VI.

Di ritorno dalla famosa gita, donna Marina Negroni salì direttamente in

camera sua.

La cameriera venne a prestarle i suoi servigi. Ella lasciò fare, in

silenzio, con una inerzia di tutto l'essere, che non le era solita.

Quand'ebbe indossata la lunga vestaglia di flanella bianca, che metteva

quando voleva rimanere sola nella quiete del suo appartamento, si

diresse verso la sua lunga poltrona chinese. Ma, prima di adagiarvisi,

si rivolse alquanto duramente alla cameriera, che rimaneva al suo posto

in atteggiamento di attesa:

— Ebbene, che c'è ancora?

La Clelia aspettava gli ordini. A che ora doveva venire a pettinarla?

Che abito comandava pel pranzo?

Allora soltanto Marina si rammentò. Infatti, gran pranzo di gala quel

giorno in casa d'Accorsi: ci sarebbero i d'Urbino, un ex-ministro

inglese di passaggio a Firenze, gli sposi d'Argovano e Sua Altezza il

principe Luitpoldo Hetzengenfeld.

Un principe regnante, se vi piace. A dir vero, il suo Principato non

era di una vastità ragguardevole; comprendeva un territorio le cui

proporzioni erano una via di mezzo fra la Repubblica di S. Marino

e quella di Val d'Andorra. Ma tant'è, anche in quel ritaglio di

Principato ci capiva uno scampolo di Corte, un minuzzolo d'esercito e

un campioncino di Sovrano... Incorreggibile, quella Germania!

Donna Marina rimase un istante sopra pensieri.

La cameriera attese ancora, attonita, tanto erano poco abituali nella

sua padroncina l'indugio e la procrastinazione. Soleva discutere a

lungo, diligentemente, ogni particolare della sua acconciatura, in

siffatte occasioni. Ma stavolta disse soltanto: — Suonerò — con un

gesto di commiato che non ammetteva repliche.

La cameriera non osò insistere. Si eclissò in silenzio.

Allora, quando fu sola, donna Marina fece qualcosa d'insolito.

Venne meno alla perfetta moderazione della propria immagine. E

inconsciamente, proprio senza pensarci, assunse una delle più belle

e sincere attitudini che una mente d'artista abbia mai attribuito ad

un'immagine di donna. Stette, come sta la Saffo di Pradier, seduta,

col busto ripiegato su sè stesso, colle mani nervosamente intrecciate

attorno al ginocchio destro rialzato. Il capo chino, il collo teso,

le labbra compresse, le nari allargate. Nell'incavo marcato delle

occhiaie, lo sguardo lungo, calmo e disperato; lo sguardo saturo del

convincimento dell'indifferenza di Faone!

Pure, donna Marina non aveva nulla di comune con Saffo. Era bella

anzitutto e nessuno ignora che la storia ha ostinatamente negato

questo privilegio all'infelice poetessa di Lesbo. Ma in quel momento,

c'era un'identità. Anche lo sguardo di donna Marina vedeva qualcosa,

qualcuno perdersi vagamente nelle brume dell'orizzonte. Non Faone per

l'appunto... benchè... Oh! ma a ciò non bisognava badare... E quella

che scompariva così, sempre così, era soltanto la solita larva!

Aveva venticinque anni ormai, quasi ventisei...

Oh! era terribile!... sentirsi bella, sapersi dotata di rare qualità

di carattere e d'intelletto e colpita, ciò non ostante, dalla fatalità

cieca di una condanna! Non poter essere amata, non saper destare una

passione sincera, schietta, un desiderio acuto, irresistibile nel

cuore di un uomo! Ma un uomo eleggibile, qualcuno ch'ella potesse

sposare, che potesse darle una posizione normale, e toglierla a quella

di ospite, di beneficata del Duca d'Accorsi. Ella che tutto sapeva,

che tanto vedeva! Oh! sì, in quell'ambiente sì eletto, sì ricco,

ove erano in apparenza sì largamente appagate tutte le vanità della

donna, che continua flagellazione de' suoi più intimi e più sacri

orgogli! E che brutale, che suprema necessità di non aver cuore, di

difendersi sorridendo, senza allontanare, senza disgustare alcuno,

sentendosi di fronte all'incredulità più o meno celata della vera

rigidità dei suoi principii, all'ingenua meraviglia ch'ella non fosse

abbastanza... figlia di sua madre! Marina aveva, tanto per suo conforto

quanto per suo tormento, un'implacabile serenità di raziocinio, la

visione precisa, netta, infallibile delle ferree necessità della

vita. S'era prefissa uno scopo unico e nulla doveva distrarla da

questa preoccupazione. Fare un buon matrimonio, che le procurasse

una posizione larga, comoda, circondandola della stima, della

considerazione generale: poichè di ciò sopratutto ell'era assetata. Lo

sapeva bene ciò che il mondo vuole, per accordarvi il sorriso del suo

_placeat_, il privilegio delle sue indulgenze! E in questa sua guerra

di conquista, colla coscienza della mancanza del più valido dei mezzi,

il dono di piacere, Marina aveva accuratamente, _a priori_, esclusa

la possibilità di un altro intervento, quello dei proprii sentimenti,

del suo cuore. A che le avrebbe servito, col suo sistema, colla sua

volontà di riescire, in ogni modo, con una già preparata, sempre pronta

immolazione dei propri sentimenti personali?

