Elisa scriveva a Don Marcello Plana.
Non cercava le espressioni stavolta e mentre la penna correva veloce
riempiendo un foglio dopo l'altro, un sorriso buono e lieto errava a
sua insaputa sulle labbra di lei.
«Lo vedo più di frequente; credo ch'egli cominci a provare ormai la
reazione della febbre di divertimento che l'aveva colpito nei primi
mesi del suo soggiorno a Firenze. Del resto, era tanto naturale, alla
sua età, nevvero? E poi, immaginate che cosa curiosa! Mi ha detto che i
primi tempi gli mettevo tanta soggezione... Ho fatto finta di credere,
ma credo che fosse semplicemente perchè si trovasse meglio altrove che
in casa mia. Se vogliamo esser sinceri, un po' di colpa l'ho avuta io.
Avevo delle idee troppo ambiziose, volevo avviarlo a modo mio. Ora
mi limito a procurare che non si annoi, quando è con me; mi studio
di parlargli di cose che possano interessarlo. Sulle prime duravo
una certa fatica e dovevo fare dei grandi sforzi d'immaginazione, ma
a poco a poco mi sono abituata e adesso ridereste sentendomi parlare
animatamente di cavalli, di mode, anche di pettegolezzi. Roberto non
ha una conversazione brillante nè profonda, ma un buon senso, raro
alla sua età, non gli permette mai di dire nè una sciocchezza, nè una
cosa urtante. Forse perciò è ben voluto da tutti e ha tanti amici.
Infatti è sempre di buon umore. Credo che un po' si lasci vivere. A
volte m'impazienta e a volte mi riposa stranamente lo spirito quella
specie di spensieratezza gaia, irresistibile. Penso che dopo tutto è la
gioventù, la sacra, la sincera gioventù!...
«Penso alla mia ch'è passata da tanto tempo e che è sì lontana,
ormai, che non mi par quasi neppure d'averla vissuta!... E (vedete
che sciocchezza) mi par quasi, quando sono con Roberto, ch'essa ancor
si ricordi di me e mi saluti da lungi.... Direte che faccio delle
digressioni, nevvero?... Infatti; è assurdo. Forse m'indugio apposta,
per parlarvi il più tardi possibile di ciò che mi avete chiesto
nell'ultima vostra, del mio famoso progetto per Marina. Ecco qua: un
altro fiasco.
«Non mi canzonate, non sarebbe generoso. Ne soffro già abbastanza. Fra
quei due giovani non esiste simpatia di sorta. Invano ho tentato, con
tutta la sincerità del mio buon volere...
Si arrestò, mordicchiando l'estremità del portapenna. Ma subito
proseguì:
«Roberto non potrebbe in questo momento offrire a Marina un cuore
degno di lei. Speriamo che si tratti di un capriccio passeggero, che
più tardi, forse... Ma intanto io amo troppo Marina per non rinunziare
provvisoriamente al mio sogno. Se foste qui, mi dareste ragione, ne son
certa. Perchè non sarebbe decoroso, non sarebbe onesto! Nevvero ch'è
impossibile, affatto impossibile?...
«Firenze comincia a farsi animatissima. Ci sono molti forestieri.
I ricevimenti sono cominciati dovunque. Non vi faccio l'elenco, lo
conoscete e sapete che dovunque si vorrebbe vedere la vostra altiera
figura di conte di Saint Bris. Io non esco molto alla sera. Ho sempre
i miei soliti e in prima sera qualche volta Roberto mi sacrifica una
mezz'ora. Si è un pochino abituato ai miei fedeli, ma è molto più
carino quando è solo...»
Si arrestò, udendo nelle sale vicine accostarsi un passo spedito,
ch'ella conosceva ormai... tanto bene!
Depose la penna e sollevò lo sguardo sul grande specchio inclinato
che poggiava sulla caminiera di fronte all'uscio d'entrata. Colà
vide riflettersi lo scompiglio della portiera, sollevata da una mano
impaziente, poi sbucar fuori la testa giovanile, sorridente di un uomo
che recava fra le mani qualche cosa di roseo e di bianco. E un olezzo
delizioso si fe' strada nella sala, assieme a Roberto.
