celebri alunni forestieri: frate Alberto da Sarzana ed Ermolao Barbaro
veneziano. Frate Alberto fu con Bernardino da Siena l'uno dei due
monaci per i quali Guarino nutrì stima e venerazione illimitata, egli
che di fronte agli altri monaci, quali fra' Timoteo da Verona, pure
suo scolaro, e fra' Giovanni da Prato, si mostrò indipendente per
quanto rispettoso. E conobbe di persona anche Bernardino, quando andò
a predicare nella cattedrale di Verona l'anno seguente, 1422, anzi in
quei pochi mesi l'ebbe frequentatore delle sue lezioni. Frate Alberto
allorchè si presentò alla scuola di Guarino era uomo fatto e conosciuto
per la sua predicazione. Passato da Firenze, dove conobbe tra gli altri
il Niccoli, e da Padova e Venezia, dove conobbe i dotti Veneti, sopra
tutti il Giuliani e il Barbaro, giunse a Verona nel settembre 1421,
fornito di cognizioni sacre e di buone qualità oratorie; gli mancava la
cultura letteraria, un po' di greco e un po' di raffinatura nella forma
latina. Ciò fu quello che egli imparò da Guarino, al quale conservò
perenne riconoscenza ed affetto, tanto che ancora parecchi anni dopo,
nel 1434, lo chiamava non il suo precettore, ma il suo direttore
spirituale, perchè lo aiutava a vestir di bella forma i dettati divini.
110. L'altro scolaro, Ermolao Barbaro, figlio del fu Zaccaria e ora
sotto la tutela dello zio Francesco, venne a Verona qualche mese prima,
nell'estate del 1421. Ma questi era ancora fanciullino, tredicenne
appena, un portento di precocità intellettuale; eppure fanciullino
come era aveva fatto la sua brava visita a Firenze dove conobbe e si
fece «amici» il Traversari, il Niccoli, il Marsuppini. Ermolao fu più
tardi vescovo di Verona. Questi due nuovi scolari diedero dopo un anno
frutti della loro operosità: frate Alberto con un discorso pronunziato
a Verona nella festa del _Corpus Domini_ (11 giugno 1422) ed Ermolao
con la traduzione latina di Esopo dedicata al Traversari (1.º ottobre
1422).
111. Nell'agosto del 1421 Guarino lavorava intorno all'orazione funebre
per Giorgio Loredan, il vincitore di Gallipoli (nel 1416), caduto
vittima in quest'anno stesso di un agguato sulle coste siciliane.
Guarino aveva aggravato la mano sugli autori dell'agguato, ma il
Barbaro prudentemente lo consigliò a mitigare alquanto l'acerbità del
linguaggio, che nonostante rimase molto aspro. Non sappiamo se Guarino
sia andato a recitare l'orazione a Venezia, dove del resto si suppone
tenuta. Il Barbaro in quei mesi estivi peregrinava per il territorio
padovano, vicentino e veronese, fuggendo la peste che infestava
Venezia. Anzi a Montagnana il 1.º ottobre si incontrò con Guarino.
112. Due altri avvenimenti dobbiamo registrare in quest'anno: l'uno
fausto, l'altro tragi-comico. Il fausto è la nascita del primo figlio
Girolamo, venuto alla luce il 20 settembre. Gli mise nome Girolamo allo
scopo di perpetuare la memoria dell'amicizia con Girolamo Gualdo, a
cui scrive che, se non potrà lasciare al figlio eredità di sostanze,
cercherà di costituirgli un buon corredo di cognizioni. Ecco ora
l'avvenimento tragi-comico. Un tale Antonio Quinto, tipo di demagogo
da trivio, si intruse un bel giorno nel Consiglio di Verona e alla
presenza di tutti e del podestà e del capitano cominciò una filippica
contro Guarino, sostenendo che gli si dovea levare lo stipendio per non
aggravare inutilmente il bilancio del comune. Informatisi gli astanti
della sua condizione e come si fosse intruso, venne fatto uscire tra
i fischi universali. Fuori di Consiglio poi fu tutto quel giorno un
coro di lodi in favor di Guarino, specialmente da parte del Pasi,
provveditor del comune. Guarino come è ben naturale da questo incidente
guadagnò anzichè scapitare.
113. Buon successo ottenne la prolusione di Guarino del 22 maggio 1422
al _De officiis_ di Cicerone. Il Maggi ne volle una copia, accompagnata
da considerazioni sulla sua struttura retorica. Questo fu l'anno
della famosa scoperta delle opere retoriche di Cicerone, trovate dal
vescovo Landriani a Lodi e decifrate e trascritte a Milano per opera di
Gasparino Barzizza, di Cosimo Raimondi e di Flavio Biondo. La notizia
della scoperta giunse a Verona nel giugno e il 18 dello stesso mese
Guarino mandava al vecchio amico e collega Barzizza il suo scolaro
Giovanni Arzignano, quale ambasciatore del circolo letterato veronese,
a riportare una copia delle nuove opere ciceroniane. L'Arzignano tornò
col solo _Orator_, che fu subito distribuito agli amici.
114. Nell'autunno passò Guarino a Valpolicella, dopo due anni che non
c'era stato. La corrispondenza da Valpolicella ci fa conoscere due
nuovi e valenti scolari di Guarino: Giacomo Lavagnola veronese, che
battè poi la via delle magistrature, fu capitano a Firenze, podestà a
Siena e Bologna e senatore di Roma; e Tommaso Pontano, che frequentò di
poi i circoli di Venezia e Firenze, e professò a Bologna e nell'Umbria.
115. Alla fine del 1422 o al principio del 1423 nacque a Guarino
il secondo figlio Esopo Agostino. Nell'aprile 1423 si festeggiò
anche a Verona l'elezione del doge Francesco Foscari, tanto più
che egli era conosciuto colà, essendovi stato capitano nel 1421.
Guarino ebbe l'incarico di redigere a nome della città una lettera di
congratulazione. La monotonia delle solite occupazioni fu interrotta
quest'anno da una gran gita fatta per il contado veronese negli ultimi
giorni di luglio e nei primi di agosto. Vi prese parte una numerosa
comitiva di uomini e di donne: c'erano p. e. Guarino, lo Zendrata, il
Concoreggio, il Sabbioni, lo Spolverini, il Manfrin, il cui cavallo
fece per parecchi giorni dipoi le spese ai motteggi e alle risate
degli amici. Ci furono divertimenti di caccia, di pesca e soprattutto
gran mangiate. Nella brigata c'era una persona nuova per noi, ma che
d'ora innanzi diverrà nostro conoscente, Flavio Biondo da Forlì, esule
dalla sua patria, il quale errando da un paese a un altro in cerca di
un punto d'appoggio capitò eventualmente per pochi giorni a Verona.
Nell'autunno Guarino fece la solita villeggiatura a Valpolicella.
116. Ma ecco avanzarsi un anno tempestoso per Guarino, il 1424. I
timori della pestilenza si erano affacciati sin dai primi decembre
del 1423 e Guarino allora stesso pensava ad un eventuale ricovero. La
minaccia continuava verso la metà gennaio 1424, ma pare che poco dopo
sia entrata una sosta.
117. Intanto veniva il febbraio e Verona riceveva la visita
di un personaggio illustre, l'imperatore Giovanni Paleologo di
Costantinopoli. Era arrivato a Venezia il 15 decembre 1423. Ivi si
fermò un paio di mesi e in quel tempo fu ossequiato da Leonardo
Giustinian e da Francesco Barbaro, che adoperarono con lui il
linguaggio greco. Egli senz'altro riconobbe in loro degli scolari
di Guarino, nè si ingannava; e domandò notizie di Guarino, che egli
ricordava benissimo. Ripartito alla volta di Milano, fece sosta
a Verona, dove entrò il 21 febbraio, accolto solennemente dalle
autorità, salutato da un discorso di Guarino e ospitato nella badia
di S. Zen. Guarino ebbe così occasione di rinfrescar le dolci memorie
del suo soggiorno a Costantinopoli e di conoscere alcuni del seguito
dell'imperatore, coi quali più tardi strinse intima amicizia, p.
e. l'Aurispa. Fu in quella circostanza che egli seppe una cattiva
novella. Gli raccontarono come il Filelfo introdottosi in casa di
Giovanni Crisolora, nipote del morto Manuele, ebbe commercio impudico
con la moglie e indi sposò la figliola. Il Poggio riferisce alquanto
diversamente: che il Filelfo abusando dell'ospitalità offertagli dal
Crisolora gli viziò la figliola e che indi per interposizione di alcuni
mercanti italiani lo scandalo fu riparato con un matrimonio. Il giorno
dopo l'imperatore riprese il viaggio.
118. Ai primi di maggio troviamo Guarino già in villa; ciò significa
che la pestilenza faceva progressi. Questa volta non è la villa di
Valpolicella, ma di Montorio, altra bella posizione dei dintorni di
Verona. _Montorius_ è il _mons_ ὡραῖος, il _mons speciosus_, come
Polizella è πολύζηλος, il paese desiderato. Le stanze doveano essere
un poco in disordine ed egli pone subito mano a racconciarsi la propria
camera da letto, incaricando l'amico Faella di fornirgli da Verona dei
mattoni. A Montorio stava a suo agio, senza troppe preoccupazioni,
ora godendosi la campagna, ora studiando e corrispondendo con gli
amici e scolari, che erano chi in città, chi fuori. Tra gli scolari
ne incontriamo tre nuovi: un veneziano, Bernardo Giustinian, figlio di
Leonardo, amico di Ermolao Barbaro; un veronese, Bartolomeo Genovesi;
un fiorentino, Mariotto Nori, del quale avremo occasione di occuparci
ancora più tardi.
119. Da Montorio poi faceva frequenti escursioni nei paesi circonvicini
a trovarvi gli amici. Così il 26 maggio andò a visitare Giacomo
Lavagnola nella sua villa di Poiano; il 4 e 5 giugno fu a Zevio «a
rinfrescare l'amicizia» col Faella, che da forse un mese era stato
nominato vicario di quel distretto. Qualche giorno dopo dovette
incontrarsi a S. Sofia col Salerno e col Maggi e insieme con essi fece
la seconda passeggiata a Zevio. E questa seconda riuscì oltre ogni
credere dilettevole. «Sta bene lo studio, dice Guarino, ma di quando in
quando uno svago ci vuole: tanto per ristorare le forze e tornare al
lavoro con maggior lena. In fondo il frutto delle lettere non è mica
di amare la solitudine, ma anzi di fuggirla e imparare a vivere nel
consorzio degli uomini: non basta vivere, bisogna anche convivere». Il
Faella, che conosce il gusto dei suoi ospiti, li accoglie presentando
loro senz'altro un bel codice antico di santi padri. Non ci volea di
meglio per Guarino, che lo contempla avidamente e rispettosamente e
vi leggicchia dentro qua e là. Eccoli intanto a mensa i quattro bravi
amici: ma «mensa socratica», sobria e per compenso condita di motti
arguti, di urbanità, di citazioni classiche, di serietà e di facezie.
«Si siede non tanto per mangiare, quanto per ragionare». E dopo la
mensa non mancarono i canti e i suoni. Perchè doveano mancare? «Non fa
Vergilio cantare il crinito Iopa alla mensa di Didone? e Omero non fa
cantare Demodoco alla mensa di Alcinoo?»
