I balli finivano sempre tardissimo in casa d'Accorsi. Battevano le
dieci a Santa Trinità quando l'ultimo gruppo di convitati, gli intimi,
rimasti per la colazione finale, si congedarono dalla Duchessa, dal
Duca e da donna Marina.
Il Duca s'avviò verso le scuderie e Ginevra rimase nell'appartamento
ove una squadra di domestici spegneva i lumi e spalancava le finestre.
Il passo della padrona di casa, il suo portamento non tradivano
stanchezza alcuna, mentre ella passava per le sale in disordine,
coi mobili fuori di luogo, coi tappeti sparsi di mille traccie della
recente invasione di ospiti. Nella sala da ballo era un vero campo di
battaglia: un polverìo roteante turbinava, dorato dai raggi del sole
che entrava dalle finestre. Il pavimento era ingombro di lembi d'abiti,
di fiori pesti, di coccarde, di reliquie del _cotillon_. Sotto il
divano, una bella ciocchetta di capelli biondi rotolava leggermente,
mossa dal vento fresco che alitava da un vicino balcone.
Ginevra diede ancora qualche ordine colla sua voce imperiosa e temuta.
Poi si avviò verso il suo appartamento privato. Ma prima di giungervi,
alzando una portiera, si trovò faccia a faccia con sua figlia. Malgrado
i suoi venticinque anni, la giovane non aveva impunemente perduta la
notte. Il suo volto recava nella cruda luce mattutina le traccie di una
grande stanchezza.
— Che fai qui? — chiese attonita la Duchessa. — Perchè non sei
coricata? Sai pure che alle tre abbiamo il concerto in casa Roscas. Hai
bisogno di riposarti.
— Mi riposerò. Volevo parlarti...
— Allora ti prego di spicciarti. Non son di ferro neppur io, per tua
regola. A meno che non fosse per darmi una buona notizia. A proposito,
mi pare che la cosa abbia progredito stanotte. Il Principe viene al
concerto, nevvero?
— Verrà. Ma non si tratta di lui.
— Ah! Allora si tratta...
L'accento era perentorio. Marina ebbe un leggerissimo moto d'esitanza.
— Si tratta — disse poscia — di qualcosa che è accaduto stanotte e che
riguarda Luciano Carisi e Roberto Rescuati.
La Duchessa ebbe un piccolo scoppio di risa.
— Ah! quei due ragazzi. I miei complimenti, Marina, per esser così
presto al fatto della cosa. Ti credevo meglio occupata. Infatti, c'è
stato un pettegolezzo.
— Che avrà conseguenze? — chiese Marina fissando sua madre.
In quel salotto stesso, poche ore prima, la Duchessa aveva avuto con
Sacha Dzworoff un breve, concitato colloquio appunto sulle conseguenze
del pettegolezzo. Il giovane russo aveva ricevuto delle precise
istruzioni, che lo avevano alquanto meravigliato.
Ma la Duchessa alzò le spalle, sbadigliando lievemente.
— Chi può saperlo, mia cara Marina? Speriamo di no. E d'altronde,
queste cose non si raccontano alle signorine. Ed ora ti consiglio
ancora, fortemente, un po' di riposo. Stanotte eri splendida, ma
stamane non sei a prova di luce. E poichè hai finalmente un buon gioco
fra le mani, vedi di non gettarlo via come gli altri.
Si mosse per andare, ma la giovane la trattenne.
— Allora... — disse lentamente — non vuoi darmi altri ragguagli?
— Mia cara, sei decisamente curiosa. Non te ne do per la buona ragione
che non ne ho io stessa. Oggi si saprà qualcosa. La tua amica intima,
la contessa Serramonti, potrà forse essere più informata di me. Ma
suppongo che non vorrai rivolgerti a lei. Davvero casco dal sonno. Buon
giorno, mia cara.
Passò oltre e la sua lunga coda di velluto sparve ondulando per la fuga
delle sale.
Marina rimase immobile per un istante, colle ciglia aggrottate,
crudelmente perplessa. Strana, enigmatica, quella splendida figura di
donna, così immobile, in abito da ballo, nella sala deserta e fredda,
bianca d'invernale luce mattutina.
Si scosse con un piccolo brivido ed ebbe un energico cenno affermativo
del capo, riassunto visibile di un rapido soliloquio.
Risalì nella sua stanza al terzo piano. Non chiamò la cameriera, si
spogliò sola e si tuffò il volto ed il busto a più riprese in una
vasca d'acqua fredda. Indossò poscia una corretta e scura _toilette_
da mattino, una piccola giacchetta di panno grigio e si coprì il capo
d'un cappellino nero, a cui sovrappose un velo. Poi scese una scaletta
privata che metteva nella corte delle scuderie. Passò in una loggetta,
ove sapeva che avrebbe trovata la figlia del portinaio. Benchè avesse
vegliato tutta la notte, aggregata anch'essa al gruppo di cameriere che
attendevano, in un salotto riservato, a riparare ai guasti avvertiti
dalle signore nelle loro acconciature, la Gegia era tuttora alzata e
narrava alla nonna gli splendori della notte trascorsa. Le accadeva
qualche volta di accompagnare la signorina quando usciva la mattina per
tempo. Non l'aspettava quel giorno e si meravigliò che non fosse andata
a riposare; ma, senza muovere osservazioni, si approntò e fu ai comandi
di donna Marina.
Uscirono assieme. Ma la Gegia arguì che la padroncina fosse più stanca
di quanto pareva, perchè, svoltato il canto di piazza Curtatone a S.
Lucia, ella fe' cenno a una vettura da piazza chiusa. Udì che, prima di
salire, dava al fiaccheraio l'indirizzo di casa Serramonti.
Durante la corsa, Marina non aprì bocca. Giunte, ella scese sola e
disse alla Gegia di aspettarla in carrozza. Al cameriere, che rispose
alla sua energica scampanellata e che aveva l'aria alquanto incerta
vedendola capitare sì per tempo, chiese se la Contesta era visibile.
Vedendo ch'egli esitava, soggiunse:
— Ditele che sono io e per cose di premura.
Attese un istante immobile, pallida, sotto l'atrio di entrata. Aveva
nelle ossa quel freddo speciale che si lascia dietro una nottata persa.
Quando il cameriere tornò dicendole ossequiosamente che passasse pure,
un'ondata di porpora salì sulla sua fronte e per un momento ella parve
non aver capita bene la risposta. Ma subito tenne dietro al cameriere,
che la precedeva.
La contessa Elisa le venne incontro. Era in veste da camera, una
_douilette_ di cachemire celeste. Doveva aver dormito poco. Aveva le
labbra bianche, e un lividore sotto gli occhi li faceva parere quasi
pesti e affaticati. Sulle guance non c'era vestigio di colore.
La Contessa dimostrava tutta la sua età, quella mattina, forse anche
qualche anno di più.
Fece sedere la sua giovane amica, senza commentare la insolita venuta.
Ma il suo sguardo aveva un'interrogazione angosciosa, che parve
stranamente facilitare, per Marina, l'adempimento del suo proposito.
— Stanotte — disse con voce calma e con accento preciso — è successo in
casa nostra un avvenimento... un diverbio.
— Ah! — interruppe Elisa — anche tu sai. E sai?...
Si arrestò. Ansimava alquanto.
— Non so. Vorrei sapere e per ciò sono venuta.
Un profondo disappunto si rivelò sull'alterata fisonomia della Contessa.
— Ah non sai?... E la Duchessa?
— La mamma non sa... o non vuol dire. Ma mi è parso... avevano detto...
ch'ella fosse presente.
— Sì, infatti. Oh Marina che angoscia! Io parlavo con lui, e...
Si arrestò ancora, accorgendosi che stava per rivelare un secreto non
suo.
— E...? — continuò Marina, curvandosi avidamente.
— E...? Carisi, che stava dietro a me, scattò fuori, e... accadde...
non so bene. Per fortuna capitò Dzworoff e impedì una colluttazione al
momento, ma...
— È inevitabile uno scontro — interruppe Marina.
Elisa chinò il capo, stringendo con un lieve moto convulso la mano
della fanciulla.
Tacquero un istante, pallide, sotto l'oppressione di un pensiero che
non dicevano.
— È il suo primo scontro? — chiese poscia Marina.
— Il primo.
— Chi sono i suoi secondi?
— Gli ho suggerito Serristano.
— Ha fatto bene. È un uomo di cuore e d'esperienza. E delle condizioni
non si sa nulla?
— Ancora nulla. Aspetto. Ha promesso di scrivermi.
Diede un'occhiata piena d'angoscia alla piccola pendola in _rocaille_
del caminetto. Segnava le undici.
— Ha ancora i suoi genitori? — chiese Marina.
— La madre! — rispose Elisa.
Di nuovo tacquero quelle due donne, assorte nella muta angoscia
dell'attesa, senza che nè l'una, nè l'altra avvertissero quanto fosse
strano, anormale il loro colloquio.
A un tratto la contessa Elisa balzò in piedi.
— È venuto qualcuno... ho sentito...
Infatti veniva il domestico. Recava un biglietto, del quale Elisa
strappò vivamente la busta.
Lesse a voce alta e tremante:
«_Cara Contessa_,
«Pare che tutto sia disposto per domani. Per me, Serristano e San
Firmino. Se posso, verrò un momento a dirle le condizioni. Sto
benissimo, e le bacio le mani.
«ROBERTO.»
— Ecco — disse Elisa — è deciso.
Era calma. Non l'aveva neppur detto a sè stessa che aveva sperato,
follemente, una soluzione diversa.
Ancora le due donne tacquero. Poi si guardarono, tentando di sorridere
l'una all'altra, senza saper perchè.
— Speriamo — disse poscia Marina, alzandosi con un subito ritorno al
suo fare indifferente — che tutto vada bene.
— Speriamo — ripetè Elisa. — Vai di già...?
— Sì, devo andare. Abbiamo un concerto alle tre.
— Ah! sicuro... Sarà bellissimo. Ti divertirai.
Si avviarono lentamente verso l'uscio, scambiando, come per una subita,
muta intesa, parole affatto estranee all'argomento di poc'anzi. Giunte
all'uscio, si fermarono per un istante, con un nuovo indefinibile
senso d'incertezza..., come se allora soltanto le colpisse l'ardua e
pur già superata difficoltà di quel colloquio od un vago pentimento
dell'emozione tradita.
Pure, all'ultimo momento, scambiarono un bacio, breve, caldo... quasi
appassionato.
*
* *
Nel rientrare, sullo scalone, ancora ingombro della splendida
decorazione della notte, Marina s'imbattè con Sacha Dzworoff.
Il giovane scendeva sì frettolosamente, a capo chino, che Marina
dovette scansarsi in fretta per non essere urtata.
— Oh! oh! mille scuse — sciamò Sacha — sono un vero stordito. Ma la
credevo a letto e nel primo sonno. Invece è già in giro... fresca come
una rosa.
In cuor suo pensava: Com'è smorta e sbattuta anche lei! Si scusò,
adducendo gran premura.
Marina ebbe per un secondo l'idea di trattenerlo. Ma nol fece ed egli
scese in fretta e furia l'ultima mano di scale.
Verso le due e mezzo, Marina era pronta per il concerto, e se l'avesse
veduta Sacha in quel momento, non avrebbe formulata in cuor suo
l'opinione di poc'anzi.
Si recò calmissima, al tutto padrona di sè, nel gabinetto di sua madre.
Anche la Duchessa era pronta e calzava i guanti.
Fece come al solito la rivista dell'acconciatura di sua figlia.
— Stavolta, cara Marina, sei all'altezza della situazione. Suggerisci
assolutamente delle idee regali.
Una lievissima contrazione passò sul volto di Marina, ma ella non
rispose.
— A proposito — disse la Duchessa improvvisamente, — com'è andata la
tua visita alla contessa Serramonti? Ci hai trovato Roberto Rescuati?
— No, — disse Marina, con superba calma.
— No? Curiosa!... Ma hai avuti da lei i ragguagli che bramavi?
— Sì, alcuni.
— Davvero? Ma è impagabile quell'Elisa! E ti ha detto anche la causa
del duello?
Era sì ironico l'accento della Duchessa che Marina pensò, con un lampo
di terrore, all'esitazione di Elisa.
— No — disse poscia.
— Ah! — rispose la Duchessa.
