La contessa Elisa Serramonti aveva, lo sappiamo, molti amici. Il
migliore fra questi era indubbiamente Marcello Plana.
Meglio di ogni altro, egli conosceva ed apprezzava quella donna. La
sua ammirazione era più sagace di quella degli altri. Sapeva di lei
qualcosa che essi e lei stessa ignoravano. La trovava troppo perfetta,
troppo satura di saggezza e di ragione. Una volta le aveva detto
ch'ella soleva esser giusta per tutti, meno che per una persona, la
quale un giorno o l'altro avrebbe potuto vendicarsi. Elisa non era mai
riescita a fargli dire chi fosse questa persona.
Marcello Plana ed Elisa Serramonti non erano sempre d'accordo. Forse
era provvidenziale per la prospera sorte dell'amicizia loro che non
abitassero nello stesso luogo.
Avrebbero finito col fraintendersi.
Egli era talvolta pungente nei suoi apprezzamenti, mordace nei suoi
giudizi; la singolare sua penetrazione rendeva formidabilmente indovino
il suo spirito. Aveva per quella donna, che tanti invidiavano e che
conduceva un'esistenza sì consona ai propri gusti, una specie di
bizzarra pietà, ch'ella avvertiva bene spesso, provandone una vaga
irritazione intima. Non amava d'essere compatita.
Su un punto, più specialmente, s'accentuava il loro disaccordo. Egli
la consigliava a rimaritarsi. Ma ciò per l'appunto, ella non voleva.
Adduceva a sua difesa cento e una ragioni, tutte stimabilissime e molto
logiche. La litania cominciava e finiva invariabilmente con una nota
antifona: «Ho trentasette anni. È troppo tardi per ricominciare la
vita».
Ma anche in altri argomenti erano spesso di opinione opposta. Ed Elisa,
seduta al suo scrittoio, una bella mattina, sulla fine del dicembre,
mordeva lievemente la punta del suo artistico portapenne di tartaruga,
pensando che ora doveva pure mantenere la sua promessa e parlargli di
Roberto.
L'argomento era ingrato. Ella non sapeva come dirgli, nè come celargli
che il giovane, da qualche tempo in qua, non aveva fatti grandi
progressi nella perfezione, anzi.... Aveva lasciato apposta poco spazio
nel foglio per non poter dilungarsi sul soggetto.
Depose la penna e sospirò.
Che peccato!... Non era un cattivo giovane. Non si poteva chiamarlo
corrotto, nè perverso. Buono, dopo tutto, senza boria, franco, con una
certa disinvoltura e molta semplicità. Si vestiva meglio assai, ora,
aveva perso subito, comprendendone tosto il ridicolo, alcune abitudini
di vita di piccolo centro. Dimostrava un certo tatto, non aveva fatto
passi falsi. Nella cricca esclusiva, diffidente, della gioventù dorata,
aveva incontrate amicizie ed il minor novero possibile delle prove
inevitabili ad un novellino. Era presto diventato uno dei loro. Pietro
Galigay gli dava del _tu_, Cosimo Acciajoli lo aveva raccomandato
al suo sarto di Londra e Dino Follemare faceva spesso colazione con
lui da Giacosa, dietro quella grande invetriata che dà sulla via
Tornabuoni, di faccia a palazzo Strozzi, il che significava a tutta
Firenze come Roberto Rescuati fosse stato giudicato favorevolmente
dal più schizzinoso e serenamente medioevale di tutti i gentiluomini
fiorentini. Di Rescuati si parlava con simpatia, senza derisione.
Uomini e donne avevano poi espresso con mirabile accordo l'opinione
che Elisa aveva sì coscienziosamente combattuta quando l'aveva udita
esternare da Marcello Plana.
Tutti e tutte opinavano che Roberto era un bellissimo giovane.
Questa bellezza, sulla quale alcune signore trovavano argomento di
profonde osservazioni estetiche, non colpiva guari la Contessa. Non
negava nè l'armonia delle fattezze, nè quella delle forme; pensava
talvolta, vedendolo, ch'egli avrebbe potuto servir di modello per
qualche statua di Antinoo, per qualche ritratto di Narciso al fonte.
Cioè, no... Narciso era vano e Roberto no... Questo no! decisamente no!
Bisognava rendergli giustizia.