Il giovane presentò alla Contessa un grosso mazzo di giacinti rosa e
bianchi.
— Per me?... — disse la Contessa attonita, ma con un'aria sì lieta
ch'egli si mise a ridere.
— Sì, signora, per lei. Li ho visti or ora, uscendo dal Club e mi
son rammentato che un giorno mi disse che le piacevano. Non si sono
sciupati... no? Tanto meglio. E adesso: un momentino e poi scappo.
— Come, senza neppur lasciarmi il tempo di ringraziarvi, senza sedere?
Egli sedette, ma senza lasciare il cappello.
— No, no! ho premura! — Contuttociò, le lasciò il tempo di dir grazie e
in modo ch'egli fu convinto d'averle fatto un immenso piacere. Sollevò
verso di lei quel suo bellissimo volto, ove brillava la contentezza del
suo successo e in pari tempo il convincimento della penetrante bontà
di lei, quella bontà che aveva avuta, che serbava tanta pazienza, tanta
tolleranza.
Ed essa gli sorrise colla lieve emozione della sua sorpresa pel
delicato pensiero. I giacinti avevano un olezzo acuto, di una
freschezza inesprimibile!
Egli non accennava ad andar via colla fretta preannunciata. Rovistava
qua e là fra i gingilli, le mille bazzecole del tavolino, sfogliava i
giornali, specialmente se illustrati.
— Oh! — disse a un tratto, con evidente piacere, — l'ultimo _Fliegende
Blätter_.
Erano la sua passione le caricature del _Fliegende Blätter_, e la
Contessa s'era abbonata a quel giornale e lo teneva sul tavolino
per lui, per obbligarlo, senza parere, a fare un po' d'esercizio di
tedesco. Quando la leggenda era troppo difficile, gliela spiegava lei e
insieme ridevano di quelle scene sì umoristiche, sì finemente trattate
e che hanno talvolta un senso squisitamente sagace della vita. Ella
coglieva a volo la segreta filosofia di quei frizzi; egli non cercava
tanto e si contentava dell'impressione piacevole, del senso comico,
quale balzava di scatto allo sguardo e al pensiero di lui, ma entrambi
si divertivano colla stessa freschezza d'impressione, benchè Roberto,
per farla arrabbiare, dicesse di preferire di gran lunga la _Vie
Parisienne_ a quelle pappolate tedesche.
Stavano chinati entrambi ridendo, su una delle centomilionesime
satire a matita contro la troppo calunniata istituzione delle suocere,
quando l'annunzio repentino di una visita li fece trasalire come due
colpevoli. Nientemeno che: Monsieur Cholet.
Berto aveva avuto un'espressione di sgomento così palese, quando la
Contessa s'era lasciato sfuggire: «Oh Dio! viene a leggermi dei brani
del suo lavoro sui Fasti Medicei!» ch'ella dovette assolutamente dare
in uno scoppio di risa! E l'entrata del Professore col suo scartafaccio
fra le mani, con quel suo fare impacciato e un po' pedantesco e quella
sua faccia da scienziato rischiarata dal sorriso amabile di chi
si ripromette una delle più delicate soddisfazioni di amor proprio
che possa capitare ad un autore, faceva un tal contrasto colle loro
chiacchiere, coll'ambiente del momento prima, che pareva impossibile
non dovesse palesarsi agli occhi stessi del sopraggiunto. Il quale
dal canto suo trovò assolutamente intempestiva, pei suoi progetti, la
presenza di quel _gamin_. E quando il _gamin_ si affrettò, pretestando
un urgente impegno, a declinare l'invito di trattenersi, perfidamente
fattogli dalla Contessa con un crudele e birichino ammiccare degli
occhi, M. Cholet si sentì sollevato da un gran cruccio!