Il suo sguardo scintillava una luce sì beffarda che di scatto,
involontariamente, Marina chiese: — Perchè?
— Perchè — rispose la Duchessa — perchè non poteva dirtela la vera
causa del duello. E tu, mi spiace il dirtelo, ma hai fatta una
singolare figura, per una signorina per bene. Nella tua curiosità
di avere dei ragguagli sul duello di Roberto Rescuati, non ti sei
contentata dei miei, ma sei andata giustamente a chiederli a...
Esitò un secondo, il secondo indispensabile al più abile tiratore per
colpire il punto centrale del bersaglio.
— Alla sua amante — finì poscia tranquillamente. — Vuoi che andiamo,
Marina? Si fa tardetto.
*
* *
Sì... stavolta aveva oscillato davvero la portiera e l'immagine attesa
s'era disegnata nello specchio. Lui!
Elisa non si mosse. L'attesa di quelle ore aveva esaurite le sue forze.
— Ebbene? — chiese.
Egli sedette. Era un po' scolorito in volto, ma ilare, animato.
— Tutto accomodato — rispose. — Domattina alle sette, in un certo
parco, sulla strada di Fiesole... da un amico di Serristano... Un bravo
giovane, quel Serristano.
— Sì... diss'ella a voce bassa. — E le...
— Le condizioni, vuol dire?... Oh discrete. Cioè, adesso... Ma stamane
al primo abboccamento dei secondi, grazie! La pistola e venti passi di
distanza. Frenetico quel Carlisi! E quell'altro, il suo padrino, più
arrabbiato di lui. Ma ora l'hanno capita. Anzi, Serristano e Firmino
non si rendevano ragione di quella subita arrendevolezza di Dzworoff.
Adesso è ragionevole; si è scelta la sciabola. Almeno, non sarà una
cosa illegale, se ci resto.
Un brivido scosse tutto il corpo di Elisa.
— Roberto! — disse con accento sì profondo e sì angosciato ch'egli ne
rimase colpito.
— Dicevo per scherzo... sa? Sono di quelle solite cose, che finiscono
con un buon _déjeuner_, da Donney. Per conto mio, non ho nessuna voglia
di far strage. D'altronde, un duello non sta mica male nella vita di un
giovanotto. Bisognava pure che ci capitassi un giorno o l'altro. Certo,
se avessi saputo ch'era vicino colui non me la sarei presa così calda
per quel suo matrimonio. Non è mica antipatico quel giovane. Come mai è
andato a finire così? È vero ch'è stata la Duchessa?
— Sì, — disse Elisa, — queste sono le opere sue; così esercita il suo
potere.
Una condanna quasi sacra vibrava nelle sue parole.
Ma subito tornò a Roberto colla calma apparente che ella si era imposta
quale supremo dovere della contingenza.
— Allora... Serristano consiglia?
— Nulla pel momento. Ho fatto due ore di scherma e stasera tornerà il
maestro a casa mia. Ah sì... dice di riposarmi.
— Benissimo consigliato. Siete stato a casa? avete dormito?
— No. Volevo, ma non mi è riuscito. Invece, ho...
Stava per dire: — Ho fatto testamento. — Ma sostituì: Ho assestato
alcune cose. Ho scritto alla mamma.
— Ah! — esclamò Elisa, che si era fatta color di fiamma.
— Per un caso soltanto. Perchè altrimenti, è meglio che non sappia
niente. Sa, colle sue idee... Vuol dire... che, alla peggio... la
commissione toccherà a lei, cara Contessa.
Tolse di tasca una lettera sigillata e la porse ad Elisa.
— Vuole?...
Un sudore pungente si levava alla radice dei capelli di Elisa. Ma, con
un sorriso, ella prese la lettera e la depose nel cassettino.
— Per accendere il fuoco domattina.
— Ben inteso. Ma se invece... dovesse... allora gliela porterebbe lei,
nevvero?
Ella non rispose; chinò solo il capo.
Egli tacque un istante. Un'espressione grave, qualcosa d'indicibilmente
triste ed affettuoso si dipinse nei suoi sguardi.
— Povera mamma! disse Roberto a voce bassa e come smarrita. — Se avessi
saputo! In fondo, non sono stato quello che avrei dovuto essere per
lei... Intendo ciò ch'ella avrebbe voluto ch'io fossi, colle sue idee.
No, non è mica solo per... per la circostanza che dico così. L'ho
pensato delle altre volte, specialmente da che conosco lei. Voglio
dire... È difficile a spiegarsi, ma lei capisce, nevvero?
— Capisco... Credo di conoscervi meglio forse di quanto conosciate
voi stesso. So di quanto sareste capace, solo volendolo. E di questi
pensieri, di questo volere, bisogna ricordarsi poi, non è vero?
La sua voce aveva un accento di infinita tenerezza.
Egli l'ascoltava, sorridendo.
— Com'è buona, — le disse poscia colla sommissione d'un fanciullo
affettuoso. — Sa che le voglio tanto bene?
— Anch'io, Roberto, vi voglio tanto bene.
La voce moriva, incolore, sulle sue labbra.
— Sì — diss'egli, balzando in piedi e con un atto quasi iroso, — mi
vuol bene... lo so, come a un figlio!
Senza attendere, nè avere risposta, prese a passeggiare in su e in giù
pel salotto. Parlava ora concitatamente del suo duello, di quanto aveva
combinato con Serristano; questo, quest'altro colpo. Aveva frequentato
la scuola di scherma; parlava colla sicurezza di un buono scolaro, col
sangue freddo di chi è sicuro del fatto suo.
Ella ascoltava, pallida e in silenzio.
A un tratto, Roberto, cessò di parlare. Girellò ancora più volte pel
salotto, toccando distrattamente libri e gingilli.
Poi con un piccolo brivido nervoso si fermò e disse come a malincuore:
— Sono stanco!
— Lo credo. Non avrete dormito molto stanotte?
— Affatto. E l'altra notte e la notte avanti, avevo fatto tardi al Club.
Prese il suo cappello, per congedarsi. Ma invece s'indugiò irrequieto;
poi sedette sur una _chaise longue_, che gli era vicina.
— Come si sta bene qui. Quasi, quasi...
Era realmente stanchissimo, in quell'istante, sotto l'influenza di
un'improvvisa reazione di nervi. Lo aveva colto un subito, imperioso
bisogno di riposo e di sonno.
Essa gli andò accanto.
— Volete riposare qui? — gli chiese.
Senz'attender risposta, abbassò alquanto un cuscino che giaceva sullo
schienale; poi, con atto dolcemente autorevole, posò una mano sulla
spalla di Roberto e gli disse:
— Riposate.
— Che, che! — replicò il giovane, tentando di reagire contro la
tentazione dell'invito e la involontaria flessione delle membra. — Ma
le pare?
Ma poi, come vinto, ubbidì e si allungò alquanto su quel letto
improvvisato.
Elisa osservò che la guancia di Roberto era a un contatto disagevole
col ricamo rilevato del cuscino. Con una rapida mossa, come avrebbe
potuto fare una madre, passò il braccio dietro il capo di lui, lo
sollevò alquanto, e stese rapidamente sul ricamo il suo fazzoletto di
battizza.
Poi adagiò sul cuscino la testa di Roberto e gli chiese sommessamente:
— Va bene così?
Egli era già mezzo assopito. Riaperse le palpebre un istante per
mandare alla Contessa uno sguardo affermativo, pieno di languido
benessere, mentre la bocca aveva un sorriso vago, quasi infantile. Poi
si addormentò.
Elisa stette immobile, ritta, accanto a lui, guardandolo.
Un grande silenzio regnava nel salotto. Si udiva da lungi l'eco
affievolito dei pochi strepiti di via S. Gallo e il sordo ronzìo di
un moscone, smarrito nei labirinti di seta e di trina, fra le doppie
cortine applicate alla finestra.
Il respiro del dormente era sì lieve che la Contessa si chinò, per
udirlo meglio, mentre un pensiero imperlava di sudore la sua fronte.
Lentamente, inconsciamente, s'inginocchiò al suo fianco.
Così sentiva il suo respiro. Vedeva, tranquilla nel sonno, la poderosa
forma dai nobili e fini contorni. Il volto era idealmente bello... le
parve più bello del solito, con quel lieve pallore di stanchezza, colle
labbra socchiuse sul lucido smalto dei denti, e appena ombreggiate
all'alto da un disegno più che da una forma di bruni mustacchi. Attorno
alle lunghe palpebre calate si allargava più diffusa l'ombreggiatura
delicata, così suggestiva di confusi sensi di passione e di
sentimento...
— Dio! — mormorò Elisa — com'è bello!...
Non l'aveva mai veduto così bello, non aveva mai compreso come
in quell'istante la poesia ed il fascino di una giovane e maschia
bellezza!
Pensò ciò che sarebbe quel volto improntato di un carattere tragico, in
un sonno più greve, nel sonno che...
Balzò in piedi, con un senso folle di raccapriccio e per un istante il
suo seno non ebbe respiro.
Scosse il capo, ridendo. Scacciò quell'impressione; poi, di nuovo,
s'immerse nella contemplazione del dormente.
Sì, era bello... Una festa per gli occhi quel suo aspetto, un calore
pel cuore la sua compagnia, la sua gioventù, la giovanile allegria del
suo carattere, delle sue parole. Ah! Dio, era stato crudele per lei!...
Non le aveva dato nessuno ch'ella potesse amare così, come Tecla amava
suo figlio. Pure, anche per lei Roberto era un oggetto di inesprimibile
affetto, ormai! Certo, ella soffriva ora come se egli fosse stato un
figlio suo, in pericolo di morte.
Poichè era veramente in pericolo di morte, dopo tutto. Un momento,
un colpo mal parato, una mossa abile di Carisi... Ah maledizione! Ma
perchè, perchè?... E quegli sciagurati, Serristano e gli altri, che
non avevano saputo impedire, che discutevano il modo di far ammazzare
quel ragazzo... E tutto ciò... per una parola, un'inavvertenza! Ah non
poteva... non doveva essere!
Ebbe un impulso frenetico di far qualcosa, qualunque cosa, per stornare
il pericolo. Mille confuse suggestioni si urtarono nel cervello di
quella donna. Scrivere a Serristano, avvertir la Questura, telegrafare
a Tecla. Ma tosto, per una inevitabile reazione di buon senso, sentì
quanto tutto ciò fosse impossibile.
Erano ancora i fantasmi della terribile notte insonne da lei passata,
le insane idee che un istante arrecava e l'altro metteva in fuga.
Sorrise con una beffarda ironia di sè stessa.
No, la legge mondana voleva così; il pregiudizio, la voce pubblica.
Se non si batteva, Roberto sarebbe stato un vigliacco. E non lo era...
no... non lo era! Andrebbe sul terreno e in modo degno di lui, del suo
nome, dell'amore di... sua madre.
Con uno strano impulso di orgoglio, si chinò ancora su di lui, frenando
un subito desiderio di accarezzare quella giovane fronte.
Certo, l'avrebbe protetto il sangue freddo che ella aveva sempre
rilevato nel suo contegno, quella padronanza di sè stesso che gli era
propria e che pareva tutto propiziargli, tutto semplificare attorno a
lui. Quella calma gaja dell'esistenza ch'egli pareva quasi comunicare
anche a lei, mettendo come un riposo, un ambiente più aerato nella
gravità complicata dei suoi pensieri e delle sue abitudini. Ah com'era
mutata, in realtà, la sua vita, dacchè Roberto aveva cominciato a
frequentar casa sua! Che raggio di sole, di gioventù aveva portato con
sè! Qualcosa di così nuovo, di sì fresco... si dolce...
S'arrestò ad un tratto, nella mente di quella donna, l'irruenza di quei
pensieri. Le parve notare che Roberto non dormisse più quietamente,
come poc'anzi.
Così era. Il giovane si moveva di frequente: come se stesse a disagio.
Lievi contrazioni agitavano i suoi muscoli e non andò guari che le sue
fattezze assunsero un'espressione angosciata. Evidentemente, lottava
con un incubo.
Forse per l'inconscio sforzo d'una reazione, si destò ad un tratto.
Balzò a sedere, aprendo due occhi sgomentati. Lo sguardo errò torbido,
incerto per la sala, per fissarsi poscia, coll'espressione di chi trova
uno scampo, sulla contessa Elisa.
Colle mani calde, tremanti, afferrò quelle di lei.
