VII.

Una cosa che a Firenze capita di raro, la neve. Era cominciata nella

notte, ed ora, lì dalle quattro, s'era formato uno strato alto due

buoni palmi e che dava un bizzarro aspetto travestito alla lieta città

dei fiori. Un'uggia tetra e pallida incombeva sulle vie deserte, sui

palazzoni severi e sui villini eleganti. I Lung'Arni erano vedovi della

solita ressa di equipaggi e di pedoni; nelle vie interne, orribilmente

infangate, passava frettolosa, sotto lo schermo dell'ombrello, qualche

figura di forestiere o di affaccendato. Nella quieta, filosofica

poveraglia fiorentina era lo stupore melanconico di quella novità, e il

senso inquietante d'un freddo estraneo alle sue abitudini, un freddo

cui non bastavano a riparare i soliti cenci, la sommaria e pittoresca

divisa di chi sa di avere tutti i giorni un po' di sole in casa. Al

Club i signorini sbadigliavano sonoramente. Che si farebbe oggi senza

le Cascine? La sola persona che mostrasse un po' di buon umore era quel

bel tomo di Neri Speroni. Aveva vinto la sera prima sei mila franchi,

giocando con Berto Rescuati. Ordinariamente soleva sempre dir male

delle persone colle quali vinceva al gioco, era un suo vezzo speciale.

Ma stavolta fece una eccezione, si degnò persino di giurare che gli

dispiaceva... parola d'onore. Era proprio un buon figliuolo, colui, e

l'avrebbe sempre sostenuto a spada tratta, in ogni emergenza.

Decisamente, il «provincialuzzo» era presto diventato uno dei loro. Il

che non è tanto facile quanto potrebbe parerlo. La società fiorentina

che prodiga veri tesori d'indulgenza e di ospitalità pel forestiero

propriamente detto, non è di sì facile accontentatura sul conto

degli ospiti piovuti da altre regioni italiane. Ha anch'ella i suoi

capricci, le sue ubbie d'antipatia; certi noviziati li fa fare lunghi

ed aspretti. Ma così non era avvenuto per Roberto. Era piaciuta a

tutti la sua estrema semplicità, la franchezza bonaria ed accorta del

suo carattere. Certo, non potevano trovargli nè grande ingegno, nè uno

spirito al di sopra del comune. Ma a ciò ed a quant'altro gli mancava,

suppliva con un'eguaglianza di umore piacevolissima e con una facoltà

tutta istintiva di condursi prudentemente e di non mai ferire le

suscettibilità d'alcuno, pur difendendo, in modo acconcio, le proprie.

Per indole allegro, generoso, gentiluomo sempre, egoista forse, ma

di un egoismo ragionevole, senza esitazioni e colla piena coscienza

del potere simpatico che esercitava senza fatica, era stato subito

battezzato per un buon ragazzo. Era nota la sua famiglia, conosciuta

la prosperità del suo patrimonio. La sua bellezza gaia, tutta vita,

gioventù e salute, rallegrava gli occhi e il cuore. E le signore!...

Nell'Olimpo c'era già stato qualche tentativo d'accaparramento,

non scoraggiato neppure dal poco misterioso riferto della storia

dell'_Augellin Bel Verde_. Ma egli non sapeva ancora ravvisare il

valore di certe mosse strategiche, eseguite a suo pro nelle alte

sfere. Non era un'aquila quel caro Roberto e non aveva per anco

acquistata la conoscenza completa di ciò che si potrebbe chiamare

la sintomologia del futuro condizionale dell'amore. Ma forse questa

ammirabile quanto involontaria ignoranza assumeva presso certi occhi

interessati l'aspetto di una indifferenza o di una volontà che non ha

fretta. Poichè suole talvolta la fortuna così maternamente e con tanta

disinvoltura adoperare in pari tempo, in pro dei suoi favoriti, e le

loro qualità e i loro difetti, ciò che possiedono e ciò che lor manca!

Quel giorno dunque a Roberto Rescuati mancava... il sole... appunto

perchè, come sappiamo, nevicava. E gli mancava tanto quel matto sole

fiorentino, ispiratore e complice di tanta gaiezza di vita! Come

spenderle quelle due ore solitamente date alle Cascine? Che fare sino

all'ora del pranzo, con quella neve che cadeva così, senza smettere!...

To'! E se andasse dalla contessa Elisa?...

