano, altri fingevano di non prestar fede.
Ma la storiella, coi suoi vari aspetti, correva pei salotti. Ed Elisa
lo sapeva, ed era per quella donna uno strazio senza fine. Reagiva
bensì colla coscienza della sua battaglia, ch'era ancora una vittoria.
Nella superiorità del suo spirito sì forte, poteva trovarsi, assieme
all'acuto dolore, anche il disprezzo della calunnia. Ella poteva, dopo
tutto, ignorarla!
Ma la cosa era diversa, ora, di fronte a zia Balbina.
*
* *
Avevano recata la posta.
Non c'era nulla per Elisa, e zia Balbina chiese il permesso di aprire
le due lettere venute per lei. Si ritrasse a leggerle presso la
finestra.
Roberto approfittò di quella mossa per sedersi vicino alla contessa
Elisa, e scambiare qualche parola con lei a bassa voce, naturalmente,
per non disturbare la leggitrice.
— Oh... guarda Elisa, — escì a dire improvvisamente la zia Balbina.
— Mi scrive l'avvocato per quell'affare che sai... la lite coi
Montestano. Bisogna che io parta uno di questi giorni.
Chinò di nuovo sulla lettera il suo sguardo sagace. Ma questo aveva già
fatto bottino di quello involontario, raggiante che s'erano scambiato
in quell'attimo Elisa e Roberto. Già ella aveva veduta la subita
alterazione del volto di sua nipote.
Finalmente! pensò, chiudendo con diligenza la lettera che non era
affatto del suo avvocato e che non la chiamava per nulla in luogo
alcuno.
Miserabile, lo stratagemma. Ma era riuscito. Ora poteva parlare ad
Elisa.
*
* *
Calmissime, entrambe.
La zia Balbina era in funzione. Già da dieci minuti il suo dito
s'addentrava sapientemente nella piaga.
— Capirai che giudico per conto mio, senza preoccuparmi delle ciarle
altrui. Sei mia nipote e tanto basta. Ma non avrei mai creduto che
potesse nascere la necessità di tutelare il decoro di una donna della
tua età e del tuo senno, di fronte ad un... scusami, monello di quella
specie.
La guardava dall'alto in basso, così dicendole, con una posa da grande
inquisitrice.
Elisa ricamava con molta diligenza.
— Il mio decoro? — ripetè, guardando bene in volto, anch'ella, la sua
interlocutrice. E nel suo accento c'era una vibrazione che zia Balbina
udiva per la prima volta in quella voce.
— Sì — ripetè severamente — il tuo decoro! Credi che faccia
bell'effetto vederti quel _blanc bec_ sempre appiccicato alle tue
gonne? La tua condotta, mia cara, è per lo meno assai leggera.
Una lieve tinta di porpora salì alle gote di Elisa.
— Le piace giudicarlo tale, — rispose pacatamente. — Me ne duole assai,
ma mi permetterà di farle osservare, cara zia, che sinora...
— Sinora, per l'appunto. Ma sinora non è tutto nella vita. Si è
sempre a tempo per far ridere la gente. E tutto ciò, sai, ha un po' di
ridicolo... non ti pare?
Avanti, zia Balbina, coraggio. Un altro millimetro. A momenti ci siamo,
al punto voluto. Guarda com'è già pallida la donna a cui stai parlando.
— La prego, zia, — disse Elisa brevemente, — vogliamo lasciare
quest'argomento?
— No, — rispose zia Balbina, — bisogna esaurirlo anzi. Son venuta
apposta per sincerarmi.
— Ah! — disse Elisa, con un lieve accento ironico. — E adesso, si è
sincerata?
Voleva provarsi a giuocar d'audacia. Ma non era il suo forte. Un
tremore nervoso agitava il suo labbro.
— Mi sono sincerata — continuò tranquillamente l'altra — che hai avuto
molto torto di non seguire i miei consigli, e che ti trovi adesso assai
imbarazzata.