— Oh! son qui... È lei... Domani, nevvero?... domani?
Ella non parve avvertire la confusa angoscia di quella frase. Gli disse
solo dolcemente:
— Siete qui, Roberto, da me, con me...
Egli era al tutto desto ormai, e aveva raccapezzate le sue idee. Diede
in un piccolo scoppio di riso.
— Oh, curiosa! Niente, sa? Un sogno, una sciocchezza...
Elisa aveva in quel frattempo liberata una delle sue mani dalle strette
di Roberto, e tolto dal cuscino il fazzoletto, lo andava passando
dolcemente sulla fronte del giovane, bagnata di qualche stilla di
sudore. E l'amorosa voce, tremante, sussurrava quiete, ilari parole
di conforto e di rimprovero. Certamente, aveva sognato. Bella cosa,
turbarsi così per un nonnulla!...
Egli ebbe ancora un piccolo brivido, subito vinto. Era stato terribile
quel nonnulla. Ma era passato. Egli era lì, ora... con lei.
Senza lasciare la destra d'Elisa, afferrò l'altra mano di lei, quella
che teneva il fazzoletto, e di nuovo le strinse entrambe nelle sue.
Poi sollevò il volto ed i loro sguardi s'incontrarono da presso.
Ella, pallidissima, solo intenta a velare l'intima angoscia di quegli
istanti, lasciava che l'animo suo parlasse dentro i suoi occhi,
pieni di immensa tenerezza. Ed in quelli di lui era una ineffabile
espressione di gratitudine e di fiducia, insieme ad una indecisa,
patetica forma di appello...
Lentamente, come sopraffatto dall'intensità delle lotte segrete
ch'egli aveva sino a quell'istante saputo dissimulare, Roberto chiuse
gli occhi, e, a guisa di uno stanco fanciullo, posò il capo sul petto
della Contessa. Lo sguardo di quella donna ebbe lo smarrimento vago di
un'estasi. Ella non si risentì nè si ritrasse. Tacque. Ma, sotto il
morbido rialzo del seno, i violenti battiti del suo cuore giungevano
all'orecchio di Roberto.
— Ah!... — mormorò questi, quasi inconsciamente, — morire... non
sarebbe niente. Ma così... nevvero?...
— Così... — sussurrò Elisa, come un'eco lievissima, involontaria.
Ci fu una lunga pausa, di quella pace, di quel silenzio. Niente altro.
Lentamente, come lo aveva chinato, Roberto rialzò il capo. La stretta
delle mani si sciolse. Egli si alzò e si allontanò. Elisa non lo
trattenne.
Roberto si recò alla finestra, e, sollevate le cortine, guardò a lungo
nel giardino. Dal caminetto, dalla pendolina rococò, che tante gaie
ore di colloquii aveva noverate colla sua voce argentina, venne ora
l'accento dell'ora tarda, quasi serale, che doveva separare quei due.
Egli tornò indietro e prese il cappello.
— Le cinque, nevvero? Come sono venute presto! Serristano mi aspetterà
a casa.
— Certo, — disse lei — e vi sgriderà, perchè non avete seguito il suo
consiglio.
S'arrestò... Sentiva di non potersi più fidare del suono della propria
voce. Ed era sì pallida ormai, durava a reggersi in piedi una fatica
così evidente che Roberto ebbe la subita intuizione di ciò che quella
donna soffriva per lui. Un lampo di fiero, beato orgoglio passò nei
suoi occhi, ma nel suo cuore destossi in pari tempo una nobile e
generosa pietà.
— Ha ragione — disse dolcemente. — E Serristano pure. Vado a casa a
riposarmi davvero. Ma, anche lei, deve promettermi d'esser buona. Non
voglio che si senta male... sa?
Una bizzarra metamorfosi della situazione pareva aver subitamente
invertite le circostanze. Era il giovane ora che, colle parole e cogli
sguardi, infondeva in lei il coraggio e la calma, ella che subiva
l'impero del sangue freddo di lui.
— Dunque — insistè Roberto — sarà buona?
Elisa chinò il capo, docilmente.
— A rivederci — diss'egli in tuono lieto.
— A rivederci.
Simultaneamente, diedero un rapido sguardo circolare attorno a loro,
sulle pareti, alle cose del salotto.
Egli proseguì: — Saprà subito, naturalmente, domani. Vedrà che tutto
avrà un lieto fine. Verrò subito a vederla.
— Certo... l'aspetto.
Egli prese la mano di lei e curvandosi la baciò. Era l'atto solito
e cortese in cui egli sapeva mettere tanta grazia di omaggio.
Senonchè stavolta in esso parve riassumersi l'appassionata riverenza,
tutto l'ardore di gratitudine e di adorazione che irrompevano in
quell'istante nel cuore del giovane. Ella comprese il significato di
quel bacio. E quella mano, così baciata, scese poscia lenta con un
gesto di sublime benedizione, sulla testa chinata di Roberto.
— Andate, Roberto — disse Elisa quietamente.
Egli non rispose. Alzò il capo, la guardò, le sorrise, ed uscì.
. . . . . . .
Ghita, la cameriera della contessa Elisa, entrando la mattina
susseguente alle otto nella camera della sua signora la trovò già
alzata. Lo era da parecchie ore. Stava allo scrittoio, ma non scriveva,
nè si occupava altrimenti. Aspettava, soltanto.
Roberto le aveva detto: «alle sette.» Dunque, qualcosa doveva già
essere accaduto.
Ma solo verso le otto e tre quarti le fu recato un biglietto
scarabocchiato a lapis e pressochè illeggibile. Pure, ella lesse:
«Benissimo tutto, scalfittura per ridere. Verrò più tardi.
«ROBERTO.»
Al primo momento Elisa non avvertì di provar nulla; nè gioia, nè
altro. Una ridda di confuse sensazioni sbalestrò lo spirito di quella
donna nelle regioni di un cieco indefinito... Poi, d'improvviso, e
sotto l'impressione di qualcosa che somigliava ad uno spasimo nervoso,
strinse forte le mani sul petto anelante. E allora soltanto, quasi
costretta da quell'atto inconsulto, si sprigionò l'esplosione di una
gioia folle, ebbra! Un senso di trasporto inenarrabile si tradusse con
un sol grido, con una sola parola:
— Roberto!
D'un balzo, Elisa fu allo scrittoio, ne strappò la lettera destinata a
Tecla.
Con un breve, rauco scoppio di risa la gettò nel caminetto, sulla
brace incandescente. La lettera si contorse dapprima senza ardere, con
degli scatti di vipera ferita a morte. Poi si avvolse d'un denso fumo
bianchiccio, poi, con un subito lampeggiar di fiamma, si accese. Oh! lo
splendore di quella vampa, di quelle lingue di fuoco che mordevano la
carta, che cancellavano quelle parole...
E allora bruscamente, improvvisamente del pari, qualcosa, un'altra
luce, un'altra fiamma, divampò nel pensiero di Elisa. Qualcosa ch'era
nella sua gioia, oltre la sua gioia, che rivelava al suo pensiero tutto
un fatale mistero di sè stessa, che spiegava tutte le complicazioni
dell'agonia ch'ella aveva vissuta nelle ore scorse. Nella mente,
nell'animo si fecero strada una certezza, un istinto irrecusabili. Ella
si dibattè un istante contro lo sgomento supremo di quella rivelazione,
si rifiutò al terrore di quel vero, spietato, incalzante! Ma solo un
istante. Comprese a un tratto, brutalmente, che ella amava Roberto, e
_come_ lo amava.
— Ah! — gridò — misera me!...
*
* *
Verso le cinque di quello stesso giorno, invece di Roberto si fece
annunziare dalla contessa Elisa il marchese Geri di Serristano. Elisa
ebbe un secondo di terrore. Che c'era di nuovo? Perchè lui, anzichè
Rescuati?
Serristano la rassicurò. Roberto era in realtà lievemente ferito ad un
braccio. Pel sorvenire di un piccolo accenno di infiammazione e solo
per misura precauzionale, il dottore aveva ordinato qualche giorno di
letto.
Strano a dirsi; la Contessa provò quasi un senso di sollievo, udendo
che non avrebbe avuta occasione di veder subito Roberto. Il cuore ha
talvolta di questi bizzarri controsensi; li ha più spesso che non si
creda.
Elisa ascoltò con attenzione il particolareggiato racconto del
duello. La vertenza era stata esaurita secondo le regole della più
stretta cavalleria. Erano state bene interpretate le consuetudini e
rigorosamente osservate; i due giovani s'erano condotti benissimo. Non
era stato un duello facile; l'irritazione visibile di Carisi e la sua
valentia di schermidore napoletano (era allievo di Parise) lo rendevano
formidabile per l'inesperienza del giovane Rescuati. Ma questi aveva
a suo pro un mirabile sangue freddo, e si era felicemente giovato
delle sue cognizioni tecniche, rendendo all'avversario, pel colpo
d'avambraccio ricevuto, un buon colpo di bandoliera.
— Ma non grave... speriamo — disse vivacemente la Contessa.
— Oh no! per fortuna. Un mesetto di cura e basta. E non è per cagion
sua se non si è buscato di peggio. Si sarebbe detto che ci teneva a
farsi accoppare... Forse ci teneva, per l'appunto.
— Povero giovane! — mormorò Elisa.
— Le prime trattative — continuò Serristano — dimostravano in lui
l'intenzione che il duello avesse luogo in condizioni assai più
gravi. E se le cose avevano potuto assumere un'indole più mite, non
era difficile attribuirle all'intervento di una volontà benefica e...
femminile.
— Ah! — sclamò Elisa — la duchessa d'Accorsi!
Subito si morse le labbra e una confusione penosa si fece palese sul
suo volto.
— Cioè, — mormorò — non voglio dire... è una mia supposizione...
— No, — disse Serristano, sorridendo — è per molti, come per lei,
un convincimento, che non manca di una base plausibile... Si può
sbarazzarsi con spirito di un passato che non ha più ragione d'essere,
e in pari tempo adoperarsi perchè di questo passato non rimanga il
corollario di una tragedia. Ora, la curiosità pubblica sarà eccitata
dalla probabilità della rottura delle nozze di Carisi.
— Ah! ella crede?...
— Lo desidero per Carisi. Il conte Rescuati ha espresso, nella frase
sfuggitagli, l'opinione che sta in fondo a tutte le coscienze oneste. E
la duchessa d'Accorsi assume facilmente delle gravi responsabilità.
Elisa tacque un istante. Poi disse, come se parlasse a sè stessa,
anzichè a Serristano:
— L'amore è sempre una responsabilità.
L'accento di Elisa era sì grave, ella pareva sì profondamente assorta
nel senso di quelle parole che Serristano la guardò meravigliato. Ella,
che non soleva mai parlare di queste cose.
— Certo... — ripetè Elisa come un'eco, — se ama davvero.
Ancora, nella sua voce sommessa, vibrava la peculiare, inesplicabile
coloritura dell'accento.
Serristano pensò un istante: — Cosa c'è in quella voce? Una curiosità o
un segreto?
Dopo un momento, s'alzò per congedarsi.
— La contessa Rescuati — gli disse Elisa — non è ancora stata informata
dell'accaduto. Il suo delicato stato di salute e la cognizione
di alcune sue opinioni personali sul duello ci hanno dissuasi dal
recarle sì grave scossa. Ma io credo di poter esprimere in suo nome
il sentimento d'altissima gratitudine che ella, edotta del fatto,
proverebbe per chi, come lei, ha, in così grave circostanza, sì
amorevolmente assistito suo figlio.
Serristano si chinò commosso: — Non ho fatto che il mio dovere. So di
dovere a lei, Contessa, l'onore di essere stato scelto a padrino del
conte Rescuati, e di cuore ne la ringrazio, poichè il suo consiglio
mi ha procurato la compiacenza d'essere utile ad un giovane tanto
simpatico e che ha saputo condursi tanto bene in questa prima e
difficile prova.
Essa chinò il capo, assentendo. E sul suo volto si diffuse una subita
misteriosa bellezza, un non so che di ideale, che parve trasfigurarla.
Non pensava a sè in quel momento, pensava solamente a Roberto.
Ancora Serristano chiese a sè stesso: — Ma cos'ha quella donna?
Questo aveva soltanto: l'amore!