Erano soli ormai, ella e l'illustre scienziato belga. Il Professore era
troppo grande e grosso per sedere ad agio nella poltroncina che aveva
avuta l'inavvertenza di scegliere quando la Contessa gli aveva fatto
cenno di sedere, una galanteria di _peluche_ e di raso, ricamata a
punto e fiamma, a tinte deliziosamente smorzate. E a farlo apposta, la
poltroncina favorita di Roberto!
Nel silenzio tepido e profumato del salottino suonava monotona ed
istancabile la voce di lui, narrando dei Fasti Medicei. S'era agli
inizi del pontificato di Leone X e la Contessa, che aveva dato pochi
giorni prima una ripassatina al suo Roscoe, si attendeva a sentirsi
straordinariamente attirata. Amava ella quel tipo e quei tempi sì
splendidamente lumeggiati dallo splendore d'un torrente di luce
artistica. Pure, cosa strana, quel giorno doveva fare uno sforzo intimo
per applicarsi interamente all'audizione.
Il Professore leggeva senza interrompersi, senza essere interrotto;
i grandi eventi e i grandi nomi sfilavano altisonanti nel suono
monotono delle sue parole. Ma un grande mazzo di fiori, di un bianco
tenero, di un rosso languido, fresco come una epidermide di fanciullo,
giaceva sciolto sul tavolino. Elisa era distratta dall'aspetto di
quei fiori. Erano troppo vicini, troppo belli, così accatastati uno
sull'altro, chiamavano irresistibilmente il suo desiderio e la sua
mano! Avevano un'attrazione ineffabile di bellezza, erano così squisiti
nell'arricciatura delicata delle pendule testine digradanti sino ad
un voluttuoso morire del colore sui tessuti carnosi dei petali!... E
dalle bocche misteriose celate nel cuore d'ogni fiore esalava un alito
inebbriante, d'una violenza spietatamente suggestiva di sensazioni,
che colla storia fiorentina non avevano assolutamente nulla a fare!
Era un non so che d'aperti cieli, di calda primavera, di giardini
ridenti. Era una carezza allo sguardo, una blandizia all'odorato, un
senso indicibile di dolcezze vaghe ed indeterminate, così acute, così
assorbenti, che la Contessa chiuse vagamente gli occhi in una specie
di piccola estasi nervosa, senza avvertire che proprio in quel punto
_Monsieur_ Cholet, giunto alla fine del capitolo iniziatorio, si
arrestava per riposarsi (ne aveva il diritto, poveretto!) e un poco
anche nell'attesa di quelle fine parole di commento e di elogio che
avevano bene spesso nelle pause delle precedenti letture sì dolcemente
solleticato il suo amor proprio di autore.
A farla apposta, il capitolo era veramente interessante, uno dei
migliori dell'opera. Ma che volete?... era così acuto l'odore dei
giacinti, era così grata la Contessa al pensiero delicato del suo
figliuolo!
Gli elogi ed i commenti, vennero, oh se vennero! E furono intelligenti,
come il solito; anzi più del solito. _Monsieur_ Cholet se ne andò;
beato dei fatti suoi e veramente entusiasta di quella _étonnante
Comtesse_!... Alla quale, però, per essere perfetta nell'estimazione
dell'illustre autore dei «Fasti Medicei» (opera coronata dall'Accademia
di Bruxelles), mancò da quel giorno in poi una cosa soltanto... ch'ella
non patisse di distrazione. Oh, delle lievissime distrazioni... nulla
più.
*
* *
Nella corrente generale di simpatia che l'alta società fiorentina aveva
sì prontamente manifestata a Roberto Rescuati, si andava da qualche
tempo accentuando un'eccezione. Sacha Dzworoff non poteva soffrire il
nostro eroe.
Il giovane russo era anch'egli, e da più antica data, ben visto e
careggiato nei circoli eleganti. Ma la cosa era affatto diversa.
Da Sacha si tollerava moltissimo, cose da far strabiliare; frizzi
sanguinosi, capricci ed esigenze, che avrebbero bastato all'espulsione
di qualunque altro frequentatore di quegli stessi salotti. Una
intelligenza vivace ed originale, uno spirito pungentissimo e una
straordinaria attitudine a braccare il ridicolo, dovunque stesse
rintanato, rendevano talvolta pericoloso l'accordo di tacita indulgenza
onde tutti erano prodighi per Sacha, indulgenza le cui fonti risalivano
però ad una pietosa considerazione. Egli era malato di petto,
condannato dai medici a corta scadenza e conscio della sua condanna.
