Natura ed arte.
Filippo Aldini era rimasto finalmente libero, reso alla solitudine de'
suoi pensieri. Solitudine, non quiete; tanto la giornata era stata piena
di commozioni per lui. Nè l'agitazione del suo spirito si chetò così
presto, che non passasse ancora gran parte della notte insonne. Quante
novità! e come, senza volerlo, senza prevederlo, si ritrovava egli
lontano in poche ore dai forti propositi in cui gli era parso di non
dover vacillare nè allora nè mai! Oh, infine che cosa poteva egli
rimproverarsi? Raimondo aveva proposto e disposto, premeditato,
combinato e conchiuso. Anche conchiuso? Almeno pareva; e dal modo come
il suo prepotente amico aveva condotto fino a quel punto il negozio, era
da credere che tutto oramai dovesse andargli a seconda. Che cosa
valevano contro quell'audacia fortunata le ragioni di Filippo? Ed erano
ragioni? Scrupoli, sì; e parecchi, e d'indole diversa. Ma non appariva
in tutto ciò la mano del destino? I fati, fu detto dagli antichi,
conducono i volenti, ma ancora e più trascinano i restii; che serve
dunque il ribellarsi?
Nel fatto, egli era innamorato di Margherita più che non avesse lasciato
dire da Raimondo, più che non avesse fin allora voluto confessare a sè
stesso. Aveva ricevuto il colpo fatale fin dalla prima volta che la
divina fanciulla gli era passata davanti agli occhi, con la mamma e con
Raimondo Zuliani, sotto le Procuratie Vecchie, mentre egli stava per
uscire dal Florian. L'aveva veduta fermarsi in piazza San Marco, alla
solita scena dei colombi, che è il trastullo di tutte le signorine e di
tutte le spose novelle appena giunte a Venezia. Alta e snella, con
quella massa di capelli nerissimi che facevano spiccar maggiormente il
candore perlaceo del viso; nettamente disegnata la flessuosa persona in
mezzo a quello sciame di volatori, che le roteavano sul capo, o intorno
alle spalle, quali avventandosi alle sue candide mani colme di grano,
quali fermando il volo sulle sue braccia, per aspettare la volta loro;
pareva una bella ninfa antica per "nuovo miracolo e gentile" rivivente
ai dì nostri, forse indegni di tanta fortuna.
E poi, due giorni appresso, quando meno se l'aspettava, le era stato
presentato. L'aveva veduta da vicino; era stato costretto ad osservarla.
Che grazia ingenua, su quel labbro! che nobiltà serena, in quell'occhio
luminoso, sotto le ciglia lunghe più nero e più lampeggiante! in quella
linea delicata del profilo purissimo, e in quella compostezza leggiadra
della persona! Non più una ninfa antica, ma una dea veramente. Diana, o
Minerva? C'era molto dell'una e dell'altra in quella stupenda figura,
nel portamento, negli atti, nella espressione del volto.
Quei benedetti artisti greci, che avevano foggiate tante divinità
femminili, deliberatamente chiusi nella ricerca di un'immagine spiccata,
conforme al tipo che dovevano raffigurare, non avevano mai pensato a
fondere in uno i due tipi, della bellezza rigidamente casta, sempre un
po' acerba, quasi selvaggia, e della bellezza intelligente, più serena e
più dolce. Sicuramente, quegli artefici insigni avevano cercate altre
espressioni, plasmando altri simulacri di dee; ma tutte semplici, d'un
carattere unico: Cerere, ad esempio, faccia contenta di buona massaia,
colle pupille a fior di testa e colle palpebre abbassate, come a
raccoglier lo sguardo sulle cose della terra; Giunone, maestà
consapevole, cogli occhi bovini, che non andavano più là dalle bianche
braccia, ond'ella era sempre stata orgogliosa. Quanto a Venere, celeste
o terrestre che fosse, uscita appena dalla spuma del mare, o dai lavacri
d'un bagno tiepido, era sempre la imagine di una donna, che doveva
parlare ai sensi il linguaggio della bellezza; linguaggio possente, a
cui non occorrono profondità di pensiero.
