Ritta, immobile dinanzi al grande specchio a tre comparti, Marina
Negroni aveva testè compiuta la sua elegante acconciatura di passeggio.
Ma la giovane si indugiava, pensosa, dinanzi alla propria immagine.
Sul volto suo, nessuna traccia di vanità, nè di compiacenza intima,
non il sorriso trionfante della bellezza che si ravvisa. Pure, ell'era
bellissima, Marina Negroni.
Alta, di forme decise, tendenti alla maestà del tipo giunonico. Bionda,
d'un biondo acceso, quasi fulvo. Fattezze armoniche, regolarissime, un
bello palese, non mutevole, invariabilmente sereno. Se Marina avesse
avuto dei nemici, questi, parlando di lei, avrebbero potuto insistere
su quell'eccessiva immutabilità della sua bellezza. Avrebbero potuto
dire altresì, che ella dimostrava tutti quanti i suoi venticinque anni.
Ma non altro appunto avrebbero potuto movere all'aspetto di quella
fanciulla. Nè maggiore appiglio avrebbero offerto alla loro critica il
carattere ed il contegno di lei. Somigliavano, per l'appunto, alla sua
formosa bellezza. Erano, al pari di questa, invariabilmente calmi e
sereni.
Ella dunque non si ammirava, si studiava soltanto.
Era, non era ciò che doveva essere quel giorno, per quella data
circostanza?
La circostanza era grave, e Marina lo sapeva. Si passò
coscienziosamente in rivista. Qualche ritocco ancora, qua e là; una
ciocchettina di capelli un po' ribelle da rimovere, più assestata sul
fianco la falda della giacchettina, meglio stretta al collo la striscia
di finissima trina che s'alzava oltre il goletto alto dell'abito.
Dopo un momento e stando sempre davanti allo specchio, Marina cominciò
la sua esercitazione di sorrisi.
Ne eseguì parecchi, leggiadri tutti e discreti, una scala semitonata,
progressiva di sorrisi per bene. Uno fra essi non riesciva a modo
suo, lo ripetè pazientemente, sinchè riescì a fissarlo, determinato,
sulla fisonomia. Doveva significare una serenità intima con un'ombra
di meraviglia, quasi un accenno al destarsi di un vago interessamento.
Poi susseguì il sorriso più palesemente animato e subito dopo, con
una abile, rapida transazione di espressioni, il ritorno alla perfetta
calma della fisonomia, quella calma grandiosa che dava all'aspetto di
Marina Negroni qualcosa dell'immagine di una Dea che, assorta in divini
pensieri, movesse a diporto sulle nubi di un Olimpo.
Un momento, tutto ciò venne meno. Marina tralasciò di esercitarsi.
Aggrottò le ciglia e sorrise, ma sinceramente, involontariamente, per
conto suo. E quel sorriso non narrava una lieta storia.
Un lampo di stanchezza, d'intimo disgusto passò nei grandi occhi
azzurrini, tutta la persona ebbe una espressione accasciata e piena di
sconforto.
— Ancora... sempre!... — mormorò la fanciulla. — E sempre per nulla.
Son certa... lo sento che anche stavolta...
Ebbe un piccolo brivido. La lunga serie dei disappunti, dei tanti
falliti tentativi, tornò, crudele, alla sua memoria.
Ma subito crollò le spalle.
— Sciocchezze, tutto ciò! E ad ogni modo bisogna tentare. Una volta o
l'altra, oggi o domani, la cosa deve pur accadere!
Gettò sullo specchio un ultimo sguardo, si vide qual'era, bella, forte,
risoluta. Ebbe un moto energico di approvazione. Prese un fine ombrello
inglese (minacciava di piovere), il manicotto ed escì.
La cameretta di donna Marina Negroni era al terzo piano del palazzo
d'Accorsi. Il duca d'Accorsi, uno straricco gentiluomo napoletano,
aveva sposata la madre di donna Marina, vedova del conte Negroni, morto
giovane e non ricco. Il secondo matrimonio della madre aveva fatto alla
giovane Negroni, in casa d'Accorsi, una posizione speciale, non facile,
ch'ella sosteneva con dignità, a dispetto di certe ardue complicazioni.
Molti la invidiavano, ed ella non sconosceva i vantaggi materiali della
sua posizione. Ma pensava risolutamente a farsene un'altra.
