IV.

Batti il ferro mentre è caldo.

Alla signora Zuliani accadde di respirare più liberamente, quando

l'ultimo de' suoi convitati ebbe preso congedo. Anche quella noia era

dunque passata, e bisognava renderne grazie al cielo. Le restava, nel

ritirarsi ai dolci riposi, una piccola curiosità, tutta femminile;

sapere che cosa mulinasse Raimondo, con quelle sue tenerezze per le

signore Cantelli. Aveva egli bisogno di entrar maggiormente in grazia al

collega di Milano, per agevolarsi qualche grossa operazione bancaria con

lui? Non era da crederlo. Raimondo si sentiva forte abbastanza da

spiccare ogni volo più ardito; non era più nella condizione di cinque o

sei anni addietro, quando aveva passato quel brutto quarto d'ora a cui

per l'appunto egli si riferiva due giorni prima discorrendo con lei. Si

trattava dunque d'un sentimento di gratitudine? Forse sì, quantunque

paresse un po' spinto; fors'anche era da vederci il proposito di

compensare la freddezza di sua moglie verso quelle care viaggiatrici,

che volevano metter le barbe a Venezia. Altro, del resto, non c'era, non

ci poteva essere; e se fosse stato, bisognava riderne, come d'un sogno

ad occhi aperti. Quel brindisi, veramente, avrebbe potuto dar da

pensare. Ma infine, la curiosa manìa di ammogliare l'universo mondo era

antica nel suo signore e padrone: quante volte, infatti, non gli era

accaduto di prodigar consigli ed esortazioni di quel genere a chi

mostrava di non volerne approfittare? Quella notte la esortazione era

stata più calda; ma che cosa non fa un bicchiere di più, tracannato in

allegra compagnia? e in particolar modo di Sciampagna, che è vino

tenero, se altro fu mai, e singolarmente propizio alle effusioni

dell'anima?

Quanto a Raimondo, egli sapeva bene una cosa; che la sua Livia non

poteva soffrir le Cantelli.

Ma perchè? Non riusciva ad intenderlo. Margherita era una così buona e

cara fanciulla! Che ci fosse per avventura da vedere un pochino di

quella gelosia naturale, irriflessiva, involontaria, che nasce così

spesso tra donne? Ma la sua Livia avrebbe avuto un gran torto a provarne

la più lieve puntura; lei così bella, e d'un altro genere di bellezza,

fine, delicata, aristocratica al sommo. Quando ella appariva nel suo

palchetto alla Fenice, o nella sala dei concerti al Liceo Marcello,

l'accoglieva sempre quel fremito d'ammirazione che dice ad una bella

assai più di cento sonetti e di mille madrigali. Ma che gelosia

d'Egitto! Non era da pensarci neanche. Piuttosto l'antipatia per la

vecchia? Ma quella era una povera donna, contegnosa senza saperlo,

intirizzita senza volerlo. E poi, che noia le davano, alla sua Livia,

due visitine a tempo e luogo, con qualche invito a pranzo, o a teatro?

Non dovevano poi far vita insieme. Così l'aveva sopportata il marito, e

per un quarto di secolo oramai, quella contegnosa e taciturna signora:

non poteva sopportarla lei per uno o due mesi?

Comunque fosse, dopo averci pensato più lungamente che non portasse il

bisogno, Raimondo scosse il capo e le spalle; segno che voleva gittare

un carico importuno ed inutile. E tacque delle signore Cantelli a

colazione, e ne tacque a pranzo; tacque soprattutto, poichè l'argomento

non sarebbe piaciuto, tacque di essere stato poco prima al Danieli per

ringraziar le signore una volta ancora, e di aver fatto, contro l'uso

suo, una visita lunga.