Non c'era più tornato dopo quello sciagurato incontro lassù ai Colli!

Una bella figura aveva fatto! Infatti, quando s'erano incontrati

poche sere dopo, in casa Corsini, essa l'aveva accolto, gentilmente

sì, ma non più coll'affettuosità speciale dei primi giorni. È vero

che, per compenso, non gli aveva più parlato di Gallerie, di Musei,

nè di serate al Circolo Filologico. E sua madre, che lo tempestava

di raccomandazioni! Va dalla contessa Elisa... Spero bene che non

trascurerai di recarti dalla contessa Elisa... Ah!... quelle signore

trascendentali, che tutte avevano al loro attivo qualche specialità

intellettuale e che parevano sempre in attesa d'una sua manifestazione

di qualche genere. Ed egli, al suo attivo, aveva per l'appunto la

storia della gita di Vincigliata!

Pure, sentì che, se non coglieva quella giornata favorevole, se

indugiava ancora, non avrebbe più avuto il coraggio di presentarsi

dalla sua protettrice ed avrebbe fatto, in _ultima ratio_, una figura

da monellaccio. Perciò, si recò al palazzo di via S. Gallo, in carrozza

e coltivando per tutto il tempo del tragitto un'intima e devota

speranza che la Contessa fosse escita o non ricevesse.

Ma no, a farla apposta! Era in casa e riceveva.

Fu introdotto nell'ultimo salotto, quello dove ella soleva vivere la

sua quieta vita intima. Elisa non aveva visite e stava leggendo. Le

finestre erano chiuse e la camera illuminata da due lampade a becco

solare, come se fosse di notte. Ma la luce era raddolcita e fatta

rosea da due grandi paralumi di tulle bianco, su trasparenti d'un

rosso chiarissimo. Un'invisibile bocca di calorifero dava all'ambiente

un tiepore di primavera e nel piccolo caminetto d'angolo, dietro lo

schermo d'un cristallo sul quale era inciso lo stemma della Contessa,

scambiettava, viva e lieta allo sguardo, la vampa di una bella

fiammata. Non oppressivo ma delicatissimo e sentito solo ad intervalli,

l'olezzo misto di viole di Parma, di _calicanthus precox_ e di gaggie,

distribuite qua e là in certe fine conchette di cristallo Baccarat,

s'univa all'aroma lievissimo dei biscottini di vaniglia posati su un

tavolino in disparte, accanto al piccolo Somovar che andava levando

il bollore. La Contessa era in veste da camera, cioè in una di quelle

sfoggiate vestaglie che hanno un'eleganza tutta intima e speciale e che

a lei stavano tanto bene.

Provò un senso di grata meraviglia, udendo annunziare Roberto, poichè

cominciava ad essere inquieta sul conto del suo protetto e a discutere

seco stessa se doveva o no scrivergli un biglietto. Volle compensarlo

d'averla prevenuta e d'aver vinto l'imbarazzo del piccolo evento dei

Colli. Lo accolse affettuosamente, con un sorriso dolce, che non si

ricordava.

Egli provò, entrando, l'impressione bizzarra dell'illuminazione a

quell'ora e questa valse a distrarlo dall'apprensione intima del primo

incontro. Chiese subito cosa fosse quella notte anticipata.

Ella se ne scusò quasi. Ma era una vecchia, cattiva abitudine.

La sua vista, non molto forte, soffriva del riflesso crudo della

luce nivea e tutto quel bianco le metteva un po' di malinconia.

Perciò lo escludeva... Era ridicolo, naturalmente, sperava di non

scandalizzarlo...

Oh!... scandalizzarlo... lui!...

Si mise a ridere di gran cuore. Non era facile a scandalizzarsi. Perchè

non si dovrebbe far sempre ciò che accomoda? Gli piaceva anzi, quella

notte in pieno giorno. E com'era elegante, la Contessa, con quella

bella _toilette_!...

— Oh!... — diss'ella — è una satira questa?... Non è niente affatto

regolare, la vesta da camera, a quest'ora. Ma mi sono alzata tardi e

supponevo che, con questo tempo, nessuno avrebbe pensato a venirmi a

visitare.

— Non mi aspettava dunque? — chiese il giovane.

Ella scosse il capo dolcemente.

— Non vi aspettavo più — disse con un accento in cui suonava

un'affettuosa nota di rimprovero.

Egli arrossì e chinò la sua bella testina, dai finissimi ondulati

capelli neri.

