Per l'amico del cuore.
Quella notte, anzi meglio, quella mattina, la signora Cantelli avrebbe
voluto ritirarsi intorno alle due. Veramente, le rincresceva di dare il
mal esempio; ma il suo Federigo doveva essere di buon mattino al suo
posto, e bisognava concedergli almeno quattr'ore di sonno. Il signor
Zuliani aggiustò le cose per bene, proponendo che Federigo andasse via
solo, mentre per le signore, con tanti cavalieri presenti, non sarebbe
mancato chi le accompagnasse al Danieli. In questo modo si guadagnò
un'altr'ora allegra, illuminata dalla grazia, dal sorriso incantevole
della signorina Margherita. Raimondo Zuliani era tutto raggiante di
contentezza, ameno, festevole, attento ad ogni cosa che potesse
occorrere per la felicità dei suoi ospiti; e ciò senza bisogno di
scomodare sua moglie, che doveva lasciarlo fare, standosene regalmente
seduta in trono, ossia, per chiamar le cose col loro nome, nell'angolo
sinistro di un soffice canapè foderato di raso, accanto alla signora
Eleonora.
Ma c'è un fine anche alle veglie notturne; e quando le signore Cantelli
accennarono a prender commiato, Raimondo fu pronto a dar loro per
cavaliere il conte Aldini. Mentre tutti incominciavano a mettersi in
moto, la signora Livia ebbe agio di tirare il marito in disparte.
-- Che idea è la tua? -- gli bisbigliò. -- Non doveva il signor Aldini
accompagnare la Galier? tanto più che sono così vicini di casa?
-- Capisco; -- rispose Raimondo. -- Ma la contessa ci ha il nipote, e
quello può bastare. Credi tu che possa venire in mente a qualcheduno di
rapirtela? Quanto alle signore Cantelli, potrebbe servire il cavaliere
Lunardi? O il signor Telemaco? Mi paiono tutti e due morti dal sonno. Il
Ruggeri è un po' sventato; e poi, ha veduto le signore per la prima
volta stanotte. Il Gregoretti è un po' più allegro del solito. Ci ho
pensato bene, mia cara; non c'è altri che Filippo. --
Del resto, era detta, e non si poteva tornare più indietro. "Voce dal
sen fuggita. -- Più rattener non vale". Lo aveva sentenziato il
Metastasio, in una di quelle sue ammirabili strofette per musica. Voleva
la sua Livia sentir gli altri due versi? No, non ce n'era bisogno: li
sapeva a mente, come l'avemmaria.
Per quella volta ancora comandava Raimondo, e l'Aldini accompagnò le
signore Cantelli. Ci andò come la biscia all'incanto; ma ci andò,
muovendosi in compagnia di Raimondo, che da qualche minuto non lasciava
il suo braccio, quasi temendo che dovesse sfuggirgli. In questa guisa
Oreste accompagnò il suo Pilade, fino al piè della gradinata, davanti
alla gondola, dove ossequiò le signore Cantelli, ringraziandole del
grande onore che gli avevano fatto.
La signora Eleonora mostrò di gradir molto la compagnia del conte
Aldini. Margherita non mostrò nulla de' suoi sentimenti; ma certo era
contenta. Come la gondola approdò alla Riva degli Schiavoni; la
bellissima fanciulla accettò la mano che le tendeva Filippo per aiutarla
a scendere; e Filippo sentì quella mano tremare un pochino nella sua.
Una bella mano che trema, quante cose non dice?
Da quando si conoscevano? Da un mese, cioè dai primi giorni che le
signore Cantelli erano capitate a Venezia. Viaggio e fermata lunga,
tutto era stato per Federigo, che non poteva sperare una licenza per
quella fin d'anno, dopo averne già ottenuto parecchie a brevi
intervalli. Le mamme, per verità, ne vorrebbero una al mese, e si
dolgono delle irragionevoli durezze della disciplina militare, che a
sentirle loro non perderebbe nulla a essere più compiacente; ma è colpa
loro, se han voluto i figliuoli ufficiali di terra o di mare. Ed anche a
Venezia, così presso a Federigo, non potevano mica averlo sempre in
compagnia: quel benedetto servizio aveva le sue esigenze quotidiane.