Quante sottigliezze! Ma gli passavano per la mente; e bisognava dirle, e
bisognerà perdonargliele. L'Italiano, finalmente, imbevuto di classico
latte, ha queste cose nel sangue. Margherita, agli occhi di Filippo
Aldini, era bellezza perfetta di forme, avvivata da un lume ideale che
prometteva tesori d'intelligenza elettissima. E l'amava, l'amava, con
tutte le potenze dell'anima. L'amore è così; viene quando vuole, e quasi
sempre contro il nostro volere. Avete formate le vostre abitudini; il
vostro genere di vita, vi paia buono o mediocre, vi si adatta al
raziocinio, come alla persona un abito vecchio: stimate di esser calmo,
tranquillo, immutabile nei gusti e nelle consuetudini, perchè da un
pezzo non avete avvertita la necessità di nessun cambiamento. Ed ecco,
passa l'ignota sul marciapiede, arresta con uno sguardo distratto e
fuggevole il vostro occhio abbagliato, v'inonda della sua luce, vi
penetra del suo fluido magnetico, vi rende di punto in bianco tutt'altro
da quello di prima. Buon per voi, se sono in quella imagine vittoriosa
uniti i due tipi celesti, Diana e Minerva, casta bellezza e intelletto
sovrano. Quantunque, armate come sono ambedue, non c'è da star troppo
allegri; fanno due ferite ad un tempo.
Nondimeno, se era stato colpito, Filippo Aldini si era anche e presto
riavuto del colpo. Gran forza d'animo, la sua; per quanto, a guardarci
bene addentro, sentisse di non averne gran merito. Un vecchio proverbio
veneziano gli significava per l'appunto il vero della sua condizione:
"per forza, San Marco!". E aveva creduto di dire ogni cosa, di
difendersi bene, ripetendo a sè stesso: è troppo ricca. Ma anche questo
non senza impeti di ribellione in fondo al cuore. O Dio, perchè una
donna è troppo ricca, bisognerà dunque odiarla? Ma c'erano altre
ragioni, purtroppo; tanti sono i fili che ci muovono, o che non ci
lasciano muovere, ingarbugliandosi maledettamente tra loro, e
togliendoci ogni libertà di operare. Dunque, nessun passo oramai, che
non fosse per dare indietro. E per fortificarsi in quel duro proposito
aveva fatto quest'altro ragionamento, che era una consolazione, in
verità, ma una consolazione di dannato. Ebbene, diceva egli, l'ho
veduta, l'ho ammirata, l'ho tutta raccolta in me, questa bellezza
trionfante; le dedicherò un culto severo nel profondo dell'anima. E
vecchio, gelato il sangue nelle vene, ma non offuscata nel cervello la
memoria degli anni vissuti, potrò dire a me stesso con legittimo
orgoglio: veramente son nato in un felice periodo della vita del mondo,
che m'ha fatto contemporaneo d'una bellezza così nobile e cara.
Niente più visite, adunque; ma dentro di sè gli pareva di essere
diventato un altr'uomo. Avrebbe chiuso il suo cuore, lo avrebbe
sigillato come una fiala di essenze odorose. Più nulla avrebbe concesso
al mondo circostante, se non la parte più vana di sè; stoicamente chiuso
ai profani avrebbe serbato il sacrario dell'anima sua dolorosa. La
tristezza, infine, non nuoce; pari a certe acri sostanze, profuma e
custodisce tutto ciò che involge e compenetra. Filippo ne aveva già
conosciuto qualcheduno, di quegli uomini misteriosi, ai quali è custodia
e nutrimento un celato dolore, e che, calmi nell'aspetto, cortesi senza
condiscendenze alle altrui leggerezze, interamente padroni di sè
medesimi, passano e lasciano sul loro cammino un tenue solco di luce, un
bagliore incerto e discreto, che li rivela e li nasconde ad un tempo.
Disegno triste e caro, per tanti giorni vagheggiato nell'anima, com'eri
ad un tratto svanito? Raimondo voleva; Raimondo aveva mutato ogni cosa,
disfatto il faticoso edifizio di Filippo in un soffio. Era il destino, e
Filippo si lasciava trascinare dal destino. Aveva egli poi modo di
operare diversamente? I due terzi della notte erano stati passati da lui
a meditare, a combattere, a fremere di cento scrupoli, di cento rimorsi.