— Ha ragione — disse — e io ho tutti i torti. Ma ora mi perdona?

Aveva, così dicendo, una grazia insinuante, di bimbo abituato

all'indulgenza, ma sincero nel pentimento.

Ella crollò il capo, ma con un sorriso così buono, che Roberto proseguì

con marcata intenzione:

— Mi perdona... di tutto?

Ella comprese: la scena dei Colli tornò presente al suo pensiero. Ebbe

un piccolo cenno, grave, di assenso. E quando, subito dopo, ella chiese

a Roberto se aveva notizie di sua madre, c'era nella sua voce una calma

assoluta, una dignità delicata di voluto oblìo di _quell_'argomento.

È sempre difficile, per una vera signora, il toccare certi

tasti! Peggio per quelle che non hanno mai avvertito il valore di

questa difficoltà. Molte hanno eletto di superarla e di ammettere

_quell_'argomento. Non già che manchi plausibilità di motivi a

questo sistema di concessione; sono tanto formidabili, ormai, _quelle

altre_!... Si lasciano così poco ignorare! Ci può essere una specie

di coraggio abile nella signora che si avventura su quel campo

sdruccevole. Si può sfiorarlo, a rigore, senza insudiciare più in là

che la suola delle scarpette e cavarsela con uno sfoggio guizzante di

spirito e disinvoltura. Ma, per alcune signore, l'assoluta ignoranza,

il _noli me tangere_ dell'argomento è qualcosa che s'addice loro

specialmente e torna più armonico all'estetica morale del loro essere.

Evitano per istinto, per una indefinita paura, per non farsi male alle

labbra, consentendo loro quelle allusioni.

Roberto si sentì tolto un gran peso dal cuore. Comprese, una volta

per tutte, che ella non l'avrebbe mai annoiato, come temeva, su quel

proposito. Ah! che brava donnina, quella lì!

Si mise a chiacchierare, allegro, narrandole della sua vita, delle cose

sue in quella maniera piana, semplice, senza pretesa alcuna, che gli

era propria e colla quale, per una singolare dote di compensazione,

egli suppliva alla mancanza di più brillanti facoltà discorsive.

Non urtava mai le suscettività, anche appena accennate, d'altrui, ed

evitava, come avvertito da un'intima cautela, tutto ciò che potesse

tornar sgradito. Aveva molto tatto, assai più di quanto non paresse

comportare la complessiva levatura del suo ingegno. Una maligna signora

aveva detto di lui ch'egli era uno di quegli sciocchi che lasciano dire

le sciocchezze alle persone di spirito.

La signora maligna diceva solo parte del vero; Roberto non era uno

sciocco!

Quel giorno, forse per la contentezza di essersela cavata a buon

mercato, forse per l'influenza combinata di quel tiepore pieno di

quiete e di profumi discreti, il giovane si sentiva, colla Contessa,

assai più ad agio di quanto nol fosse stato tempo addietro. Era

alla mano, buona, semplice; gli chiedeva dei fatti suoi con un

interessamento che, dopo tutto, egli non meritava guari!

Ella sapeva tante cose di lui, dei suoi primi anni. Gli rammentò un

episodio di quel tempo, quand'egli, piccino, ostinato, aveva fatto

una bizza tremenda per un certo dolce che la nonna non gli aveva

permesso di mangiare a tavola. Risero, ricordando assieme il cuffione

della nonna e un certo vecchio domestico di casa Rescuati, un vecchio

originale, che rispondeva in versi ai comandi dei padroni. Oh, Dio, sì,

così buffo... nevvero? Era morto, ora, da un pezzo.

Rovistarono a lungo, amichevolmente, nei ricordi del passato. A Roberto

la cosa tornava naturale e non sgradita. E del paro gli tornava

piacevole il parlare ad Elisa delle persone nuovamente conosciute,

del soggiorno sì bene iniziato a Firenze. Di tutto ciò, il giovane era

(come doveva essere) assai soddisfatto ed espresse la sua soddisfazione

con quella semplicità di termini e quell'assenza di facoltà critica

che gli erano speciali. Il giovane non era molto entusiasta, nè

profondo nei suoi apprezzamenti; ma in essi era sincero, scevro al

tutto di quella specie di timidità irritata che dà la coscienza della

sproporzione fra la propria capacità di sentire e definire qualcosa e

la necessità di presentare questa definizione, secondo l'aspettativa

critica di chi ascolta.

