La voce prendeva molta consistenza; non si poteva fare una visita,
nè frammettersi in un crocchio, senza udir parlare di quel benedetto
matrimonio... Non era per anco dichiarato ufficialmente, ma si dava per
certo. Marina Negroni era fidanzata al principe di Hetzengenfeld.
La duchessa d'Accorsi era portata a cielo. Un coro frenetico di
entusiastico plauso si elevava da mille bocche, fatte turiboli. Poichè,
indubbiamente, il merito della felice manovra era tutto suo. Marina
non avrebbe mai saputo da sola, col suo mediocre fascino, tentare
una impresa sì incredibilmente audace, raggiungere una sì portentosa
fortuna. Ovvero ella aveva ingannati tutti quanti colla sua finta
freddezza, colla sua calma imperturbabile. Si era abilmente riserbata
per la sorte sognata dalla tacita ambizione. E se l'aveva raggiunta,
buon per lei. Il mondo è di chi lo sa prendere.
Se qualche timida voce si alzava per trovare che, dopo tutto, l'immensa
ventura di Marina sarebbe stata più completa se si fosse trattato di
uno sposo meno avanzato in età e di aspetto più aggradevole, la piccola
nota andava tosto schiacciata nella sonorità incalzante del plauso
generale e incondizionato. Fanciulle giovani, boccioli di rose appena
sbocciate, invidiavano sinceramente Marina.
Non parlo dell'immensa invidia che le madri stesse di quelle fanciulle
portavano alla duchessa d'Accorsi.
Pure, avrebbero dovuto tacere. Poichè sanno... le madri! Ma più di loro
la sa lunga il criterio del mondo, la sua equità di estimazione dei
sentimenti e dei fatti.
Contuttociò, la notizia trovò un'incredula, una donna che si ostinava
a dire, pensando ai venticinque anni di Marina e ai sessanta del
principe: — È impossibile.
E questa bizzarra ostinata era la contessa Elisa Serramonti.
Aveva una specie di terrore di quell'idea, una confusa apprensione di
un male cagionato da lei, dalla fiacchezza del suo operato, dalla sua
mancanza di coraggio e di perseveranza. Un picciol verme rodeva forse
celato, in non so quale ripostiglio della sua coscienza?
Una mattina, dopo una notte insonne, Elisa s'alzò con un'idea fissa.
Venire a capo del vero, a qualunque costo.
Marina Negroni aggrottò forte le ciglia quando udì dalla sua cameriera
che la contessa Serramonti chiedeva di lei e saliva per l'appunto le
scale che conducevano al suo piccolo appartamento di signorina. Poi
disse a sè stessa: — Meglio così — e si preparò a ricevere l'inattesa
visitatrice. E quando questa coll'accento affettuoso, colla libertà a
cui le davano pieno diritto l'antica amicizia e le prove di reciproco
interessamento, le chiese semplicemente se avesse fondamento la
voce che correva, Marina rispose, senza imbarazzo, senza ambagi, un
semplice: Sì.
— Da ier l'altro soltanto — proseguì poscia Marina — girando
sull'anulare un grosso rubino contornato di brillanti di uno splendore
degno di una fidanzata regale. — Non è ancora ufficialmente annunciato,
ma la mamma le avrebbe scritto certamente quest'oggi. Il matrimonio si
farà presto; Enrico desidera di ritornare in Germania.
Parlava disinvolta e senza il menomo imbarazzo, come se tutto ciò fosse
la cosa più semplice, più ovvia di questo mondo. Nè la fisonomia,
nè l'accento tradivano la menoma emozione: la sua bellezza glaciale
pareva già educata all'impassibilità serena di una sovrana. Non era
mai stata molto espansiva, neppur con Elisa; ma Elisa, guardandola
ora e udendola, provava come uno stringimento al cuore. Quell'immensa
calma non era nuova in Marina; ma in quella novità di circostanze,
nell'entità dell'avvenimento, pareva ad Elisa ch'ella assumesse un
significato strano e inammissibile. Nel cuore suo era una indefinita
tormentosa lotta d'incertezze; ma non mai, neppur pel più lieve
spiraglio, Marina, nel corso della conversazione, diede campo ad una
spiegazione, ad una domanda. Solo quando fu in piedi per accomiatarsi,
Elisa trovò ad un tratto, in un parossismo di angoscia che si tradiva
nel tremito della voce, nell'alterazione della fisonomia, il coraggio
di una domanda: — Sei felice? — Colta all'improvviso, Marina trasalì.
Un lampo d'ira passò nei suoi occhi, qualcosa come un odio, una bieca
meraviglia. Ma subito si spense. — Si, — disse ad alta voce.
— Lo ami? — insistè Elisa — lo ami? — sempre con quel cieco istinto di
_dover_ dire, premunire. Una immensa pietà di quella fanciulla s'era
levata impetuosa, risoluta, nel suo cuore.
— Certamente, lo amo — ribattè Marina con una quieta determinatezza. Ma
la menzogna appariva visibile nel moto stesso delle labbra. Con un vago
senso di terrore Elisa pensò al suo passato, al giorno in cui s'era
fatta sposa al conte Serramonti, alla strana realtà che aveva ad un
tratto squarciato il velo delle sue caste ignoranze, e che non aveva ad
ausiliario, a scusa... a ragione nulla più del convincimento del dovere
ed un ragionato senso di stima e di omogeneità intellettuali. E ora,
ora soltanto intuiva, comprendeva che tutto ciò era stato un sacrilegio
e stava per compierlo anche Marina, quell'inconscio sacrilegio.
— Marina, — le disse, con intensità profonda di sentimento — sei
risoluta, lo vedo... Ma pensaci, per pietà, pensaci ancora. A un'altra
non direi così... Ma io ti voglio bene... ti ho sempre voluto bene, ho
sempre desiderato la tua felicità.
