La casa della contessa Elisa non era un palazzone. Un bel fabbricato
signorile di stile moderno, nicchiato, con una leggiadra modestia
di villa, in mezzo ad un giardino tutto cintato, il che lo isolava
piacevolmente dalla via e dalle case adiacenti. C'erano molti
sempreverdi, molti fiori e le mura erano quasi tutte ammantate di
edere, pareva d'essere in campagna. Ciò piaceva tanto alla contessa
Elisa, e i suoi fedeli salivano volentieri quella piccola scalinata
dell'atrio, coi grandi vasi bleu di maiolica di Ginori, cogli arum sì
belli e sì alti e le macchie di begonie e le belle lampadine pensili
coll'edere sì verdi, e il capilvenere sì minuto, per poi penetrare in
quella piccola fuga di sale arredate semplicemente, ma con molto gusto,
e andar finalmente a parare in quell'amore di salottino in broccatello
antico; tutto mezze tinte e cose gentili, e tocchi femminilmente
artistici di addobbo e d'adornamento.
Appena scesa di carrozza, Elisa chiese al cameriere: — È venuto don
Marcello?... — E udito che sì, mosse frettolosa a incontrarlo dove
sapeva che l'avrebbe trovato.
Egli era infatti nel salottino ultimo. Appena udì quel passetto
frettoloso, depose il volume che stava leggendo e si alzò, appena in
tempo per ricevere, in piedi, la buona stretta di mano dell'amica.
— Ebbene? — le chiese questa impetuosamente.
— Eh! che furia! — Toglietevi almeno il mantello. Vi sta così bene che
è un peccato. Ma...
— Via, per carità! — rispose Elisa sbottonandosi nervosamente.
Egli la guardava, ridendo, ma subito fece una faccia lunga e contrita.
— Bastonate il vostro servitore, Contessa. Egli è reduce da un fiasco.
Ella rimase non sorpresa, ma accorata.
— Me l'immaginavo — sospirò. — Che disdetta! Un così buon partito... Ma
cosa le trova poi... colui? Non gli par bella forse?
— Bellissima. Egli rende piena giustizia ai pregi fisici della vostra
amica. Una sola cosa gli parve insufficiente in lei.
— E cosa?
— L'anima, cara Contessa.
Elisa buttò dispettosamente il guanto, testè toltosi, sul tavolino
prossimo.
— E dàlli.... anche lui, con quest'anima! È una scusa così comoda,
ora. Che anima volete che abbia una povera ragazza al giorno d'oggi,
coll'educazione che le si dà, colle leggi assurde che ha fatto la
società! Vi accerto che Marina è una giovane piena di cuore, e ha dei
bellissimi sentimenti, e il vostro amico non capisce...
Don Marcello incrociò le braccia sul petto in atto sì comicamente umile
che la contessa dovette far bocca da ridere.
— No, no, vi assicuro..., sono contrariatissima. È un giovane
simpatico, intelligente.
— Avete detto testè che non capisce niente.
— Un eccellente partito!... Mi rincresce all'anima. Fortuna che Marina
non ne sapeva nulla.
— Uhm!...
— Ma no, vi accerto. Non le abbiamo fatto il più lieve cenno...!
— Tant'è.
— Dio, che ostinato!... Se vi dico che non ne sapeva nulla. E dopo
tutto egli poteva non piacere a lei. Non è mica un Adone, il vostro
amico. Scommetto ch'ella non lo avrebbe voluto.
— Perdereste la scommessa. — Ella sarebbe stata meno esigente di lui.
— Oh bella questa! Perchè?
— Perchè di sì... E se ci pensate un momento, converrete meco...
La Contessa pensò un momento, e in cuor suo convenne ch'egli non aveva
torto. Ma scosse ancora il capo, dubbiosamente.
— Siete ingiusto per lei. Non l'avete mai potuta soffrire.
— Perdonatemi; non è esatto. Ho di lei molta stima, non avrei, se
fosse altrimenti, pensato a proporla in moglie ad un mio amico. La
benevolenza di cui l'onorate è la sua più valida commendatizia. Nelle
sue speciali circostanze ella ha sempre dimostrato un tatto ed un senno
commendevoli. Ma se fossi stato al posto di Fedimari...
— Avreste fatto come lui?
— Precisamente, Contessa.
Una pausa tenne dietro a questa schietta dichiarazione.
— Ebbene — disse la Contessa dopo un momento, tutto ciò è molto triste.
Io, vedete... detesto tutte queste cose, questa forma di progetti di
combinazioni. Mi pare che sia quasi una profanazione.
La sua bella fisonomia assunse inconsciamente un'espressione
malinconica piena di sincerità e di sentimento. E continuò:
— Mi direte: ma a queste combinazioni, tu pure presti mano, mentre
le critichi. Che volete!... Se ne vedono tutti i giorni, e a volte
finiscono bene... meglio degli altri matrimoni. Ma è così triste, tutto
ciò... sì dissimile dall'amore!
Modulò dolcemente, con dolcezza involontaria, l'arcana parola.
— Ma è la vita, Contessa. Due cose molto distinte, come vedete.
— Infatti. Si può vivere senza l'amore.
— Certo. Ad un patto però. Di non aver cominciato a provarlo.
— Non si comincia, ecco tutto; — rispose Elisa, sorridendo.
Egli ebbe un impercettibile moto delle sopracciglia. Ella sorrise
ancora e soggiunse:
— E sopratutto non si comincia fuor di tempo.
Marcello Plana prese il libro che aveva testè deposto: _Mad.
Chrysanthème_ di Pierre Loti, e lo sfogliò un momento. Poi lo rimise
sul tavolino.
— Insomma, questa volta abbiamo proprio fatto un buco nell'acqua! Me ne
dispiace, credete.
— E a me pure, immensamente. Povera Marina!
— E contate rimettervi in campagna?
— Certo. In queste cose non bisogna mai fermarsi a contare i morti.
Quella povera figliuola...
— Non la compiangete tanto. Anzitutto, ha un'amica come voi. Poi ha
un'altra amica, pure tenerissima, di lei... lei stessa, cioè, colla
tenacità del suo proposito. Vi assicuro che riescirà; col vostro
concorso o senza.
— Dio lo voglia! Don Marcello. Vorrei vedere...
— Tutte le pecore sul monte? Che valida sostenitrice del matrimonio.