Perciò altri doveva supplire alle assenze di Federigo, mettendosi a
servizio delle signore Cantelli.
Naturalmente, c'era in prima riga Raimondo Zuliani, l'amico del
banchiere Anselmo, e in continua relazione d'affari con lui. Ma anche
Raimondo aveva le sue ore impegnate: poteva fare una visitina, ed anche
a brevi intervalli, non già mettersi a loro disposizione per visitar
chiese, palazzi e musei. Si sa, quando per una ragione o per l'altra si
capita in una città ragguardevole, in una città storica, ricca di
memorie, di capolavori, di meraviglie d'ogni genere, è obbligo di veder
tutto, per mostrar poi alla gente di non aver viaggiato come bauli.
L'arsenale lo avevano visto con Federigo, che era là come in casa sua, e
ne faceva gli onori. San Marco, i Frari, la Salute e le altre chiese
maggiori si potevano vedere via via nei giorni festivi, in occasione
della messa. Ma il Palazzo dei Dogi, ma l'Accademia, il Museo Correr, i
palazzi del Canal Grande, almeno i più singolari, i più celebrati, non
si potevano visitare senza la compagnia di qualche amabile cicerone, che
per l'appunto non fosse un cicerone di piazza.
Per questo ufficio il signor Brizzi, messo anche lui a disposizione
delle signore, non parve a breve andare l'uomo più adatto; molto
amabile, sicuramente, quantunque a modo suo, ma niente cicerone; ed
egli, dopo tutto, era più utile al banco. O allora? Allora, quale
occasione più favorevole dell'amico Aldini? Quello era proprio l'uomo,
amabile che nulla più, cicerone perfetto, e padrone di tutto il suo
tempo, non avendo niente da fare; condizione invidiabile, checchè si
voglia argomentare in contrario.
E qui diciamo di lui tutto quello che occorre, per non averci a
ritornare con cenni e notizie a spizzico, che paian venire di
contrattempo, e intralcino ad ogni modo il racconto. Filippo Aldini era
stato ufficiale di cavalleria, e in quella divisa era capitato quattro
anni addietro alla guarnigione di Padova. Da Padova si è in un salto a
Venezia, e di quei salti il tenente Aldini ne aveva già fatti parecchi.
A Venezia, un bel giorno, che è che non è, prese la risoluzione di
lasciare il servizio. Lo avevano forse attratto i cavalli di San Marco?
Sia lecito immaginarlo, in mancanza di notizie più esatte. Quanto al
servizio, lo poteva piantar lì senza scrupolo, non avendo egli presa la
via delle armi coll'intenzione di percorrerla intiera. Era ricco,
direte. No, non era ricco. Ricchissima era stata la sua famiglia,
d'antico ceppo parmense; ricchissima sotto i cessati governi; ma in due
o tre generazioni di oziosi aveva trovato il modo di andarsene a rotoli.
Il mutuo e l'ipoteca, due invenzioni pestifere! Al conte Filippo Aldini,
morto il padre e pagati i debiti della successione, restava appena una
tenuta dell'alto Parmigiano, senza ipoteche, grazie al cielo, e che
poteva rendere ancora un anno per l'altro le sue ottomila lire. Mettiamo
tra restauri e miglioramenti un migliaio di lire: un altro migliaio
all'agente, incaricato di riscuotere e di trasmettere; ne avanzavano
ancora seimila. Solo com'era, modesto nelle abitudini, temperato nei
desiderii, con seimila lire d'entrata poteva campare. Il vivere non era
caro a Venezia; ed egli, poi, rinunziava necessariamente al cavallo. La
sua esistenza trascorreva placida in apparenza, uniforme e cheta nei
suoi andamenti, come una gondola sull'acque morte della Laguna. Giovine
di bell'aspetto, intelligente, garbato, serio e discreto, piaceva alle
donne, e non dava sui nervi agli uomini come tanti farfalloni
vanagloriosi. Aveva le sue rimesse da Parma, pagabili presso il banco
Zuliani, e da questa circostanza era nata la sua relazione con Raimondo,
che aveva preso a volergli bene assai presto. L'amicizia è come l'amore;
nasce come e quando le pare. Del resto, così serio e garbato com'era,
l'Aldini non poteva non piacere a Raimondo, che se ne fece tosto un
amico, e a breve andare un compagno inseparabile. Raimondo Zuliani aveva
l'animo aperto e schietto; quando si dava, si dava intiero. Per contro,
aveva l'amicizia invaditrice; l'amico era la cosa sua; se avesse potuto,
ne avrebbe fatto il suo schiavo; per intanto lo considerava come il suo
alunno, il suo pupillo, il suo fratello minore, a cui egli dovesse dar
consiglio, indirizzo, protezione efficace.
