II.

— Vedi, cara. È lassù.

La contessa Elisa accennava coll'ombrello ad una vecchia e semi

diroccata chiesuola, eretta sulla vetta di un colle, dal quale poco

distava ormai la carrozza. Il piccolo edificio era facilmente visibile,

in mezzo alla boscaglia denudata dai recenti venti autunnali, ma,

nell'estate, doveva a mala pena indicarsi nella ricchezza del frascato,

nicchiandosi con un gentile aspetto di chiesetta idillica. Ma in

quel giorno, sotto quel cielo triste, era triste anch'essa, la povera

cappella abbandonata.

La carrozza si fermò sul sagrato mentre dalla porticina ogivale esciva

ad incontrare le due signore un gentiluomo di nobilissimo aspetto, di

volto ancor fresco e di belle fattezze, a cui davano strano rilievo una

bella capigliatura affatto bianca, e due baffi grigiastri lunghi ed a

punte. Alto di statura, aveva nell'assieme dell'esser suo un'imponenza

geniale, simile a quella che fa dire a Calibano, quando s'imbatte con

Prospero, nell'isola dove questi è approdato, dopo la tempesta: — Avete

qualcosa, signore, ch'io chiamerei volentieri padrone.

Aiutò le signore a scendere di carrozza, complimentandole del loro

coraggio a sfidar le minaccie della piova. Poi scambiò colla contessa

Elisa un rapido sguardo d'intesa. Erano vecchi, eccellenti amici, quei

due!

Si fermarono un momento sul piccolo atrio a guardare la vista

fantastica, sotto il suo disuguale velame di nebbia, mentre Marina

girava assiduamente le rotelline del suo cannocchiale. Don Marcello

Plana alla Contessa:

— Mi sono presa una libertà. Ho condotto qui un mio amico. Mi

permettete di presentarvelo?

— Perchè no, Don Marcello? È un vostro concittadino?

— No, è bresciano. Il marchese Maurizio Fedimari. — Conoscete la

famiglia?

— Oh benissimo... _Bonne souche_, certamente... E che fa? si trattiene

a Firenze?

L'abilità di quella donna, per recitar la commedia, era qualcosa di

sublime; le tremava persin la voce.

Ma Don Marcello l'ascoltava serio serio, e Donna Marina, che avea

finalmente trovata la giusta misura del cannocchiale, guardava... oh

lontano, lontano assai nel paesaggio.

— Secondo, — rispose sagacemente Don Marcello. — È un tipo curioso

quel mio amico. Forma la mia disperazione col volermi sempre obbligare

a inventargli qualche nuova scoperta in fatto di arte. Si è divorato

Firenze in un mese, colui! Ora, per dargli ancora un piccolo osso

artistico da rodere, l'ho condotto qui. E, sentendomi al tutto

esautorato, in fatto di musei e di gallerie, ho pensato egoisticamente

di raccomandarlo a voi.

— Ma è un tradimento — disse la Contessa ridendo. — Come potrò?...

— Oh! con voi non c'è da sgomentarsi, in fatto d'arte. — Quando non ce

n'è più, ce n'è ancora. Fatemi questa carità, lasciate che vi presenti

il mio amico. E ora, entreremo in chiesa, se vi piace.

Entrarono in chiesa; una bizzarra vetusta cappelletta, le cui pareti

serbavano ancora qualche vestigio di due distinti stili di antica

dipintura.

Erano state evidentemente trattate a due riprese, e sotto la grossolana

maniera di un mediocrissimo pittore del secolo scorso, emergeva

l'austerità ideale ed ingenua di un pennello cinquecentista. Un

tratto di processione sacra, coi suoi gruppi serrati, senza spazio,

di profili bianchi, di testine rossiccie accatastate una a ridosso

dell'altra, di bizzarre foggie medioevali d'abbigliamenti, era troncato

bruscamente dai gonfi drappeggi del manto di una Giuditta, opera

del pittore più recente, mentre la faccia apopletica di questa si

perdeva alla sua volta in una nuvolaglia di salnitro del più nebuloso

effetto. Ogni tanto il mistico stile antico tornava a far capolino,

due delicatissimi nudi si rivelavano, nella loro squisita snellezza

di forme, al disopra di una ondulatura verdognola che, nell'intenzione

dell'autore, rappresentava le acque del Giordano, raffigurando così un

battesimo di Cristo abbastanza riconoscibile. In una cappella laterale

era alzata su un piedestallo una Madonna moderna, colla faccia di legno

di grossa bambola fatticciona, vestita di broccato, con sei vezzi

di granate al collo e con un paio di buccole a pendente, ma dietro

all'altar maggiore, nel vecchio trittico dall'oro spento, azzurreggiava

idealmente, cinta d'angioli esultanti, una Madonna di frate Angelico.