— Lo so, — interruppe tranquillamente Marina — più volte mi ha dato
prove del suo interessamento. Si è adoperata anzi più volte per
procacciarmi un collocamento. E allora... non le pareva necessario che
io ci pensassi tanto per prendere una risoluzione, nevvero?...
Sotto l'ironia crudele di quell'allusione, Elisa si sentì di fronte
ad un nuovo, inatteso ostacolo. Marina le appariva sotto un nuovo
aspetto... un aspetto che non aveva mai sospettato in lei.
— Marina, — le disse, con la serietà dolorosa di un animo che si sente
ferito a un tratto da un'ingiustizia e da un'ingratitudine — in tutti
_quei_ casi... tu avresti potuto amare. E ora? interroga il tuo cuore,
Marina, interroga tutta te stessa.
Davanti al puro e chiaro sguardo di Elisa si abbassò quello audace e
aggressivo della fanciulla. Ella non osò ripetere la sua menzogna.
— Ora, — disse tranquillamente, — la cosa è decisa, io ne sono
contentissima... Non sia in pena per me, Contessa; questo matrimonio
colma tutti i miei voti, e quelli di mia madre. Tutto a questo mondo
non si può avere. E l'amore. Oh! l'amore!...
Ebbe un bel riso perlato in cui suonava un amarissimo scherno.
— Ci crede, lei, all'amore? — soggiunse poi accostandosi ad Elisa, e
piantandole in faccia uno sguardo quale Elisa non aveva mai conosciuto
nell'occhio di quella fanciulla. Qualcosa, un impulso misterioso e
irresistibile costrinse la Contessa a rispondere gravemente:
— Sì!
Di nuovo nella bocca di Marina stridette il piccolo riso cristallino.
— Ah! Contessa, meglio tardi che mai! nevvero?
Un grande pallore coperse il volto di Elisa, un pallore sì intenso che
Marina stessa ne rimase un istante sgomentata.
Ma la contessa rimase immobile e quieta. Poi come dal profondo del
cuore, dal profondo di un abisso di dolori e di lacrime, la risposta
venne involontaria, precisa:
— No, Marina, meglio mai che tardi!....
. . . . . . .
Marina non replicò. Stettero mute un istante, raccolte ognuna
nell'intensità delle proprie angoscie. Così erano state un'altra volta
nel salotto della Contessa, quel giorno in cui Marina era venuta a
chieder ragguagli sul duello di Roberto. Ma allora non sapevano! Ora
sì, sapevano, e forse in quel momento ebbero pietà l'una dell'altra!...
Quando ricominciarono a parlare, il colloquio parve avere ad un tratto
ritrovate le antiche basi calme e cordiali. Elisa non reiterò i suoi
consigli e nessuna allusione venne fatta agli intimi sentimenti di
entrambe. Marina diede tranquillamente le notizie di quanto si atteneva
alla circostanza, ai progetti di viaggio, ecc.
Nulla in Marina rivelava l'ubbriachezza del trionfo. Nulla dell'interno
suo stato d'animo trapelò più in lei. Ell'era, adesso, quale era sempre
stata, fredda, indifferente, intangibile..., padrona del suo destino.
Senonchè, ora, nella serena normalità delle sue parole, c'era come una
nuova dignità, una forma di riservatezza, un _noli me tangere_, che
aveva veramente qualcosa di regale, che si elevava sovrano, imperante
sulle confuse rovine d'una passata debolezza, rinnegata ora e dominata,
per sempre...
*
* *
Elisa stava dinanzi allo specchio e lo interrogava. Lentamente passò
la mano sui proprii capelli, sulle piccole striature bianche che li
chiazzavano. Ma la capigliatura era abbondante, morbida, finissima. Le
sue mani ebbero l'impressione di una carezza.
Guardò ancora attentamente, come si guarda negli occhi di un giudice.
Si vide grande e snella. Le linee del suo corpo serbavano tuttora
un'integrità giovanile, quasi virginea. Il collo era fresco, rotondo.
Inalterato il fine ovale del volto, cesellate le fattezze. Una tinta
delicata pareva dar loro un rilievo indefinito e brillante. E gli
occhi suoi le parvero grandi, vivi di una luce diffusa, irradiante.
Attorno ad essi le piccole rughe parevano essersi celate, fatte quasi
invisibili.
Una suprema compiacenza le penetrò nell'animo, una gioia tenera di
quella bellezza sua, rivelata a lei stessa, constatata in uno di quei
momenti in cui l'anima a tutto s'avvinghia di ciò che può salvarla da
un terrore segreto, senza nome.
— Sono bella, — mormorò Elisa, — sono bella!
Lo era in quel momento, squisitamente. Era bella del suo amore segreto,
combattuto, messo alla porta da lei stessa cento volte al giorno, ma
che cento volte al giorno, insidioso, prepotente tornava.
Si guardò ancora, e sorrise. Un senso di immensa gratitudine le irruppe
dal cuore:
— Roberto, — mormorò sottovoce — Roberto, tu sei la mia gioventù!...
Si lasciò cadere come spossata nella poltrona e gli occhi, lentamente,
si socchiusero. Una mano si levò, tremante con un inconscio gesto
d'appello...
Roberto!... mormorò ancora una voce semispenta!
Ma Roberto non l'intese. Era al _Club_ cogli amici.
*
* *
La duchessa d'Accorsi diede una grande _soirée extra_ per annunziare
ufficialmente le nozze di sua figlia. Passò in persona, un momento,
dalla contessa Serramonti per invitarla verbalmente, e rimase molto, ma
molto attonita udendo da Elisa stessa ch'ella non avrebbe forse potuto
approfittare del gentile invito. Partiva.
Partire! Ma che! non poteva crederlo. Partire ora, sul finire del
carnevale e nel più bel momento della stagione. Impossibile! Sarebbe
un dispiacere immenso per lei e per Marina se la loro cara Elisa non
assistesse a quella festa. E ora ch'era sì bella, sì brillante! Ah! non
l'avevano mai vista così bella, così fresca. Era l'opinione di tutti;
un vero incanto.
