Pentiti, don Giovanni!
San Silvestro era venuto, ma solo soletto, portando sul Canal Grande,
nell'antico palazzo abitato dai signori Zuliani, una lettera di Belluno.
La signora Livia ci aveva azzeccato; lettera o telegramma che fosse, la
mamma, come si soleva chiamare in famiglia la vecchia signora Adriana,
avrebbe scritto di non potersi muovere. Ragione, o pretesto? Pareva una
ragione, poichè la lettera parlava di un nipotino che era a letto colla
rosolia; pareva un pretesto, poichè la lettera soggiungeva non trattarsi
di cosa grave, bensì di una forma benigna, assai benigna, di quella
inevitabile malattia da bambini. Ma infine, pretesto o ragione che
fosse, il piccino voleva sempre la nonna al suo capezzale, e non c'era
modo di spiccarsene. Raimondo lesse, e sospirò, com'era il suo fare; ma
non aggiunse parola.
Così, anche su d'un altro punto, aveva ragione sua moglie; avevano corso
il rischio di essere in tredici per la cena del capo d'anno. Bisognava
ad ogni costo mettere il sequestro, sulla persona del signor Brizzi; e
il sequestro fu messo quella mattina, appena Raimondo ebbe fatto ritorno
al suo banco.
Il signor Brizzi era il segretario del banco Zuliani, il braccio destro
di Raimondo, quello che faceva andare la macchina, e diciamo pure la
zecca, poichè era una macchina da far quattrini. L'onestà certamente è
la base d'ogni commercio; e quantunque molti ne facciano senza, non
bisognerà credere che sia utile imitarli, perchè allora si fabbrica
sulla rena, e le case generalmente non durano. All'onestà, per cui la
casa Zuliani era omai proverbiale, il signor Antonio Brizzi, grande
scritturale nel cospetto del Signore, aggiungeva una diligenza
scrupolosa, una prontezza mirabile, una esattezza esemplare, per cui la
macchina bancaria andava come un orologio: s'intende, come un orologio
che va, e che va bene; due cose che non sono di tutti gli orologi.
Compiamo il ritratto morale del signor Antonio Brizzi, soggiungendo
ch'egli era un vecchio scapolo. Ad ammogliarsi prima gli era mancato il
tempo; e di ammogliarsi poi non era più tempo. E non se ne doleva; che
anzi! Era uomo di gusti semplici, che la compagnia d'una donna avrebbe
sempre un po' contrariati; si contentava di poco, non ispendendo la metà
di quel che guadagnava, tanto che gli amici lo accusavano di essere omai
diventato milionario, o giù di lì. "Soprattutto giù di lì", rispondeva
egli ridendo; "tanto giù, che più sotto c'è il Canale". Unico suo spasso
e suo unico sfoggio era il fare un po' lunga la fermata serale al
_Cappello Nero_, dove faceva i suoi pasti, in compagnia di quattro o
cinque amici, stagionati e senza famiglia come lui, coi quali si
cambiavano due chiacchiere sul più e sul meno, framezzandole con qualche
sorso di Murano, o di Valpolicella.
Non si stava già sulle cerimonie, con loro. Le cerimonie lo seccavano a
morte, e per questo non si ritrovava bene in casa del suo principale, in
quei ricevimenti sempre un pochettino solenni, o che a lui parevano
tali; dove bisognava star sulla vita, fare il bocchino, gesticolar poco
o nulla, e parlare in punta di forchetta, fra giovinotti inamidati,
vecchi incerettati e signore infarinate. I giovinotti inamidati lo
mettevano in soggezione, i vecchi incerettati gli facevano rabbia, le
signore infarinate gl'incutevano un religioso terrore. Si trattava poi
di una soltanto; chè la signora Livia, salvo in circostanze singolari, e
veramente costretta dal suo ufficio di padrona di casa, non ne
sopportava di più. Ma quella c'era sempre, buon Dio, come obbligata in
chiave, e gli pareva una stonatura. Povera contessa Galier di San Polo,
così amena, così facilona, e la prima a ridere delle sue infarinature
ostinate! Ma il signor Brizzi era fatto così; si ritrovava male con le
dame. C'era quella sola? Pagava per tutte.
