Una domenica mattina, la contessa Elisa era a messa a Santa Maria
Novella. Stava inginocchiata divotamente nella Cappella dei Rucellai,
appiè della gentile Madonna, ch'è un dei pochi dipinti autentici del
Cimabue. La messa era sul finire, quando parve alla Contessa di udire,
dietro a lei, raccostarsi di un passo che le era noto.
Roberto! pensò meravigliata.
All'_Ite Missa est_, mentre s'alzavano pochi divoti riuniti nella
cappella, quel passo si accostò maggiormente ed Elisa non ebbe d'uopo
che di una leggera flessione del capo per avvedersi che non s'era
ingannata.
Era Roberto infatti. Scambiarono un saluto ed un sorriso.
Ella abbreviò alquanto il suo ringraziamento, si alzò e disse:
— Che novità — con voce sommessa, lieta come era lieto in quel punto
l'animo suo.
Egli si scusò, quasi.
— L'ho vista entrare... e non c'ero ancora stato in questa chiesa.
— Oh! — diss'ella scandalizzata — volete vederla ora? volete che vi
faccia un po' da cicerone? Oh, un poco solamente, le cose principali.
Egli annuì con aria di comica rassegnazione.
E non ebbe a pentirsene. Il cicerone non fu nè pedante, nè indiscreto.
Non era noioso il procedere con lei per l'ampia navata, sotto
quell'austera e meravigliosa intralciatura d'archi, che, scemando
di dimensioni a misura che s'appressano all'altar maggiore, offrono
all'occhio una prospettiva assai più prolungata del vero. Nello sfondo
delusivamente lontano allo sguardo, dell'altar maggiore scintillavano
tremule le facelle dei ceri e la melopea d'un canto corale, seguito
in sordina da un velato accompagnamento d'organo, si diffondeva,
austeramente armoniosa, pel lungo e divoto spazio. Ogni tanto si vedeva
una virile figura claustrale, intonacata e incappucciata di bianco,
passare rapida oltre le cappelle, andare o venire dalla sacristia,
l'artistica e suggestiva figura del Domenicano...
La Contessa accennò a Roberto solo le cose principali. Trattenuta da
un benevolo desiderio di non annoiarlo, non si dilungava in quelle
spiegazioni raffinate che le avrebbe permesso il suo vasto corredo
di cognizioni storiche, ma i pochissimi particolari che diede al suo
compagno erano improntati dell'intimo sentimento del soggetto e sul
suo volto intelligente era il raggio del senso d'arte, in lei sì fine e
comunicativo. Egli pensava ch'era bella... la Contessa e punto noiosa.
Fecero insieme il giro della chiesa.
All'altar maggiore, si fermarono ad osservare gli affreschi del
Ghirlandajo, ed ella ebbe cura di accennare al suo compagno le figure
in cui il pittore volle tramandate ai posteri le fattezze di due grandi
suoi contemporanei, Marsilio Ficino ed Agnolo Poliziano; ma Berto trovò
irriverentemente che avevano l'aria un po' rimminchionita tutti e due.
Ma alla cappella dei Gondi, di fronte al Crocefisso del Brunellesco,
quel pezzo d'anatomia, nero e incartapecorito come un vecchio cadavere
e che sembra riassumere in sè tutto lo spirito del verismo ascetico
del suo tempo, Roberto frugò nella memoria e vi rinvenne un brano delle
Antologie che avevano infestata la pace della sua adolescenza.
— Ah! — disse — quello della scommessa con Donatello!
Elisa ebbe un piccolo trasporto di gioconda meraviglia.
— Ah! sapete?
— Questo sì... Ma nient'altro, sa; nient'altro!...
Senz'avvedersene, avevano alquanto alzata la voce e una vecchia
pinzochera, che labreggiava rosari lì accanto sui gradini dell'altare,
si voltò a guardarli severamente.