Egli, che scherzava su tutti e di tutto, non risparmiava sè stesso nè
il proprio destino. N'era un parlante programma il solo suo aspetto, la
persona ridotta ai minimi termini, il pallor cereo della sua faccetta,
la perpetua tosse che dilaniava l'esilissimo torace, la febbriciattola
che lo assaliva ogni sera e che egli portava invariabilmente in piedi,
colla reazione di un'altra febbre, quella d'un volere indomabile,
ribelle ai consigli ed agli ammonimenti, sprezzante delle cupe
minaccie di un peggioramento delle sue grame condizioni. Della sua
prossima fine egli parlava con una disinvoltura canzonatrice, che
aveva talvolta un valore di stoicismo filosofico e talvolta una grazia
quasi cinica. Viveva frattanto intensamente, con una furia di attività,
che palesava una lotta intima e disperata. Tornava dunque impossibile
giudicare quel gaio infelice alla stregua universale. Era ricchissimo
e le favolose ricchezze profondeva in ogni specie di modi, buoni e
cattivi, in bagordi ed elemosine, ora con profonda intelligenza, ora
con una carità inconsulta, senza fermarsi a discernere i parassiti
dagli amici veri. Era così riboccante di vita il suo essere morale che
la morte gli pareva nella sua minaccia un assurdo inammissibile e le
immense ricchezze, un controsenso di più nella farsa tragica del suo
destino. E così egli, motteggiandola di continuo, ne sfruttava la tetra
anormalità. E nessuno osava punirlo, ed egli era a volte esasperato da
quella pietà che invano cercava stancare ed in cui andava leggendo la
conferma della sua condanna.
Roberto non gli era mai andato a versi.
Sacha aveva avuto, sulla visibile benevolenza che il giovane Rescuati
ispirava alle signore, dei giudizi di un'acerbità squisita. Il
Club tutto quanto aveva echeggiato a lungo delle risa ch'egli aveva
suscitato, parlando dell'infelice foggia di vestire che Rescuati aveva
poscia saputo abbandonare. Nessuna delle piccole inavvertenze commesse
da Roberto per la mancanza di pratica in una società della quale egli
cominciava a diventar famigliare, era sfuggita all'osservazione e ai
mordaci commenti del Sacha.
Più volte aveva apertamente preso di mira Roberto coll'insidia di
equivoche osservazioni, tentando di trascinarlo verso un terreno di
motteggio, sul quale Rescuati avrebbe probabilmente toccata la peggio.
Ma questi si difendeva a furia di semplicità e di cautela astensiva,
attenendosi con fortuna a quel sistema di indifferenza dei fatti altrui
che gli consigliavano del pari la bonarietà e l'egoismo dell'indole
sua.
Sin dai primi tempi della sua dimora in Firenze e di fronte allo
spettacolo di incredibile impertinenza che perennemente offriva Sacha
Dzworoff, Berto Rescuati aveva candidamente espressa a Neri Speroni
la sua meraviglia che nessuno avesse ancora trovato il tempo di dare
un salato memento a quel piccolo calabrone nordico. Udito il perchè
dell'indulgenza generale, non insistè sull'argomento e uniformandosi
al prevalente andazzo, lasciò dire il piccolo russo, evitando di
entrare con lui in polemiche o discussioni e non mostrando di avvertire
la bizzarra antipatia che l'altro pareva invece farsi premura di
addimostrargli in ogni plausibile e decente occasione.