Conoscendo l'umore del suo segretario, Raimondo Zuliani aveva dovuto
attaccarlo col solito preambolo.
-- So che vi dò noia, mio caro Brizzi; ma voi mi scuserete, perchè non
posso fare altrimenti. Mia moglie conta su voi, questa sera; ed io, poi,
anche conoscendo le vostre inclinazioni, debbo contarci come lei. Alla
cena del buon augurio non potete, non dovete mancar voi, che siete il
mio amico migliore. E poi, che volete? Si resterebbe in tredici, senza
di voi; è dunque necessaria la vostra presenza.
-- Allora al fuoco, e senza risparmio, come a Malghera; -- disse ridendo
il signor Brizzi.
Ridendo, sì, ma a denti stretti, e perciò non di gusto, come faceva al
_Cappello Nero_. Li aperse bene, quella sera sul tardi, per maledire la
falda e tutto il resto dell'abbigliamento cerimoniale, che aveva dovuto
cavar dall'armadio. E nondimeno, quando ebbe finito di vestirsi, non era
più tanto feroce. Uscito dal suo quartierino in vicinanza dei Frari,
venuto alla riva e sceso in gondola, dopo aver gittata al gondoliere la
frase "al palazzo Orseolo", le sue invettive cominciarono a condirsi di
qualche amenità; segno che quell'ottimo signor Brizzi si veniva bel
bello rassegnando al suo fato.
-- Ebbene, vecchia mia, -- diceva egli, abbottonando su quella povera
falda i due petti del suo palandrano, -- sei contenta d'essere uscita
dall'armadio, ove meritavi di restare fino alla mattina del giudizio
universale? Con tante grinze, farai la tua bella figura! E tu, piastrone
di tela batista, lustro e sodo come un piatto di porcellana, le vorrai
bere, le tue goccioline di caffè e di liquori, non è vero? Strano! --
soggiunse il signor Brizzi, accomodandosi meglio che poteva sui neri
cuscini del _felze_. -- Ci sono quei cari giovinotti, che non si
macchiano mai. Forse per questo portano i baffi tirati all'insù, che
paiono tanti gatti arrabbiati. E noi.... e noi, poveri vecchi, li
portiamo voltati all'ingiù, come tanti Cinesi. Ecco il guaio! --
Il signor Brizzi, come abbiamo sentito da lui, era stato tra i difensori
di Malghera. Fedele ai ricordi del patrio risorgimento, portava baffi e
pizzo all'italiana.
A piè della gradinata del palazzo Orseolo approdava un'altra gondola,
donde smontarono dopo il signor Brizzi altri due invitati di casa
Zuliani. Tutti e tre, scambiata una stretta di mano, salirono, giungendo
proprio gli ultimi all'appello. Nel gran salotto della signora Livia era
già adunata, disposta in crocchi, secondo il caso o le affinità
elettive, una fiorita compagnia; "le donne, i cavalier, l'armi...."; sì,
anche l'armi, rappresentate da Federico Cantelli, nella sua severa
uniforme di sottotenente di marina. Quanto agli "amori" potevano essi
mancare? Dove son donne e cavalieri, è più facile azzeccar gli amori che
l'armi.
-- Così tardi? -- chiese amabilmente la signora Livia, stendendo la sua
bella mano al signor Brizzi.
-- Padrona, -- rispose l'ameno segretario, inchinandosi, -- abbia la
bontà di scusare un povero villano, che non ha voluto venire con le mani
vuote. Come vede, ho portato questi due forestieri. --
E contento della sua barzelletta, si trasse da un lato, per lasciar
passare alla cerimonia dello _shake-hand_ il cavalier Lunardi e il
maestro di musica.