La contessa Elisa faceva in petto le sue riserve su quella

incondizionata ammirazione della vita fiorentina. Un momento, provò la

tentazione di discuterla con Roberto, di lasciarsi andare sulla china

ed esporre i suoi fini e delicati perchè. Ma un istinto indulgente,

squisitamente buono, la trattenne. Perchè annoiare quel ragazzo,

togliergli delle illusioni, se ne aveva? Era così raro di trovare una

persona contenta dei fatti propri, erano così stucchevoli i giovani

che si davano delle arie annoiate, disilluse, a ventitrè anni! Così

non discusse, assentì e la conversazione non languì per questo. Non

vivacissima, ma quieta, cordiale, si potrasse oltre il solito limite

di una visita e Roberto si era appena alzato per congedarsi, quando un

domestico venne ad avvertire la Contessa che il pranzo era pronto.

— Volete farmi compagnia? — disse questa a Roberto.

Egli si scusò, aveva realmente un impegno. Ma con una fiducia nuova,

venutagli lì per lì, soggiunse:

— Se mi permette... un'altra volta.

Si mise a ridere, colpito dalla meraviglia del suo ardire.

— M'invito da me... eh!... questa è curiosa?

— No; lo sapete che mi fate tanto piacere — rispose vivamente Elisa. —

Venite martedì. Ho qualcuno, qualche amico.

Sul franchissimo volto di lui passò una smorfia involontaria e questa

smentiva così palesemente il suo cerimonioso chinar del capo, quale

atto di assenso, che la Contessa diè in una bella risata.

— No, no, dite pure, per me è precisamente lo stesso, un altro giorno o

quello.

— Ah! — diss'egli, incoraggiato — proprio... davvero? Un giorno, per

esempio, ch'ella non avesse nessuno... per l'appunto.

Ella lo guardò meravigliata.

— Ma, vi annoierete — disse sincerissimamente.

— No, — disse Roberto. — Delle persone forastiere ne vedo tutti i

giorni al restaurant e la sua è tutta gente...

— Nuova... per voi... — suggerì pietosamente Elisa, vedendo che

il giovane s'arrestava, temendo di esser trascinato dalla propria

sincerità. Ma certo. Ebbene, facciamo così. Venite quando volete. Se

passate di qui a quest'ora, ricordatevi di me. Addio, Roberto.

Egli baciò, con un certo suo atto gentile di omaggio, la mano che

cordialmente ella gli porgeva. Quei baciamani che insegnano ancora

le vecchie nonne, in provincia. Poi il giovane se ne andò, assai più

contento di quando era venuto.

Quando fu nella via, vide che non c'erano carrozze. Era venuta la

sera e la neve calava tuttora, scaraventata da una brezza acuta e

pungente, che investì il giovane sgradevolissimamente. Provò una

subita tentazione, quella di tornare indietro, di rifugiarsi ancora

presso quella signora così buona, con quel bell'abito da camera,

in quel salottino così caldo e così ben rischiarato. Ma non cedette

alla tentazione. Abbottonò con cura il soprabito, aperse l'ombrello e

mosse in cerca di una carrozza, allontanandosi per la via, chiara di

quell'albore speciale che dava tanta malinconia alla contessa Elisa.

*

* *

Il fatto era vero e i commenti correvano, infiniti. Era accaduto un

grosso guaio tra la duchessa Ginevra e il marchese Dino di Follemare.

Egli non la seguiva più a cavallo, nè in legno alle Cascine. Lo

si vedeva ancora la sera nel salottino bianco da gioco nel palazzo

d'Accorsi o a Doney col Duca, ma con tutto ciò un freddo evidente

esisteva nei rapporti del giovane colla famiglia. Egli era, a modo suo,

assai malinconico, e sulla scipitezza fondamentale del suo bel volto si

andava fissando una specie di perplessità dolorosa. Gli amici avevano

bensì tentato di farlo parlare, ma Dino Follemare aveva sempre avuta

una qualità, rara oggidì anche in chi dovrebbe avere il privilegio di

essa: la discrezione nei fatti intimi e delicati del cuore.

Finalmente gli amici credettero d'aver trovato. Dino si era allontanato

a cagione di ciò che tutta Firenze cominciava a vedere; l'assiduità

sempre crescente del principe di Hetzengenfeld presso la duchessa

Ginevra d'Accorsi.