Riprese la penna e scrisse a Marcello Plana, come aveva promesso
di fare, cioè sinceramente, sul conto di Rescuati. Gli disse che lo
vedeva meno da qualche tempo, ch'egli frequentava molto la società dei
giovani, poco quella delle signore, che, quanto al noto progetto, per
ora non si potevano far pronostici.
Chiuse così il paragrafo riguardante Roberto. Avrebbe potuto
prolungarlo, riferire una vaga diceria sul conto del giovane, e di una
stella d'operette... diceria che qualcuno si era preso il divertimento
di riferire a lei. Ma ella non l'aveva creduta e perciò non si credeva
in obbligo di citarla. Oh Dio! una delle rondinelle dell'_Augellin Bel
Verde!_... al Politeama. Impossibile!
Non accennò dunque all'_Augellin Bel Verde_, nella sua lettera a Plana,
e credette di cader dalle nubi, quando nella pronta risposta dell'amico
trovò una lontana sì, ma non dubbia allusione alle _distrazioni_
musicali e drammatiche che il giovane provinciale aveva subito saputo
trovare a Firenze. Ah! era vero, dunque!...
Ebbe un sorriso triste. Oh, ella non si era ingannata giudicandolo
tanto fanciullo, tanto: come gli altri!
Pensò a Tecla, e sospirò. Povera donna... povera madre! L'_Augellin
Bel Verde!_ E Marina Negroni? e tutti i suoi progetti, i suoi sogni?
Invece, l'_Augellin Bel Verde!_... Non già che si meravigliasse
tanto... Un po' di vita la conosceva, e la dimora in Firenze è
piuttosto atta a capacitare anche le anime più ingenue di quanto esse
potrebbero forse ignorare altrove. Ma così, per l'appunto...
Un giorno, da Vieusseux, s'imbattè colla duchessa d'Accorsi, che
cercava una pubblicazione d'arte industriale del 700, per certi suoi
mobili d'un nuovo salotto. Le due signore non si vedevano da qualche
tempo e la Duchessa ne espresse cortesemente il rammarico ad Elisa.
— Sempre occupata, mia cara? E neppure quel caro Rescuati non si fa
vivo! Gli ho fatto le più commoventi _avances_ per onorare la sua
raccomandazione, ma mi ha dimostrata una nera ingratitudine. Peccato!
un carissimo giovane. Ma una vera Pelle Rossa, per la sociabilità.
Dovrebbe sgridarlo un tantino lei, Contessa... che ha tanta influenza
sull'animo suo.
La Duchessa non era di buon umore quel giorno. Quei terribili nervi
agivano sì direttamente, talvolta, sulla sua lingua.
Ma Elisa invece era molto calma e sorrise serenamente.
— Infatti, Duchessa, il conte Rescuati è colpevole di molte negligenze.
È ancora un po' selvaggio forse e stenta ad orientarsi. Bisogna
perdonarlo.
— Oh! — interruppe la Duchessa, — è imperdonabile, con una stella
polare come quella che il destino ha messo a capo della sua vita!...
Il complimento era detto con molto garbo; pure Elisa ebbe il senso di
una puntura.
Guardò in volto, fissa, la Duchessa.
— È molto giovane — rispose con dolcezza — e in questi giorni sta
organizzando la sua nuova dimora. Io stessa lo vedo assai poco.
— Male, — disse la Duchessa ridendo. — Mi hanno detto ch'ella ha molto
a cuore l'avvenire di quel giovane.
— È vero — rispose Elisa. — È il figlio della mia migliore amica.
— Oh! naturalissimo che abbia dell'interessamento per lui. Ebbene,
giacchè è così, mi permetta un consiglio. Lo esorti a frequentare
la buona società. Ciò lo salverà forse dai pericoli della cattiva.
Pare, che sia già un pochino sulla via di questa. Noi, naturalmente,
ignoriamo tutto ciò, e parlarne a lei è una vera profanazione; ma ho
sentito da questi scioperati... Carina, sa... oh! ha buon gusto il suo
protetto, una colonna della Compagnia Scalvini! Una cosa da nulla,
s'intende! Questione di un po' di tempo e di quattrini sciupati. Il
suo protetto se la caverà benissimo come gli altri e tornerà, da buon
figliuol prodigo... all'ovile. Ma bisogna proprio che scappi, ho fatto
tardi. Come son contenta d'averla veduta! Un amore quel suo mantello.
Laferrière, nevvero? Si capisce lontano un miglio. Marina l'aspetta pel
concerto martedì. Cara Contessa...