La Duchessa ripeteva infatti ciò che da qualche tempo era la _vox Dei_
della società fiorentina. Ma il complimento non era giustificato in
quell'istante. Elisa non era nè giovane, nè bella. Dimostrava tutti i
suoi anni, forse più dei suoi anni.
— Parto, — disse ancora. — Vado da una mia zia, malata, alla quale ho
da lungo tempo promessa una visita.
— Malata... molto?... — chiese la Duchessa col suo formidabile sorriso.
Elisa non sapeva mentire. Arrossì.
— Sì... piuttosto gravemente.
— Ah! davvero! Me ne spiace.
Un sorriso stranamente equivoco schiuse le labbra di Ginevra. Ella si
appressò con una mossa confidenziale, di compagna, alla poltroncina di
Elisa.
— Quella cara Contessa! Misteriosa sempre! sempre avvolta di un velo
di poesia. Ah!... la comprendo... sa!... più di quanto ella creda.
Per quanto ciò le sembri strano, forse audace da parte mia, ho sempre
avuta l'intuizione, che, un giorno o l'altro, fra noi dovesse esistere
un'intesa più intima, meno superficiale di quanto lo concede la nostra
esistenza così agitata, così frivola... A volte, non ho mai osato
dirglielo; poichè ella vive in una sfera tanto superiore alla mia. Ma
se sapesse quanto ho pensato all'isolamento della sua vita, del suo
cuore....
La Duchessa seguiva attentamente sul volto di Elisa le tracce delle
sue velate insinuazioni. Non invano era sì subdola e sì crudele. Voleva
sapere e sapere da lei.
Poichè era in dubbio; un dubbio curioso. Ella aveva bensì, senza mai
formulare un'accusa precisa, scatenata la calunnia sui passi di quella
donna; ma in fondo, per conto suo, non era sicura. Sapeva, lei, ciò che
il mondo bene spesso ignora, cioè che si può lottare vittoriosamente
anche con una passione vera, che spesso le apparenze ingannano, anche
nel senso del male, che ci sono delle anime schiave di un principio,
di un ideale di altera purezza, e per le quali, come per l'ermellino,
l'idea della macchia è più dura... più crudele della morte stessa.
Elisa sentiva l'oppressione incalzante di quella volontà imperiosa. Un
ipnotismo pareva costringerla a subire il fascino malvagio di quello
sguardo.
Ginevra le si era fatta presso ora, assai presso. Il suo sguardo
dardeggiava vicino, intollerabile. La mano della Duchessa accarezzava
con un gesto furtivo, pieno di simpatia felina, la povera mano di
Elisa. E un sorriso dolce, quasi amoroso pareva dire alla misera: —
Suvvia, dunque, tradisciti; non vedi che son qui, che so, che voglio,
che devi dirmi il tuo segreto?
— Ella ha sofferto!... sì, deve aver sofferto tanto! — continuò
Ginevra. — Il mondo non le sa queste cose. Pure, è tanto naturale. Ci
sono delle fatalità, oh... così dolci, nevvero? E la vita è così breve,
così pochi i compensi delle sue amarezze. E certi spauracchi, che
spaventano le anime timide, insufficienti, non bisogna curarsene... mia
cara amica. La questione è tutta lì, dominare o essere dominata. E lei,
dopo tutto, è libera, è uno spirito forte, superiore a tante meschine
considerazioni. La società si contenta di così poco, in realtà...
basta una piccola, oh... una così piccola dose di _savoir faire_, per
assicurarsi la sua indulgenza, la sua simpatia, anche nelle questioni
che riguardano noi... il nostro povero cuore.
Fu intollerabile per Elisa l'umiliazione di quell'istante. Comprese ciò
che quella donna voleva dire, ciò che implicava la benevolenza del suo
consiglio, l'allusione tacita che creava fra loro un'analogia... che le
metteva entrambe, per un momento, allo stesso livello!
E tosto, un istinto, un orgoglio la sovvenne liberandola da quel
fascino abbietto.
Non si mosse, non ritrasse la mano fredda e rigida dalla mano
di Ginevra. Rialzò il capo con un moto impercettibile, che non
l'allontanava più di dieci centimetri dal volto della duchessa, ma che
parve ad un tratto mettere fra loro una distanza infinita. E la calma
del suo sguardo parve scendere da una smisurata altezza e ricercare
la mota di una bassura, mentre ella rispondeva con grande chiarezza e
pacatezza di voce:
— Duchessa, che intende dire?
Per un istante, forse l'unica volta in vita, Ginevra si sentì vinta, e
rimase interdetta. Ella aveva provocato un atto inconscio di debolezza,
un tradimento della volontà disarmata. Voleva la confessione di una
disfatta. Ma non una discussione, non quel calmo, altero sprezzo di
sfida!... E la sua crudele curiosità rimaneva insoddisfatta e delusa.
— Nulla — disse ridendo. — Ella, cara Contessa, è, e sarà sempre, un
angelo, e queste cose profane non la riguarderanno mai personalmente.
Contuttociò, non me ne voglia se ho osato darle... oh, non oserei mai
dire un consiglio; e se ne rammenti, all'occasione, come io non mi
scorderò certo...
S'arrestò bruscamente. Elisa non l'ascoltava più. Il suo volto,
poc'anzi sì pallido, era soffuso di un rossore squisito che non si
riferiva a lei, che la metteva in disparte, subitamente.
Un rapido passo virile si accostava all'uscio; la portiera si mosse, e
Roberto entrò, baldo, spigliato.
La Duchessa lo apostrofò vivamente.
— Oh, Rescuati, bravo, bene ispirato! Qua subito, alla riscossa, in
mio aiuto. Mi aiuti a scongiurare un grande pericolo, a convertire
un'ostinata, una cattiva, che vuole, proprio alla vigilia del mio
ultimo ballo, fuggire, lasciar Firenze.
