R. SABBADINI.

Primi anni e primi studi di Guarino.

(1374-1402)

1. Da donna Libera e da mastro Bartolomeo dei Guarini nacque Guarino

in Verona nel 1374, l'anno della morte di Francesco Petrarca. Dalla

patria egli desunse il soprannome di _Veronese_. Aveva un fratello,

Lorenzo, il quale un bel giorno scomparve da Verona, senza che la

famiglia ne avesse poi più notizie. Rimasero i due fratelli sin dai

teneri anni orfani del padre. A Guarino l'immagine paterna tornava alla

mente come una nebbia e un sogno. Bartolomeo prese parte alla guerra

combattuta nel 1386 tra Francesco da Carrara, signore di Padova, e

Antonio della Scala, signore di Verona, la quale finì miseramente con

la disfatta dei Veronesi nella battaglia del 25 giugno presso a Padova.

Le soldatesche veronesi erano guidate da Cortesia Serego, capitano che

a dir di Guarino «di battaglie non se ne intendeva se non per quanto le

avea lette nei libri o vedute nei quadri». Mastro Bartolomeo fu fatto

prigioniero con altri ottomila e morì poco dopo tra i nemici. Allora

Guarino era appena dodicenne. I due figli rimasero sotto la cura della

madre Libera «il modello delle mogli e delle vedove», la quale da quel

dì in poi si consacrò tutta alla loro educazione.

2. Guarino fece i primi suoi studi naturalmente in Verona, dove ebbe

forse maestro di filosofia morale Paolo de Paolinis e condiscepoli il

Maggi e Giannicola Salerno, più giovani di lui, quegli stessi ai quali

fu più tardi in Verona venerato maestro. Dai suoi compagni fu subito

stimato ed amato per la sua bontà d'animo e per l'attività. Aveva

ingegno svegliato, memoria pronta e, ciò che soprattutto piace in un

fanciullo, bel modo di porgere e di recitare, nel che egli ammirava

tanto il suo maestro Crisolora. Era inoltre molto temperante e questo

contribuì a renderlo forte a sostenere le fatiche dello studio, al

quale egli si sentiva irresistibilmente chiamato. E siccome Verona

non poteva offrir mezzi più che per una educazione elementare, Guarino

dovette recarsi altrove a sentire dotti maestri, visitando a tale scopo

«molti luoghi d'Italia».

3. Fra quei «molti luoghi» va compresa la città di Venezia, nella quale

egli «gettò le prime basi del suo vivere, dei suoi costumi e della sua

educazione» e dove ebbe la fortuna d'incontrarsi nell'illustre patrizio

Paolo Zane, che, ripromettendosi molto dall'ingegno e dall'attività

di lui, lo prese a ben volere e gli fu largo di incoraggiamenti e di

sovvenzioni. E fra quei «molti luoghi» va compresa soprattutto Padova,

che allora come oggi era centro degli studi per quelle provincie che

noi chiamiamo venete. A Padova teneva scuola di retorica un illustre

maestro, Giovanni da Ravenna, cancelliere dei Carraresi. Tra gli

allievi del Ravennate dovette Guarino avervi trovati molti dei suoi

Veronesi, come Luigi Cattaneo, molti dei Veneziani, come Girolamo

Donati; ci dovette avere trovato lo Zabarella, Pier Paolo Vergerio, il

Polenton, Ogniben Scola e altri.

4. La scuola del Ravennate a Padova non era umanistica; l'umanismo

penetrò a Padova nel 1408 col Barzizza. Il latino del Ravennate era

quello dei teologi e dei giuristi, latino che più tardi chiamarono

barbaro e del quale Guarino ci dà questo saggio assai istruttivo:

«_Vobis regratior quia de concernentibus capitaniatui meo tam

honorificabiliter per unam vestram litteram vestra me advisavit

sapientitudo_». Guarino stesso nelle sue lettere adoperava il latino

barbaro; di che lo rimproverava più tardi il figlio Niccolò, a cui era

capitata fra mano alcuna di quelle antiche lettere del padre.

5. Terminati gli studi, si trasferì a Verona e ivi aperse una scuola

privata. Fra i suoi allievi di quel tempo fu certamente Guglielmo della

Pigna veronese. Costui nel 1413 si dottorò in giurisprudenza a Padova e

prima di quell'anno era stato alunno di Guarino: ciò non potette essere

che in Verona, perchè il Pigna non fu mai a Firenze.

6. Anche a Verona la cultura era al medesimo livello di Padova;

l'umanismo in Verona fu portato solo da Guarino nel 1419. Però non

mancava in questa città, alla fine del secolo XIV e al principio del

XV, una classe di persone studiose; e' era Marzagaia, morto assai

vecchio tra il 1431 e il 1432, che godeva la stima di Guarino, maestro

di grammatica e autore della voluminosa opera _De modernis gestis_

foggiata su quella di Valerio Massimo; c'erano alcuni della famiglia

Nogarola, la quale pare si fosse messa a capo di un certo movimento

letterario. Due Nogarola meritano particolare menzione, Angela e

Giovanni: quella zia, questo zio delle famose sorelle Ginevra e Isotta.

7. Angela Nogarola, che deve aver vissuto parte a Verona, parte a

Vicenza, scriveva versi latini, coi quali essa si indirizzava ai

principi di quel tempo, come Pandolfo Malatesta, Giacomo da Carrara,

Giangaleazzo Visconti; ai letterati, soprattutto vicentini, come

Niccolò Facino, Antonio Loschi, Matteo Orgian. Reminiscenze classiche

se ne incontrano, p. e. di Vergilio, Orazio, Ovidio, Lucano, ma il suo

stile non è classico e i versi rimati attestano quell'indirizzo ancora

barbaro, del quale si piaceva tanto il suo corrispondente vicentino

Matteo Orgian. Troviamo in lei anche qualche reminiscenza petrarchesca,

il che prova che essa non rimase estranea all'influenza del Petrarca.

8. Maggiore influenza senza confronto esercitò il Petrarca su Giovanni

Nogarola, ma non però il Petrarca latinista, sibbene il Petrarca

rimatore. Giovanni venne creato cavaliere nel 1404 insieme con l'amico

Giannicola Salerno; nel 1408 era tra i consiglieri della sua città. Fu

guerriero, poeta e congiurato.

9. Nel 1405 Verona dal dominio degli Scaligeri era passata a quello

della repubblica di Venezia. Il mutamento non dispiacque alla

maggioranza dei Veronesi, i quali furono da allora in poi tra i

più fedeli sudditi della Serenissima; ma rimase sempre in Verona un

partito, che agognava il ritorno all'antico dominio. Alla testa di quel

partito si mise nel 1412 Giovanni Nogarola, approfittando forse delle

tristi condizioni in cui versava il governo veneto per l'invasione

degli Ungheri. Ma il tentativo finì miseramente per il Nogarola, il

quale fu preso e nel 28 decembre dell'anno stesso condannato e nel

gennaio 1413 decapitato in Venezia.

10. È strano trovare stoffa di congiurato in un poeta amoroso

petrarcheggiante. I congiurati del secolo XV furono umanisti, che

s'ispiravano ai sentimenti attinti agli autori romani. Può darsi del

resto che il Nogarola abbia nel Petrarca, oltre che il poeta amoroso,

studiato e ammirato anche il poeta civile e che abbia esercitato sul

suo animo una certa influenza pure Cola di Rienzo. In ogni modo il

Nogarola ha anche cultura classica, come appare da qualcuna delle sue

poesie volgari.

11. Le poesie volgari del Nogarola, le quali ci sono arrivate in buon

numero, sono foggiate su quelle del Petrarca. Sono per la maggior parte

sonetti con qualche sestina e qualche canzone. Dal Petrarca, oltre il

nome di Laura, i pensieri, le strutture, toglie anche i versi interi.

La sua lingua ha molti elementi veneti.

12. Nè il Nogarola era solo in Verona; altri Veronesi poetavano in

volgare, p. e. suo fratello Leonardo, il conte Gregorio dal Verme,

Tebaldo Broglio e Giannicola Salerno. Del Broglio sappiamo soltanto

che nel 1405 fu dei commissari i quali andarono a Venezia a far atto

di sudditanza in nome di Verona al governo della Serenissima. Ben più

conosciuto è il Salerno, nato nel 1379 e morto nel 1426: buon letterato

e magistrato. Con tutti questi veronesi il Nogarola corrispondeva in

rima. Di qualcuno di essi abbiamo anche le risposte, come del Salerno,

il quale oltre alla poesia amorosa coltivava pure la satirica.

13. Il Nogarola carteggiava anche con amici di fuori, quali Antonio

Loschi, Antonio Alvaroto e Tommaso Cambiatore. Con questi due ultimi

corrispondeva in rima. Antonio Alvaroto era un valente giureconsulto

padovano, al quale sono indirizzati molti sonetti; ma non ci pervenne

nessuna sua risposta. Risposte e non poche abbiamo invece del

Cambiatore, che era amico del Salerno, poichè alcuni sonetti sono dal

Nogarola indirizzati in comune al Cambiatore e al Salerno.

14. Il Cambiatore è un uomo di qualche importanza. Nacque a Reggio e

studiò a Pavia sotto il Pinotti, zio materno. Fu giurista e magistrato.

Si occupava soprattutto di studi morali e di poesia volgare. Nella

poesia è petrarcheggiante. Tradusse in ottave l'_Eneide_. Morì tra il

1451 e il 1456. Insegnò legge a Padova nel 1409; e fu probabilmente

allora che conobbe il Nogarola. Era amico del suo concittadino Galasso

conte di Correggio, cultore degli studi cavallereschi. Teneva commercio

epistolare col modenese Gaspare Tribraco, col Bruni a Firenze, col

quale discuteva di questioni morali, con Pier Candido Decembrio a

Milano, al quale si raccomandava per un impiego presso il Visconti, e

con Guarino.

15. Di buona parte di questi rimatori era amico Guarino; ma non

pare che egli poetasse in volgare; egli batteva altra via, la via

degli studi antichi. A lui più che il Petrarca rimatore dovette

dare nell'occhio il Petrarca umanista. Ma più di tutto attrassero

l'attenzione di lui il nome e la fama di un grande straniero, del quale

si parlava molto allora in Italia: il greco Manuele Crisolora.

16. Il Crisolora era capitato a Venezia nel 1396 con una ambasciata

dell'imperatore di Costantinopoli; ma invece di parlare di politica,

incominciò a parlare di letteratura. Spirava per l'aria un nuovo e

forte risveglio degli studi classici; per il latino l'Italia potea

bastare da sè, ma per il greco aveva bisogno di un maestro. Quale più

bella occasione del Crisolora, venuto quasi per miracolo in Italia?

