nell’impazienza di abbattere la preda. La meravigliosa prontezza ed
agilità giovarono assai a Buck. Girando sulle gambe posteriori, e
morsicando e squarciando, egli era pronto ad ogni assalto, presentando
sempre la stessa fronte apparentemente intatta; girando rapidamente
su se stesso e difendendosi da tutti i lati. Ma per impedire ch’essi
gli girassero alle spalle, fu forzato a indietreggiare, giù, oltre
lo stagno, e nel letto del torrentello, sino a che giunse contro un
banco di ghiaia assai alto. Indietreggiò abilmente riparando in un
angolo retto del banco che gli uomini avevano fatto durante i loro
scavi; e rifugiato in quell’angolo, protetto da tre lati, non ebbe
altro da fare che difendersi di fronte. E così bene si difese, che dopo
mezz’ora i lupi indietreggiarono sconfitti. Le lingue di tutti essi
erano fuori, a penzoloni, e i denti bianchi brillavano in modo crudele
alla luce lunare. Alcuni erano accovacciati per terra ma con le teste
alte e gli orecchi tesi; altri rimanevano in piedi, sorvegliandolo;
ed altri ancora bevevano acqua allo stagno. Un lupo, lungo, magro e
grigio, s’avanzò cautamente, in maniera amichevole, e Buck riconobbe il
fratello selvatico col quale aveva corso una notte ed un giorno. Esso
mugolava dolcemente. Quando Buck mugolò a sua volta, si toccarono il
naso.
Allora un vecchio lupo, scarno e pieno di cicatrici, s’avanzò verso
di loro. Buck contrasse le labbra, preparandosi a un ringhio, ma poi
toccò il naso dell’altro, annusandolo. Ciò fatto, il vecchio lupo
s’accosciò, e, puntato il naso alla luna, si mise a ululare. Anche gli
altri s’accosciarono e ulularono. Ormai il richiamo giungeva a Buck con
accenti chiarissimi. Egli pure s’accosciò e ululò. Finito ch’ebbe di
ululare, egli uscì dal suo angolo, e il branco gli si affollò attorno,
annusando in modo tra amichevole e selvaggio. Poi i capi mandarono
un guaito di richiamo al branco, e si lanciarono nel bosco. Il lupi
li seguirono ululando in coro. E Buck si mise a correre con loro, al
fianco del fratello selvatico, ululando mentre correva.
E qui può ben finire la storia di Buck. Non passarono molti anni, e gli
_yechats_ osservarono un cambiamento nella razza dei lupi della selva;
vedendone alcuni con macchie brune sulla testa e sul muso, e con una
striscia di pelo bianco nel mezzo del petto. Ma un fatto più notevole
raccontano gli indiani; parlano dell’esistenza di un Cane Spettrale che
corre alla testa del branco di lupi. Essi hanno paura di questo Cane
Spettrale, perchè è più furbo dei lupi, ruba nei loro accampamenti,
durante i terribili inverni, spoglia le trappole, uccide i cani, e
sfida i più bravi cacciatori.
Ma la storia diventa anche più truce. Narrano di cacciatori che non
ritornano più all’accampamento, di cacciatori che i loro compagni di
tribù hanno trovato con le gole crudelmente squarciate, tra impronte
di lupo, sulla neve, più grandi delle impronte di qualsiasi lupo. Ogni
autunno, allorchè gli _yechats_ seguono il movimento degli alci, si
fermano davanti una valle nella quale non osano penetrare. E vi sono
delle donne che diventano tristi quando si racconta, intorno al fuoco,
come lo Spirito del Male abbia scelto quella valle per dimora.
Tuttavia, l’estate, appare un visitatore in quella valle; un visitatore
del quale nulla sanno gli indiani. È un grande lupo dal mantello
meraviglioso, simile e pur diverso da tutti gli altri lupi. L’animale
attraversa, solo, il monte ridente di boschi, e scende in uno spazio
aperto tra gli alberi; dove un ruscelletto giallo sorge tra imputriditi
sacchi di pelle di alce, e s’affonda nella terra. E tra le alte erbe
che crescono dove il ruscello scompare, e tra muschi che ne nascondono
il giallore al sole, egli rimane assorto per qualche tempo; poi ulula e
se ne va.