Sul volto del giovine si dipinse una intensa meraviglia. Si volse verso
la Contessa, e le chiese con un impeto che non pensava a celare:
— È vero, Contessa, è vero?...
— Può essere. Credo infatti di dover recarmi a Foligno presso mia zia.
— Come? perchè? — interruppe Roberto. — Ma se non mi ha detto niente!
La frase gli era sfuggita imprudente... e la Duchessa l'aveva colta a
volo. Si volse verso Elisa, ridendo:
— Ha udito, mia cara Contessa? Non bisogna fare così... non bisogna
mancare di confidenza verso gli amici. Vede cosa succede quando si
vogliono tener per sè i segreti! Capita una stordita come me, che li
tradisce ingenuamente, senza pensarci. Perchè, sicuro... non dovevate
saper niente, voi, Rescuati! E adesso che ci penso... chissà che
malanno ho fatto... eh, tra voi due?
— Nessun malanno — rispose tranquillamente Elisa. La Duchessa ha detto
nulla più di quanto avrei tosto annunziato io al conte Rescuati, nonchè
a quanti amici miei avessi veduti quest'oggi.
— Ma è deciso, proprio deciso? — chiese ansiosamente Roberto,
avvolgendo la Contessa d'uno sguardo di sì calda ansietà che la
Duchessa strinse alquanto, dietro le labbra sorridenti, quei tali
larghi denti sì atti al morso.
— Oh non dica che è deciso — supplicò Ginevra. — Speriamo che la zia
si rimetta in salute, che non si effettui questa fuga. Marina sarebbe
impicciatissima se non avesse i suoi consigli pel corredo.
E s'alzò con una specie di grazia brusca, con un sorriso sagace e
malizioso, come di persona memore ad un tratto che la sua presenza può
essere inopportuna.
— No, cara, no! — rispose ad Elisa, che, pur alzandosi di scatto e
simultaneamente a lei, mormorava qualche frase cortese. — Non posso
trattenermi davvero: ho venti visite da sbrigare, s'immagini! E questo
matrimonio mi dà un da fare! Marina è così felice che non pensa a
nulla! E potete immaginare se lo sono io! Contuttociò, pensate che
fra un anno posso essere nonna. Orribile, n'è vero? Beata lei, cara
Contessa, che non corre di questi pericoli, che si conserva così
bella, così fresca, di persona, di cuore, di sentimenti, di affetti, di
sensazioni...
Le parole piovevano alate, leggere, in un'onda di chiacchiere
amichevoli, colla volubilità, la grazia di un'effusione quasi tenera.
Ma così talvolta percuote la grandine, a chicchi piccini piccini, un
povero fiore, e lacera i lembi delicati dei suoi petali.
Si voltò verso Roberto.
— E voi? — gli chiese a bruciapelo, — vi assentate pure?
Colto all'impensata, lì per lì, il giovine fu per tradirsi, esclamando
ciò ch'era nel suo cuore. E solo un suo vago istinto salvò la donna
ch'egli stava per compromettere agli occhi della sua nemica.
— No, — disse tranquillamente, — rimango.
— Ah! — disse la duchessa, dandogli una stretta di mano, che gliela
lasciò indolenzita, — ecco un bravo figliuolo che non diserta al
momento del pericolo.
L'ambiguità di quella frase fu subito corretta: — Parlo del mio ballo,
naturalmente. E ora decisamente vi lascio. Fate le mie parti, Rescuati,
presso questa bella ostinata. Ragionatele, ammonitela, e sopratutto
persuadetela a rimanere. La persuasione, oh... sono certa ch'è il
vostro forte!
Baciò Elisa teneramente. Mentre la baciava, le sussurrò a mezza voce:
Adorabile!
Elisa accompagnò la Duchessa sino all'uscio, e sostenne le sue frasi
d'addio, un ultimo sforzo di lei, concretato in una rapida eloquente
occhiata gettata verso il salotto ov'era rimasto Roberto, in attesa del
ritorno di Elisa.
Elisa era affranta. Ma la Duchessa si mordeva le labbra scendendo le
scale.
*
* *
— Il diavolo se la porti! — esclamò calorosamente Roberto, mentre Elisa
tornava indietro. — Cos'aveva in capo con tutte quelle storie? Io non
ci ho capito. E lei?
— Credo, suppongo... Oh, Roberto è terribile quella donna!
— Uhm!... Certo... ha uno spirito, un brio! Ma... mi dica ora,
Contessa, è vero, è vero?
Ella impallidì. — Vero? Ma cosa?
— Ch'ella parte!
Elisa ebbe un piccolo senso di spasimo — Forse... — mormorò.
Egli insistè — Ma perchè?
— Perchè? — Il perchè vero saliva impetuoso e appassionato alle pallide
labbra di lei. Ma si dischiusero solo per accampare i motivi plausibili
della partenza, la malattia, l'appello della zia.
Egli disse irriverentemente: Al diavolo anche la zia!
Non era persuaso. Prese però a riflettere e si ricordò.
— Ah! — disse con accento iroso. — È stato quel giorno, quella lettera.
Ho ben visto io...
Rimase pensoso, cogli occhi adombrati da una tristezza tenera.
— Quella lettera — disse Elisa — ha certamente contribuito. Ma da tempo
si andavano realmente accumulando alcuni motivi e delle cause che...
Egli l'interruppe col fare nervoso che da qualche tempo pareva talvolta
sostituirsi alla sua placida calma:
— Perchè non mi ha detto niente?
Ma non attese risposta e un amaro sorriso sfiorò le sue labbra. —
Capisco... Non ho nessun diritto alla sua confidenza.
— Siete ingiusto... Roberto. Sapete pure quanto vi sono affezionata e
il conto che faccio di voi. Vi accerto che siete nel novero... dei miei
più cari amici.
— Certo! — diss'egli, con una specie di acredine — nel novero, assieme
agli altri. Ma capisco. Sono così giovane, nevvero?