120. Il 25 giugno passò dalla villa di Montorio a quella di
Valpolicella per assistere alla mietitura: «l'occhio del padrone
ingrassa il cavallo». Ivi trovò anche il tempo di tradurre i
_Paralleli_ di Plutarco e mandarli al Lavagnola. Ma non era trascorso
un mese dacchè stava a Valpolicella, quando Guarino sente parlare di
casi di peste anche nei paesi limitrofi alla villa. Visto dunque che
tanto in città, quanto nel contado non c'era più scampo, si risolse di
cercare altrove un rifugio e sceglie Venezia. Intanto andrà egli solo
a preparare il posto; indi tornerà a prendere la famiglia.
121. Partì il 28 luglio, pernottando a S. Martino in casa dell'amico
Concoreggio, per trovarsi pronto il mattino seguente di buon'ora. Andò
a Venezia, preparò il posto e dopo pochi giorni fu di ritorno a Verona,
dove trovò una brutta novità, la morte del padre di Battista Zendrata.
Fa intanto i fagotti e con la moglie e i due bambini va a S. Martino.
Ivi mette la moglie, incinta, su una mula, carica i due bambini in
due corbelli su un'altra mula, monta a cavallo anche lui e la carovana
si muove alla volta di Este per passare di là a Venezia. Ma che è che
non è, la famiglia di Guarino agli ultimi di agosto si trova a Trento.
Probabilmente appena messisi in cammino, ebbero notizia del divieto
ai Veronesi di entrare a Venezia, perchè provenienti da luogo infetto.
Allora Guarino mutò strada e si riparò nel Tirolo. Ivi portò anche la
suocera.
122. Si rifugiò dapprima a Trento, ma anche là dopo qualche giorno si
ebbero casi di peste; e allora egli mutò residenza e ancora ai primi
di settembre si trasferì in un paese vicino, a Perzen o Pergine.
Il paese gli fece un'ottima impressione. Già era di buon augurio il
nome stesso, da περῖ ζῆν (_pro vita_). «Bella la posizione. Sull'alto
del colle il castello, a basso le abitazioni, all'intorno campi ben
coltivati, verdeggianti prati, orti fiorenti. Scorre tra mezzo il paese
un fiumicello, che con le onde cristalline invita a bere e col mormorio
concilia il sonno; e lì presso tre laghi. Ivi divertimenti di caccia e
di pesca. Gli abitanti poi abbastanza ospitali e servizievoli». Questa
fu la prima impressione; ma dovette ben presto modificarla e infatti
più tardi sentiamo che egli giudica molto diversamente i Tirolesi,
chiamandoli barbari ed eterni beoni. Un tal concetto dei Tirolesi
egli del resto l'aveva alcuni anni innanzi, quando nel 1419 scrivendo
al Maggi, che stava a Riva di Trento, diceva di quegli abitanti coi
suoi soliti scherzi di parola: _ii non tam filiis vacant quam phialas
vacuant nec tam liberos patres erudiunt quam Liberum patrem hauriunt._
123. Ed ora al Maggi stesso compie il quadro: «Alcuni popoli ebbero
protettore Saturno, altri Nettuno, altri Apollo; qui il patrono è
Bacco. A lui è sacro tutto l'anno, anzi tutta la vita di questa gente;
ma c'è poi la sua festa solenne. Quel giorno, mattino mezzodì e sera, è
un continuo trangugiare inni a Bacco e tutti bevono e chi più beve più
crede campare. Uno tracanna i tre secoli di Nestore, un altro tracanna
la longevità propria e quella dei figli e dei nipoti. Chi vuota il
bicchiere tutto d'un fiato, vive lunga età; chi non lo finisce, guai
per lui! la vita gli si troncherà a mezzo. E io che vedo tutto ciò e
che ne sento nausea, devo far l'occhio ridente e batter le mani. Me
mi chiamano la gru, perchè ho il collo liscio e sottile. Questa gente
qui, uomini e donne, hanno il gozzo e taluni tanti piccoli gozzi, come
se portassero intorno al collo una collana di ova. E come ne vanno
superbi! e chi non ne ha, peggio per lui. Infatti ne vuoi sentire una?
Testè è rimasto vacante un posto di parroco. I candidati erano due e
il paese tentennava assai nella scelta, quand'ecco si presenta un terzo
competitore con un enorme gozzo. Manco a dirlo; è stato scelto lui, per
quanto fosse ignorante e poco costumato; ma l'uomo gozzuto qui è il
Messia». Altrove chiama porci i Tirolesi, aggiungendo che temeva non
gli accadesse quello che accadde ai compagni di Ulisse nell'isola di
Circe.
124. Fatta però la dovuta tara allo scherzo e all'esagerazione, nel
Tirolo Guarino non si trovò male, eccetto le preoccupazioni per il
prossimo parto della moglie e per la scarsezza del danaro. Ma per il
danaro pensava il suo parente Zendrata, che ora gli riscuoteva alcuni
piccoli crediti, ora si faceva anticipare la mesata dello stipendio.
Del resto Guarino ricorreva in ogni suo bisogno alla sagace e
affettuosa cura dello Zendrata, col quale corrispondeva frequentemente
per mitigare così il dolore dell'assenza. Si teneva in stretta
relazione anche col Maggi, al cui consiglio faceva sempre capo prima
di prendere qualche grave risoluzione. Nè dimenticava gli altri amici
che erano a Verona, quali i fratelli Cattaneo, Damiano Borgo, Leonardo
Alighieri, il Guidotti, il Nori, il Genovesi; o fuori di Verona, come
il Faella vicario a Zevio e il Salerno rifugiatosi per la peste a
Reggio.
125. Ma intanto a Verona si preparava una brutta sorpresa al nostro
Guarino. Un poco profittando della sua assenza, un poco della
circostanza che tra qualche mese gli scadeva il quinquennio, un poco
della maligna calunnia messa in giro da taluni che egli curasse più
gli scolari interni che non i pubblici: profittando di tutto ciò
qualche suo invidioso prese a muovergli guerra e tanto maneggiò che
il Consiglio del comune stava per pigliare la deliberazione di non
rinnovare il quinquennio a Guarino e di licenziarlo. Lo Zendrata e
il Maggi si adoperarono molto in quest'occasione per scongiurare
il pericolo; ma chi più di tutti ruppe una lancia per l'onore di
Verona e di Guarino, fu un suo discepolo, il quale pronunziò davanti
al Consiglio un bellissimo discorso, splendido monumento della
riconoscenza professata dal discepolo e dell'affetto inspirato dal
maestro. Peccato che il caso ci abbia negato il nome del generoso
giovane.
126. Comincia egli col dire che quella è la sua primizia letteraria e
che intende offrirla alla gratitudine che nutriva verso il precettore.
Traccia la vita di Guarino per sommi capi, rammentando i suoi primi
studi, l'andata a Costantinopoli, il ritorno, la condotta a Firenze,
a Venezia, a Verona. Ricorda gli onori e gli elogi tributatigli dalla
casa imperiale di Costantinopoli, dai suoi scolari, l'invito a Mantova
rifiutato, la magistratura di Scio. Mette in rilievo le benemerenze
civili di Guarino verso Verona, ma soprattutto il suo carattere morale,
di cui fa un quadro commovente, in particolar modo dove parla della sua
generosità nel perdonare o non nuocere ai suoi nemici e del suo amore
per la giustizia nel proteggere i deboli contro i prepotenti. Quanto
alla calunnia che Guarino prediligesse gli alunni interni a scapito
dei pubblici, la respinge sdegnosamente ed energicamente, egli che come
studente pubblico non si accorse mai di quella parzialità.
127. Questo fu un altro piccolo trionfo per Guarino, come nel 1421:
quantunque egli non avea bisogno di una simile soddisfazione, chè
gliene era stata data una da fuori, la quale potea ben compensarlo
delle misere invidie di qualche suo concittadino. Infatti nella prima
metà di novembre gli venne un invito da Venezia e uno da Bologna.
L'invito di Bologna «era più onorifico per l'antichità e la fama di
quell'Ateneo», l'invito di Venezia «era più lucroso per le vecchie e
rispettabili conoscenze» che vi avea Guarino. Egli stette in forse fra
le due città, ma nel medesimo tempo interrogava gli amici di Verona per
sentire gli umori del Consiglio; giacchè egli «preferiva un modesto
collocamento in Verona a uno lauto altrove». Il partito degli onesti
vinse e lo Zendrata esortò Guarino a ritornare in patria; ciò prova che
la rielezione era assicurata.
128. L'appianamento di questa difficoltà fu coronato dal parto felice
della moglie, la quale il 7 decembre a Trento, dove erano tornati da
Pergine sin dal 21 novembre, diede in luce un maschio. Guarino e i
parenti furono contenti del maschio e il padre gli mise nome Manuele
per gratitudine verso il suo antico maestro e perchè il figlio avesse
uno stimolo continuo a ben fare, se voleva rendersi degno del nome che
portava. Così Guarino può pensare al ritorno. Intanto partì lui agli
ultimi di decembre, lasciando a Trento la moglie e i bambini, per il
ritorno dei quali si sarebbe atteso che fosse passato il crudo rigore
invernale.
129. Era appena tornato Guarino, che il Consiglio nella seduta del
10 gennaio 1425 lo confermò per un altro quinquennio con le medesime
condizioni del primo. Però nelle considerazioni che accompagnano
la proposta ce n'è una nuova e che torna a lode di Guarino, dove
si dice che il Consiglio, «avendo inteso dei molti onorifici inviti
pervenuti a Guarino da altre città, reputava conveniente non lasciarsi
sfuggire un personaggio che era di decoro e di utilità a Verona».
La famiglia avrà forse aspettato la primavera; certo era di ritorno
nel principio dell'aprile. Guarino pertanto riprese tranquillamente
le sue occupazioni, intramezzate da qualche gita fuori. Così ne fece
una nell'aprile a Vicenza a trovarvi il Barbaro e il Biondo, ne fece
una nel luglio a Montorio e una terza a Venezia nel 16 ottobre per un
pubblico incarico.
130. Ma la gita a Montorio fu per una funesta circostanza, la morte
della suocera, che egli amava e apprezzava molto perchè virtuosa
quant'altra donna mai. «Le faccende domestiche erano per essa un
passatempo; avea senno e prontezza virile negli affari di maggior
gravità; conosceva bene il mercato, ponderava le parole, nelle liti era
rispettato il suo consiglio, in casa faceva ella da medico». Era morta
di perniciosa sulla fine di giugno e Guarino sentì bisogno di un poco
di pace campestre per mitigare il dolore della perdita. Nell'autunno
non andò egli a Valpolicella, mandò invece la moglie a sorvegliare la
vendemmia, poichè essa dopo la morte della madre «era diventata erede
come delle sostanze così delle incombenze materne».
131. Intorno all'agosto incontriamo a Verona il Giuliani coi figli
e con Filippo Camozzi, maestro di casa. Forse era venuto con qualche
pubblico incarico del governo di Venezia. Con altri due amici veneziani
si trovò Guarino agli ultimi di settembre: i due Ermolai, il Barbaro
già suo scolaro e il Donati. Il Donati veniva da Vicenza, dove stava
col podestà Francesco Barbaro, a visitare Verona che non aveva mai
veduto. Guarino gli fece da guida.