Dapprima egli aveva solo annunziata una tappa a Firenze. In realtà,

aveva avuta l'intenzione di svernare a Roma. Ma Firenze, la sirena,

lo tratteneva e il dolore per la morte della virtuosa Principessa

che aveva fornito dieci eredi al trono di Hetzengenfeld, cominciava a

prendere un'attitudine più riposata. Non si può credere quale conforto

andassero recando allo spirito abbattuto del Principe la discreta

simpatia e le infinite risorse intellettuali della duchessa Ginevra

d'Accorsi! Il sovrano viaggiava appunto allo scopo di distrarsi

dal suo dolore. Agli occhi di una società che la Duchessa d'Accorsi

aveva sì vittoriosamente addestrata ad esser testimone compiacente

di tanti cambiamenti «a vista», il fatto della caduta del povero Dino

non poteva suscitare estrema meraviglia. Se di qualcosa s'eran fatte

le meraviglie, era piuttosto che la cosa fosse durata sì a lungo e

malgrado tante piccole varianti (passeggiere, a onor del vero) dal lato

della Duchessa. E certamente quest'ultima era una delle più brillanti

fra le imprese di quella eccelsa signora. Una testa coronata, si ha un

bel dire, è sempre una testa coronata, quand'anche, come quella del

Principe regnante di Hetzengenfeld, rappresenti, nella sua caparbia

esagerazione del tipo militare germanico, una lontana rassomiglianza

con quella di un vecchio leone sdentato. Non era bello il Principe

vedovo e i suoi cinquantasette anni suonati si accusavano, grevi nei

forti solchi del volto e nella pinguedine floscia del corpo.

Con tutto ciò, non era d'aspetto spiacevole. I modi avevano una gravità

altera, l'occhio tra grigio ed azzurro tradiva allo sguardo molto acuto

una specie di dolcezza intima, un misticismo recondito ed austero. Egli

era abbastanza istruito, un po' pedante. Si diceva che avesse condotta,

in massima, una vita molto casta. Ciò faceva sorridere alcuni. Oh! la

virtù tedesca, l'amore ufficiale, per decreto! Il retroscena delle

Corti esemplari in Germania! Intanto però e in ogni caso, un po' di

rivincita si iniziava a Firenze. E Firenze sogghignava, chiedendosi

se un giorno o l'altro la Duchessa d'Accorsi, non avrebbe preso il

volo, per andare a porre le basi di una pseudo sovranità sul modello di

quella di Mad.e de Maintenon, meno il matrimonio, s'intende... almeno

sino a nuovo ordine. Ma la duchessa Ginevra aveva ideato qualcosa

d'altro pel futuro bene del Principato di Hetzengenfeld.

Dino Follemare aveva ricevuto un giorno un bigliettino di una ben nota

calligrafia, che lo chiamava in una non meno nota località. Quivi il

suo raziocinio era stato sottoposto ad una prova di fiducia, duretta

anzichenò. Gli era stato proposto di non credere nè ai propri occhi,

nè alle proprie orecchie e di trattare la _vox populi_ come un vano

strepito. Erano venuti in campo dei gran personaggi, la generosità,

l'abnegazione, ecc. A capo di quel nobile drappello stava l'amor

materno, armato di tutto punto. Ciò che richiedeva assolutamente

l'avvenire di quella povera Marina, ciò che imponeva a lei Ginevra...

il più duro, il più crudele dei sacrifizi... temporanei.

Il marchese Dino aveva durato una certa fatica per raggiungere l'alta

regione di dovere e di sentimento in cui spaziava con sì ampio volo

l'eloquenza materna della Duchessa. Era un elemento nuovo e del quale

egli non aveva grande pratica.

Stava immobile, taciturno, ascoltando.

— Ed ora — gli disse la Duchessa, terminando la perorazione con un

sorriso, il suo sorriso di domatrice d'uomini — ora che sei pienamente

al fatto della cosa, tu parti, nevvero?

Attese un istante, poi corrugò la fronte. Che!... esiterebbe forse...

colui?

Pur troppo, egli esitava. Nel suo sguardo, per quanto affascinato,

perdurava una inquietudine. E, per una volta, il docile, supino spirito

trovò il coraggio di una resistenza.

— E se rimanessi, invece?