Ne approfittò subito Firenze, dove il Salutati alimentava la sacra

scintilla suscitata dal Petrarca; e nel 1397 Firenze aveva già il

Crisolora professore di greco.

17. Tre anni insegnò il Crisolora a Firenze. Nel 1400 arrivò in Italia

il suo imperatore, che faceva un viaggio politico per le corti di

Europa. Gli si accompagnò, cogliendo quel pretesto per fuggire la

pestilenza che infestava Firenze e anche per trarsi da una posizione

ambigua, che gli era stata creata in quella città da un certo

raffreddamento degli animi.

18. Col seguito dell'imperatore si trasferì alla corte del Visconti

in Milano. Di là l'imperatore proseguì il suo viaggio diplomatico per

la Francia e il Crisolora si fermò, invitato dal duca Giangaleazzo,

protettore delle lettere, a dare un corso di retorica e di greco nello

Studio di Pavia. Giangaleazzo aveva fatto pratiche col Crisolora

per chiamarlo a Pavia sin da quando egli insegnava a Firenze. Fra

gli scolari di Pavia ebbe Uberto Decembrio, segretario del candiotto

Pietro Philargis, allora vescovo di Novara, più tardi arcivescovo di

Milano e nel 1409 papa col nome di Alessandro V. Aveva il Crisolora

tradotta letteralmente in latino la _Repubblica_ di Platone; su quella

traduzione letterale Uberto ne stese una un po' più elegante. Più

tardi, nel 1438, la traduzione fu ripigliata da Pier Candido figlio

d'Uberto e ridotta a forma assai migliore. Pier Candido era allora

bambino di due o tre anni, eppure la «figura angelica», come egli la

chiamava di poi, del Crisolora gli rimase così impressa, che non se ne

dimenticò mai.

19. Guarino contava omai ventott'anni. Che aveva egli fatto sino

allora di buono? Quel poco di latino barbaro imparato a Padova era

ben meschino acquisto per uno, come lui, che si sentiva dentro un

irresistibile impulso a progredire. Capì che senza il greco non avrebbe

conchiuso nulla e perciò prese una energica risoluzione.

20. Morto nel settembre 1402 Giangaleazzo Visconti, il Crisolora lasciò

Pavia e si riunì a Venezia all'imperatore greco, che nei primi mesi del

1403 tornato dalla sua visita alle corti di Europa riprendeva la via

dell'Oriente. Migliore occasione non poteva offrirsi a Guarino. Ed egli

l'afferrò senza esitanza e si accompagnò al Crisolora per imparare da

lui il greco.

Guarino a Costantinopoli.

(1403-1408)

21. E qui comincia la vita nuova di Guarino. Egli forse trovavasi a

Venezia quando vi arrivarono contemporaneamente l'imperatore dal suo

viaggio diplomatico e il Crisolora da Pavia. Si accompagnò dunque al

Crisolora e con esso salpò da Venezia per Costantinopoli.

22. Le spese del viaggio le pagò a Guarino Paolo Zane, se pure non

se lo prese egli con sè, perchè lo Zane aveva per conto proprio e per

conto della repubblica veneta continue occasioni di andare in Grecia.

Arrivato a Costantinopoli, Guarino fu ospitato in casa dello stesso

Crisolora, dove egli servì come domestico, mancandogli certamente il

danaro per pagare la pensione. E non ebbe a pentirsene, poichè così

trattando anche con la gente bassa potè formar meglio l'orecchio alla

lingua greca.

23. Due erano in quel tempo i Crisolora a Costantinopoli: Manuele e

Giovanni, quello zio, questo nipote. Tutti e due furono maestri di

Guarino. La famiglia dei Crisolora era nobilissima e imparentata con

la dinastia dei Paleologi allora regnante. Per mezzo del Crisolora

fu Guarino introdotto nella famiglia imperiale, dove trovò cortese

accoglienza e fu preso a ben volere, specialmente da Giovanni,

figlio dell'imperatore ed erede al trono. Gli venne anzi offerta

dall'imperatore una posizione stabile a Costantinopoli, che egli però

rifiutò.

24. La casa del Crisolora era in un amenissimo sito e Guarino ricorda

con affetto i cipressi e l'orto pensile, dove andava spesso a studiare.

Grande ammirazione poi destò in lui «la città regale coi suoi due mari,

coi suoi sontuosi edifici, coi suoi monumenti d'arte;» e molto diletto

prendeva nel sentire dalle bocche dei bambini e delle popolane uscire

tanto fresca ancora e così grammaticalmente conservata la lingua di

Demostene e di Senofonte, egli che nel suo volgare italiano non aveva

riconosciuto più nessuna traccia dell'antica struttura grammaticale

latina.

25. Manuele Crisolora andava e veniva spesso da Costantinopoli a

Venezia per commissioni dell'imperatore; in quelle assenze Guarino

frequentava la scuola del nipote di lui Giovanni. I primi anni del

soggiorno di Costantinopoli furono da Guarino dedicati interamente

allo studio; ma poi dovette pensare anche al proprio sostentamento e fu

allora che si mise ai servizi del suo protettore Paolo Zane. E infatti

in un documento del 1406 incontriamo Guarino con la qualità di notaio

e cancelliere dello Zane. In quel tempo ottenne pure una magistratura

a Scio. È ovvio supporre che Scio, sotto lo giurisdizione di Venezia,

fosse in uno di quegli anni governata dallo Zane e che Guarino lo

seguisse come segretario.

26. Frutto degli studi di Guarino in Costantinopoli furono alcune

epistole in verso e in prosa e qualche traduzione dal greco 9 come

la _Vita di Alessandro_ di Plutarco e la Calunnia di Luciano. La

_Calunnia_ fu da lui mandata da Costantinopoli al patrizio veneziano

Giovanni Quirini. Tra le famiglie veneziane con cui era in intima

relazione va ricordata quella dei Barbaro, che ebbe poi tanta parte

nelle vicende della sua vita. Prima di partire per Costantinopoli aveva

conosciuto i fratelli Zaccaria e Francesco, quest'ultimo fanciulletto

ancora e che fu più tardi uno dei suoi più illustri scolari. Nel 1408

Francesco aveva manifestato il desiderio di percorrere la via degli

studi; era da poco venuto a Padova Gasparino Barzizza, il Nestore dei

maestri di quel tempo, e il Barbaro si preparava a frequentare la sua

scuola. In Venezia però, dove si aveva più fiducia nel traffico che

nella letteratura, il Barbaro veniva censurato, anzi beffato della sua

risoluzione. Egli si difendeva mettendo innanzi l'esempio di Guarino e

a lui scrisse dimandandogli un consiglio.

27. Guarino gli rispose incoraggiandolo a secondare imperterrito la

propria vocazione e a non curarsi dei sarcasmi della gente profana

e dedita all'interesse materiale: «essere le ricchezze un possesso

labile, sola la cultura non andar soggetta a perdersi; che il solo

vero bene è la virtù e che il sapiente è il re dell'universo». La

lettera è infiorata di citazioni da Cicerone, Vergilio, Ovidio, Esiodo,

Plutarco. Nello stile molto impacciato si nota un abuso di metafore. La

conclusione è che egli anela il momento di abbracciare e baciare il suo

Francesco e che tra poco tornerà sano e salvo, ma con la borsa vuota:

spera in lui e negli amici per trovare una occupazione da campar la

vita.

28. Nel 1408 dunque Guarino tornò da Costantinopoli. Ma la trovò

l'occupazione desiderata? Forse egli contava di trovarla in Venezia,

ma s'ingannò. Qualche mese si sarà ivi fermato e non più; nel 1409

egli era in Verona sua patria, dove recitò il discorso di congedo per

il podestà Zaccaria Trevisan. Però nemmeno a Verona si poté collocare;

e allora tentò una nuova via: andò a Bologna. A Bologna risiedeva la

curia pontificia: chissà che non l'attendesse colà la sua fortuna? Vi

arrivò nel febbraio del 1410.

29. Vi arrivò in compagnia di due greci: Demetrio e Giovanni. Demetrio

è quel Cidonio, che accompagnò sempre il Crisolora e che forse il

Crisolora nel partire il 1408 per la Francia aveva lasciato a Venezia,

con l'ordine di attenderlo colà o altrove. Chi fosse Giovanni, il

cavaliere greco, non so: pare che dovesse portar dei libri e invece non

portò che le sue vesti alla foggia greca, bizzarre, da quanto sembra,

e che eccitavano l'ilarità nella moltitudine e nella curia.

30. La curia raccoglieva in quel tempo i migliori elementi della classe

letterata d'Italia. Non vi si trovavano più i tre Veneti Zaccaria

Trevisan, Marino Caravello e Pietro Miani, ma c'erano il Rustici e

Bartolomeo da Montepulciano. C'era Bartolomeo della Capra, cremonese,

vescovo allora della sua città, poi di Pavia e da ultimo arcivescovo di

Milano, buono scopritore di codici; c'era Antonio Loschi, già famoso

umanista; c'era lo Zabarella, arcivescovo e poi cardinale di Firenze,

valente maestro e cultore di filosofia. Ma i due più belli ornamenti

della curia erano certo il Poggio, sempre sbadato e distratto, a

cui gli ozi di Costanza riserbavano così splendida fama, e il Bruni,

che sino allora aveva sviluppata la sua operosità specialmente nella

filosofia e nelle traduzioni dal greco.

31. In mezzo a questa gaia e colta società entra, novello ancora,

Guarino, quantunque non per tutti novello; qualcuno era sua vecchia

conoscenza dei tempi che era stato scolaro in Padova, come lo

Zabarella. E poi lo precedeva una valida raccomandazione, l'essere

stato alunno del Crisolora in Costantinopoli. Al Bruni fece sopra

tutti ottima impressione ed egli ce lo presenta senz'altro come giovane

dottissimo. Così Guarino potè stringere sin d'allora con gli umanisti

della curia quell'amichevole relazione, che crebbe poi negli anni

successivi per reciproca stima e scambio di lavoro letterario.

32. Al Bruni venne subito in mente che Guarino sarebbe stato un ottimo

acquisto per lo Studio fiorentino e infatti ne scrisse al Niccoli

facendogliene la proposta. La proposta fu subito accettata, perchè dopo

non molti giorni il Bruni riscriveva al Niccoli annunziandogli prossima

la venuta di Guarino a Firenze.

Guarino a Firenze.