Raimondo respirò per sua moglie. Coi tre ultimi arrivati si era
quattordici in punto. Ma non respirò il signor Brizzi, trovandosi là in
mezzo a tante persone elegantissime, specie davanti a signore, con le
quali non poteva già bastargli una frase in burletta, come quella che
aveva finito di dire alla padrona di casa, e sua. Conosceva le signore
Cantelli; era anzi stato una volta all'albergo per ossequiarle e
mettersi ai loro ordini, quando erano arrivate a Venezia: ma si sentiva
impacciato con esse, particolarmente colla signora Eleonora, sempre così
contegnosa e così avara di parole. Benedetta la contessa Galier di San
Polo, che poteva essere infarinata più del convenevole, se non del
necessario, ma infine, viva la faccia sua tinta e ritinta, parlava
sempre lei, e non c'era altra noia che di starla a sentire. Noia, poi!
Si dice così per dire. La contessa era amenissima; colla sua parlantina
avrebbe messo di buon umore un convento di trappisti.
Più impacciato del nostro ottimo Brizzi appariva il signor conte Filippo
Aldini. Che la presenza delle signore Cantelli mettesse in soggezione
anche lui? Non era da credere. Filippo Aldini era un elegante
inappuntabile, un giovinotto alla moda, rotto alla vita dei salotti;
sebbene non frequentasse più molte case, come prima faceva assai
volentieri, restava sempre quello di prima, nella bella padronanza di
sè, dei suoi atti e delle sue parole, disinvolto e misurato ad un tempo,
sobrio nel gesto, parco nella celia, ma pronto a scoccarla con aria
tranquilla, che non pareva affar suo, come se avesse detta la cosa più
semplice e più naturale del mondo. Non si confondeva mai; confondeva gli
altri, piuttosto.
Perchè dunque appariva allora tanto diverso? Che fosse ammalato?
Raimondo Zuliani, senza far tante indagini, notando solamente la novità
della cosa, ebbe compassione di lui; e venutogli accanto, lo aveva
tratto bel bello verso le signore Cantelli, a cui l'amico non si era
ancora fatto vivo altrimenti, che con un rispettosissimo inchino.
-- Posso io presentare il mio amico Aldini? -- aveva detto Raimondo,
facendo bocca da ridere.
-- Ella sa bene, signor Zuliani, di averci già fatto questo regalo; --
rispose la signora Eleonora con gran degnazione, e, cosa più insolita,
abbozzando perfino un sorriso. -- È vero nondimeno che incontriamo il
signor Aldini piuttosto raramente.
-- Lo incontrano! -- esclamò Raimondo. -- Non è egli dunque tornato a
riverirle? Davvero davvero, non riconosco più il mio Filippo, il re dei
cavalieri. --
Filippo Aldini sorrideva a stento, sudando freddo, e balbettando qualche
frase scucita. La nessuna importanza sua.... il timore di essere
importuno.... E frattanto si guardava attorno, come se cercasse
soccorso. Da chi, povero Aldini, da chi? Ah, bene aveva pensato quel
giorno di darsi ammalato! Sentiva allora che l'idea era buona. Peccato
che gli fosse parsa ridicola, tanto che non ci si era fermato su, e non
aveva scritto quel bigliettino di scusa a Raimondo, magari mettendosi a
letto, per non esser colto in flagranti di bugia, dal più caldo, dal più
prepotente degli amici! Si pentiva allora, si pentiva amaramente di non
aver colta a volo l'idea, balenata nella mattina al suo spirito, come
unica e vera àncora di salvezza che gli porgeva un buon genio.
Bisognava dunque discorrere; e Filippo Aldini si adattò a mettere
qualche frase meno scucita di costa a quelle del suo amico Zuliani. Ma
appena Raimondo non fu più là in sostegno, lasciò languire la
conversazione, e ringraziò nel profondo dell'animo il cavaliere Lunardi,
che si avanzava a riverire la signora Eleonora. Nè solamente lo
ringraziò, ma subito ne prese occasione a ritirarsi in buon ordine, per
andare a discorrere colla signora Galier. Là solamente si sentiva al
sicuro.