Con questo suo modo d'intendere l'amicizia, non poteva certamente
piacergli molto che l'amico suo, così ricco di belle doti, e così
intelligente, non facesse nulla, non si occupasse utilmente di nulla.
Filippo Aldini passava, sì, alle volte, qualche ora a dipingere, cieli e
marine, casupole e barche di pescatori, su tavolette alte una spanna e
larghe in proporzione; un grazioso talento, quello, per farsi merito con
qualche famiglia di amici e di conoscenti, che gradisse il presente del
bozzettino; ma ci voleva ben altro che quattro fregacci, tirati giù a
punti di luna, per diventare un pittore, e metter l'arte a profitto.
Leggeva, più spesso, leggeva anzi ogni giorno, riviste, trattati
scientifici, romanzi e viaggi; ma a che gli serviva tutto ciò? Leggere
le pubblicazioni più recenti, tenersi al fatto delle novità
intellettuali, è una bellissima cosa, ma non può dirsi un lavoro; ci si
nutre lo spirito, non ci si guadagna un soldo, e troppi se ne buttano
via dal libraio. Raimondo Zuliani, che sapeva spendere, aveva anche
imparato a guadagnare, e non ne perdeva mai l'uso.
Ma infine, egli faceva il banchiere, e i suoi cominciamenti erano stati
modestissimi. Poteva forse applicare la sua regola al caso di Filippo
Aldini? Anch'egli, finalmente, senza avvedersene, o senza
scandalizzarsene troppo, cedeva all'autorità della massima volgare, che
un nobile, barone o conte, marchese o duca che sia, non è tagliato pel
lavoro fruttifero. Va bene che il lavoro nobilita; ma ciò significa che
il lavoro è fatto per chi non è nobile ancora, potendo per contro levare
la nobiltà, o per lo meno offuscarla, a chi già la possiede;
ragionamento che va, o par che vada, a filo di logica, e non fa neanche
una grinza.
Un'altra considerazione più seria aveva persuaso Raimondo, chetati i
suoi dubbi, i suoi timori di fratello maggiore. Solo al mondo, e modesto
nelle sue abitudini, con quelle seimila lire nette all'anno, l'amico suo
poteva vivere e fare in società una discreta figura. Non giocasse; era
il punto essenziale. Ma l'amico suo aveva in orrore le carte. Così il
fratello maggiore uscì d'apprensione, e non pensò più alla utilità d'un
proficuo lavoro; egli intanto mulinava altri disegni. Con quella
gioventù, con quella bella presenza, con quel titolo, poi, con quel
titolo, destinato ad avere il suo valore, specie se titolo autentico,
non derivato dal _motu proprio_ di chi ne fa pompa, non c'era caso che
Filippo Aldini facesse un bel matrimonio, un matrimonio brillante? Il
matrimonio brillante è quello in cui da una delle due parti entrano
molti quattrini, a fortificare l'alleanza dei cuori. Raimondo Zuliani,
che per sè non aveva preso un soldo di dote, ragionava così per una
volta tanto, seguendo l'opinione dei più. Finalmente, si trattava della
felicità di Filippo, del suo inseparabile amico, del suo fratello
minore; senza contare poi questo, che, felice egli stesso nel
matrimonio, avrebbe ammogliato l'universo mondo.