Donna Marina scese, per l'altezza di due piani, una stretta scala
di servizio e giunse sul pianerottolo di un grande scalone di marmo
bianco. Aprì uno dei grandi usci di noce riccamente intagliati, e
si trovò in un'ampia e fastosa anticamera. Un piccolo crocchio di
domestici avvertì il passaggio della fanciulla. S'alzarono, salutando
rispettosamente, ma senza sperpero di umile ossequio. Ella rispose con
un piccolo cenno del capo e passò, sollevando da sola la greve portiera
di velluto che metteva alla sala vicina. Ne attraversò parecchie,
ricchissime tutte, addobbate ed ornate colla più raffinata eleganza
artistica. Celebre infatti, a Firenze, l'appartamento di gala della
Duchessa d'Accorsi, splendide le feste da ballo che ella soleva dare e
delle quali erano avidamente ricercati gli inviti. E così scelte... per
l'appunto!
Donna Marina gettò, passando, uno sguardo su una pendolina in _Vieux
Sèvres_, e affrettò il passo. Non percorse tutto l'appartamento, ma
svoltando a destra, ed evitando la sala da ballo, riescì in una specie
di salotto-serra, piena d'azalee in fiore e di piante esotiche. Giunta
ad una porticina a vetri, quasi celata da uno splendido drappeggio
di stoffa orientale, s'arrestò, e battè sul vetro, discretamente, due
colpi.
Una voce non fresca, quasi roca, rispose: — Avanti.
Donna Marina entrò nel salotto ove stava sua madre.
Una strana fantasia quel salotto, la prima impressione n'era quasi
funebre. Molto raso nero con un profluvio di trine bianche. E quasi
a correttivo di quelle tinte macabre, un'invasione audace, pressochè
brutale, di mobili e di tendaggi di damasco rosso, chiaro, splendido,
un colore di sangue appena spicciato.
La Duchessa sedeva allo scrittoio, un mobile antico, di stile Luigi
XIV. Lo spazio n'era quasi tutto ingombrato da gingilli e da ritratti.
Alzò il capo e depose la penna, interrompendo la lettera che stava
scrivendo.
Una donna sui quarantacinque, forse più. Non bella, non simulante
la bellezza, non mascheratrice della propria età. Grande, un busto
stupendo, questo sì. Due occhi grigi saettanti, pieni di fuoco, forti
della scienza della vita. La bocca grande, sensuale, potente, il naso
lungo, arcuato, colle nari larghe, palpitanti dei cavalli di razza.
Nulla di leggiadro, di dolce nella fisonomia, ma una strana forza
d'espressione. Violenti, perversi, forse, ma certo irresistibili, i
voleri di quella donna. E sulla fronte ampia, il riflesso di un diadema
invisibile; il bacio della cieca fortuna!
Donna Marina venne lentamente a mettersi di fianco allo scrittoio della
Duchessa e sostenne senza parlare, senza batter palpebra, l'esame che
la Duchessa fece tosto, con un acuto, lungo sguardo, subire all'aspetto
di lei.
— Non c'è male — disse finalmente la madre, con quella sua voce roca,
che si faceva talvolta stridente, ma che possedeva una infinita varietà
di eloquenze — non c'è male davvero, sei veramente _ad hoc_.
La giovane ebbe un freddo sorriso.
— Ti pare?
— Oserei persino dire una cosa. Come al solito, sei troppo bella.
Donna Marina alzò alquanto le spalle.
— Non è colpa mia — disse con lieve accento ironico — ed è il mio
genere.
— Infatti. Ma pare che pel momento non sia quello degli altri.
La giovane non rispose, una piccola piega, duretta, anzi che no, si
disegnò all'angolo destro della sua bocca.
— La tua sviscerata amica tarda alquanto a venire — osservò la madre
dopo un istante.
— Oh! verrà! — disse Marina tranquillamente, essa non manca mai ad una
promessa.
— E questa cosa le sta molto a cuore, nevvero?
— Pare.
— Veramente è curiosa... Non so affatto comprendere la cagione di
queste sue manie matrimoniali.
— No? — ribattè Marina con una singolare, pacata ironia. — E se fosse
semplicemente perchè mi vuol bene? La cosa sarebbe strana, lo ammetto.
Pure...
— Un affetto _gratis_... vuoi dire? Ebbene, infatti, perchè no?
È capace di tutto quella contessa Elisa. Ti accerto che le sono
riconoscentissima. E lo sarò più ancora se riesce nel suo pietoso
intento, trovandoti cioè un marito. Il che dovrebbe esser fatto da
parecchio tempo. Hai venticinque anni, mia cara figliuola.