La conversazione si era venuta animando. Ma qualche timido accordo al
pianoforte ottenne il suo effetto. "Cascano i filinguelli al paretaio",
ha detto il poeta; tutti s'accostano al cembalo. C'è chi domanda una
romanza dello Schubert, chi uno scherzo del Grieg, chi un minuetto del
Boccherini. Il maestro di musica ha tutta questa roba sulla punta delle
dita. Ma soprattutto c'è chi vuol sentire il re degli istrumenti
musicali, la voce umana, specie se è voce di soprano, o di mezzo
soprano. Del resto, in un salotto, son tutte voci di soprano sfogato. La
padrona di casa non canta più, almeno così ella dice; e si capisce che
dica così, per far figurare qualche graziosa invitata. Si pregherà
dunque la signorina Cantelli. E la cara Margherita non si fece pregar
molto. Pensava giustamente, la bellissima fanciulla, che tanto e tanto
avrebbe dovuto dire di sì; il meglio era dunque di dirlo subito. Aveva
una voce stupenda; cantò con metodo eccellente e con raro sentimento
l'_Ideale_ del Tosti, domandato dal cavalier Lunardi, il grande
romantico della compagnia. La signora Livia si era appressata al cembalo
per sentir meglio. Fu amabilissima; applaudì con ardore, e fece perfino
un miracolo, simulando l'atto di abbracciare la gentil cantatrice.
-- Tutto bene! -- disse mentalmente Raimondo, stropicciandosi le mani in
un angolo del salotto. -- Così la mamma fosse venuta, che non avrei più
nulla a desiderare! --
Ma non si può aver tutto, in questo povero mondo. E non potè aver tutto
il cavaliere Lunardi, che dopo l'_Ideale_ del Tosti, chiedeva già per
grazia l'_Amore, Amor_ del Tirindelli. Un uscio si era aperto, una
portiera di broccato si era sollevata, ed appariva nel vano il colossale
Giovanni in vistosa livrea, coi guanti bianchi come la neve; piacevole
apparizione di granatiere rubizzo, che proferì poche parole, ma buone:
"La signora è servita".
La signora, la padrona di casa, doveva far l'obbligo suo. Fatto un cenno
al marito, che offriva subito il braccio alla signora Cantelli, prendeva
il braccio del signor Telemaco; un pezzo grosso della finanza, che siamo
dolenti di non aver meglio specificato, ed ora, per far le cose a
dovere, sarebbe un po' tardi. Poi volgendosi verso Filippo Aldini, gli
disse a mezza voce:
-- Signor Aldini, offra il braccio alla contessa Galier. --
L'Aldini s'inchinò col suo fare misurato, ed obbedì prontamente.
-- Ah, che bel cavaliere! Ringiovanisco; -- gridò quella graziosa matta
della contessa, che non voleva esprimere a mezza voce il suo gradimento.
La signora Livia sorrise; poi si rivolse al Lunardi.
-- Cavaliere, -- gli disse, -- offra il braccio alla signorina Cantelli.
-- E con un leggero ammiccar degli occhi ebbe l'aria di soggiungere: --
È contento di me?
-- A questo modo, -- esclamò il cavaliere Lunardi, per fare il paio
colla vecchia contessa, -- ringiovanisco ancor io. --
La signora Livia fece un bel gesto d'invito a tutti gli altri, perchè
volessero seguire la marcia come credessero meglio. Si era tutti amici
vecchi di casa, perciò in gran confidenza; ed alcuni fecero l'atto, non
ammesso dai manuali dell'etichetta, di offrirsi il braccio tra uomini.
Il signor Brizzi, ad esempio, ci passò per signora, un po' stagionata a
dir vero, accettando il braccio che gli offriva il Gregoretti, bel tipo
di mattacchione, e alle sue ore anche poeta.