*
* *
Fu per tutta Firenze un grande avvenimento questo del duello fra
Rescuati e Carisi, e ne accrebbe non poco la simpatia di cui già godeva
il primo. Da qualche tempo in qua, il poeta montanaro aveva spiegato
un carattere nuovo e sgradito, un fare beffardo, diverso dall'antica
spigliatezza, che gli aveva conciliata dapprima tanta benevolenza.
Lo spirito suo s'era mutato in critico e mordace, e bisognava stare
attenti, quando si parlava con lui, per non farsi canzonare. E il
suo progettato matrimonio, benchè non unico esempio di transazioni
poco consentanee ad un vero sentimento di dignità e d'indipendenza
personale, benchè alcuni trovassero, in qualche basso fondo delle
proprie segrete aspirazioni, un sospiro d'invidia pei vantaggi
materiali di esso, non era certo tale da conciliare a Carisi l'aperto
plauso dei più. Che fosse opera della Duchessa, ciò non meravigliava
guari. Anzi... era consono al suo carattere. Anche dopo aver spezzati
i vecchi trastulli, ella si divertiva talvolta a serbare una certa
tal quale giurisdizione sui rottami e a disporne a suo grado. Era anzi
una delle sue speciali prerogative, e convien dire ch'ella avesse una
straordinaria e prestigiosa abilità per coonestare la sistemazione
di oggi coll'accaduto di ieri, poichè le cose finivano sempre
coll'accomodarsi in un modo ovvio, ragionevole, vantaggioso insomma;
quasi onorevole. Ed era tanto tempo che le cose camminavano così per
quella privilegiata fra tutte le donne!
Il torto marcio l'aveva avuto lui, Carisi, con quella sua
improntitudine di saltar fuori, così a sproposito, dal suo
nascondiglio!... C'era; poteva starci quieto sino alla fine, invece di
disturbare la gente a quel modo. Lo doveva pur sapere cosa pensavano
di lui e del suo matrimonio! Ed era imperdonabile di esser rimasto
senza appalesarsi, celato in quel terzo di _pâtè_ traditore, testimonio
indiscreto di un colloquio, (oh... la Duchessa aveva detto delle cose
tanto carine, a questo proposito!) un colloquio che pareva assai bene
avviato... E quella scenata in casa della Duchessa e quell'accanimento
così sragionevole!... Mentre invece Rescuati era stato addirittura
splendido. I padrini suoi e di Carisi n'erano rimasti incantati:
Carisi stesso aveva resa giustizia all'inappuntabile contegno del suo
avversario. Insomma, era un coro di lodi e un trasporto generale di
simpatia e Roberto aveva toccati tutti gli onori della giornata.
Speroni era, s'intende, a capo degli entusiasti. Già, l'aveva
consigliato lui, benchè in forma non ufficiale. In realtà l'aveva
seccato a morte coi suoi frivoli consigli, ma, ora che le cose erano
andate bene, s'intende che il merito era suo. Infatti fu lui a proporre
una piccola unione e sottoscrizione di amici per festeggiare il
battesimo d'armi di quel caro Bertino, con un punch d'onore da Giacosa.
La peregrina idea fu accolta con plauso, e riescì una cosa
piacevolissima... per gli amici. Ma non da Giacosa ebbe luogo la
geniale e chiassosa riunione, bensì nel piccolo appartamento occupato
da Roberto in via dei Serragli. L'eroe della festa non poteva uscir
di casa. La sua ferita, benchè già chiusa, s'era fatta rossa assai,
e un gonfiore s'andava levando attorno alla cicatrice. Il braccio
era dolente e doveva esser recato ad armacollo. Il medico volle che
Roberto rimanesse a letto, poichè s'era dichiarata un po' di febbre.
Nel salotto attiguo alla camera da letto, e accanto all'immenso
_bol_ fiammeggiante, Speroni si investiva della sua duplice parte di
iniziatore della festa e di rappresentante del festeggiato. Era un
chiasso indiavolato, e Roberto avrebbe volentieri mandati al diavolo
quegli allegri compagni, immemori del mal di capo che gli martellava le
tempie. Non gli parve vero quando se ne andarono, rinnovando strette di
mano, proteste d'ammirazione d'amicizia. E il male è che promettevano
di tornare, alla spicciolata, per tener compagnia a quel simpaticone
di Roberto. Ma il buon volere della gaia brigata si urtò l'indomani
nel veto assoluto del medico, che esigeva pel malato la calma e la
solitudine. S'era dichiarato un flemmone al braccio ferito.
La sera stessa del giorno in cui aveva avuta da Serristano la relazione
del duello di Roberto, la contessa Elisa aveva mandato il suo vecchio
Andrea a prender notizie del conte Rescuati. E così di seguito sera e
mattina, per parecchi giorni, sino a che le giunse il referto di questo
flemmone... Quel nome le fece un senso bizzarro di terrore. Si ricordò
di un domestico di suo padre, che, in seguito appunto ad un flemmone,
era stato gravemente malato. E una grave lotta cominciò nel suo cuore,
già tanto travagliato.
La luce improvvisa che s'era fatta nell'animo suo l'aveva profondamente
sconvolta. Ella si dibatteva in un mare di terrori e d'angoscie,
dalle quali la sollevava solo a volte ed artificialmente l'illusione
di essersi ingannata, o la determinazione presa con una specie di
energia disperata di annientare coll'opera, col fatto, colla propria
azione sull'animo suo l'effetto di quella funesta rivelazione... No...
non sarebbe... perchè non doveva, non poteva essere! Ella vincerebbe
prontamente quella inesplicabile, quella fatale debolezza, che l'aveva
colta a tradimento! A volte un rossore profondo saliva alle sue gote,
un'indignazione contro sè stessa le mordeva il cuore nel rimorso della
sua imprudenza, nella coscienza della sua fiacchezza, nella derisione
di ciò ch'ella aveva creduta la sua invulnerabilità! Sì, ella aveva
passata una quasi intera esistenza scevra di passioni, di pericoli,
nella calma austera d'un ambiente esclusivamente intellettuale, nello
sprezzo tacito ed intimo di tutto ciò che si attiene al disordine,
all'eccesso dei sentimenti, alla sregolatezza delle passioni, per
giungere poi ora, in ritardo, tanto fuor di luogo, fuor di tempo... a
soffrire così... in quel modo sì inatteso, sì terribile e, dopo tutto,
sì inutile!
Poichè a lei il sacrificio soltanto parve l'ultima parola di quella
sciagurata scoperta. Non pensò ad altro...
Iddio fa un dono immenso ad una donna quando le dà, per angioli
custodi, il criterio ed il buon senso. Ma, quando la fatalità,
l'imprudenza, ovvero la purezza stessa di questa donna, l'hanno esposta
ad un pericolo ch'ella non ha saputo prevedere e ch'è più forte di
lei, allora... oh, allora gli angioli custodi diventano due carnefici
e i più spietati, che vendetta divina possa aver mai messi a fianco
d'una umana esistenza. Con questi carnefici ella era dunque alle prese,
quando una lettera di Tecla venne a vieppiù turbare l'animo suo.
*
* *
La contessa Rescuati aveva avuto da suo figlio una lettera, in cui egli
le diceva succintamente dell'accaduto e del suo malessere attuale.
Malgrado le assicurazioni fattele da Roberto, ella era in grave
pensiero per lui. Sarebbe venuta immediatamente a Firenze, ma
l'infermità di cui soffriva ella stessa s'era siffattamente inacerbita
in quel tempo che i medici non le permettevano di lasciare il letto.
Supplicava Elisa di recarsi presso suo figlio, e di renderle esatto
conto dello stato di Roberto. Se no... ella riterrebbe il silenzio
di lei quale una tacita conferma dei suoi terrori, e partirebbe... a
qualunque costo.
La contessa Elisa aveva contezza precisa della malattia nervosa, che
complicata da gravi affezioni reumatiche, aveva fatto della contessa
Rescuati una povera invalida. Ravvisò nella lettera un'agitazione che
Roberto non aveva certamente creduto di eccitare a tal grado, e pensò
che, oltre ai rischi del viaggio per Tecla stessa, la visita di una
donna sì evidentemente turbata d'animo non avrebbe certo giovato alla
calma richiesta dallo stato di Roberto. Si ricordò che aveva promesso a
Tecla di far le sue veci presso il figliuolo. Imprudente... ah, quanto
imprudente... ma pur sacra, quella promessa!
Passò un'ora, sola, in camera sua, in intima communione con sè stessa,
di fronte all'esatta idea di ciò che doveva essere la sua linea di
condotta. Alle più virili facoltà dell'animo suo chiese consiglio.
L'ora susseguente la trovò calma e risoluta nella sua determinazione.
Si vestì, e fece attaccare il suo _coupé_. Passò all'Ufficio
telegrafico e vi lasciò un telegramma per Tecla, così concepito:
«Rassicurati. Nessun pericolo. Mi reco presso Roberto; scriverò
ogni giorno. In tutto e per tutto, abbi calma a fiducia.
«ELISA.»
Un quarto d'ora dopo, il suo _coupé_ si fermava al portone della casa
ove dimorava Roberto. Ella diede ordine al cocchiere che ripassasse fra
tre ore.
Salì la scala angusta che metteva al piccolo appartamento di Roberto,
indicatogli dalla portinaia. Non ebbe d'uopo di suonare il campanello.
Il cameriere era uscito, lasciando l'uscio socchiuso. Ella penetrò
in una piccola anticamera, e di là in un salottino; tipo, a lei nuovo
affatto, dei salotti di appartamenti ammobigliati. Non era certo dei
peggiori, poichè Roberto pagava una elevata pigione, ma allo squisito
gusto della Contessa, alla sua assoluta abitudine di ricercate eleganze
intime, tornò alquanto ingrata la vista di quella stanza senz'alcun
carattere proprio, coi mobili di velluto stinto, col volgare addobbo,
privo di stile, colla convenzionalità plateale degli accessori. Un
odore stantìo di fumo di sigarette riempiva l'ambiente, oscurato dal
giallore polveroso delle cortine. Nel caminetto era spento il fuoco;
sui tavolini, sulle odiose _consolles_ dorate s'era adagiato un alto
strato di polvere.
Elisa si arrestò esitante, colpita da uno nuovo e bizzarro sgomento
dinanzi ad una porta che suppose dovesse condurre alla camera da letto
di Roberto. Il cuore le batteva forte, mentre ella batteva dolcemente a
quell'uscio...
Uno stizzoso abbaiare di piccolo cane le rispose dall'interno.
Ella attese invano, ripetendo colla nocca delle dita guantate la
domanda d'ammissione. Per un istante un desiderio la colse, quasi
irresistibile, di non insistere, di tornare indietro. L'abbaiamento si
ripetè più irritato che mai, ma ad esso si unì un fioco _avanti_, che
troncò l'esitazione di Elisa.
Aperse e s'inoltrò nella stanza.
Roberto s'era rizzato a sedere sul letto. Era acceso in volto e si
sosteneva penosamente sul braccio sano.
Ella si fermò un secondo ancora sull'uscio... Ma egli aveva avuto,
vedendola, un'esclamazione di gioia sì viva, sì irrompente che ogni
dubbio cessò in lei. Si avanzò dolcemente sino al suo capezzale.
— Sono qui — disse con grande semplicità. — La mamma è inquieta ed io
le ho promesso di far le sue veci.
Il cane, che Roberto aveva fatto tacere con una energica scopola, s'era
rifugiato sul copripiede del padrone, e di là, raggomitolato nella
sua bellissima pelliccia bianca di lupetto, guardava sagacemente,
studiandola, quella nuova visita capitata al padrone. Ma dopo un
istante, soddisfatto del suo esame, cessò di brontolare. Depose il muso
appuntato fra le zampette e chiuse gli occhiuzzi sagaci, pensando che
poteva dormire tranquillo. E non aveva torto quel monello di Arnetto.
Il suo istinto non lo ingannava. Molti potrebbero trovare ch'egli fosse
un cane stranamente illuso, giudicando dalle circostanze... Ma no, per
l'appunto.