— Lo so — disse Marina con quella pacatezza sforzata che torna
talvolta, nei giovani, sì penosa a vedersi. — Comprendo di esser molto
indiscreta. Dovrei essere maritata da parecchio tempo, come dici. Mi
par equo però l'aggiungere che, se non lo sono, non è tutta colpa mia.
Mentre Marina diceva questo, il suo sguardo aveva errato di volo
pei recessi del salotto. Ma, ad un tratto, s'arrestò sul ritratto
fotografico di un bellissimo giovane. Il ritratto, incorniciato in una
piccola quadratura di rose d'Olanda, stava su un tavolino di peluscio
color fuoco, collocato assai presso allo scrittoio della Duchessa.
Sul volto di questa passò rapidissima, appena visibile, una contrazione
nervosa. Ci fu nel colloquio un momento di sosta, grave, penoso, pieno
di minaccie d'uragano.
Ma l'uragano non venne.
La Duchessa appoggiò il capo alla spalliera della sua poltroncina ed
osservò a lungo, con una specie di curiosità umoristica, la giovane che
teneva chinati gli sguardi.
— Marina, sta attenta — disse poscia Ginevra — tu diventi mordace,
e questo è per l'appunto un difetto da zitellona. Non va, credimi.
Ritorna al tuo sistema di amenità, ti sarà più giovevole.... per
intenderci.
Madre e figlia scambiarono uno sguardo, pieno di amara ironìa.
— Hai ragione — disse Marina lentamente.
Socchiuse gli occhi per un secondo. Quando li riaperse, era calma,
padrona di sè stessa.
— Dicevi, mamma?...
— Dicevo, mia cara Marina, che non è il caso di perder tempo. Eccoci
dinnanzi ad una nuova occasione. Speriamo che tutto andrà bene, che il
giovane ti piacerà...
— Mi piacerà — interruppe freddamente Marina.
— Davvero?... Allora tanto meglio. Voglio sperare ch'egli non sarà meno
determinato di te. Il partito è eccellente. Sono però, te ne avverto,
gente dell'altro mondo. Vivono in provincia e hanno delle idee... Ti
senti di adottarle?
— O di farle mutare, — rispose Marina, dopo un istante di riflessione.
La Duchessa guardò sua figlia con un sorriso enigmatico. — Tanto meglio
— disse poscia — sarà un bene per loro. Ora, solo resta ad augurarsi
che la cosa si faccia. Ti confesso però che vorrei vederla in altre
mani. La contessa Elisa è un angiolo di donnina. Non sa come ammazzare
il tempo, sa che non sei felice e...
Un rossore passò sul volto di Marina.
La Duchessa rideva.
— Ma sì, cara, cosa importa? Tanto meglio se hai rappresentata bene
la tua parte, muta s'intende, di vittima interessante. D'altronde, hai
sempre avuta la manìa della brava gente. Te la contrasto forse? Anzi,
può essere che abbi tutte le ragioni. A proposito, spero che avrai data
un'occhiata alla Guida e che non ti lascerai prendere alla sprovvista
in fatto di nozioni artistiche. Ed è inteso che ignori tutto, nevvero?
che il vostro incontro è dovuto alla più fortuita delle coincidenze?
Marina assentì con un cenno del capo.
— Benissimo! Sta attenta, non perder mai di vista il tuo scopo. Non
tradirti. Credo che potrai agevolmente condur lei, ma bada a quel suo
amico milanese, mi pare di tutt'altra pasta. E comincia subito, se ti
piace; ecco la tua utilissima protettrice.
Un lieve strepito di passi veniva infatti dalle sale vicine. Poco dopo,
un domestico annunziò la contessa di Serramonte.
La Duchessa mosse ad incontrare e salutò la sopraggiunta, colla massima
cordialità.
Elisa Nardi, vedova Serramonte, era più bella e più giovane di donna
Ginevra. Non toccava per anco la quarantina. Una figuretta fine,
delicata, poco appariscente, distintissima d'aspetto e di modi. Il suo
contegno era grave, riserbatissimo, privo di quella scioltezza un po'
sprezzante che alle signore di oggidì sembra rappresentare l'ideale
dell'effetto.
Ella era timida, di una timidità singolare, di sensitiva, che cercava
nascondere, senza punto riuscirvi e che molti battezzavano per
orgoglio. Ma non era orgoglio. Viveva molto per conto proprio, in tutto
fedele a' suoi principii ed ai proprii istinti, e non aveva ancora
potuto riescire a non soffrire quando li sentiva urtati o quando si
sentiva costretta a sopprimere, esternamente, l'effetto di quell'urto.