Forse quell'antipatia aveva le sue fonti segrete appunto nel contrasto
fondamentale di quelle due nature, nell'intima ribellione che
eccita talvolta nell'animo del malato e del debole, l'aspetto di un
vigoroso rigoglio di forza fisica. La manifestazione di questa forza
era spiccata, marcatissima nella persona del giovane Rescuati. Egli
era, a ventitrè anni, nel fiore di una splendida gioventù virile. In
mezzo ai tipi effemminati, troppo raffinati dei suoi nuovi compagni,
prodotti di una razza esautorata dalla mancanza d'incrociamenti
e dall'inerzia dalla molle vita fiorentina, il nostro marchigiano
spiccava assai favorevolmente, esemplare raro e non dubbio di una razza
più resistente. In lui la visibile gentilezza del sangue non andava
disgiunta dall'integrità di un vigoroso temperamento.
Si pensava involontariamente, vedendolo, ad uno di quei giovani Pari
che cavalcavano al seguito di Carlomagno, sui campi da conquistarsi,
e destinati ad esser guiderdone della forza di quei giovani prodi,
ricompensa delle vittorie vinte in una lotta corpo a corpo, a colpi
di spadoni giganteschi e di mazze ferrate, sotto il peso di quelle
montagne di ferro che si chiamavano armature! E quando Sacha Dzworoff,
quel gingillo di omiciattolo, sempre al tu per tu colla minaccia della
bara, quel giovane che rideva, che mordeva per non pensare, si trovava
accanto a quell'uomo sì bello, sì pieno di vita e di affidamento alla
vita, a quell'uomo, la cui vecchiezza giungerebbe sì tarda e durerebbe
sì lunga, mentre egli, suo coetaneo, sarebbe da tanti anni scancellato
dal novero dei viventi, egli sentiva quasi di odiarlo, soffriva di un
doloroso bisogno di tormentarlo. Provava un continuo sospetto della
calma e dell'ostinato buon umore col quale Rescuati evitava ogni urto
di parole, ogni occasione di discussione. Fosse pietà?... la terribile
pietà ch'egli trovava sempre, così tenace, così insultante attorno
a sè! Vedendolo, provava delle orripilazioni nervose, che Roberto
ignorava serenamente.
Quella moderazione non era stata fraintesa dagli amici di Roberto e
tutti l'approvano in lui, benchè alcuni maligni pretendessero, sotto
voce, che molti dei frizzi di Sacha, Roberto li tollerasse anche
perchè non gli apprezzava sufficientemente. Era, per gli sfaccendati,
un vero divertimento il vieppiù stuzzicare i sentimenti di Sacha su
quel proposito! La duchessa d'Accorsi poi, pareva essersene fatta una
missione speciale. Al sarcasmo esacerbato di Sacha univa talvolta il
suo, più moderato e più ambiguo. Per Sacha era un immenso conforto ogni
visita in casa d'Accorsi. Di raro vi incontrava Roberto e sempre poteva
sparlare di lui.
Una sera capitò, giubilante.
Gliel'aveva fatta a colui! Portata via, soffiata, proprio sotto
il naso, una stupenda cagna Newfoundland... oh una bestia enorme,
gigantesca, adorabile!
Per un caso provvidenziale aveva saputo che colui, l'Adone,
si struggeva di comperarla. Figurarsi! Come se una bestia così
intelligente dovesse aver l'umiliazione di appartenere ad un padrone
così sciocco! Fortuna che quel tirchio era stato a tirar di prezzo
e aveva indugiato un giorno. E lui... s'era preso il gusto di fargli
trovare, l'indomani, un bel pugno di mosche!
A dir vero, oltre il gusto d'averla fatta all'Adone, Sacha s'ebbe
quello d'esser bellamente giuntato dal canattiere che aveva odorato
il puntiglio e vendutagli la cagna pel valore circa di un discreto
cavallo. Nè questo fu il solo profitto di Sacha, il quale, volendo far
stizzire «colui», annunziò che avrebbe trionfalmente fatta alle Cascine
la presentazione ufficiale della cagna, da lui battezzata Vittoria.