*
* *
Il flemmone si dichiarò davvero e quel povero braccio di Roberto
divenne enorme. Il giovane era vinto ormai, sbattuto da quella febbre
che lo teneva desto talvolta per notti intere, lasciandolo poi in uno
stato di abbattimento e di semi-torpore che contrastava stranamente
coll'irrequietezza d'altri momenti. Non era un malato cattivo, nè
intollerante del male, ma si seccava molto della forzata dimora a
letto, delle ore solitarie che gli parevano sì lunghe, mentre le idee
sfilavano rotte, confuse, come una processione scompigliata da un
uragano, in quella sua bella testa febbricitante. Si trovava male, a
disagio, in quell'appartamento ristretto, privo delle comodità, delle
eleganze a cui era abituato a casa sua.
In tempi normali egli passava ben poche ore della giornata in quelle
stanze un po' scure, un po' malinconiche, ma ora soltanto, dacchè
non poteva lasciarle, avvertiva quanto gli fossero antipatiche. Il
suo domestico fiorentino lo serviva bene e con una certa specie di
zelo, ma era giovanotto anche lui e colla testa un po' all'aria, e
volentieri, quando lo supponeva addormentato, scendeva chiotto chiotto
per andare a far quattro chiacchiere dal tabaccaio del canto o coi
cocchieri di una vicina rimessa di vetture. Un altro domestico, fissato
per la circostanza, era un fior d'imbecille. L'infermiere, mandato da
Serristano, aveva una faccia color di gambero e dei capelli rossi. Ora,
Roberto nutriva un odio speciale pei capelli rossi! Non voleva dirlo
a Serristano e si faceva continuamente delle ammonizioni; ma tant'è,
la notte, alla luce incerta della _veilleuse_, quella zazzera rossa
chinata per lo più, perchè l'uomo scordava talvolta di star desto, gli
faceva l'effetto di un incubo.
Non aveva punto deplorato il veto opposto alla buona volontà di
Speroni e C.i di tenerlo allegro durante la sua malattia. Le poche
visite di quella lieta brigata gli avevano lasciata una testa tanto
fatta. Ma paventava ancor più le visite che ogni tanto si credeva in
dovere di fargli la sua padrona di casa, una vecchia pinzocchera, che
voleva guarirlo a modo suo, facendogli fare una novena a S. Bobi, e
consigliandogli perennemente i rimedi del dottor Pagliano.
Serristano veniva ogni tanto a vederlo e le sue visite liete e
confortanti erano care a Roberto. Anche il medico curante era un
simpatico giovane, che sapeva il fatto suo e aveva presa grande
simpatia per lui; ma aveva una clientela estesissima, non poteva
fermarsi da lui che il tempo strettamente necessario e a Roberto le
giornate, come le notti, parevano eterne. Non era stato mai malato
fuori di casa, e, ricordando in quali condizioni si era altre volte
presentato un tal caso, quante e quali cure gli avessero prodigate in
famiglia la madre, i nonni, i dipendenti; un confronto si presentava,
triste, alla sua immaginazione, e una grande malinconia s'impossessava
di lui, mentre cercava dissimularla agli altri e a sè stesso quanto
poteva. Pensava con infinito desiderio alle sue allegre passeggiate,
ai lieti ritrovi fiorentini, ma più ancora al salotto della Contessa.
Nella sua solitudine e nell'eccitamento della febbre, pensava molto
anche a lei. Non avrebbe certo osato chiederle di venire, ma quando
vide accostarsi al suo letto quella persona sì elegante e sì gentile,
quando vide chinato maternamente sul suo quel volto un po' sbattuto
dalle passate angosce, ma pur così dolce a vedersi, nella sollecitudine
e nella tenera pietà dello sguardo, quando sentì posarsi sulla fronte
greve ed accaldata quella mano morbida e fresca, dalla delicata
epidermide, egli non la sgridò d'esser venuta. La ringraziò soltanto,
baciandole la mano e si abbandonò come un figlio, col senso di una
sicurezza, di un benessere al tutto nuovi in lui, alle cure di quella
donna. Non pensò ad altro. Poi, lo sappiamo, pensare non era il suo
forte.
*
* *
La cosa fu presto organizzata e in questo modo:
La mattina per tempo Elisa gli mandava Andrea, il quale, ammesso
nella camera di Roberto, stava a sua disposizione per due ore circa,
assistendo alla prima visita del medico, tanto da poter fare il suo
rapporto alla Contessa. Verso le tre, capitava ella stessa e alle
quattro veniva il dottore per la seconda visita, ed ella conferiva con
lui.
Poi il medico se ne andava ed ella prolungava la sua dimora per qualche
po'.
Roberto amava specialmente quei momenti, in cui egli sentiva tanto
benefica, tanto placatrice l'influenza di quella donna. Ella parlava
poco, si muoveva pochissimo, non aveva nessuno di quei zeli incomodi,
di quelle insistenze crucciose che esasperano talvolta i malati, ma
senza ch'ella facesse gran che, tutto pareva farsi più facilmente
e meglio da che c'era lei. La camera stessa, quell'uggiosa camera
volgare, pareva avere acquistato un nuovo carattere. Ella aveva fatta
qualche alterazione nell'ordine dei mobili e degli accessori, recato
qualche ninnolo, distribuita meglio la luce, disposto nei vasi qualche
fiore senza profumo. Le sue visite erano inesprimibilmente care a
Roberto, avrebbe voluto che non cessassero mai. Ma ella se ne andava
invariabilmente quando nella camera calavano le prime ombre della
sera. Ed egli, col rammarico di vederla partire, pensava dolcemente al
domani. I suoi pensieri di malato non erano più inquieti, erano pieni
d'abbandono e di una vaga spensieratezza beata.
La sera veniva Serristano, ma neppur egli faceva tardi, e, uscendo
dall'abitazione di Roberto, soleva per un istante recarsi da Elisa
a darle un piccolo resoconto finale. Ovvero, lo faceva incontrandola
in società dove la Contessa doveva pure qualche volta fare un po' di
comparsa e dove udiva chiedere sempre con molto interessamento della
salute di Roberto Rescuati.
Prima di coricarsi, scriveva a Tecla. Era molto stanca quando si
coricava. E dopo aver fatto uno stretto esame di coscienza, prima di
addormentarsi e pur già come in sogno, pensava anch'ella dolcemente:
domani....
*
* *
— Oh! Oh! — esclamò Speroni un giorno in cui, uscendo dalla portineria
ove era stato a chieder notizie di quel caro Roberto, si imbattè, sulla
soglia, colla contessa Elisa; la quale era tranquillamente avviata, non
alla portineria, ma verso le scale.
La Contessa non faceva mistero alcuno delle sue visite. Non osservò
neppure l'aria stolidamente attonita di Speroni, nè la mossa incerta
ed imbarazzata colla quale egli la salutò. Aveva fretta di salire quel
giorno; il riferto d'Andrea non l'aveva al tutto soddisfatta, e sapeva
che il medico deciderebbe dell'opportunità di operare il flemmone.
Salutò con evidente distrazione, e salì.
Speroni la lasciò salire. Attese un istante per vedere se, avute
informazioni più immediate dal domestico di Roberto, sarebbe ridiscesa.
Attese a lungo anzi, con una gran paura che la Contessa ritornasse
subito.
Ma no... Trascorse quasi un quarto d'ora, ed egli cominciò a gongolare.
Una soddisfazione sincera ed ignobile si dipinse sul suo volto... Ora,
era certo del fatto suo. Ma che _toupet_ aveva quella donna!
Speroni amava far visite. Era ciò che gli inglesi chiamano a _lady's
man_, un uomo da signore. L'espressione è bizzarra e da noi assumerebbe
troppa varietà d'aspetti per essere facilmente adottata. Nel caso
di Speroni, per esempio, avrebbe definito un uomo che della società
delle signore avesse esclusivamente assorbite e fatte sue tutte le
piccole viltà, le piccole cattiverie, i piccoli ignobili accanimenti
che potessero mai, per avventura, lievemente adombrare lo splendore
complessivo del carattere femminile, considerato da tutti i lati del
poliedro.
Perciò Speroni provò subito un bisogno immenso di trovarsi fra delle
signore e di farle divertire un pochino. Se si scandalizzavano, erano
delle sciocche; se arrossivano, delle ingenue; se ridevano, delle donne
di spirito. Se qualche volta toccava un'aspra o ben azzeccata risposta,
rideva anche lui, ch'era un uomo di spirito alla sua volta. E, ad ogni
modo, la novità era in corso e per merito suo.
Quel giorno cominciò a far visite ad ore impossibili e siccome ad
ognuna non dedicava che poco tempo, quello necessario per narrare la
sua «novità» e raccogliere il primo fiore dei commenti che suscitava,
è facile credere ch'egli fornì in quel giorno una discreta carriera di
visite. Erano solo le cinque e mezzo quando giunse da Mrss Glengham e
in tempo pel suo _five o clock tea_.
Mrss Glengham era un'americana ultramilionaria alla quale non conferiva
troppo l'aria circolante per tutta quanta l'atmosfera del Nuovo Mondo.
Era un'aria troppo vibrata per i suoi polmoni, malati, poverini! La
duchessa d'Accorsi le aveva accordata la sua protezione, e l'aveva
sovvenuta dei suoi consigli sul modo da seguire perchè la società
fiorentina aiutasse la buona signora a sbarazzarsi d'una incomoda
pletora di quattrini, i quali non avrebbero forse, sul luogo della
propria origine, osato mostrarsi sì bellamente alla luce del sole.
Aveva già dato parecchi gran balli, dei pranzi di gala e delle
_soirées_ intime, alle quali gli invitati si divertivano immensamente;
anche un pochino per le _toilettes_ della padrona di casa e per
gli spropositi che le facevano piacevolmente dire in italiano. Si
divertivano assai delle malinconiche passeggiate, alla ricerca di
un cantuccio quieto, del padrone di casa. Mr Glengham non capiva una
parola di italiano, e aveva il «porter» malinconico e amico dell'ombra.
Lo si trovava ordinariamente a cose finite, addormentato su un
divano, o anche sotto qualche tavolo, d'onde poi era difficilissimo il
persuaderlo ad uscire.
I _five o clock teas_ di Mrss Glengham erano sempre molto frequentati.
Quel giorno, c'era folla. C'era la duchessa d'Accorsi colla figlia,
della quale si diceva ormai con molta insistenza che fosse davvero
invaghito il Principe regnante di Hetzengenfeld; invaghito al punto
di pensare sul serio a sposarla! Ah se faceva questo la Duchessa, se
ci arrivava... chi avrebbe potuto negarle l'omaggio di una sconfinata
ammirazione?
Il salotto era affollato e ad ogni istante capitavano nuove visite,
che rendevano necessari spostamenti di gruppi e allargamenti di
circoli. In mezzo alle ricchissime, ma semplici e scure acconciature
da passeggio delle visitatrici, spiccava la stravagante e fantastica
_toilette d'intèrieur_ che Mrss Glengham si credeva in diritto di
sfoggiare ai suoi ricevimenti di giorno. Era qualcosa di splendido e di
grottesco ad un tempo e lo squisito taglio Vatteau di quella creazione
di Worth faceva assolutamente a pugni colla tozza, enorme corpulenza
della donna che l'indossava e che aveva creduto di completarne
l'intonazione capricciosa colla innovazione d'un _foulard_ alla creola,
negligentemente stretto attorno alla propria zazzera ribelle, che si
ostinava a proclamarsi nera, sotto una generosa tintura d'aurocrome. Ma
tutti stavano serii davanti a quella stonatura stridente, e il coraggio
civile di fargliene i complimenti non mancò a qualcuno. Ed ella era
felicissima, contenta di sè e degli altri, gongolante per il novero
straordinario delle tazze di thè che avevano in quel giorno irrorati i
petti di tanti rappresentanti dell'_high-life_ fiorentina.
A questa gradita sì, ma accaparrante occupazione, ella doveva pure
ogni tanto frapporre qualche pausa di riposo; ed allora la sostituiva
al tavolo da thè, qualche visitatrice di buona volontà e fra le
signorine specialmente si spiegava un gaio zelo di aiuto. Così fu
che Marina Negroni, vedendo a un dato momento un po' intralciato il
servizio, si offrì a far circolare le tazze e cominciò col recarne
di qua e di là, secondo l'occorrenza: cosa non molto facile con tutta
quell'agglomerazione di gente e di mobili. Ma ella seppe destreggiarsi
benissimo, e aveva quasi sbrigato il suo incarico, quando giunse presso
un gruppo di signore e di giovanotti, in mezzo ai quali Neri Speroni
narrava, come già l'aveva narrata tante volte in quel giorno, la sua
famosa avventura del mattino.
