VI.

Digne et in aeternum.

Il colpo lo coglieva in pieno petto; colpo involontario, colpo

innocente, ma fiero. Filippo Aldini balenò un istante, e rimase un

tratto senza parola, tanto era sconcertato.

-- Non mi lagnerò, -- diss'egli, dopo quella pausa forzata, -- non mi

lagnerò di questo lungo soggiorno, poichè il prolungarlo fin qui mi ha

fruttato la loro conoscenza. --

La frase galante meritava il suo premio in un sorriso di amabile

compiacenza da parte della signora Eleonora. Ma questa non era là per

sentirla: da un quarto d'ora almeno, stanca di passeggiare per le sale

del museo e di star ferma in piedi davanti a quei quadri, dove la sua

Margherita e il conte Aldini trovavano tante bellezze, la buona signora

aveva preso posto sopra un seggiolone antico, presso il finestrone d'una

camera attigua, lasciando ai due giovani il piacere di muoversi, di

fermarsi, di ammirare a lor posta. Nè per lei diede il premio

dell'amabil suo sorriso la signorina Margherita, che in quella vece si

era fatta un po' rossa.

Ma un complimento non era una ragione; e Filippo continuò:

-- Del resto, sono i casi della vita che ci comandano un poco, e sempre

assai più delle nostre preferenze. Ella poi non mi creda dimentico di

Parma, nè di un consiglio così gentile come il suo. Se sapesse! Ho

sognato ancora stanotte di esserci ritornato.

-- Davvero?

-- È là, non nel palazzo degli Aldini, di cui non conosco l'interno,

poichè esso non apparteneva già più alla mia gente quando io son nato:

ero invece fuori di città, verso i colli, dalle parti di Lesignano, con

la veduta di Montechiarugolo.

-- Ah, bene, Montechiarugolo! -- ripigliò Margherita. -- È un paese

tanto simpatico! Ci dev'essere anche la storia d'una fata, che non ho

potuto raccogliere. La sa, Lei?

-- No, e me ne duole; -- rispose Filippo. -- Ma ci sarà una buona fata,

quando ella ci andrà. Per intanto, -- soggiunse egli, passando veloce su

quell'altro complimento, che faceva arrossire un'altra volta la

signorina Margherita, -- io sono andato a Lesignano, come ho avuto

l'onore di dirle; e non mi sono fermato nella mia bicocca di laggiù;

sono corso in quella vece difilato verso i monti, padrone del mio tempo,

senza una mèta prefissa, felice di correre, e senza maravigliarmi

neppure della nuova facoltà che avevo acquistata, la facoltà di volare.

-- Tutto solo?

-- No, non solo.

-- Ah, dicevo bene! Sarebbe stato un piacere da egoista.

-- Vuole che le dica con chi ero?

-- Dica, dica.

-- Con una gentile signorina, a cui facevo indegnamente da cicerone.

-- Ci cresce l'indegnamente; -- notò Margherita. -- La signorina

certamente sarà stata felicissima. Con le ali anche lei, voglio credere.

E che cosa le ha fatto vedere da quelle parti là?

-- Una ròcca stupenda, fieramente piantata sopra un poggio, con quattro

torrioni sugli angoli e un battifredo sul ponte d'ingresso.

-- Un battifredo? Le confesserò candidamente la mia ignoranza....

-- Battifredo, -- fu pronto a commentare Filippo, -- torre della

guardia; alta per dominare molto paese in giro; munita di campana,

perchè gli uomini in vedetta suonino a stormo appena scorgano in

lontananza il nemico. La ròcca, poi, si chiama Torrechiara; la fabbricò

a mezzo il Quattrocento un gran gentiluomo, che era stato uno dei

maggiori capitani di Francesco Sforza. Signore di molte castella sul

territorio parmense, ed anche più oltre sul milanese, Pier Maria de'

Rossi, conte di San Secondo e marchese di Berceto, si ritirò un bel

giorno dalla corte ducale di Milano e da tutte le pompe mondane: non

bastandogli, o non parendogli abbastanza fuori del consorzio umano le

altre sue ròcche, volle edificare anche quella, e ci si rinchiuse per la

seconda metà della sua vita, che fu certamente la migliore. Amò

concentrarsi, e fu savio; -- soggiunse Filippo con accento di desiderio.

-- Appartato dal mondo, non ebbe più da sentirne la noia.