— Io? — ribattè Elisa con un tentativo di allegra protesta.
— Sì... lo sei. L'hai sbagliata sin dal principio. Colle tue ubbie
di sviscerata amicizia per Tecla e coll'incaricarti di quel ragazzo
impertinente, che, fra parentesi, mi pare abbia tutte le prerogative
di un bellimbusto di provincia e sia indietro in parecchie, anzi in
moltissime cose, hai presa la tua parte sul serio. Il ragazzo... si
sa... si è montata la testa... ci vuol tanto, a quell'età! E tu invece
di canzonarlo bellamente...
Elisa depose il suo ricamo con uno sguardo che produsse una leggera
alterazione nel piano del discorso di zia Balbina. L'egregia donna ebbe
un piccolo impeto di tosse, esaurito il quale, proseguì:
— Senz'accorgerti, dico, hai lasciato ch'egli si montasse la testa.
Sfido io... la prima donna che si è occupata di lui. E poi, ben
inteso, la donna... non una donna, come accade alla sua età. Sei ancora
abbastanza conservata per piacere, e... insomma... è naturale sino ad
un certo punto che egli sia innamorato di te. Ma s'egli è un ragazzo,
tu non lo sei, mia cara. Hai per lo meno l'età della ragione! Hai
trentanove anni, mia cara. Non si direbbe, certe volte, ma li hai. Oh!
li porti benissimo ed è una eccellente età, relativamente. L'ho sempre
detto, anzi, che dovresti rimaritarti, e giacchè ho già una volta la
mano così buona...
— Zia, — interruppe Elisa con un movimento così vibrato che fece quasi
trasalire la zia Balbina. Oh!... Oh! quella sua nipote, che vampe aveva
gettate dagli occhi! che vibrazioni aveva in tutta la persona.
— Oh, — ribattè zia Balbina, cercando di dissimulare col sarcasmo lo
stizzoso stupore che l'invadeva, — non temere. Lo so che una fortuna
come quella che dovesti a me non capita due volte ad una donna, neppure
quando abbia il buon senso di apprezzarla. Ma ciò non entra nel mio
argomento. E non discuto neppure sul resto, sai? Volevo solamente
chiederti, e ti chiedo: cosa conti di fare?
Finalmente aveva toccato il fondo, quel dito sagace. C'era e non si
moveva più.
Elisa incrociò le braccia con un calmo gesto di stanchezza.
— Nulla! — rispose laconicamente.
Un momento di cupo silenzio regnò nel salotto, e una nuvola calò
visibilmente sulla fronte di zia Balbina. Le parve che pungesse un
pochino, là dove aveva messo il dito. Prese una grande risoluzione.
— È la tua ultima parola? — chiese categoricamente ad Elisa.
— L'ultima.
La zia Balbina si sgomentò. Aveva tentato il categorico imperativo di
Kant, coll'assoluta certezza di vincere. Ma questa era una Elisa nuova,
ch'ella non conosceva, che si difendeva con delle armi ed un volere
inaspettato. Che fare ora? Battere in ritirata?
Ebbe una subita ispirazione.
— Quella che avresti risposto a tuo padre?
Ora, aveva colpito giusto. Un estremo pallore sostituì sul volto di
Elisa la fiamma della ribellione.
Alzò il capo, e lo sguardo pieno di angoscia incontrò sulla parete il
quadro entro cui campeggiava la bianca testa sì nobile, sì dolce.
Un'onda di ricordi le si affollò al cuore, destandovi un subito
ravvivarsi di appassionato rammarico, il senso di un supremo bisogno
di simpatia, di consiglio, d'aiuto, quale lui, lui solo, avrebbe potuto
darle.