Nessuno scampo, nessuna difesa; era il destino, che voleva così. Filippo
se lo ripetè cento volte, dopo aver cento volte rivoltato per ogni verso
il suo caso di coscienza. Non ci voleva oramai pensar più. E qui, o per
istanchezza che sentisse, o per senno che avesse fatto, si addormentò
finalmente.
Si addormentò, dunque, ma il suo sonno non potè andare tant'oltre, che
non fosse visitato da un sogno. Aveva meritato di farlo piacevole, dopo
tanti contrasti; e veramente il suo sogno fu tale, ch'egli non avrebbe
potuto desiderarlo migliore. Filippo era solo, tutto solo, in una barca
senza vela e senza remo; e andava tuttavia, scivolava sull'onde verso il
mare alto, a lume di sole mattutino, entro una massa leggera,
trasparente, formata di rosei vapori, lasciandosi indietro un fitto velo
di tenebre. Non si voltava a guardarle, quelle tenebre dense; le sentiva
alle spalle, gravide di tempesta, sibilanti, piene di mostri, di gòrgoni
e di chimere; e le cacciava col pensiero da sè, a grado a grado
allontanandosi, sempre più immergendosi in quella nebbia rosata e
luminosa, che attenuandosi via via gli faceva balenare allo sguardo i
vaghi contorni d'una riva lontana. La barca scivolava, volava sulle
spume, già era fuori d'ogni pericolo. Ma c'era egli stato, il pericolo?
Egli non ne aveva, a dir vero, un'idea molto chiara.
E la riva lontana si avvicinava, pareva correre incontro a lui, quanto
più volava la barca prodigiosa sulle acque tranquille, senza aiuto di
vela, senza impulso di remo. Già una forma gentile si disegnava tra quei
tenui vapori rosati; si veniva condensando ad occhi veggenti in persona
conosciuta; alzava il braccio, stendeva la mano per dargli il benvenuto,
mentre una vocina soave, uscita dal suo labbro vermiglio, gli echeggiava
per tutti i recessi dell'anima: "Ah, finalmente, ritorna il mio
cavaliere?"
Sì, ritornava a lei, così volendo il destino. E la barca, frattanto,
appena toccato il lido incantato, spariva; ed egli era là, sulla
spiaggia, preso per mano dalla gentile apparizione. Allora, per miracolo
nuovo, il lido spariva a sua volta; ed egli e lei, tenendosi sempre per
mano, muovevano leggeri leggeri sul verde smalto d'un prato, di tanto in
tanto levandosi a piccoli voli, posando il piede a terra un istante per
rivolare ancora, come due uccellini che alternassero capricciosamente i
passi coi salti, e i salti colle volate, spensierati ed allegri,
contenti di sè e dell'ora propizia, senz'altro desiderio che di sentirsi
vivere. E si addentravano, così muovendo i passi e i voli, in una valle
ampia, per lenti giri sinuosa tra due ordini di colline verdeggianti,
lungo le rive d'un fiume, ora ristretto e gorgogliante tra scogli
muscosi e macchie di ontàni e di càrpini, ora placido e disteso sui
greti come una lunga fascia d'argento. Dal colmo dei poggi, frattanto,
occhieggiavano al sole ceppi di case e castella; dalle alte ripe sassose
ruzzolavano branchi di capre a dissetarsi nei tònfani; sulle vette dei
pioppi inneggiavano i rosignuoli ai non contesi amori, alle gioie
imminenti del nido.
Ma egli aveva già veduta quella valle; la conosceva bene da un pezzo.