-- Ah, l'egoista! -- esclamò Margherita, un po' per l'antico gentiluomo,

un po' pel moderno.

-- Ma no, non era solo; -- ribattè prontamente Filippo. -- Consolava la

sua solitudine una donna gentile, e a farlo apposta una milanese come

lei.

-- Ma io son di Como, l'avverto.

-- Oh, veda! Ma io ho detto milanese come si suol dire, genericamente,

per comprendere tutta la regione che ha obbedito in altri tempi a

Milano. Del resto, ignorando ch'ella fosse nata a Como e sapendo ch'ella

vive a Milano, potevo ben dir milanese, ne conviene? Ora veda un po' che

strana coincidenza! La dama di Torrechiara era quasi di Como. E non

creda ch'io le voglia cambiar le carte in tavola; le dico subito nome e

cognome; si chiamava Bianca Pellegrini, ed era marchesa d'Arluno. La

storia sua non la so così bene come il suo nome; ma certo il De' Rossi

aveva conosciuta la bella a Milano, quando viveva alla corte dello

Sforza, o della vedova di lui. Quanto alla leggenda, essa racconta che

in abito di pellegrina, col sarrocchino di cuoio, sparso di nicchi,

sulle spalle, e il bordone nel pugno, la bellissima Bianchina muovesse

di Lombardia per andare dal suo Pier Maria, caduto in disgrazia e

ritirato nel suo territorio. Ma credo che la leggenda sia stata

inventata, prendendo le mosse da certe pitture della ròcca di

Torrechiara, per le quali appunto nel mio sogno io mi ero disposto a

farle da cicerone.

-- Ha avuto un bel pensiero, dormendo; -- notò Margherita. -- Non lo

deponga ad occhi aperti, e mi descriva le pitture di Torrechiara; io mi

sforzerò di vederle.

-- Ecco qua; -- riprese Filippo. -- Ma prima vediamo la ròcca. Quattro

torrioni angolari, le ho detto, non tenendo conto di alcune torri più

basse, e di altri lavori per difender gli approcci. I torrioni,

naturalmente, son collegati da bastioni, che dànno anche posto a lunghi

loggiati coperti, donde si gode la vista delle circostanti campagne. Tra

questi corpi avanzati, che sono i torrioni ed i loggiati, si stendono

quattro giardini, veri orti pensili, debitamente alberati e fioriti,

affinchè gli abitatori della ròcca non sentano il bisogno di andar fuori

a diporto. Lungo i giardini corrono gli appartamenti signorili, a due

ordini. Dentro la ròcca, tra questi appartamenti, si stende una gran

corte, con due porticati sovrapposti, sostenuti da robuste colonne. In

mezzo alla corte è un gran pozzo, col suo puteale di marmo, e il

coronamento, al solito, di ferro battuto. C'è? Vede tutto?

-- Ci sono, e mi par di vedere.

-- Bene; ora facciamo cammino nel porticato superiore; si entra di là,

verso mezzogiorno, nella camera d'oro, che è tutta una maraviglia, anzi

la maraviglia delle maraviglie. Non si lasci abbagliare dall'oro. Del

resto, ce ne son più poche tracce sulle pareti. Verremo a queste tra

poco; alzi gli occhi, per ora.

-- Li ho alzati.

-- Ed ecco la vôlta, che domanda subito tutta la sua attenzione. La

vôlta è a crociera, voglio dire che la dividono in quattro spicchi due

costoloni lavorati ad armi e scherzi, e condotti ad incrociarsi sotto

una serraglia rotonda tutta dorata, che porta il monogramma di Cristo,

contornato di raggi. Nei quattro scompartimenti un pittore non dozzinale

ha dipinto quattro volte Pier Maria e Bianchina; lui colla berretta di

velluto rosso in capo, vestito alla corta, di stoffa verde damascata;

lei ora da pellegrina, col bordone e il sarrocchino, ora da gran

signora, e con tanto di strascico. Infatti, nei quattro dipinti sono

rappresentati diversi momenti della buona ventura toccata al gentiluomo

innamorato; da prima il viaggio della dama travestita, poi l'incontro e

il ricevimento in Torrechiara, finalmente la presentazione dei due

felici al tempio di Cupido. Non dimentichi, signorina, che siamo nel

periodo del Risorgimento, e il profano si mescola volentieri col sacro.

-- Soverchiandolo un poco, vedo bene; -- osservò Margherita.