Peccato che non vi ricordiate che, in certi casi, _Cicero pro domo sua_
sarebbe il migliore degli argomenti.
Ella arrossì alquanto e scosse gravemente il capo.
— Oh! non si tratta di questo. Marina...
— Sì, lo so. Marina è abbastanza convinta, per conto suo, non siate in
pena per ciò. Ma siete voi che...
Si arrestò; ella aveva lievemente aggrottate le ciglia e una
espressione di tristezza passava sul suo volto.
— Voi... siete incorreggibile — completò Don Marcello. — Ed io
pure, nel tormentarvi. Ma consolatevi, parto presto per Milano. Mi
scriverete, nevvero, mi terrete a giorno dei vostri nuovi tentativi?
— Certamente. Benchè, a dir vero, in questo momento, non saprei proprio
a che santo raccomandarmi per trovare...
— La _rara avis_? Il marito di Marina? Suvvia. Non v'inquietate. Verrà
da sè... E ora rasserenate il vostro caro volto di missionario, e date
un pensiero anche agli altri miseri mortali. Guardate la vostra posta
che vi attende, chi sa da quanto.
— Infatti. Permettete?
Egli chinò il capo e tornò a recarsi fra le mani _Mad. Chrysanthème_,
colle sue figurette birichine, mentre la Contessa andava rimestando in
una piccola farraggine di carte, di giornali, di lettere che, giunte
nella sua assenza, attendevano al posto solito, là dove il domestico
aveva ordine di deporle, in una larga coppa di antico Giappone.
Una viva esclamazione, sfuggita alla Contessa, fece alzare il capo a
Don Marcello. Essa leggeva frettolosamente, con evidente sorpresa e
crescente soddisfazione una lettera abbastanza voluminosa. Quando ebbe
finito, si lasciò andare sulla poltroncina e cominciò a ridere, ma di
gusto... quel suo bel riso sonoro, che pareva tornarla sì giovane.
Egli la guardava, curioso, aspettando.
— Oh! — diss'ella finalmente, non appena le venne fatto, e sollevando
trionfalmente la lettera — quando si dice il destino!
Guardate qui! Lo sapete voi cosa c'è in questa lettera?... Ebbene!
Immaginate... C'è dentro nientemeno che... il marito di Marina!
— _Amen!_... — disse gravemente Don Marcello Plana.
*
* *
Era sola, oramai, e pensava!
Addietro, addietro negli anni, nei remoti recessi della memoria,
ella trovava i ricordi dell'amica che le aveva scritto ora sì
confidenzialmente e sì a lungo, dopo tanti anni di silenzio. Rivedeva
i due giardini confinanti delle ville paterne, teatro dei loro
giuochi, il pianoforte sul quale solevano assieme eseguire, con
tanto impegno le sonatine, applaudite dagli amici indulgenti. Tecla
d'Oppado era maggiore di lei, di parecchi anni, e le faceva da mammina
all'occasione, con grande disinvoltura.
Ma la contessa Elisa rammentava senza rammarico alcuno, quella specie
di amorosa supremazia esercitata su di lei; non solo per l'autorità
di qualche anno di maggiore età ma anche per una speciale precocità
del carattere di Tecla, precocità sì marcata, che pareva avere
affrettato per lei il corso naturale del tempo e tutto arrecatole in
anticipazione.
Tutto: l'amore, il matrimonio, la maternità.
A sedici anni, alla sua prima festa da ballo, Tecla d'Oppado era
colpita in pieno cuore da una passione romantica ma sincera, per un
brillante ufficiale, molto bello, molto nobile e molto rovinato. Pieno
di spirito e di brio, disinvolto ed elegante come un moschettiere di
Dumas, con un taglio d'occhi azzurri che metteva nelle loro orbite
la profondità d'un mare, egli si accorse subito dell'impressione da
lui esercitata su quel cuoricino. Tecla non era brutta ed egli la
sapeva ricca, forse l'amò pure alquanto, a modo suo. Certo è che seppe
convincerla ch'ella non poteva essere felice altrimenti che con lui
e manovrò sì bene l'azzurro degli occhi suoi che la indusse a dire
gravemente ai vecchi nonni, i quali sostituivano per Tecla i perduti
genitori: O quello, o nessuno!
I buoni vecchietti provarono bensì a ridere di quell'ultimatum; ma
dopo cinque o sei mesi d'indugio, davanti a quella faccetta pallida
e risoluta, su cui parevano andar segnandosi certe stimmate, della
famiglia di quelle ch'erano un tempo impresse sul volto della madre di
Tecla, morta a ventott'anni di mal sottile, i nonni mutaron parere,
e un bel giorno la fanciulla entrando in salotto, vi trovò il conte
Aynardo Rescuati Melli. Otto giorni dopo, i giovani erano fidanzati.
Ella fu felice, inenarrabilmente felice. Subito si riebbe. Ci sono di
quelle donnine così fatte, per le quali l'amore è simile alla selvaggia
canzone dello zingaro fattucchiero che attira specialmente i bambini.
Li chiama dai palagi, dalle case, dagli abituri, li toglie ai giuochi,
alle gonne delle madri, irresistibilmente! Ed essi vengono giulivi,
danzando, battendo le mani in cadenza colla canzone che li guida,
dove sa lei, nei labirinti ciechi, nelle solitudini misteriose di una
foresta senza fine, nelle strade perse, senza sbocco, della vita.
Ella ubbidì a quell'appello e danzò, giuliva, correndo sulle traccie
del fattucchiero!
Dapprima, sul sentiero misterioso fu un incomparabile fioritura di
gioie, ed ella tanto ritrovò della sua vita da poterne dare ad un altro
essere, dieci mesi soltanto dopo essersi sposata. E le parve allora di
poter gettare al destino un osanna di completa, assoluta gratitudine.
Le parve.
Poichè non è nostra la felicità che ci dona esclusivamente l'amore.
Noi, col nostro facciamo assai, ma a tutto non si arriva e l'amore è
zingaro e frequenta le strade disagevoli che rasentano gli abissi. Il
conte Aynardo Rescuati Melli cominciò a sbadigliare un poco, passata
quella prima festa di felicità coniugale e paterna. E un giorno, ahimè!
s'avvide d'esser molto giovane per un marito ed un papà!
