— Vedi, cara. È lassù.
La contessa Elisa accennava coll'ombrello ad una vecchia e semi
diroccata chiesuola, eretta sulla vetta di un colle, dal quale poco
distava ormai la carrozza. Il piccolo edificio era facilmente visibile,
in mezzo alla boscaglia denudata dai recenti venti autunnali, ma,
nell'estate, doveva a mala pena indicarsi nella ricchezza del frascato,
nicchiandosi con un gentile aspetto di chiesetta idillica. Ma in
quel giorno, sotto quel cielo triste, era triste anch'essa, la povera
cappella abbandonata.
La carrozza si fermò sul sagrato mentre dalla porticina ogivale esciva
ad incontrare le due signore un gentiluomo di nobilissimo aspetto, di
volto ancor fresco e di belle fattezze, a cui davano strano rilievo una
bella capigliatura affatto bianca, e due baffi grigiastri lunghi ed a
punte. Alto di statura, aveva nell'assieme dell'esser suo un'imponenza
geniale, simile a quella che fa dire a Calibano, quando s'imbatte con
Prospero, nell'isola dove questi è approdato, dopo la tempesta: — Avete
qualcosa, signore, ch'io chiamerei volentieri padrone.
Aiutò le signore a scendere di carrozza, complimentandole del loro
coraggio a sfidar le minaccie della piova. Poi scambiò colla contessa
Elisa un rapido sguardo d'intesa. Erano vecchi, eccellenti amici, quei
due!
Si fermarono un momento sul piccolo atrio a guardare la vista
fantastica, sotto il suo disuguale velame di nebbia, mentre Marina
girava assiduamente le rotelline del suo cannocchiale. Don Marcello
Plana alla Contessa:
— Mi sono presa una libertà. Ho condotto qui un mio amico. Mi
permettete di presentarvelo?
— Perchè no, Don Marcello? È un vostro concittadino?
— No, è bresciano. Il marchese Maurizio Fedimari. — Conoscete la
famiglia?
— Oh benissimo... _Bonne souche_, certamente... E che fa? si trattiene
a Firenze?
L'abilità di quella donna, per recitar la commedia, era qualcosa di
sublime; le tremava persin la voce.
Ma Don Marcello l'ascoltava serio serio, e Donna Marina, che avea
finalmente trovata la giusta misura del cannocchiale, guardava... oh
lontano, lontano assai nel paesaggio.
— Secondo, — rispose sagacemente Don Marcello. — È un tipo curioso
quel mio amico. Forma la mia disperazione col volermi sempre obbligare
a inventargli qualche nuova scoperta in fatto di arte. Si è divorato
Firenze in un mese, colui! Ora, per dargli ancora un piccolo osso
artistico da rodere, l'ho condotto qui. E, sentendomi al tutto
esautorato, in fatto di musei e di gallerie, ho pensato egoisticamente
di raccomandarlo a voi.
— Ma è un tradimento — disse la Contessa ridendo. — Come potrò?...
— Oh! con voi non c'è da sgomentarsi, in fatto d'arte. — Quando non ce
n'è più, ce n'è ancora. Fatemi questa carità, lasciate che vi presenti
il mio amico. E ora, entreremo in chiesa, se vi piace.
Entrarono in chiesa; una bizzarra vetusta cappelletta, le cui pareti
serbavano ancora qualche vestigio di due distinti stili di antica
dipintura.
Erano state evidentemente trattate a due riprese, e sotto la grossolana
maniera di un mediocrissimo pittore del secolo scorso, emergeva
l'austerità ideale ed ingenua di un pennello cinquecentista. Un
tratto di processione sacra, coi suoi gruppi serrati, senza spazio,
di profili bianchi, di testine rossiccie accatastate una a ridosso
dell'altra, di bizzarre foggie medioevali d'abbigliamenti, era troncato
bruscamente dai gonfi drappeggi del manto di una Giuditta, opera
del pittore più recente, mentre la faccia apopletica di questa si
perdeva alla sua volta in una nuvolaglia di salnitro del più nebuloso
effetto. Ogni tanto il mistico stile antico tornava a far capolino,
due delicatissimi nudi si rivelavano, nella loro squisita snellezza
di forme, al disopra di una ondulatura verdognola che, nell'intenzione
dell'autore, rappresentava le acque del Giordano, raffigurando così un
battesimo di Cristo abbastanza riconoscibile. In una cappella laterale
era alzata su un piedestallo una Madonna moderna, colla faccia di legno
di grossa bambola fatticciona, vestita di broccato, con sei vezzi
di granate al collo e con un paio di buccole a pendente, ma dietro
all'altar maggiore, nel vecchio trittico dall'oro spento, azzurreggiava
idealmente, cinta d'angioli esultanti, una Madonna di frate Angelico.