Essa lo guardò, con serenità veramente olimpica. Rispose, adottando

senza transazione il freddo voi ufficiale:

— Padronissimo, mio caro. In fondo, ciò nulla muterebbe. Ma, come vi ho

detto, ho d'uopo del campo libero. Vi sentite di non intralciare i miei

progetti?

La domanda era categorica. Dino alzò su Ginevra uno sguardo pieno

d'angoscia.

— Farò di tutto — mormorò.

— Non basta far di tutto — ribattè recisamente la Duchessa — bisogna

che così sia. Ciò che vi dissi è la verità. Peggio per voi se non la

credete. Io non mi curo di mentire... per così poco.

— Vi è facile chiamarlo così — rispose Dino. È poco infatti, per voi.

Ma per me...

Ella alzò lievemente le spalle.

— Per voi, se aveste un po' di buon senso e un po' di pietà pel

sacrificio di altri, sarebbe la cosa più adatta alla circostanza. Del

resto, fate voi. Sapete che io non recedo da una presa risoluzione.

Se vi piace di rimanere e di affrontare i benevoli giudizi dei comuni

amici... padronissimo. Sarà un pochino più spiacevole per voi, ecco

tutto.

Egli aveva curvato la testa e stringeva fra le mani la fronte

affaticata dal dubbio. Lo sguardo di lei cadeva imperioso e sprezzante

su quella testa bruna e chinata. Dino aveva bellissimi capelli, fini

come seta e ricciuti. Ginevra passò sbadatamente una mano fra quelle

ciocche. Egli trasalì.

Senza muoversi, come un fanciullo scorato, sussurrò: — Ginevra... non

posso!

Un lampo d'ira passò nello sguardo di quella donna, la collera crudele

di chi non ama più e non riesce a liberarsi colla sollecitudine bramata

dell'amore di chi ama ancora... sempre... malgrado tutto!

Ma di nuovo, colle dita ella sfiorò i capelli del giovane: Bisogna

potere, Dino. Io lo posso... eppure.

Di repente egli alzò il capo, per guardarla. Ginevra sostenne,

sorridendo, il suo sguardo. E colla poderosa, evocatrice malia del

proprio, ella circuiva, afferrava la memoria, i pensieri, la volontà di

lui, tutto lui, nella sincerità e nell'irremediabilità della passione

ch'essa aveva saputo ispirargli.

— Sia come volete — diss'egli finalmente. — Partirò... Ma non oggi, non

subito, nevvero?

Ella ebbe un gesto d'impazienza.

— Oh Dio... che ragazzo. No.. quando vorrete. Suvvia... pensate che

io pure, soffro tanto... Tornerete, ben inteso, subito dopo il grande

evento. E allora... Si arrestò...

Egli tentò di sorridere, ma il suo volto tradiva ancora una riluttanza

dolorosa.

— D'altronde... — disse allora quietamente Ginevra d'Accorsi — o questo

o niente, figliuolo caro.

*

* *

Dino Follemare non partì subito.

Non gli reggeva il cuore di abbandonare quel luogo, ove pure soffriva

tanto. Da dieci anni ormai viveva buona parte della sua vita in quella

casa e le abitudini, l'atmosfera di essa erano diventate le sue. Erano

innumeri i legami che lo stringevano a quell'ambiente. Nel lusso largo,

diffusivo della famiglia, nella preponderanza sociale della quale essa

godeva, nell'impianto della splendida ospitalità famigliare, Ginevra

d'Accorsi aveva messo il violento riflesso della sua energia e della

sua formidabile personalità. A tutto dava impulso ed irradiazione;

qualcosa del suo fascino insolente si era comunicato alle mura stesse

del palazzo. Vivere fra quelle mura, nel calore di quella irradiazione,

era, per un uomo della tempra del marchese Follemare, la sola cosa

possibile. Senza di lei, lungi da quelle mura, la vita non aveva pregio

alcuno, tutto era un approssimativo, una larva di esistenza.

Essa l'aveva preso così, tutto quanto, sin da otto anni addietro,

nell'impetuosa sincerità di un violento capriccio dei sensi. Lo aveva

tolto alla vita attiva, alla carriera militare, al matrimonio, alla

famiglia.