Già... un po' lunghetta la storia! Le sue doti brillanti, l'acciaio
terso del suo spirito si arrugginivano in quella cittaduzza di
provincia, fra quelle due graziose foggie di bimbi che aveva in casa,
la moglie cioè ed il figlio. Per non pensare a quelle malinconie
cercava di distrarsi; poveretto! E per distrarsi, consumava molto della
dote che gli aveva recato Tecla e sbocconcellava pure un poco di quella
fede ch'egli aveva recato a Tecla. Il cambio non era generoso, Tecla
se ne avvide e si destò ad un tratto, nel fitto della notte e della
foresta. Sola, lo zingaro era scomparso! La canzone non aveva più che
un ritornello; quello di Tecla.
Ella era molto giovane, molto inesperta, attorniata da persone vecchie
che avevano scordata la scienza della vita. Fu bene, mal consigliata
da esse o dal suo cuore? Fu saggia nel suo risentimento? Aggravò la
scissura, coll'impetuosità appassionata del suo dolore? Certo; aveva
ragione la poveretta. Ma quando mai, in amore, aver ragione fu una
ragione valida?
Il conte rientrò al servizio militare ed ebbe la nomina di addetto
ad un'ambasciata estera. Ella rimase nel suo vecchio palazzo, coi
vecchi nonni e col bimbo. Non erano separati. Egli veniva ogni tanto
in famiglia, e purchè non troppo prolungate, quelle visite erano
piacevolissime per lui. Faceva un mondo di feste alla moglie e al
bimbo, recava loro doni ricchissimi, di un gusto squisito, narrava
dei piacevolissimi aneddoti ed alludeva volentieri al tempo in cui,
stanco del servizio militare, verrebbe a casa a piantare i cavoli e far
studiare quel birichino.
Ma invece, un brutto giorno, a Vienna, se ne morì, stupidamente, in
duello per una donna, che non valeva un'ora sola della vita più inutile
di questo mondo. A Tecla, dissero ch'era morto di bronchite fulminante!
Quando egli fu morto, ella seppe una cosa: che l'aveva sempre amato,
anche offesa, anche lontana da lui. Ma di lui, ora non restava che
Roberto. Ed ella amò Roberto per due, per lui e per il padre suo.
Ci sono due maniere di amare le persone: A modo loro e a modo nostro.
Coll'idea del come vorremmo essere amati noi, o del come esse amano
d'essere amate. Il primo metodo, Tecla lo aveva applicato al matrimonio
e non era stato coronato da un brillante successo. Perciò volle,
col figliuolo, fare un nuovo esperimento, amarlo cioè a modo suo,
contentandolo in tutto. A dir vero, ella corteggiava un fiasco, più
colossale del primo, ma il destino, per questa volta almeno, chiuse
un occhio sulla sua imprudenza. Nè ella, nè i nonni furono capaci di
rovinare Robertino.
Il ragazzo era nato col bernoccolo della resistenza ai metodi
sperimentali. Profittava naturalmente di quella tempesta di amore,
ma a dispetto di quella trinità d'idolatrie, cosa incredibile... non
diventava un ragazzaccio!
Era un ragazzo come gli altri, un po' più birichino forse, con una
passione speciale per fare il chiasso ma comodamente, a casa sua. Non
diceva bugìe, forse perchè non aveva mai avuto bisogno di dirne, voleva
quel che voleva; spiattellato, senza rigiri. Tiranneggiava la mamma,
questo va da sè, trattava i nonni con una disinvoltura notevole e
dimostrava a loro riguardo una estrema libertà di spirito, ma era loro
affezionato e stava volontieri in casa.
Non era un'aquila d'ingegno e studiare gli parve sempre una cosa
perfettamente inutile, ma egli strinse le più cordiali relazioni cogli
innumeri maestri che la mamma, pur di non mandarlo a pervertirsi nelle
scuole pubbliche, gli faceva pullulare in casa. Tutte queste brave
e colte persone, egli finiva invariabilmente collo scoraggiarle come
istruttori, ma se ne faceva degli eccellenti compagni di escursioni
e di cavalcate, nonchè dei caldi amici personali. Andava a caccia col
fattore, il quale lo adorava e lo derubava doverosamente e gli diceva
sempre, accennando dei larghi tratti di paese: Vede, tutto questo è
suo. Le piante, il grano, l'erba, i sassi, le bestie, tutto suo. E
anche la roba dei vecchi, quelle belle tenute laggiù, sue anche quelle.
Cosa vuol stare a rompersi il capo sui libri?... Lo lasci fare a noi,
poveri disperati. E lei, stia allegro e se la goda.
E lui... sfido io, non dava torto al fattore, quel diavolo di ragazzo.
Elisa rammentava benissimo quel monello di Bertino. Doveva essere sugli
otto anni quando ella e Tecla si separavano, ah! con quanto dolore di
entrambe! Tecla, per andare a stabilirsi in un'orrenda cittaduzza delle
Marche, ove uno zio canonico aveva testè lasciato una bella eredità
a Bertino; Elisa per seguire il padre suo, in un giro scientifico in
Sicilia.
Veramente fu un dolore, quella separazione. Erano amiche nel senso
reale, sì raro della parola, malgrado la non lieve differenza
d'età, malgrado la non pari posizione. Due anime proprio fatte per
simpatizzare, quella vedovina malinconica, non ancora scevra di
tutte le sue ubbie di fanciulla, e quella fanciulla grave, posata
come una piccola matrona. Per tanti anni non s'erano più vedute, la
corrispondenza erasi mantenuta per un tempo non breve, ma poi era
venuta meno. Tecla era assorbita dalle sue cure per Berto, ed Elisa
aveva ormai delle mansioni speciali presso il padre suo.
Afflitto da un inesorabile e progressivo indebolimento della vista,
il barone Nardi, soffriva crudelmente di non potersi più dedicare ai
severi studi storici, cui doveva la sua alta fama di scienziato. Ma
questo dolore, la figlia alleviava quanto era in poter suo, prestando
al padre i suoi begli occhi di Antigone, la sua armoniosa voce di
lettrice e la chiara calligrafia, della quale la sua mano elegante
rivestiva il dettato di lui sui fascicoli della sua grande opera: _Le
rivoluzioni dei Comuni Italiani_. E una cosa soleva dire, serenamente,
Elisa Nardi, (che le attirò un buon rabbuffo della zia Balbina,
la testa forte della parentela): ch'ella, cioè, sposerebbe tanto
volentieri un uomo che somigliasse al padre suo! E il bello è, che
n'era proprio convinta, e aveva chiesto seria seria: perchè? quando la
zia Balbina le aveva detto alzando le spalle:
— Per amor di Dio, figliuola mia, non farti sentire a dire di queste
corbellerie. Già! l'ho sempre detto, che tu vivi sempre nel mondo della
luna.