Laggiù, sulla sua destra, quel monte solitario, sparso di casolari a
mezza costa, non era lo Sporno? Più in là, sulla sinistra, quell'altro
monte, erto e lungo, non era il Caio, giustamente superbo del suo nome
romano, vestito i fianchi di pini e di cerri, il dorso di faggi, o le
alte insenature di corbezzoli e di peri selvatici? Più oltre ancora e
più su, non erano quelle le creste dell'Appennino, dalla rupe
dell'Orsaro all'alpe di Succiso? E lì, poco lontano da lui, quelle folte
siepi di biancospino, ben ragguagliate dal falcetto, correnti in lunghe
file accanto alla strada, non segnavano forse i confini del suo lembo di
terra? E le indicava, tutto felice, alla sua dolce compagna. "E qui il
mio Lesignano; il vostro Montechiarugolo è laggiù da sinistra. Volete
che ci andiamo? Anch'io lo vedrò volentieri. Ma quanto cammino fin là, e
in terra non nostra, pur troppo! Bisogna che l'intervallo si colmi, non
vi pare? Bisogna che siano unite le nostre terre, come sono unite le
nostre mani...." -- "Sì, sì," gli rispondeva la cara voce; e una cara
mano tremava nella sua.
Bel sogno! bel sogno! Quanto era durato? Certo, a contenere le molte
cose vedute, tutto il tempo ch'egli aveva passato dormendo. Si era
destato, infatti, avendo ancora quella dolce visione negli occhi, e la
sua destra ancor tiepida dal tocco della mano di Margherita. La giornata
che doveva seguire, non sarebbe stata meno lieta per lui. Quella mattina
andò al Danieli verso le undici, ora combinata per l'appunto colle
signore Cantelli. Le trovò, che avevano finito di far colazione,
essendosi volentieri adattate ad anticiparla un poco, per conceder più
tempo alla gita che avevano disegnato di fare.
La signorina Margherita fu lesta a mettere il suo cappellino nero alla
spagnuola, dal nastro cremisi, sul ricco volume della chioma corvina, e
a gittarsi sulle spalle il corto mantello di velluto, nero anche quello
e con la fodera dell'istesso colore del nastro. Nero e rosso le andavano
d'incanto. La signora Eleonora fu più lenta ad aggiustare intorno alle
staffe dei suoi capegli grigi il cappellino chiuso, guernito di viole
mammole, e a tapparsi con molta cura nella sua pelliccia di martora.
Uscite col signor Filippo dall'albergo, passarono il ponte dei Sospiri,
svoltarono dal palazzo Ducale a San Marco, e di là, per l'arco
dell'Orologio, entrarono in Mercerìa, non già per rimanervi, a goder lo
spettacolo, sempre nuovo della turba affaccendata e chiacchierina. Quel
giorno andavano assai più lontano, e senza avere da dondolarsi in
Laguna. Che piacere! Margherita amava far diverso, se poteva, dalle
altre viaggiatrici: quelle in gondoletta per ogni piccola corsa; lei
volentieri a piedi per le corse più lunghe. Che peccato non aver sempre
al fianco una guida come il conte Aldini gentilissimo! Per quella volta,
a buon conto, non mancando la guida desiderata, non c'era da temere di
smarrirsi in quel labirinto di calli, di campi e di campielli, di
fondamenta, di ponticelli: senza darsi pensiero della via da tenere,
Margherita avrebbe osservata e studiata frattanto, di quartiere in
quartiere, quella calca di popolino così gaio, così originale nella sua
vivacità, e sentita bene quella sua parlata tutta vezzi e moinerie,
arguzie di pensiero e carezze di suoni.
Riusciti al ponte di Rialto, ed ivi passato il Canal Grande, scesero a
San Giacomo, donde piegarono a sinistra per Campo San Polo. Laggiù era
un altro viluppo di strade, con gran delizia della signorina Margherita,
che rideva spesso e volentieri, quel giorno, dovendo fare, al cenno
della sua guida severa, tanti giri e rigiri impreveduti, andare a
sghembi come le saette, ficcarsi per cento viottole, varcare cento
ponticelli minuscoli, e pensare frattanto, pensare con un vago terrore
quante volte si sarebbero smarrite, lei e la mamma, se avessero dovuto
fare quel curioso tragitto da sole.
-- Ci siamo; -- disse Filippo, come furono nella contrada di San
Giovanni Decollato. -- Ella sarà un po' stanca, signora?
-- Ma no, ma no; -- rispose la signora Eleonora. -- Sento un po' meno il
bisogno della pelliccia, ecco tutto.