(1410-1414)

33. Guarino pertanto nel marzo 1410 andò a Firenze, dove iniziò la

sua lunga e famosa carriera didattica. Ivi trovò buona accoglienza

e schietti amici e valenti scolari. Antonio Corbinelli gli offrì la

propria casa, nella quale Guarino divise col suo ospite liberale

«gli studi, i pensieri, il vitto, il sonno, i discorsi». Un amico

sincero ebbe nell'«ottimo e generoso» Palla Strozzi, con cui lavorava

in comune. Era in buoni rapporti con Angelo Corbinelli, «esemplare

come uomo di stato e come educatore dei propri figliuoli;» con Paolo

Fortini cancelliere della repubblica; con Roberto Rossi traduttore di

Aristotele; con Antonio Aretino già magistrato a Vicenza, con Biagio

dei Guasconi, con Girolamo Barbadoro, con la famiglia Boninsegni, col

monaco Ambrogio Camaldolese. Tra i suoi migliori scolari di Firenze

vanno ricordati i due Corbinelli e Giovanni Toscanella.

34. Oltre di questi amici c'erano in Firenze alcuni veronesi, come

Luigi Cattaneo, che fu in Firenze giudice della mercanzia nel 1411, e

il Giuliari, suo segretario. Nella metà poi del 1413 la vita letteraria

a Firenze si dovette maggiormente animare per la presenza della corte

di Giovanni XXIII; sebbene egli non potesse entrare in città, dove

entrarono però quelli del suo seguito. Qui rivide Guarino tutti gli

amici che aveva imparato a conoscere in Bologna e rivide anche il

venerato suo maestro Crisolora.

35. Con la società letteraria del resto che si raccoglieva intorno al

pontefice negli anni che la curia stette a Roma (1411-1413) Guarino era

da Firenze in continua corrispondenza, specialmente col Crisolora. Il

Crisolora, venuto la prima volta a Roma con Giovanni XXIII nel giugno

del 1411, rimasto ammirato della grande metropoli dell'Occidente,

approfittando dei suoi ozi scrisse una dissertazione dove mise Roma a

raffronto con Costantinopoli, la grande metropoli dell'Oriente, e ne

mandò una copia a Guarino. Guarino gli rispose ringraziandolo e facendo

le sue lodi.

36. Oltre che con la società letteraria a Roma, Guarino entrò per mezzo

di un suo vecchio amico in relazione con quella di Rimini, che metteva

capo al marchese Carlo Malatesta, «eroe della penna e della spada»; con

lui Guarino avviò scambio di libri.

37. Ma molto più vivi sono i rapporti di Guarino coi tre centri

letterari del Veneto: Verona, Padova, Venezia. I due veronesi Guglielmo

della Pigna e Luigi Cattaneo lo tenevano in relazione con la società di

Verona. Il Cattaneo studiava legge a Padova. A Padova regnavano allora

Gasparino Barzizza bergamasco e un condiscepolo di Guarino, Ogniben

Scola padovano, intorno ai quali si raccoglieva tutta l'attività

letteraria. Lo Scola specialmente era di una grande versatilità e,

si direbbe, elasticità. Corrispondeva col Bruni e con lo Zabarella,

che erano presso la curia papale, e con Antonio Capodiferro; coi

veronesi Giovanni Nogarola, Paolo Maffei, Luigi Cattaneo, il Giuliari;

coi veneziani Giovanni Micheli, Niccolò Contarini, Marco Lippomano,

Pietro Donati, allora (1412) protonotario e più tardi arcivescovo di

Creta, e coi due Barbaro, Francesco e Ermolao, zio e nipote: Francesco

giovinetto di ottime speranze, Ermolao poco più che bambino d'ingegno

precoce.

38. Con questa società gaia, mobile, studiosa aveva strettissimi

legami Guarino. Erano suoi amici tutti, che aveva avuto occasione di

conoscere o a Venezia o a Padova prima di andare a Costantinopoli o

nel ritorno; alcuni erano suoi confidenti, il protonotario Donati e i

fratelli portoghesi Alfonso e Valesio, alunni del Barzizza. Ed egli

si piace di rappresentare umoristicamente quella società padovana.

«Ai pranzi di Pietro Donati non s'imbandisce Cicerone, Fabio e

Macrobio, ma Alessandro, Perdicca e i sacerdoti Galli. A Padova si

adora per patrono il dio Bacco, a cui si fa festa tutti i giorni. E

gli iniziati del dio cominciano sin dal mattino a chiamare a raccolta

con certe facce rubiconde, con certi nasi maestosi e bitorzoluti,

con certi occhi lagrimosi! Ivi mattina giorno e sera sempre orgia.

Altro che il ginnasio di Socrate e l'accademia di Platone! _in illis

namque disputari solitum aiunt, in his vero nostris dispotari, immo

trispotari quaterque potari frequens patriae mos est.... Academici de

uno, de vero, de motu disserunt, hi nostri de vino, de mero, de potu

dispotant_.

39. Questa società però attraversò un brutto momento. Negli anni 1411

e 1412 le città venete Udine, Venezia, Verona furono funestate da

una terribile invasione di Ungheri; Padova, Vicenza, Verona vennero

conquistate e saccheggiate. Lo Studio di Padova si chiuse, il Barzizza

si rifugiò a Ferrara, lo Scola a Verona e di là a Cremona, i giovani

patrizi veneziani a Venezia. Guarino soffrì molto per i danni toccati

alla sua amata Verona; e fosse per questo o per non so quali altri

motivi, l'anno 1412 gli passò molto triste. «Tutti i favori della

sorte mi si mutano in contrarietà; i pensieri, le deliberazioni

sortiscono l'effetto opposto. Le mie più belle e più fondate speranze

mi sguisciano di mano come serpenti. Fa una bellissima giornata? Mi

metto in viaggio e giù acqua e grandine a rovesci: tutto mi succede

al contrario dei miei desideri. Sicchè eccomi qui errante e ramingo

mutar luogo ma non fortuna». E finisce invidiando all'amico Scola, a

cui scriveva così sconfortato, la costanza nelle avversità e l'anima

veramente stoica.

40. Par di vedere in Guarino come scossa e pericolante la sua posizione

di professore a Firenze; altrimenti non si saprebbero spiegare quelle

sue querimonie. Che egli avesse in quella città incontrate molte e

potenti amicizie, si è veduto; bastino i nomi di Antonio Corbinelli,

Roberto Rossi, Palla Strozzi, tutte persone autorevoli e a lui

sinceramente affezionate. Ma è anche certo che vi deve aver trovato

non poche ostilità. Se ne sente l'eco, un po' lontana ma abbastanza

viva ancora, in una lettera posteriore di alcuni anni. «Io chiamo in

testimonio Dio e i suoi santi, che nel tempo che io fui a Firenze

non sorse, direi, giorno, che io non fossi tormentato da brighe,

da insulti, da litigi. Vi è in codesta setta malvagia tanta smania,

anzi avarizia di gloria, non di quella vera, ma di quella effimera

e apparente, che pur di conseguirla non hanno alcun riguardo alla

riputazione altrui. Onde non lodano nessuno se non con frasi mozze e

soggiungendo sempre: — Si aspetta che faccia meglio per l'avvenire.

— Se ti sentono lodare uno, se ne hanno a male, brontolano, fanno i

visacci e, come se la lode data agli altri andasse a scapito della

propria, invidiano i lodati e mordono i lodatori. Di qui animosità tra

loro, odio contro gli altri. Queste non sono amicizie ma cospirazioni».

Conchiude: _at vero paucorum improbitas plus ad nocendum quam

plurimorum amor, modestia ad iuvandum pollet, praesertim cum fragile

patrocinium haberi soleat ubi apud huiusmodi ingenia per innocentiam

victitare studeas_.

41. A chi alluda qui Guarino, non si sa, toltone Lorenzo Benvenuti.

Si capisce bene che la vita di un uomo si intreccia con quella di

altri che sono illustri, di altri che sono oscuri; e di persone oscure

si tratta qui senza dubbio. Ma non era oscuro al contrario un altro

fiorentino, che osteggiò accanitamente il nostro Guarino: quello

stesso che lo chiamò allo Studio di Firenze e che fu poi forse causa di

farnelo partire, intendo il Niccoli.

42. Sul Niccoli i contemporanei e specialmente i suoi nemici, come

il Bruni e il Filelfo, non lasciarono sfuggirsi occasione di dire

tutto il male possibile e caddero in esagerazioni. Ma dall'ammettere

le esagerazioni al negare ogni fede alle loro, sia pur passionate,

asserzioni, ci corre un bel tratto. Fu sparsa dal Filelfo la notizia

che il Crisolora, Guarino, l'Aurispa, chiamati a Firenze dal Niccoli,

furono poi da lui stesso o per invidia o per ingenita malvagità mandati

via. Per l'Aurispa l'accusa è falsa, ma per il Crisolora, della cui

partenza da Firenze si adducono altri motivi, non è falsa interamente,

giacchè il Bruni in una lettera al Niccoli parla chiaro di animosità di

costui contro il Crisolora. Quanto a Guarino poi l'accusa è vera almeno

per metà; non sarà stato il Niccoli la sola causa per cui Guarino

abbandonò Firenze, ma una delle principali senza dubbio.

43. Il Niccoli aveva delle buone qualità; e un amatore degli studi

classici gli perdona molto, perchè molto ha fatto in vantaggio di

essi, specialmente col raccogliere e copiare manoscritti. Guarino

nella sua invettiva contro il Niccoli è un po' troppo crudele, quando

mettendolo in canzonatura lo riduce alle proporzioni di un asino

carico di libri. Già il raccogliere codici e materiali era merito non

piccolo per quei tempi di preparazione. Ma lasciando ciò, era forse il

Niccoli null'altro che un semplice e dozzinale copista? Egli studiava

e discuteva la forma delle lettere, facendo così opera utile, perchè

su questa via egli fu condotto senza accorgersi a trattare questioni

ortografiche. L'ortografia non è disciplina oziosa e lo mostrarono

tutti quegli umanisti, che se ne occuparono di proposito, dal severo

Barzizza al geniale Poliziano, non escluso Guarino stesso, che compose

più tardi un trattato sui dittonghi latini e uno sugli spiriti greci:

del resto nell'emendamento dei testi chissà quante volte egli non

avrà discusso seriamente questioni di ortografia. Il Niccoli aggiunse

due elementi nuovi a queste ricerche: il confronto delle forme latine

con le corrispondenti greche e il sussidio delle lapidi, le quali non

soffrono le alterazioni, a cui vanno soggetti i manoscritti.