La zia Balbina, dal suo punto di vista non aveva tutti i torti;
ma convien dire che nel mondo della luna non ci si stia poi tanto
male, perchè Elisa, coi suoi bizzarri ideali e colle sue funzioni
d'amanuense, pareva, ed era proprio felice, e in fatto di matrimonio
non se la pigliava con quel fervore più o meno ben celato di molte
fra le nostre belle signorine. In casa, la Signora era lei, suo padre
l'adorava, attorno a loro s'era fatto un circolo, un po' esclusivo a
dir vero, di vecchi amici di casa, quasi tutti assai colti.
Fedele all'antica amicizia con Tecla, Elisa non ne aveva contratte
altre, con giovani signore o signorine. Coi giovani era alquanto a
disagio.
Essa passava per una signorina eccezionalmente colta, ed alcuni
giovinotti, che se ne sarebbero facilmente invaghiti, conoscendola
sotto un altro nome, trovavano spiritoso di simulare un piccolo brivido
di paura, o una smorfia di riverente sgomento, quando si parlava di
lei.
Fanciulletta ancora, aveva perduta la madre. Priva dei suoi consigli,
entrata giovanissima nel gran mondo, non aveva saputo evitare qualcuno
dei tanti scogli di quel mare infido. Non aveva toccato che delle
piccole ferite, subito rimarginate dalla reazione del buon senso e
dall'innata equità; ma di quelle che in certe anime ultra delicate,
lasciano una traccia e anticipano di anni ed anni il segreto disgusto
del mondo. Così: alle grandi riunioni, alle feste, Elisa preferiva di
gran lunga la compagnia del padre e quella che gli chiamava d'attorno
la sua larga ospitalità di scienziato gran signore. Intelligenza
veramente eccezionale, coadiuvata da profonde cognizioni, il barone
Nardi amava coltivare le serie doti mentali di sua figlia, addestrando
lo spirito di questa al pregio tanto femminile della ricettività
intellettuale.
In quell'ambiente ove nulla penetrava di frivolo, in mezzo a studii
prediletti e a persone simpatiche ed omogenee, padre e figlia erano
felici ed Elisa non si rammentava che alla sua età, a 24 anni, ella
avrebbe potuto essere da tempo maritata. Non ci pensava, ecco tutto.
Ma qualcuno ci pensava per lei. La zia Balbina procurò un giorno di
trovarsi sola col fratello e gli chiese, coll'intrepidità di chi sa di
compiere un'opera meritoria, se contava di sacrificare definitivamente
l'avvenire di sua figlia al piacere di averla a segretario dei suoi
lavori storici.
L'autore delle _Rivoluzioni dei Comuni Italiani_ cascò dalle nuvole.
Lui! sacrificare sua figlia!
Rimase senza parola, subitamente addolorato ed impensierito davanti
alla categorica domanda di quella energica sorella. Il suo egoismo
(se davvero n'era stato colpevole) era d'indole affatto inconscia,
poichè gli era sempre parso che la figliuola fosse felice con lui,
nè desiderasse di mutar vita. Così era infatti, per un assieme di
circostanze affatto speciali; ma lo zelo della zia Balbina tanto seppe
evocare l'immagine dell'avvenire e rammentare al barone quella tal
legge di natura che sbarazza l'umanità della sua parte eccedente ed
inutile (dei padri vecchi, per esempio) ch'egli cominciò a ricordarsi
che infatti, da qualche tempo in qua, si sentiva alquanto deperire in
salute. Già, veramente... era stato un grande egoista.
Osservò umilmente alla sorella ch'egli, però, non aveva mai contrariata
la figliuola. Elisa era perfettamente libera di scegliere chi più le
piacesse per compagno della vita.
Oh! come rise di cuore la zia Balbina quando udì queste parole! Come
rivelavano lo scienziato, l'uomo che non aveva mai avuto, scusasse...
un po' di senso pratico della vita. L'Elisa aveva avuta in retaggio da
lui, la stessa assenza di sano positivismo; era una piccola marmotta
che non sarebbe mai stata capace di pescarsi un marito, con tutte le
sue doti trascendentali. Oltre a ciò, era una ragazza eccezionale,
che uno dei soliti giovanotti mondani avrebbe resa infelicissima. Per
Elisa ci voleva un uomo serio, coltissimo, di uno spirito superiore.
Penserebbe lei, insomma, a trovarlo.
A ciò non si oppose il barone. La zia Balbina lo aveva destato come da
un sogno; e ora egli si chiedeva come avesse potuto farlo sì quieto,
sì prolungato!... E giacchè c'era questa terribile necessità che le
figlie dovessero prender marito e i padri rimaner soli, dopo averle
tanto amate, dopo essersele tenute a fianco, sì care, per tanto tempo,
compagne del cuore e della mente, luce e vita della casa... ebbene...
facesse pure, la zia Balbina!...
È d'uopo convenire che la zia Balbina, ispirata dal suo zelo, non
operò per nulla colla testa nel sacco, e compì la sua missione
coscienziosamente e secondo la sua più stretta idea del dovere e di ciò
ch'ella giudicava più atto alle speciali esigenze di sua nipote. Non
ebbe pace sicchè non ebbe trovato un uomo, che, a farlo apposta colle
mani, non poteva esser più adatto a quella cara Elisa. Uno scienziato
anche lui... come quel benedetto papà, meno che la sua malattia era
la numismatica. Ricco, nobile, istruito, un pozzo di scienza! Sui
quarant'anni, ma un bell'uomo ancora. E un carattere così solido...
così calmo, una perla d'uomo.
Insomma quello doveva essere proprio l'ideale di Elisa, quello che
meglio rispondeva a tutte le sue idee, le sue abitudini, le sue
tendenze! Zia Balbina sfidava chicchessia a trovare per Elisa un marito
più _ad hoc_ del conte Emilio Serramonti!