Venne la sera, e Raimondo offerse alla sua Livia di accompagnarla a

teatro. Ma ella si sentiva ancora un po' stanca della notte perduta;

cinque ore di sonno in giornata non erano state riparatrici abbastanza;

lo specchio, poi debitamente interrogato, le aveva fatto scorgere un po'

di livido intorno ai begli occhi glauchi, e tra gli occhi e le guance

due pieghettine, due cose da nulla, ma ad ogni modo, e comunque

attenuate da cortesi eufemismi, due borse. Piccolo guaio delle bionde,

che sogliono avere la pelle più tenera. Si vedrà? Non si vedrà? Nel

dubbio, la bella bionda si astiene.

Raimondo uscì, per far quattro passi: un'ora dopo era già di ritorno,

con un fascio di giornali, che prese a leggere, facendone parte di tanto

in tanto a sua moglie; per le notizie d'arte e di cronaca, s'intende,

che la politica non era nelle grazie della bella signora.

-- Strano! -- diss'ella in un momento di sosta del suo cortese lettore.

-- Il tuo signor Filippo non si lascia vedere da noi, nel primo giorno

dell'anno nuovo.

-- O come? -- esclamò Raimondo. -- Non c'era stamane, avendo cominciato

l'anno da noi? Del resto, ricordo di aver ricevuto un suo biglietto di

scusa, e di scusa legittima. --

Così dicendo, trasse di tasca una lettera e la pose sulla tavola,

davanti a sua moglie. Livia la prese, dopo alcuni minuti secondi;

l'aperse con atto lento e svogliato; finalmente la lesse. Erano pochi

versi di scritto e dicevano così:

"_Caro Raimondo_.

"Vorrei venire oggi al tuo banco, per darti ancora un saluto; ma

ho un gran sonno, un gran sonno. Chiederai perchè io non abbia

dormito stamane appena arrivato a casa. La rea cagione è questa,

che ho trovato a casa un telegramma da Verona, un telegramma di

due vecchi amici, di due commilitoni, che mi annunziavano la

loro venuta, e per l'appunto in giornata, volendo passare a

Venezia tre o quattro giorni della loro licenza. Li ho sulle

braccia, e mi è toccato dar ordini per preparar loro l'alloggio

nel mio modesto quartierino. Stasera debbo andarli ad aspettare

alla stazione; per intanto vo a letto, che l'ho ben guadagnato.

Di tutto cuore, addio; ossequj ed augurj senza fine alla tua

Signora.

_Filippo_."

Il biglietto dell'Aldini, così innocente nella sua semplicità, aveva già

seccato non poco Raimondo Zuliani. Quei due amici, e vecchi commilitoni,

proprio non ci volevano; guastavano infatti, o potevano guastare tutti i

disegni ch'egli aveva formati in quei giorni. Con due vecchi commilitoni

sulle braccia, ed ospiti per giunta, come sarebbe riuscito Filippo a far

la sua corte? Ed era urgente di farla; bisognava battere il ferro mentre

era caldo. A farlo a posta, quel caro Filippo era un così strano

ragazzo! Aveva preso fuoco e levata come si suol dire la fiamma; poi giù

tutto ad un tratto, come se fosse stato un fuoco di paglia. Strano

ragazzo! Ma occorreva avere senno per lui.

-- E così, vedi, non ha potuto venire; -- disse Raimondo, poi che sua

moglie ebbe deposta la lettera. -- Ci ha ospiti.

-- Peccato! -- esclamò la signora. -- Appunto per questa sera gli si

sarebbe potuta dare la chiave del palco, per poterli condurre alla

Fenice.

-- Un palco di seconda fila, per uomini, eh, via! -- osservò Raimondo.

-- Non l'hai voluto mai cedere per le signore Cantelli!...

-- Oh, quelle son ricche, e possono provvedersi.

-- Pazzerella! Quando hai qualcheduno in uggia!...

-- Ma che! ora tu esageri, secondo l'uso; -- notò la signora. -- Di'

piuttosto che non sento il bisogno di buttarmi nelle loro braccia. La

signora Eleonora, con quella sua mutria, per esempio, non è proprio

fatta per attirarmici. --

Raimondo sorrise a sua moglie, e un pochettino anche a sè.