44. Dove Guarino ha ragione è nella pittura che fa del carattere morale

del Niccoli. Il Niccoli era in verità uomo moralmente meschino, che

dava molto appiglio alla satira e alla caricatura. Quel vantarsi di

saper tutto e dar la baia agli altri, mentre poi egli si lasciava

cogliere grossolanamente in fallo, era uno dei suoi capitali difetti.

Suo difetto era pure una tal quale burbanza da superiore coi pari;

talchè si è tentati a prestare intera fede a Guarino, dove racconta

che il Niccoli gli domandò dei codici, spacciando nei crocchi che egli

fosse suo schiavo. Altro suo difetto era l'invidia e deve esser vero

il fatto narrato da Guarino, che venuto il Niccoli in gelosia di un

condiscepolo, a cui era inferiore per ingegno, volesse obbligare lui,

Guarino, a cacciarlo dalla scuola. Ma Guarino era uomo di carattere

e non si sarebbe a niun costo piegato a servire così bassamente i

fanciulleschi dispettucci del suo protettore. Guarino oppose energica

resistenza; e il Niccoli lo cominciò a perseguitare prima nei circoli

privatamente, poi pubblicamente con una lettera.

45. Guarino non recedette: _ut conviciari et maledicere petulans

superbumque arbitror, ita respondere et remaledicere civile fasque

iudico_; e rispose. Non possiamo dire se fosse più mordace la risposta

o la provocazione; ma la mordacità guariniana non fa certamente torto

alla tempra dell'uomo. Dopo tutto Guarino fu il provocato e quanto a

nobiltà d'animo ne avea da vendere al Niccoli e a molti altri. Pongasi

poi mente al concetto che Guarino si era formato dell'uomo di lettere e

si vedrà che distanza da lui al Niccoli. Egli ebbe ragione di spargere

il ridicolo sul Niccoli, che si rese schiavo degli sciocchi capricci e

delle prepotenze di una druda; ebbe ragione di affermare, che il volgo

non poteva non scandolezzarsi di un uomo, il quale delle lettere si

facea scudo a peccare: perchè nel concetto di Guarino il letterato deve

essere virtuoso, deve avere un alto valore morale, deve essere insomma

un uomo superiore.

Guarino a Venezia.

(1414-1419)

46. Il cozzo di Guarino col Niccoli era stato troppo violento e

quell'ostilità aveva acquistato maggior gravità diventando pubblica.

Il Niccoli nelle faccende dello Studio fiorentino avea gran peso e la

posizione di Guarino a Firenze dovette rendersi insostenibile.

47. Egli era colà ancora nei primi mesi del 1414; ma poco più

vi rimase. Giusto in quell'anno, verso la metà, capitò a Firenze

Francesco Barbaro, non si saprebbe dire per quali ragioni. Forse era

corsa qualche trattativa tra la famiglia Barbaro e Guarino da quando

questi cominciò a trovarsi a disagio in Firenze; forse il Barbaro

desiderò di conoscere da vicino quel centro di umanisti, così ormai

famosi per tutta Italia e con alcuno dei quali era probabilmente in

corrispondenza.

48. Comunque, a Firenze il Barbaro si sentì come in casa propria.

Sedicenne appena, com'era allora, aveva pur levato un certo rumore

intorno a sè per la precocità del suo ingegno e per il rapido progresso

negli studi; al che si aggiungeva la nobiltà e liberalità della sua

famiglia. Non era egli stato alunno di Giovanni da Ravenna, cancelliere

dei Carrara a Padova, non meno celebre dell'omonimo che insegnava a

Firenze? Non aveva egli udite le lezioni di Gasparino Barzizza, prima a

Venezia in casa propria, dove il Barzizza era stato ospitato, e poi a

Padova dove l'illustre umanista aveva piantata la sua feconda scuola?

Non aveva egli conosciuto a Venezia quel Manuele Crisolora, che aveva

insegnato a Firenze?

49. Ben a ragione pertanto il Barbaro respirò aria sua a Firenze e si

mosse liberamente in quel circolo di umanisti, che nè potevano poi

dimenticarlo, nè potevano essere dimenticati da lui. Ivi si strinse

in amicizia con Giovanni di Bicci dei Medici e coi due suoi figliuoli

Cosimo e Lorenzo, allora studiosi e più tardi fautori degli studi.

Conobbe Palla Strozzi, Roberto Rossi, i Corbinelli, Leonardo Bruni e

il frate Ambrogio Traversari, che di tutta quella schiera eletta gli

restò il più intimo. Con lui ebbe infatti negli anni successivi vivo

carteggio, che tenne strettamente legate le tre città le quali più di

tutte allora rappresentavano l'umanismo, Venezia, Padova e Firenze.

50. Nel luglio del 1414 mosse Guarino da Firenze col Barbaro verso

Venezia. Passando da Bologna, i due umanisti risalutarono gli amici

della corte pontificia. Giovanni XXIII sin dal febbraio del 1414 si

era stabilito in Bologna, donde partì poi il 1.º ottobre alla volta

di Costanza. Tra quegli amici Guarino e il Barbaro videro anche

il Crisolora, il quale anzi volle accompagnarli fino a Venezia.

Imbarcatisi sul Po i nostri viaggiatori percorsero felicemente il

fiume, ma quando entrarono nel mare furono colti dalla nausea. Come

mai, si domandarono, non si sofferse la nausea sul Po, bensì sul

mare? Allora il Crisolora, «tesoro inesauribile di dottrina», spiegò

ai compagni come cagione della nausea siano un senso esterno e un

interno: «l'esterno essere l'olfatto, perchè l'acqua marina esala odori

disgustosi, l'interno essere il timore, perchè il mare nasconde sempre,

anche sotto belle apparenze, minacce e pericoli». Noi ci figuriamo

Guarino pendere tutt'occhi e tutt'orecchi dalla bocca del Crisolora,

nel quale ammirava tanto quel filosofeggiare bonario e sentenzioso

anche sulle più minute questioni.

51. L'arrivo di Guarino a Venezia «fu un trionfo». Ivi egli era molto

conosciuto; ivi l'aveano veduto partire e tornare da Costantinopoli,

avea già intimi vincoli di amicizia con la famiglia di Paolo Zane

il suo benefattore, coi Donati, coi Barbaro e altre illustri case

patrizie. Inoltre la gioventù veneziana lo aspettava con ansia, perchè

tolte le momentanee apparizioni del Ravennate del Barzizza e del

Crisolora, una scuola propria e stabile ivi non si era ancora fondata.

52. Appena giunto fu intanto generosamente ospitato in casa Barbaro,

dove oltre a Francesco c'era il fratello Zaccaria con la moglie e il

figlio Ermolao, il piccolo portento d'ingegno, allora forse di sei

o sette anni. E Francesco Barbaro meritamente si gloria di questa

ospitalità offerta al grande maestro.

53. Ma Guarino ben presto si costituì la propria dimora, che

egli popolò di alunni privati, mettendo così le prime basi della

scuola-convitto. Non era egli forse stato un famiglio in casa del

Crisolora a Costantinopoli? e non praticava così a Padova il suo

collega Barzizza, provetto institutore? Il Barzizza teneva in casa

sua una parte dei suoi scolari, tra i quali forse quel Vittorino da

Feltre, che più tardi era destinato a dare il proprio nome a questa

instituzione. Ebbe a convittori figli d'illustri famiglie veneziane,

tre nipoti del cardinale Branda Castiglioni, un figlio dei marchesi

Malaspina e di qualche altro principe. Li faceva sorvegliare da persone

fidate, qualche volta dai suoi stessi figliuoli; destinava alla loro

istruzione appositi maestri: egli sedeva al timone, per dirla con la

sua frase, invigilando il buon andamento generale.

54. Così Guarino a Venezia. La sua casa era una famiglia di studenti,

talvolta assai numerosa: chiamava convitto (_contubernium_) la

famiglia, camerate (_contubernales_) gli studenti. Nell'invitare a

Venezia l'amico Paolo de Paolinis, professore di filosofia morale

a Firenze, così gli scriveva: «Vieni e faremo vita comune; comune

avremo il cibo, i discorsi, il sonno. Nè ti credere in ciò di recarmi

incomodo; tutto si acconcierà nel migliore e più agevol modo possibile.

Per te non faccio nessuna novità nè di apparecchi nè di cibi nè di

letti, nulla nulla; preparati a una vita da studente, alla quale tu sei

stato avvezzato, educato, cresciuto. Non ti prometto pietanze squisite,

vasi preziosi, ricca supellettile; mangerai rape e fave, berrai in

bicchieri di legno e adopererai posate alla buona. Condiremo ogni

cosa coi continui ragionari, con le risa, coi giuochi, col brio; così

Curio traeva in terra una vita celeste. Oro e argento non te ne posso

offrire, ma buon umore e lieta brigata quanta ne vuoi».

55. Appena posto piede in Venezia, Guarino scrisse al Barzizza, che

già dovea conoscere di persona, del suo arrivo e come sarebbe andato

a trovarlo a Padova; a cui con altrettanta squisitezza ed urbanità

il Barzizza rispose che sarebbe toccato a lui venirlo a vedere a

Venezia. Così si strinse fra i due umanisti quel legame di reciproco

affetto e stima, il quale fu veramente esemplare: che nè invidia nè

gelosia rallentò mai, anche quando il Barzizza si vide rubare, come

era naturale, dal nuovo collega gran numero di scolari «che erano

stati primi ad amarlo». È bello veder quel loro scambio di codici e

di pietosi sensi. Affettuose sono le condoglianze che Guarino fa al

Barzizza in morte della moglie, affettuosi e veramente paterni gli

ammonimenti che il Barzizza dà a Guarino sul mutar residenza e sul

cercarsi dopo tanto peregrinare un posto sicuro e stabile. Da buoni

colleghi si aiutano scambievolmente nei loro studi, professando l'un

per l'altro quella stima che meritavano, nel che il Barzizza dava

esempio di generosa modestia, proclamando Guarino il più dotto dell'età

sua e il vero modello della bontà e dell'onestà.