-- Ed ora alle pareti; -- riprese Filippo. -- Son tutte a mattoni

quadrati, istoriati a rilievo, colorati e dorati, correnti in file

diagonali, ogni fila col suo colore dominante, verde, rosso, azzurro e

oro, e colle parti in rilievo tinte di un colore diverso. Queste parti

in rilievo, ora sono pezzi di rabesco, che, congiungendosi con quelli

dei mattoni contigui, vengono a formare un ornamento che abbraccia tutte

le altre rappresentazioni, frapponendosi ad esse; ora son rôcche col

ponte alzato, circondate da fosse con cigni, sormontati da un aquilotto,

con un sole raggiante sul capo; ora cartelli col motto latino _nunc et

semper_, cioè a dire ora e sempre; ora son coppie di cuori, rossi in

campo azzurro, entro un cerchio formato da tre corone d'oro accostate;

ora altri cartelli coll'altro motto latino _digne et in æternum_. Perchè

due motti? Non ne bastava uno? Ma io penso che la ragione ci sia, per

averne messi due. Non sono due i cuori accostati? Ora, dei due motti

latini, uno, il _nunc et semper_, è di madonna Bianca, l'altro, il

_digne et in æternum_, è di Pier Maria, senza fallo.

-- E significa?

-- Meritamente, in eterno; -- rispose Filippo. -- Su per giù è la stessa

idea del _nunc et semper_; ma c'è di più il meritamente; e mi pare che

sia il De' Rossi quello che parla così, dando maggior lode alla dama.

-- Ed è stato di parola?

-- Sì, come vedrà. Volgiamo un ultimo sguardo a questa camera d'oro, che

con tante rappresentazioni di felicità sulla terra, mi pare un vero

castello d'amore, ed usciamo nel cortile. Per un angolo del porticato si

entra nella cappella, posta sotto l'invocazione di San Nicomede. Un solo

altare là dentro, e poteva bastare al centinaio di vassalli che vi si

raccoglievano a sentire la messa, insieme col signor castellano. Ma

questi non ci stava già alla vista di tutti. Sul lato sinistro della

piccola chiesa era rizzata una bussola di legno riccamente scolpita, che

ripeteva ne' suoi rilievi colorati e dorati le coppie di cuori, i motti

latini, i castelli coi cigni e gli stemmi, tutto insomma l'ornato della

camera d'oro; e dentro la bussola si vedono ancora i due stalli; uno a

destra, colla lastra dell'inginocchiatoio intarsiata, che reca gli

emblemi della pellegrina e le iniziali del nome di lei; l'altro a

sinistra colle iniziali di Pier Maria. Amava concentrarsi, il signore di

Torrechiara; chiuso nel suo castello, chiuso nella sua camera d'oro,

chiuso nella sua bussola, sempre chiuso, e non solo. Non riposa neanche

solo sotto il pavimento della cappella di San Nicomede, dove la

pellegrina d'amore è scesa a dormire il gran sonno, e dov'egli l'ha

seguita, restandole indietro di poco. Le pare che sia stato di parola,

quel potente della terra, quel gentiluomo, quel castellano poetico?

Storia vera, quella che io le ho raccontata, abbreviando; storia vera,

che sembra un romanzo. --

Margherita aveva assentito alla domanda con un cenno del capo.

-- E dica ancora, -- soggiunse ella con piglio curioso, -- sono entrate

delle Rossi, nel casato degli Aldini?

-- Sì; perchè me lo domanda?

-- Perchè parla di Pier Maria con tanto calore!

-- Vuol dire che sia la voce del sangue? -- rispose Filippo, sorridendo.

-- E sia. Ma il motto del castellano di Torrechiara val bene qualche

frase più animata del solito. _Digne et in æternum_; meritamente, e per

l'eternità! Quantunque, -- soggiunse egli, -- mi pare, pensandoci su,

che la mia traduzione non faccia intendere tutta la profondità del

pensiero.

-- Ah sì, sentiamo; -- gridò Margherita; -- qualche bella sottigliezza!

È del suo carattere, se l'ho ben capito.

-- Le dispiace?

-- No davvero; ho detto bella sottigliezza; non dimentichi l'aggettivo,

e mi dica subito che cosa ha trovato di più profondo nel motto di Pier

Maria.