132. Quest'anno abbandonarono la scuola di Guarino due dei suoi più
famosi allievi: Martino Rizzoni veronese, più tardi maestro della
Isotta Nogarola, il quale andò nel settembre a Venezia come institutore
privato in casa Tegliacci; e Giovanni Lamola bolognese, che a un
dipresso nel medesimo tempo si ritirò a Bologna, di dove lo ritroveremo
nuovamente in corrispondenza con Guarino.
133. Nel giugno dell'anno seguente 1426 ci fu l'arrivo in Verona dei
figli Paolo e Bonaventura di Giacomo Zilioli consigliere del marchese
di Ferrara; essi venivano alla scuola di Guarino e con ciò si rendevano
più intimi i legami d'affetto della famiglia Guarini con la corte di
Ferrara.
134. Ma nello stesso mese un avvenimento triste conturbò l'animo di
Guarino: la morte di Giannicola Salerno, rapito nella età di soli 47
anni agli amici e alla patria, l'amico d'infanzia e il condiscepolo
di Guarino e più tardi il suo rispettoso e amorevole scolaro.
Incontrandolo poco innanzi un suo conoscente mentre andava a scuola
da Guarino: «Cavalier Nicola, gli disse, che vai a fare a scuola
a codesta età»? A cui Nicola: «A viver la vera vita, la vita dello
spirito». «E quando finirai»? «Quando sarò stanco di diventar più dotto
e più virtuoso». Guarino più che per i suoi meriti come magistrato,
lo ammirava per la sua grande virtù. Sono singolari i giudizi che del
Salerno hanno dato Lorenzo Giustinian e Bernardino da Siena: due monaci
che la chiesa ha beatificati. Il Giustinian diceva che chi amava Dio
non poteva esimersi dal venerare il Salerno. Bernardino poi dopo aver
avuto un colloquio col Salerno, nel partirsi da lui si battè il petto
esclamando: Povero me, che mi credevo che la virtù albergasse sotto
la cappa del monaco; sotto la cappa di quel cavaliere ce n'è tanta
da farmi arrossire. Quando morì era uno degli amministratori per la
guerra di Venezia col Visconti e nella carestia che in quel tempo
travagliava Verona egli si adoperò assai a provvedere di grano i suoi
concittadini. Guarino gli elevò un perenne monumento d'affetto in una
delle sue più belle orazioni, che egli recitò pubblicamente: «piangeva
egli e piangeva il pubblico che lo ascoltava». Indi la mandò al Rizzoni
a Venezia, perchè la diffondesse tra i comuni amici dell'estinto, quali
i Giustinian e i Barbaro.
135. L'autunno di quest'anno toccò a Guarino andare a Valpolicella a
sorvegliare la vendemmia. La moglie dovette stare a Verona per il parto
e l'11 ottobre diede in luce il quarto figlio, Gregorio. Nè «tra lo
spumar dei tini» dimenticò gli studi, chè tradusse in quei giorni il
Filopemene di Plutarco e lo dedicò al Maggi. E nemmeno mancarono le
riunioni geniali degli amici, che andavano a Valpolicella a passare
un paio di giornate. Anzi in una di quelle occasioni, dopo pranzo,
Guarino comunicò «per frutta», egli dice, una lettera da Firenze di
Mariotto Nori. Erano presenti il Lavagnola, il Genovesi, il Brugnara,
il Faella, il Maggi e altri. A Firenze per opera di un «uomo di vetro»,
di un «fanfarone» era successo un piccolo scandalo alle spalle di
Guarino; e il Nori gliene dava partecipazione. Guarino ben lontano
dall'adontarsene, lesse in crocchio e commentò la lettera, ridendo egli
il primo ed eccitando le risate dell'uditorio.
136. Nel 1427 Guarino fabbricò. I figli gli crescevano, egli dice, e
la casa doveva essere allargata. In effetto i figli crescevano, perchè
dal 1421 al 1426 gliene nacquero quattro e presentemente la moglie
era incinta del quinto, che nacque tra l'ottobre e il novembre e fu
anch'esso maschio, Niccolò. Guarino non sospettava certo che il numero
avrebbe continuato a salire fino ad arrivare nel 1441 a tredici: e
tutti vivi! Per un uomo che aveva preso moglie a 45 anni non c'era
male. I lavori della fabbrica lo importunarono alquanto. «Non mi
chieder lettere, scrive al Rizzoni, perchè le riceveresti piene di
polvere e di arena. Mattoni, cementi, calcinacci mi rintronano le
orecchie, mi offendono le narici; non prendo più libri in mano e son
quasi diventato muratore anch'io, sporcandomi tra i ferramenti e la
calce. Non vedo l'ora di uscirne».
137. Questo scriveva nell'agosto; nel settembre era a Valpolicella.
Ma nemmeno in villa gli die' pace la fabbrica; c'erano sempre dei
residui da ultimare, per i quali si serviva della cooperazione
dell'amico Benedetto Cremonese, maestro privato. Benedetto era amico
della famiglia Guarini e anche della gazza che formava la delizia
del piccolo Girolamo; anzi gliela mandò a salutare. Girolamo fu molto
soddisfatto dell'attenzione. Il secondogenito Esopo Agostino, che, come
il suo omonimo favolista greco, «si dilettava di fiabe e di apologhi
rusticani», andò in campagna a S. Floriano a trovare la sua balia, ma
ivi ammalò; poco dopo però era fuori di pericolo.
138. Da Valpolicella avea Guarino progettato un'altra gita, come quella
del 1419, al lago di Garda col Brenzoni, ma non si potè muovere, un
po' perchè avea continue visite di amici veronesi, un po' perchè il
numero dei convittori che portava con sè era tanto grande, che quando
uscivano «pareano uno stormo di uccelli o di locuste: dove trovar
mezzi di trasporto e alloggio per tanta gente?» La sera del 13 ottobre
vide dalla villa un gran splendore di fiaccole a Verona. Egli non ne
indovinava il motivo; seppe dipoi che si festeggiava la battaglia di
Maclodio, vinta il giorno avanti (12 ottobre) dal conte di Carmagnola,
condottiere al soldo della repubblica veneta, contro il Piccinino,
condottiere al soldo del Visconti.
139. Quel fatto d'arme levò gran rumore allora e commosse l'animo
anche del nostro Guarino, che ideò un'orazione in lode del vittorioso
condottiero. Intorno all'orazione lavorava nel principio del 1428;
nel febbraio era già compiuta. Dopo di aver detto nell'esordio che
anche il tempo presente non difetta di uomini illustri e che è giusto
rendere il dovuto omaggio alla grandezza del Carmagnola, Guarino
divide il discorso in due parti. Nella prima parte espone la vita del
condottiero, nella seconda ragiona delle sue virtù militari e civili.
Le virtù militari vengono messe in luce specialmente con la vittoria
sul Malatesta a Brescia (del 1421) e con la vittoria di Maclodio
(del 1427); le virtù civili col governo di Genova affidatogli dal
Visconti. Termina Guarino col celebrare la repubblica veneta, che seppe
comprendere e apprezzare i meriti del valoroso condottiero, quando
appunto egli era fatto segno all'invidia e alla calunnia.
140. La prima metà dell'anno 1428 corse tranquilla. Ma tra la fine di
giugno e il principio di luglio si manifestarono dei sintomi di peste
a Verona. I cittadini cominciarono a mettersi in salvo e gli scolari
disertarono le lezioni; allora anche Guarino provvide ai casi suoi e
si ricoverò a Valpolicella sulla fine di luglio. Ivi stette almeno un
tre mesi, attendendo sempre allo studio con gli allievi convittori,
e quando si assicurò che il pericolo era cessato, tornò in città. Nel
decembre i timori si rinnovarono e già erano corse pratiche tra Guarino
e lo Zilioli per cercare un rifugio in Ferrara.
141. Sui primi del 1429 abbiamo una sosta. Però nel marzo si riaffaccia
il pericolo: ci furono alcuni casi di morte. Che si farà? giacchè
Guarino sente che anche Ferrara è minacciata. Negli ultimi di marzo
le morti aumentano e Guarino ha ricevuto un nuovo invito di recarsi a
Ferrara. Questa volta alle premure dello Zilioli si sono unite quelle
del marchese; Guarino non può rifiutare e ringrazia. Ma come staccarsi
dai suoi Veronesi, che gli vollero tanto bene? Gli bisogna tempo: «non
uno strappo vuol essere, ma una scucitura»; aspettino almeno tutta
l'estate che egli possa accomodare le sue faccende.
142. Se non che il morbo incalza e il tre d'aprile Guarino si decide
alla partenza, domandando al marchese la lettera di passo per i suoi
stati; chiede al Consiglio di Verona la licenza di assentarsi con la
famiglia e gli viene concessa con deliberazione del 7 aprile. Qualche
giorno dopo imbarcò la famiglia e poche masserizie e per l'Adige prese
la via di Ferrara, dove lo troviamo già il 23 d'aprile.
143. Guarino in Verona insieme con le funzioni di maestro esercitò
anche quelle di cittadino. Non passò anno dal 1420 al 1428, in cui egli
non avesse un posto nelle pubbliche amministrazioni della sua città.
Fu dei 72 deputati _totius anni_ nel 1421. Fu consigliere aggiunto
nel 1422, consigliere effettivo dei 50 nel 1423, 1425, 1427, 1428;
consigliere dei 12 nel 1424, 1426. Nel 1425 fu della commissione per il
riordinamento dello spedale di S. Giacomo e Lazzaro.
144. Fece parte di parecchie ambasciate: di una a Vicenza nel 1425 per
una questione di acque che danneggiavano il territorio veronese; di
una a Venezia nel 1424 per una questione che aveva il comune di Verona
col clero riguardo alle collette. È questa probabilmente l'ambasceria,
nella quale Guarino «mise in opera tutta la propria energia,
affrontando anche coraggiosamente le suggestioni degli avversari».
Per la medesima questione tornò a Venezia nel 1425. Ambasciatore a
Venezia lo incontriamo anche nel 1428 per ottenere l'allontanamento di
alcune bande armate, che infestavano le campagne del Veronese. Quando
non poteva andare egli in persona, scriveva. Così scrisse a Francesco
Barbaro raccomandandogli l'interesse di alcuni Veronesi; scrisse
a Daniele Vettori parole forti e infiammate per muovere il governo
della Serenissima a mettere un riparo alle continue sollevazioni dei
contadini delle campagne veronesi; scrisse a Lodovico principe di Fermo
nel suo passaggio per il territorio di Verona pregandolo di risparmiare
i contadini.
145. Nelle occasioni solenni la parola dotta ed elegante di Guarino si
faceva interprete dei sentimenti universali della città, come nel 1423
per l'elezione del doge Francesco Foscari, nel 1424 per la venuta in
Verona dell'imperatore di Costantinopoli. Ogni anno poi all'entrare o
all'uscir di carica dei podestà e capitani, che la Serenissima mandava
a Verona, Guarino componeva quei discorsi d'uso, ai quali sapeva sempre
dare un certo carattere di originalità. Essi ci sono rimasti tutti; e
quanto piacessero allora, è dimostrato dal gran numero di esemplari
che ne furono tratti. Guarino faceva anche il consulente gratuito,
soprattutto quando era chiamato in lite qualche povero, che non aveva
i mezzi e tanto meno il coraggio di tener testa alle prepotenze di
qualche insolente.