56. Questa stessa affettuosa corrispondenza troviamo negli scolari

delle due città vicine. Col Barbaro e col Giuliani, già allievi suoi

ed ora di Guarino, il Barzizza è sempre in carteggio: loda al Giuliani

l'orazione in morte del Crisolora, al Barbaro il _De re uxoria_, a lui

e al Giustinian le traduzioni dal greco. Comuni amici del Barzizza e di

Guarino restano il Corner e il Vettori, che ora fanno vita a Venezia, i

fratelli Giona e Lazzarino Resti, Alfonso portoghese, Filippo di Cipro,

che stanno a Padova; amico comune Cristoforo Parma, maestro vagante,

che un anno troviamo a Padova, un anno a Ferrara, un anno a Verona,

un anno a Venezia. Da Venezia Guarino si congratula degli studi di

Battista Bevilacqua, a cui raccomanda gli amici suoi; e da Padova il

Bevilacqua compiange in una affettuosa lettera a lui diretta la morte

di Zaccaria Barbaro. Passa da Venezia a Padova e da questa a quella

Pietro Donati, arcivescovo di Creta, ben voluto dai letterati delle

due città. Da Venezia Guarino mette in relazione Francesco Bracco, suo

camerata, col Donati, col Gualdo, col Barzizza a Padova e briga con

tutti gli amici di Firenze per far nominare alla magistratura della

mercanzia Filippo di Cipro, residente in Padova.

57. A Padova si erano incontrati alla scuola del Barzizza Giorgio da

Trebisonda, Francesco Filelfo, Vittorino da Feltre, destinati tutti

e tre ad occupare un posto cospicuo tra gli umanisti della prossima

generazione; e da Padova si partono l'un dopo l'altro tutti e tre: il

Filelfo a piantar scuola in Venezia, il Trebisonda a udirvi Guarino e

a fare il copista in casa Barbaro, Vittorino a imparare un po' di greco

dal dotto Veronese, a cui per compenso raffinò il gusto latino, facendo

così quello che il Platina felicemente chiama «scambio di merci».

58. Ma ciò che più tiene vive le relazioni tra Venezia e Padova è

la corrispondenza di Guarino con Girolamo Gualdo vicentino, a cui lo

legavano anche rapporti di famiglia. A lui manda gli scritti suoi, come

la lettera sulla vittoria di Gallipoli, e gli scritti degli amici, come

l'orazione funebre del Poggio per lo Zabarella, le traduzioni dal greco

e qualche lettera del Barbaro; e con lui scambia codici.

59. Nè in questi rapporti manca l'arguzia e la burletta, giacchè per

quanto gli umanisti fossero quasi sempre al verde e in lotta tutto il

giorno con le prime necessità della vita, pure la serenità e il brio

non venivano loro mai meno. Quegli che alimentava la gaiezza in questa

società era soprattutto il veneziano Giannino Corradini, che faceva

il medico a Padova; «l'amenissimo e argutissimo Corradini,» ammiratore

entusiastico di Guarino e delle sue lettere, al quale per ogni lettera

che riceveva mandava in dono una gallina. «Ma bada, gli doveva scrivere

Guarino, bada che questa mia non è nè lettera nè epistola, se no c'è

il pericolo che mi capiti qui all'improvviso una gallina. Del resto

vogliamo proprio fare il patto dello scambio delle lettere con le

galline? io già non mi preoccupo che me ne venga nausea; tu valente

medico non puoi mandare, naturalmente, cibi nauseosi. E intendi

bene: io non seguo la setta degli Stoici e dei Peripatetici, ma degli

Epicurei. Ho poi speciale antipatia per certi autori e simpatia per

certi altri: antipatia per Cicerone, Lentulo, Fabio, Macrobio, autori

insipidi; simpatia per Vitellio, Cepione, i sacerdoti Galli, Perdicca,

compagno di Alessandro, e Carneade, non il vecchio ma il giovane».

60. A Padova andava spesso Guarino «a celebrarvi, come egli diceva,

i sacri riti dell'amichevole sodalizio, del quale era consigliere e

ospite». «Di ritorno ier l'altro, o diletto Gualdo, dalla mia visita

al sodalizio di Padova, avevo d'innanzi agli occhi e mi risonava

ancora negli orecchi la vostra festività, la cortesia, il brio condito

di gravità; e tanto la mente mia si era immersa nel ricordo, che voi

mi eravate al fianco compagni del viaggio». In un altro ritorno da

Padova a Venezia si erano imbarcati Guarino, il Barbaro, il Giustinian

e il Giuliani. Chiese di salire con loro un vecchiotto, che fu lo

spasso della brigata. «Di che genere sei?» gli domandò il Giuliani.

«Maschile», rispose quegli. «Me ne ero accorto, riprese il Giuliani,

dalla barba bianca che ti copre il volto.» Allora il vecchiotto disse

che era maestro di scuola. «Ho capito, replicò il Giuliani, sei _ludi

magister_.» «Sì, e credo che ci chiamino così, perchè facciamo scuola

ai bambini, i quali amano i giochi (_ludus_).» Risata generale. Intanto

il Giuliani cavò di tasca un Persio e cominciò a leggere la sat. II:

_hunc, Macrine, diem numera meliore lapillo.» «Che significa numerare

meliore lapillo_»? domandò il Giustinian al maestro. E quegli franco

soggiunse esser nato dal costume antico di contare i giorni con le

pietre; perciò Persio inculca a Macrino di contare esattamente i suoi

giorni, ma con una pietra di valore, p. e. con del marmo. Altra risata

generale. E con queste corbellerie compirono la traversata, che non se

ne accorsero nemmeno.

61. Nulla di importante avvenne nel primo anno che Guarino fu a

Venezia, se ne eccettui l'arrivo nel gennaio 1415 dell'amico Valerio

Floro dalla Grecia, che si recava ambasciatore alla repubblica e di

là al papa a Costanza. Il Floro, a cui Guarino dedicò il trattatello

sui Dittonghi, gli era legato d'amicizia da parecchio tempo, come pure

Cristoforo vicentino, al quale Guarino partecipa la fausta novella

dell'arrivo del Floro. Per mezzo poi dello stesso Cristoforo abbiamo

occasione di vedere come erano sempre vive le relazioni di Guarino con

Antonio Loschi tornato di fresco (verso la metà del 1415) da Costanza

a Vicenza, dove si godette sei anni di tranquillità, aspettando per il

papato tempi migliori.

62. Ma ecco da Costanza giungere e propagarsi per tutta Italia una

triste notizia: il 15 aprile 1415 era morto colà Manuele Crisolora.

Fu un colpo terribile per Guarino, il suo più entusiastico ammiratore.

Il primo pensiero che gli corse alla mente fu di tessergli un elogio,

che fosse un monumento di gratitudine e di affetto; ma lo stordimento

per la sventura e l'altezza del tema ne lo distolsero. Da Costanza lo

aveva a ciò eccitato il Vergerio, ma gli risponde che le sue spalle non

reggerebbero al peso e addita piuttosto il Vergerio stesso come adatto

più di ogni altro all'impresa. Il Rustici e il Poggio si erano pure

proposti di dirne le lodi, ma non ne fecero poi nulla; e il Crisolora

restò senza l'elogio di qualcuno dei suoi scolari ed amici: meno

fortunato in questo di tanti che lo precedettero e che lo seguirono.

63. Però se tacquero gli scolari del Crisolora, parlò uno scolaro

di Guarino. Guarino infatti verso il luglio dello stesso anno (1415)

preparò una solenne commemorazione del Crisolora, affidando l'incarico

del discorso d'occasione al patrizio Andrea Giuliani. Il Giuliani non

fece un quadro biografico del Crisolora, ma ne tessè le lodi, tenendosi

sulle generali e tributando ardente e viva ammirazione all'illustre

defunto.

64. Il Barzizza da Padova lodò l'oratore, «che risuscitava i bei tempi

dell'eloquenza antica». Guarino poi disseminò in un momento l'orazione

del Giuliani, encomiandola altamente. Ne parlò nella lunga lettera

consolatoria a Giovanni Crisolora, nipote del morto, ne parlò nella

lettera a Giacomo Fabris giureconsulto veronese, la mandò agli amici

di Costanza e di Ferrara. A Verona la portò egli stesso verso la fine

del 1415 e in quell'occasione si parlò del Crisolora nel crocchio

degli amici, quale Niccolò Brenzoni, l'abate di S. Zeno, il Salerno,

il della Pigna; tra essi il Fabris aveva conosciuto il Crisolora, anzi

aveva avuto l'onore di ospitarlo in casa propria. E con l'orazione del

Giuliani lessero a Verona pure la lettera consolatoria di Guarino a

Giovanni Crisolora; e i due scritti riscossero i più sinceri applausi:

applausi tanto più vivi, quanto che il Giuliani era a Verona conosciuto

ed amato e già si era letto il giudizio dato sul suo discorso dal

Barzizza, la maggior autorità letteraria di quel tempo. Gli amici

veronesi avevano poi un'altra ragione di congratularsi col Giuliani,

perchè egli in quei giorni era passato a seconde nozze con una ricca e

virtuosa signorina veneziana.

65. Guarino in quel suo giro del 1415 toccò Padova, dove s'incontrò

con alcuni del circolo letterato ferrarese, seppure non prolungò il

viaggio fin proprio a Ferrara. Le relazioni tra Ferrara e Venezia

erano molto amichevoli. Era marchese allora di Ferrara Niccolò

d'Este, fautore dei buoni studi, il quale veniva di quando in quando a

Venezia per assistere alle feste pubbliche e ai tornei; e c'era stato

giusto di fresco nell'aprile del 1415 accompagnato dal suo aiutante

Uguccione dei Contrari e forse anche dal cavaliere Alberto della

Sale suo condottiero. In quella e in altre occasioni Guarino potè

incontrarsi con quei signori, qualcuno dei quali era anche dilettante

di letteratura, come il cavaliere della Sale.

66. Negli ultimi anni del secolo XIV le condizioni della cultura in

Ferrara non erano troppo floride, giacchè il Vergerio non conosceva che

un nome che in quel tempo (1392) facesse onore agli studi, Bartolomeo

da Saliceto. Le condizioni si migliorarono certo con la riapertura

dello Studio nel 1402. Negli anni 1411 e 1412 fece capolino a Ferrara

il Barzizza, che aveva mandato colà la numerosa sua famiglia, sia

perchè a Padova il vitto costava troppo caro, sia perchè l'invasione

degli Ungheri aveva portato lo scompiglio nelle città del Veneto. In

quelle visite il Barzizza conobbe molti personaggi della corte e pare

che ne abbia ricevuta buona impressione. Viveva ancora, ma decrepito,

Donato degli Albanzani, già segretario degli Estensi e istitutore

di Niccolò III. Vi era il suo amico Lodovico conte di S. Bonifacio,

studioso dei classici latini e specialmente dei moralisti; vi conobbe

Uguccione dei Contrari e strinse relazione con Bartolomeo Mella,

referendario del marchese.