-- Questo, signorina, che solo quando è degno, l'amore merita di vivere

eterno. Le pare una sottigliezza?

-- È bella; -- ribattè Margherita; -- è bella, e vera; e mi fa prendere

in molta stima il suo Pier Maria. La prima volta che tornerò a Parma,

andrò a fargli una visita. Peccato che non ci sia anche lei, per farmi

gli onori della Camera d'oro! --

Filippo Aldini levò gli occhi al soffitto, quasi invocando dal cielo un

miracolo.

Si era andati molto lontani dai quadri di genere del Longhi; ed anche

dalla signora Eleonora, a cui bisognava ritornare.

-- Mio Dio! -- esclamò la buona signora, giungendo le palme. -- Non

siete stanchi? Benedetta gioventù! --

Piacque sommamente a Filippo Aldini quella associazione di due persone

in un "siete", che certo era stata fatta a caso. Ma egli si tenne

prudentemente la gioia in petto, senza farne la menoma dimostrazione sul

volto. Margherita, per contro, non sapendo fingere, si fece secondo

l'uso un po' rossa.

-- No, mamma; -- diss'ella, accostandosi, e baciando la signora Eleonora

sulla fronte; -- quanto a me, non sono stanca affatto. Il signor conte

spiega così bene ogni cosa, che fa dimenticar la fatica. E mi ha fatto

intendere anche un po' di latino. --

La signora Eleonora sorrise, senza intendere dal canto suo nulla di

nulla nell'accenno di sua figlia. Ma una cosa intendeva, quella buona

signora, che quei due giovani erano maravigliosamente assortiti. Li

aveva da vedere il suo Anselmo, come li vedeva essa in quel punto; di

certo egli non avrebbe portato opinione diversa. Lui di bella presenza,

che non si poteva desiderare di meglio; alto e ben piantato, snello,

elegante; risoluti i lineamenti del viso, ma insieme delicati; traenti

al biondo i capelli, ed anche più i baffi, sotto cui si disegnavano le

labbra stupende, nobilmente ferme nella gravità dell'atteggiamento

pensoso, amabilmente morbide nella soavità del compiacente sorriso; lei

quasi alta della persona come lui, tutta leggiadra, fatta a pennello;

ricco il volume della capigliatura nerissima su quel candore abbagliante

della carnagione, che spirava intorno a sè come un alito di cose fresche

e profumate; e non meno stupenda bellezza in lei quelle ciglia lunghe,

che toglievano forza, ma aggiungevano grazia al baleno degli occhi.

Infine, era illusione o verità? Gli occhi morati di Margherita e gli

azzurrognoli del conte Aldini si socchiudevano volentieri nell'istesso

modo, come se ci fosse stata una parentela tra loro, e rendevano in

vista la medesima espressione, di dolcezza diffusa e di profonda bontà.

Queste le doti fisiche dei due giovani; bisognava veder poi le morali.

Ella era un angelo, come bene l'aveva definita in una parola il signor

Zuliani; seria, senza apparato, innocente l'anima, tra tanta cultura

d'ingegno; sempre l'istesso umore, amabilmente giocondo, e il senso

della misura in ogni cosa perfetto. Egli, poi, così nobile di sentire

com'era di nascita, cortese negli atti, inappuntabile nei modi, affabile

con tutti, riguardoso colle signore fino allo scrupolo, garbato ed

attento colle attempate come colle giovani; e ciò senza contare tutto il

bene che alla signora Eleonora ne aveva detto Raimondo Zuliani, un

galantuomo di ventiquattro carati, alla cui parola si poteva fidare ogni

altro galantuomo suo pari, e prima e più di tutti il signor Anselmo

Cantelli. Infine, se quel soggiorno prolungato delle signore a Venezia

doveva portare una conseguenza come quella, non c'era da ascriverlo a

grande fortuna?

Le mamme, si sa, vedono sempre e dappertutto un marito; si può dire che

non hanno occhi per altra cosa nel mondo. Un uomo incontrato a caso,

presentato loro in un salotto, ai bagni, o in altro ritrovo di società,

vale o non vale, secondo che è un marito possibile, o meno. Povere

mamme, vanno compatite: l'hanno trovato esse una volta, perbacco, e

pensano volentieri che la vite ha bisogno dell'olmo, e alla peggio deve

contentarsi d'un palo. Ubbìe, sciocchezze, follìe; spesso anche errori,

che si pagano cari; ma non c'è rimedio, le mamme son fatte così;

pigliarle come sono, o lasciarle.