Così n'ebbe piena contezza anche Marina Negroni, mentre aspettava,
sorridendo, con una tazza di thè in una mano, con un adorabile
bricchettino di Boemia, per la panna, nell'altra. E udì pure al centro
del gruppo alzarsi la voce stridente di sua madre. Ella difendeva Elisa
e canzonava Speroni.
— Mio caro, siete uno sciocco. Da quando in qua si dicono di queste
cose? Può essere una cosa naturalissima. Rescuati è stato raccomandato
a quella cara Elisa, e lei, che gli ha fatto sin qui da istitutrice,
ora gli fa da infermiera. È nell'ordine.
— Ma come, come? — ribatteva energicamente Speroni, che per nulla al
mondo avrebbe rinunziato a ciò che egli riteneva il valore intrinseco
della sua novità — come interpretare altrimenti... E poi già, si sa,
egli ci andava tutti i giorni sin da prima. Del duello, non si è mai
potuto appurare la causa reale. E noi, che per tanto tempo abbiamo
creduto... poveri gonzi!...
— Parlate per voi, — interruppe Ginevra, con una sì insolente e fina
espressione di canzonatura che tutti si misero a ridere — e lasciate
stare Elisa Serramonti, se vi piace. Sapete che non vi può vedere
dipinto. Ovvero, provate a battervi e rovinarvi un braccio per vedere
se Elisa viene a farvi da suora di carità. Ha tanto buon cuore, sapete!
La sortita della Duchessa ebbe un effetto di plauso e di risa che finì
di annichilire il povero Speroni. Ma un altro effetto ebbe ancora. Che,
pur difendendo generosamente la sua amica Elisa Serramonti, la duchessa
d'Accorsi riuscì ad imprimere nell'animo de' suoi uditori l'impressione
assoluta della realtà di ciò che egli, Speroni, aveva solo voluto
insinuare.
Una delle signore componenti il gruppo si voltò, avvertendo qualcuno
dietro di sè.
Era Marina colla sua tazza di thè, un po' oscillante, fra le mani, ma
con un gentile sorriso d'invito.
— Con panna, nevvero, cara Sofia?
*
* *
— Adesso — disse Elisa lietamente — siete proprio guarito.
— Le pare? — rispose Roberto dal seggiolone ove stava affondato,
avvolto in una vesta da camera orientale, che gli dava un aspetto
singolare, niente affatto disdicevole al suo tipo bruno e delicato.
— Mi pare ed è — replicò la Contessa. — Lo ha proclamato il dottore. Un
po' di pazienza ancora e il braccio al collo per un po' di tempo e poi
starete benone e non vi sarà più traccia delle vostre campagne.
Scherzava, ma aveva in cuore un'angoscia segreta, il pensiero che per
l'ultima volta ella era venuta a trovare Roberto in casa sua.
Roberto taceva. Sapeva anch'egli che, dopo quel giorno, non sarebbe più
tornata.
— Vorrei essere ancora malato!... — disse con un sospiro.
— Bravo... Mi rallegro. Bell'onore fate alla vostra infermiera! al
dottore, a tutti quanti. E non vi bastano trenta giorni di dolori,
febbre, tagli, chinino e compagnia bella?
— Sì... — diss'egli. — Ma c'era lei...
Elisa scosse il capo ridendo.
— Ma io ci sono sempre, Roberto; non scappo mica. Fra qualche giorno
verrete a trovarmi, e riprenderete la vostra vita solita. A proposito,
sapete che siete l'eroe del giorno? Vi preparano delle ovazioni. Sarete
perseguitato dall'entusiasmo generale, non vi lasceranno in pace.
— Mi pare ch'ella canzoni alquanto, cara Contessa, — disse placidamente
Roberto.
— Ma che, — protestò Elisa, — non canzono affatto. Ve ne accorgerete. E
bisogna che vi spicciate di tornare all'onor del mondo. Il carnevale è
agli sgoccioli.
— Come... è già finito il carnevale?
— Quasi; era breve quest'anno. Ma è stato brillantissimo. Lo pensavo
sempre quando mi trovavo alla sera ad una festa: se ci fosse Roberto...
— Ah! pensava... Allora dunque pensava a me anche quando era nel mondo,
quando non era qui?
Sul volto di lui era un sorriso tenero e beato, e la guardava con una
espressione, involontaria forse, ma che a lei faceva sempre l'effetto
di un brusco richiamo all'idea di un grande pericolo e di un grande
dovere.
Ella sentì un moto più rapido dei battiti del cuore. Ma si attenne al
sistema adottato. Ignorare...
— Certo, rispose semplicemente — Perchè no?
E prese a narrargli, col suo fare sciolto e quieto, i particolari delle
ultime feste, quanto aveva in esse attirata l'attenzione dei curiosi.
Il pettegolezzo non era il suo forte, ma ella sapeva, narrandolo, dare
all'episodio di società un colore originale e divertente.
Egli l'ascoltò, interessandosi a quanto ella diceva. Senonchè, a
volte l'attenzione dello sguardo pareva assorbita più dalla narratrice
stessa, che dalla narrazione.
*
* *
Egli stava bene ora, decisamente. Aveva superato, mercè la sua robusta
costituzione, in un periodo relativamente breve, tutte le fasi di un
male non lieve. Ma i dolori prolungati, le lunghe febbri prodotte dal
processo d'infiammazione, la dieta prolungata l'avevano indebolito
alquanto. La convalescenza era normale. E, cosa strana, egli non la
affrettava, nè colla volontà, nè col desiderio, quei due sì validi
efficienti al pronto ricupero delle forze giovanili. E in quel momento,
per esempio, così mollemente adagiato nel suo seggiolone, colla
bellissima testa appoggiata al grande guanciale di piuma, collo sguardo
accarezzato da un non so quale riflesso di benessere intimo, egli
pareva assorto in una bizzarra e languida contentezza infantile.
Quando ella si alzò per andar via, egli non la trattenne. Lasciò
che, per risparmiargli un moto incomodo al braccio tuttora fasciato
e raccomandato ad un fazzoletto sospeso al collo, gli rialzasse il
guanciale che s'era alquanto rimosso. Per fare ciò più speditamente,
ella depose il suo manicotto sulle ginocchia di Roberto. Egli passò
nell'interno di quel leggero batuffolo di trine e piume la mano che
aveva libera, mentre, attorno alle cartilagini del suo naso affinato
dalla malattia, si produceva una vibrazione, l'aspirazione d'un olezzo,
sentito coll'acuità di sensazione speciale ai nervi delle persone
convalescenti.
Frugò alquanto, sinchè trovò e ne trasse qualcosa con un'esclamazione
di gaio trionfo.
— To'... cos'ha qui? dei misteri!
I misteri erano due foglie di violetta che cingevano cinque viole, in
numero. Ma viole comuni, la volgare mammoletta del prato.
Si voltò verso Elisa:
— Come, già le viole? È dunque passato l'inverno?
— Oh non ancora. Siamo ai primi di marzo. Ma non è più l'inverno. L'ho
avuto stamane, questo mazzolino, dal fattore delle Celle. Me le mandano
sempre. È il mio messaggio di primavera.
— Quando mi sono coricato nevicava, e adesso è primavera... — disse
Roberto, con accento bizzarramente pensoso.
— Quasi...
Il giovane tacque, odorando il profumo delle viole. Poi chiese:
— Fuori fa freddo?
— No, affatto.
Erano accanto alla finestra. Egli s'alzò e l'aprì. Era la prima volta,
dopo tanti giorni.
La Contessa aveva detto il vero; non faceva freddo affatto. L'aria
aveva un tepore straordinario, come accade talvolta a Firenze prima
ancora che vi giunga la buona stagione.
Roberto aspirò quell'aria fortemente, con avidità. Era un'arietta
vibrata, ma sciroccale. Veniva dai paesi caldi, era una di quelle arie
inquiete, capricciose, che sembrano sature dei vaghi misteri della
terra e del cielo.
La finestra guardava su una corte cinta da tre lati dal fabbricato
della casa, e al quarto lato dall'alto muraglione d'un giardino
limitrofo. Dalla parte del giardino s'alzava, sovrastando d'alquanto
al sommo del muraglione, un mandorlo, i cui rami, privi affatto di
foglie, si andavano qua e là costellando di botoline bianche. E nello
sfondo cupo di un'anticamera, nella casa dirimpetto, da una gabbia
posata accanto a una finestra aperta, giungeva un acuto, giocondissimo
gorgheggiare di canerini.
In tutto l'essere di Roberto si operò quasi una trasformazione. Un
subito colore roseo subentrò al suo pallore di convalescente. Si
eresse sulla persona e le sue nari aspiravano a lungo voluttuosamente
quell'aria, mentre un leggero tremore scorreva la sua persona.
A un tratto, quasi inconsciamente, afferrò la mano di Elisa, ed ella
se la sentì stretta come in una morsa, si sentì avvolta da uno sguardo
di fuoco. Sentì da quella mano sprigionarsi un calore umido di febbre,
vide sul volto di lui una rapida contrazione, il succedersi di violente
indefinibili espressioni; ebbe il presentimento e il terrore di una
esplosione.
Ma egli s'era già dominato; aveva lasciata la mano di lei e chiudeva
tranquillamente la finestra.
— È la primavera, — disse, tornato al tutto padrone di sè. — Ecco il
suo manicotto, Contessa. Le viole me le lascia, nevvero?
— Se vi fanno piacere... Roberto.
— Sì, tanto...
Ella si dispose a partire e non permise che egli l'accompagnasse sino
all'uscio. Volle vederlo seduto tranquillamente nel suo seggiolone. E
gli mise accanto un giornale.
— Sarete buono, — gli chiese — non farete imprudenze?
— Sì — rispose il giovane asciugandosi la fronte ancora imperlata di un
lieve sudore — io sarò buono... Ma ella non venga più, nevvero... non
venga più!
*
* *
Egli era affatto guarito: andava, veniva per conto suo, raccoglieva
la sua messe a lungo differita di applausi, di mirallegro e di
ammirazione. In tutti i salotti era accolto con grandi feste, poco
meno che come un eroe. La duchessa d'Accorsi aveva saputo trovare e
dirgli qualcosa di molto lusinghiero pel suo amor proprio, qualcosa
di così francamente ed abilmente espresso ch'egli ne rimase incantato
e dovette pur convenire seco stesso che, dopo tutto, la Duchessa era
una persona di molto spirito e di una conversazione assai gradevole.
Poi aveva saputo che aveva presa a cuore la cosa. Naturalmente, ciò si
doveva attribuire all'interessamento per Carisi. Ma ella sorrise con
sì fine ironia quando Roberto gli parlò di Carisi e del suo prossimo
matrimonio... Ed il suo occhio grigio ebbe un'acuità finissima,
improvvisa, che avrebbe potuto servir d'uncino ad una più lunga
conversazione. Ma Rescuati non era, come sappiamo, molto avveduto, nè
pronto a cogliere la palla al balzo. E la Duchessa, per così dire,
rintascò il suo sguardo, con un sorriso paziente, che Roberto non
avvertì.
La contessa Elisa aveva riprese le sue abitudini. Riceveva i suoi
amici, dava i suoi soliti pranzi, faceva le sue solite visite.
S'era riavuta dal terribile sgomento della sua scoperta. Aveva detto
alteramente a sè stessa che non era vero, ch'era stato il delirio,
l'immaginazione di un istante, l'opera di una surrecitazione momentanea
del pensiero. Una violenta ira beffarda le gonfiava il cuore, ora,
quando pensava a ciò che l'era parso per un istante. La malattia di
Roberto era venuta in buon punto per tranquillizzarla, per calmare la
sua coscienza a torto allarmata. Ella amava Roberto... sì... ma come si
amava un figlio, nulla più.
A furia di dirsela, di ripetersela, quella soluzione ingegnosa delle
sue terribili dubbiosità morali, Elisa se ne fece una specie di
convincimento. Visto che non poteva assolutamente essere altrimenti,
la cosa doveva esser _così_ per l'appunto. E così... poteva andare.