146. Questo il quadro della vita e dell'operosità di Guarino negli
anni che dimorò a Verona. Ma Guarino non visse solo per Verona e per
i Veronesi, sibbene anche per gli amici e colleghi che avea di fuori;
anzi per un umanista la vita consiste più, si può dire, nel commercio
epistolare con gli amici di fuori, che negli avvenimenti del luogo dove
egli insegna. E noi infatti vedremo che una vasta e molteplice rete di
relazioni congiunge Guarino con un gran numero di città e di circoli
letterari, i quali saranno ora passati brevemente in rassegna. Così
avremo la seconda parte e il compimento del quadro.
147. Per cominciare dalle città della Serenissima repubblica veneta
e dall'estremo settentrione, incontriamo a Cividale nel Friuli un
gruppo d'amici, anzi di parenti di Guarino per parte di sua moglie: i
Gioseppi, famiglia oriunda di Verona, della quale vivevano due fratelli
Pietrobono e Costantino; aveano una nipote Bartolomea, cugina per parte
di madre di Taddea, moglie di Guarino. Era allora in Verona Lodovico
Ferrari, figlio di Cecilia, un giovinetto che studiava con Guarino,
cugino egli pure per parte di madre di Taddea e di Bartolomea. Le
relazioni tra i parenti di Verona e di Cividale erano cordiali, perchè
alla fine del 1423 Guarino avea ideato di rifugiarsi a Cividale per
la pestilenza. I Gioseppi avevano interessi a Verona, pei quali si
pigliava cura Guarino, che alla sua volta li teneva informati delle
proprie notizie, p. e. della morte della suocera, del numero dei
figliuoli, della salute della moglie. Nel 1428 la Bartolomea si sposò
a Giovanni da Spilimbergo, buon maestro di retorica, che insegnò a
Cividale e ad Udine; e da allora in poi si strinsero intimi legami di
amicizia tra Guarino e il maestro Giovanni. L'annunzio del matrimonio
fu dato da Giovanni stesso a Guarino, il quale rispose congratulandosi
e accettando la sua amicizia. Lettere di congratulazione scrisse anche
il piccolo Lodovico Ferrari.
148. Con Padova Guarino mantenne rapporti negli anni 1419-1420, finchè
ci si trovarono il Gualdo ed il Barzizza, al quale ultimo domandò
sulla fine del 1419 Quintiliano e Asconio Pediano, per cominciare
il suo corso di retorica a Verona. Ma quando il Gualdo si stabilì
definitivamente in Vicenza, sua patria, e il Barzizza nel 1420 si
trasferì a Milano, invitato dal Visconti ad insegnare colà, vennero a
mancare i principali vincoli che tenevano congiunto Guarino a Padova,
se si eccettui il breve tempo nell'estate del 1421, in cui ci soggiornò
il Barbaro, che era fuggito da Venezia per la pestilenza.
149. Vivissime sono invece le relazioni con Venezia. Di là giunse
nel 1419 la triste notizia della morte di Giona Resti, vittima della
pestilenza. Nel 1420 l'amico Cristoforo Parma, il maestro vagante,
lasciò Venezia e andò a insegnare a Vicenza, sua patria, chiamatovi
dalle continue insistenze dei concittadini, con gran dispiacere di
Leonardo Giustinian, il quale aveva affidato alla sua cura il piccolo
Bernardo. Il Giustinian quando dava a Guarino questa notizia, stava
a Murano, dove trascorreva tranquillamente i mesi del calore estivo,
riposandosi dalle fatiche dei pubblici uffici e cominciando ad
esercitarsi nel canto, che egli poi adattò alle _Laudi_, delle quali
divenne in seguito autore fecondo e famoso.
150. A Venezia il Barbaro, che non aveva ancora principiato la sua
carriera diplomatica e amministrativa, continuava a studiare e a
ricorrere a Guarino per lumi. Era anch'egli ammogliato e la sua Maria
già era diventata amica della Taddea di Guarino. E amici comuni erano
molti Veronesi, quali il Maggi, il Pellegrini, il Brenzoni, i Verità.
Nel 1421 il Barbaro peregrinò alcuni mesi a cagione della pestilenza
che infestava Venezia e si incontrò con Guarino nel 1 ottobre a
Montagnana. In quest'anno Guarino compose l'orazione funebre per
Giorgio Loredan. L'anno seguente un'altra morte di persona veneziana
lo rattristò, la morte di Bianca, modello delle madri di famiglia,
figliuola di Francesco Pisani allora podestà di Verona.
151. La venuta di Ermolao Barbaro a Verona avea resi più intimi i
vincoli di Guarino con la famiglia Barbaro. Era stata anzi progettata
una gita di Guarino a Venezia; ma siccome era d'inverno e tempo
piovoso, egli preferì, diceva, di andarci «con la penna piuttosto
che coi piedi». Del resto il Barbaro stava sulle mosse per recarsi a
Treviso ad assumere la pretura di quella città, che fu il primo suo
passo nella carriera pubblica. Entrò in carica agli ultimi di decembre
1422 e la depose nel decembre dell'anno seguente.
152. In quell'anno (1423) Treviso diventò un piccolo centro umanistico;
bastava il Barbaro per dar vita a un circolo letterario, ma ci capitò
anche il Giustinian. Vi andarono pure i due famosi minoriti, Alberto da
Sarteano, uscito allora dalla scuola di Guarino, e Bernardino da Siena,
che dopo aver predicato a Treviso passò nel settembre a Feltre e indi
a Belluno. Guarino invidiava al Barbaro e al Giustinian i colloqui coi
due monaci; e realmente i due patrizi veneti e Guarino appartenevano
a quella categoria di umanisti, che conciliavano la cultura pagana
con un sincero sentimento cristiano. Il Barbaro di natura sua tendeva
all'ascetismo e agli studi sacri; anzi dopo l'incontro con fra'
Bernardino prese l'abitudine di intestare le lettere da Gesù, di che
più tardi lo canzonava il Poggio; il Giustinian fu cantore di Laudi ed
ebbe un fratello beatificato, Lorenzo; Guarino era studiosissimo dei
testi sacri ed ebbe in casa un figlio sacerdote, Manuele.
153. A questa piccola ma eletta schiera si aggiunse Flavio Biondo,
che giunse a Treviso nella seconda metà inoltrata dell'anno stesso
1423. Il Biondo era andato nel 1422 da Forlì sua patria a Milano a
trattare in nome della sua città qualche pubblico interesse. Arrivò
a Milano appunto nel tempo che il Barzizza era occupato a decifrare
il codice Lodigiano delle opere retoriche di Cicerone. E approfittò
dell'occasione per trarsi copia del _Brutus_, che mandò al Giustinian
a Venezia e a Guarino a Verona. Così si mise in relazione con gli
umanisti veneti. Nel ritorno in patria si fermò a Ferrara, dove conobbe
quei letterati, tra cui il Mazzolati; e fu anzi col mezzo di lui che
fece recapitare il _Brutus_ a Guarino. Arrivò in Forlì al principio del
1423, quando già si preparava la sommossa contro gli Ordelaffi, alla
quale prese parte anch'egli. La sommossa scoppiò nel maggio, ma ebbe
infelice esito, perchè la città fu occupata dal Visconti. Il Biondo
con tutti gli altri complici dovette esulare. Errò in qua e in là;
nel luglio ci comparisce a Verona, più tardi lo rivediamo a Ferrara,
ad Imola; finalmente fu invitato a Treviso dal Barbaro, che lo prese
come proprio segretario. E così il Biondo trovò per qualche tempo una
posizione onorevole presso la repubblica di Venezia, di cui fu poi
fatto cittadino.
154. Saputo Guarino dal Casalorsi che il Biondo era tornato col
Barbaro da Treviso a Venezia, gli scrive per alcuni codici, che lo
prega di fargli avere da Pietro Tommasi. Il Biondo e il Tommasi dunque
si erano conosciuti. Nel gennaio e febbraio di quell'anno, 1424, i
Veneziani ospitarono l'imperatore di Costantinopoli, e il Barbaro e
il Giustinian lo accolsero con un discorso greco; il che tornò a lode
del loro maestro Guarino, il quale pochi giorni dopo vide parimenti
l'imperatore a Verona. Alla metà di aprile Guarino per un'ambasceria
andò a Venezia e rivide gli amici. Troviamo quest'anno alla sua scuola
a Verona Bernardo Giustinian insieme con Ermolao Barbaro, ma le lezioni
furono interrotte dalla pestilenza. I due allievi al primo affacciarsi
del pericolo si rifugiarono a Venezia, dove contava di recarsi pure
Guarino.
155. E ci andò infatti alla fine di luglio per apparecchiare il posto
alla famiglia, ma tornato a Verona dovette mutar direzione, perchè
Venezia chiuse i passi ai provenienti da luoghi infetti. Quando gli
amici di Venezia seppero del dispiacevole contrattempo e che Guarino
era confinato sulle montagne tirolesi, tutti unanimi, il Parma, il
Barbaro, il Giuliani, i Giustinian, sin dal principio di settembre
fecero pratiche presso Guarino per trarlo fuori di là in luogo migliore
e gli offrirono intanto Murano, finchè si fosse tolto il divieto. Non
accettò, forse perchè a Pergine si era accomodato abbastanza bene.
Qualche mese dopo Venezia offriva a Guarino un nuovo collocamento
come professore; la proposta partì dal Barbaro, dal Giustinian e
dal Giuliani. Guarino stette un po' in dubbio ma poi rifiutò, perchè
riconfermato a Verona.
156. Del 1425 andò a stabilirsi in Venezia il suo scolaro Martino
Rizzoni in qualità di institutore privato in casa Tegliacci. Guarino
lo mise subito in relazione coi principali suoi amici veneziani e
corrispondeva frequentemente con lui per sorreggerlo coi suoi amorevoli
e savi ammonimenti nei primi passi della nuova carriera e animarlo
nei primi scoraggiamenti. Infatti non tutti i figli del Tegliacci
corrispondevano alle cure del Rizzoni; ma il vecchio maestro gli
ripeteva di lasciar correre l'acqua per la china, inculcandogli l'uti
foro di Terenzio. A suo tempo poi interpose i propri buoni uffici
presso il Tegliacci per fargli ottenere un aumento di onorario. Nel
1426 Guarino si servì del Rizzoni per diffondere a Venezia l'elogio
funebre del Salerno. Così l'ebbero il Giustinian e il Barbaro. Il
Barbaro nella metà di quell'anno era stato ambasciatore a Roma e nel
ritorno a Venezia diede relazione a Guarino di una gita a Genzano
e dei codici greci che vide nel chiostro di quel paese. Di un'altra
ambasceria a Roma fu incaricato il Barbaro due anni dopo, nel 1428, e
in quell'occasione portò con sè il nipote Ermolao.
157. Nel 1427 ritornava da Costantinopoli a Venezia Francesco
Filelfo, il quale avviò pratiche con Bologna per ottenervi un posto di
professore. L'intermediario di queste pratiche fu Guarino.