Quando, per esempio, ella doveva dare una stretta di mano a Ginevra
d'Accorsi, provava una curiosa sensazione di sforzo intimo!
Pure, come non dargliela quella solita, superficiale stretta di mano?
Il mondo diceva della Duchessa tutto ciò che si può dire di poco
lusinghiero sul conto di una donna, ma perciò forse il mondo ristava
dall'accoglierla, dal festeggiarla, dal correre alle sue feste?... Non
era ella bene spesso chiamata a dare il suo verdetto (e un verdetto
senza appello) sull'_expedit_, o meno, di ricevere una nuova arrivata,
aspirante a penetrare nella migliore società fiorentina? Si scambiavano
qualche visita, quelle due care signore, e ora la contessa Elisa di
Serramonte non veniva forse a prendere la figlia di Ginevra d'Accorsi
per condurla a passeggio?
La Duchessa aveva talvolta avvertita la piccola nube rosea che passava
sul volto della Serramonte, quando le loro destre s'incontravano.
Ciò la divertiva... diceva ridendo a sè stessa. Ma in realtà... no.
Quel piccolo rossore le dava noia.
Aveva adottato, per vendicarsene, un curioso sistema. Quella donna che,
senza volerlo, la condannava, ella la affascinava. Ginevra aveva per
lei una cortesia speciale, piena di delicati sottintesi, di deferenza,
non scevra d'una tinta di malinconia. La Contessa resisteva, non sempre
però, e col segreto malessere di chi si sente strascinato. C'era bensì,
fra quelle due donne, qualcosa d'indefinito e di latente, il germe
forse di un'aspra lotta futura.
La Duchessa era proprio desolata di non poter andare anche lei a
visitare quella bella cappelletta. Marina si riprometteva un sì
squisito godimento artistico!
La contessa Elisa fu lì lì per arrossire come una colpevole, pensando
al tranello che aveva preparato per quella povera Marina.
La madre lanciò all'amica di sua figlia una rapida occhiata d'intesa
e le strinse di soppiatto la mano. La faccia di Marina ignorava tutto,
serenamente.
La conversazione durava, tenuta viva dalla Duchessa. Quella donna
sapeva parlar d'arte, quando voleva. E lo voleva ora, e riesciva
a tener Elisa sotto il giogo della sua parola viva, smagliante,
originale... Subito, entrò nel campo personale:
Certo, ella invidiava profondamente la Contessa, che aveva il coraggio,
l'indipendenza dei propri gusti. Che nobile esistenza aveva saputo
creare a se stessa non immolandosi alla vita mondana che esige tanto e
rende sì poco!
Elisa guardava attonita la Duchessa. Ell'era già quasi impressionata da
quelle parole inattese, che parevano quasi involontariamente sfuggire
dalle labbra di quella donna.
La Duchessa ebbe un lieve sospiro.
— Ah!... perchè non tutte possono fare come lei! A volte, creda, siamo
trascinate nostro malgrado nel vortice di questa esistenza. Si ha
bisogno di stordirci... di scordare... Si sente il vuoto, la stanchezza
di tutto ciò. E poi, col passar degli anni...
Un bello spirito fiorentino aveva detto un giorno, della Duchessa
Ginevra d'Accorsi, ch'ella aveva tutto canzonato nella vita,
cominciando dal tempo. Ma con tutto ciò, Elisa sentiva levarsi in
cuore un'insidiosa pietà di lei, del possibile stato d'animo che le
strappava, in quel momento, quei lembi di confessione. Poichè, dopo
tutto, il suo ingegno doveva pur qualche volta palesarle il vero,
qualche buon sentimento doveva pur destarsi ogni tanto nell'animo di
quella donna! E forse, coltivato, sorretto da un'amicizia sincera...
— Duchessa, — disse timidamente, commossa, con una dubbiosità che
faceva un po' tremula la sua voce, — la comprendo. So che non è sempre
in poter nostro...
Non finì la frase suggestiva e pietosa.
Un uscio laterale, quello che metteva all'appartamento privato della
Duchessa, s'aperse a un tratto con impeto e un bellissimo giovane entrò
senza preamboli, seguito da un _mops_ corpulento.
S'arrestò sulla soglia, perplesso, evidentemente confuso. Non si
aspettava di trovar visite, a quell'ora, nel salotto della Duchessa.