Considerando il caso particolare della signora Eleonora, non è da

credere che ella pensasse così, per non aver trovato un partito

conveniente alla sua cara figliuola; che anzi, già si erano dovuti dire

parecchi no, e senza una ragione plausibile; tanto che il banchiere

Anselmo e la sua signora si erano fatta una riputazione di schifiltosi,

d'incontentabili, e perfino, diciamo la parola, di matti. Figurarsi, che

i partiti offerti erano di quei tali che appunto potevano e dovevano

capitare alla figliuola d'un ricco; rampolli di famiglie ben quotate a

milioni, che prima di muovere all'assalto avevano cura di sapere a

quanto ascendesse la dote, o fin dove potessero giungere le conseguenti

speranze; e poi, a vederli! prendevano fuoco come tanti zolfini. Che

cari figliuoli! E quando si arriva a combinare uno di questi contratti,

è un parlarne in città, un rallegrarsene, un esaltarsene, come d'un vero

miracolo. "Sapete il gran fatto? Non si direbbe, ma è proprio così;

matrimonio d'amore! Si erano visti alle regate di Livorno, alle acque di

Recoaro, ai freschi di Gressoney. Quel povero ragazzo non ha avuto più

pace, ha perso a dirittura la testa". Sì, eh? Ma almeno, fortuna sua,

aveva conservata in tasca la tavola pitagorica.

Quanto ai suoi pretendenti, Margherita era sempre stata chiamata ad

esprimere la sua opinione. Il babbo l'amava moltissimo, per tutte le

ragioni che sarà inutile dirvi, e ancora più la stimava per il suo retto

criterio. Così ella era messa a parte di tutto, e sorrideva ad ogni

nuova richiesta.

-- Lo conosci, quest'altro?

-- Io no, babbo; l'avrò forse intravvisto, ma non ne ho tenuto memoria.

-- È di buona famiglia; ricco, e figlio unico. Si fanno parecchi milioni

a suo padre.

-- Buon per lui; ma io non lo conosco. La solidità della sua casa, come

si dice, puoi saperla tu, con qualche approssimazione, non è vero? Ma il

suo modo di pensare, il suo cuore, la sua istruzione, non puoi, come non

posso io. Dire di no, può parere orgoglioso; ma come si fa a dire di

sì? --

E si rideva. Il signor Anselmo finiva sempre col dar ragione a sua

figlia. In fondo, non gli dispiaceva di tenersi in casa quella cara

fanciulla, che intanto era giunta ai ventiquattro anni, non accennando

punto di voler così presto sfiorire, e che del resto non sentiva il

desiderio di far mutamenti nel suo stato civile. In questo modo, ricusa

oggi, ricusa domani, si dava materia d'almanacchi a chi aveva voglia e

costume di farne. E il signor Anselmo, poi, dopo aver dato ragione a sua

figlia, muoveva abitualmente dai particolari agli universali,

sentenziando a un dipresso così:

-- Perseverate, bambine, e state volentieri coi vostri parenti. A

rompervi il collo ci sarà sempre tempo; mentre una vita come quella che

fate in casa vostra, senza pensieri, senza cure, senza affanni, senza

rimpianti, non la farete mai più. --

Pensava veramente così anche la signorina Margherita? Certo; se no, lo

avrebbe detto, o lasciato capire; perchè simulazione e dissimulazione

non erano il fatto suo. La vita era per lei tanto bella! Amava i suoi

studi e non isfuggiva i divertimenti: il babbo, quante volte aveva

ragione di muoversi, la conduceva con sè. Era stata in giro per quasi

tutta l'Italia; aveva anche veduto Parigi e Londra, osservando

dappertutto e studiando a suo modo, con quel babbo compiacente, che

prendeva gusto a tutto quanto occupasse la mente o attirasse la

curiosità di sua figlia. Sarebbe stato lo stesso con un altro uomo, più

o meno innamorato, in quella vagabonda luna di miele, che dura poi come

tutte le lune, ventinove giorni, dodici ore, quarantaquattro minuti, e,

crepi l'avarizia, tre secondi e undici terzi? Aggiungete che quella

dolce luna, come tutte le altre, è per gran parte scema. A queste cose,

del resto, Margherita non aveva mai pensato, nè troppo, nè poco. Si

contentava di non gradire i matrimonii combinati come contratti; degli

altri non sapeva, nè avrebbe voluto figurarseli con uno sforzo

d'immaginazione, e col rischio di non indovinarci. Venisse il giorno e

l'uomo; l'avrebbe trovata. Ma certo bisognava toccarle il cuore, perchè

ella rinunziasse alla sua libertà invidiabile, e a quella bella

spensieratezza che ne era la conseguenza legittima.