-- Voglia sopportarla due minuti ancora. L'aprirà quando saremo al
Museo; -- soggiunse Filippo.
Andavano infatti a visitare il museo Correr; museo municipale, così
chiamato dal nome del suo fondatore, che alla città lo aveva
generosamente lasciato, ma via via cresciuto ed arricchito dalle
liberalità di altri nobili veneziani. C'era un po' di tutto, là dentro:
tele, marmi, bronzi, maioliche e porcellane, vetri di Murano anteriori
al Mille, musaici, smalti, nielli, gemme incise ed avorii intagliati,
monili d'oro e d'argento; a farla breve, tanto da tesserci per via
d'esempi la storia di tutte le arti e di tutte le industrie veneziane.
Margherita era nel suo elemento: curiosa indagatrice, pronta a ritenere
le cose nuove e a paragonarle con altre già viste, aveva là dentro di
che saziare l'avidità molteplice del suo intelletto, passando così
facilmente da un genere all'altro. I marmi, a dir vero, la lasciarono un
po' fredda, essendo piuttosto scarsi di numero e di pregio. Diede
tuttavia un pensiero a Marco Vipsanio Agrippa, se proprio era lui quel
colosso venuto al Correr dalle case dei Grimani, come ai Grimani dagli
scavi a tergo del Panteon di Roma. Ammirò poi come saggio di precoce
valentìa, due canestri di frutta, che Antonio Canova quattordicenne
aveva scolpiti pel nobile Giovanni Falier. Tra i dipinti la colpì il
ritratto di Cesare Borgia, opera di Leonardo da Vinci; una figura
storica che farà sempre pensare, come e quanto farà sempre fremere. Ma
più grande maraviglia le cagionò un gran disegno a matita nera, di Paolo
Veronese, rappresentante il convito del Nazareno in casa di Simeone, con
la Maddalena pentita ai piedi del Redentore, e Giuda che balza dalla
seggiola in atto di rimproverare alla donna quell'eccesso di pietà, o
quell'abuso di unguento. Era un bozzetto, e Margherita ricordò di aver
contemplato il quadro a Parigi.
-- Certo; -- disse Filippo. -- Paolo Veronese lo aveva dipinto qui, pel
refettorio dei frati Serviti. Ma poi il Senato lo mandò in presente a
Luigi XIV; perciò Ella ha veduto quel quadro nel Louvre.
-- E qui, -- ripigliò Margherita, -- vediamo il capolavoro al suo
nascere. In questo modo comprendiamo meglio il quadro. Tra l'idea e
l'esecuzione c'è quasi sempre un grande intervallo, tutto seminato
d'incertezze, di pentimenti, di aggiunte, di variazioni, per cui la
composizione finale non corrisponde più all'idea primitiva. Qui invece è
bello veder l'idea già matura, fin dal suo primo apparire; e ci guadagna
il pittore, lasciandoci intendere la natura del suo genio. Non crede,
signor conte, che fosse un genio, il Veronese?
-- Lo credo; -- rispose Filippo, mettendosi volentieri all'unisono con
la bella ragionatrice; -- se non per la idealità, certo per la varietà
de' suoi tipi. È un pittore che ha composto mirabilmente le scene più
vaste e più complesse, facendo correre molt'aria e molta luce intorno ad
un gran numero di figure, tutte diversamente atteggiate, e senz'ombra di
sforzo. Ricorda, signorina, le Nozze di Cana, che maraviglia? Quelle
centinaia di personaggi d'ogni razza e d'ogni provenienza, si occupano
ben poco del convitato principale e del miracolo ch'egli sarà costretto
a fare per loro soddisfazione; ma che importa? La nota dominante è
l'allegria della festa: l'allegria basterà dunque a collegare, a
stringere in una tante espressioni svariate; e finalmente la vita umana
non sarà stata mai rappresentata così vera, così evidente, nella
pienezza delle sue forze, nella molteplicità delle sue espansioni. Il
buon Paolo Caliari ha sentito il grande meglio d'ogni altro. Ma anche
nel piccolo può rivelarsi l'ingegno. Veda i quadri del Longhi. --
La signorina Margherita fu ben contenta di vederli, e di esaminarli
attentamente, provandone alla bella prima un gusto matto. Pietro Longhi,