-- Dicevo bene, -- pensò egli, -- che non era per la figliuola. Ma

quella povera signora Eleonora, com'è mal giudicata da mia moglie! Con

tutto il suo sussiego apparente, è la miglior pasta di donna che si

possa immaginare. E se Livia sapesse ancora.... Ma acqua in bocca per

ora, ed ogni cosa al suo tempo. --

Quella sera la signora Livia si ritirò presto nelle sue stanze. Il

ricamo turco, che aveva tentato di ripigliare, le dava noia; ed anche le

occorreva pensare ai suoi poveri occhi, che volevano il giorno dopo

essere in ordine, freschi come rose. Raimondo stette ancora un pezzo

alzato, e passò il resto della lunga serata casalinga, in parte

ripassando conti, in parte scrivendo minute di lettere d'affari, da

trasmettere la mattina seguente al signor Brizzi. E tenne i suoi bravi

segreti in corpo, diventando un miracolo di prudenza diplomatica ai suoi

occhi medesimi. Così, grandemente soddisfatto di sè, dormì quella notte

veramente di gusto, sognando di aver tutti dalla sua, la signora

Eleonora e il banchiere Anselmo, e di unire in matrimonio quell'angelo

della signorina Margherita col suo caro Filippo, col suo dolce pupillo,

col suo fratello minore.

Lo incontrò il giorno dopo, tra il tocco e le due, presso la Torre

dell'orologio, mentre egli, ritornato da far colazione, rientrava al suo

banco. Filippo Aldini era solo.

-- Oh, bravo! -- gli disse. -- Ho il piacere di combinarti. E i tuoi

amici di Verona?

-- Li ho lasciati poc'anzi; -- rispose Filippo. -- Sono andati a fare il

giro del Canale, che iersera arrivando non hanno potuto godere. Quanto a

me, capirai, dopo tanti anni di barchettate....

-- Hai l'acqua fino alla gola, t'intendo; e li hai lasciati andar soli,

per rivederli più tardi?

-- Sì, abbiamo preso appuntamento per le quattro; -- disse Filippo.

-- Se credi, -- ripigliò Raimondo, -- puoi condurli questa sera da noi.

I tuoi amici sono i nostri.

-- Grazie, no, grazie; -- rispose prontamente Filippo. -- Per dirti il

vero, sono un po' orsi.

-- Ufficiali di cavalleria, -- notò Raimondo stupito, -- commilitoni

tuoi, e tanto diversi da te? Basta, non insisterò; tu devi sapere ciò

che è più conveniente. Parliamo di ciò che importa. Sei libero?

-- Sì, fino alle quattro, ti ho detto.

-- Bene; allora accompagnami al banco. Si discorre male, per via. --

L'Aldini capì benissimo dove Raimondo volesse andare a parare, e si

adattò a seguirlo. Del resto col suo prepotente amico non si poteva fare

altrimenti.

Come furono al banco Zuliani, e ben chiusi nello studio di Raimondo,

questi incominciò allungando la mano sulla scrivania, e facendo

scivolare verso l'Aldini una scatola di lacca giapponese, aperta, e

piena di spagnolette. La seduta voleva esser lunga.

-- Siedi, mio caro; -- disse Raimondo. -- Qui sono Tokos, Giubbeck,

Delizie del Serraglio, ecc., ecc. "Scegli qual più t'aggrada".

-- No, grazie, non fumo; -- rispose Filippo. -- Ma tu hai da dirmi....

-- Oh, tante cose. E prima di tutto ho da chiederne una a te. Come sei

rimasto contento ieri mattina del tuo ufficio di accompagnatore?

-- Contento? di un dovere compiuto? -- disse Filippo. -- È così

semplice, poi. In gondola, quattro chiacchiere senza costrutto, molti

elogi alla tua cena sontuosa; e finalmente, alla Riva degli Schiavoni,

ossequj e riverenze.