Si traversò un secondo salotto che già conosciamo, e si mosse di là
verso la sala da pranzo, il cui uscio spalancato lasciava vedere tutto
uno sfolgorìo di lampade di bronzo dorato e di candelabri antichi, tra i
cui viticci venivano ad innestarsi, come frutti luminosi, le pere
cristalline della luce elettrica. Al soffitto di legno, partito a
cassettoni e rosoni, anch'essi dorati, si armonizzavano le credenze e le
cristalliere di legno nero, intagliato a fogliami, a fiorami, a
rabeschi, a mascheroni, a putti, a draghi, ad uccelli fantastici. Falso
Cinquecento, sicuramente; ma anche falso sta bene, dà un nobile
carattere alle case, parendo invecchiare con esse le famiglie troppo
moderne, che si sono felicemente arrampicate a metterci il nido.
La tavola era uno splendore di cristallame, d'argenteria, di porcellana
e di fiori. In vece del solito _chemin de table_, che è graziosissimo e
può essere sommamente caro come lavoro di mani gentili, ma che è pure
economico la parte sua, potendo andare in bucato, attraversava la
tovaglia in linea diagonale un nastro enorme, artisticamente pieghettato
e rigirato a onde, a staffe, a nodi, allacciando qua e là mazzi di rose
fresche, di orchidee, di miosotidi, ed altre fioriture contro stagione.
Quella era la novità ultimissima del buon gusto; così andava fatto,
fosse pur condannato ad essere disfatto la mattina seguente. Buon lusso
costoso delle cose destinate a perire! Ma la nave degli Zuliani aveva il
vento in poppa, e dispiegava liberamente tutta la sua velatura.
Contegnosi da principio e parchi di parole, i nostri commensali si
animarono gradatamente, al saltar dei turaccioli, all'acciottolìo dei
piatti, al cozzar dei bicchieri. Il chiacchiericcio si diffuse da un
capo all'altro della tavola: si stava bene, si andava anzi di bene in
meglio; si aprivano i cuori, si snodavano le lingue. Il cavaliere
Lunardi fu garbatissimo colla signorina Margherita, che con un
interlocutore sessagenario poteva essere più loquace, mostrando tesori
di senno, di cultura e di grazia. Amenissima poi la contessa Galier, tra
l'Aldini, che non si mostrava più tanto impacciato, e il signor Brizzi,
collocato suo cavalier di sinistra. Così aveva disposto la padrona di
casa, per compensarlo di quel sacrifizio, di quel tradimento dovuto fare
al suo _Cappello Nero_.
Intanto questo appariva in casa Zuliani, questo era evidente, tra tanti
fumi del vin del Reno, di Borgogna, di Xères, di Caluso e d'altri siti;
che i vecchi erano più animati, più allegri, perfino più arguti dei
giovani. Nessuna maraviglia; forse è perchè i vecchi hanno meno tempo
davanti a sè, in paragone dei giovani, e fanno profitto di quel poco che
avanza. Quanto a dedurne che sia per maggiore esperienza della vita, non
ne credete niente; e vecchi e giovani son tutti ragazzi ad un modo.
In mezzo al chiacchiericcio generale, che già pareva un principio della
confusione delle lingue, che è che non è, salta un turacciolo con
formidabile scoppio; ne salta un altro, ne saltan parecchi; il vino di
Sciampagna gorgoglia, ribolle, sfavilla, spumeggia nei calici di
mussolina fusa in cristallo, o di cristallo fuso in mussolina, come vi
piacerà. Era quello il momento solenne dei brindisi. E si capì allora
perchè il Gregoretti, quel grazioso mattacchione, non avesse dato alla
conversazione tutto ciò che avrebbe potuto e dovuto. Il disgraziato
aveva un brindisi in corpo, e in versi, per giunta, in versi veneziani,
scoppiettanti, sfavillanti come il vin di Sciampagna, che gli stava
dinanzi, e di cui aveva sorseggiata la prima spuma quasi per prenderne
ispirazione.