Le strinse la mano calorosamente, e se ne andò contenta. Stava meglio,
ora, dei suoi nervi.
*
* *
Ah! quell'orribile _Augellin Bel Verde_! Non solo dovette udirne
parlare quella povera Contessa, ma un giorno fu proprio costretta a
vederlo.
A tutt'altre sorti era stato predestinato quel giorno. Elisa lo aveva
scelto, fra tanti, per la sua famosa gita a Vincigliata.
Conosceva personalmente il proprietario dell'antica dimora medioevale,
da lui ritornata, con sì profonda e splendida intelligenza della
storia e dell'arte italiana, all'antico essere. Non aveva d'uopo, per
penetrare in quella splendida residenza, del permesso, limitato pel
volgo dei curiosi ad un solo giorno della settimana. Il proprietario
di Vincigliata si reputava fortunato, quando poteva farne personalmente
gli onori, alla contessa Serramonti ed a quanti amici suoi ella volesse
far partecipi del privilegio. E di questi amici ella aveva fatto
stavolta un'accuratissima scelta.
Tre signore e quattro uomini. Lei, Marina Negroni e mad.e Cholet,
la sapientissima moglie di un arcisapiente professore belga, venuto
a Firenze per certe ricerche sui fasti Medicei e raccomandato alla
Contessa da un vecchio collega del padre suo. Il comm. Gerra, il duca
di Sant'Eremo e Roberto Rescuati.
A questo ella aveva già fatta la proposta della gita il giorno prima.
Roberto, preso così all'improvviso, accettò l'invito, senza però
dimostrare un soverchio entusiasmo. Breve, non osò ricusare, benchè
ne avesse una voglia terribile, che la Contessa o non ravvisò o
coraggiosamente neglesse.
Il convegno era per le otto in casa Serramonti. Si giungeva a
Vincigliata alle nove e mezzo. Visita, _lunch_, due ore. Il ritorno
poteva esser effettuato per il mezzodì.
Ell'era molto fiera di aver combinato tutto ciò. Era riescita
finalmente a riunire, per quella geniale trottata, Marina e il suo
protetto. Possibile ch'egli potesse sottrarsi completamente al fascino
della bellezza di lei? Già parecchie volte i due giovani s'erano
incontrati in casa sua o nel suo palco alla Pergola e non parevano
trovarsi male quand'erano insieme. Marina sapeva qualcosa dell'arte
ippica, non era mai noiosa, non sfoggiava cognizioni inquietanti.
Era seria, con una semplicità di modi e di frasi che parevano far
fede d'una mente solida, scevra da preoccupazioni personali. Ella non
pareva mai in causa. In realtà aveva un'unica, suprema preoccupazione:
sè stessa e il suo avvenire; non si perdeva di vista, neppur per la
frazione di un secondo. Aveva immediatamente subodorati i progetti
della Contessa sul suo conto e sul conto di Roberto. Ma serbava
accuratamente per sè quella cognizione. Istruita da una amara sequela
di esperienze, non si faceva illusioni, ma stava in agguato degli
eventi. Non aveva la fede, quella che salva, ma faceva lo stesso,
coraggiosamente, il suo dovere.
Il che è ammirabile, come sapete.
La Contessa s'era alzata alle sette, ed era già pronta quando le
recarono una letterina, testè consegnata ai suoi dal domestico di
Roberto. Il conte Rescuati, dolentissimo, si scusava. Un violento
raffreddore lo obbligava a letto. Mille scuse. Oh, un profluvio di
scuse!
Dolente, ma soprattutto inquieta, la Contessa volle interrogare il
domestico latore del biglietto. Un fiorentino puro sangue, raccomandato
a Roberto da Neri Speroni. Corretto, inappuntabile, con un par
d'occhi scintillanti, che dovevano averne viste di vario colore.
Aveva profittato dell'occasione per condurre a spasso Arnetto, il cane
lupetto, tutto bianco, del suo padrone.
Rassicurò rispettosamente la signora che lo interrogava.
— Il signorino era venuto a casa per tempo la sera prima, e s'era
coricato con un forte dolor di capo. Gli aveva detto di svegliarlo per
tempo la mattina; poi quando si doveva alzare... insomma... non aveva
potuto, per il grande raffreddore. Ma cosa da nulla. Un po' di letto e
tutto passerebbe.