-- Nient'altro?

-- Nient'altro.

-- Male; -- conchiuse Raimondo. -- Avevi da promettere una visita,

chiedendo se le signore avevano bisogno di te, per qualche gita qua e

là, che tu saresti stato felicissimo di metterti a loro disposizione. Ma

che razza di cavaliere mi sei tu diventato?

-- Hai ragione, dovevo pensarci. Ma che vuoi? Questo costume di buttarmi

avanti, io non l'ho avuto e non l'avrò mai; colle signore Cantelli, poi,

meno che mai.

-- E perchè, di grazia, perchè con esse meno che con altre? Avevi pur

cominciato, se non a buttarti avanti, come tu dici, a fare almeno

qualche atto di servitù!

-- Vero; -- disse Filippo. -- Eri tu che mi avevi messo dentro; ed io mi

sono trovato al laccio senza volerlo; ma poi ho pensato.... ho pensato

che non dovevo continuare, che non potevo restare in quell'ufficio di

accompagnatore eterno, senza lasciar credere alla gente, e prima di

tutto alle signore Cantelli, di averci le mie ragioni particolari....

M'intenderai, senza che io te ne dica di più.

-- È un buon sentimento; -- concesse Raimondo. -- Ma non bisogna

esagerarlo. Sentimi, caro; perchè tu ami la signorina Margherita....

-- Non ho confessato questo; -- interruppe Filippo.

-- Ma va da sè. Come puoi non amarla? Come si può non amarla?

-- Sentimento generale, allora; -- rispose Filippo. -- È dunque molto

generico, e impegna poco.

-- No, caro; -- riprese Raimondo. -- Tutti debbono amarla, vedendola; ma

uno è destinato ad amarla per tutti, avendo occasioni di avvicinarla, e

ragioni di piacerle. Sei tu, assassino, del "non c'è male", sei tu che

la fortuna ha privilegiato; sei tu che hai ricevuto il colpo mortale. Tu

dunque l'ami, è valuta intesa. Ma se te lo leggo in faccia! Sei tanto

turbato a sentirne parlare! --

Filippo chinò la fronte, confuso. Troppo bene l'amico gli aveva letto

negli occhi, meglio che non s'immaginasse egli stesso.

-- Ma ti ho già detto che non voglio essere sospettato; -- rispose

Filippo dopo un istante di pausa. -- Quella donna, se fosse vero quello

che tu pensi di me, sarebbe sempre troppo ricca.

-- Non c'è altro? -- disse Raimondo.

-- Mi pare che basti.

-- E tu non potrai chiedere la sua mano, capisco. Ma se un altro la

chiedesse per te? Io, per esempio. --

A quella uscita improvvisa, l'Aldini balzò sulla scranna.

-- Spero bene che non lo farai; -- diss'egli concitato.

Ma quell'altro non si scompose punto; anzi, guardando placidamente in

viso l'amico, ripigliò:

-- E se lo avessi già fatto?

-- Tu? -- gridò Filippo, impallidendo.

-- Io, sì; che ci trovi di strano? Più strano fu il tuo "non c'è male",

mentre io avevo avuto il piacere di vederti così animato nella tua

conversazione con quella cara fanciulla. --

Infastidito da quel ricordo, e da altri ancora, Filippo Aldini crollava

il capo e batteva le labbra.

-- Rinfacciami sempre una frase disgraziata! -- diss'egli. -- Dovevo

rispondere che è un sole? che è un angelo?

-- Eh, perchè no? L'avevo ben detto io, che pure amo mia moglie, e non

conosco altra donna da metterle in paragone; potevi dirlo tu, che sei

libero. --

Filippo rimase un tratto in silenzio, cercando argomenti che non

volevano lasciarsi trovare. Infine, di guerra stracco, girò di fianco il

punto difficile, ritornando alla sua prima linea di difesa.