In un angolo della chiesetta, presso all'uscio della piccolissima
sacristia, il sacrestano aveva accatastato la sua scarsa raccolta di
patate, ma a sommo dell'uscio stesso, nella sua cornice intrecciata
di fiori e frutti, si sporgeva dal fondo cilestrino, in terra cotta
verniciata di bianco, uno di quei dolcissimi gruppi di madre e bimbo
ai quali si collega tuttora il pensiero di un caro nome, quello di Luca
della Robbia.
Tremolava lievemente, davanti all'altare, in un orribile lucernario
d'ottone, la fiammella devota, ma il lucernario, era appeso ad
una catena di leggerissimo fantastico lavoro in ferro battuto, una
meraviglia di squisito disegno e di quasi aerea esecuzione.
Il marchese Fedimari contemplava per l'appunto la catena del lucernario
quando la piccola comitiva fece irruzione nella chiesetta. Si voltò
naturalmente, e chiamato con un cenno da Marcello Plana, venne
presentato alle signore. Prima alla contessa Nardi, poi a Donna Marina
Negroni.
Questa e lui si guardarono, rapidissimamente. Entrambi sapevano. Egli
pensò: No. Ella pensò: Sì.
La contessa Elisa gli parlò tosto di Brescia, di un'amica sua bresciana
che... combinazione strana, era per l'appunto cugina di casa Fedimari.
Poi mossero tutti assieme a visitare la chiesetta.
Maurizio Fedimari era un giovane di aspetto fine e molto serio.
Intelligente, studioso e di tempra eminentemente sensibile, aveva
cercato, nell'assorbente influenza degli studi artistici, una
distrazione benefica e quasi un rifugio contro l'eccessiva suscettività
nervosa del suo temperamento ed il malessere continuo che formentavano
in lui la coscienza di una quasi insana timidità. Appunto per reagire
contro questa, si costringeva talvolta a prendere delle grandi
risoluzioni. Così era venuto nel divisamento di prender moglie e aveva
detto a Marcello Plana: — Trovamela tu — in una specie di accesso
di coraggio disperato. Si riservava, naturalmente, la conferma della
scelta dell'amico. Per tutte le circostanze secondarie, gli aveva data
carta bianca.
Povera Marina... Ella faceva serenamente, correttamente, il dover suo.
Ammirava con perfetta misura quanto c'era da ammirare nella cappella,
ascoltava con doverosa simpatia le elaborate spiegazioni del giovane.
La timidità naturale di Fedimari era sopraffatta colà dall'assoluto
bisogno di un contegno sciolto e il terrore del ridicolo gli faceva
trovare delle forze ignorate. Non parve nè impacciato, nè inferiore a
sè stesso, benchè soffrisse alquanto nell'intimo suo.
Mentre egli parlava, Marina si ricordò della sua lezione di sorrisi.
Uno dopo l'altro, con perfetta armonia di evoluzione, vennero sul suo
volto e passarono. Ella ebbe un'attenzione sostenuta, una dignitosa
personalità di apprezzamento. Non esagerò l'entusiasmo, ebbe solo
alcune parole di fino commento. Quando credette giunto il momento
opportuno, si rimosse alquanto dal gruppo e andò ad inginocchiarsi su
un banco per farvi una breve preghiera. Ciò fece senza ostentazione
di sorta, con una semplicità e una distinzione di mosse veramente
mirabili. La figura spiccava, magnifica, sul banco isolato. La mossa,
la posa, quella bella testina abbandonata per un istante fra le mani
finemente inguantate, tutto fu artistico, nobile, riescito. E veramente
in lui fu colpito l'artista. Ma Maurizio Fedimari restò freddo, ed egli
ebbe degli strani pensieri d'indole curiosa e alquanto negativa, mentre
la povera Marina diceva silenziosamente la sua piccola preghiera, appiè
della Madonna bofficiona.