Quel giovane somigliava molto al ritratto sul quale lo sguardo di
Marina Negroni si era posato sì efficacemente, nel colloquio di
poc'anzi, colla madre sua. E davvero egli poteva somigliare a quel
ritratto, n'era semplicemente l'originale.
La contessa Elisa tacque ed arrossì. Sapeva... La sua testina ebbe un
involontario moto di alterigia, ed ella s'alzò di scatto. Marina si
abbottonava i guanti. La Duchessa aveva per un secondo fulminato il
giovane collo sguardo. Ma già ella rideva, il più normale, schietto
riso del mondo.
— Ma bravo, Dino, che bella maniera di capitare così, come una bomba,
con quel vostro orribile Brusco! Venite dalla scuderia, scommetto. Come
sta Rudygore?
— Rudygore?... Ah!... sicuro. Meglio, oh bene... bene — rispose il
giovane, cercando di rimettersi in carreggiata, ed avanzandosi per
salutare la Contessa, che pareva restringersi nella persona, con un
moto involontario.
— Ah! — sclamò la Duchessa con un sospiro di sollievo. — S'immagini —
continuò vivacemente, rivolgendosi ad Elisa — uno dei nuovi cavalli da
corsa, testè giunti da Londra, e che si era ammalato, ma sul serio,
sa? Siamo stati tanto in pena! Pippo non si muove dalla scuderia, e
ogni tanto mi manda le notizie. Bene dunque, Dino, proprio bene? Il
veterinario è contento?
Il giovane afferrò la pertica e si tenne a galla con bastante
disinvoltura. Incominciò, infiorandola di termini tecnici, una
confortante relazione sul verdetto del veterinario.
Ma alla prima pausa, Elisa, che non si era rimessa a sedere, si rivolse
quietamente a Marina.
— Si fa tardi, cara, vogliamo andare?
La giovane assentì, colla sua calma imperturbabile e le due signore si
congedarono dalla Duchessa.
— Ebbene... mie care, divertitevi, — disse questa maternamente — spero
che il tempo non vi farà dei brutti scherzi. No, Dino, non vi lasciate
venir la tentazione. Si tratta di arte, non ci capireste nulla, mio
caro. Marina invece e la Contessa se la godranno un mezzo mondo.
Le due signore si strinsero la mano, naturalmente. Ma forse più delle
altre volte, quella di Elisa rimase fredda ed inerte nel momentaneo
contatto. E la Duchessa se ne avvide.
Fe' cenno a Dino che accompagnasse le due signore sino all'anticamera.
Poi queste scesero sole, in silenzio, il grande scalone di marmo.
Marina era alquanto pallida.
L'elegante vittoria della Contessa attendeva dinanzi al portone. Presso
i cavalli e tutto immerso nella sapiente contemplazione di essi, stava
un uomo piccolo, d'aspetto triviale, vestito d'un _tout-de-même_ a
larghi scacchi bianchi e neri e col volto ornato di due classiche
fedine da cocchiere. Quell'uomo non era un cocchiere, era il duca Pippo
d'Accorsi, il marito di Ginevra.
Si scosse al sopraggiungere delle due signore, e le aiutò ad entrare in
carrozza, con qualche frase di circostanza. Aveva, con un forte accento
napoletano, l'abitudine dell'imitazione secca, concisa dell'accento
inglese.
— Dembo cattivo... ehm... pista rovinata... Omaggi, Condessa.
La Contessa rispose in fretta con un cenno di capo. Marina si
acconciava con garbo nel suo cantuccio.
Dino, frattanto, tornava lentamente, trascinando il passo, verso il
salotto della Duchessa, e il suo volto recava palese l'espressione
di un intimo turbamento. — Ah! la Duchessa! Ora, bisognava sentirla!
Capiva d'aver commesso un grosso marrone capitando così, poc'anzi,
nel salotto. Temeva, più del fuoco, la collera imperiosa di quella
donna ch'egli amava, poveretto. A modo suo s'intende, ma sinceramente,
l'amava.
Entrò adagino, procurando di non far strepito.
Ella non parve avvertirlo. Continuò a scrivere senza degnare il giovane
d'uno sguardo. Si udiva, sulla superficie della carta inglese, lo
stridere della penna che correva, mossa da una mano irritata. Sulla
fronte di quella donna stava una nube di scontento.
Dino era più che mai sgomentato. Quel silenzio non prometteva nulla di
buono ed egli avrebbe preferito di sentirla addirittura. Ma non osava
parlare pel primo.
Mutò più volte sedile, tentò la lettura d'un giornale. Finalmente si
recò presso al caminetto e prese a considerare, come se li vedesse per
la prima volta, gl'innumeri gingilli che ne ornavano il davanzale.