S'interruppe bruscamente. — È vero dunque che parte? — le chiese un
momento dopo.
Ella chinò il capo, assentendo.
Roberto tacque, mordendo il pomo della sua mazza.
Poi, con un accento quasi smarrito, fioco, dolcissimo: — E io? — chiese.
La Contessa strinse le mani rigidamente. Le strinse così... per
trattenerle, perchè non cingessero, appassionate, in un folle
trasporto, il collo di Roberto.
Sorrise e gli disse:
— Oh! non vado mica via per sempre. Per un poco, così... Tornerò, mi
scriverete... Andrò forse anche in campagna o da vostra madre e ci
vedremo ancora presto.
La sua voce era tremante, ed ella cercava di farla risoluta e gaia,
lottando anche contro un malessere fisico che l'invadeva.
Ma Roberto non era persuaso.. E colla crudeltà cieca, che è
talvolta indivisibile dall'amore, insisteva, con quello sguardo, con
quell'accento sempre più dolci, più teneri.
— Ma lo sa, lo sa pure ch'io non posso... che ho tanto bisogno di
vederla!... che voglio vederla sempre; che non potrei vivere senza di
lei!
Elisa volle ridere. Il riso indulgente di chi oda una gustosa
corbelleria. Ma nella sua gola, subitamente stretta da uno spasimo, il
riso, chiaro dapprima, assunse un suono sibilante. Si fe' persistente,
convulso, mentre il corpo era scosso da violenti contrazioni e la testa
si riversava come quella d'una morta sulla spalliera della poltroncina,
mentre gli occhi assumevano uno sguardo fisso e indeterminato.
Roberto non aveva esperienza di ciò che era, in realtà, nulla più che
un semplice attacco nervoso.
Era realmente spaventato, non sapeva che fare. Gettatosi in ginocchio
al fianco di Elisa, le stringeva le mani, la chiamava, scongiurandola a
dirgli cos'avesse, cosa volesse. Ma ella rideva sempre, senza udirlo,
senza vederlo, dibattendosi; solo un istante fra due scoppi di quel
riso pauroso, fra il gorgoglio di frasi indistinte, egli udì, mormorato
come un appello, come uno scongiuro, il suo nome...
Balzò in piedi. La guardò. Erano soli, ella era incosciente. Qualcosa,
un'onda di sangue parve salire alla fronte di lui, qualcosa di simile
al terrore di sè stesso che l'aveva assalito durante l'ultima visita di
lei in casa sua, come infermiera. Per un minuto, come allora, larghe
goccie di sudore imperlarono la fronte di Roberto, una confusione,
un'onda di sensazioni lo scossero profondamente, in un rimescolìo di
tutti i suoi buoni e cattivi istinti. Ma non invano s'alzò suprema
un'altra voce, un senso di rispetto, di gratitudine, d'onore! Non
invano il sangue freddo di lui reagì alla sua volta. Egli si mosse di
là, andò dov'era il campanello elettrico e premette risolutamente il
bottone.
Al domestico che giunse frettoloso: — La signora si sente poco bene.
Chiamate la cameriera — disse il giovane.
Quasi subito, Elisa ricuperò la coscienza di sè stessa, e con un
brusco repentino atto di volontà si riebbe. Volle alzarsi, in un impeto
inconsulto, ma Roberto la trattenne.
— No, no, si riposi.. Si è sentita male, nevvero? Ma non è nulla.
Ho suonato... verrà la cameriera. Non si agiti, la prego, per farmi
piacere!
Ella ubbidì come una bambina a quella voce sì cara. I suoi nervi
s'acquietarono. Sorrise e chiuse gli occhi, senza pensare a nulla, nel
fascino di quella sollecitudine, nell'incanto di quella preghiera, in
quella specie di assoluta prostrazione di forze che la toglieva tuttora
alla responsabilità di sè stessa.
La cameriera entrò in fretta, sgomentata, recando dei sali. Ma Elisa
s'era già riavuta, la piccola crisi era passata.
*
* *
Due settimane passarono e la contessa Serramonti non era partita.
Aveva assistito al grande ultimo ballo in casa d'Accorsi, aveva veduta
Marina, a fianco del suo fidanzato, ricevere gli omaggi di tutta la
società, con una calma e una dignità che avevano formata l'ammirazione
universale. Era di una bellezza squisita, più marmorea, più olimpica
che mai. Il Principe era evidentemente sotto l'impero di un fascino
e la sua vecchia faccia di soldato ad oltranza aveva dei luminosi
riflessi di orgoglio; il suo busto si ergeva, dando alla persona una
marziale rigidità di posa, quando il suo sguardo s'incontrava in quello
limpido, grave della sua fidanzata. Si sussurrava di doni favolosi, di
feste splendidissime che si preparavano nella piccola capitale in cui
egli avrebbe condotta la fanciulla che il suo capriccio imponeva quale
sovrana all'arcigna aristocrazia del suo piccolo regno.
Contuttociò, il contrasto degli aspetti era pure spiccato fra quei
due, e avrebbe dolorosamente colpito chiunque avesse potuto in quella
sera giudicare a mente fredda la realtà brutale o semplicemente
illogica di quelle nozze. Ma chi ci pensava?... Un momento la contessa
Serramonti (che tutti trovavano molto bella quella sera), si senti
il cuore stretto da un senso di compassione. Ma a chi avrebbe potuto
comunicarlo? E chi avrebbe compreso quel sentimento, se invano ella
aveva tentato di comunicarlo a Marina stessa?
E ora, da qualche tempo in qua, non osava più giudicare, nè condannare.