Cominciava, però, a esser stanca. La lunga, interminabile attesa la

snervava. Ogni tentativo fallito pareva lasciare una delusione sempre

più dolorosa nell'intimo suo. Le pareva che ella e il tempo non

lottassero più a condizioni uguali. Credeva sempre al suo sistema, lo

riteneva il solo attuabile, nell'anormalità crudele delle circostanze.

Ma i sorrisi sereni, la calma imperturbabile, la grazia perfetta,

l'uguaglianza tanto amena del suo carattere, oh lei sola sapeva cosa le

costavano ormai! E quel doversi prestare, con apparente incoscienza,

senza convincimento della riescita, ma solo per debito di coscienza,

alle benevoli imprese degli amici... Quest'ultima, per esempio, il

tentativo di Elisa, la sua ingegnosa trovata perchè ella potesse

trovarsi col giovane Rescuati!

Non aveva mai creduto.... oh no.... neppure un momento. Non rammaricava

che l'occasione perduta, s'intende.

Pure, stavolta, le pareva più dura, più crudele delle altre delusioni!

Forse perchè veniva appunto dopo tante altre!...

Non volle chiedere altro al suo pensiero. S'indignava già seco stessa

d'aver tanto sofferto per una cosa che non doveva tornarle nuova. Ma

era stanca, stanca di tutto ciò; non ne poteva più!

Scompose la sua inconscia posa di Saffo, e celò il volto fra le mani,

mordendosi forte le labbra.

Balzò in piedi ad un tratto! Qualcuno, senza aver avvertito nè

chiamato, stava per aprir l'uscio della sua camera.

— Non si può, — disse Marina con accento irritato e supponendo fosse la

cameriera.

Ma un tranquillo — Son io, — la colpì di meraviglia. L'uscio s'aperse

senz'altro. Non era la cameriera, era qualcuno che non soleva fare

frequenti visite al terzo piano del palazzo, la duchessa Ginevra

d'Accorsi.

— L'accoglienza non è troppo incoraggiante, per una persona che fa sei

capi di scale per venirti a vedere. Bisognerà far mettere un ascensore

anche da questa parte, a proposito!

La figlia accostò premurosamente una seggiola alla madre, che vi si

lasciò cadere, guardando Marina con quell'espressione di freddo esame,

che aveva per effetto immediato di rendere Marina più che mai cauta e

padrona di sè stessa.

La giovane rimase in piedi silenziosa. La sua attitudine ora era

pronta, vigile, difensiva.

A modo loro, quelle due donne si amavano. Nei tempi passati — quei

tempi di estreme, di valorosamente dissimulate strettezze, il cui

ricordo non pareva neppur possibile in casa d'Accorsi — la vedova

Negroni aveva fatto molto, sofferto pure qualcosa, per tener seco

la figlia, reclamata dalla famiglia del marito. Condizione _sine qua

non_ del suo matrimonio col duca d'Accorsi, che Marina fosse tenuta ed

allevata in casa. E Marina non si era mostrata ingrata.

La Duchessa aveva ogni tanto delle malattie nervose, che non rendevano

facili le mansioni dell'infermiera, e questa era invariabilmente ed

esclusivamente sua figlia. Ma non avevano l'una per l'altra nè simpatie

di vedute, nè omogeneità di carattere e di principî. Coll'andar del

tempo, la vita in comune veniva offrendo ad entrambe delle gravi,

odiose difficoltà!

— Ebbene, — disse la Duchessa, allungandosi comodamente nel seggiolone,

— come è andata questa gita?

— Benissimo, — rispose Marina.

— Ah! ti sei divertita?

— Assai.

— I cavalieri della brigata sono stati amabili?

— Amabilissimi.

— Specialmente il conte Rescuati, nevvero?

Marina si morse le labbra. Il suo primo impulso era stato quello di

lasciar credere alla madre che il giovane avesse preso parte alla

gita, ma il sorriso ironico della Duchessa ammonì la giovane che il suo

giuoco sarebbe stato facilmente smentito.

— Ah! — disse con indifferenza — sai?...

— Ma certo! — rispose la Duchessa, ridendo. — Mi fu narrata tutta la

storia or ora da Dino, il quale l'aveva udita mezz'ora fa, al Club, da

Neri Speroni. Il raffreddore, le notizie. Ah... ah! Un vero bozzetto di

Gyp... E l'incontro al Restaurant, mentre egli vi credeva lassù, da sir

Temple! Neri dice che era qualcosa d'impagabile la faccia di Rescuati.

Ah! avrei voluto esserci! Dev'essere stata assai comica... Pare ch'egli

ne sia innamorato davvero. Pel quarto d'ora.

Marina non rispose. Alzò quasi impercettibilmente, con una mossa piena

di moderazione e di filosofia, le bellissime spalle.