In un angolo della chiesetta, presso all'uscio della piccolissima

sacristia, il sacrestano aveva accatastato la sua scarsa raccolta di

patate, ma a sommo dell'uscio stesso, nella sua cornice intrecciata

di fiori e frutti, si sporgeva dal fondo cilestrino, in terra cotta

verniciata di bianco, uno di quei dolcissimi gruppi di madre e bimbo

ai quali si collega tuttora il pensiero di un caro nome, quello di Luca

della Robbia.

Tremolava lievemente, davanti all'altare, in un orribile lucernario

d'ottone, la fiammella devota, ma il lucernario, era appeso ad

una catena di leggerissimo fantastico lavoro in ferro battuto, una

meraviglia di squisito disegno e di quasi aerea esecuzione.

Il marchese Fedimari contemplava per l'appunto la catena del lucernario

quando la piccola comitiva fece irruzione nella chiesetta. Si voltò

naturalmente, e chiamato con un cenno da Marcello Plana, venne

presentato alle signore. Prima alla contessa Nardi, poi a Donna Marina

Negroni.

Questa e lui si guardarono, rapidissimamente. Entrambi sapevano. Egli

pensò: No. Ella pensò: Sì.

La contessa Elisa gli parlò tosto di Brescia, di un'amica sua bresciana

che... combinazione strana, era per l'appunto cugina di casa Fedimari.

Poi mossero tutti assieme a visitare la chiesetta.

Maurizio Fedimari era un giovane di aspetto fine e molto serio.

Intelligente, studioso e di tempra eminentemente sensibile, aveva

cercato, nell'assorbente influenza degli studi artistici, una

distrazione benefica e quasi un rifugio contro l'eccessiva suscettività

nervosa del suo temperamento ed il malessere continuo che formentavano

in lui la coscienza di una quasi insana timidità. Appunto per reagire

contro questa, si costringeva talvolta a prendere delle grandi

risoluzioni. Così era venuto nel divisamento di prender moglie e aveva

detto a Marcello Plana: — Trovamela tu — in una specie di accesso

di coraggio disperato. Si riservava, naturalmente, la conferma della

scelta dell'amico. Per tutte le circostanze secondarie, gli aveva data

carta bianca.

Povera Marina... Ella faceva serenamente, correttamente, il dover suo.

Ammirava con perfetta misura quanto c'era da ammirare nella cappella,

ascoltava con doverosa simpatia le elaborate spiegazioni del giovane.

La timidità naturale di Fedimari era sopraffatta colà dall'assoluto

bisogno di un contegno sciolto e il terrore del ridicolo gli faceva

trovare delle forze ignorate. Non parve nè impacciato, nè inferiore a

sè stesso, benchè soffrisse alquanto nell'intimo suo.

Mentre egli parlava, Marina si ricordò della sua lezione di sorrisi.

Uno dopo l'altro, con perfetta armonia di evoluzione, vennero sul suo

volto e passarono. Ella ebbe un'attenzione sostenuta, una dignitosa

personalità di apprezzamento. Non esagerò l'entusiasmo, ebbe solo

alcune parole di fino commento. Quando credette giunto il momento

opportuno, si rimosse alquanto dal gruppo e andò ad inginocchiarsi su

un banco per farvi una breve preghiera. Ciò fece senza ostentazione

di sorta, con una semplicità e una distinzione di mosse veramente

mirabili. La figura spiccava, magnifica, sul banco isolato. La mossa,

la posa, quella bella testina abbandonata per un istante fra le mani

finemente inguantate, tutto fu artistico, nobile, riescito. E veramente

in lui fu colpito l'artista. Ma Maurizio Fedimari restò freddo, ed egli

ebbe degli strani pensieri d'indole curiosa e alquanto negativa, mentre

la povera Marina diceva silenziosamente la sua piccola preghiera, appiè

della Madonna bofficiona.