Tutto ciò era molto vero in sostanza e il cuore di Elisa era come una
bella casettina nuova che non ha ancora avuto inquilini. Ella accettò
fiduciosamente quello sposo, le cui qualità erano indiscutibili, e
che aveva comuni con lei e col padre suo tante idee e tante simpatie.
E quando, pochi anni dopo il matrimonio della figlia, il barone Nardi
si sentì presso la sua fine (immatura dopo tutto, poichè non toccava
i 50 anni) benedì in cuor suo il gran dolore che gli aveva imposto la
zia Balbina. Oh! sì! poteva chiuder gli occhi in pace, contento del
suo sacrificio. Lasciava la sua Elisa nel pieno possesso di una calma,
di una ragionevole felicità. Di una cosa soltanto si rammaricava:
che ella non avesse figli. Da qualche tempo, più specialmente, questa
circostanza lo impensieriva.
Ma zia Balbina, venuta in quei giorni dolorosi, a recare il conforto e
l'aiuto della sua testa pratica, combattè colla più consolante energia
quel rammarico del fratello.
Ma che! Ubbie! Una donna intellettuale, come Elisa, dotata di sì grandi
risorse di spirito, con un marito, quale glielo aveva procurato lei
stessa, poteva benissimo far senza della distrazione dei marmocchi.
Suo marito amava ricevere, essa lo coadiuvava mirabilmente, avevano un
salone letterario frequentato dalle più alte intelligenze. Che poteva
desiderare di più, coi suoi gusti, quella povera cara Elisa!
*
* *
Veramente, quando, in capo a poche settimane, quella povera cara Elisa
perdette il padre suo, una cosa soltanto desiderò con intenso desiderio
e fu che la lasciassero sola col suo dolore. Provò una violenta
gratitudine pel marito, il quale la sottrasse alle consolazioni e
ai ragionamenti pratici di zia Balbina, conducendola seco a fare un
lungo viaggio durante il quale egli si occupò assai colle sue medaglie
e lasciò ch'ella si occupasse colle sue lagrime e col suo immenso
rimpianto.
Non mai, come in seguito a questo pietoso salvataggio, ella fu tentata
di credersi ciò che tanto si applicava ad essere: una moglie felice. E
quando suo marito ammalò alla sua volta d'una lunga e gravosa malattia
che li trascinò per anni ed anni, in caldi e lontani paesi, unica
infermiera del conte Emilio fu la moglie sua. Veramente affettuosa ed
intima e dolcemente fraterna fu l'esistenza di quei due!
Quando egli morì, dopo solo sei anni di matrimonio, di una dolce morte,
confortata da sincere lagrime, ella si sentì veramente sventurata. Le
parve che colla nuova si riaprisse in lei l'antica ferita. Nella sua
completa solitudine morale, quelle due care memorie ella confuse in un
culto di indole quasi pari, e le parve di sentir compiuta e chiusa la
vita del suo cuore, nella duplice tristezza del suo lutto di figlia e
di sposa...
. . . . . . .
A Costantinopoli ella aveva perduto suo marito, ed ella stessa ne
ricondusse la salma in Europa.
Per un anno intero abitò in una sua bellissima villa sulla Riviera. Più
tardi comperò una casa a Firenze e fu per lei una gradita occupazione
quella di metterla in ordine e di addobbarla, seguendo le ispirazioni
del suo raro gusto artistico. In quella circostanza ella osò per la
prima volta contrastare il parere di zia Balbina. La buona signora
aveva avuto l'idea eminentemente pratica di invitare la giovane vedova
a venir ad abitare in provincia presso di lei, allo scopo, diceva ella,
di sconcertare le cattive lingue.
Ma la contessa Elisa non si sentì il coraggio di pagare a sì caro
prezzo lo sconcerto delle cattive lingue. E seppe tanto bene e con sì
amabile dignità viver sola a Firenze, nella sua bella casa, ricevendo
come aveva sempre fatto, occupandosi d'arte, di letteratura, di
beneficenza, che le cattive lingue, dopo aver provato a pungere, a
portar via un po' di pelle a quella purissima riputazione, dovettero
smettere. A nessuno venne mai la più lontana idea di poter far la
corte a quella signora così gentile e così austera. Alcuni ebbero
bensì, nei primi tempi, un'idea assai migliore, quella cioè di
chiederla in moglie, ma ella ricusò sì pertinacemente che gli aspiranti
desistettero. Uno di essi, più stizzito degli altri per la toccata
ripulsa, avendo detto che la contessa Elisa era una donna fredda,
egoista e per di più, di una pedanteria insopportabile, molte persone
trovarono comodo di adottare sul conto di quella signora un'opinione
già fatta, invece di darsi la briga di formarsene una propria e così
fu assodato che la Serramonti, con tutte le sue qualità, non era per
nulla ciò che si chiama una persona attraente. E zia Balbina scrisse,
ad alcune sue amiche di Firenze che le avevano chiesto ragguagli sulla
nipote:
«Un angelo, mie care, una donna sublime, ma ostinata all'estremo, e
di una deplorevole riluttanza a seguire le buone e pratiche influenze
delle persone esperimentate. L'ho sempre detto a quella cara Elisa,
ch'essa abita un pochino nel mondo della luna. Fortunatamente per lei,
ha circa quarantamila franchi di reddito _suoi_, per cui in complesso
può vivere come le pare e piace, e questo è senza dubbio un gran
conforto, nella sua difficile e delicata posizione.»
Oh! un gran conforto, senza dubbio. E di quel conforto ella si giovava
certamente, sopratutto facendo molto bene attorno a sè e soddisfacendo
i suoi gusti raffinati di artista. Viveva molto quieta, sentendo
i vantaggi della propria posizione, colla calma serena che le dava
il convincimento, o giusto od erroneo, di essere entrata nella fase
definitiva della propria esistenza.
Vestiva molto seriamente, con severa eleganza, e non si tingeva i
capelli, benchè fossero qua e là irregolarmente striati in bianco;
il che, chi nol sapesse, è la più odiosa maniera d'incanutire che
possa capitare ad una signora... Ma la forma della testina era tanto
graziosa, e in quel momento per l'appunto, mentre stava leggendo la
lettera di Tecla, la contessa Elisa, col volto dipinto dall'emozione
intima di quella lettura, colla persona inconsciamente atteggiata ad
una espressione veramente artistica di pensieroso abbandono, nella luce
e nell'ambiente tanto omogeneo di quell'ora, formava un quadro gentile,
pieno di una poesia fresca e squisita e davanti al quale nessuno certo
avrebbe pensato di chiedere: Ma quella donna, quanti anni ha?