Così infatti era andata per tutto il tempo della malattia di Roberto,
così andava ancora... sinchè potrebbe andare. Il lato più pericoloso di
tutto ciò era questo per l'appunto. La parte _vera_ di quella ch'era
in complesso nulla più d'una povera menzogna. Poichè, realmente, nel
cuore di una donna che non ha avuto figli e che ama, se ama un uomo
più giovane di lei, il sentimento materno non può rimanere escluso,
anzi ha una forma misteriosa, travestita finchè si vuole, ma pure
irrecusabile, di partecipazione alla passione stessa, e reca all'amore
un contingente speciale, che, pur fondendosi nella corrente di questo,
gli imprime a volte l'esteriorità dei caratteri propri. Da questa
non ravvisata fusione, dalla lotta dei due sentimenti, che, pur
coadiuvandosi a vicenda, a vicenda pure si soverchiano e costituiscono
la realtà relativa della situazione, fra l'urto ugualmente impetuoso
di due tenerezze appassionate e che facilmente si scambiano i propri
attributi, deve essere, ed è invero crudele il martirio di un cuore,
non solo, ma di un nobile spirito femminile. È terribile essersi
a lungo orgogliosamente ignorata donna e trovarsi a un tratto, per
sorpresa, di fronte all'ignoto della propria femminilità, bruscamente
destatasi... E, come per salvarsi da quella terribile visione di
un paventato cielo... di un paradiso pieno di fiamme d'inferno...
ecco l'illusione serena, calmante, rivestita di vero, di una
pseudomaternità; ecco il primo, il supremo degli istinti... eccolo
con tutta la sua purezza infinita, colla sua normalità di cure, di
abnegazioni, di appassionato esclusivismo; ecco l'attrattiva ardente
del sacrifizio... l'oblio assoluto di sè stessa, la tenerezza pura,
paga di sè sola, senza esigenze, ignara dei suoi diritti. Ecco il
vecchio eterno istinto della protezione dell'amore, che vigila,
che tutela... a qualunque costo! Ed ecco ciò che forse talvolta più
di tutto, nel cuore straziato di Elisa affascinava il suo volere,
dicendole: Vinci... a qualunque costo... Domalo, a furia di sprezzo,
quel tuo indegno rivale, soffocalo, calpestalo, regna tu in sua vece,
senza ch'egli sappia e se ne avveda! Ci giungerai, purchè non discuta
il prezzo dei tuoi sforzi. Elisa non discuteva infatti. Il suo volere
era gagliardo e la sosteneva. E Roberto aveva potuto dire a sè stesso:
Ella è stata per me veramente una madre... Ed alla sua gratitudine si
univa un senso di bizzarra e quasi amara umiliazione, ch'egli sentiva
senza cercare di definirla. Egli non soleva studiare, nè discutere
i propri sentimenti, come faceva Elisa. Perciò questa era tanto più
infelice di lui.
*
* *
Le cose si erano rimesse sul piede di prima. Il carnevale, ormai agli
sgoccioli, toccava uno zenit quasi tempestoso di divertimenti e la
società fiorentina pareva mossa da un turbine irresistibile. S'erano
dichiarati parecchi matrimoni, ma non nella misura quantitativa sognata
dalle mamme, le quali trovavano che i risultati finali minacciavano di
presentare una rubrica molto più abbondante dal lato deplorevolissimo
delle _liaisons_ in cui il matrimonio non entra che per uscirne assai
maltrattato. Due o tre scandaletti ben condizionati avevano data una
speciale dose di piccante alla stagione. Altre novità di quel genere
erano alle viste, difendendosi ancora, benchè sempre più debolmente,
contro le denegazioni degli increduli.
Oh! gli increduli di queste cose. Fortuna che sono pochi. Poichè, in
realtà, chi più guastafeste di loro?
Una mattina la contessa Elisa, che conservava l'abitudine di uscir per
tempo a passeggiare, passava in via Cavour e si trovava dirimpetto al
palazzo Riccardi. Camminava con lena, recando in mano dei fiori che
aveva testè ella stessa comprati da un fioraio in piazza S. Maria.
Fiori di campo, a dir vero, niente di raro, ma di colori vivaci,
crochi, anemoni di campo. Voleva metterli in mezzo al tavolo, in sala
da pranzo. Chi sa che Roberto non capitasse quel giorno a colazione?
Sorrise. Ella amava quelle visite così improvvise, in cui egli,
capitando, le diceva: — Ho fame, sa?...
Mentre sorrideva così, ai suoi pensieri, vide avanzarsi dall'altra
parte della via una signora di sua conoscenza, accompagnata dalle
figlie, due leggiadre signorine, per le quali ella aveva una
speciale simpatia e che la madre loro, la marchesa di San Terenzio,
aveva educate rigidamente nell'atmosfera di una speciale austerità
d'ambiente.
Elisa, vedendole, ebbe un senso di rimorso... Soleva scambiare con
esse, un tempo, frequenti visite. Ora, da qualche tempo le aveva
trascurate. È vero che anche le San Terenzio da qualche tempo non
s'erano fatte vive, ma certo, la colpa era sua. Le venne il desiderio,
lì per lì, di andare a salutarle e a far loro le sue scuse. Fece un
piccolo cenno da lungi coi suoi fiori e si disponeva ad attraversare
la via, quando si fermò... a un tratto. Le tre signore non avevano
avvertita la sua presenza e con un moto pronto, simultaneo, come
obbedendo ad una parola d'ordine, invece di procedere per la via retta
avevano improvvisamente svoltato l'angolo del palazzo Riccardi, filando
strette, sollecite, per piazza S. Lorenzo.
L'incontro era dunque mancato.
Elisa restò alquanto perplessa. Non le era parso dapprima che le tre
signore dovessero per l'appunto voltare da quella parte.
E proprio non l'avevano veduta? Era stata così subitanea quella loro
mossa... così brusca!
Esitò un istante, stretto il cuore da un vago sgomento. Poi disse:
— Non m'avranno veduta... La Marchesa è tanto miope infatti. Ma le
figlie?...
Procedeva lenta, a capo chino, cercando di persuadersi che
decisamente esse non l'avevano veduta, e meravigliandosi in cuor
suo dell'inquietudine di quel dubbio. E così non si avvide che
qualcuno camminava rapidamente dietro a lei, per raggiungerla... Se
ne avvide solo quando udì alle sue spalle una voce giovane, nota,
inesprimibilmente cara al suo udito.
— Contessa!
— Ah! Roberto!
Si fermò. Una subita, folle emozione l'aveva colta; un repentino oblìo
di tutto ciò che non fosse quella voce.
— Si può sapere dove va a quest'ora? — le chiese Roberto, mettendosele
semplicemente a fianco.
— Oh! vado a casa. E voi, Roberto?
— Io?... vengo da lei, se me lo permette.
— Certo... faremo colazione assieme.
Egli s'inchinò. — Magari — disse. — Ho un appetito tremendo.
Ella sorrise, contenta.
Camminavano assieme, scendendo per Via Cavour, scambiando qualche
parola, ma senza nessuno sforzo reciproco per mantenere la
conversazione. Egli non aveva l'abitudine di spendere molte parole e
non amava prendersi la briga d'intrattenere le persone colle quali si
trovava. Una delle ragioni che gli rendeva sì cara la compagnia della
Contessa era questa, che ella, nel suo squisito intuito di bontà,
lo lasciava sempre a sè stesso, indovinando tutte le più riposte
varietà della sua disposizione del momento, assecondandolo sempre,
con una suprema delicatezza di indulgenza e di simpatia, ch'egli era
troppo giovane e troppo inesperto per apprezzare al tasso reale del
suo valore, ma di cui sinceramente approfittava, senza studiarla,
contento che così fosse e ch'ella, stando con lui, non lo molestasse
obbligandolo a parlare di scienze e arti e di quelle altre storie delle
quali ella faceva il suo pane quotidiano.
No... ella non parlava mai di ciò, con quel giovane, non lo seccava
mai. Lo aveva accettato, lo amava qual'era, senza neppur studiarlo,
imperfetto, mondano, fanciullo, lontano le mille e mille miglia dal
suo ideale dell'uomo. Lo amava incondizionatamente, ciecamente, con
una dedizione bizzarra e a lei stessa incomprensibile, di tutti i suoi
vecchi sogni, di tutte le esigenze della sua immaginazione, della
superfetazione della sua fantasia, tanto raffinata dal complicato,
incessante lavoro della coltura. Forse tutto ciò non era che un'intima,
crudele rivincita di quel destino di donna, lungamente offeso,
disprezzato, rinnegato da lei.
Perciò ella gli camminava allato, queta, senza obbligarlo a discorrere,
misurando il proprio sul passo di lui, celere e spedito. Pensava solo
ch'era con lui, che per qualche ora starebbe con lui. Ciò le bastava.
Un vago sorriso errava sulle sue labbra, una dolcezza vaga, diffusa per
tutte quante le facoltà dell'esser suo le teneva luogo di tutto, per
quell'istante, come per tutti quelli ch'ella passava con lui.
Sapristi! che appetito aveva quel Roberto!... Sparivano quei piattini
leggeri, delicati di colazione da signora che formavano il solito
_menu_ della Contessa; sparivano ch'era un piacere!
Andrea, quel buon vecchio domestico il quale conosceva ormai così bene
i gusti dell'ospite della sua signora, aveva servito un supplemento
improvvisato, qualcosa di solido e di meglio adatto al robusto appetito
d'un giovane. E l'idea e l'esecuzione di essa erano state ben accolte
e il vecchio domestico, il quale subiva come tutti il fascino della
bellezza, del fare sciolto e bonario di Roberto, lo serviva con un
piacere quasi visibile attraverso la correttezza austera del contegno.
Oh l'allegra colazione! e che gaiezza intima, squisita metteva la
presenza di Roberto in quella sala, ove Elisa soleva talvolta trovare
interminabili i pasti elaborati ch'ella consumava, sola, di fronte a
quel lusso, nell'apparato austero, quasi oppressivo nel suo cerimoniale
immutabile e silenzioso. C'erano i suoi pranzi di amici, è vero, i
pranzi delicati, elegantissimi, tanto ricercati, in cui ella presiedeva
un'accolta di persone intelligenti, celebri, che andavano a gara
per farle provare tutte le compiacenze di un elettissimo ambiente,
per darle tutte le soddisfazioni d'amor proprio che un ospite possa
desiderare. Pure, cosa le parevano ora, di fronte alla bizzarra gioia
che le procuravano quelle colazioni o quei pranzi con Roberto solo,
lieto, affamato, che mangiava con tutto lo spensierato appetito della
sua età, che rideva di tutto, dicendo tutto ciò che gli passava per la
testa, come se fosse in casa sua!
Non si accendeva più il fuoco in sala da pranzo. Era primavera
ormai e dalle finestre aperte entrava un'arietta mite, in seno alla
quale danzava sussurrando il traforo verde delle piccole fogliuzze
nuove sugli alberi del giardino. Erano capitate di recente le prime
rondinelle. C'erano dappertutto per la casa tante mammolette ed egli ne
aveva sempre all'occhiello un mazzolino.
Era guarito bene ora, stava benissimo. Non portava più il braccio
al collo. Della sua malattia non gli rimaneva ora che un leggero
dimagramento della persona e questo, affinando ancor più le sue
fattezze, pareva averle rese più cesellate e più belle. E attorno alle
palpebre, nell'incavo profondo come quello di certe statue greche,
l'ombra diffusa, indefinibile pareva essersi più intensa tra il
naso profilato e la forma alquanto smagrita dell'ovale. La fisonomia
diveniva così più espressiva, assumendo quasi una nuova dolcezza di
sentimento.
Mentre egli sorseggiava tuttora il suo cognac, Elisa si alzò,
pregandolo di rimanere per fumare la solita sigaretta. Ella darebbe
frattanto un'occhiata alla posta del mattino, che aspettava da
parecchie ore.
Elisa passò nel suo salotto e trovò infatti giacenti al solito posto
i giornali e parecchie lettere. Fra queste una da Milano, di Marcello
Plana.
— Ah! — pensò con uno schietto senso di rimorso, mentre apriva la busta
con mano tra esitante e impaziente — e io che non gli scrivo più da
tanto tempo!
Infatti, era assai trascurata la sua corrispondenza da qualche tempo in
qua.
Marcello Plana scriveva breve, senza lagnarsi del suo silenzio. Non
era una delle sue solite lettere briose; parve anzi ad Elisa che
l'intonazione fosse un po' fredda. Rileggendola, si avvide di un
poscritto:
«E il marito di Marina: come sta?»