67. Che qualche traccia non lasci il contatto, sia pur passeggiero,

di un umanista come il Barzizza, non si può negare; perchè un

certo impulso vien sempre dato, il quale si alimenta poi con la

corrispondenza epistolare. Ma più che il Barzizza lasciò traccia la

corrispondenza epistolare e la relazione personale di Guarino. Giacomo

Zilioli, che fu più tardi consigliere intimo del marchese, deve certo

a Guarino, se divenne liberal mecenate degli studiosi. E col giurista

Niccolò Pirondoli e specialmente col medico Ugo Mazzolati avviò Guarino

viva corrispondenza, che giovò moltissimo a promuovere gli studi in

Ferrara.

68. Col mezzo di comuni amici che andavano e venivano da Ferrara, come

Francesco Bracco, i Ferraresi erano messi a parte delle produzioni

letterarie che uscivano in Venezia. Così l'orazione del Giuliani e le

lettere di Guarino sulla morte del Crisolora e il _De re uxoria_ del

Barbaro furono a suo tempo trasmesse a Ferrara. Così Ugo Mazzolati

riceveva le versioni da Plutarco di Guarino e da lui si faceva emendar

codici. Ugo pose tale affetto a Guarino, gli pose tale stima, che

lo chiamava padre e si affliggeva se da lui non ricevesse almeno una

lettera al mese. A Ferrara godeva la stima di Guarino un altro medico,

Bartolomeo Mainenti; e ivi si trovò per qualche anno il grammatico

Cristoforo Parma, amico del Mazzolati.

69. Mentre Guarino moltiplicava e intrecciava così la sua attività e le

sue relazioni con Padova, Costanza, Vicenza, Verona, Ferrara, ferveva

il lavoro e l'operosità nella sua scuola a Venezia, dove i suoi alunni

facevano rapidi progressi e producevano ottimi frutti. Abbiamo parlato

dell'orazione funebre del Giuliani; nè fu la sola, perchè egli ne

compose un'altra in morte dello zio Paolo. Nel testamento però lo zio

aveva vietato qualunque pompa funebre e l'orazione non fu recitata; il

che non impedì a Guarino di pubblicarla all'insaputa dell'autore mentre

era a Costanza. Nel 1418 il Giustinian recitò l'orazione funebre per

Carlo Zen; due orazioni, l'una funebre in morte del diletto Corradini,

rapito nel fior dell'età all'affetto degli amici, l'altra per la

laurea del Perugino Guidaloti, avea pronunziate il Barbaro nel 1416 a

Padova. Il Barbaro levò assai più rumore per un altro lavoro, il _De re

uxoria_, uscito verso il maggio del 1416 e dedicato all'amico Lorenzo

dei Medici in occasione delle sue nozze.

70. Questo opuscolo morale, scritto in venticinque giorni, tratta delle

principali questioni attinenti al matrimonio: della sua essenza, della

economia domestica, del coito, dell'allevamento dei figli. Si intende

da sè che le massime non sono attinte alla pratica, ma all'erudizione

del suo precettore; però un elemento pratico c'era, quello attinto al

senno e all'esperienza di Zaccaria Trevisan, morto tre anni innanzi,

uomo ascoltato sempre con affettuosa riverenza dal giovinetto Barbaro.

In quel libro egli depositò tutta l'erudizione latina e greca, che

aveva acquistato nei due anni di scuola di Guarino. Erano purtroppo

lavori di semplice parata, condotti sugli esemplari classici, senza

anima e senza sentimento, senza un alito di quella vita che allora

viveano; la sola parte lodevole e durevole era l'acume dell'ingegno e

la vivacità della forma.

71. Il Barbaro fece nè più nè meno di quello che s'aspettava

il Barzizza, gran fabbro di lettere esercitatorie e di orazioni

accademiche. Il Barzizza infatti saputo della pubblicazione di quel

trattato, ne scrisse al Barbaro domandandogliene una copia. «Attendo

la tua Res uxoria, che sento aver tu pubblicato testè. E mi si dice

anche che il lavoro risponda degnamente al tuo ingegno e ai tuoi studi.

Non dubito punto che esso sia scritto con senno ed eleganza; giacchè

l'avrai certamente infiorato in molti luoghi di sentenze latine e

greche; ma desidero vederlo per poterlo giudicare più col mio giudizio

che con quello degli altri.»

72. Primo a riceverne copia fu naturalmente Lorenzo dei Medici e da

lui gli amici fiorentini che lo lodarono. L'ebbe e lo ammirò Niccolò

Pirondoli a Ferrara. A Costanza Guarino lo mandò allo Zabarella, presso

cui lo lesse il Vergerio, il quale poi ne scrisse parole di grande

elogio al medico veneziano Niccolò Leonardi. E da Guarino lo ricevette

anche il Poggio, che lo passò al Rustici e a Biagio dei Guasconi. Il

Poggio gli rispose che da quel saggio c'era da ripromettersi assai

bene del giovinetto autore, ma che egli più che mai nel leggere

il trattatello si era distolto dal pensiero di prender moglie,

considerando i gravi pesi di quello stato.

73. Questo quanto riguarda i frutti dati negli studi latini. Nè minori

furono quelli dati, specialmente tenuto conto della novità, negli studi

greci, i quali anzi in Venezia ebbero un vero fondamento e ricevettero

incremento solo per opera di Guarino. Tra la fine del 1415 e il

principio del 1416 il Giustinian aveva tradotto il Cimone di Plutarco,

rendendo così, come dice Guarino, testimonianza di gratitudine alla

memoria del Crisolora, che primo aveva aperta la via alla cultura greca

in Italia. Nel medesimo tempo il Barbaro tradusse l'_Aristide_ dello

stesso Plutarco. Questi due primi saggi furono subito mandati a Verona

al Salerno, che li avrà comunicati certamente agli amici di colà. Ben

presto seguirono due nuove versioni da Plutarco: del _Lucullo_ per

opera del Giustinian e del _Catone_ per opera del Barbaro. Le quattro

vite erano già pubblicate nella fine del 1416 e vennero spedite al

Traversari a Firenze e al Gualdo a Padova.

74. Questi studi greci, appunto perchè una novità, incontrarono qualche

opposizione a Venezia. Organo di tale malcontento si fece Lorenzo

Monaco, cancelliere di Creta, dando così il primo esempio della guerra,

che diventò poi famosa, tra la letteratura greca e la latina. Lorenzo

Monaco, già amico del Barbaro e ammiratore de' suoi lavori, quando

lo vide tutto inteso agli studi greci, gli scrisse una lettera per

dissuadernelo, cercando di mostrare che tanto lo studio del greco

quanto le traduzioni dal greco erano inutili. Il Barbaro replicò con

una lettera assai vivace, nella quale sostiene la necessità degli

studi greci e l'utilità delle traduzioni dal greco, appoggiandosi

all'autorità degli antichi e all'esempio dei più grandi traduttori

moderni, Guarino e il Bruni. Di questa lettera Guarino mandò una copia

al Gualdo a Padova, mentre da Firenze glie l'avea chiesta il Bruni, il

quale, paladino come era degli studi greci, voleva entrare in lizza a

rompere una lancia per essi.

75. La seconda metà del 1416 Venezia fu visitata dalla peste, lo

spauracchio di Guarino, uomo forte e coraggioso, meno che davanti

all'epidemia. Già sin dal maggio se ne vociferava e si diceva che

Guarino in compagnia del Barbaro si sarebbero rifugiati a Firenze.

Invece si rifugiarono a Padova, dove li troviamo al principio di

luglio. Vi venne più tardi anche Zaccaria Barbaro con la famiglia e

Vittorino da Feltre, che in quei giorni stava a Venezia. Nel tempo

della sua dimora a Padova Guarino ricevette dal Poggio la famosa

lettera sul supplizio di Girolamo da Praga e lo ricambiò con la sua

sulla vittoria di Gallipoli.

76. Era ancora a Padova sul finire dell'anno, ma non pare sia sempre

stato fermo colà, poichè almeno una volta fu certo a Verona. «Ho

errato qua e là, egli scrive, come uno Scita e un Nomade». E di ciò si

preoccupava non poco: «mi par mill'anni che finisca questa pestilenza

e che noi possiamo tornare ai nostri studi; giacchè come il vomere non

adoperato irrugginisce, così l'animo non esercitato illanguidisce.

Ormai intorno alle tempie spuntano i capelli bianchi, la vecchiezza

s'avanza (aveva allora 42 anni) a gran passi e lo scrigno è vuoto».

Eppure c'era chi lo faceva ancora (come in fin dei conti era veramente)

uomo fresco e voleva dargli moglie. Racconta egli che mentre stava a

Padova vennero da lui alcune persone, che dopo un preambolo preso alla

larga gli proposero un buon matrimonio. Guarino rispose celiando, che

le mogli non gli piacevano, se non finchè erano mantenute dagli altri;

che del resto la moglie egli l'aveva e cercava da un pezzo di far

divorzio: questa moglie era la povertà. Ma il proposito negativo non

durò molto tempo.

77. Di ritorno a Venezia nel 1417 tradusse il _Temistocle_ di Plutarco

e lo dedicò a Carlo Zen, il quale, quantunque più che ottuagenario,

trovava modo di occuparsi di letteratura; ma erano gli ultimi lampi

di una vita agitata, spesa in pro' della patria; e il dì 8 maggio

dell'anno seguente, 1418, chiuse la sua carriera mortale, accompagnato

dalla parola calda ed eloquente del Giustinian, che gli recitò

l'orazione funebre in mezzo all'ammirazione degli astanti. Assisteva

un pubblico sceltissimo, tra cui anche gli amici della corte di

Ferrara. Fu un nuovo trionfo per Guarino, il quale aveva ormai resi

celebri i suoi tre migliori scolari, educandoli così in pari tempo a

quella disinvoltura presso il pubblico, che è tanto necessaria a chi

si applica all'amministrazione dello stato. E tutti e tre riuscirono

uomini di stato, superiore a tutti il Barbaro, ma benemeriti anche il

Giustinian e il Giuliani. Il Giuliani anzi era già entrato da prima

nella carriera pubblica; e mentre studiava sotto Guarino aveva ottenuto

l'ufficio di cassiere in Padova. Alla fine poi del 1417 lo incontriamo,

probabilmente in qualità di ambasciatore della repubblica, a Costanza,

dove si era pure recato da Padova il Barzizza, con la speranza forse

di migliorare fortuna nella prossima elezione del nuovo pontefice, la

quale dovea por termine allo scisma.