Elisa congedò il domestico colla sua solita affabilità e rimase
impensierita e mortificata. Che contrattempo per tutte le sue
combinazioni!... E purchè davvero non fosse nulla quel raffreddore! A
volte cominciavano così alcune malattie.
Volontieri avrebbe rimessa la gita ad un altro giorno. Ma era tutto
combinato e non si poteva. Chiamò Pietro, il suo vecchio domestico, e
gli raccomandò che andasse verso le undici e mezzo a prender notizie
del conte Rescuati. Le avrebbe così, recentissime, al suo ritorno.
Gli altri invitati, non essendo stati colti dal menomo raffreddore,
giunsero tutti all'ora indicata e udirono imperterriti l'annunzio dato
loro dalla Contessa del mancato intervento del giovane Rescuati. La
coppia esotica non lo conosceva. Gerra e Sant'Eremo non avevano per lui
una simpatia molto pronunziata e Marina non parve affatto turbata da
quell'annunzio. Sperò colla Contessa che fosse cosa da nulla.
La comitiva si mise in moto, con tutta la buona voglia immaginabile
di godersi la gita. La mattinata era freddina ma bella e nei due
_landeaux_ la conversazione non languiva. Nulla avrebbe potuto far
sospettare le materne apprensioni della Contessa e l'acerbo, il cocente
disappunto di Marina Negroni.
L'arrivo, la visita al Castello, il _lunch_, tutto ebbe luogo
felicemente e nel modo più indicato. La coppia forestiera fu al colmo
dell'ammirazione e dell'entusiasmo e tutti lasciarono quella strana e
splendida dimora colla solita dose di trasporto per la bellezza delle
cose vedute e per l'intensità dell'impressione generale. Al ritorno, la
Contessa ebbe un'idea, anzi, ne ebbe due. Volle percorrere la strada
dei Colli, per farne ammirare le bellezze ai suoi ospiti forestieri.
La mattinata era sì bella che tutti ebbero voglia di una passeggiata.
Scesero dalle carrozze e camminarono sino al Belvedere, ove fecero
sosta per ammirare quella infinita vaghezza di prospettiva, quello
spettacolo del quale sembra non potersi mai saziare l'occhio e l'animo
di chi lo contempla.
Ma, mentre s'indugiavano lassù, alla Contessa parve vedere un po' di
pallore sul volto di Marina. L'interrogò con premura... Si sentiva
male?... — Ma no... tutt'altro!... Era un po' di appetito.
Si constatò il fatto, ridendo. Si constatò pure che, per una strana
coincidenza, esso si riproduceva in varie proporzioni su parecchi fra i
componenti la brigata. Il _lunch_ era stato copioso, ma un'ora e mezzo
di trottata, quel po' di moto fatto a piedi, l'arietta frizzante...
— Se si facesse colazione qui? — suggerì a un tratto la Contessa.
La proposta fu accolta ad unanimità di voti. Solo si trattava di
trovare un luogo atto a realizzare il progetto sì bene accolto.
Il viale dei Colli è poco frequentato durante l'inverno.
Bello, ideale qual'è, oggetto d'ammirazione e d'invidia pei forestieri
che lo visitano, non gode, quanto meriterebbe di goderle, le simpatie
dei Fiorentini. Per questi l'attrazione delle Cascine è tuttora senza
rivali, poi non amano stancare, sulla lunga salita dei Colli, le loro
celebri pariglie di cavalli. Neppur durante l'estate quest'incantevole
passeggiata riesce ad accaparrare gran concorso di gente. I non molti
caffè, _restaurants_, birrarie che si trovano sul suo percorso, fanno
affari discreti, ma nell'inverno sono chiusi quasi tutti. Sant'Eremo
rovistò alquanto nei suoi ricordi del luogo, poi si offerse quale
esploratore. Si assentò per un quarto d'ora e tornò trionfante,
gridando da lungi: _Eureka!_ Aveva trovato. Un piccolo _restaurant_
civettuolo, a foggia di _châlet_, nicchiato in una specie di giardino.
Un'abbondanza d'edere, di ligustri, di lauri, alternati a fitte e
spesse macchie di bambù, davano a quel luogo una falsa, ma invitante
apparenza di episodio estivo, in mezzo alla nudità jemale della
campagna circostante. Perennemente aperto, quel piccolo stabilimento,
filiale della casa Doney e nipoti, gode di una certa riputazione
gastronomica, ed è spesso fatto scopo delle gite di gaie comitive
fiorentine.