Era sì brutta quella vecchia, sì arcigna, c'era nella occhiataccia
data a quei due una sì stizzosa acredine di riprensione ch'essi si
guardarono come due fanciulli colti in fallo e subito si trovarono a
vicenda sì comici nel loro momentaneo sgomento che, per non cedere alla
voglia simultanea d'un violento scoppio di risa, dovettero fare un vero
sforzo. E si allontanarono.
L'incidente li aveva messi di buon umore.
Uscirono dal piccolo chiostro che dà in via degli Avelli.
Per un momento sostarono presso il lungo muro di cinta, incrostato
di lapidi e di lastre di marmi bianchi e neri. Un gaio spettacolo si
offriva ai loro sguardi.
La giornata era bellissima, serena, punto fredda e il cielo d'un vago
azzurro chiazzato da nuvole bianche che non parevano annunciare nessuna
cattiva intenzione. La piazza, che si chiamò a lungo bizzarramente
di S. Maria Novella Vecchia e che è attualmente quella dell'Unità
italiana, era inondata dal mite sole jemale. Dalle arterie delle
vie Valfonda, Banchi, Panzani, Sant'Antonino e del Giglio, affluiva
una corrente non interrotta di persone. L'elemento elegante non
primeggiava in quella folla pedestre, composta visibilmente di popolino
e di minuta borghesia. Ma la parte femminile di queste classi ama i
colori lieti e le pennellate di tinte tenere o vivaci, e chiazzava
luminosamente il suo percorso, riassumendosi in una sgargiante sinfonia
di festoso colore. Costeggiando la folla, tentandola cogli allegri
richiami delle fruste, batteva strepitoso il selciato un via vai di
carrozzelle eleganti e pulite, spesso arrestate, colmate d'avventori e
che ripartivano tosto con un ohe! trionfale dei cocchieri. Venditori
ambulanti di torroni e di aranci aprivano tra la folla dei varchi
segnalati da una nota ancora più spiccata di colori fiammeggianti e
qua e là si alzavano nell'aria, trattenuti dalle cordicelle, riunite
nella mano del venditore ambulante, i palloni di vescica rossi, verdi,
azzurrini, che danzavano in alto, urtandosi lievemente, in una molle
ridda di evoluzioni.
C'era in quello spettacolo qualche cosa che rallegrava gli occhi e il
cuore della contessa Elisa. Ella si rivolse al suo compagno:
— Quanta gente e che bella giornata, nevvero?
— Sì, — rispose Roberto, senza entusiasmo alcuno. — Ella è avviata a
casa? Mi permette di accompagnarla?
— Oh! figuratevi... Ma non voglio trattenervi; avete certamente
qualcosa da fare. E... non vorrei rientrare subito. È così splendido
questo sole e tutto ciò è così lieto!
La letizia di tutto ciò pareva riflessa sul suo volto, fresco, in quel
momento, e sorridente come quello di una giovinetta.
— Ah! — osservò Roberto, — le piace questo popolo festante? Io
preferisco gli altri giorni. Ma, non importa. Ha dei progetti?
— No... cioè sì... Ma veramente non voglio privarvi...
— Non mi privo di nulla, cara Contessa. Vengo perchè mi fa piacere di
venire. Se mi vuole, ben inteso. Dunque?...
— Dunque, figuratevi che da tanto tempo ho voglia di andare a Boboli...
Ci sarete stato, certamente.
— Io? no, neanche per idea. È una buona pista per i cavalli?
— Ma che, è un giardino delizioso.
— Ah... sta bene. Boboli, dunque... È lontano?
— Non tanto. Si va a palazzo Pitti.
— Grazie. Non pensa certo di andare a piedi!
Essa, a dir vero, avrebbe preferito di fare una passeggiata; ma non
volle contraddire Roberto, il quale, senza aspettare la risposta,
tanto era certo del tenore di questa, aveva fatto al conduttore di
una carrozzella che passava uno di quei cenni quasi impercettibili
che bastano a Firenze per attirarvi dattorno un nugolo di autodemonti,
pronti a condurvi in capo al mondo, anche per mezzo prezzo, se avete il
genio del contratto preventivo.