-- Sei curioso, col tuo modo di ragionare! -- riprese. -- Orbene, se

pure avessi pensate tutte quelle belle cose, dovevo io dirle, lasciando

scoprire Dio sa che orgogliose intenzioni? Dovevo in quella vece pensare

che sarebbe stato un errore avanzarmi nella regione dei sogni. E mi son

castigato, se mai, di un sogno pazzo, come quello che tu vorresti fare

per me. Ma ti pare? Io, non sospettato finora, non sospettabile di

calcoli così vili?... Dunque ti prego, Raimondo, non mi parlar più del

tuo sogno, e tralascia i buoni uffici che vorresti fare per me.

-- Ti ho detto che ho già aperto il fuoco.

-- Con lei?

-- Con lei, no, con sua madre. Ma, per quello ch'io ne so, dev'essere

tutt'uno.

-- Tutt'uno! Che cosa ne sai?

-- Questo, che la signora Eleonora ti vede di buon occhio, e ti stima

moltissimo; intendi? moltissimo; è stata la sua parola. E aggiungo che

la signorina Margherita ti ha lodato come un cavaliere compito, il primo

ch'ella abbia ancora conosciuto, per ingegno, per cultura, per serietà,

per buon gusto; e ti fo grazia del resto. --

Filippo si era lasciato andare, come sfinito, contro la spalliera della

scranna; aveva arrovesciato il capo, e ad occhi chiusi meditava. Che

cosa? Forse le parole di Margherita; forse la gravità del suo caso. Ah,

quel prepotente Raimondo! faceva come voleva, senza chieder permesso,

senza avvisare, e metteva lui negl'impicci.

Intanto, il prepotente Raimondo proseguiva la sua narrazione.

-- Tornando alla signora Eleonora, le ho parlato a cuore aperto,

esponendole la mia idea. S'intende che non potevo darla intieramente per

mia, e che dovevo lasciarla credere un po' tua, anzi molto tua. Se ho

fatto male, se ti ho compromesso, accoppami, o perdonami; ti lascio la

scelta. Ma tu lasciami aggiungere che la madre è tutta per te; l'hai

conquistata, pare. La buona signora, che tutti credono così orgogliosa,

così piena di sè, è nel fatto una donna di gran buon senso, semplice di

gusti e dotata di un ottimo cuore; non mi ha fatto altra osservazione

che questa: "bisognerà parlarne a mio marito; ogni cosa dipende da lui".

-- Ah, vedi? -- gridò Filippo scuotendosi. -- Ecco qui, dove incomincia

il difficile. --

Raimondo gli rispose a tutta prima con una spallata.

-- Ma che difficile! -- soggiunse poscia. -- Che difficile mi vai tu

sciorinando? Conosco l'uomo; è ragionevole, un vero filosofo, e pensa

che la boria dei quattrini va lasciata agli sciocchi. Figùrati che al

suo paragone io sia un mostro di superbia. Egli dunque non farà

questione di denaro, te ne sto io garante. E poi, che si canzona? un

partito come te non si trova ad ogni cantonata. Non ne convieni? Hai

torto. Lascio stare la tua persona, per non offendere la tua modestia;

le tue doti morali, non le vuoi mettere in conto? E il tuo titolo, che

ha pure il suo prezzo? Non sei ricco; ma sei pieno d'onore. E poi, che

cos'è questa ricchezza? Da dove si comincia a calcolarla? Tu hai

finalmente dugentomila lire al sole.

-- Dugentomila! -- ripetè Filippo, tentennando la testa.

-- Al quattro per cento, sicuro; -- replicò Raimondo. -- La tua piccola

tenuta non ne rende forse ottomila? E ancora, se Dio vuole, sarà

governata alla diavola, sfruttata in prima mano dal fattore, e in

seconda mano dall'agente. Ci campano tutti, e non migliorano il fondo.