Pensierosa, per altro, e per la prima volta, appariva nell'uscire dal

museo Correr. Pensierosa, è forse un dir troppo; mettiamo pensosa,

mettiamo raccolta in sè stessa, senza mostrar più quel desiderio di

ridere, di voltarsi qua e là, prendendo gusto al chiacchierìo della

strada. Quel raccoglimento era forse il frutto d'un po' di stanchezza

dello spirito, per tante cose osservate. Comunque fosse, appariva

egualmente bella, forse più bella dell'usato, venendo via con quell'aria

composta e tranquilla, accanto alla mamma ed al conte Aldini; il quale

era tutto attenzioni e riguardi per la signora Eleonora, e poc'anzi le

aveva premurosamente aggiustata la pelliccia sulle spalle.

-- Ora poi la godrà; -- le aveva detto egli. -- L'aria incomincia a

farsi frizzante. --

La signora Eleonora lasciava fare, sorridendo amabilmente alle cortesie

del suo cavaliere. Intanto, si spegneva la luce del giorno, si

accendevano i lampioni, e la buona signora pensava con un senso d'intima

allegrezza al pranzo che l'aspettava al Danieli.

-- Senta -- diss'ella tutto ad un tratto, -- dovrebbe quest'oggi venire

a far penitenza con noi.

-- Con che piacere, signora! -- esclamò Filippo, reprimendo un moto

violento del cuore. -- Ma ho gente sulle braccia, due vecchi amici, che

mi son capitati l'altro giorno da Verona....

-- E li ha lasciati per noi! Mi rincresce....

-- Oh, non si dia pensiero di questo. Sono uomini, e non hanno bisogno

di guida. Ma la sera, capirà, debbo lasciarmi vedere; tanto più che sono

ad alloggio da me.

-- Non vorranno poi fare la visita di santa Elisabetta; -- notò

Margherita. -- E l'avremo un altro giorno, non è vero?

-- Certo; sarò ben onorato; -- disse Filippo, che per la prima volta si

sentiva la lingua impacciata. -- I miei vecchi compagni d'armi

rimarranno pochi giorni ancora. --

In questi discorsi erano venuti oltre il ponte di Rialto, e per la Riva

del Carbone entravano in Merceria. Qui avvenne a Filippo Aldini di fare

un gesto, come d'ingrata maraviglia; un gesto che non isfuggì

all'attenzione della signorina Margherita.

-- Che cosa ha visto? -- chiese ella.

-- Io? nulla; -- rispose Filippo.

-- Ha fatto un gesto, -- ripigliò Margherita, -- un gesto di persona

molto seccata.

-- Davvero? -- esclamò egli, padroneggiandosi, e correndo col pensiero

alle scuse. -- Non me ne sono avveduto. Ma chi sa? Passano alle volte

pel capo certi brandelli d'idee.... Un moto della fantasia li fa

scorrere davanti agli occhi dell'anima, ed è naturale che ci secchino,

come può seccarci una nuvola che passi in aria e c'impedisca di vedere

il sole, senza che per questo avvertiamo la presenza della nuvola.

Infatti, io non avevo avvertito nulla. Moti istintivi, signorina, moti

macchinali; non è da farne caso. --

E rideva, così dicendo, e gesticolava, come non aveva mai fatto, sempre

per darsi un'aria disinvolta e serena.

Quello che gli aveva dato noia, facendogli fare quel gesto di persona

seccata, era ancora lontano, nascosto alle sue compagne di passeggiata

da un piccolo crocchio di persone, che proprio in quella stretta avevano

creduto opportuno di fermarsi a discorrere. Ma l'oggetto della noia si

fece più innanzi, e tagliando la strada in isbieco dietro all'ostacolo,

si affacciò finalmente alla vista delle signore Cantelli. Oh, il felice

incontro! La contessa Galier di San Polo! E lì una buona fermatina, con

un mondo di garbatissime chiacchiere, e di complimenti alla signorina

Margherita, sempre più bella, sempre più cara. Nè al conte Aldini mancò

la sua parte.