Ella si nicchiò in carrozza ridendo, col senso di commettere una
stramberia gustosa. Roberto salì al suo fianco. Era di buon umore
anch'egli. Come le aveva detto, veniva appunto perchè gli faceva
piacere di venire. Era il suo metodo, del resto; faceva sempre quanto
gli accomodava di fare.
*
* *
Boboli non gli dispiacque. Non c'era troppa gente, benchè fosse di
festa. E la Contessa era di un umore così lieto, era così simpatica
quel giorno!... S'arrampicarono su, proprio sino in cima al viale
coperto, là dove si trova la statua dell'Abbondanza. Solo quando furono
in cima, egli s'accorse ch'ella ansimava un poco per la fatica della
salita che avevano fatta un po' troppo rapidamente per lei.
Espresse il suo dispiacere. Era stato un gran balordo. Era andato così
di corsa, senza pensare. Ma ella lo interruppe subito. Aveva in realtà
provato in quella rapida corsa, fatta al fianco di quel giovane dal
passo sì vibrato, sì elastico, una strana sensazione di incitamento
al moto. Il senso di un'accelerazione del sangue, di una energia nuova
deliziosa, correva in tutto l'esser suo. Le pareva di avere ritrovata
l'integrità di una forza muscolare del corpo che ella ricordava
ora come una delle sensazioni tutte proprie della sua gioventù: le
lunghe passeggiate ch'ella soleva fare in campagna, leggera, svelta,
instancabile, col bisogno di una reazione dopo le lunghe immobili
dimore nella biblioteca di suo padre. Con un rapido gesto si tolse la
veletta. La bianchezza dell'epidermide pareva essersi fatta più unita,
più fusa sulle gentili fattezze, ed un roseo splendido e delicato si
diffondeva sulle gote, dando agli occhi castani una lucentezza ed un
risalto che li faceva sembrar neri.
Egli sedette ai suoi piedi per terra, in modo da poter veder lei e ad
un tempo il panorama vaghissimo della città. Su questo fecero mille
osservazioni, niente affatto sublimi, puerili anzi, meravigliandosi
di quella distesa, del formicolìo di quella folla, che raffigurava
tanti sciami di insettucci neri. Il sereno del cielo era scorrazzato da
larghe nubi, che gettavano or qua or là sulla festante città, inondata
dal sole, delle larghe chiazze d'ombra. Più giù, sotto i piedi di quei
due, costeggiato a destra e a sinistra dal lungo viale di sempreverdi,
nel suo isolotto colmo di piante, stava, gigantesco e bonario, l'Oceano
del Gian Bologna.
Rimasero a lungo colà... senza avvertire che il tempo passava. Egli
s'era un pochino allungato sul fianco, adagiandosi comodamente. Aveva
gettato il cappello a terra e pareva completamente soddisfatto dei
fatti suoi...
Non era nè stanco, nè vibrante come la Contessa.
Il suo volto aveva la mirabile freschezza rosea della gioventù. La
Contessa ebbe ancora, guardandolo, l'impressione bizzarra di quel
grosso mazzo di giacinti ch'egli stesso le aveva recati, il giorno in
cui le era parsa così lunga la visita di monsieur Cholet.
Boboli non era affollato. Pochi salivano sino all'Abbondanza e quei
pochi non davano noia a loro due. Passavano gettando su quel gruppo
uno sguardo curioso ma scevro da pettegolezzo. Elisa e Roberto
s'indugiavano nel piacere della quiete, d'una vaga contemplazione e
di qualche chiacchiera indifferente per sè stessa, ma dalla quale
traspariva la confidenza e l'intesa che s'era venuta rapidamente
stabilendo fra loro, un'affettuosa e geniale intimità, a cui
contribuivano del pari l'indulgente benevolenza della signora e la
franca accettazione di quella benevolenza da parte di Roberto.
A un tratto, dopo una pausa di silenzio, la contessa Elisa ebbe,
involontaria, incosciente, una piccola scossa del capo, che rispondeva
ad un subito pensiero.