Quella della Contessa fu premurosamente accolta dal personale
disoccupato, nella vasta sala pressochè deserta, dove alcuni tavolini
soltanto erano occupati da qualche esotica figura di touriste inglese
o tedesco. Il duca di Sant'Eremo assunse la direzione degli eventi,
e fece preparare un tavolo in disparte, in una specie di recesso,
davanti ad una larga porta a vetri, che permetteva la vista del
giardino e della vaghissima prospettiva sottostante. La colazione
fu tosto imbandita, e già le chiacchiere s'incrociavano, quando un
piccolo avvenimento venne a distrarre per un istante l'attenzione della
comitiva. Un allegro schioccar di frusta echeggiò sul vialetto che
faceva capo al _restaurant_ e subito si vide avanzarsi con trionfale
rapidità un drag a quattro cavalli con un carico di giovanotti, Neri
Speroni e consorti, fra i quali spiccavano due _toilettes_ femminili.
Una di queste _toilettes_ sfoggiava tutti i suoi pregi di vistosità
sgargiante sull'alto seggio del legno, a fianco dell'auriga. E l'auriga
era Roberto Rescuati Melli.
La contessa ravvisò tosto il suo «figliolo.» Indovinò (forse non era
difficile il farlo, neppur per lei, tanto n'erano caratteristiche la
bellezza e l'acconciatura) chi fosse quella specie di signorine ch'egli
conduceva lassù, in sì gaia comitiva. Non era nè abbastanza giovane,
nè inesperta del mondo per dare soverchia importanza a un fatto che
l'amabile disinvoltura della gioventù fiorentina le aveva messo qualche
altra volta sott'occhio! Pure, provò un senso impetuoso e indicibile di
pena.
Pensò a Tecla. Oh s'ella vedesse suo figlio così. E quella menzogna,
così inutile, così bassa, del biglietto inviatole! Un violento
rossore le salì alle gote, volse il capo con un atto involontario,
affatto istintivo. Marina represse l'ombra di un sorriso e non battè
palpebra. Gli uomini scambiarono un rapido sguardo d'intesa che si
ripetè parecchie volte, quando Neri Speroni, recatosi a terra d'un
salto, invitò con molta galanteria la bella compagna di Roberto a
volersi gettare nelle sue braccia, se aveva la menoma idea di scendere
e di far colazione. La signorina faceva delle difficoltà e mandava
degli strillini da pavoncella spaventata, ma poi si decise e calò con
mirabile arditezza, al conseguimento della quale non doveva essere
estranea una certa abitudine dei ponti sospesi e d'altri praticabili
della scena. Capitò dall'alto, come una vera rondinella ch'ell'era,
mentre l'altra signora, evidentemente un olocausto al decoro della
famiglia, fu laboriosamente calata a braccio da un domestico, in mezzo
agli evviva incoraggianti di quei signori.
La lieta brigata fe' irruzione nella sala del _restaurant_, dirigendosi
verso un tavolo poco lontano da quello ove la Contessa presiedeva
tranquillamente al suo _déjeuner_; ma, giunto presso a questa, Roberto
ed i suoi compagni si arrestarono... e un momento di visibile imbarazzo
si produsse nel gruppo. Una vampa di fuoco salì alle gote di Rescuati.
Esitò, incerto, se dovesse salutare; poi salutò, ma, subito, mutando
bruscamente direzione, condusse il suo drappello quanto più lungi potè,
all'altra estremità della sala, dove l'Augellin Bel Verde cominciò
tosto a discutere, a voce molto alta, il _menu_.
La Contessa aveva già ripreso la sua conversazione con Madame Cholet
sulle impressioni di Vincigliata. Donna Marina intratteneva gli
uomini colla sua solita grazia riposata e la colazione procedeva
tranquilla, nella serena ignoranza della più effusiva allegria,
che si andava suscitando all'altra estremità della sala. Laggiù le
risate echeggiavano, il _diapason_ delle voci si alzava alquanto;
ad ogni minuto si andava producendo lo strepito caratteristico dello
stappare d'una nuova bottiglia, benchè Neri Speroni dichiarasse, senza
complimenti, di non aver mai visto così ingrullito quel caro Bertino.
Finita la colazione, Sant'Eremo ebbe una idea felice. Chiamò uno dei
camerieri, e fece aprire l'invetriata che metteva nel giardino. E
di là, senza traversare la sala, abbreviando piacevolmente la via,
escirono all'aperto la Contessa e i suoi amici.