Ma dov'era la ricca erede da gittar nelle braccia del suo carissimo
Aldini? Non la trovava lì per lì da nessuna parte, e molto meno a
Venezia. Qualche grosso patrimonio esisteva ancora sulle Lagune, specie
nel ceto patrizio, e le ragazze con una dote vistosa, o con vistose
speranze, non ci mancavano davvero. Ma c'era un guaio, che alla
perspicacia di Raimondo non doveva sfuggire. Si poteva egli credere che
le famiglie patrizie, dai nomi illustri, risalenti alla "Serrata del
Gran Consiglio", sentissero il gusto di rinunziare alle alleanze tra
loro, e il bisogno di accettare un "conte di terraferma" con seimila
lire d'entrata? Non di là, dunque, non di là, bisognava orientarsi, e
molto saviamente Raimondo ne aveva smessa l'idea.
La sposa, per quel conte, doveva venir di lontano alla sua immaginazione
sempre sveglia; e doveva venire dopo due anni d'attesa, due anni che
infine gli erano serviti per conoscer meglio l'Aldini e per stimarlo di
più; tanto in quei due anni l'amico suo aveva guadagnato ancora in
serietà, rompendola asciuttamente con certe galanterie da vagheggino, e
a grado a grado liberandosi da tanti perditempi del suo primo anno di
vita veneziana. Ah, quella figliuola del suo collega di Milano; altro
che dote patrizia! E dote e spillatico, e grandi speranze in vista; ci
aveva da esser tutto senza risparmio. Il banchiere Anselmo era uomo da
milioni; poteva guadagnarne ancora, sebbene avesse ristretta di molto la
sua cerchia d'affari; ma appunto perchè l'aveva ristretta, non c'era da
temere che ne perdesse. E infine, soltanto tra due figliuoli, Federigo e
Margherita, andava spartito il suo patrimonio.
Ed era bella, Margherita, il che non doveva guastare; e dotata di un
carattere d'oro, senza ombra di vanità, nè d'orgoglio per la bellezza
sua, o per le ricchezze della sua casa. Se si fosse potuto combinare! E
perchè no? Il banchiere Anselmo era venuto su quasi dal nulla; sua
moglie del pari; e formavano una coppia virtuosa, a cui la ricchezza era
stata una giusta ricompensa, ma non aveva offuscato il sentimento delle
sue modeste origini. Se nutrivano ambizioni, queste potevano risguardare
soltanto i loro figliuoli; e già se ne scorgeva un indizio nella
carriera scelta da essi per Federigo. E per Margherita? Un titolo, senza
dubbio, sarebbe andato benissimo, accompagnato a quel fiore di bellezza
e di grazia. E il giovane che portava quel titolo, apparteneva ad una
nobiltà di vecchia data; non era neanche un pezzente; non era un
vizioso, ma un gentiluomo e un galantuomo a tutta prova. Come avrebbe
detto di no il signor Anselmo, trovando un partito sotto ogni aspetto
così conveniente? e soprattutto quando la signorina Margherita vedesse
di buon occhio il conte Aldini? Ora, di questo il signor Raimondo non
dubitava neanche. Gli dava noia piuttosto di non aver pensato prima a
quella stupenda occasione, col rischio di lasciarsela sfuggire di mano.
Ma a farlo a posta, non che sfuggirgli, l'occasione era venuta incontro
al suo desiderio. Bisognava agguantarla pel ciuffo; e Raimondo era stato
pronto ad allungare la mano.
Così, senza dir nulla ad alcuno, lasciando che ogni cosa andasse da sè,
come l'acqua per la sua china, Raimondo aveva condotto all'albergo
Danieli il conte Filippo Aldini, presentandolo come il suo migliore,
anzi l'unico amico, quasi un altro sè stesso, alle signore Cantelli. Il
giovinotto era stato ricevuto benissimo, con un fare alquanto
impacciato, ma con evidente bontà, dalla signora Eleonora; con grazia
semplice e schietta dalla signorina Margherita. Il discorso,
naturalmente, era caduto sul gran numero di belle cose che c'erano da
vedere a Venezia. E perchè la signora Eleonora aveva accennato ad una
fermata piuttosto lunga, più che giustificata dal desiderio di
trattenersi quanto più potesse col suo Federigo, il quale tra non molto
doveva imbarcarsi per un viaggio assai lungo, il conte Aldini si prese
amabilmente la briga di stendere a voce una specie di elenco,
distribuito per settimane, delle gite che la signorina Margherita
avrebbe potuto fare, osservando, senza troppo stancare la mamma, tutto
ciò che offriva Venezia allo studio di una viaggiatrice tanto
intelligente, e capace di gustare ogni cosa notevole nella storia,
nell'arte, ed altresì nell'industria paesana. Questa, infatti, non
andava trascurata, poichè l'industria era in Venezia una cosa tutta
particolare, ed artistica al sommo.