Oh, quella lettera di Tecla! E da tanto ella non scriveva più!
L'assidua corrispondenza dei primi anni della loro separazione era
venuta meno, naturalmente, col volgere degli eventi. A rari intervalli
avevano nuove una dall'altra. Ma in questa lettera tutta l'antica
confidenza tornava in campo, tutta la tenerezza un po' sgomentata
di Tecla, le sue angosciose apprensioni materne si rivelavano nella
fiducia di un appello caldo e malinconico. Elisa si sentiva il cuore
riboccante di memorie e di simpatia e dovette recarsi il fazzoletto
agli occhi per poter proseguire nella lettura del seguente brano:
«Il verdetto del dottore non mi ha sorpresa; da tempo avvertivo i
prodromi del male che, affrettando ora il suo corso, farà in breve di
me una povera inferma, inchiodata, Dio sa per quanto, su un seggiolone.
Pure, non desidero di morire... Solo per _lui_, s'intende.
«Tu sai, cara, ciò che Roberto fu sempre per me. Non fosti madre, ma
il tuo cuore è degno di essere un cuore di madre, e perciò sento di
poterti dir tutto e chiederti tanto pel mio figliuolo.
«Premetto che, di tutto, la colpa è mia. Mia l'ostinazione di
non volerlo allontanare da me. Cercai d'isolarlo da ogni fonte di
contaminazione, sognando, follemente delusa anche dalla pieghevolezza
del suo carattere, di poterlo tener sempre così, al riparo di
tutto. Non seguì i corsi pubblici, fu educato privatamente. Credevo
che avrebbe facilmente spiegata qualche attitudine ad una scienza
qualsiasi, che si sarebbe volentieri occupato della gerenza del suo
patrimonio. Se avesse spiegata qualche passione pei viaggi, l'avrei
assecondata, accompagnandolo. Che vuoi? non seppi sviluppare in lui
delle tendenze attive, e mi coglie a volte un acuto rimorso, poichè
i risultati del metodo da me tenuto non sono certo soddisfacenti.
Questa esistenza stagnante di piccola città di provincia, l'adulazione
degli inferiori, l'esempio del più dei suoi pari, tutto insomma ha
contribuito, non già a renderlo cattivo, nè corrotto... oh no!...
questo sarebbe impossibile, col fondo aureo del suo carattere e col
bene immenso che vuole a me; ma... egli è nulla... non fa nulla...
e... ahimè, ha già soggiaciuto a qualcuna fra le più volgari seduzioni
dell'ozio. Ora _ciò_ è finito, la Dio mercè, ma temo per un altro lato,
e il ricordo di altre, di antiche sofferenze di quel genere mi tiene in
uno stato di incredibile agitazione.
«In una piazzetta remota della nostra piccola città abbiamo un sucido
cafferuccio, nel cui retrobottega, in mezzo ad un crocchio di giocatori
di professione, i giovani delle migliori famiglie sogliono passare
lunghe ore del giorno e della notte. Puoi immaginare le angoscie
mie da quando so che Roberto frequenta quel ritrovo, e quando gli
leggo in volto, nel pallore delle scomposte fattezze, la traccia di
_quelle_ emozioni, quelle che hanno trascinato, perso il padre suo...
Ultimamente, ha subito perdite assai gravi. Ne ringrazio Iddio, e
approfitto di un momento di disgusto da parte di Roberto per tentare
un rimedio eroico. Cosa mi costa... ah! nessuno potrebbe dirlo! Ma non
importa, se fu mia la colpa, la penitenza è giusta e deve esser mia!
«Allontano mio figlio da casa sua, da me; lo mando solo, perchè non
posso seguirlo, in un centro più vasto, più attivo, ove egli abbia
_bisogno_ d'essere _qualcosa_ per essere _qualcuno_. Voglio che vada
in società, bramo che prenda moglie. Avrei potuto dargliela qui, ma
preferisco che i legami abbiano altrove un centro di richiamo. Poi, le
signorine nostre ricevono anche oggidì un'educazione troppo ristretta e
subordinata alle influenze religiose e politiche. La sposa di Roberto
deve avere delle vedute proprie, un carattere deciso, ingenuo e una
certa cognizione della vita. Non ho esigenza alcuna personale, o fuori
di quelle che naturalmente importano la nostra posizione sociale. Mi
basta che gli piaccia, che sia d'illibata condotta, di buona famiglia.
Della dote non m'importa, è ricco abbastanza.
«Mia cara Elisa, mi hai compresa, nevvero? Accetti la missione che ti
do?... Vuoi far le mie veci presso mio figlio, assumere il pensiero del
suo avvenire e della sua felicità?
«Ho pensato a lungo; nessuno ho trovato più adatto di te. Il tuo
senno, la tua posizione, l'alta stima di cui godi in società, le tue
relazioni, tutto mi rassicura, tutto mi affida. È il mio solo conforto,
nel dolore della separazione, il pensare che mio figlio è affidato
a una donna come te. Fa per lui ciò che puoi, fa ch'egli trovi in te
un'amica che gli tenga le veci di sua madre. E questa t'abbraccia con
tutta l'anima, ti ringrazia e ti benedice.»
Elisa non leggeva più da qualche minuto. Ma ancora, sul suo dolce
occhio castano, si stendeva un lieve umidore. Quanto doveva aver
sofferto Tecla per giungere a quella risoluzione! E quanto era _lei_
in quella confessione, come appartenevano al suo carattere quell'impeto
d'abnegazione materna, quella rinunzia, quella cieca fede nell'amicizia
di una donna!... Oh no, Tecla non s'ingannava, Tecla aveva fatto
bene a rivolgersi a lei con quella missione, con quell'appello al suo
sentimento materno... E veramente ella la intendeva benchè non fosse
mai stata madre!...
Fece un piccolo esame di coscienza, rapido, sincero. — Sì... — pensò
poscia umilmente — posso tentare. Farò quello che potrò...
*
* *
Il martedì, pranzo di amici dalla contessa Elisa Serramonti. Cinque
invitati, uomini ed attempati. Marcello Plana, quand'era a Firenze.