Il ritorno si effettuò felicemente e la brigata si divise col solito
scambio di congratulazione per la riescitissima gita.
La Contessa era appena rientrata nella sua camera, quando Pietro,
fedele alle istruzioni ricevute, venne rispettosamente a darle conto
della sua missione. Era stato, alle undici e mezzo precise, a prender
notizie del signor conte Rescuati. Aveva parlato col suo cameriere,
quello stesso ch'era venuto alla mattina. Il signor Conte era tuttora
coricato, ma stava meglio e si alzerebbe per il pranzo. Faceva mille
ringraziamenti.
— Sta bene — interruppe tranquillamente la signora e congedò Pietro.
Quando fu sola, si sentì, a un tratto, côlta da una grande malinconia.
La volgarità brutale di quell'episodio le aveva fatto male. Oh lo
sapeva bene che accadeva così... quasi per tutti: ch'era l'aria,
l'atmosfera, l'immensa contagione della vita. Quelle piccole farfalle
variopinte dall'esistenza effimera, quello sciametto di gaie tarme
sotto il cui lievissimo morso, ripetuto all'infinito, finiva collo
sbriciolarsi non ferito, no, solamente intignato, il cuore della
gioventù!... Una passione, un'illusione, sincera per quanto errata,
pazienza! Ma così!... E intanto, dall'altro lato, la schiera tacita,
malinconica dei cuori condannati alla vana attesa, i poveri cuori
assetati d'amore delle fanciulle, di quelle che vivono scordate,
trascurate... a cagione delle altre! Ah! povera Marina! E sarebbe stata
così adatta per lui!... Stavano così bene assieme!... Facevano una sì
bella coppia! Bellissimi entrambi.
Qui, un pensiero nuovo, inatteso, s'imbrancò fra quelli che irritavano
la sua mente, e la fece sorridere. Si ricordò di ciò che le aveva detto
Marcello Plana: lo troveranno bello e vi darà del filo da torcere.
A proposito, doveva mantenere la sua promessa. Scrivergli di lui. Lo
aveva fatto già, qualche volta... due, tre. Ma sempre con un lieve
senso di contrarietà. Poichè, in coscienza, non poteva dargli splendide
nuove del successo della sua missione. Ed egli rispondeva in un certo
modo, così curioso! Stavolta però ella provò un subito desiderio di
scrivere a Marcello Plana, di parlargli a lungo di quel suo indocile,
ricalcitrante pupillo. Pensò a scrivergli dell'episodio del mattino. Si
accinse a farlo, ma s'accorse, non senza una specie di sorpresa, che,
mentre cercava il modo spiccio, geniale, svolazzante della relazione,
questo modo per l'appunto pareva sfuggire di sotto alla sua penna.
Provò, cancellò, tornò a provare... niente. Diventava una storiella da
_Vie Parisienne_. Per scriver bene quelle storielle, bisogna ridere di
cuore, scrivendole, ed ella non poteva.
Tra lei e il suo solito buon umore c'era il pensiero di Tecla e quello
di Marina... il senso, la pietà degli affetti condannati all'inerzia,
il disgusto delle piccole cause, delle piccole volgari tentazioni,
della strettissima gora d'acqua stagnante, in cui affondano talvolta,
incoscienti, noncuranti le non forti anime.
— Non posso — disse. — Scriverò un'altra volta. — E lacerò il foglio.
Prese la _Revue des Deux Mondes_, si adagiò nella sua favorita
poltroncina di velluto di Genova, e cominciò a tagliare i fogli di uno
di quegli strani, dolci articoli di Renan sulle tradizioni bibliche
e sulla vita degli Apostoli, quelle pagine ove l'autore sembra avere
intinta la penna nella tavolozza sì umana e sì mistica a un tempo, del
nostro Morelli.
Ma due o tre volte, dallo sfondo luminoso del grande paesaggio
orientale, balzò fuori insistente, importuna, come un moscherino
che penetri nell'occhio, l'immagine di una personcina snella, di
una faccetta pallida di _veloutine_ e di bianco mal tolto, con un
cappellone impossibile e due immensi _accroche-cœurs_ che tracciavano
sulle tempie come due gran punti d'interrogazione. E l'Augellin Bel
Verde calava, ridendo e strillando, dall'alto del drag, dove se ne
stava Roberto colle quattro redini in mano e col gaio sguardo chinato
su di lei.