Si sentiva ella giudicata, malgrado il vero, dalla malevolenza, dal
cinico scetticismo mondano. Indovinava la insolente curiosità dei
più. Sentiva la indagatrice, la insultante nuova forma di ammirazione,
tributatale da alcuni; avvertiva che le loro premure erano in realtà
sollecitate da quel vago olezzo di scandalo ch'ella stessa sentiva
aleggiarsi d'attorno. Capiva che le apparenze, per quanto innocue in sè
stesse, militavano contro di lei, che l'accettazione universale della
calunnia, sì sottilmente sparsa, la precipitava non solo dall'antico
piedestallo, ma all'ipotesi della disfatta aggiungeva una spruzzatura
di ridicolo per le speciali circostanze del caso, per la differenza
d'età, per l'indole della missione che tutti sapevano esser stata
assunta da lei... E tutto ciò gratuitamente, perchè il mondo giudica
così, e se ride ha, per ridere, la ragione migliore, quella del più
forte. Ed ella si sentiva in preda a questo. E sentivasi altresì
ch'ella giocava ormai un gioco pericoloso e crudele, che più volte già
s'era trovata bruscamente di fronte a delle eventualità, ch'ella non
avrebbe certo, tempo addietro, credute possibili.
Tentava bensì per quanto era in poter suo di attenuare le conseguenze
della sua passata imprudenza, dell'incoscienza assoluta colla quale
ella aveva dapprima fatalmente trascurata la situazione.
Pure, non doveva dar nell'occhio questo segreto intento; l'intimità
ch'ella aveva sdegnato un tempo di temere e di nascondere poi, non
doveva parere alterata, bisognava continuare come si era cominciato.
Roberto aveva certo, anch'egli, sentore del sospetto appena mitigato
di dubbio, che molti intrattenevano circa l'indole delle sue
relazioni colla Contessa. Non faceva nulla per avvalorarlo e i suoi
istinti di vero gentiluomo si sarebbero indubbiamente ribellati
contro una palese allusione, che nessuno d'altronde avrebbe tentata,
davanti alla correttezza del suo contegno e al suo fare risoluto ed
indipendente. Noi sappiamo che, nel suo schietto amore per Elisa,
c'era quell'elemento di rispetto per la donna amata che sembra quasi
il correttivo ed il freno della passione a cui si accompagna. A questo
sentimento, nonchè alla disperata risoluzione di Elisa d'ignorare
l'amore di lui, egli, o meglio ella, doveva l'eccezionalità delle cose
quali erano realmente. Ma con tutto ciò, Roberto era giovane, inesperto
dell'incredibile attitudine umana a braccare lo scandalo, ignaro
dell'arte consumata colla quale le vecchie esperienze mondane sanno
decorosamente, in casi simili, dare, come suol dirsi, della polvere
negli occhi.
Indifferente un po' per spensieratezza, un po' per logica naturale di
_enfant gâté_, all'opinione altrui, egli non aveva della posizione sua
in società, di fronte ad Elisa, quell'intuito preciso che avrebbe forse
potuto meglio aiutare entrambi a difendere la situazione.
Nel suo carattere non entrava quel morboso terrore del ridicolo che
ha talvolta sulla gioventù un'azione sì bizzarramente paralizzatrice.
Prima di conoscere la contessa Serramonti, non avrebbe forse ammessa la
possibilità ch'egli, a ventitrè anni, si innamorasse di una donna che
aveva sedici anni più di lui; ma dal momento che la cosa era accaduta
così per l'appunto, che c'entravano gli altri? La contessa Elisa a
trentanove anni era una donna che qualunque uomo sarebbe stato fiero
d'amare. E se egli deplorava la differenza d'età, era solo pel timore
(giustificato apparentemente dall'intuitivo sistema di difesa della
Contessa) ch'ella lo trovasse troppo giovane, troppo ragazzo. Del
resto, egli non pensava più che tanto; amava, semplicemente.
Gli pareva dunque la cosa più naturale del mondo di trovarsi con
lei quanto più gli tornava possibile, di recarsi in tutti i luoghi
ove sapeva che l'avrebbe incontrata, di rimanere, sinchè gli fosse
concesso, nel raggio di quella dolce bellezza, nell'agio e nella
gioia di quella simpatia, di quell'indulgenza amorosa, che non lo
fraintendeva, nè lo tormentava mai.
Provava un senso di malumore quando in società la vedeva accaparrata
da altri e non lo celava abbastanza, come non celava abbastanza il
buon umore che susseguiva quando, poco dopo il suo sopraggiungere
nel crocchio della Contessa, questo si andava talvolta gradatamente
assottigliando, sino a lasciare, dopo un certo tempo, il campo
libero. Tutto ciò era un poco egoista e crudele, ma in fondo non più
biasimevole di quanto lo sia la contentezza di un piccolo naturalista
che ha acchiappata una magnifica farfalla e la stringe alquanto perchè
non gli voli via, a rischio di ammaccarle un poco le ali. E non lo ha
forse detto Lafontaine:
_Cet âge est sans pitié!_
*
* *
Elisa soffriva naturalmente di tutto ciò. Era uno dei più gravi capi
d'accusa che moveva a sè stessa, quello d'essersi fatta oggetto di
siffatte sofferenze. E, a volte, ciò le pareva incomportabile e la
causa più assoluta, più urgente della soluzione offertale... dell'unico
scampo, la fuga!
Sola, non aiutata, cercava di attenuare gli effetti di quella
falsissima posizione. Manovrava dunque perchè egli, in pubblico, le
fosse vicino il meno possibile. A furia di ragionamenti, accampando
mille pretesti, lo costringeva ad allontanarsi, ora per aiutare la
padrona di casa, ora per far ballare questa o quell'altra signora o
signorina... Ma quando egli, borbottando, se n'era andato, quando
ella da lungi lo vedeva fatto segno alle più festose accoglienze,
accaparrato alla sua volta dal più brillante elemento della festa,
quando vedeva fissarsi su di lui qualche acuto sguardo di donna, una
nuova forma di sofferenza si sovrapponeva a quell'altra e una specie
di smarrimento si metteva nei suoi pensieri, un confuso terrore delle
possibilità stesse, che a volte ella invocava, quasi imponendo al
suo cuore la rude disciplina di accettarle preventivamente!... E il
suo ritorno accanto a lei, il primo sguardo in cui ella ritrovava
l'imprudente passione, la prima parola che glielo rendeva premuroso,
suo, come prima, le parevano una visione, una musica celeste, gettavano
nel suo cuore un'intensità sì acuta di gioia che diventava un oblìo di
tutto il resto!