— Che ora sarà? — chiese a Roberto. — Non ho qui l'orologio.
Egli trasse il suo e lo guardò, ma non disse l'ora.
— Cosa le importa? disse. — Non si sta bene qui?
— Oh sì — rispose Elisa ridendo. — Ma deve esser tardi.
— Ebbene, scusi, che obbligo ha di rientrare a ora fissa? Ovvero sta
male qui?
— Oh Berto!... Ma è tardi, me ne accorgo. E poi, guardate, mi pare che
si guasti il tempo.
Accennò col suo ombrellino una massa di nubi che andava formandosi
compatta e che velava sui loro capi l'azzurro del cielo.
Ma egli non se ne inquietò affatto. Non aveva sufficiente esperienza
della rapidità colla quale si scapriccia il tempo fiorentino.
— Passeranno! — disse con grande filosofia.
Ella insistè, cionullameno. Le pareva che l'aria mossa, frizzante le
dicesse all'orecchio: Andatevene, voi due.
— Davvero, credo che sia un po' tardi. E poi, anche per voi... per le
vostre occupazioni.
S'alzò, con una mossa impercettibilmente nervosa.
A un tratto, la colse vivido il pensiero di una persona che poteva
attendere Roberto, meravigliarsi della sua lunga assenza... E, come
per istinto, provò il desiderio acuto, sprezzante, di non esser causa
dell'indugio. Ma in pari tempo una violenta ondata di sangue le affluì
al volto, inondandolo di una splendida porpora.
Roberto non si alzò, neppur vedendola in piedi.
La guardava di sotto in su e nell'occhio di lui si destava
un'attenzione bizzarra.
— Le mie occupazioni? — disse dopo un momento.
E subito si decise a farle una confidenza.
— Le mie occupazioni, dice?... Ma non sa che da un mese non ne ho più e
che son libero come l'aria?
Ordinariamente, non si fanno a una signora di queste confidenze,
specialmente se non sono sollecitate. Ma a una signora d'esperienza,
che conosce il mondo e la vita, che ha parecchi anni più di voi e che
vi tratta come un figliuolo... è un altro conto!
Ella non finse di non capire! Aveva capito tanto bene! Così bene che la
trasfigurazione di una gioia sublime era già sul suo volto!
Sedette ancora e, forse senza accorgersene, porse una mano al giovane.
— Oh Roberto! Roberto!
Roberto prese quella mano ed ebbe il supremo buon senso di non entrare
in particolari. Già; non avevano mai parlato di ciò. A che farlo ora?
Poi a lui seccavano le spiegazioni. Non disse che fosse o no merito
suo, questa libertà riacquistata. Così rimase solo ed incolume agli
occhi di lei il fatto ch'egli era libero... come l'aria!
Forse la sensazione di quell'aria di libertà le impedì di accorgersi
che un'altra aria, quella del cielo, si divertiva dispettosamente a
chiamar le nubi da tutte le parti per riunirla su Boboli. Ce l'aveva
con Boboli il cielo, quel giorno. Laggiù, sui Lungarni, pieni di gente,
sfolgorava il sole...
Roberto non lasciò andare quella mano. Disse sommessamente, come un
ragazzo che sa di essere stato buono e con quella musica curiosa che
Dio aveva messo nella sua voce di monello ben educato:
— È contenta?
Ella, colla semplicità estrema che pareva a volte imparare da lui,
rispose tranquillamente:
— Sì!
Oh! se lo era! Ah! quell'anima tanto raccomandata a lei, quella vita
ch'ella aveva assunto di proteggere, quell'esistenza sulla quale ella
imparava ch'era dolce il vegliare come è dolce il vegliare i sonni
di un figliuolo, s'erano sciolti, liberati da un giogo indegno e
triviale...
— Sì — disse ancora, mentre l'interna emozione dava al suo accento
un'intensità tremula:
— Roberto, ciò non era degno di voi!