Ognuno, del resto, faceva doverosamente la sua piccola parte in quella

piccola commedia crudele. Anche la Contessa fu all'altezza della

situazione. Si era imposta una disinvoltura grande e bisognava sentire

come parlava del più e del meno, di Luca della Robbia e di Mino da

Fiesole... Citò Winckelmann tanto a proposito, quella cara donnina,

che Maurizio Fedimari ne rimase incantato. Ma con tutto ciò il core

le batteva forte e un momento, mentre Fedimari si trovava alquanto

in disparte, con Marina, intento a farle osservare il delicato lavoro

della catena, ella chiese in fretta, a bassa voce, a Marcello Plana:

— Ebbene, che vi pare?

Marcello si strinse alquanto nelle spalle.

— Eh! bisognerà sentire.

— Quando? Verrete stasera, nevvero? Mi direte... No, caro Plana,

scusate, ma non sono del vostro parere. Della scuola, forse, di Luca.

Ma sua, non credo.

Fedimari e Marina erano tornati lentamente indietro, giusto in tempo

per udire l'opinione della Contessa su Luca della Robbia. Non avevano

l'aria molto animata.

La visita continuò e si compì secondo il programma. I due signori

accompagnarono alla carrozza la Contessa e la signorina. E lì, proprio

all'ultimo, la contessa Elisa si fe' un coraggio da leone e annunziò

al marchese Fedimari che riceveva il sabato, dopo le cinque. Se ne

rammentasse, se rimaneva a Firenze.

Il giovane accolse l'invito colla più doverosa riconoscenza. Ma parlò

vagamente di certi progetti per Napoli. Era indeciso. Certamente, se

non partiva, approfitterebbe col massimo piacere.

Marina si nicchiava nel suo cantuccio del legno, disponendo con

grazia infinita sulle sue ginocchia l'elegante copertina foderata di

pelliccia. La persona era ben riparata, ma un subito freddolino si fece

strada sino al suo cuore. Il più squisito dei sorrisi, il sorriso della

fine, non lasciò le sue labbra. Scomparve a tempo debito, quando non

occorreva più, ma si cacciò dietro una effulgenza di serenità mirabile,

mentre la giovane parlava, con sentita compiacenza, delle bellissime

cose che aveva testè vedute.

La Contessa invece non era niente affatto entusiasta. Sempre così, quel

Plana. Credeva sempre di scovare dei tesori inediti... e poi... Quella

Madonna?... Della scuola di Luca... se pure! E il Trittico! Ritoccato

atrocemente, rovinato addirittura.

Marina scoteva il capo placidamente. — Ma no... non mi pare. Mi sono

piaciuti tanto quegli affreschi. E il luogo era così originale!

— Originale davvero! — ribattè la Contessa con quanto malumore poteva

tradire la sua dolce fisonomia.

Sospirò, poi tacque, e Marina rispettò il suo silenzio. Ella pure

aveva voglia di tacere. Pensava che anche _quella_ era andata male. Lo

sentiva... n'era sicura. Quante?... Non le contava più!

Sulla discesa i cavalli trottavano, Marina abbandonava la bella persona

alle lievi scosse della carrozza, e pensava che la china degli anni si

scende così, ch'ell'era stanca, inesprimibilmente stanca di... tante

cose. E ogni tanto si presentava una probabilità, qualche cosa che

pareva la fine... ma, sul punto di concretarsi, spariva. E il tempo

passava...

S'era levato un venticello malinconico che se la pigliava colle ultime

foglie, scordate sugli alberi dal suo predecessore. Ella guardava,

pensando ancora: Così! Ma aveva ripreso a chiacchierare quietamente

colla Contessa.

Andarono alle Cascine, ma il tempo inclemente aveva trattenuti in

città molti dei soliti frequentatori. Poche carrozze al Piazzone. Le

due signore non si fermarono molto alla passeggiata. La Contessa aveva

premura di essere a casa e di chiedere a Plana come fossero realmente

andate le cose. Poichè ella era sinceramente affezionata a Marina,

e avrebbe voluto vederla maritata e fuori di quella benedetta casa

d'Accorsi!...

Ve la ricondusse, cionullameno, e la giovane, congedatasi

affettuosamente dall'amica, scomparve nel vano del portone. Elisa le

tenne dietro, sin che potè, collo sguardo.

— Povera ragazza! — sospirò.

— A casa! — disse poscia rapidamente al domestico che attendeva gli

ordini.

L'ultima primavera: romanzo · 第 7 / 24 题