Ma giunto il giorno prefisso, il tempo era pessimo, pioveva e una
tramontana orribile scuoteva le cime delle alte piante con dei lugubri
_ouh!... ouh!_... Certo, il medico non permetterebbe a Sacha, di uscire
quel giorno, al più verrebbe nel suo _brougham_. Ma che! All'ora fissa
apparve la solita vittoria di Sacha coi cavallini bai. All'interno, al
posto della signora, stava, tutta avvolta in un gualdrappone di piuma,
la cagna, enorme davvero e bellissima, e al suo fianco il padrone
infagottato in non so quante pelliccie di volpe azzurra, frammezzo alle
quali sbucava fuori la faccetta pallida e maliziosa illuminata dalla
gioia della celia.
Giunto al Piazzone, con quel po' po' di vento e di fresco, egli fece
fermare la carrozza, presentò Vittoria agli amici, poi condusse tutti
da Doney per un _lunch_ d'onore alla cagna. Al trionfo non mancò che la
presenza dell'umiliato avversario, Berto, il quale avendo dei polmoni
modello, non s'era curato quel giorno di andarli a compromettere
alle Cascine e si era invece tranquillamente recato a far visita alla
contessa Elisa.
Sacha si divertì immensamente in quell'occasione, ma tornò a casa colla
febbre e stette a letto quindici giorni. E Vittoria, ch'egli frustava a
sangue per insegnarle delle grazie bojarde, gli scappò un bel mattino e
il cocchiere, che sapeva dov'era, le serbò il segreto e la vendette poi
ad un americano di passaggio a Firenze.
Ma il cattivo esito della prova non scoraggiò l'animosità di Sacha.
Quand'anche avesse voluto mitigarla nell'animo suo, c'era sempre la
Duchessa a rinfrescargli la memoria con mille punzecchiature.
— E così, Sacha... la vostra simpatia? Decisamente vi credevo più
immaginoso! È vero che siete diventati Damone e Pizia, o i due fratelli
siamesi?
E ciò indifferentemente, a quattr'occhi, o davanti alla gente, tanto
che Sacha si arrovellava sempre più e avrebbe dato dei tesori per
poter dar sfogo alla stizza che lo rodeva e che tutti si divertivano a
fomentare.
Un giorno la duchessa si trovò sola con Sacha.
Egli era in uno di quei momenti d'estrema irritabilità nervosa che in
lui solevano avvicendarsi a lunghi periodi di prostrazione. Stava muto,
accigliato... soffriva.
— Ebbene, — diss'ella sbadatamente. — Cosa ne fate del vostro caro
amico Rescuati?
Sacha scattò sulla seggiolina.
— Non me ne parlate. È un essere impossibile. Non c'è modo d'irritarlo.
Quasi, quasi...
— Rinunziate? — interruppe Ginevra con una intonazione sì sottilmente
beffarda che egli trasalì, come se avesse toccato un colpo di
scudiscio.
— Non credo — disse poscia, con accento di assunta indifferenza. —
Aspetto soltanto.
— Oh! aspettate! E cosa di grazia?
— Un'occasione. Ma non vorrei che arrivasse in ritardo per me. Ciò
farebbe il giuoco di quell'imbecille.
La Duchessa alzò le spalle.
— Non dite corbellerie, Sacha. Volete invece un consiglio? Il consiglio
di una buona amica?
Egli ebbe un moto del capo sì espressivo, uno sguardo sì vivace,
sì pieno di comica malizia interrogativa, che la Duchessa non potè
reprimere uno scoppio di risa.
— Grazie! — esclamò. — Ma ho voglia di consigliarvi e se il consiglio
non vi pare da vera amica, non lo seguirete, ecco tutto. Ci tenete
realmente a dar sui nervi a Roberto Rescuati?
Un eloquente scintillar dello sguardo di Sacha fu la sua risposta.
— Ebbene, udite. Avete portato via a quel giovine una bestia ch'egli
voleva comprare, poi, mi fu detto, un appartamento che desiderava
prendere a pigione. Non c'è male. Ma non avete pensato a un'altra
cosa... qualcosa di molto più elementare.
Egli non comprendeva ancora.
— Sarebbe?... — chiese ansiosamente.