— Bisogna convenire, — prosegui la madre, — che quella tua cara

protettrice ed amica ha tutte le qualità di questo mondo, eccetto

quella di riescire nell'esecuzione dei suoi benevoli intenti. Anche

stavolta non ha avuto buona mano, come suol dirsi volgarmente. Me ne

rincresce per te, benchè, a dir vero, non fosse un partito eccezionale.

Ma per lei, ebbene, sì, ci ho un gusto matto!

Rise ancora, mettendo in mostra una dentatura larga un po' ingiallita,

ma forte e sana. Di quei denti che, se si mettessero a mordere nel

vivo, porterebbero via agevolmente il loro pezzetto di carne.

— Perchè? — chiese tranquillamente Marina. — Cosa ti ha fatto? Pensa

che servigio ha tentato di renderti! Dovresti esserle grata, almeno

della buona intenzione.

— E chi ti dice che non lo sia, — ribattè la Duchessa, mettendo, nel

sarcasmo della sua risposta, lo stesso accento di moderazione del quale

s'era valsa la figliuola. — A me non ha fatto nulla. Ma una lezione la

meritava, colla sua manìa di protezione, colle ridicole arie materne

che si dà con quel giovane, il quale mi sembra, dopo tutto, un grande

imbecille. Almeno suppongo. Potrebbe darsi invece che non lo fosse per

nulla.

Ebbe un sorriso enigmatico e bizzarro.

Ma tosto mutò voce e maniera e assunse quel suo fare incisivo e

determinato che non ammetteva tergiversazioni.

— Marina, — disse alla figlia, — sono salita appositamente per parlare

con te di qualcosa che preme. Ma la verità, nevvero? una volta tanto...

Marina chinò il capo con un cenno di calmo assenso; ma era ben decisa

a non dire, in fatto di verità, più di quel tanto che le parrebbe

conveniente.

— Non ti ho fatta una raccomandazione superflua, — insistè la Duchessa.

— Ci sono dei casi in cui la semplice verità costituisce la migliore

delle astuzie. Ma veniamo al fatto. Il conte Rescuati, per una ragione

o per l'altra, non pensa a prender moglie e non pensa a te. Così è,

nevvero?

— Così è, infatti. E poi?

— Allora tu, naturalmente, rinunzi...

— Scusa. Il termine non è esatto. Non sono io che rinunzio, è lui che

non ci ha mai pensato; io non sono in causa.

— Sta bene. Ma (la domanda non ti sembri strana, non lo è) ti spiace

questo fatto, più di quanto comporti lo svantaggio materiale della

circostanza? Non hai provato per quel giovane.... No, non affrettare la

risposta, pensa un momento, prima di rispondere.

Marina attese, infatti, docilmente un momento. Ma solo per adottare,

immutabile, una linea di condotta.

— No, — disse poscia con tutta la voluta posatezza, — non ho provato

nulla.

Mentiva ora, alteramente, per un senso d'intimo orgoglio, perchè, anche

se non era, _doveva_ esser così. Mentiva e a sè stessa ed alla madre

sua. Roberto aveva avuto uno strano privilegio, senza saperlo e senza

cercarlo. Aveva destata una segreta emozione, forse la prima, nel cuore

di donna Marina Negroni.

— No, dunque? — insistè la madre...

— No, — rispose tranquillamente la figlia.

— Ebbene, meglio per te, mia cara Marina. Allora, nè in questa, nè in

altre occasioni, hai mai provato...

— L'amore, vuoi dire?

— Sì, l'amore, se credi. Oh Dio, ha tanti nomi, tante personificazioni!

Sentimento, capriccio, distrazione, che so io....

— Oh! Ha tanti nomi, infatti. Ma vedi; qualunque idea rappresentino

questi nomi, essa non è fatta per me. Non ho, pare, il dono d'ispirare

quest'amore, ma neppure, grazie a Dio, la capacità di sentirlo. È un

divertimento che lascio ad altri.

Quest'ultima frase le era escita, calma, dall'anima in tempesta.

L'esasperazione gliela aveva strappata, quasi inconscia, dal labbro.

Ma la Duchessa non parve avvertirne tutta l'acerba portata. Guardò

sua figlia con una specie di benevolenza indulgente, che Marina non

riusciva a spiegare a sè stessa.

— Ah! così... proprio? Oh! non ti do torto per nulla; anzi. Ma

ora che abbiamo assodato che il conte Rescuati ti è perfettamente

indifferente... perchè è così nevvero? ti è perfettamente indifferente?

— Paganini non ripete, — rispose la giovane. — È assodato tutto ciò che

vuoi. Scusa... dicevi?

— Dicevo, mia cara, soltanto questo. Cosa conti di fare stasera per

la tua _toilette_? Abbiamo il principe di Hetzengenfeld... un uomo

simpaticissimo, come sai.

L'accento sottolineava la frase. Marina comprese.

Una rapida, nuova specie di sofferenza le sfiorò rapidissima il cuore.

— Un'altra impresa? — chiese alla Duchessa, con un sorriso che le costò

un grande sforzo.

— Un'altra impresa — rispose la Duchessa. — Ma la mia, questa volta.

L'ultima primavera: romanzo · 第 11 / 24 题