Si era fatto silenzio, vedendo nell'atteggiamento e nel gesto del
personaggio la promessa del brindisi. E il Gregoretti incominciò,
celebrando in graziose strofe i meriti straordinarii dell'anno allora
allora finito. Il che era contro l'usanza, per verità; ma si sapeva bene
che il Gregoretti non faceva mai niente a modo degli altri. A suo
giudizio, l'anno andato meritava ogni lode, non avendo recato nessun
dispiacere a lui, nè agli amici suoi; e questo era molto, anzi poco
mancava che non fosse tutto. Sì, buon Dio, si poteva anche ammettere che
non fosse stato nè carne nè pesce. Ma il suo successore, il neonato, non
si sapeva ancora che diavolo sarebbe riuscito.
E il vecchio, poi, era anche finito bene: ci pensassero un pochino, i
signori commensali; era finito stupendamente per tutta una gentile
brigata, sotto l'incanto della bellezza accompagnata alla grazia. Occhi
soavi, amabil sorriso.... E più avrebbe detto il poeta, perchè c'erano
da enumerare i pregi a centinaia. Ma siccome il ritratto sarebbe stato
poi sempre inferiore all'originale, egli prendeva consiglio da quei
pittori da dozzina, che dopo aver disegnata e colorita con tutta l'arte
che possiedono la figura del committente, gli pongono in mano una
lettera, colla soprascritta bene in vista, per istruzione del pubblico.
Il nome, di quella bellezza, di quella grazia incantevole, doveva egli
proferirlo? Non era già pronto a scoccare, sulle labbra di tutti? Animo,
via, lo dicessero pur tutti con lui, senza timore di guastargli la
chiusa, lo dicessero tutti a gara, quel nome grazioso, "quel nome caro
ai Veneziani" della signora.... E qui una sospensione, che permetteva a
tutti di prorompere in coro: "Livia Zuliani".
La signora Livia Zuliani, udendo quella enumerazione di pregi femminili,
e indovinando che col suo nome sarebbe andata a finire, si era fatta via
via d'un bel colore vermiglio; a suo vantaggio, senza dubbio, perchè
prima d'allora, diciamolo pure, con tutta la sua risoluzione di fare a
mala sorte buon viso, era stata un po' verde.
Tra gli applausi e gli evviva dei suoi convitati, la bella nervosa,
atteggiate le labbra al sorriso, levò il suo calice, accostandolo
cortesemente a quello del suo poeta. Ed anche, sorridendo sempre e
ringraziando, dovette ripetere la cerimonia con tutti.
Raimondo era in estasi: vedeva tutto vermiglio, come il volto della sua
Livia. Ma non poteva star sempre lì, in contemplazione della propria
felicità; da buon padrone di casa, doveva darsi moto, tener desto il
fuoco della allegrezza ne' suoi convitati.
-- L'anno vecchio ha ottenuto il suo elogio; -- disse egli; -- chi farà
l'elogio del nuovo?
-- Tu; -- gli rispose il Gregoretti.
-- Io? Non son poeta; e dovrei tesserlo in prosa.
-- In prosa, da bravo; purchè sia prosa robusta.
-- Se non sarà, non vorrete mica accopparmi; -- conchiuse Raimondo, che
già sentiva venir l'estro ad una seconda versata che i servi facevano in
giro.
Levò allora il suo calice, e così prese a parlare, con intenzione
d'esser solenne:
-- Signore e signori, onde questa casa è onorata, auguro a tutti voi che
il nuovo anno sia lieto, come furono a me i sette che lo hanno
preceduto. Esaudisca egli il voto che gli esprimo.... -- soggiunse
l'oratore, ispirandosi d'un subitaneo pensiero, e versando sulla
tovaglia un mezzo dito del suo vino, -- .... il voto che gli esprimo
libando a lui, come un sacerdote antico, con questo roseo dorato
liquore.