Ma egli non è sempre solo. All’approssimarsi delle lunghe notti
invernali quando i lupi seguono le loro prede nelle valli più basse,
lo si vede correre alla testa del branco, alla pallida luce lunare o
alla luce fioca delle aurore boreali; e balzare come gigante tra i suoi
compagni, e precederli, ululando coll’ampia sua gola il canto del mondo
più giovane, il canto del branco.
FINE
IL FIGLIO DEL LUPO.
L’uomo stima di rado la donna secondo il giusto merito, se non quando
rimane privo della sua compagnia. Egli, di solito, vive immerso
nell’atmosfera femminile, nella quale, in certo modo, si lagna, senza
sospettar neppure quant’essa sia penetrante. Ma il giorno in cui essa
gli manca, comincia a farsi, nell’esistenza dell’uomo, un vuoto che
s’ingrandisce sempre più. Allora l’uomo aspira vagamente a qualche cosa
di poco definito, ch’egli non è capace di spiegarsi in che consista.
Se ha per caso degli amici inesperti come lui, questi scuotono il
capo guardandolo e gli raccomandano un rimedio energico. Senonchè il
malessere s’accresce, col tempo; i piccoli fatti della vita quotidiana
perdono importanza, ai suoi occhi, sinchè, alla fine, un bel giorno,
il vuoto gli diventa insopportabile e l’animo gli si illumina di nuova
luce, a un tratto.
Quando questo accade nel paese bagnato dal Yukon, l’uomo che si trova
in tali condizioni morali si procura subito una barca, se può, oppure
attacca i cani a una slitta, se l’inverno è rigido, e si dirige verso
il sud.
Dove, se ha fiducia nel progresso del paese, ritorna mesi dopo,
conducendo con sè una donna che sarà partecipe della sua confidenza
e, all’occorrenza, della fatica. Questo ci mostra l’egoismo innato
nell’uomo e ci fa ricordare le disavventure di «Scruff» Mackenzie, nel
tempo in cui il paese non era ancora invaso dall’afflusso dei nuovi
avventurieri, i _che-cha-quas_, e il Klondyke era noto solo per la
pesca del salmone.
L’aspetto di Scruff Mackenzie mostrava ch’egli era nato sul confine e
c’era vissuto. Il suo viso portava i segni di venticinque anni di lotta
incessante contro la Natura, nella sua vita più aspra e più selvaggia.
Egli aveva trascorso gli ultimi due anni, più difficili e più duri
di tutti, a cercare tastoni l’oro che ai trova all’ombra del cerchio
polare artico.
Quando la solitudine incominciò a pesargli, egli non fu punto sorpreso
della cosa, da uomo pratico che aveva conosciuti altri colpiti a quel
modo: non manifestò, esteriormente, alcun segno di sofferenza, anzi, si
rimise al lavoro con maggiore applicazione di prima.
Durante tutta l’estate lottò contro le zanzare africane e lavorò nei
terreni auriferi di Stuart River, per potere provvedersi d’una quantità
doppia di viveri.
Quindi, ammassato un certo numero di tronchi d’alberi, costrusse una
zattera sulla quale seguì il corso del Yukon sino a Forty Mile, dove
costruì una delle più graziose capanne dell’accampamento. Quella
capanna era così comoda, che parecchi gli fecero la proposta di
abitarvi e di vivere, da buoni compagni, con lui; ma egli distrusse
subito le loro speranze con poche parole dure, risentite e sbrigative,
e comperò provviste abbondanti, sì, ma per due persone. Scruff
Mackenzie era, come si vede, un uomo pratico: quando aveva bisogno di
qualche cosa, riusciva di solito a procurarsela, ma senza incomodarsi
più del necessario. Sebbene avvezzo alle fatiche più penose, non aveva
però nessuna voglia di fare prima un viaggio di novecento chilometri
sul ghiaccio, poi un secondo sul mare — duemila chilometri circa, —
quindi, un terzo viaggio di circa mille e cinquecento chilometri a
piedi, per andare, in fin dei conti, in cerca di una donna. No: la vita
gli pareva troppo breve, per agire così. Egli attaccò i cani, fissò
sulla slitta un carico molto originale, e partì lungo la grande pianura
che, digradando in occidente, viene irrigata dalle sorgenti del Tanana.