un pittore del Settecento, conosciuto quasi esclusivamente a Venezia,
perchè ivi soltanto si poteva studiarlo, figurava egregiamente nel museo
Correr con quattordici tele. Veneziano nell'anima, originale nella
scelta dei soggetti, bizzarro nella composizione, arguto nei
raccostamene impensati dei tipi, gentile nel tocco, meritava davvero di
trattener l'attenzione. Come il famoso Canaletto per le sue architetture
e per le vedute dei punti più pittoreschi di Venezia, il Longhi suo
contemporaneo, in graziose scene di mascherate, di conversazioni
signorili e di adunate popolari, aveva espressa la vita della sua città
in tutti gli aspetti. I nobili del tempo si contendevano quelle sue
tele, poche delle quali erano più alte d'un metro e più larghe di due,
mentre il maggior numero andavano poco oltre la metà delle accennate
misure, e talune scendevano anche al disotto. Ma in così piccolo spazio
quanta evidenza di rappresentazione, quanta potenza di vita! E non senza
una leggera intenzione di satira; quale almeno si poteva intendere ai
giorni suoi, ch'erano pur quelli del Goldoni e del Parini, e quanta se
ne poteva tollerare nella società un po' frolla del Settecento, ma fine,
delicata, tutta garbo e misura.
Tra i quadri del Longhi attirava subito lo sguardo una viva
rappresentazione del Ridotto, con quella sala piena di gente in
maschera, tutta intenta ai suoi sollazzi, ai suoi piccoli intrighi e
ripeschi. La galanteria dominava; ma la passione del giuoco non poteva
mancare. E appunto da un lato si vedeva la tavola del faraone, il gran
giuoco del secolo, che accomunava intorno ad un tappeto verde stimati
patrizii e avventurieri d'ogni risma, provati gentiluomini e furfanti di
tre cotte, bellamente aiutando a questa miscela l'uso della bautta e
della maschera. La bautta, si sa, era un mantello con rocchetto e
cappuccio, abbastanza somigliante al domino delle mascherate moderne. La
maschera, poi, era di due forme; maschera propriamente detta, intiera, o
tale in apparenza per la giunta del pizzo nero che scendeva a coprire la
bocca ed il mento; mezza maschera senz'altro, detta anche morettina, e
ordinariamente portata dal sesso gentile, che non voleva nascondere
tutte in una volta le grazie allettatrici del viso.
Nella tela del Longhi, un nobile a faccia scoperta, seduto dietro la
tavola, teneva il banco; davanti a lui un cavaliere mascherato puntava.
Nel banchiere, ricorrendo col pensiero alle memorie del tempo, era
lecito di raffigurare il conte Canani, famoso tenitore di giuochi, e nel
puntatore un cavaliere d'industria non meno famoso di lui, e per troppe
altre ragioni, mostro di mariolerìa, d'impudenza e d'ingegno. Ci pensò
per l'appunto l'Aldini, mentre osservava con la signorina Cantelli il
dipinto; ma tenne prudentemente il suo raffronto per sè, non parendogli
che certi nomi dovessero suonare ai casti orecchi di lei.
Le fece piuttosto notare nel fondo del quadro, a sinistra, e dietro alla
tavola da giuoco, una di quelle aperture luminose donde sapeva ricavare
tanti effetti il Teniers, e là in quella apertura d'uscio la veduta di
una bottega da caffè, con molte maschere affollate al banco del
caffettiere.
Poi la condusse davanti ad un altro quadro, dove alla vita del ridotto
succedeva la vita del monastero; allegrissima anche questa, nel
parlatorio elegante, dove le monache e le educande, sporgendo coi
visetti maliziosi dalla grata, ricevevano i complimenti d'una comitiva
di cavalieri e di dame. Non era fitta, la grata; al bisogno poteva anche
aprirsi, facendo di due stanze una sola. Intanto la conversazione
appariva molto animata; e preludiava anche a un altro divertimento,
poichè lì presso ei vedeva rizzato, e pronto a cominciar lo spettacolo,
un casotto di burattini.