Era riuscita quella sera, in casa d'Accorsi, a tenerlo quasi sempre
lontano. Non aveva ballato che due contraddanze e un lanciere, e non
con lui. Era andata al _buffet_ col Conte e con Serristano, s'era
trattenuta a lungo con alcune vecchie signore, e ora prolungava un fine
colloquio con Sacha Dzworoff più tisico e più maligno che mai, e sempre
incorreggibile nella sua antipatia per Roberto. Appunto in omaggio alla
tenacità di questo sentimento, egli si era deliberatamente schierato
fra gli ammiratori della contessa Serramonti.
Ciò aveva fatto rider molti. Egli che l'aveva sempre chiamata il Polo
nord!... Ma se lo faceva, era, a detta sua, solo per far dispetto a
quel ragazzaccio, del quale diceva con sottilissima ironia:
_Aux innocents les mains pleines!_
Strano davvero. Ora Sacha trovava dello spirito in quella donna,
un fascino che non aveva mai avvertito e che accendeva in lui delle
bizzarre fantasie.
Godeva, come si è detto, di una specie d'impunità. Ed egli usava,
abusava anzi, dei suoi privilegi di eterno monello moribondo. E ciò che
disse quella sera, con quel suo equivoco sorriso, all'orecchio della
contessa Elisa, mentre la riconduceva al suo posto dopo il secondo
lanciere, fu abbastanza ardito perchè un senso d'indignazione intima
facesse salire alla fronte di Elisa una subita vampa, perchè ella,
senza esitare, con una breve, ma non dubbia frase, con un lampo fiero
dei suoi splendidi occhi, rimettesse a segno la mala ispirata audacia
del giovane. E fu così bella, così nobile, così signora nel suo sdegno
che la faccia, già sì pallida, del Russo assunse una tinta livida, ed
egli dovette attendere un momento perchè il suo spirito gli suggerisse
qualcosa di simile alla solita imperturbabile disinvoltura. Ma non
fu un tratto di spirito ciò che gli salì alle labbra, fu una sola,
sincera, profondamente detta parola:
— Perdonatemi.
Elisa abbassò su di lui la subita pietà del suo sguardo. Lo vide, qual
era, coi segni della morte sul volto, si rammentò essere ormai poco
lungi il termine che la scienza presumeva fissato ai giorni di lui. Ed
egli disse ancora:
— Perdonatemi. Sapete che muoio e siete così belle, la vita e voi!
La salutò e se ne andò bruscamente. Ed Elisa non la vedrà mai, mai
più quella pallida faccia, sulla quale ella sola, Dio sa da quanto
tempo, aveva letta poc'anzi la espressione di un sentimento vero, di un
sincero rammarico, non camuffato di sarcasmo mendace.
Poichè egli morì quindici giorni dopo, quasi inaspettatamente e con
moltissimo spirito!
Ella era rimasta sola per un momento al posto dove Sacha l'aveva
lasciata. La sua fisonomia recava visibile la traccia della recente
eccitazione. Ma le parve ad un tratto d'essere investita da una
corrente d'aria fredda. Si voltò e vide che l'aveva raggiunta la
padrona di casa.
Ginevra pareva contemplarla ironicamente.
— Ebbene — le disse — ha messo in fuga anche il mio povero Sacha?...
Era una sofferenza quasi intollerabile, per Elisa, il suono di quella
voce stridente. E il solo aspetto di quella donna pareva fugare,
irridere quanto nel cuore era il senso esclusivamente suo della vita,
del dolore, di tutto ciò che è umano.
Stava per rispondere, ma Ginevra non gliene lasciò il tempo.
— Ah! come è stata carina di non mancarmi stasera; non me ne sarei mai
data pace. Ecco Berto Rescuati che viene in cerca di lei.
Il giovane veniva infatti in cerca di Elisa, e la Duchessa, con un
sorriso discreto, si mosse per andar via. Ma tornò indietro un momento
solo per dire: — A proposito, cara Contessa, la zia è completamente
ristabilita, nevvero? Quanto ne sono lieta!
Poi se ne andò, ridendo.
*
* *
Elisa rientrava dopo una delle sue lunghe passeggiate mattutine.
Aveva scelte in quel giorno le Cascine, ove non andava più da parecchie
settimane, per non incontrarsi con Roberto, il quale soleva recarvisi
ogni giorno a cavallo. Nei tempi «inconsci» erano stati per lei uno
dei migliori momenti della giornata quegli incontri non concertati
nei grandi viali così diversi, nella loro solitudine mattiniera,
dell'ingombro chiassoso della passeggiata propriamente detta. S'era
attardata laggiù... piena il cuore dell'immagine di lui, memore
dell'intuito che, sollecitando i battiti del suo cuore, l'avvertiva
quale fra i vari passi di cavalli, ch'ella udiva echeggiare nei viali
laterali, fosse per l'appunto il passo di _Thor_, il cavallo favorito
di Roberto. Sentiva quel passo farsi più veloce, ad un tratto, quando
Roberto l'aveva ravvisata. In un attimo le era accanto, ed era una
piccola fermata di chiacchiere. Quando egli ripartiva, faceva impennare
il cavallo, lo costringeva a degli scambietti, si compiaceva di tutto
ciò che lo faceva figurar bene in sella, nella vanità dolce d'esser
così visto da lei, ben sapendo ch'ella gli terrebbe dietro collo
sguardo... ma non sapendo ancora quanto ella mettesse, in quello
sguardo, della illusa anima sua! A volte, egli mandava ad aspettarlo
colà il suo palafreniere, e, raggiunta la Contessa, scavalcava e,
affidato il cavallo all'uomo, veniva compagno ad Elisa pel resto della
passeggiata. Ed ella _allora_ non sapeva, non temeva, credeva di poter
vivere così nella gioia cieca e pura di quelle ore sì belle, in cui il
solo accento delle parole di lui bastava per dare al suo orecchio la
percezione di una ignota scienza, di tutto quanto havvi di bello, di
gentile, di sacro nella primavera dell'umana esistenza, la gioventù!