Il professore Starni, il famoso naturalista. Il commendatore Gerra,
l'autore del famoso quadro: «La battaglia di Hastings e il rinvenimento
del cadavere del re Aroldo.» Poi il principe di Cannera, lo straricco
siciliano, sì modesto, sì benefico, e la cui colossale filantropia è
più che sufficiente a fargli perdonare i suoi versi, mentre la sua
prosa storica si difende da sola più che onorevolmente. Il conte
Guaralli, quel bel vecchio poeta dalle ispirazioni sì caste. E quel
tipo sì strano, sì nordico ed orientalista, Maurizio Parri.
Questi erano gli ospiti preferiti della Contessa, pei suoi delicati
pranzetti del martedì. Ma ne aveva un altro piccolo crocchio, una
specie di drappello di riserva, tutto dello stesso calibro, gente
che pizzicava di lettere o notevole per qualche altro merito proprio.
Dell'umanità, ella amava le api, non le vespe, e stava a disagio fra le
persone frivole.
Dopo il pranzo, nell'appartamento di gala, tutto illuminato, cominciava
verso le dieci a capitare una brigatella composta d'una ventina a
una trentina di amici e di amiche. Si faceva musica e molto buona,
di genere sempre serio, e non di raro classica. L'ambiente stesso di
quella conversazione, non mai prolungata oltre il tocco, era piuttosto
grave. Non si faceva che il _minimum_ possibile della maldicenza,
spesso vi si incontrava qualche autentica celebrità forestiera d'arte,
di lettere. Erano assai ricercati gli inviti, che la contessa Elisa
distribuiva molto parcamente.
Quando non esciva la sera, il che le accadeva di frequente, gli amici
più stretti erano benvenuti nel suo salottino intimo, quello dove
soleva stare anche quando era sola. Un amore di nicchietta quel luogo,
tutto piante esotiche, palme, fiori, ninnoli, ricordi di viaggi. In
alto, sulle due pareti opposte, sul damasco pallido a mazzettini di
fiori dalle tinte sbiadite, campeggiavano due splendidi ritratti: la
testa profonda, geniale del padre di Elisa, e la fisonomia patita, un
po' insignificante di suo marito.
Colà venne a dirle addio, una sera, Don Marcello Plana. Partiva il
domani per Milano.
Qualcuno era testè escito dal salotto. La Contessa e Don Marcello,
soli ormai, parlavano di quel «qualcuno». Don Marcello le chiedeva,
sorridendo, che impressione le avesse fatto Roberto Rescuati: quel suo
figliuolo.
Accentuava, con una intonazione alquanto ironica, questa parola,
godendo visibilmente del lieve imbarazzo che si dipingeva sul volto di
lei e ch'ella tentò celare, spostando la domanda: — Piuttosto, che ne
pare a voi?...
Ma egli insistè:
— Chiedo scusa, è la vostra opinione che occorre anzitutto. Suvvia,
compromettetevi.
Ella esitò un istante.
— Non saprei — disse poscia. — Mi pare un giovane... come tutti gli
altri.
— Saggia risposta, degna di una sibilla indulgente. Ora vi darò la mia.
Quel giovane è bello, più bello degli altri!
— Trovate?... — chiese Elisa con sincera meraviglia.
— Trovo. Ha bellissimo fattezze, un corpo da Antinoo. Appartiene ad una
razza forte, non degenere fisicamente.
Ella pensò un momento; poi disse: — Sì, è vero. Le fattezze sono
regolari. Ma non mi sembra che la fisonomia esprima molto. Non è certo
quello che si chiama una figura interessante.
— No, per ora e nel vostro senso. Voi siete soprattutto, troppo forse,
abituata ad apprezzare, nella fisonomia d'un uomo, solo ciò che vi è
di intellettuale. Vi siete fatta una strana idea della bellezza. Siete
troppo esclusiva in favore di un dato sistema delle sue manifestazioni.
Permettete ch'io vi ripeta che il vostro figliuolo è bello, e che voi
non lo sapete e, ciò ch'è più grave, che per ora non lo sa neppur lui.
— Ebbene tanto meglio! non sarà uno dei soliti Narcisi, ed io potrò più
facilmente adempiere la mia missione.
Sulla nobile fisonomia di Don Marcello passò un'espressione rapida e
bizzarra; un baleno, quasi tenero, di pietà.
— Sì — disse lentamente — vi credo.
Ella si mise a ridere: — Come siete grave!...
Subito si fece grave ella stessa. — Povera Tecla! — disse con un
sospiro.
Egli ebbe una smorfia curiosa. — Uhm. L'amate molto, nevvero?
— Oh tanto! È così cara, così infelice! E voi pure, se la conosceste,
ne sareste entusiasta!
— Perdonate, non ho l'entusiasmo facile. Mi pare che quella donna deva
essere un po'... come dire?... avventata nelle sue imprese. Se foste
a tempo, vi darei un consiglio. Anzi ve lo do, per ogni buon caso. Non
accettate la missione che la vostra amica crede bene di affidarvi.
Elisa lo guardò bene in viso per vedere se scherzava. Poi disse
semplicemente, con schietta meraviglia:
— Perchè?
Don Marcello sorrise. Un sorriso tutto suo, che impartiva un piccolo
moto sarcastico ai lunghi mustacchi bianchi onde aveva sì forte rilievo
la sua fine ed ancor giovane fisonomia di gentiluomo. Elisa lo guardava
attentamente, nell'attesa di una spiegazione, che non venne.
— Perchè? — disse ancora serenamente. — Cosa sarebbe l'amicizia se non
desse dei diritti e dei doveri? Tecla non mi dà forse la più alta prova
di fiducia e d'affetto, credendomi degna di giovare a suo figlio?
Egli sorrise ancora, a modo suo.
— Oh... non abbiate paura. Ne siete degna e gli gioverete. Spero che
avrete sufficiente influenza sull'animo suo per indurlo a mutar sarto,
per esempio...
— Oh, si veste orribilmente, è vero. Ero sulle spine, martedì sera.
Avete veduto come sogghignavano quei giovani? Che volete! È triste a
dirsi, ma scommetto che è il portiere del suo palazzo che lo ha vestito
sino ad oggi.
— Suvvia, coraggio. Non vi sgomentate così. Imparerà. Vi pare
abbastanza intelligente per ciò e per il resto?