78. Per tal modo furono raddoppiate le relazioni, già sì frequenti e

cordiali, tra Costanza e Venezia. Da Venezia infatti andavano di quando

in quando ambasciatori a Costanza, come il Floro, che aveano amici

comuni nelle due città; da Venezia partirono nel 1415 per il Concilio

i cardinali veneti; da Venezia passò, diretto a Costanza, Carlo

Malatesta, procuratore del pontefice veneto Gregorio XII. Tra Venezia

e Costanza erano attivi gli scambi di lettere e codici col Poggio, il

Vergerio, lo Zabarella, Bartolomeo da Montepulciano dall'una parte, con

Guarino, il Barbaro, Niccolò Leonardi dall'altra.

79. La corte pontificia era giunta a Costanza il 28 ottobre 1414 con

Giovanni XXIII e ne ripartì il 16 maggio 1418 con Martino V. Giovanni

XXIII quando vide non potersi più sostenere di fronte al Concilio,

fuggì di là il 19 marzo 1415, ma ripreso fu solennemente destituito

il 29 maggio dello stesso anno. A questo atto ne seguì un altro il

4 luglio 1415, cioè la rinunzia di Gregorio XII per mezzo del suo

procuratore Carlo Malatesta. Da allora in poi il Concilio, più libero

nella sua azione, discusse e approvò una serie di provvedimenti e di

riforme ecclesiastiche; da ultimo nell'8 novembre 1417 i cardinali e i

vescovi entrarono in conclave, dal quale l'11 uscì eletto Martino V.

80. Tra i personaggi di nostra conoscenza troviamo a Costanza il

cardinal fiorentino Zabarella, buon letterato e filosofo e generoso

mecenate degli studi, «l'asilo dei dotti», come lo chiama il Poggio,

sotto la cui protezione e al cui servizio stavano il Rustici, il

Vergerio, Bartolomeo da Montepulciano. C'era il vescovo Capra addetto,

come sembra, alla corte dell'imperatore Sigismondo; c'erano il Poggio,

il Crisolora, il Loschi, il Bruni, arrivato quest'ultimo in ritardo

verso la fine di decembre 1414: tutti quattro al servizio di Giovanni

XXIII. Altri di minor conto, ma che pur meritano di essere ricordati,

erano Biagio Guasconi, Caronda, Zomino da Pistoia, Bartolomeo del

Regno, Benedetto da Piglio.

81. Deposto Giovanni XXIII, i suoi segretari si trovarono squilibrati

e senza appoggio. Già prima della deposizione il Bruni, che aveva

odorato il vento infido, sin dal principio del marzo 1415 avea preso

il volo ed era tornato a Firenze, donde non si mosse più, attendendo

tranquillamente ai suoi studi prediletti. Anche il Loschi nel corso

del 1415 partì di là e si ritirò nella natia Vicenza aspettando tempi

migliori. In compenso nella seconda metà del 1417 quel circolo di

letterati si accrebbe del Giuliani e del Barzizza; ma nessuno potè

compensare due gravi perdite: quella del Crisolora nel 1415 e quella

del cardinal Zabarella il 26 settembre 1417, al quale il Poggio recitò

l'orazione funebre, comunicata poi a Guarino a Venezia e da Guarino

agli amici di Padova, città nativa dello Zabarella, dove avea tanti

anni studiato e insegnato.

82. Ci fu in queste relazioni tra Venezia e Costanza anche un piccolo

scandalo. Sul principio del 1416 Caronda sparse la voce che Guarino

avesse composto un libro, nel quale avea raccolto tutti gli errori

dei recenti traduttori dal greco; il Bruni naturalmente, come il più

attivo dei traduttori, vi era impegnato. Bartolomeo da Montepulciano

ne scrisse a Guarino chiedendogli una copia dell'opuscolo. Guarino

gli rispose meravigliato di una simile fandonia e se ne lagnò anche

col Poggio, che fece del suo meglio per cancellare ogni traccia della

malevola invenzione; e tutto per allora finì lì.

83. Dal soggiorno della corte pontificia in Costanza l'umanismo

ripete uno dei più grandi impulsi, venutogli con le scoperte di codici

latini, delle quali il Poggio fu l'eroe. Approfittando dell'ozio che

gli concedeva l'interregno pontificio egli intraprese da Costanza

alcuni viaggi, parte in Francia, parte in Germania. Quelli in Francia,

che furono i primi e li fece da solo, cadono nella seconda metà del

1415. Andò a Parigi, dove trovò un Nonio Marcello, che del resto era

conosciuto, se non letto, già innanzi, poichè fin dal 1407 si sapeva

esisterne una copia in Pavia. Trovò a Cluny un primo nucleo di orazioni

ciceroniane e un secondo a Langres.

84. I viaggi in Germania invece cadono negli anni 1416 e 1417. Il

centro di questa seconda serie di esplorazioni fu la badia di S. Gallo,

dalla quale egli mosse alle badie circostanti. Qui il Poggio ebbe

compagni il Rustici e più ancora Bartolomeo da Montepulciano. Anzi

Bartolomeo nel febbraio 1417 proseguiva per proprio conto le ricerche

e giusto in quel tempo scoperse a S. Gallo un Vegezio e un Festo.

85. Le notizie delle scoperte volavano subito per tutto, specialmente

a Firenze e a Venezia. Da Venezia il 6 luglio 1417 il Barbaro scriveva

al Poggio una lunga lettera di congratulazione, nella quale si trovano

nominati i migliori acquisti fatti: Tertulliano, Silio Italico,

Marcellino, Manilio, Lucio Settimio, Valerio Flacco, Capro, Probo,

Eutichio, Nonio Marcello, Lucrezio, Asconio Pediano, Quintiliano, oltre

ai suaccennati scoperti in Francia e a quelli di cui ci ha lasciato

notizia il Rustici, cioè Vitruvio, Prisciano (_Partitiones XII versuum

Aeneidos_) e Lattanzio (_De utroque homine_).

86. Questi autori o erano interamente ignorati o mal noti. A Venezia e

a Padova arrivò subito un Marcello, non dopo la metà del 1416; Guarino

e il Barzizza ebbero anche un Asconio, Guarino un Lucrezio. Ma i due

più preziosi acquisti furono Quintiliano e le orazioni di Cicerone. Un

Quintiliano l'ebbe Guarino dal Poggio, uno il Barzizza, probabilmente

dal cardinale Branda Castiglioni. Il Poggio poi scoprì un secondo

Quintiliano, di cui si impossessò e che portò o mandò in Italia: quello

stesso che ora si conserva nella Laurenziana di Firenze. Anche di

questo ricevette Guarino copia dal Poggio.

87. Per le orazioni di Cicerone invece Guarino e il Barbaro si

dovettero rivolgere al circolo fiorentino, con cui il loro commercio

epistolare non era meno vivo che con quello di Costanza, specialmente

per alcuni Veronesi, che dimorando in Firenze contribuivano ad

alimentare la corrispondenza tra le due città. Veronese era Galesio

della Nichesola, ufficiale della mercanzia negli anni 1416-1417;

veronese il Salerno, podestà nel 1418, col suo vicario Guglielmi;

veronese Paolo de Paolinis, professore di filosofia morale. Nel 1418

Guarino raccomandava per l'ufficio della mercanzia in Firenze Filippo

di Cipro al Corbinelli, allo Strozzi, al Barbadoro, al Boninsegni. E in

uno di quegli anni fece, in compagnia di suo zio Francesco, una gita a

Firenze il piccolo Ermolao Barbaro, che vi conobbe il Marsuppini, il

Traversari e gli altri. Guarino era tornato in pace col Niccoli sino

almeno dal 1416 e con lui e col Traversari scambiava codici.

88. Questo commercio avea di solito per intermediario il Barbaro, la

cui corrispondenza col Traversari era copiosissima. Il Niccoli mandava

a Venezia le orazioni di Cicerone scoperte dal Poggio e le _Epistole ad

Attico_, rendeva conto di un Tucidide vendutogli dall'Aurispa a Pisa,

di un Trogo scoperto dall'Adimari in Spagna e mandava le orazioni di

Demostene tradotte dal Bruni. Il Traversari poi inviava a Venezia le

lettere del Crisolora, copiava per il Barbaro l'_Agesilao_ di Senofonte

ed emendavagli un Lattanzio; traduceva la _Scala Santa_ e Grisostomo e

ne spediva copia a Venezia.

89. Da Venezia non erano meno generosi; di là partivano le nuove

produzioni del Barbaro e del Giustinian; di là Guarino spediva gli

opuscoli di Senofonte e il Barbaro colmava una lacuna al Livio del

Traversari. La ricca collezione del Barbaro, della quale presentemente

stava compilando il catalogo, fornì ai Fiorentini le lettere di Platone

e di Basilio, un Nicandro, Alessandro Afrodisio, un Apollonio, un

Filostrato, un Diogene. Anche Venezia ebbe la sua importante scoperta,

poichè Guarino nei primi giorni del 1419 trovò fra molti codici sacri

l'_Epistolario_ di Plinio in otto libri, antichissimo, ora perduto, e

che fu l'archetipo di una intera famiglia di codici Pliniani.

90. Tirata la somma, Guarino nel quinquennio che stette a Venezia

impresse un potente impulso agli studi. Quello fu un breve periodo,

ma un periodo aureo, in cui Venezia brillò come faro dell'umanismo.

A Venezia mettono capo le fila da Costanza, da Firenze, da Padova; e

Guarino le raccoglie e le compone in mirabile unità. Ma Venezia dovea

cedere presto il primato ad altre città, contentandosi di passare in

secondo ordine, vuoi perchè non era favorita da tutte quelle condizioni

che danno lunga vita a un centro di studi, vuoi perchè Guarino piantò

altrove le sue tende, lasciando però dietro di sè larghe tracce in

quella schiera di valorosi patrizi, che frequentarono la sua scuola.

91. Guarino si cominciò a sentire a disagio in Venezia sin dalla fine

del 1417; anzi trattava per avere un posto presso la curia pontificia.

Che volesse abbandonare l'insegnamento per cercarsi uno stato meno

precario e più durevole? Già si lamentava nel 1416 quando comparivano

i primi capelli grigi; e il Barzizza lo eccitava paternamente a

costituirsi una buona volta una posizione stabile. Quelle esitanze di

Guarino fecero rinascere la speranza nei Fiorentini di riaverlo, ma fu

vana lusinga.

92. Fallito il tentativo con la curia, Guarino mutò punto di appoggio e

rivolse le sue mire a Verona. Quanti vincoli non aveva egli a Verona!

Tutti gli amici, tutti i parenti, che lo amavano, che lo stimavano,

lo avrebbero voluto colà. Colà si era trasferito nella prima metà del

1418 il suo carissimo Cristoforo Parma, colà egli avrebbe desiderato

tirare da Firenze il veronese Paolo de Paolinis. Il suo diletto Maggi

e l'ottima madre metteano in opera tutti i mezzi per farlo venire a

Verona; e pare che egli cominci a cedere.