158. Della stima che godeva Guarino a Vicenza fa testimonianza l'invito
venutogli di là nel 1420 ad occupare il posto di insegnante lasciato
libero dal Filelfo. Il Filelfo insegnò a Vicenza per lo meno l'anno
scolastico 1419-1420; nel marzo del 1420 partì da Vicenza per Venezia
e di là per Costantinopoli. Guarino, già nominato a Verona, non potè
accettare. Intanto facea pratiche presso quella comunità per succedere
al Filelfo Giorgio da Trebisonda, aiutato in ciò dalle raccomandazioni
di Francesco Barbaro e di Pietro Tommasi; anzi a questo scopo fece egli
una corsa a Vicenza nel gennaio. Il Trebisonda riuscì nel suo intento
e fu nominato professore a Vicenza.
159. Guarino e il Trebisonda si erano conosciuti a Venezia nel
1417-1418, dove per alcuni mesi il Trebisonda udì le lezioni di
Guarino; ma non furono in buoni rapporti di vicinato quando insegnavano
l'uno a Verona, l'altro a Vicenza. Il Trebisonda avea molta boria
greca, congiunta a leggerezza giovanile, e non conosceva il latino che
un po' grammaticalmente: tre circostanze che impedivano di renderlo
simpatico a Guarino. Quando gli scolari di Guarino passavano da Verona
a Vicenza, pare che il Trebisonda nell'accettarli alla sua scuola li
sottoponesse a un esame troppo pedantescamente grammaticale; e Guarino,
più stilista che grammatico e abituato ad elevarsi dalla parola al
pensiero e al sentimento, doveva aver concepito un certo disprezzo per
quell'uomo.
160. E a lui infatti allude con frasi coperte, ma molto acri, in una
lettera del 1421. Ivi parla di certi mostri d'uomini, che «arrivati
alle prime pagine della grammatica si dànno il pomposo nome di
scienziati. Essendo soli essi ignoranti, si credono giusto appunto
i soli sapienti e non par loro vero, quando si imbattono negli
allievi altrui, di dimostrarne la ignoranza, interrogandoli su quelle
pedanterie, che essi hanno imparato a furia di sgobbo e che sono
indegne di un uomo e da lasciarsi ai ragazzetti, quali sono le figure,
i casi, i gerundi e quisquiglie di simil genere. La sorte di gente di
tal fatta è che gli scolari entrano da loro rape ed escono carote». Il
Trebisonda rimase a Vicenza certo sino al termine del 1426, in ogni
modo non molto dopo, perchè nel 1428 era tornato per qualche tempo
in Grecia; e poi egli lasciò Vicenza, mentre Guarino stava ancora a
Verona. Anzi, diceva lui, la dovette lasciare per le mene di Guarino,
che era geloso del suo vicino collega; secondo invece una testimonianza
più attendibile, la vera ragione era che egli con le sue fanfaronate
avea nauseato i Vicentini.
161. Contemporaneamente al Trebisonda insegnò a Vicenza il vicentino
Cristoforo Parma, ma come institutore privato. Cristoforo era prima
a Venezia, ma i Vicentini fecero tante premure, che lo ottennero nel
1420, quantunque non deve aver molto incontrato. Qualche anno dopo
lo ritroviamo a Venezia. Negli anni 1420-1421 era in Vicenza Pietro
Tommasi, medico e letterato veneziano e vecchia conoscenza di Guarino.
Saputo Guarino che il fratello, già morto, di Pietro aveva composto un
trattato sulla povertà, gliene domanda un esemplare con uno dei suoi
soliti giochi: «arricchiscimi, gli scrive, della tua povertà, perchè
io possa conoscere sì grande virtù e imparare ad esercitarla di buon
animo». Il Tommasi lo aveva incoraggiato a tradurre in latino una
orazione greca di Manuele Crisolora, anche per rendere un tributo alla
memoria dell'illustre maestro. Guarino non la tradusse, ma per compenso
rispose al Tommasi affettuose parole in lode del Crisolora. A Vicenza
Guarino aveva molti amici, quali il Francaciani, Matteo Bissaro,
Niccolò Dotti, suo scolaro, e più di tutti Girolamo Gualdo, col quale
teneva viva corrispondenza, scambiando codici, mandandogli i propri
lavori, p. e. l'orazione funebre per il Loredan, e informandolo dello
stato della sua famiglia. Girolamo era come uno di casa e Guarino volle
perpetuare la loro scambievole amicizia mettendo il nome di Girolamo
al suo primogenito. Nemmeno nel 1424 sulle montagne trentine Guarino si
dimenticò di lui e da Pergine gli mandò le proprie notizie.
162. Più attivi si fanno gli scambi di Guarino con Vicenza nel 1425,
l'anno in cui vi andò podestà Francesco Barbaro. Era stato nominato a
quel posto sin dal 1424, ma quello fu anno di gran peste a Vicenza e il
Barbaro si trattenne a Venezia. Avea preso possesso della nuova carica
certo al principio del 1425 e portò seco il Biondo, come segretario, e
il nipote Ermolao; più tardi ci troviamo qualche altro della famiglia
Barbaro ed Ermolao Donati. Ivi Francesco Barbaro rinnovò l'amicizia col
Gualdo, che aveva conosciuto a Padova e a Venezia. Col Barbaro Guarino
corrispose frequentemente, soprattutto per raccomandazioni spettanti
al suo ufficio di podestà, sempre ben inteso con la clausola σὺν τιμῆ
σου. Col Biondo era pure in frequente relazione ora per codici, come
quello dell'Epistolario Pliniano, di cui l'arcivescovo Capra desiderava
una copia, e delle opere retoriche di Cicerone; ora per affari di altro
genere, come l'incarico dato dal Biondo a Guarino di cercargli dei
cavalli e un cuoco.
163. La risposta di Guarino sul cuoco comincia con un saluto culinario.
Indi segue dicendo che, voltate le spalle alla letteratura, si dedicò
tutto al mestiere della cucina. «Ho raccolto intorno a me una assemblea
di guatteri, vivandieri, parassiti e mangioni e ho messo loro innanzi
il nome del cuoco vescovile, quale candidato al posto da te offerto.
La candidatura fu accolta ad unanimità e con plauso. Quel cuoco netta
così bene i piatti, che quando non gli basta lo strofinaccio, chiama in
aiuto la lingua e anche i calzoni. È pure molto economico; così p. e.
se qualche animaluccio gli cade dalla testa nelle pietanze, si fa uno
scrupolo di levarnelo: sarebbe un assottigliare la porzione; parimenti
si dica di qualche goccia che gli si stacchi dal naso. E misura il
condimento, anzi per risparmiare il lardo adopera il sego. Uomo inoltre
quietissimo, chè dorme giorno e notte per le gran sbornie che piglia.
Lo chiamano Chichibio». È noto che Chichibio è il protagonista di una
novella del _Decamerone_.
164. Il Biondo aveva con sè la moglie e doveva far con essa una gita a
Verona, la quale sarebbe riuscita graditissima a Guarino, perchè così
le loro donne avrebbero avuto occasione di conoscersi. Ma il Biondo
non potè. Guarino in compenso gli mandò per qualche tempo a Vicenza
il piccolo Girolamo. Andò poi egli due volte a Vicenza: la prima
nell'aprile, la seconda nel giugno. Nella prima Guarino vide Giovanni
da Castelnuovo, maestro di retorica, che stava allora a Vicenza. La
visita gli fu restituita per parte degli amici di casa Barbaro dai due
Ermolai, il Barbaro e il Donati. Nella funesta occasione della morte
della suocera Guarino ricevette parole di sincera condoglianza e di
conforto dal giovinetto Ermolao Barbaro e dal Gualdo. Il Gualdo in quel
tempo partiva per Firenze, dove aveva ottenuto una magistratura, con
lettere commendatizie del Barbaro e di Guarino.
165. Da Vicenza partì più tardi, nell'ottobre, anche il Biondo per
andare a Padova come segretario di Francesco Barbarigo, nominato di
fresco capitano di quella città. Quel posto fu ottenuto dal Biondo
per mezzo dei buoni uffici di Guarino e del Barbaro. Il Barbaro si
trattenne molto ancora a Vicenza, sino cioè al principio dell'anno
seguente 1426, perchè attendeva alla compilazione e pubblicazione
degli statuti della città: lavoro poderoso e grandemente meritorio,
che immortalò la pretura vicentina del Barbaro. Alla fine del 1425 era
ultimato e Guarino, pregato dai Vicentini e dal suo diletto scolaro,
gli premise l'introduzione.
166. Nel 1426 il Gualdo tornò dalla magistratura di Firenze, portando
notizie di quella città. Nell'agosto del 1427 prese moglie. Alle nozze
era stato invitato anche Guarino, ma non potè andare. «Del resto,
gli scrive, non hai perduto nulla, perchè ad aprir certe brecce in
certi castelli ci vuole la tattica nuova di voi altri giovanotti; noi
veterani del secolo passato abbiamo una tattica ormai antiquata e che
adesso non serve più». E ritorna poi su queste allusioni scherzose
e un po' ardite: «Quanto sei valoroso patrono per i tuoi clienti,
altrettanto devi essere robusto guerriero con la tua Penelope; _decet
enim hisce primis congressibus ut quantum te lectio singularem, tantum
te lectus pluralem cognoscat. Qua in re culare, hui! curare volui
dicere, debebis, ut non solum tu uxorem duxeris, ut scribis, sed et
te uxor ducat, ut mutua sit vicissitudo_». Nel giugno 1428, quando il
Gualdo per la peste si era da Vicenza ricoverato a Sarego, Guarino
gli mandò in dono il suo S. Agostino, postillato da lui quando era
in Tirolo, perchè con quella lettura ingannasse le lunghe ore d'ozio,
traendone insieme frutti di pietà cristiana.
167. Non meno che tra Guarino e Vicenza, il Gualdo servì di anello di
congiungimento tra Guarino e Firenze. Egli andò due volte a Firenze. La
prima nel 1420 e fu una gita di piacere. In quell'occasione il Gualdo
conobbe personalmente fra gli altri il Niccoli e il Traversari, coi
quali parlò a lungo di Guarino. A Firenze aveano concepite speranze di
riaverlo, ma erano illusorie; Guarino «a niun costo sarebbe più tornato
a Firenze». Si parlò anche delle invettive pubblicate in quell'anno
contro il Niccoli da due suoi nemici, l'uno dei quali il Benvenuti,
quegli stessi che non avevano risparmiato nemmeno Guarino quand'era
in Firenze. Egli era già stato informato di tutto dal Niccoli e dal
Traversari, ma ora che il Gualdo di ritorno da Firenze gli fornì
notizie più minute, si sente oltre ogni credere nauseato.
168. La seconda volta che il Gualdo andò a Firenze fu nel 1425, quando
ottenne per mezzo dei buoni uffici di Francesco Barbaro la magistratura
della mercanzia in quella città; partì nell'agosto con lettere
commendatizie del Barbaro e di Guarino. Così Guarino ebbe occasione di
rinfrescar la memoria con gli amici fiorentini. Tornato il Gualdo nel
1426, gli scrisse di un certo scalpore sollevato da un tale a Firenze
contro Guarino, su di che dava maggiori ragguagli una lettera da
Firenze di Mariotto Nori.