E l'aveva tenuta a lungo sospesa alle sue enumerazioni, inframmezzate di
giuste considerazioni, di sentenze argute o profonde, passando
dall'industria antica alla moderna, che rinnovellava le bellezze
dell'antica, ai musaici del Salviati, ai vetri filati di Murano, ai
merletti policromi dello Jesurum. Raimondo, nell'atto di discorrere
colla signora Eleonora, gongolava in cuor suo di sentire i due giovani
chiacchierare con tanta animazione, come se già si conoscessero da un
anno.
-- Ed ora, -- pensò egli, -- il giovinotto farà la sua corte. Già, la
paglia, messa accanto al fuoco, non può far che non bruci. --
In quella prima visita si era subito combinata una doppia gita insulare,
a Murano ed al Lido; onde la necessità per Filippo Aldini di ritornare
la mattina seguente al Danieli, per accompagnar le signore. Aveva fatto
da cicerone artista a Murano, da cicerone paesista al Lido, trovando
anche il tempo da far da cicerone erudito nell'isolotto di San Lazzaro,
in quel celebre convento dei padri Mechitaristi e nella loro famosa
biblioteca orientale. Due giorni dopo, faceva la sua terza visita, per
condur le signore a vedere qualche palazzo sul Canal Grande; ma a questo
giro storico ed artistico bisognava rinunziare, essendo la signora
Eleonora leggermente infreddata e costretta perciò a star riguardata
nella sua camera.
Filippo non ebbe dunque altro da fare che quattro ciarle di passata
colla signorina Margherita. Voleva infatti congedarsi presto; ma non ne
fece nulla, tanto la conversazione si era animata tra loro. Il discorso
era caduto su Parma, dove Filippo era nato, e dove la signorina
Margherita aveva passato alcuni giorni in quell'anno medesimo. Che bella
città! Quante cose anche laggiù da ammirare! Margherita ricordava quel
campanile alto alto, di fianco alla facciata del Duomo, quel campanile
che si muoveva, oscillando visibilmente sulla sua base ad ogni rintocco
della campana maggiore: poi quel battistero lì presso, così strano coi
suoi fregi di marmo, tutti a rilievi di animali simbolici; e il ricco
museo, coi bronzi di Velleia, e la biblioteca ricchissima, col Virgilio
manoscritto, tutto di pugno del Petrarca, e la pinacoteca maravigliosa,
coi capolavori del Correggio. Margherita possedeva un senso
squisitissimo d'arte, tale da piacer sommamente a Filippo, che era mezzo
pittore; e gli aveva notato, per esempio, nella Madonna detta di San
Gerolamo, quella guancia della Maddalena, veduta in iscorcio, resa con
tanta delicatezza di tocco, che nessuno, copiando, aveva potuto
esprimere fedelmente, nè col pennello, nè col bulino, mai più.
Finalmente, passando ad altro, gli aveva toccato della storia di Parma,
della famiglia di lui, che vi era stata in grande onore nei secoli
andati.
Ma come sapeva ella mai tante cose? La signorina Margherita appagò
facilmente la curiosità di Filippo. Al babbo avevano proposta la compera
di una tenuta sul territorio parmense, verso Montechiarugolo; ed egli,
per andarla a vedere e risolversi, aveva condotta con sè la figliuola.
Così ella aveva veduto, osservato, studiato tante cose; così del resto
ella faceva, dovunque il babbo o la mamma la conducessero. Perciò aveva
notato anche il palazzo Aldini, il quale del resto attirava facilmente
gli sguardi, con quei due Telamoni di pietra che fiancheggiavano
l'ingresso, sostenendo il terrazzino del primo piano.