Roberto, nella sua eletta sincerità, fece un piccolo esame di coscienza
e pensò umilmente che... l'_Augellin_ dal volo infido non era poi
neanche tanto da disprezzarsi, dopo tutto. In fondo non si considerava
nè tanto colpevole, nè tanto privo di buon gusto!... Ma egli non
contraddiceva mai le signore e la Contessa, in quel momento, era
splendida di un misterioso splendore, che lo colpiva e gli faceva un
effetto speciale.
Un'emozione colse anche lui, un'emozione ch'egli ebbe il talento
di non definire nè a sè stesso, nè a lei. Lasciò ch'essa ardesse
tranquillamente nei suoi occhi, quei bellissimi occhi bruni un po'
infossati nell'arco... cinti di una sfumatura d'ombra, qualcosa come
un vago azzurro entro cui lo sguardo pareva incupire e tingersi di una
squisita espressione d'indefinito.
— Segga dunque, diss'egli tranquillamente.
Ella aveva al collo un lungo boa di piume _bleu marin_. Egli tirò
dolcemente a sè un'estremità di quel boa e si carezzò con esso le
guance, con un piacere infantile di quel contatto tepido e leggero.
Elisa sedette ancora, ma per rialzarsi vivacemente, dopo un minuto.
Le nuvole, lassù, s'erano ad un tratto decise a una capricciosa crisi
di piova. Sul terreno battevano con un picchiettìo secco, gaiamente
sonoro, dei goccioloni radi.
Egli s'alzò lentamente, come a malincuore, e guardò in aria con una
smorfia.
— È una nuvola che passa. Non vai la pena di muoversi.
Ma Elisa si assestò il boa attorno al collo ed aprì l'ombrellino.
— Sì... sì... vedrete fra poco. Bisogna far presto, se vogliamo trovar
giù una carrozza libera.
Egli si guardò d'attorno: — Allora, scendiamo pel viale; faremo più
presto.
Si misero a destra pel viale ormai solitario. Il subito velarsi
dell'atmosfera metteva una penombra fresca nel lungo corritoio verde in
discesa, costeggiato da due pareti di foglie, sotto una volta di uguale
contesto. Ai goccioloni d'avanguardia era successa una pioggerella
regolare, minuta, di una tonalità quasi musicale, nella moderazione
sussurrata del suo accento.
La discesa era piuttosto ripida. La Contessa rialzava con una mano
la gonna che, un po' lunga, strisciava sul terreno. L'altra mano
era impacciata dal manicotto, l'interno del quale era occupato dal
fazzoletto e da un piccolo libro da messa, che minacciava sempre di
scivolar via. Poi, c'era l'ombrellino, da reggere.
Roberto si fermò un istante.
— Permette?
Le tolse il libro da messa che mise in tasca, le tolse l'ombrellino,
poi le porse il braccio, ch'ella prese senza esitare.
— Così... da brava, si appoggi.
Elisa passò il suo in quel braccio sì giovane e sì forte. Egli le
teneva aperto sul capo il piccolo _en tout cas_ e reggeva il suo passo
nella discesa... La subita piova faceva sdrucciolevole il terreno;
due o tre volte, la leggerissima calzatura di lei, urtando contro
un sassolino, la fe' lievemente inciampare. Ma sempre il braccio di
Roberto la sostenne, ed ella allora sollevava su di lui lo sguardo
sorridente e grato. Ed egli ripeteva pure sorridendo: — Ma si appoggi
dunque...
Erano vicini vicini, sotto il piccolo ombrello, che a mala pena
riparava le loro teste. Egli avvertiva il leggero, appena percettibile
profumo di violetta giapponese che usciva dall'interno del manicotto.
E da quell'interno sbucava pure sino all'avambraccio una mano lunga,
elegante, coperta di pelle di Svezia, che poggiava, leggera leggera,
sul braccio di Roberto.
Un momento, senza saper come nè perchè, rallentarono il passo... Poi
si fermarono... Roberto chiese alla Contessa s'ella fosse stanca...