Altro quadro più in là, raffigurante una piazza; e sulla piazza un palco
da ciarlatano, donde un vecchio Dulcamara esaltava la magica virtù di
certe boccettine, che vendeva alle belle ragazze; l'elisir d'amore,
senza dubbio, del quale pareva invogliata anche una gran dama, venuta in
piazza con la morettina sul viso, facendosi sostenere lo strascico
dall'immancabile cavalier servente in bautta. La bautta era in voga; non
disdiceva neanche nei più alti luoghi, nei più solenni ricevimenti. Ne
faceva testimonianza un terzo quadro, dov'era rappresentato un doge,
niente di meno, il doge Pietro Grimani, seduto in trono e circondato da
quattro consiglieri, in atto di ricevere un senatore, che gli presentava
una dama e due gentiluomini, come lei mascherati. Benedetto doge
Grimani, a cui le cure dello Stato, nobilmente sostenute dal 1741 al
1752, concedevano qualche onesto sollievo!
Il dipinto che lo raffigurava era certamente stato fatto per sua
commissione. Dogi e senatori, come tutti i patrizii veneziani, gradivano
di vedersi effigiati nei quadretti del Longhi. Era un modo di tramandare
le proprie sembianze ai posteri, senza la solennità del gran quadro, e
col vantaggio di essere ricordati in mezzo alle loro famiglie. Così in
un'altra tela del gaio pittore si vedeva un parrucchiere tutto premuroso
acconciare il capo ad una gran dama; la quale, seduta allo specchio,
sorrideva ad un bambino, ancora in braccio della paffuta nutrice.
Frivolezza e sentimento materno sapevano stare in buona armonia, sotto
la protezione d'un ottimo capo di famiglia, il cui ritratto pendeva
appunto dalla parete, portando la scritta col nome del doge Carlo
Ruzzini, e l'indicazione del 2 giugno 1732, giorno in cui egli era stato
elevato a quella serenissima altezza.
Invaghita del gentilissimo pittore e del suo fare arguto, la signorina
Margherita non trascurò nessuna di quelle quattordici tele. E si
ripromise ancora di andare una seconda volta alla Accademia di Belle
Arti, dove ce n'erano altre sei del Longhi, da lei neppure guardate
nella prima sua visita, tra perchè si ritrovavano confuse in una
minutaglia di quadretti della raccolta Contarini, e perchè non era
andata là in compagnia d'un cicerone di tanto criterio e di tanto buon
gusto.
-- Ci andremo insieme, non è vero? -- diss'ella. -- Anche il piccolo ha
i suoi pregi; e riconosco volentieri che occorre un grande ingegno per
cogliere con tanta fedeltà ed esprimere con tanta evidenza gli aspetti
di una piccola vita.
-- Ricorda, signorina, -- chiese Filippo, -- ricorda un altro pittore,
che ha espressi in piccolo, e con arte maravigliosa, gli aspetti della
grande? un pittore di prospettive, che ha saputo popolare di figurine a
migliaia, alte pochi centimetri, i fondi più vasti, e dare a quelle
figurine la espressione più viva?
-- No, di chi parla?
-- Del cavalier Pannini; poichè ella è stata a Parma....
-- Ah, sì, vero! -- gridò la signorina Margherita. -- Il cavalier
Pannini, che ha riempita la pinacoteca della Pilotta con tanti episodj
del viaggio di Carlo III, di quel simpatico re vagabondo, passato dal
trono di Parma a quello di Napoli, e dal trono di Napoli a quello di
Madrid. Ella ha ben ragione; anche il cavalier Pannini è stato un grande
artista, ed io l'ho veduto con piacere, come una vecchia e cara
conoscenza, anche a Parigi, nella galleria del Louvre. Ma torniamo a
Parma; -- soggiunse la fanciulla, con un risolino malizioso. -- Ci ha
più pensato, Lei?
-- A Parma?
-- Sì, a Parma, e al vecchio palazzo degli Aldini. --
Filippo trasse un sospiro, e lì per lì non rispose. Troppe cose avrebbe
avuto da dire.
-- Ma già, capisco; -- ripigliò la fanciulla. -- Si può pensare a Parma,
vivendo da tanto tempo così volentieri a Venezia? --