La lettera le cadde sulle ginocchia, ed un senso di malessere la invase
subitamente, mentre un rossore impetuoso le saliva alle guance.
Un ricordo si fe' ad un tratto vivo, imperioso dinanzi a lei. Il
ricordo del colloquio che avevano avuto cinque mesi prima, lei e
Marcello, in quel salotto... Pensò al sorriso ironico di lui, alle
velate parole in cui ella non aveva saputo ravvisare l'ammonimento...
Per un secondo ebbe un vivo rancore verso l'amico, che non le aveva
parlato più esplicitamente.
Ma subito un senso di giustizia e di profonda umiliazione corresse
in lei quel vago grido di rimprovero... Oh! come avrebbe egli
potuto supporre ch'ella potesse dimenticare così la sua età, le
convenienze, le circostanze per lasciarsi vincere da una sì insana, sì
ingiustificabile, sì sciagurata debolezza?
Visse un istante d'acuta angoscia intima, ripensando a ciò ch'era
accaduto in quei cinque mesi, alla progressiva infatuazione del suo
cuore, alla cecità colpevole, imperdonabile che l'aveva colpita. Per un
minuto fu schiacciata dal senso della responsabilità che pareva essersi
a un tratto aggravata su di lei. Poi, coll'intimo orgoglio di una
reazione, quasi di una sfida:
— Ebbene, — mormorò. — Soffrirò... ecco tutto... Ma nessuno saprà...
nessuno!
Squassò il capo, alteramente, gettando sul tavolino la lettera di
Marcello Plana.
Prese le altre non ancora aperte. Su una delle buste ravvisò la
calligrafia di zia Balbina. Provò un senso disaggradevole di sorpresa.
Zia Balbina scriveva assai di rado. Ma sempre, dalla sua lettera
rimaneva qualcosa di spiacevole, un'impressione o dolorosa o umiliante.
Stavolta, lì per lì, Elisa non ravvisò subito il carattere solito delle
epistole di zia Balbina. Ella scriveva soltanto per invitare Elisa a
recarsi per qualche tempo presso di lei.
L'invito sorprese Elisa. Sapeva che zia Balbina le serbava tuttora
un certo rancore pel suo rifiuto di andar ad abitare con lei, e le
pareva strano che, dopo parecchi anni, dopo un lunghissimo periodo di
silenzio, così ad un tratto, ella reiterasse l'invito in quella forma
secca, quasi imperiosa:
«Credo che il tuo buon senso non darà luogo ad esitazioni od
indugi da parte tua. Ti aspetto dunque infallantemente. Il resto a
voce; intanto spero ti sarai convinta che _non sempre_ va errato
nei suoi giudizi e nelle sue previsioni il criterio della tua
affezionatissima zia
«BALBINA.»
Per un momento ci fu un po' di caos nella mente di Elisa... Ma, poi, un
raggio di fosca luce le penetrò nel cuore, col freddo di una lama. Si
ricordò l'aspra profezia di zia Balbina: «Credi di cavartela così sola,
senza un appoggio, un consiglio. Ma verrà un giorno che ti morderai le
unghie e gli altri rideranno.»
Balzò in piedi spaventata. Ridere... gli altri! Di chi? di lei! del suo
soffrire!
Strinse le tempia fra le mani... Le parve che una mano brutale, con un
colpo subitaneo, la denudasse tutta da capo a piedi, in mezzo ad una
piazza ingombra di una moltitudine.
Pensò disperatamente:
— Ma come? come?
Si ricordò ad un tratto di una circostanza. La San Terenzio era
intrinseca di zia Balbina. Le due signore mantenevano un nutrito
carteggio a proposito di buone opere, di predicatori e simili. Sì,
ora si ricordava senza equivoci, senza incertezze. Da qualche tempo in
qua, le San Terenzio la trattavano con molta freddezza. Quella mattina
stessa avevano, (non c'era dubbio ormai) evitato il suo incontro.
Zia Balbina era stata informata da loro. Certo ella alludeva a Roberto!
Ma interpretando sinistramente la familiarità, l'amicizia...
Si arrestò, nella foga stessa dei suoi pensieri. Una voce si levò nella
sua coscienza e ripetè come un'eco beffarda:
— Amicizia?
Ma dunque... si parlava di ciò, dunque quello ch'ella credeva il suo
segreto era invece il segreto delle signore San Terenzio, di tanti, di
tutti... Dunque credevano ch'ella fosse...
Mille piccole futili circostanze a cui non aveva posto mente, che aveva
disprezzate, nell'assorbimento della sua nuova esistenza, le tornarono
ad un tratto, inesorabilmente, vive al pensiero. Le visite diradate
degli amici, una indefinibile e pur sentita alterazione nel modo in
cui le parlavano gli uomini, certi sguardi curiosi in cui la riverenza
solita era come attenuata da una curiosità ironica, nuova, certi
sguardi di signore... Non ne rammentò uno, speciale, velenoso, pieno di
ironia, che le aveva rivolto pochi giorni prima la Duchessa d'Accorsi.
Per un momento fu intollerabile l'angoscia di quella misera. E
veramente terribile per una donna che, pur avendo scordato per un
istante il mondo ed i suoi giudizii, li conosce e sa cosa possano. È
terribile il sentirsi ad un tratto, a torto od a ragione, in balìa del
mondo e dei suoi giudizii!
— Contessa, — disse all'uscio la voce fresca e sonora di Roberto.
Ma Elisa in quell'istante non l'udì; stava seduta accanto al tavolino,
con la testa sprofondata tra le mani, rannicchiata su sè stessa,
come inconsciamente ella volesse ridursi al minor spazio possibile,
sopprimersi, annientarsi.
La involontaria posa era rivelatrice di una così intima angoscia che
Roberto si spaventò.
Le venne presso rapidamente, si inginocchiò ai suoi piedi, e ripetè
dolcemente, con un inquieto e tenero appello:
— Contessa! cara Contessa!
Colle mani, le sue belle mani morbide e nervose, cercava di rimuovere
quelle di Elisa dalla fronte che esse celavano.
Il volto di lei apparve; apparve anche una contrazione dolorosa, che
voleva essere un sorriso, uno sguardo che voleva essere calmo, ma che
si tradiva saturo di un dolore ineffabile.
Egli era sempre inginocchiato ai suoi piedi. Una pietà turbata,
crucciosa, gli gonfiava il cuore.
— Mi dica cos'ha. Contessa, cos'è accaduto. Suvvia, mi dica... Oh non
si crucci così. Sono state quelle letteracce, nevvero, che le hanno
fatto pena, che le hanno recata qualche brutta notizia.
Oh la pietà crudele di quella voce dolcemente imperiosa, pressante, che
voleva sapere!...
Ella scosse il capo.
— No... no... Nulla, vi accerto.
Ma egli era convinto... Prese la lettera di zia Balbina. Era caduta
a terra; la gettò sul tavolino accanto alle altre, cacciandole tutte
quante in un fascio.
— Così... — disse. — E nuovamente si rimise come prima, trattenendo
le mani che cercavano debolmente di ritirarsi, cercando colla pietà,
coll'amore dei suoi sguardi, gli sguardi smarriti che volevano e non
potevano fuggire.
— Perchè è così triste? Era così contenta un momento fa... E ora...
cosa è accaduto? chi le ha dato pena? perchè non vuol dirmelo?
La voce aveva un tremore sempre più accentuato, una tristezza sempre
più dolce, più incalzante.
— Oh, parli, dica, posso far qualcosa? Perchè non mi vuol dire? perchè
mi nega la sua confidenza? E lo sa pure, lo sa che io le sono tanto
grato, che io le voglio tanto bene!
Oh ella lo sapeva... Ella aveva ravvisata tardi, ma finalmente
l'indole della simpatia, della gratitudine che Roberto aveva per lei.
Si sentiva amata da lui, da quegli che ella adorava. E per un secondo
una gioia intima, acuta le innondò il cuore. Ma tenne il capo chino,
stette immobile, padrona di sè, sotto la carezza inebbriante di quella
voce, di quelle parole, obbedendo al crudele ammonimento d'un supremo
istinto: «Se alzi il capo ora, se rispondi in questo minuto, sei
perduta.»
Non si perdette... la calunnia non divenne una verità.
Roberto l'amava; ma era inesperto della passione. Non comprese... non
seppe...
Quando rialzò il capo, ell'era già la più forte.
— Si, — disse dolcemente, — queste lettere mi hanno fatto pena; hanno...
Un dubbio colse Roberto. Egli stette perplesso un istante, guardandola
non più teneramente, ma con un'aspra perentoria espressione, ch'era
anche essa una conferma.
Un nuovo, un immenso senso di gioia colmò l'animo di Elisa.
— È geloso! — pensò.
Gli sorrise con una dolcezza infinita, arrossendo come una fanciulla.
— Oh! no — disse quasi inconsciamente... — no!
Ma subito, subito dopo, si fece seria, pacata, in tutto presente a sè
stessa.
— In fondo — disse, alzando lievemente le spalle e rivolgendosi con
grande semplicità a Roberto... — sono io che sono una sciocca e che ho
torto... Si tratta di pettegolezzi, cose da nulla.
— Sì? — chiese Roberto solo a mezzo convinto. — Ma allora... perchè se
n'è crucciata così?
— Appunto, perchè sono una sciocca...
Roberto tacque un istante, guardandola fiso nel bianco degli occhi,
mentre ella cercava di trattenere sotto il fuoco di quello sguardo la
voluta quiete della sua fisonomia.
— Lei, cara Contessa, è un angiolo, nè più nè meno. Ma ha un benedetto
vizio. Di prendersela troppo facilmente per ciò che le dicono, o dicono
gli altri.
— Ma Roberto....
— Sì, signora... è proprio così... Crede forse che, quando abbia fatto
tanti sacrifici e contentata una massa d'imbecilli, questi le saranno
grati o la compenseranno in qualche modo? Mai più. E così, tutto il
bello e il buono della vita se ne va... per niente.
— Per niente! — echeggiò una voce di supremo desiderio nel cuore di
quella donna!
— Guardi — proseguì Roberto... — faccia come me... faccia ciò che
vuole, ciò che le pare. Io, vede, di quello che possano dire o far gli
altri non m'importa affatto. È il mio metodo, e me ne trovo bene.
— Ma voi siete un uomo. Roberto.
— E lei è una donna. Ma dev'esser sempre una vittima perchè è una
donna? Sacrificarsi sempre, perchè? Si vive una volta sola. Chi ce le
ripaga le gioie che non abbiamo saputo godere?
Negli occhi di Roberto s'era accesa una strana intensa luce; le sue
mani serravano, tremanti, quelle della Contessa.
Ma ella sorrise, e disse rapidamente, ridendo:
— Oh Roberto, ma questo è un ricordo classico di scuola. Siete un vero
epicureo.
E rimase anelante, quasi convulsa, colla contrazione di quel riso fissa
sulle labbra.
Roberto arrossì violentemente sotto la sferza di quel ricordo di
scuola, gettatogli in pieno volto.
Neppur questa volta ravvisò l'estremo terrore che aveva suggerito a
lei come uno scampo, quell'allusione. Un avvilimento lo colse, un'ira
contro di lei, contro sè stesso. Con un atto violento afferrò il
cappello.
— Buon giorno — disse bruscamente, avviandosi verso l'uscio.
Ma una subita vergogna lo colse a mezza via. Si fermò; guardò quella
donna pallida, che gli teneva dietro collo sguardo angosciato, ansioso.
Tornò indietro lentamente. Pareva ora davvero un fanciullo confuso,
incerto del perdono.
Quando le fu vicino, stette immobile, aspettando. Essa gli porse la
mano senza parlare, ma con una grande dolcezza di sorriso.
— A rivederci — gli disse.
— Mi manda via? — sussurrò egli.
— Oh no! Roberto. Ma è tardi e... devo vestirmi per uscire.
— Oggi, alle Cascine?
— No, non credo, ho molte visite da fare.
— Allora stasera, alla Pergola...?
— Sì... cioè non son certa. Sono un po' stanca. Ecco; domani.
— Sino a domani? È lunga, sa, sino a domani.
Ma non osò insistere. Se ne andò lasciando, ignaro, dietro a sè
un'anima affranta da mille lotte contradditorie, e pur già penetrata
tutta quanta dal desiderio febbrile, inebbriante di quel domani, che le
avrebbe ricondotto Roberto...