Questo, frattanto, vigilato un po' meglio, può rendere dieci, dodicimila

lire; ed allora tu ne possiedi trecentomila, sempre al quattro per

cento. Potrai dunque garantire la dote di tua moglie, se, puta caso, la

batterà dalle dugento alle trecentomila. Meglio ancora; quella dote, da

uomo serio, tu non la sciupi; puoi convertirla subito in terre,

allargando, raddoppiando il tuo fondo. E se ciò non basta, se la dote è

più vistosa ancora, non sono qua io per far fronte?

-- Tu? -- disse Filippo, arrossendo fino alla radice dei capelli.

-- Io, sì, io che son ricco, e per una volta tanto me ne voglio vantare;

io posso aggiungere che tu hai, depositate al mio banco, centomila lire

in cartelle di rendita.

-- Una bugia! -- esclamò Filippo, torcendo le labbra.

-- No, caro; dipende da me che sia una verità. Tu non conosci l'amico

tuo, lasciatelo dire; non sai fin dove, al bisogno, egli porti

l'amicizia, e come la intenda. Ti parlo solenne, vedi? Ma tu mi trascini

pei capelli. Sono senza figli; Dio non mi ha concessa questa

felicità.... se pure si ha da crederla tale; -- soggiunse Raimondo,

cercando consolazione dove poteva; -- e poco sarebbe per me il perdere

quella somma.

-- Non permetterò che tu ne corra neanche il pericolo.

-- Ma non la perderò; -- riprese Raimondo, -- poichè rimarrà nella mia

cassa forte. Se tu m'annoi, bada, dirò che il tuo deposito è di

dugentomila. Infine, senti, non mi far pena coi tuoi rifiuti, più

orgogliosi che tu non pensi, più orgogliosi del sogno che non osavi

fare, e di cui ti volevi castigare. Voglio il tuo bene; voglio vincere;

Margherita è un angelo, e deve esser tua. Sono impegnato, dopo tutto;

che figura farei, se dovessi rimangiarmi quello che ho detto? Sii

ragionevole, amico; obbedisci a chi ti ama, e non lo far passare per un

burattino. --

Filippo Aldini era stato lungamente zitto, come oppresso da quella

valanga di ragioni, di esortazioni, di prepotenze. Ma bisognava

rispondere qualche cosa; Raimondo era in attesa, smanioso, incalzante,

con la tensione dello sguardo e col fremito delle labbra.

-- E allora.... -- chiese Filippo, esitando, -- dirai alla tua

signora....

-- Che c'entra lei? -- gridò Raimondo, inarcando le ciglia dallo

stupore.

-- C'entra benissimo; -- rispose Filippo, questa volta con accento più

risoluto, staccando le frasi e battendo le sillabe. -- La moglie è ricca

di ciò che possiede il marito. E tu dovrai dirle che mi vuoi far ricco

d'una parte, sia pur piccola, del tuo, e che io ho accettata l'offerta.

Che cosa penserà ella? Che io sono un matricolato furfante, entrato

destramente nelle tue grazie, in veste di amico sincero, coll'idea di

accostarmi alla cassa. Infine tutto ciò che dovrei fare per compiacerti,

mi diminuisce nella mia propria stima. Come oserò andare dalle signore

Cantelli, dopo quello che hai detto alla signora Eleonora? Come oserò

mettere ancora il piede in casa tua, dopo quello che dirai alla signora

Zuliani?