Ma ella scosse il capo senza parlare. Ascoltava il tac tac, lieve,
misterioso delle goccioline che cadevano sulle foglie con una cadenza
più affettata. Poi le sue finissime nari ebbero una lunga, quasi
nervosa aspirazione, mentre i suoi occhi si socchiudevano alquanto.
— Sentite, Roberto, l'odore della terra bagnata? È la mia passione.
C'erano veramente nell'aria i vaghi sentori di quel profumo di buccaro,
che il Medio Evo, nel bizzarro lusso della sua sensualità, ha saputo
utilizzare. C'erano ancora delle esalazioni indefinite, qualcosa come
un vago accenno di lontana primavera.
Di nuovo si misero in via, ma senza affrettare il passo. Il volto di
Elisa era tutto un sorriso dolce e affettuoso... Provava un senso
affatto nuovo per lei... quasi il senso d'una protezione ricevuta,
non data, l'impressione di sentirsi condotta e guidata da quel giovane
sì forte, sì bello. Ed egli aveva saputo liberarsi da quella indegna
schiavitù, ella poteva ora occuparsi di lui, influire sui suoi buoni
istinti... adoperarsi per quell'anima che doveva aver tanto di buono,
di suscettibile al bene. Libero ora... era libero!
Lo guardò con una subita inconsulta espressione di tenerezza e
d'orgoglio; il suo sguardo fu in quell'istante sì luminoso e sì dolce
ch'egli provò una repentina, indefinibile sensazione... Strinse un
pochino il braccio che posava sul suo e le sussurrò: — Cosa pensa...
adesso?...
Elisa provò una piccola scossa. Che domanda curiosa! Ma dopo tutto,
perchè non dire il vero?...
— Penso a voi — rispose dolcemente.
Egli si fece ancora più presso.
— E poi? — sussurrò con un'aria di monelleria, ove entrava una latente,
esitante tenerezza.
— E poi — continuò Elisa sorridendo — penso quanto sarebbe contenta...
vostra madre.
Aveva detto il vero, cioè quello che era, passato, colla parvenza
del vero, nella purissima anima sua. Le aveva morso il cuore in
quell'istante l'idea di quanto dovesse esser debole Tecla nel suo
affetto materno, scusabile nella sua cieca adorazione del figlio. Così
ella aveva velato a se stessa il suo pensiero!...
Roberto non rispose. Si morse vivamente il labbro inferiore. Un rossore
impetuoso salì alla sua fronte e una durezza si accese nel suo sguardo.
— Ah! — disse brevemente — grazie tante!
L'accento era scevro d'ogni suono di gratitudine; suonava anzi così
acre ch'ella si voltò meravigliata a guardarlo.
Lo vide sì rannuvolato in volto che gli chiese con sollecitudine:
— Non vi sentite bene?... Che viso scontento!... Potrei quasi
rivolgervi la domanda che mi avete fatto un momento fa: A cosa pensate?
Roberto ebbe un piccolo riso nervoso. — Penso ora per l'appunto, cara
Contessa, una cosa che avevo scordato un momento fa. Un appuntamento
con Neri Speroni, alle tre.
L'osservazione, fatta così, non aveva un'apparenza cortese e la
Contessa n'ebbe un senso sgradito... il senso d'una puntura di spillo.
Ma subito la sua bontà e la sua indulgenza ebbero il sopravvento:
— Mi spiace di questa dimenticanza — disse affrettando il passo... — è
colpa mia. Ma non sapevo; avreste dovuto dirmelo.
— Oh! non importa. Infatti, avrei dovuto pensare... Scommetto ch'ella
mi considera ora come un ragazzo male educato.
— No... — diss'ella sorridendo. — Ma che andate pensando, Roberto?
— La verità, Contessa. Ovvero — no... scommetto invece ch'ella ha per
me dei tesori d'indulgenza, ispirata dal suo cuore... materno.
L'accento aveva un'acrimonia bizzarra, una ironia alla quale la
Contessa non era preparata. Avevano passate assieme così piacevolmente
tutte quelle belle ore con tanta confidenza, così lieti! E adesso...