-- Bene osservato; il roseo dorato è una particolarità della vedova
Clicquot; -- disse il Gregoretti, guardando contro la luce il suo
calice.
-- La vedova, -- rispose Raimondo Zuliani, cogliendo quella volta
l'ispirazione dalle parole dell'amico, -- la vedova è stata moglie;
parliamo dunque del matrimonio. Non senza ragione vi accennavo i miei
sette anni felici. A voi, scapoli impenitenti! aiutate con buone
risoluzioni l'adempimento del voto che io ho formato poc'anzi, e il
nuovo anno vi colmerà delle sue benedizioni. Chi vorrà dare l'esempio?
Voi, amico Brizzi, non è vero?
-- Me ne guardi il cielo! -- gridò il signor Brizzi, facendo un gesto
d'orrore.
-- E perchè? -- domandò Raimondo. -- Vi conosco e vi stimo da gran
tempo, mio caro, e so che non fate e non dite mai cosa su cui non
abbiate pensato due volte. --
Il signor Brizzi si avvide di non aver pensato neanche una a ciò che gli
era uscito allora di bocca. Era stato un grido dell'anima; e bisognava
attenuarlo con qualche spiegazione.
-- Perchè? -- rispose. -- È presto detto, il perchè. Renderei infelice
la donna che avesse la cattiva ispirazione di accettar la mia mano. Son
vecchio, sapete? son vecchio.
-- Ma che? -- entrò a dire la contessa Galier, che non voleva sentir
parlare di malinconie. -- Vecchio è chi muore.
-- Signora contessa, la prego di credere che ho passati i cinquanta. Il
matrimonio non è più fatto per me, salvo il caso di voler saldare
insieme due cocci scompagnati. Con che gusto, poi? con che utile per la
società? Pensiamo alla società, miei signori; è anche di moda. E
concludiamo; il matrimonio è fatto pei giovani. --
Raimondo avrebbe volentieri abbracciato il suo segretario. Senza
volerlo, senza pensarci neanche, quell'ottimo signor Brizzi gli dava la
mano, tirandolo dov'egli intendeva per l'appunto avviarsi.
-- E allora rivolgiamoci ai giovani; -- ripigliò. -- Auguriamo per
esempio al conte Aldini la felicità ch'egli merita. Sei al momento
buono, mio caro Filippo. È perchè i voti del capo d'anno sono
privilegiati su tutti, io ti auguro con maggior fede una sposa degna di
amore e di stima.... perchè non lo direi? come la mia.
-- Raimondo! -- esclamò la signora Livia. -- Mi farete arrossire. --
E più avrebbe detto, tanto era seccata. Ma le bisognava rattenersi, star
lei in riga, se non sapeva starci il suo signore e padrone. Ah, quella
benedetta varietà di vini dei pranzi e delle cene solenni! Manda i fumi
alla testa, snoda le lingue, fa dir sciocchezze agli uomini serii,
troppe sciocchezze; e con una insistenza, poi, con una insistenza degna
di miglior causa.
A farlo a posta, il suo signore e padrone insisteva.
-- Ebbene, sì, che c'è egli di male? Viva la sincerità. Son tutti amici,
qui, d'antica data, e strettissimi; gradiranno ch'io parli come penso.
Sarebbe ipocrisia in me il tacer loro che sono felice. Credi a me, dolce
amico; -- soggiunse, volgendosi all'Aldini; -- segui l'esempio di chi ti
vuol bene. Io bevo intanto alla tua fidanzata. --
Filippo era sulle spine; e doveva mostrarsi tranquillo, accogliendo
lietamente gli augurii dell'amico Raimondo.
-- Senza conoscerla! -- esclamò egli, tanto per dire qualche cosa.