169. Nè fu questo il solo screzio che ebbe Guarino nelle sue relazioni
con Firenze. Ce ne fu un altro, e quello veramente dispiacevole. Si
trattava del Bruni. Era stato riferito da persone autorevoli, ma pare
malignamente, che il Bruni a Firenze in presenza dei Medici e di altri
avea sparlato di Guarino in modo da ledergli l'onore. Del che egli
sdegnato scrisse, non al Bruni direttamente, e in ciò fece male come
egli stesso confessa, ma ad amici comuni, lagnandosi dell'offesa in
modo molto vivace e risentito. Per tal guisa l'incidente, che doveva
esser leggero, ingrossò e già si minacciava una rottura fra i due
vecchi e provati amici. Il Bruni pare sia stato il primo a muovere i
passi per toglier l'equivoco e scrisse, verso il febbraio del 1421,
al Salerno allora podestà a Siena. Il Salerno si interpose subito tra
i due contendenti e con buon esito, poichè Guarino rispose a lui, che
il malinteso era cessato e scrisse nel medesimo tenore al Bruni. Il
Bruni non rispose, ma non ce ne era bisogno: tutto era appianato di
tacito accordo; dall'altra parte stuzzicare certe ferite ancor fresche,
sia pure con retta intenzione, è sempre pericoloso; il silenzio è il
miglior partito. Del resto Guarino non mancò mai, scrivendo agli amici
di Firenze, di mettere i saluti per il Bruni. Quando poi si presentò
una favorevole occasione, la nomina del Bruni a cancelliere della
repubblica fiorentina nel 1427, allora Guarino se ne congratulò con lui
per lettera. E il Bruni rispose in guisa da dare ampia soddisfazione
al vecchio amico, toccandogli delicatamente dell'antico litigio e
ringraziandolo delle congratulazioni.
170. Del rimanente, tolti questi due screzi, le relazioni di Guarino
con Firenze furono sempre cordiali, soprattutto col Niccoli, col
Traversari, con Angelo Corbinelli, con Giovanni Boscoli e, meno il
piccolo incidente, col Bruni. Nel 1422 Ermolao Barbaro, suo alunno,
dedicò al Traversari la versione latina di Esopo. Nel febbraio del
1424 capitò a Firenze dal Traversari frate Alberto da Sarteano, che
gli parlò piacevolmente di Guarino. Nel 1423 andò a Verona a studiare
con Guarino Mariotto Nori, un raccomandato del Traversari. Il Nori era
stato qualche tempo prima commesso d'affari a Venezia di Palla Strozzi;
venuto a Verona, vi si trattenne un paio d'anni; indi passò alcuni mesi
a Mantova a copiar codici per i principi Gonzaga; tornò a Verona e di
là nel 1426 rimpatriò a Firenze.
171. Aveva una bella calligrafia, specialmente nella scrittura che
allora chiamavano «antica». Guarino andava in visibilio quando ne
parlava e gli fece copiare un Giustino. Era un bravo giovinotto, di
buona famiglia, ma aveva un difetto: l'instabilità congiunta a un
po' di vanità. Guarino lo chiamava figlio di Eolo sia perchè mobile,
sia perchè borioso; quando p. e. parlava de' suoi antenati, contava
miracoli e le sparava grosse quanto mai. Ma saputo pigliare per il suo
verso, gli si faceva fare quel che si voleva. Nel rimpatriare si fermò
a Ferrara, dove conobbe lo Zilioli, che gli propose la trascrizione
di un Servio antico e difficilmente decifrabile. Le pratiche durarono
a lungo in mezzo a molte incertezze, ma finalmente dopo più di un
anno la copia fu compiuta e l'eleganza e l'esattezza dell'esemplare
soddisfecero Guarino e lo Zilioli, compensandoli così del patito
ritardo.
172. Il numero degli amici di Guarino a Firenze è cresciuto negli
ultimi mesi del 1425 con l'arrivo dell'Aurispa, che fu nominato
professore di quello studio. Nel 1427 partiva da Verona alla volta
di Roma Marco Campesano; nel passaggio per Ferrara fu da Guarino
raccomandato allo Zilioli e nel passaggio per Firenze al Nori, al
Niccoli, al Boscoli.
173. Non molto intimi nè molto frequenti sono i rapporti di Guarino
con Roma, dove non c'è che il Poggio, che lo tenga in una certa
corrispondenza con la curia pontificia. E nelle sue lettere a Guarino
il Poggio non si dimentica del Barbaro, il quale del resto si trovò con
lui due volte a Roma: nel 1426 e nel 1428. Tutte e due le volte ci andò
come ambasciatore; nel 1426 di ritorno passando da Firenze riconciliò
il Niccoli col Bruni. Non mancavano poi Veronesi che andassero a
Roma; così nel 1421 ci fu il Salerno a prendere possesso della dignità
senatoria e a recitarvi il discorso di ringraziamento innanzi al papa;
nel 1425 c'era il canonico Filippo Regini, alunno di Guarino, nel 1426
un prete Alessandro che dava un po' da dire sulla sua condotta, e non
so in quale anno un altro prete, Antonio Malespina vicario del vescovo.
A Roma si recò, per non poter reggere al peso delle imposte, nel 1425
un amico del circolo fiorentino, Antonio Corbinelli, e in quell'anno
stesso vi morì, con gravissimo dolore e lutto di Guarino, che era
stato da lui ospitato in casa propria a Firenze e che l'amava come
un fratello. La triste notizia fu partecipata a Guarino dal canonico
Filippo e da Guarino al Barbaro, che parimenti stimava ed amava
l'estinto.
174. Guarino fece una gita a Mantova, che gli lasciò poco gradita
impressione, perchè in tre giorni che vi stette non seppe ben
distinguere se era giorno o notte. «Ivi non si vede che acqua e non si
odono che rane. Le case sono in maggior numero che gli abitanti; nelle
piazze si trovano le alghe e per le strade si inciampa nei porci».
Quando vi andò c'era il Giuliani, probabilmente con qualche pubblico
ufficio. A Mantova Guarino conosceva il vescovo. Nel 1425 eravi
vicepodestà un veronese, Galesio della Nichesola, al quale Guarino
scrisse una lettera, perchè rintracciasse una orazione di Cicerone
trovata in Verona e migrata colà.
175. Guarino godeva molta stima presso i signori Gonzaga, che lo
invitarono alla loro corte come institutore. Non accettò e poco dopo
fu invitato Vittorino da Feltre, suo alunno a Venezia, che nutriva
sempre amore e rispetto per il suo maestro. I buoni frutti della scuola
di Vittorino si videro ben tosto in una lettera che il principino
Lodovico, decenne appena, scrisse nel 1424 a Guarino. Guarino rispose
compiacendosi dei felici risultati e congratulandosi che dal maestro
inetto, che avea prima, fosse passato sotto la disciplina di Vittorino,
che egli chiama _optimus vir_ e _doctissimus magister_ e dal quale
gode di sentirsi lodato. «Del resto se mi chiama suo precettore,
più che merito mio, è bontà e gratitudine sua, il quale ottimo com'è
mi decanta quale desidererebbe che io fossi. E quel poco che io gli
insegnai, e quanto poco sia stato lo so io, egli lo esagera al punto
da far di una pulce un elefante. Prendilo pertanto, se hai fede in me,
a guida nella vita e nello studio e imita costantemente il suo esempio
ed egli diventerà per te quello che dice Omero di Fenice per Achille:
eccellente maestro di ben dire e di ben operare». Il principino gli
domandava una redazione corretta dell'_Orator_ di Cicerone e Guarino
gliela promette, appena avrà il modo e l'opportunità.
176. Anche a Brescia troviamo un piccolo nucleo di amici di Guarino;
ma è costituito non di elementi stabili, sibbene raccogliticci, ed
ha breve vita, dal 1427 al 1428; gli elementi appartengono al gruppo
veneziano. È il caso a un dipresso di Treviso nel 1423. Brescia fu, si
può dire, il perno delle operazioni strategiche della guerra combattuta
negli anni 1426-1428 tra Milano e Venezia. La Serenissima mandò a
Brescia in qualità di capitano Niccolò Malipiero, in qualità di podestà
Pietro Loredan. Il Loredan si portò come cancelliere il Biondo.
177. Il Biondo pertanto era stato nel 1425-1426 a Padova col Barbarigo
e ora nel 1426-1427 accompagnava il Loredan a Brescia. Ma in quest'anno
lasciò il servizio della repubblica veneta. Forlì dopo un triennio
di occupazione viscontea era stata sgombrata e consegnata in potere
del papa Martino V, che vi mandò a governarla Domenico Capranica. Il
Biondo così era libero di rimpatriare, anzi ottenne un posto presso
il Capranica e intanto avea fatto partire per Forlì la famiglia;
egli vi andò nell'agosto 1427. Guarino fu in frequente carteggio col
Biondo a Brescia, a cui si raccomandava ora perchè gli trovasse una
serva, ora perchè gli narrasse gli avvenimenti della guerra. Ma sugli
avvenimenti della guerra poteva informarlo meglio Battista Bevilacqua,
che aveva un comando nell'esercito sotto la condotta suprema del conte
di Carmagnola. E in effetto gli descrisse minutamente la giornata
di Maclodio; e della descrizione si giovò Guarino nel comporre
l'elogio del Carmagnola, del quale mandò copia al Bevilacqua perchè lo
diffondesse. Guarino avea progettato nel maggio di quell'anno, 1427,
una gita a Brescia a trovarvi il Biondo, ma non la fece. Non ne dovette
smettere del tutto l'idea, perchè in quel torno trattava col Capra,
arcivescovo di Milano, un abboccamento a Brescia, quantunque nemmeno
questa volta ci andò.
178. Col Capra entriamo nel circolo milanese. Il Capra fu fatto
arcivescovo di Milano nel 1414, ma non entrò in stabile possesso
della sua residenza che nel 1422. Prima di quel tempo avea preso
parte attiva al Concilio di Costanza, dove si trovò presente per la
elezione di Martino V. Indi fu incaricato di alcune ambasciate alle
corti europee, p. e. in Germania, donde tornava nel 1422 e fu allora
che fece l'ingresso a Milano. Nel principio del 1428 passò governatore
a Genova, dove stette circa un quinquennio; e poi prese parte al
Concilio di Basilea, ma per poco tempo, chè morì colà nel 1433. Fu uomo
illuminato, promotore degli studi, ricercatore di codici e perciò lo
vediamo in intimo e frequente commercio con gli umanisti. Guarino e
il Capra erano vecchi conoscenti, ma da molti anni non si scrivevano;
solo nel 1425 rinnovarono l'amicizia. In quell'anno il Capra, saputo
che Guarino aveva scoperto e divulgato il nuovo codice dell'Epistolario
di Plinio, gli scrisse pregandolo di allestirgliene una copia. Guarino
lo soddisfece servendosi dell'opera del Biondo. Nel 1427 andarono a
Milano Francesco Brenzoni e Filippo Regini canonico, veronesi; e in
quell'occasione ci fu scambio di lettere affettuose tra Guarino e il
Capra.
179. Guarino allora interpose l'arcivescovo perchè gli ottenesse da
Giovanni Corvini un Macrobio; ma l'interposizione non giovò a nulla; il
Corvini era stato battezzato dal Capra per un'arpia, poichè accumulava
codici senza farne parte agli amici. Nè era stato quello il primo
tentativo di Guarino per aver codici dal Corvini, specialmente un
Gellio e un Macrobio, ai quali fece l'amore parecchio tempo. Avea già
interposto il Casati, un milanese, conosciuto nel 1419 per mezzo del
Maggi, avea interposto lo Zilioli, ma sempre inutilmente. Da ultimo
Guarino cercò di mettersi in corrispondenza diretta col Corvini e
ciò fece nel principio del 1428, prestandogli un proprio codice. Ma
il Corvini anche questa volta duro; sicchè Guarino ebbe ragione di
risentirsene e dargli dello scortese, giurando che non gli presterebbe
più codici.