— Papà, — mormorò. — Oh!... padre mio!... — Ed era piena di lagrime,
d'intimo ed umile sgomento, quell'unica frase. Ah! se fosse stata sola,
con quale impeto Elisa si sarebbe gettata ai piedi di quel ritratto,
quale ardente sfogo di pianto avrebbe sollevato il suo cuore, forse
rischiarata la notte di incertezze crudeli in cui si dibatteva quella
povera anima appassionata!
Ma ciò non si poteva fare. C'era zia Balbina che detestava le scene. E
quella sarebbe stata per l'appunto una scena...
Elisa vinse dunque quell'impeto, e rivolse a zia Balbina uno sguardo
calmo e quasi sottomesso.
— Zia, la prego... lasciamo per ora questo argomento.
— No, mia cara, — ribattè zia Balbina. — L'abbiamo intavolato, e voglio
che ne tocchiamo il fondo. Sei mia nipote e devi ascoltarmi. Per questa
volta... perchè poi sarò io che non te ne parlerò più. È necessario
che tu prenda una decisione. Sei in una posizione falsa e ridicola,
e ci sei per colpa tua, unicamente tua. Capirai che non discuterò con
te le cause di un'infatuazione assurda da tutti i lati e sotto tutti
i riguardi, e per la quale nelle tue circostanze non esiste una sola
scusa plausibile, nè ammissibile. Ora, ciò deve cessare. È duopo far
intendere a quel ragazzo che ormai le sue visite sono di troppo, e, se
non vuoi farlo tu, me ne incarico io.
Elisa andò diritta verso la zia. Una formidabile ira splendeva nei suoi
occhi, qualcosa come un'irradiazione di magnifico orgoglio, sì fiero,
sì determinato che zia Balbina indietreggiò involontariamente d'un
passo, e s'accorse di aver commesso un errore.
— Mia cara zia, — disse Elisa con somma calma, — lei non farà nulla,
assolutamente nulla di simile. Le sono grata della sollecitudine che
dimostra per ciò che mi riguarda, ma la prego di credere, al pari di
me, che io sola ho il diritto di giudicare delle cose mie. E questo,
zia Balbina, una volta per tutte.
Zia Balbina non rispose. Sulla sua fronte rugosa, sulle magre gote era
salito quel rossore cupo d'ira repressa ch'è così penoso a vedersi sul
volto dei vecchi. Ella si sentiva vinta.
— Sta bene — disse. — È quello che, si doveva, naturalmente, al
mio zelo per il tuo decoro. Ma ti considero quale sei, una povera
illusa. Come capirai, io non rimarrò qui a presenziare le assurde...
sconvenienze sulle quali tu non ammetti discussioni. Parto domattina.
Oh, l'inesprimibile sollievo per Elisa! Ma in pari tempo che improvviso
senso di rimorso! Era sua zia, la sorella di suo padre, l'unica parente
che avesse dopo tutto.
— Oh no — mormorò sotto l'impero d'un subito pentimento e con un
accento pieno di sincera emozione — non faccia questo... la prego!
Zia Balbina dissimulò un sorriso di trionfo.
— Lo farò infallibilmente, mia cara. Domattina colla prima corsa.
*
* *
Era per tempo assai, la prima corsa. Ma sin dalla sera avanti la zia
Balbina aveva fatto preparare il suo baule dalla cameriera. Il treno
partiva alle sette e quaranta, ed erano testè scoccate le sei e mezzo.
La luce mattina era ancora troppo fioca per rischiarare sola gli
ultimi preparativi della partenza. Due candellieri accesi ardevano
sul tavolino, e china su una grossa sacca da viaggio di zigrino nero,
la grossa Viola, la cameriera di zia Balbina, insaccava colla massima
diligenza l'immenso materiale che la padrona giudicava necessario al
_comfort_ dei suoi viaggi. La delicata operazione era sorvegliata da
lei col solito corredo di raccomandazioni e rimbrotti pel ritardo.
Un lieve colpo, picchiato all'uscio, fe' volgere il capo a zia Balbina.
— Avanti! — disse.
L'uscio s'aprì e diè adito alla contessa Elisa.