Ora, la lunga passeggiata l'aveva compita sola. Egli non era accanto
a lei, si trovava con tutto il fiore della società mascolina di
Firenze ai funerali di Sacha Dzworoff. Elisa rincasava col senso
invano combattuto di un indefinibile vuoto, di una lassezza cagionata
non solo dal lungo tratto di via percorso, ma anche dall'impressione
deprimente della primavera che già si spiegava, mettendo nell'aria dei
vaghi effluvi di campagna, degli olezzi indefiniti, che davano al corpo
dei piccoli brividi nervosi, e alla mente una specie di assorbimento,
d'inerzia, di disarmo. Sceglieva pel suo percorso, anche a costo
di prolungarlo, le vie più isolate, per un istinto di solitudine,
coll'idea che forse così potrebbe facilmente concretare la forma della
decisione ch'essa _doveva_ prendere di fronte a sè stessa a qualunque
costo!
Dalla piazza degli Zuavi, costeggiò il viale Principe Umberto, poi si
mise per via Luigi Alamanni. Senonchè, presso allo sbocco di questa
sul Piazzale della Stazione, s'arrestò ad un tratto, e si ritrasse.
Una musica funebre riempiva l'aria di note lamentose, una sfilata
di persone vestite a bruno passava, formando corteo ad un carrozzone
mortuario, sul quale, completamente affondata in mezzo ad una piramide
di mazzi e di ghirlande di fiori freschi, stava la bara di Sacha
Dzworoff. Davanti al carrozzone camminava il pope della sua chiesa,
seguita da due accoliti e dai simboli del culto greco. Quando passò il
feretro davanti allo sbocco della via Alamanni, un venticello fresco
spinse in quella direzione un'acuta folata dell'olezzo di quei fiori,
e quell'olezzo investì Elisa come se il povero Sacha volesse così,
trovandola sul suo ultimo passaggio, salutarla ancora, fare omaggio
di ammenda a quella donna che egli aveva offesa, ma di cui aveva sì
umilmente implorato il perdono, dicendole ch'egli moriva e che erano
così belle... lei e la vita.
Gli occhi di quella donna si velarono di lacrime, ed ella ebbe un
pensiero d'infinita pietà per quel morto, che stava per cominciare
il suo lungo viaggio verso la Russia, verso il grande sepolcreto di
famiglia, ove lo voleva vicino, a portata del suo disperato dolore, la
donna che lo aveva partorito! Gelata dietro un crocchietto di popolane,
ammirate dello spettacolo, Elisa assistè a tutta quanta la sfilata. E
finalmente, quasi in coda al corteo, assieme ad altri giovani, ravvisò
Roberto.
Egli non la vide dapprima. Camminava grave, decoroso, col corretto
contegno della circostanza. Ma di subito, per un impaccio di carrozze
avvenuto alla testa del corteo, questo si fermò... e Roberto svagato,
chiamato forse magneticamente dall'appello, dalla fissità rapita
dello sguardo di Elisa, mosse il proprio verso di lei, e nel suo quasi
nascondiglio... la ravvisò.
Non si mosse, non la salutò. Parve intendere ch'ella non volesse essere
avvertita da altri. Scambiò solo con lei un sorriso furtivo d'intesa,
così luminoso, così pieno di gioconda sorpresa, di tenerezza, d'ardore
che Elisa si sentì penetrata di una dolcezza ineffabile, di un senso
folle di letizia cieca, assorbente, irresistibile. E nello sguardo col
quale rispose a quello di Roberto... ella... obbliando per un secondo
tutto ciò che era l'impressione del momento, mise tutta la sorpresa
anima sua... tutta l'inconscia dedizione di sè stessa in un trasporto
d'amore vittorioso, senza limiti...
Roberto ebbe come un abbagliamento, le sue palpebre si socchiusero.
Ma la sfilata ricominciava in quel punto, ed egli dovette rimettersi in
via senza voltarsi. Dietro quel feretro, camminava lento, grave, colla
gioia senza freno di ciò che gli era parsa una rivelazione suprema...
una confusa, una appassionata confessione!... E Sacha se ne andava
davanti a lui, verso il sepolcro che aveva tanto paventato, nel gelo
eterno che fiamma d'amore non discioglie!... E la contessa Elisa,
nel suo nascondiglio, palpitava smarrita... inebbriata, con un solo
pensiero, un solo istinto!... Roberto.
Collo sguardo folle, inebbriato anch'esso, seguiva nella sfilata
il passo di Roberto. Di Sacha, morto, non si ricordava certo, in
quell'istante, ma ancora alle sue orecchie, come un inno sonoro di
gioventù, di felicità, vibravano quelle parole giustificatrici...
assolvitrici di tutto: Siete tanto belle voi e la vita!
. . . . . . .
Quando giunse a casa, erano le undici e mezzo. Appena entrata udì una
novità. Che, in assenza sua, un'ora prima, era giunta una signora che
il portinaio, nuovo di casa, non conosceva.
La signora aveva detto di mandare alla stazione a ritirare due bauli.
Intanto aspettava in sala.
Elisa, entrando, si trovò davanti a zia Balbina.
— La montagna non veniva verso di me, ed io son venuta verso la
montagna, — le disse tranquillamente la degna signora. — Spero che
andremo subito a far colazione. Ho un appetito formidabile, mia cara
Elisa!