— Oh Dio! A dir vero, non so... Pare che per lo studio non abbia mai
avuto trasporto. Martedì, a pranzo, l'avevo messo tra il comm. Gerra
e il principe di Cannera. Ho una gran paura che si sia annoiato. Certo
non aveva l'aria di divertirsi. E quei due avevano fatto l'impossibile,
glielo avevo tanto raccomandato! E alla sera, mentre si eseguiva il
terzetto di Grieg... sapete, quella sublime cosa, in _fa minore_.
Ebbene, lo credereste? lui, quel mio figliuolo, l'ho visto sbadigliare
più volte dietro il _gibus_, e finalmente lemme lemme, nel più bel
punto della suonata, si è rifugiato nel _fumoir_.
— Orribile, infatti. Dunque per voi è stata una delusione?
— Non potrei dire, coscienziosamente. Ero prevenuta. Ma lo speravo...
che so io?... più fine, meno terra terra; speravo che somigliasse un
pochino di più a sua madre.
Egli fece un comico gesto di rammarico.
— Anch'io vorrei che somigliasse assai più a sua madre... anche
fisicamente... guardate.
— Ah!... Ma se lo trovavate tanto bello poco fa?
— Perdonate, lo trovo bello tuttora. Lasciate che si liberi dai suoi
fracs esotici e che pigli un po' d'aria fiorentina. Sarà bello anche
troppo, e se ne accorgeranno abbastanza e avrete del filo da torcere
finchè vorrete, mia cara amica.
Ella sorrise, colla sua dolcezza tanto pura e geniale.
— Me lo immagino. Ma non si è mica mamme per nulla, nevvero?
— No — rispose don Marcello — voi non sarete mamma per nulla, nè a
mezzo. Questo è ciò che più mi irrita. Vedo il vostro programma, è
bello, sublime, ma...
— Avanti — diss'ella ridendo, vedendo che l'amico s'interrompeva.
Egli scosse il capo e aggrottò alquanto le ciglia.
— No, non ve lo dico, cos'è. Non potreste credermi e non sapreste
mutarlo. Tutto sta, d'altronde, nel risultato finale. Può darsi che la
vostra imperdonabile audacia faccia capo ad un esito fortunato, per
qualcuno almeno e per qualche tempo. Non parlo che per un'induzione
tutta mia, e non ho neppure il diritto di spiegarvi più esplicitamente
il mio pensiero o la mia ubbia, come credete. Un avvertimento preciso
potrebbe parere una nota falsa e lasciar poscia un'eco stuonata. Ora
bisogna che vada. Mi scriverete di tutto ciò?
— Ben inteso. Vi dirò dei nostri progressi, dei miei progetti...
Sapete... il marito di Marina! Il coronamento dell'edificio!
— Ah! — diss'egli vivacemente: — Ma certo; avete da farvi perdonare il
fiasco di quindici giorni or sono. Do la mia speciale approvazione a
questo progetto. Fate, per amor del cielo, ch'egli sposi al più presto
la vostra bellissima, ammirabile amica.
— Oh! — disse Elisa ridendo — vi ci ho colto. L'ammirate ora, vi siete
convertito, eh? vi ha conquistato?
Don Marcello Plana ebbe un energico moto di protesta, ma subito chinò
il capo come assentendo.
— Certo — disse — da qualche tempo, o, per essere più esatto, da
qualche mezz'ora, è successa in me una reazione. Ma la mia conquista
assoluta donna Marina Negroni la farà solo il giorno in cui vi libererà
dalle vostre materne incombenze. E spero che sarà il più presto
possibile.
— Oh! — diss'ella — come correte! il matrimonio immediato non entra nel
mio programma. Vorrei aver prima il tempo di fare un po' di bene a quel
giovane.
— Veramente? E quale?
— Vorrei destare in lui un senso della responsabilità che gli danno
il suo nome e la sua fortuna. Non avrà grande ingegno, ma un pochino,
del suo ozio, ci hanno colpa l'affetto troppo esclusivo della madre
ed altre circostanze. Mi pare impossibile che un po' di aiuto,
d'indirizzo, di buona influenza non abbiano a convincerlo, ch'egli
non avverta un momento o l'altro l'assoluta necessità di affermare
in qualche modo la sua personalità, che egli non provi il bisogno di
rendersi utile al suo paese e a sè stesso, più degno di considerazione
e di stima.
S'era animata, così parlando. La sincerità e il convincimento delle sue
parole agivano su lei stessa, creandole in cuore un'emozione.
— Vi pare, credete che ci riescirò? — soggiunse, vedendo che l'amico la
fissava arricciando nervosamente i lunghi baffi. — E non vi sembra che,
ad ogni modo, valga la pena di tentare, per la mia povera Tecla, se non
altro?
— Dio la benedica, la povera Tecla, — rispose un po' bruscamente don
Marcello. — Credo che riuscirete, se ho a dirvelo, e forse al di là di
quanto sperate.
— Dunque tutto è per il meglio, nevvero?
— Già, tutto per il meglio. Ora, se permettete, mi congederò da voi. Mi
spiace quasi di partire domani, sapete? Avrei assistito volentieri allo
svolgimento di quest'azione, diremo così, educativa.
— Allora, quando è così, restate. Mi darete dei buoni consigli.
— Perdonate. Non li prodigo, quando non sono accetti. Ve ne ho dato uno
più volte... No, no, non fate la faccia seria, non insisto. Quello di
oggi non l'avete ascoltato, forse non l'avete neppur guardato in faccia
abbastanza per ravvisarlo. Ma ora è tardi, e voi dovete andare dalla
signora Peruzzi, che vi deve presentare Gregorovius, non è vero?
Essa lo lasciava dire, dubbiosa. Cercava di afferrare, attraverso
la velatura del sorriso ironico, il pensiero ch'egli si ostinava a
celarle.
Sentì di esser meno forte di lui e rinunziò a penetrare quel segreto.
Finalmente, egli si alzò per partire. Ma prima le ripetè una
raccomandazione, quella di scrivergli. Ancora ella promise.
— Tutto? — chiese quell'incredulo ostinato.
— Tutto.
— Anche le disillusioni possibili?
— Anche quelle.
— Sta bene. E mandatemi al più presto la notizia del matrimonio di
donna Marina col vostro figliuolo.
— Lo spero... con tutto il cuore.
Dopo di che, don Marcello Plana le baciò la mano, come soleva, e se ne
andò.