-- Ahimè! -- sospirò Filippo, -- il palazzo da gran tempo ha mutato
padrone. Quel che possiedo ancora a Parma è in campagna.
-- Lo riscatti; -- disse Margherita. -- È tanto caratteristico! e in una
bella strada, presso Santa Lucia. --
Filippo non rispondeva altrimenti che con un mezzo sorriso.
-- Ma sì, -- incalzò la fanciulla. -- Deve riscattarlo. La casa degli
antichi è sacra; se per qualche cagione si è perduta, bisogna riaverla!
E per riaverla non c'è che una cosa, volere.
-- Crede Ella che basti?
-- Per cominciare, sì; -- rispose Margherita; -- e "chi ben comincia è
alla metà dell'opra". Le cito un verso, che non so di chi sia; ma è
tanto vero! Lo ripete spesso il mio babbo.
-- Vedrò di volere; -- conchiuse Filippo. -- Ella mi fa riprendere amore
al mio nido. --
E pensava frattanto con grata meraviglia alle rare doti di quella
ragazza, alla sua serietà di carattere, alle sue cognizioni, alla
grazia, alla nobiltà del suo spirito, veramente notevoli. Se alla prima
visita egli aveva incantata coi suoi ragionamenti la signorina
Margherita, alla terza ella incantava lui. Ma più incantato di tutt'e
due sarebbe rimasto Raimondo Zuliani, se fosse stato là, dietro un
uscio, a sentirli. -- Si va a gonfie vele -- avrebbe egli detto tra sè,
non senza stropicciarsi le mani.
Ma non c'era; e quel giorno, sul tardi, quando Filippo Aldini si recò al
palazzo Orseolo per fare la sua visita settimanale ai coniugi Zuliani
dopo l'ora del pranzo, Raimondo non ebbe a saper nulla di quel
colloquio, che a lui sarebbe riuscito così importante e piacevole. Egli
dovette contentarsi di chiedere all'amico dove avesse quella mattina
accompagnate le signore Cantelli.
-- In nessun luogo; -- rispose Filippo. -- La signora Eleonora era
infreddata, ed io mi sono ritirato in buon ordine. --
Era poco, era niente; ma Raimondo non aveva ragioni per desiderare di
più.
-- Ebbene, -- entrò a chiedere la signora Zuliani, -- che impressione le
ha fatto la signorina Cantelli?
-- Impressione! -- ripetè Filippo, sconcertato.
-- Sì, voglio dire come Le è parsa?
-- Eh, non c'è male. --
Ma qui Raimondo aveva dato un balzo sulla scranna.
-- Non c'è male! Non c'è male! Così te ne sbrighi, assassino? La
signorina Margherita è un angelo. --
Filippo si strinse nelle spalle, non avendo da dire nè di sì, nè di no.
La signora Livia, dal canto suo, si era creduta in obbligo di mettere un
sordino alle volate del consorte.
-- Per sua norma, signor conte, -- diss'ella, -- mio marito trova angeli
dappertutto.
-- Non dappertutto, -- replicò Raimondo, -- ma dove sono. E che io me ne
intenda è già dimostrato, non ti pare?
-- Questo vorrebb'essere un complimento.
-- No, ma una verità sacrosanta. --
Così dicendo, il felice Zuliani batteva delicatamente della palma sulla
candida mano di sua moglie. N'ebbe un sorriso, il meno che gli si
potesse dare in premio della sua galanteria. L'idilio coniugale non
giungeva certamente nuovo a Filippo Aldini, che garbatamente levò gli
occhi in alto, pensando. Aveva ancor egli il suo piccolo idilio
nell'anima; poteva dentro di sè vagheggiarlo. È questo il segreto di
molti silenzi, e di molte distrazioni, nell'uomo.
Margherita era un angelo davvero, un angelo di bellezza e di bontà.