180. Giovanni Corvini era nativo di Arezzo, donde partì presto per
Milano e ivi entrò al servizio del Visconti come segretario. Morì
nel 1438. Aveva buoni rapporti con gli umanisti fiorentini, quali il
Niccoli, il Traversari, e coi milanesi, soprattutto col Barzizza, che
fu institutore di uno dei suoi figliuoli. La passione predominante del
Corvini era raccoglier codici, dei quali possedeva già una rilevante
collezione sin dal 1412, p. e. un Epistolario ad Attico, una commedia
latina a noi ignota e quel Gellio e quel Macrobio, a cui dava la caccia
Guarino.
181. A Milano in quel tempo veniva su un forte ingegno, che spiegò
grande operosità nel campo politico e nel campo letterario: Pier
Candido Decembrio, nato nel 1399 a Pavia. Ivi bambino dai tre ai
quattro anni aveva ricevuto le carezze di Manuele Crisolora, che
insegnava a Pavia nel 1400-1403. Nel 1413 il padre Uberto faceva
pratiche per collocarlo presso la curia pontificia, ma preferì poi
di metterlo al servizio del duca Filippo Maria Visconti; morto il
Visconti, il Decembrio passò nella curia. Negli anni 1420-1430 le
relazioni del Decembrio si fecero estesissime. Corrispondeva con
Ogniben Scola, che stava a Pinerolo, con Gerardo Landriani vescovo di
Lodi, coi Bossi di Como, con Feltrino Boiardo di Ferrara, col Loschi
a Roma, con Galasso Correggio e Tommaso Cambiatore a Reggio, con
Carlo Fieschi e Giovanni Stella a Genova e col De Marinis arcivescovo
di quella città, coi Medici, col Niccoli e col Bruni a Firenze. Non
parliamo dei letterati e uomini di stato del circolo milanese, come
Zanino Ricci, Guarnerio Castiglioni, il Becchetti, Cambio Zambeccari,
Antonio da Rho, il Capra, il Barzizza.
182. Nel 1425 strinse rapporti anche con Francesco Barbaro e con
Guarino. Nell'ottobre di quell'anno il Decembrio andò a Venezia, a
trattare con la Serenissima un acquisto di vettovaglie per Milano.
Contava egli di visitare a Vicenza il Barbaro e a Verona Guarino; ma la
partenza da Venezia fu affrettata e le due visite non furono fatte. Ciò
non tolse al Decembrio, tornato che fu a Milano, di scrivere all'uno e
all'altro e stringere per lettera quell'amicizia, che non aveva potuto
personalmente. Guarino corrispose volentieri all'invito e da buon
maestro correggeva gli errori di greco delle lettere del Decembrio, il
quale allora moveva i primi passi nella conoscenza di quella lingua.
183. Sulla fine dello stesso anno andarono ambasciatori a Venezia anche
il Corvini e il Barzizza. Il Barzizza intendeva parimenti di fermarsi a
Verona a salutar Guarino, ma ne fu impedito pur esso. Glie ne scrisse
un paio d'anni più tardi, chiedendogli scusa, nella occasione che
gli raccomandava Francesco Mariani, suo allievo, il quale si recava
a studiare il greco da Guarino. Il Barzizza stava a Milano sin dal
1420, come professore di retorica. Ivi nel 1422 rese un gran servizio
alle lettere, decifrando e dividendo in capitoli le opere retoriche di
Cicerone trovate a Lodi dal vescovo Landriani. Il codice fu portato al
Barzizza a Milano da Giovanni Omodei; il Barzizza lo fece esemplare dal
cremonese Cosimo Raimondi. In quell'anno stesso Guarino mandò a nome
degli umanisti veronesi il suo alunno Giovanni Arzignano dal Barzizza a
trarre una copia del nuovo codice. Ma per allora non si potè ottenere
che l'_Orator_. Solo più tardi, nel 1428, Guarino ebbe per mezzo del
Lamola un apografo intero ed esattissimo dell'archetipo di Lodi. E un
altro codice ebbe per mezzo del Lamola, il Macrobio cioè del Corvini.
Il Lamola era a Milano dalla fine del 1426, in cerca di nuova fortuna.
Ivi aveva trovato una occupazione presso Cambio Zambeccari e intanto
si era messo in relazione con l'arcivescovo Capra e con altri illustri
personaggi di Milano.
184. Avanti di andare a Milano il Lamola stava in Bologna, sua patria.
Quando seppe nel 1419 che Guarino era passato a Verona, andò alla sua
scuola, che frequentò sino all'ottobre circa del 1425. Così il Lamola
diffuse a Bologna la fama del suo maestro e Guarino intrecciò vivo
commercio epistolare con quell'antico e rinomato centro di studi. Assai
vi contribuì anche la presenza in Bologna del Salerno, che fu podestà
di quella città il secondo semestre del 1419, e si acquistò tanto la
stima pubblica, che allo scader dell'ufficio gli venne riconfermato per
un altro semestre, dal gennaio al giugno 1420, onore raro a concedersi.
Una bella prova della nominanza che godea Guarino a Bologna l'abbiamo
nell'offerta di una cattedra che gli fu fatta nel 1424 dai Bolognesi,
i quali del resto non si perdettero di coraggio al primo rifiuto e
rinnovarono qualche tempo dopo, verso il 1430, l'invito per mezzo di
Alberto Zancari amico di Guarino; ma anche la seconda volta rifiutò.
185. Bologna nel tempo che Guarino insegnava a Verona presenta un
vivace e molteplice movimento di operosità letteraria. Non ultima fra
le cause è la parte che vi presero l'arcivescovo Niccolò Albergati,
liberal mecenate, e il suo segretario Tommaso Parentucelli, il futuro
papa Niccolò V. Entrambi corrispondevano con gli umanisti di Firenze
e cercavano codici. Ma lo scovatore era proprio il Parentucelli, che
nei viaggi dell'Albergati nel 1427-1428 in Lombardia e a Ferrara,
dove trattava la pace come intermediario fra Venezia e Milano, visitò
chiese e monasteri in cerca di codici, p. e. il monastero di Nonantola
sul territorio di Modena e quello di Pomposa presso Ferrara, la chiesa
di S. Ambrogio di Milano, la Certosa di Pavia, la cattedrale di Lodi.
Scopritore e possessore di buoni codici era pure il Rinucci, segretario
del veneziano Gabriele Condulmier, amico di Guarino, il futuro papa
Eugenio IV e allora (1424) legato apostolico a Bologna. Troviamo a
Bologna altra gente di minor levatura, p. e. tra il 1424 e il 1425
Berto Ildebrandi, Andreozzo Pierucci senese, frate Andrea da Rimini,
Giovanni da Luni, Antonio grammatico, Giovanni Toscanella, un antico
scolaro di Guarino a Firenze, Tommaso Pontano, suo scolaro di Verona.
186. Un novello impulso fu dato agli studi in Bologna dalla
venuta dell'Aurispa. Egli tornava da Costantinopoli col seguito
dell'imperatore. Si fermò con lui a Venezia, a Verona, e con lui andò
a Milano, dove si trattenne sino al giugno del 1424. Di là prese la
via di Bologna. L'Aurispa giungeva coi suoi trecento codici greci,
con l'aiuto dei quali sperava di carpire da qualche città, p. e.
da Firenze, un grasso collocamento. Egli era esperto mercante di
codici e sapea trarre il maggior profitto possibile dalla sua merce.
Però le trattative con Firenze gli andarono fallite, almeno per il
momento; intanto dovette acconciarsi ad accettare una cattedra di
greco a Bologna. Guarino, che nel febbraio 1424 lo aveva conosciuto
a Verona, nel febbraio dell'anno dopo, di ritorno dal Tirolo, gli
scrive congratulandosi dell'onore che gli avevano reso i Bolognesi.
Le pratiche con Firenze ebbero miglior esito nel 1425; infatti nel
settembre dell'anno stesso l'Aurispa partì per quella città, dove aveva
ottenuto la cattedra di greco.
187. Prima che l'Aurispa lasciasse Bologna, vi capitò Antonio
Panormita, lo studente girovago, che dopo aver peregrinato per Firenze,
Padova, Siena, veniva a piantar le tende a Bologna. Con l'Aurispa erano
conoscenze vecchie; ivi rinnovarono l'amicizia, e il poco tempo che
stettero insieme lasciò traccia in alcuni epigrammi all'_Ermafrodito_,
al quale il Panormita dava allora gli ultimi tocchi.
188. La pubblicazione dell'_Ermafrodito_ a Bologna nel gennaio del
1426, se pure non uscì qualche mese prima, fu uno degli avvenimenti più
memorabili di quei tempi. Le poche voci, che in sul principio gridavano
allo scandalo, rimasero coperte dal coro universale degli applausi,
che partivano dagli umanisti spregiudicati, ammiratori della forma
disinvolta e facile e avidi di quelle nudità pagane, che aveano gustate
in Ovidio, negli epigrammi di Marziale, nei Priapei e un pochino anche
in Catullo. L'opposizione grossa e pericolosa sorse più tardi, quando,
calmato il primo entusiasmo, i minoriti dal pulpito ebbero agio di
scagliar l'anatema sul sacrilego libello. E dico anche opposizione
pericolosa, intendendo quella che fu mossa al Panormita dal partito
milanese, capitanato dal frate Antonio da Rho; poichè quel partito
aveva una certa autorità e presso il pubblico e nella corte e a furia
di punzecchiare scosse la posizione del Panormita in Pavia.
189. L'araldo dell'_Ermafrodito_ fu il Lamola, che lo spedì a Guarino
ad insaputa dell'autore stesso, e poi andò a Roma a diffonderlo tra
gli umanisti della corte pontificia, dove lo lessero subito il Loschi,
il Poggio ed altri. Guarino, l'uomo dei severi costumi, il paladino
del matrimonio, l'esatto osservatore delle pratiche cristiane, divorò
quegli epigrammi, dove si predicava tutto il contrario di ciò che egli
sentiva e professava, e ne fece propaganda a Verona. Il giudizio che ne
diede nella lettera al Lamola è rimasto famoso, possiamo dire, quanto
l'_Ermafrodito_ stesso.
190. Egli ammira la dolcissima armonia del verso, la spontaneità
della dicitura, la naturalezza della frase, la scorrevolezza del
periodo. Ma il componimento è lascivetto e alquanto procace. «E che
forse per questo si dovrà scemar lode all'ingegno del poeta? Apelle
e gli altri pittori dipinsero nude certe parti del corpo che devono
star celate: meritano perciò minor lode? Non ammireremo la valentia
di un artista, anche quando ci ritragga al vero e maestrevolmente un
verme, una biscia, un topo, uno scorpione, una rana, una mosca, che
pur sono bestie poco simpatiche, anzi moleste? Io per parte mia lodo
il poeta e applaudo al suo ingegno e mi diletto dei suoi motteggi,
faccio buon viso alle piacevolezze e approvo quella petulanza, che sa
di postribolo. Del resto io mi rido delle prediche di certi sciocchi,
i quali non vedono salvezza all'infuori delle lagrime, dei digiuni,
dei miserere e non sanno che altro è vivere altro è scrivere. Io do
retta invece al mio illustre compatriota Catullo, che ne sa qualche
cosa più di loro e che dice chiaro e tondo, come l'onestà e la decenza
si deva cercare nel poeta e non nei versi, i quali anzi dilettano,
quando siano un tantino lascivi e solleticanti. E Catullo era pagano.