-- Eh, pensiamo se tu, almeno tu, non te ne sarai formato un'idea! --
incalzò Raimondo. -- Nella mente d'un giovinotto, o nel cuore, la futura
compagna della vita c'è sempre, immagine vaga, da principio, ma che a
poco a poco va prendendo i precisi contorni di una giovine e conosciuta
bellezza. Dico bene?
-- Ottimamente! -- gridò il Gregoretti. -- Dopo la prosa robusta, ci dai
la prosa elegante, la prosa poetica.
-- L'argomento ne franca la spesa; -- rispose Raimondo, i cui occhi
andavano come per incanto verso la signorina Margherita.
La fanciulla teneva i suoi molto bassi, avendo l'aria di voler
aggiustare una piega della sua sopravveste. Ma intanto si era fatta un
po' rossa, dal sommo della fronte fino alla radice del collo. E stava
bene così, era più bella che mai, mettendo in mostra il volume dei
capelli neri, ondati e lucenti, che sull'incarnato del viso luccicavano
due volte tanto, con mobili riflessi turchini. Bella e divina creatura!
Un poema, l'aveva dichiarata il Gregoretti, quella medesima sera,
vedendola per la prima volta nel salotto della signora Zuliani. Perchè
poi un poema? Ci sono tanti poemi brutti! e tanti altri mediocri!
Ma il paragone, antico oramai, doveva essere stato fabbricato nel tempo
che di poemi, in Italia, si conoscevano soltanto i divini, quei tre che
tutti sappiamo; dopo i quali, chiudi e sigilla, che il conto è fatto.
-- Dunque, -- ripigliò il Gregoretti, tenendo bordone a Raimondo, --
vogliamo bere alla futura sposa del nostro Aldini? Egli è qui l'unico
scapolo in età da pentirsi. Péntiti, don Giovanni! --
Eh, don Giovanni nel profondo del suo cuore non avrebbe chiesto niente
di meglio. Ma lì per lì sentiva corrersi un brivido per l'ossa.
-- Anche tu? -- diss'egli volgendosi al Gregoretti, con aria tra confusa
e seccata.
-- Anch'io, sicuro, e tutti quanti siam qui, a volerti bene. Péntiti,
don Giovanni! --
Filippo Aldini guardò intorno a sè, con occhi smarriti, come d'uomo in
punto d'affogare. Tutti, col calice in mano, gli ripetevano la medesima
frase. "Péntiti!" diceva il Ruggeri; "péntiti!" il signor Telemaco, che
in verità non diceva nulla, ma consentiva col gesto, e nel gaio concerto
delle voci pareva aggiungere la sua. Ma era dunque una congiura? un
colpo premeditato?
-- Lo senti? Te lo dicono tutti in coro; -- gridò Raimondo Zuliani,
ridendo a più non posso. -- Péntiti, don Giovanni! --
E si rivolgeva, ciò detto, alla sua Livia, come per invocarne l'aiuto.
-- Ma sì, -- aggiunse allora la signora Zuliani, con la sua vocina
sottile, e accompagnandone il suono con un moto grazioso della sua
testina bionda, -- perchè non si pentirebbe, don Giovanni? --
Filippo Aldini era fuori di sè dalla stizza. Ma egli sentì che a durarla
ancora un tratto, sarebbe diventato ridicolo, con quella cera da
funerale, in mezzo a tanta allegria che pareva volersi rovesciar tutta
su lui. A farlo a posta, anche la padrona di casa si metteva dalla parte
dei canzonatori.
Accettò dunque l'invito, come se fosse stato un comando; levò il suo
calice, lo vuotò fino all'ultimo sorso, e rispose con accento risoluto:
-- Sia, poichè tutti lo vogliono; mi pentirò. --
Ebbe naturalmente un applauso da tutti; e dopo l'applauso un premio
speciale dal Gregoretti.
-- Così va bene; -- disse il poeta mattacchione. -- Fin da domani metto
la Musa in molle, e ti preparo l'epitaffio. --
Voleva dire l'epitalamio. Ma già la lingua incominciava a tradirlo.