Scosse il capo dolcemente e scherzando: — Niente affatto — disse:
— sono in collera. — Ma andiamo un pochino più in fretta. Piove sul
serio, sapete?
Infatti la piccola piova prendeva l'aire d'un acquazzone, ed essi erano
ancora lungi dall'uscita. Presero a camminare frettolosi e in silenzio,
scambiando poche parole. E quando giunsero allo sbocco sotto il portone
di Palazzo Pitti, Elisa era un pochino trafelata, perchè davvero aveva
fatta una bella corsa. Pioveva ora che Dio la mandava.
Nel momento in cui erano giunti a riparo, ella aveva spiccato il suo
braccio da quello di lui. Con sua grande sorpresa aveva sentito un
lievissimo moto di resistenza. Ma poi, subito, l'aveva lasciata libera.
Roberto offrì d'andarle a cercare una carrozza e la lasciò sola per
un momento. Tornò poco dopo colla carrozzella, che aveva agevolmente
trovata. Nell'entrare in carrozza e vedendo ch'egli stava per
accomiatarsi, Elisa gli chiese se volesse venire con lei. Lo lascerebbe
al Club o a casa sua, come credeva.
Egli ricusò; preferiva andare a piedi.
— Con quest'acqua? Roberto, non vi farà male?... E poi, il vostro
appuntamento?
— Oh non importa. E non soffro dell'acqua.
S'indugiava, come suo malgrado, presso la carrozzella. Elisa gli porse
una mano.
— Allora, addio Roberto... e grazie della cara compagnia. È stata una
giornata piacevolissima, e... se sapeste come mi ha fatto piacere! Mi
avete fatta rivivere una specie di gioventù... Non venite proprio?...
Dunque, a rivederci presto, nevvero?...
Egli s'inchinò, mormorando qualche parola cortese, poi si ritrasse con
un cerimonioso saluto. La carrozza mosse celere verso via Toscanella.
La Contessa frenò un impulso, quello di sporgere il capo fuor dal
mantice calato per vedere ancora una volta quella bellissima faccia di
Roberto Rescuati. Non lo fece; si spinse indietro, rannicchiandosi nel
suo cantuccio.
— Come è capriccioso; — pensò, — come si è stancato così ad un tratto!
Ma... è libero, ora, è libero...
Come strepitava lieta la piova sul lastricato, come trottava allegro
il ronzino del fiaccheraio! Come echeggiavano sonore nell'aere le
sue scudisciate! Perchè si era stizzito, all'ultimo, Roberto? Glielo
chiederebbe subito la prima volta che verrebbe da lei: domani, forse...
Ma nè l'indomani, nè dopo, Roberto venne da lei. Invano ella non uscì
per attenderlo, invano, ad ogni oscillazione della portiera riflessa
nello specchio, ella alzò il capo, quasi commossa, nell'attesa del noto
e simpatico aspetto. Il suo capriccioso figliuolo pareva avere scordata
la strada della palazzetta in via S. Gallo.
Lo attese, stette in casa parecchi giorni, per non perdere la sua
visita. Strano che le mancasse così... Perchè non veniva più? Se lo
chiedeva ogni tanto con una specie di bizzarra angoscia. — Pure, ora...
era libero. — Come occupava il suo tempo?
La domanda la crucciava, iterandosi di frequente nel suo pensiero...
Ora la riferiva a Tecla... ora al suo progetto per Marina. Sicuro;
per Marina. — Perchè anche stavolta le cose non si mettevano bene.
— E forse un pochino per colpa sua... perchè non s'era adoperata
abbastanza. — E ora correva una voce strana, di uno strano
matrimonio in vista per la giovane Negroni. E se fosse colpa sua quel
matrimonio... colpa di una vendetta del destino sul suo poco zelo,
sulla sua negligenza a procacciare il bene di Marina, la felicità di
Roberto?
Un timore la coglieva quando pensava a ciò.