Serena senza sforzo, modesta senza ostentazione come senza scioccheria,
sapeva molto e non ne faceva pompa, neanche quando l'occasione potesse
giustificare una certa solennità di discorso. Con tanta grazia
penetrante, unita ad una così sfolgorante bellezza, colpiva al primo
incontro, e colpiva in pieno; bisognava amarla senz'altro. Filippo aveva
preso fuoco, necessariamente; ma si era anche saputo dominare, lì per
lì, proprio in quel punto, e per le istesse ragioni che lo avevano fatto
ardere, alle evocazioni gentili della sua città natale, della sua gente,
del suo palazzo, che bisognava riscattare, fortemente volendo. Quel
fuoco, a mala pena divampato, si era chiuso nel cuore di lui, per
isforzo violento della sua volontà; doveva restar lì, vivo ma cheto,
come quello che cova sotto la cenere. E cenere; ahimè, non ne mancava in
quel cuore.
Fu ancora uno sforzo di volontà la sua risoluzione di non ritornare una
quarta volta dalle signore Cantelli? Una simile risoluzione parrà
strana, o non parrà, secondo che si consideri il caso di Filippo Aldini.
Certo, quando s'incontrano donne come quella, che pareva un angelo a lui
non meno che all'amico Zuliani, bisogna amarle senza misura, senza
ritegno, da pazzi; e la cosa è chiarissima, perchè di quelle donne non
se ne incontrano due nella vita. Ma ancora bisogna fuggirle; e questo
non è meno evidente, chi si trovi nelle condizioni di Filippo Aldini.
Buon sire Iddio! Se quella angelica creatura è ricca, troppo ricca per
noi, non si potrebbe egli credere, nel mondo sciocco e cattivo, che si
volesse fare un matrimonio d'interesse, il matrimonio brillante, che
sorrideva, per utilità di Filippo, alla ferace fantasia di Raimondo
Zuliani?
Il conte Aldini non ritornò dunque per la quarta volta al Danieli. O,
per dire più esattamente, ci ritornò, colla ferma intenzione di non
salire le scale, ma di chieder notizie della signora Eleonora, e
lasciare un biglietto da visita, a prova della sua sollecitudine per la
salute di lei. La signora, per fortuna, era ristabilita del tutto, e
fuori, per l'appunto, in compagnia della figliuola; ottima occasione per
lasciare quel biglietto di visita, a testimonianza di un dovere
compiuto, e non soltanto del desiderio di chieder notizie. Dopo quel
giorno, se s'imbatteva per via nelle signore Cantelli, faceva un gran
saluto, e magari una fermatina di convenienza, per barattar quattro
parole, non osando accompagnarle, nè offrirsi in nulla al loro servizio.
Naturalmente, la signora Eleonora non gli chiedeva: "perchè non vediamo
più il nostro cicerone, così garbato e così utile nei primi giorni che
l'abbiamo conosciuto?" Nè questo, nè altro di simile, si poteva dir mai;
che sarebbe stato sconveniente, come se davvero le signore avessero
creduto di prendere ipoteca su lui; e d'altra parte, come sappiamo, la
signora Eleonora stava sempre un pochino in sussiego, facendo meno
parole che le fosse possibile. Pareva orgogliosa, con quella sua aria e
con quella sua andatura intirizzita. Nel fatto era una creatura di
mediocre istruzione, ma di grande buon senso; e taceva molto, temendo
sempre di dir qualche cosa che non fosse a punto e virgola. Donna rara!
Occupatissimo al suo banco in quella fin d'anno, Raimondo Zuliani non
aveva chiesto, nelle sue rare e brevi apparizioni al Danieli, se l'amico
Aldini fosse assiduo al suo ufficio di cicerone. Si meravigliò forte
quando sentì finalmente che non si lasciava veder troppo. Oh, ma ci
avrebbe messo buon ordine lui. Perciò quell'alzata d'ingegno del
brindisi; e l'aveva rinfrancata con altri argomenti, scendendo le scale
del palazzo Orseolo, per accompagnar le signore Cantelli fino
all'imbarco. Là, alla svolta d'un pianerottolo, prendendo pel braccio il
suo Pilade, gli aveva bisbigliato all'orecchio:
-- Senti, o la sposi, o non ti conosco più per amico. --