Ognuno, del resto, faceva doverosamente la sua piccola parte in quella
piccola commedia crudele. Anche la Contessa fu all'altezza della
situazione. Si era imposta una disinvoltura grande e bisognava sentire
come parlava del più e del meno, di Luca della Robbia e di Mino da
Fiesole... Citò Winckelmann tanto a proposito, quella cara donnina,
che Maurizio Fedimari ne rimase incantato. Ma con tutto ciò il core
le batteva forte e un momento, mentre Fedimari si trovava alquanto
in disparte, con Marina, intento a farle osservare il delicato lavoro
della catena, ella chiese in fretta, a bassa voce, a Marcello Plana:
— Ebbene, che vi pare?
Marcello si strinse alquanto nelle spalle.
— Eh! bisognerà sentire.
— Quando? Verrete stasera, nevvero? Mi direte... No, caro Plana,
scusate, ma non sono del vostro parere. Della scuola, forse, di Luca.
Ma sua, non credo.
Fedimari e Marina erano tornati lentamente indietro, giusto in tempo
per udire l'opinione della Contessa su Luca della Robbia. Non avevano
l'aria molto animata.
La visita continuò e si compì secondo il programma. I due signori
accompagnarono alla carrozza la Contessa e la signorina. E lì, proprio
all'ultimo, la contessa Elisa si fe' un coraggio da leone e annunziò
al marchese Fedimari che riceveva il sabato, dopo le cinque. Se ne
rammentasse, se rimaneva a Firenze.
Il giovane accolse l'invito colla più doverosa riconoscenza. Ma parlò
vagamente di certi progetti per Napoli. Era indeciso. Certamente, se
non partiva, approfitterebbe col massimo piacere.
Marina si nicchiava nel suo cantuccio del legno, disponendo con
grazia infinita sulle sue ginocchia l'elegante copertina foderata di
pelliccia. La persona era ben riparata, ma un subito freddolino si fece
strada sino al suo cuore. Il più squisito dei sorrisi, il sorriso della
fine, non lasciò le sue labbra. Scomparve a tempo debito, quando non
occorreva più, ma si cacciò dietro una effulgenza di serenità mirabile,
mentre la giovane parlava, con sentita compiacenza, delle bellissime
cose che aveva testè vedute.
La Contessa invece non era niente affatto entusiasta. Sempre così, quel
Plana. Credeva sempre di scovare dei tesori inediti... e poi... Quella
Madonna?... Della scuola di Luca... se pure! E il Trittico! Ritoccato
atrocemente, rovinato addirittura.
Marina scoteva il capo placidamente. — Ma no... non mi pare. Mi sono
piaciuti tanto quegli affreschi. E il luogo era così originale!
— Originale davvero! — ribattè la Contessa con quanto malumore poteva
tradire la sua dolce fisonomia.
Sospirò, poi tacque, e Marina rispettò il suo silenzio. Ella pure
aveva voglia di tacere. Pensava che anche _quella_ era andata male. Lo
sentiva... n'era sicura. Quante?... Non le contava più!
Sulla discesa i cavalli trottavano, Marina abbandonava la bella persona
alle lievi scosse della carrozza, e pensava che la china degli anni si
scende così, ch'ell'era stanca, inesprimibilmente stanca di... tante
cose. E ogni tanto si presentava una probabilità, qualche cosa che
pareva la fine... ma, sul punto di concretarsi, spariva. E il tempo
passava...
S'era levato un venticello malinconico che se la pigliava colle ultime
foglie, scordate sugli alberi dal suo predecessore. Ella guardava,
pensando ancora: Così! Ma aveva ripreso a chiacchierare quietamente
colla Contessa.
Andarono alle Cascine, ma il tempo inclemente aveva trattenuti in
città molti dei soliti frequentatori. Poche carrozze al Piazzone. Le
due signore non si fermarono molto alla passeggiata. La Contessa aveva
premura di essere a casa e di chiedere a Plana come fossero realmente
andate le cose. Poichè ella era sinceramente affezionata a Marina,
e avrebbe voluto vederla maritata e fuori di quella benedetta casa
d'Accorsi!...
Ve la ricondusse, cionullameno, e la giovane, congedatasi
affettuosamente dall'amica, scomparve nel vano del portone. Elisa le
tenne dietro, sin che potè, collo sguardo.
— Povera ragazza! — sospirò.
— A casa! — disse poscia rapidamente al domestico che attendeva gli
ordini.