Era completamente vestita da viaggio, col cappello in capo. Dietro la
veletta si vedeva una faccia pallida e sbattuta, la faccia di chi ha
passata una notte insonne.
Essa andò diritta verso zia Balbina.
Qualcosa nello sforzo, nell'espressione affranta del passo della
nipote, fece vibrare nell'animo della zia una corda che ben di rado
soleva vibrare in lei. Ed era del pari stanca, come sfinita, la voce
che disse tranquillamente:
— Zia... parto con lei.
La presenza di Viola rendeva impossibile una spiegazione.
— Certo — disse soltanto zia Balbina — che bella sorpresa!
E partirono assieme, veramente.
*
* *
Solo più tardi, alla stazione di Pisa, quando la cameriera scese
per andar a prendere qualcosa per le signore rimaste nel vagone, zia
Balbina si rivolse ad Elisa:
— Vieni da me — ben inteso!
— Sì, per qualche giorno.
La zia trattenne una smorfietta; avrebbe preferito una misura più
radicale. Stava per dire. — E poi? — ma si trattenne con uno sforzo
così tradito e così meritorio che Elisa ebbe un pallido sorriso.
— Andrò alle Celle per una settimana o due. Poi farò un giretto a
Milano, sui laghi, dai Plana forse, non so.
Zia Balbina non fe' commenti. In fondo il suo scopo era ottenuto. E
l'istinto del suo vero buon senso le suggeriva di lasciar in pace sua
nipote e di non provocare spiegazioni.
Il treno correva, celere, per l'ammirabile paesaggio alpestre della
linea Firenze-Bologna.
Le due signore e la cameriera occupavano una carrozza riservata, e
non avevano a temere moleste intrusioni di viaggiatori. Nessuna di
esse parlava. Viola per un eccellente motivo, perchè dormiva. La
zia Balbina, comodamente rincantucciata in un angolo, soccombeva
gradatamente alla stessa tentazione, ma la sua posa era dignificata dal
giornale: _L'Univers_, che tuttora trattenuto fra il seno e le braccia
incrociate, le copriva buona parte del volto.
Il rombo cadenzato del treno scorrente sulle rotaie metteva nell'udito
come l'impressione di una melopea, ripetuta all'infinito, il solfeggio
ritmico di un eterno ritornello musicale.
Sulle ginocchia di Elisa stavano libri e giornali, ma ella non
leggeva. Voltata di fianco, nel suo angolo, teneva la fronte poggiata
al cristallo della finestrina, seguendo collo sguardo abbandonato la
vicenda incessante degli splendidi quadri del paesaggio, alternati
ai bruschi periodi di oscurità prodotti dal passaggio nelle gallerie.
Fuori, all'aperto, era la primavera montanina, ancora un po' in ritardo
e in tutta la delicata poesia dei suoi primordi. Sui declivi dei vecchi
sterri, sulle balze, dovunque, nell'intenso del primo verde, era una
matta sterminata fioritura di primole, d'anemoni, di viole. Poi, ad un
tratto, la notte soffocante, il cupo rimbombo delle gallerie, col loro
senso di isolamento, di tenebra, di caos.
Elisa aveva tanto pensato la notte scorsa, tanto ragionato, tanto
predicato a sè stessa, che ora, nel suo cervello stanco, i pensieri
non si concretavano più in forma definitiva. Ella aveva solo una vaga
impressione di strazio sofferto, di suprema gioia rinunziata, le pareva
che, quando il treno correva all'aperto, quel tal ritornello nella sua
eterna canzone dicesse sommessamente: con lui, e quando entrava nel
buio: senza di lui. E una volta o due, quando un attrito delle ruote
sulle rotaie produsse nella carrozza una repentina scossa oscillatoria,
una grossa lagrima che Elisa non sapeva di avere tremolante sul ciglio,
se ne spiccò bruscamente, e andò a cadere sulle inerti mani di lei...