-- Oh Dio! -- esclamò Raimondo, che incominciava a sentirsi scappar la

pazienza. -- La signora Eleonora sa da me che saresti andato da lei, e

mi ha mostrato di gradire assai la tua visita. Non puoi farne di meno,

senza passare per uno screanzato. Quanto allo scrupolo che hai per la

mia cassa, siccome è una probabilità molto lontana che io debba fare al

banchiere Cantelli il discorso che ti avevo accennato, è chiaro che io

non ne debba parlare a nessuno, e molto meno a mia moglie, colla quale,

del resto, io non ho mai discorso d'affari. Per tua norma, la casa e la

cassa le ho sempre tenute separate; è l'unico modo perchè non si diano

noia a vicenda. Sei contento? Non ancora, mi sembra. Ebbene, ritiro, se

vuoi, mi rimangio l'idea di esserti utile al bisogno col mio denaro, che

finalmente non avrei dovuto neanche metter fuori. Ti va, benedetto

ragazzo? Ecco adunque appianata la gran difficoltà. L'essenziale è che

tu vada dalle signore Cantelli. Faccio, se tu non vai, una figura

barbina; e non la merito, com'è vero Dio, non la merito. Ma vediamo di

appianare anche questa; -- soggiunse Raimondo, cavando l'orologio per

guardar l'ora; -- sono le due e mezzo in punto; non hai da vedere i tuoi

commilitoni prima delle quattro. Di qui in un volo siamo a San Marco; in

un altro al Danieli, e facciamo questa visita insieme.

Filippo Aldini chinò la fronte rassegnato. Era preso, come in una morsa,

dal suo prepotente amico. E lo seguì in istrada; ma non fu necessario di

fare i due voli che Raimondo annunziava, perchè, riusciti dalla via del

Telegrafo all'imbocco delle Procuratie, incontrarono le signore Cantelli

davanti alle vetrine del Munster. La signorina Margherita andava per

l'appunto dal libraio, in cerca di un'opera recente che desiderava di

leggere. Qui, dunque, saluti e fermata; comperato il libro, e mandatolo

all'albergo, le signore avrebbero fatto volentieri quattro passi per le

viottole. Accompagnate, non temevano più di smarrirsi.

-- Vi lascio il mio amico; -- disse Raimondo. -- Io mi ricordo di avere

ancora una lettera da scrivere, per impostarla prima di sera. --

E se ne andò, felice, rifacendo la strada verso il suo banco. Il merlo

finalmente era in gabbia.

-- Ce n'è voluto, -- pensava Raimondo, -- ce n'è voluto, con quel

cercatore di gretole. Ma vedete un po' come sono diversi gli uomini! C'è

chi arraffa di qua e di là, e chi tiene costantemente le mani in tasca.

Uno v'insidia giorno e notte la borsa; un altro, a cui la offrite, ve la

sbatte signorilmente sul muso. Vogliamo credere che ci siano due razze

umane, in natura? Ho letto non so più dove che ci furono uomini prima di

Adamo sulla faccia della terra, e che ciò apparisce anche dal racconto

della Bibbia. Dunque diciamo Adamitici gli uni, discesi dalla semenza di

Adamo, e Preadamitici gli altri che non si sa donde siano mai capitati.

Basta, andiamo a scrivere questa lettera, la quale mi par più che mai

necessaria. Se, Dio guardi, la signora Eleonora non è forte di

scrittura, mi lascia qualche cosa nella penna, non dicendo al signor

Anselmo degnissimo tutto quello che occorre. Qui bisogna battere il

ferro mentre è caldo. E tu passeggia, passeggia colle signore, mio

preadamitico eroe. --

Filippo Aldini passeggiò infatti, e più lungamente che non prevedesse

Raimondo. La signorina Margherita voleva osservar tante cose, ed era

così lieta di assistere a tante gustose scenette di vita popolana! In

verità, non si era mai divertita tanto come in quelle due ore. Peccato

che fossero calate le ombre della sera, nell'inverno così

fastidiosamente sollecite, per interrompere quella passeggiata piacevole

e per rimandar lei con la mamma all'albergo. Ad ogni modo, erano già le

cinque suonate quando Filippo si congedò all'ingresso del Danieli,

ringraziato con effusione della sua gentil compagnia.

E i due commilitoni che lo aspettavano alle quattro? Filippo non ci

pensò nè punto nè poco.

Esistevano poi davvero, quei due?

Il ponte del paradiso: racconto · 第 8 / 28 题