Non solo coll'amore e colla colpa, ma con mille altri mezzi di

possesso, ella aveva incatenato a sè quel bellissimo giovane,

dall'animo mite, dall'intelligenza limitata, fedele per temperamento

e gentiluomo sino all'esagerazione. Egli si era rovinato per lei,

solo per non allontanarsi da lei, per non far macchia nello sfoggio

opulento della sua sfera. Ridotti ora ad una diecina di mila franchi i

già cospicui redditi di casa Follemare, Dino sapeva, per una di quelle

misteriose facoltà che chiamerei volentieri segreti di razza, vivere

ancora da gentiluomo, senza mancare ai doveri e alle esigenze delle sue

speciali circostanze di fronte alla Duchessa. Era buono, ben voluto da

tutti; alcuni avevano di lui una pietà ch'egli ignorava. Non si credeva

infelice. Era completamente d'accordo col proprio destino. Non pensava

all'avvenire, nè si rammaricava del passato. Avrebbe voluto vivere e

morire così.

Quando si sparse la notizia della rottura (nessuno seppe mai come fosse

avvenuta e chi ne avesse pel primo sparsa la nuova), ci fu nel pubblico

la vaga attesa di qualche conseguenza. Ma nulla si produsse, non il

più lieve scandalo. Allora fu un coro d'ammirazione per la Duchessa...

s'intende! Che prudenza... che tatto, che profonda abilità di condotta!

Certamente, il torto marcio doveva averlo lui. E, in ogni modo, che

babbuino... lasciarsi «ringraziare» così... dopo tanti anni!

Una bella mattina, Neri Speroni andò a fare una visitina a Dino

Follemare, nel Lung'Arno Acciaioli. Un appartamento di poche camere,

ma squisitamente mobiliato ed adorno. Alcuni vecchi capi d'arte di

famiglia, la raffinatezza dei gusti di Dino e gli eccellenti consigli

della Duchessa, tutto aveva contribuito a fare di quel quartierino, pur

lasciando intatto il suo carattere di dimora mascolina e di scapolo, un

nido di rara eleganza. Gli amici trovavano sempre colà un'ospitalità

cheta e cordiale e il ricordo dei gusti speciali ad ognuno di loro in

fatto di liquori, bevande, sigari e sigarette.

Speroni, per esempio, amava il cognac e i _panatelas_. Davanti a lui,

stava un vassoio con un bicchierino e una bottiglia del suo liquore

preferito e il tepido salotto verde era già invaso dal fumo di un

secondo di quei preziosi sigari, ma il giovane non aveva ancora trovato

il destro di esaurire il mandato impostogli dalla curiosità universale.

Finalmente gli parve d'aver trovato. Sulla scrivania dell'amico Dino

stava, riccamente inquadrata, una fotografia della Duchessa.

Neri l'afferrò con una gran risata e sclamò energicamente:

— Come, ancor qui l'infida?

Dino gli tolse tranquillamente di mano la cornice e la rimise al suo

posto. Non aveva schiuso labbro, ma s'era fatto pallido e sulla sua

fronte si venivano addensando certe linee che avrebbero facilmente

ammonita una persona di buon senso o un vero amico.

Ma Neri Speroni non voleva venir meno alla sua riputazione di stordito

incorreggibile. Ci teneva caramente.

— Lo sai — continuò con un ghignetto confidenziale — che oggi la

Duchessa va a fargli vedere la villa Palmieri? Ceneranno, pare, lassù!

Come mai hanno scordato d'invitarti?

Si fe' più intenso il pallore sulla faccia di Dino. Ma egli si frenò.

— La Duchessa — disse quietamente — è padrona d'invitare chi le pare e

piace.

Speroni depose il _panatelas_ e fece un grande inchino.

— Corbezzoli! Vedo con piacere che sei molto filosofo. Del resto, tutto

sommato, hai tutte le ragioni. Non sarebbe certo il caso di prendersela

a cuore per una...

Si scansò rapidissimamente, troncando di botto la frase, afferrando por

aria, a pochi centimetri dal suo volto, la mano di Dino, che stava per

piombargli addosso, con tutte le caratteristiche d'uno schiaffo.

— Ohe!... ohe! — sclamò concitato...

Ma subito si decise a prendere la cosa in scherzo, da buon amico.

— Ohe, ripetè, sei matto... ti pare? Dicevo così per chiasso! Ma...

ma... ma... abbiamo da vederne ancora... di queste!

La memoria gli aveva suscitato proprio in quel momento il ricordo di un

duello di Dino col conte d'Estonaz, un savoiardo che si batteva molto

bene, ma che se n'era tornato in Savoia con tre quarti di naso, invece

di quello che aveva portato, aquilino ed intero, sul terreno del parco

Stibber a Montughi.