Prendete un cristiano, S. Girolamo, scrittore severissimo e casto e
vedrete che anche egli adoperava frasi oscene, quali non adoprerebbe
il più sfacciato libertino». Termina proclamando il Panormita, poeta
siciliano, il redivivo Teocrito.
191. Da questo momento in poi si strinse tra il Panormita e Guarino
un'amicizia che durò, meno qualche piccola musoneria, cordiale e
inalterata. La corrispondenza tra i due umanisti si fece subito
frequente e il Panormita mandava codici a Guarino, come un Erodoto e
un Cornelio Celso. Di Celso pare sia stato il Panormita lo scopritore.
Certo lo pubblicò Guarino per il primo nel 1426 e l'ebbe da Bologna
per mezzo del Panormita e del Lamola. In ricambio Guarino fornì loro
le notizie fresche fresche delle strepitose scoperte fatte da Niccolò
da Cusa in Germania, tra le quali nientemeno che la _Repubblica_ di
Cicerone, che si risolse poi nel _Somnium Scipionis_. Niccolò da Cusa,
il futuro cardinale, era più conosciuto allora come Niccolò da Treviri;
aveva accompagnato, ventiquattrenne appena, nel 1425 in qualità di
segretario il cardinale Orsini nella sua legazione di Germania e avea
scoperto a Colonia un gran numero di codici: dicono ottocento.
192. Negli anni 1426-1428 con la società del Panormita a Bologna
c'era oltre il Lamola anche Bartolomeo Guasco, altro scolaro e maestro
girovago, che fece il mercante in Sicilia, poi il diplomatico, indi
il professore e finalmente di nuovo il diplomatico e che conosceva
gli umanisti bolognesi e fiorentini. Degli umanisti fiorentini parlò
al Panormita il Barbaro, passato da Bologna nell'ottobre del 1426,
di ritorno da Roma. In quell'occasione il Barbaro avea riconciliato
a Firenze il Niccoli e il Bruni. Nel 1427 si trasferì da Venezia a
Bologna la famiglia Tegliacci e con essa l'institutore Martino Rizzoni.
Al Rizzoni Guarino volea far conoscere il Panormita, affinchè d'accordo
gli procurassero un Prisciano, di cui era in possesso Alberto Zancari;
ma a quell'ora il Panormita non stava più in Bologna, essendo partito
per Firenze e Roma. Il commercio epistolare col Rizzoni è sempre
frequente; egli teneva informato Guarino delle novità bolognesi e
scambiava con lui notizie letterarie. Un bel giorno venne la malinconia
al Rizzoni e volea farsi monaco. Guarino glie ne scrisse, non proprio
dissuadendolo, ma dandogli a capire che ci pensasse bene e che prima
passasse parola con lui.
193. Il Rizzoni si trovò a Bologna col Filelfo, che vi era arrivato sin
dal febbraio 1428, passando per Ferrara, dove raccomandato da Guarino
fece conoscenza di quei signori e letterati e vi lasciò tanto buona
impressione, che nel 1429 lo invitarono ripetutamente a insegnare colà.
L'anno 1428 egli ottenne un collocamento a Bologna, per il quale sin da
Venezia aveva fatto premure presso Guarino. Quando Guarino seppe dal
Rizzoni, che il Filelfo si era collocato a Bologna, se ne compiacque,
ma gli rincrebbe che avesse accettato l'offerta per un solo semestre.
Non gli sembrava nè decoroso, nè vantaggioso. Addebitava al Filelfo,
pare, un po' troppo di fretta. «Con un collocamento così precario non
guadagna nè il professore nè l'insegnamento». Ma il Filelfo aveva altre
mire: egli mirava a Firenze che, partito l'Aurispa, ricco di codici ma
piuttosto povero di scienza, scorgeva nell'ingegno vasto e poderoso del
Filelfo un ottimo acquisto per il proprio Studio. E infatti nel 1429 il
Filelfo andò professore a Firenze.
194. Più che mai intimi sono i legami di Guarino coi letterati e la
corte di Ferrara. Guarino avea colà molti conoscenti, come Federico
Spezia, Stefano e Lelio Tedeschi, Giovanni Coadi, i cavalieri Alberto
della Sale e Feltrino Boiardo, Ugolino Elia, Niccolò Pirondoli, col
quale ultimo scambiava semi di ortaglia e di piante. «Desidero come
pegno di amicizia che le tue piante allignino qui da me, in modo
che col loro fiorire e crescere fiorisca e cresca l'amor nostro e
invecchiando verdeggi e verdeggiando invecchi. Consegnerai al latore
della presente alcuni noccioli di pesche duracine, ma badiamo bene! di
razza genuina e degni del donatore. Me li hai promessi e so dall'altra
parte che sei esperto coltivatore. È giusto poi che come dai miei
orti sono partiti semi e piante a colonizzare i tuoi, così ne partano
dai tuoi a colonizzare i miei. In tal guisa le pesche venute qui dal
suolo ferrarese potranno ripetere quella sentenza platonica (riferita
da Cicerone): noi non siamo nate solo per noi, ma anche per la patria
e per gli amici. E poichè tu sai ben coltivare i campi, devi anche
imitarli (come dice nuovamente Cicerone) nel rendere che essi fanno
il cento per uno. Vi aggiungerai anche dei semi di finocchio». Come si
vede, due citazioni ciceroniane in proposito di semi.
195. Fra tutti i Ferraresi i più assidui corrispondenti sono Ugo
Mazzolati e lo Zilioli. Il Mazzolati era intimo di Guarino sin da
Venezia; ora le relazioni diventano più cordiali e il Mazzolati tiene
informato il suo illustre amico veronese di ciò che avviene a Ferrara,
come della nomina dello Zilioli a consigliere del principe e degli
scandali a corte, p. e. la decapitazione della Parisina e la fuga di
Meliaduce, figlio del marchese; lo mette in relazione coi letterati che
capitano a Ferrara, come col Biondo, che alla fine del 1422 mandava
per mezzo di lui a Verona il _Brutus_ di Cicerone; gli invia qualche
codice da emendare, come un Gellio, uno Svetonio; gli regala delle
penne d'oca, di cui andava rinomata Ferrara, non fosse altro per
indurlo a scrivere più spesso; gli fa presente di pesci delle paludi
ferraresi per la quaresima. «I tuoi pesci, gli risponde Guarino, mi
sono arrivati quali messaggeri della imminente quaresima e mi hanno
avvertito che purtroppo i giorni della baldoria sono finiti e che
bisogna mutar dieta e sistema di vita, pensando un poco anche all'anima
e tenendosi a stecchetto col mangiare. Anzi a rendere gli onori di casa
ai tuoi illustri messaggeri ho destinato della gente non meno illustre,
p. e. un Cicerone, un Fabio, un Lucio, un Lentulo, un Macrobio, un
Cornificio, così saranno in buona compagnia».
196. Ma venne il giorno funesto che troncò questo legame di gaia
e schietta amicizia: nella prima metà del 1427 il Mazzolati morì.
«Perdita per me gravissima, chè era egli onest'uomo e fedelissimo
amico, il quale in me amava un figliolo, venerava un padre, rispettava
un maestro e io ho perduto in lui un padre, un figlio, un discepolo.
Mi conforta però che egli tal morì qual visse. E chi infatti visse,
più retto, più liberale, più fedele del mio Ugo? Ci è da trarre un
ammaestramento da questa morte: che noi dobbiamo trovarci pronti al
fatal passo, poichè da un momento all'altro siamo esposti a perire. Il
mio Ugo io lo amai vivo e lo amo morto».
197. L'altro grande amico ferrarese di Guarino era lo Zilioli,
consigliere intimo del marchese d'Este fin dal 1422. Egli era sempre
a fianco del signore, di cui Guarino lo chiama «il fido Acate». Nel
1426 mandò a scuola a Verona i due figli minori Paolo e Bonaventura.
Il figlio maggiore Ziliolo studiava a Ferrara, dove si dottorò in
legge nel 1427 insieme col suo fedel compagno Ugolino Elia, altro
corrispondente di Guarino. I due figli minori arrivarono a Verona
nel 1426. Fu loro dato per aio un Antonio da Orzinovi, chiamato il
Bresciano, che prima era stato copista a Padova e di là nel 1424 andò
a Verona da Guarino. Furono poi raccomandati specialmente alle cure
della Taddea, e in tal modo fra la Taddea e le donne di casa Zilioli
si strinsero legami d'affetto; e le Zilioli mandavano spesso regali
alla famiglia Guarino. «Abbiamo per legge d'amicizia, scrive egli allo
Zilioli, tutto in comune fra noi; mancava che mettessimo in comune i
figli, che come per nascita sono tuoi, così per adozione saranno miei.
Io li abituerò a vivere socraticamente, cioè con poco cibo e alla
buona. Ma il meno che darò loro in cibo lo compenserò in tanta maggiore
istruzione e dottrina, acciocchè te li restituisca più buoni e più
dotti di quando me li hai affidati».
198. Fra gli amici di Guarino, che in questo periodo di tempo andarono
a Ferrara o vi passarono, notiamo il bolognese Zancari e il Panormita,
che visitarono Ferrara, questi nel principio del 1427, raccomandato
e presentato da Guarino, quegli nel principio del 1428. Vi passò
Mariotto Nori quando tornava nel 1426 a Firenze; vi passò il Filelfo
nel febbraio del 1428, diretto a Bologna. Il Biondo vi passò almeno
due volte: la prima nel decembre del 1422, la seconda nel principio del
1428. La seconda volta egli avea con sè la famiglia; pare perciò che vi
si sia trattenuto a lungo. In questa occasione tanto il Biondo quanto
lo Zilioli trattavano con Guarino per trovare un maestro a Meliaduce
figlio del marchese. Lo Zilioli aveva suggerito una persona, ma Guarino
ne lo sconsiglia con frasi risolute; non sappiamo a chi si alludesse.
Piuttosto credo che Guarino abbia messo innanzi il nome dell'Aurispa e
si combina infatti che l'Aurispa si stabilì in quel tempo a Ferrara e
che appunto poco dopo fu nominato maestro di Meliaduce.
199. Tutta questa intimità e questi vincoli con Ferrara contribuirono
non poco a trarvi colà Guarino. Mancava solo una occasione ed essa
venne con la pestilenza. Guarino cercava un rifugio e gli fu offerto
a Ferrara. Egli accettò; ma c'era in lui l'intenzione di abbandonare
Verona? Probabilmente non avrebbe saputo dirlo nemmeno lui stesso. Di
Verona egli non si poteva lagnare; vi era anzi amato e gli dispiaceva
staccarsene. Senonchè una volta messo il piede in Ferrara, si trovò
quasi senza volerlo attratto nell'orbita di quell'astro maggiore; e
Verona rivide il suo Guarino come cittadino e come amico, non lo riebbe
più come insegnante.