93. Le sue visite alla città natale diventano più frequenti: il Maggi e

la madre gli aveano proposto un matrimonio. Si offriva a Guarino quella

posizione, che egli poteva considerare ormai come stabile e definitiva,

il suo sogno era in via di avverarsi; egli avrebbe abbandonato la

vita del maestro errante, che piaceva tanto all'amico Cristoforo. Alla

fine di ottobre del 1418 egli torna da una visita a Verona lasciando,

come si dice, carta bianca alla madre e al Maggi; e il matrimonio è

combinato con Taddea Zendrata figlia di Niccolò.

94. Le nozze furono celebrate il 27 decembre dello stesso anno;

come dote gli vennero assegnate delle case in Verona e dei terreni a

Valpolicella. Non condusse però seco subito la moglie; il che non gli

impedì di difendere strenuamente, per quanto νεοθάλαμος, il matrimonio

quando Antonio Corbinelli pretendeva tra il serio e lo scherzevole di

dimostrargli, che esso nuoce agli studi. Verso il principio del 1419

prese moglie anche Francesco Barbaro, a cui poco dopo morì il fratello

Zaccaria: due nuove ragioni che distaccarono maggiormente Guarino da

Venezia.

95. Nel marzo 1419 Federico Pittato, cugino della moglie, gli scriveva

come ella lo sospirasse e come fosse aspettato a braccia aperte da

tutta la città. Spesi pochi giorni a sbrigare le ultime faccende e a

prender commiato dagli amici, Guarino già ai primi di aprile dovette

probabilmente trovarsi a Verona.

Guarino a Verona.

(1419-1429)

96. Ecco nell'aprile del 1419 Guarino in Verona sua patria, in

seno alla propria famiglia, nella casa dotale in contrada Falsurgo,

circondato dall'affetto della madre, della sposa e degli altri parenti

e degli amici. Non ha nessun incarico ufficiale per insegnare, ma

egli apre subito scuola privata, alla quale accorrono i giovani delle

migliori famiglie veronesi: i fratelli Verità, Lodovico Cavalli,

Lodovico Mercanti, Lodovico Polentino, Bartolomeo Pellegrini,

Bartolomeo Brenzoni, il Pisoni, il Maggi; da Bologna viene il Lamola.

97. Però questa scuola ebbe tristi auspicii, giacchè dopo poco più di

un mese a Verona si sviluppò la pestilenza; gli scolari si sbandarono,

i cittadini fuggirono e anche Guarino riparò nella sua villa di

Valpolicella, portando seco la famiglia propria e quella del suocero.

I fratelli Verità si ricoverarono a Cerea, il Brenzoni nella sua villa

omonima sul lago di Garda, il Pisoni e il Maggi a Riva di Trento; il

Lamola tornò a Bologna.

98. Guarino stava a Valpolicella già nel maggio. Era la prima volta

che egli piantava residenza nella villa e perciò si compiace di

ammirarla e di gustarne le bellezze. E non si può tenere dall'invitare

a partecipare di tanta gioia i suoi cari, come il parente Battista

Zendrata e Tommaso Fano e Zenone Ottobelli, cercando di adescarli con

una minuta descrizione del luogo.

99. Comincia dal clima. Clima dolcissimo e mitissimo. Con questi

calori eccessivi del giugno, scrive Guarino, altrove si muore, qui

invece par di essere in primavera. Di giorno serenità incantevole,

di notte si possono contare le stelle. Qui raramente spirano venti

impetuosi; sempre mossa e dolce è l'aria, che col suo susurro invita

al sonno. Qui si vive lunga vita e questi vecchi contadini sono

vegeti e robusti e nel pieno possesso delle loro facoltà mentali. E

la sua posizione? deliziosa. Valli apriche, nè profonde, nè scoscese,

coronate tutt'all'intorno da colline verdeggianti e fertili al pari

della pianura. Qua oliveti, là vigneti, altrove prati vestiti di erbe

e irrigati da numerosi e perenni ruscelletti e giù in basso l'Adige

serpeggiante.

100. Passando alla villa, essa è piantata su un dolce pendìo, nè troppo

alto da stancare chi ci voglia salire, nè troppo basso da impedire la

vista di un ampio orizzonte. Di dietro e ai fianchi è circondata da

colli in forma di anfiteatro, la facciata si apre davanti a una estesa

pianura, traversata dall'Adige, e in fondo alla quale torreggia Verona.

Questo l'esteriore della villa. L'interno offre buone stanze; ci è un

portico, dove all'estate si respira l'aria fresca e all'inverno si gode

un buon sole. Le finestre dànno alcune sui prati, altre sulla pianura,

altre sul fiume. Davanti ci è un'aia e nell'aia un pozzo ricco di

acqua.

101. Noi non vogliamo negar fede alla descrizione di Guarino; ma

ci sorprende che essa sia fatta quasi tutta con le medesime frasi

adoperate da Plinio nel descrivere la sua villa di Toscana. La

corrispondenza delle descrizioni ci obbligherebbe ad ammettere la

corrispondenza delle due ville; però io amo meglio credere che qui

Guarino abbia sacrificato un poco la realtà della sua villa alla

idealità di una descrizione foggiata su un modello classico come

Plinio.

102. Alla villa non mancavano feste di famiglia e visite di amici,

che andavano a godere la compagnia di Guarino; e Guarino stesso di

là faceva qualche escursione, come quella verso l'ottobre sul lago

di Garda, nella tenuta Brenzoni. Ivi restò una settimana e ricevette

una profonda impressione di quei luoghi montuosi, che egli vide forse

allora la prima volta. Ed è graziosa la scherzevole caricatura che egli

ne fa al Brenzoni, confrontando il carattere selvaggio di quei monti

col carattere mite della sua Valpolicella. Ma anche nella caricatura si

sente che Guarino ha colto in sul vivo quella natura orrida; e qui non

segue nessun modello classico. Tutto reminiscenze classiche è invece

il carme a Lodovico Mercanti sul lago di Garda, dove però spirano

sentimento vero i pochi versi che alludono alla parentela fra gli

abitanti del lago e i Veronesi.

103. Da Valpolicella tiene vivo carteggio coi suoi scolari, ai quali

raccomanda di ripassare le poche lezioni imparate, per non trovarsi

poi a disagio nella ripresa del corso. E scherza con essi, come col

distratto Pisoni, e impartisce savi consigli, come al Polentino e

al Pellegrini, e non rifugge dal correggere gli spropositi di lingua

latina, come a Lodovico Cavalli e a Giacomo Verità, ai quali spiega

come in latino non si adoperi, parlando a una persona sola, il voi

ma il tu. In tutte queste lettere ai suoi scolari tra i consigli

savi e le parole affettuose campeggia però una preoccupazione: la

preoccupazione della peste, sulla quale non si sapeano far prognostici

e che intanto gli impediva di tenere aperto il corso. È chiaro che

Guarino da quell'interruzione dubitava potergliene venir danno. Egli

non avea nessuna nomina ufficiale e forse cercava di guadagnarsela con

la simpatia e la stima, che gli avrebbe procacciato il corso privato.

Per questa ragione desiderava affrettare il ritorno a Verona, che fu

fissato per il 28 ottobre.

104. Il Maggi, che in tali faccende si mettea sempre alla testa,

reduce da Riva di Trento, e lo Zendrata e altri aveano progettato una

dimostrazione per il ritorno di Guarino e di sua moglie. Si erano

sposati a Verona nel Natale del 1418; indi Guarino era ripartito

solo per Venezia, dove stette fino a tutto il marzo del 1419. Non si

erano ben ricongiunti a Verona, che scapparono a Valpolicella. Chi li

avea veduti gli sposi novelli? chi li avea festeggiati? E Guarino, il

famoso maestro vagante, che alla fine rientrava in patria, chi l'avea

festeggiato, se dopo un mese poco più dovette interrompere le lezioni?

Era dunque giustissimo che il ritorno suo in città fosse accolto

con una ovazione. Guarino tentò tutti i mezzi per eludere, modesto e

riservato come era, le pratiche degli amici; ma possiamo credere che

gli amici abbiano vinto.

105. Rientrato in città Guarino sentì di trovarsi, come ho già detto,

in una posizione incerta; e infatti al Lamola scrive esortandolo

a tornare, chè per un anno almeno contava di fermarsi in Verona. E

intanto si dà le mani attorno per aprire solennemente il suo corso

scolastico 1419-1420 e domanda al Gualdo e al Barzizza Asconio Pediano

e Quintiliano. Intendeva fare un corso di retorica. E la prima orazione

inaugurale pronunciata in Verona prelude effettivamente a un corso di

retorica. Se Guarino non ebbe motivi di mutare il tempo, fu pronunciata

verso il Natale.

106. L'impressione prodotta nel pubblico deve essere stata

favorevolissima, perchè il Consiglio di Verona nel seguente anno

1420, il dì 20 maggio, con 45 voti su 50 nominò Guarino insegnante di

retorica per un quinquennio con lo stipendio annuo di 150 scudi. Gli fu

imposto di leggere le _Epistole_ e le _Orazioni_ di Cicerone; nel resto

gli si lasciava libera scelta. Così gli fu lasciata libertà anche di

dar lezioni private e di riscuotere per esse emolumenti.

107. E fu bene che Verona si fosse assicurato Guarino per un

quinquennio, giacchè in quell'anno stesso, non molti mesi dopo, sembra

che lo rivolessero a Venezia e a Firenze. Certo un invito formale gli

venne da Vicenza. L'anno seguente o al più tardi il 1422 lo invitò, e

con buone condizioni, alla sua corte anche il principe Gianfrancesco

Gonzaga di Mantova, prima che ci andasse Vittorino da Feltre. Ma

Guarino ricusò sempre, adducendo a tutti la medesima ragione, che

egli era impegnato con Verona, dove non insegnava tanto allettato

dall'interesse quanto indotto dall'utile dei suoi concittadini e da

carità di patria.

108. Verso la metà del settembre di quell'anno, 1420, passava per il

territorio veronese Lodovico Migliorati signor di Fermo, mandato da

Carlo Malatesta a dar soccorso al fratello Pandolfo, che era assediato

in Brescia dal Carmagnola. Guarino in nome della sua città indirizzò

una lettera al principe, pregandolo di risparmiare nel passaggio i

poveri contadini e le terre.

Vita di Guarino Veronese · 第 3 / 13 题