Ci fu un momento di silenzio; poi Neri disse un: «andiamo... via!» così

chiaramente propiziativo che Dino, alzate lievemente le spalle, tornò a

sedere, pallidissimo sempre, ma calmo.

Prese la bottiglia e versò un secondo bicchierino di cognac all'amico

Speroni.

— Una volta per tutte — disse con calma. — Non amo questi discorsi.

— Oh infatti... — s'affrettò a protestare Neri Speroni, figurati se

volevo!... Dicevo, così per dire... del resto... Sei un bel tipo...

tu. Questo cognac è divino, parola d'onore. Sai che abbiamo presto la

compagnia Ciniselli al Politeama? Non mi pare che ci deva essere gran

che in fatto di cavalli... Ma una ginnasta, mio caro... una ginnasta!

*

* *

In capo a due settimane, Dino Follemare si recò a casa d'Accorsi per

fare la sua visita di congedo. Andava in Inghilterra, alla ricerca di

un cavallo e di un fantino per le corse del venturo maggio.

Trovò la Duchessa sola, nel salotto nero e rosso.

Essa fece le meraviglie.

— Come! partite davvero?

Convien dire ch'ella avesse già scordato il consiglio datogli. Ad ogni

modo, nei suoi occhi, dietro un velo di mestizia, ardeva un piccolo

fuoco di gioia.

— Ho provato a rimanere — disse Dino — ma non mi è possibile.

Un tremore era nella voce di lui, una simulazione di tremore oscillò

nelle parole della Duchessa.

— Oh Dino... che dolore!

La minima espressione di sentimento assumeva, in quella donna, un

valore estremo, irresistibile.

Più che mai, in quell'istante Dino credette al sacrificio della madre.

Non aveva a sua disposizione le frasi che avrebbe potuto suggerirgli

quel convincimento. Pure, nelle sue poche, interrotte parole, Ginevra

avrebbe potuto trovare quell'ospite sì raro nelle umane espressioni,

un sentimento vero ed assoluto. Ma Ginevra sapeva da tanto tempo ormai

che quel giovane la amava. Ed ella non lo amava più e mentre metteva

nell'addio la seduzione che sapeva infallibile, mentre nel cuore

di lui si assodava il convincimento che l'amore di quella donna lo

avrebbe accompagnato dovunque, che lo avrebbe accolto, festante, al suo

ritorno, nel cuore di quella donna tumultuava sola e spietata la gioia

di un pensiero:

— Finalmente! Ah! finalmente!

Mentre scendeva lo scalone a capo basso e con una leggera nebbiolina

sugli occhi, Dino si accorse ad un tratto che doveva ritirarsi per

cedere il passo a due persone che salivano e ch'egli conosceva. Si

ritrasse dunque e salutò profondamente. Erano due suore di Carità.

Appartenevano ad un conventino del vicinato, poverissimo di mezzi

propri e in gran parte sostenuto dalle pie liberalità d'un Comitato di

signore, del quale Ginevra d'Accorsi era presidentessa. Più volte egli

era andato a prenderla al Conventino.

Quando le due suore l'ebbero oltrepassato, egli si voltò per vederle

ancora. Salivano con passo pari e misurato. Sul tappeto cremisi, che

copriva i gradini, strisciavano i lembi delle stinte gonne azzurre.

A seconda dei moti delle teste, tremolavano le falde penzolanti degli

immensi cuffioni bianchi; i rosari battevano in cadenza, audibilmente,

sui grembiali azzurri.

All'ultima mano di scale, Dino fece un altro incontro. Lentamente,

sbuffando alquanto, il principe di Hetzengenfeld solo, senza il minimo

aiutante di campo, si dirigeva al piano superiore. Veniva a far visita

alla Duchessa.

Come aveva salutato le suore, così il marchese Dino di Follemare,

traendosi in disparte, salutò colla voluta espressione di etichetta

l'alto personaggio. Il Principe rispose con un saluto affabile e

dignitoso. Una folla di pensieri passò turbinando nella testa del

giovane, un misto di collera, d'odio, d'intimo trionfo. Attese

ancora un istante, incosciente, immobile, sotto il peso dell'emozione

indefinita che lo signoreggiava.

Poi scese.

L'ultima primavera: romanzo · 第 12 / 24 题