Tolse in mano un aereo calice del Salviati, e nel riporlo a posto,
l'urtò alquanto contro una bomboniera di Vieux-Vienne.
La Duchessa alzò il capo, per muovere un acerbo rimbrotto a quel
malaccorto. Ma Dino la guardava sì impensierito, la sua bella e stupida
faccia recava un'espressione sì comica di timore, che la Duchessa si
sentì quasi disarmata.
— Ebbene, — disse bruscamente, — cosa fate costì?...
— Non s'è sciupato niente... — s'affrettò a rispondere Dino, — tutto
incolume... guardi.
— Meno male. Mi pare che ne abbiate fatti abbastanza, oggi, dei guai!
La Duchessa non era più adirata, internamente, con Dino, ma pensava che
una lezione non sarebbe inutile.
— Sì, davvero! Avete dimostrato un tatto... una delicatezza! Capitare
a quel modo e da quella parte, con quel fare da ragazzaccio, col vostro
cane alle calcagna. E cavarsela così bene, poi, con tanta destrezza!...
Sferzato da quell'ironia, il giovane tentò un briciolo di difesa.
— Non sapevo che aveste gente, così di buon'ora. So che siete sempre
sola prima del mezzodì, o non vedete che le vostre amiche intime,
quelle solite.
— Non importa, bisognava sapere. È curioso, non ne azzeccate mai una,
neppure per isbaglio.
Egli chinò il capo, sospirando, e cercò un conforto nell'estremo
splendore della vernice de' suoi stivaletti. La Duchessa si divertiva.
— Le mie amiche, — continuò con quel suo accento stridente. — E che
sapete voi delle mie amiche? E se per l'appunto volessi farmi un'amica
intima di Elisa Serramonte?
Colto all'improvviso, Dino non pensò a dissimulare la sua meraviglia
e questa fu sì palese, sì schietta, che la Duchessa cessò affatto di
divertirsi ed aggrottò le ciglia.
— Ebbene, — disse duramente, con un'intima collera — perchè fate
quell'aria grulla? Vi par forse impossibile la cosa?
— Io? Oh no, no... anzi! — s'affrettò a rispondere Dino. — È solo
perchè so ch'ella conduce una vita tanto... ritirata, e si vede
pochissimo e mi pareva d'avervi sentito dire ch'ella è terribilmente
noiosa. Solo per questo... e poi... già; insomma, non capisco.
La Duchessa si mise a ridere, poichè la sua collera era già svaporata.
— Oh! mio caro Dino, ora siamo d'accordo. È il vostro forte, il
non capire. Suvvia, non fate quel viso intontito. Un'altra volta,
accertatevi se ho gente prima d'entrare.
— Ah! — diss'egli con trasporto — non siete più in collera?
Di nuovo ella rise, con uno sguardo enigmatico.
— No, non sono più in collera.
Egli si mosse, coll'evidente intenzione di andarla a ringraziare più
da vicino; ma ella aveva ripigliata la penna, ed il piccolo cric cric
metallico ricominciava sul foglio che stava davanti alla Duchessa. Dino
non osò disturbarla.
Solo dopo una buona diecina di minuti, essa gli rivolse la parola.
— Ordinate il mio _landeau_, per le quattro. E oggi venite a cavallo
alle Cascine. L'americana, con Fitz Maurice. Badate meglio all'attacco.
Ieri, sul Piazzone, Poniatowski ha osservato qualcosa. Almeno in
questo, siate irreprensibile.
— Farò quanto potrò. Stasera, alla Pergola, nevvero?
— Non so se ci andrò. Passate in prima sera. Oggi ho la visita
all'asilo, alle tre.
— Devo venirvi a prendere?
— Venite... se volete. Aspetterete; perchè non so quando riescirò a
sbrigarmi dalle suore. Ora andate, mio caro, ho un monte di faccende.
Egli obbedì... A malincuore, ma obbedì. Se ne andò chiotto,
chiotto, senza ch'ella lo accompagnasse col saluto dello sguardo.
Non lo reclamò, non voleva irritarla. Trovava d'essersela cavata a
buon mercato, a paragone delle altre volte. Avrebbe dovuto invece
impensierirsi di quella nuova indulgenza.
Quando fu escito, la Duchessa depose la penna e rimase un istante
inoperosa ed accigliata. Poi crollò irosamente le spalle.
Ah! cominciava ad annoiarla colui... Dino di Follemare!