-- Hanno un gentil cavaliere e un cicerone prodigioso; -- diceva la

contessa Galier. -- Sa tutto, ha veduto tutto. Oh, non dico per

adularvi, Aldini, ma per rendere omaggio alla verità. Sappiano, signore

mie, che tanti e tanti tesori d'arte in Venezia, ignoti a molti di noi

veneziani il conte Aldini li conosce come la palma della sua mano.

-- Infatti, -- disse Margherita, -- al museo Correr ne abbiamo avuto

oggi la prova.

-- Vengono di là?

-- Sì, e grazie al nostro cavaliere ci abbiam passato quattr'ore

deliziose.

-- Ah, bene! Venezia ascrive ad onor suo, di poter dare simili gioie a

visitatrici così intelligenti e così care. Ora, immagino, ritorneranno

all'albergo. Ed io a casa. Son proprio felice di averle incontrate. --

Qui venne il ricambio degli ultimi saluti; dopo di che la contessa

Galier si avviò per Rialto verso i Santi Apostoli e il corso Vittorio

Emanuele, mentre le signore Cantelli riprendevano il loro cammino verso

San Marco e la riva degli Schiavoni.

-- Cara signora! -- disse Margherita all'Aldini. -- Dev'essere molto

buona. --

Filippo acconsentì col doppio moto del capo e del labbro. Ma dentro di

sè l'avrebbe mandata volentieri a quel paese, quella cara Galier. Non

già perchè l'odiasse, povera donna; ma perchè gli veniva in mal punto a

ricordare tutto ciò che per un giorno egli aveva dimenticato così bene.

E veniva innanzi turbato nel profondo del cuore, ma sforzandosi di parer

tranquillo all'aspetto; senza parole, nondimeno, e sperando che della

sua taciturnità lo scusasse abbastanza il doversi ad ogni tratto cansare

tra la gente che correva per un verso o per l'altro. Ma riusciti che

furono davanti a San Marco, e di là in Piazzetta, dove era più scarso il

numero dei viandanti, il silenzio di Filippo doveva essere notato.

-- È pensieroso; -- gli disse Margherita.

-- No; -- rispose egli, con accento di viva sollecitudine.

-- Sì; -- replicò la fanciulla, con accento di viva insistenza.

-- Ebbene, sì; -- conchiuse egli, cedendo. -- Penso infatti, che questa

buona giornata è troppo presto finita.

-- Se è così -- ripigliò Margherita, -- se ne procuri.... ce ne procuri

un'altra. Mediti lei, trovi lei il punto che dovremo visitare, e poichè

i suoi amici di Verona non hanno bisogno di guida come noi, venga a

dircelo; ci troverà pronte a muoverci. Non è vero, mamma?

-- Eh, non bisognerebbe poi abusare! -- osservò la signora Eleonora.

-- Ma che? ma che? Io son fatta così. Se il signor conte gradisce di

farci gli onori di casa, noi, che non vogliamo essere ipocrite, gli

confessiamo di gradir molto la sua cortesia. Ma badi, -- soggiunse con

un risolino malizioso quella cara fanciulla, -- ho detto onori di casa

per modo di dire, poichè ora siamo a Venezia. Ma la casa non è qui, ci

pensi, non è qui.

-- Sì, sì, ci penso, non dubiti; non penserò più ad altro; -- rispose

Filippo animandosi.

-- Che cos'è questa distinzione? -- domandò la signora Eleonora.

-- Ah, mamma, tu non sai; tu non hai visto, come ho visto io, a Parma,

il palazzo degli Aldini. Una bellezza! Ho raccomandato al signor conte

di ricomprarselo, il palazzo dei suoi maggiori. Me lo ha promesso;

parola di gentiluomo non può mentire.

-- Pazzerella! E se i proprietarii presenti non volessero vendere?

-- Oh, vorranno, vorranno. L'ho già capito dal modo come tengono quello

stabile, non facendovi mai un ristoro. Siamo dunque intesi? -- proseguì

Margherita, volgendosi a Filippo, sull'uscio dell'albergo. --

_Digne_....

-- _Et in æternum_; -- rispose Filippo con un filo di voce, ma mettendo

in quel filo di voce il meglio dell'anima sua.

Il ponte del paradiso: racconto · 第 10 / 28 题