Ella rise in modo bizzarro. — Andiamo, via. Che proprio, colla vita che
avete fatta, non abbiate a supporre ciò che può premere ad un giovane,
oltre i cani e la casa...
Non essa, ma un lampo del suo occhio grigio completò la frase.
— Ah, triplice imbecille che son io! — sclamò Sacha balzando in piedi.
— Non averci pensato prima! Ma certo! l'Augellin Bel Verde!
Ella assunse un'aria scandalizzata. — Oh... oh... Sacha! — Ma rovesciò
il capo sul cuscino della poltrona, ridendo sonoramente.
*
* *
— Ebbene? — gli chiese quindici sere dopo, quando furono soli per un
momento nel palco di lei, al Niccolini.
Egli era trionfante.
— Colpo riescito! — rispose più drammaticamente dell'attore che agiva
sulla scena in quell'istante. — Ma ce n'è voluta dell'eloquenza!
Figuratevi; sosteneva d'esserne innamorata! E poi, vedete, credo che
trovasse la mia proposta non troppo vantaggiosa, viste le probabilità
di pronta recessione nell'avvenire. Ed io ho sì bene compresi i
suoi sentimenti che le ho fatta una modesta rendita per clausola
testamentaria. Ciò l'ha decisa e ora siamo eccellenti amici.
— Sacha! — disse la Duchessa quasi severamente.
Egli inarcò le ciglia, con una maligna aria ingenua.
— Oh Duchessa! Siate giusta, mettetevi nei panni di quella povera
ragazza!...
E s'interruppe, come colpito dal suono di una enormità.
— Ah! — s'affrettò poi a scongiurare — per pietà, Duchessa, non
rilevate quest'atroce bestialità che mi è sfuggita. Perdonatemi e non
avvelenate la gioia che provo pensando alla faccia che farà colui
domani quando troverà vuota la gabbia e volato via l'Augellin Bel
Verde. E se sapeste, Duchessa, che lettera commovente gli _abbiamo_
scritta!
Ella non avvelenò la gioia di Sacha. Lo guardò bensì con una bizzarra,
indefinibile espressione. Ma non ebbe tempo di dirgli nulla. Il
Principe di Hetzengenfeld sollevava la portiera del palco e veniva a
far visita alla duchessa d'Accorsi.
*
* *
Gli amici comuni erano naturalmente informati della nuova trovata di
Sacha, il quale però non credette necessario, parlandone, di palesare
che gli fosse stata suggerita da altri. C'era un'attesa, più o meno
dissimulata, delle conseguenze di questo fatto. E Neri Speroni, punto
scoraggiato dall'insuccesso della sua missione presso Dino Follemare
in una circostanza non priva di analogia col caso di Berto Rescuati,
non credette doversi privare del piacere di far qualche indagine presso
l'amico marchigiano.
Con garbo però, con una certa cautela. Lo aveva visto a un'accademia
di scherma e doveva avere un polso... colui! Trattandosi poi di una
personcina quale era Madamigella Augellin Bel Verde, l'argomento era
meno difficile a intavolare e Neri non ebbe a pentirsi d'aver toccato
quel tasto con Roberto. A dir vero questi non s'era dilungato in grandi
spiegazioni e si vedeva che aveva presa la cosa in modo splendido, con
filosofia non solo, ma con spirito.
Qualcuno sostenne che quest'ultima espressione fosse un pochino
arrischiata trattandosi di Roberto, ma Neri Speroni mantenne
l'integrità del significato con spirito. Berto aveva mirabilmente
celato il suo sdegno, dicendo con una frase felicissima, che il fatto
accaduto era stato per lui un vero sollievo, visto il carattere e i
capricci della bella infedele. Insomma, aveva perfettamente dissimulato
il suo dispetto. Sacha aveva fatto un bel buco nell'acqua, malgrado la
celebre clausola testamentaria e Berto era decisamente, assolutamente
un ragazzo di spirito!
No, Berto non era un ragazzo di spirito. Ma aveva avuta una grande
accortezza, l'accortezza che più giova a burlare gli scettici e gli
indiscreti, quella cioè di dire semplicemente la verità.