Era un viaggiatore infaticabile, e aveva dei cani-lupi che, pur
consumando razioni minime di cibo, potevano percorrere un lungo cammino
e compiere maggior lavoro di qualsiasi altro tiro in tutta la regione
bagnata dal Yukon.
Tre settimane dopo, egli giunse a un accampamento di cacciatori della
tribù degli Sticks, stabilitisi lungo il Tanana; i quali furono colpiti
della sua audacia, giacchè non godevano buona reputazione, ed erano
giustamente malfamati per avere uccisi parecchi bianchi allo scopo di
toglier loro delle inezie, come un’accetta o una carabina in cattive
condizioni. Pure, Scruff Mackenzie s’avanzò solo tra essi, con un’aria
che conciliava in modo meraviglioso umiltà, familiarità, _sang-froid_,
e insolenza.
Occorrevano una profonda conoscenza dell’indole dei barbari e una
grande finezza di tatto per usare armi così diverse, ma il nostro
eroe era diventato maestro in quest’arte, e sapeva, secondo i casi,
mostrarsi remissivo o minacciare con accento di collera olimpica.
Egli andò diritto al Capo Thiling-Tinneh, e gli fece un profondo
inchino offrendogli una libbra di tè nero e una di tabacco,
conquistandosi, così, immediatamente, le buone grazie del capo. Poi
s’unì agli uomini e alle ragazze e annunziò che avrebbe dato, la sera,
un _potlach_[2].
Entro un rettangolo di circa cento piedi di lunghezza, e venticinque di
larghezza, fu battuta la neve sino a formarne una superficie compatta,
e preparato nel centro un gran fuoco, mentre con rami di abete veniva
formata come una cinta adorna ai due lati. I membri della tribù, una
settantina circa, lasciate le loro capanne, incominciarono a cantare
delle canzoni popolari in onore dell’ospite.
In due anni di dimora in quelle regioni, Scruff Mackenzie aveva
imparato le poche centinaia di parole che formano il vocabolario
di quelle popolazioni, impadronendosi dei loro suoni gutturali
e assimilando, al tempo stesso, il loro frasario giapponese, le
costruzioni e le particelle onorifiche. Di modo che pronunziò un
discorso secondo il loro gusto, avendo cura particolare di soddisfare
il loro istintivo amore di poesia con voli d’eloquenza grossolana
e contorsioni di metafore. Quando Thiling-Tinneh e il Shaman[3] gli
ebbero risposto con lo stesso tono, egli fece dei piccoli regali agli
uomini e incominciò a cantare con loro, poi prese parte al loro gioco
dei cinquantadue bastoni, nel quale era molto forte.
E quei selvaggi fumarono il suo tabacco e erano contenti. Ma i
giovanotti assunsero un atteggiamento di diffidenza. Serpeggiava tra
loro come un’aria di sfida, che le allusioni chiare delle vecchie e i
sogghigni delle ragazze rendevano palese.
Essi avevano conosciuto pochi bianchi. — o «Figli del lupo», com’essi
dicevano — ma da costoro avevano appreso strane lezioni.
Scruff Mackenzie, quantunque mostrasse un’aria d’indifferenza, si
rese ben conto di quello stato d’animo; e durante la notte seguente,
tutto raccolto nelle sue pelliccie, riflettè seriamente ai casi suoi
e meditò, pur fumando numerose pipe, il da fare. Tra quelle ragazze,
una sola gli piaceva, ed era, nientemeno, la figlia del capo della
tribù, la bella Zarinska, che per lineamenti, taglio della persona ed
andatura, impersonava un tipo di bellezza bianca, in modo da sembrare
una specie di anomalia fra le altre ragazze della tribù. Egli l’avrebbe
condotta con sè, come moglie, e ne avrebbe mutato il nome in quello
di Geltrude. Così deciso, egli si voltò su un fianco e s’addormentò
subito, da vero figlio di razza conquistatrice.
Ottenere quell’intento, però, non era facile; occorreva molta abilità
per riuscire. Scruff Mackenzie si comportò con molta accortezza
e ostentando un’indifferenza che metteva in imbarazzo gli Sticks.
Egli seppe, con molta cura, convincere gli uomini della sua abilità
di cacciatore fanatico e di buon tiratore; così che da un estremo
all’altro dell’accampamento si sparsero le lodi della sua bravura,
quando uccise un moose[4] a cinquecento metri.
Visitava, di sera, la capanna del Capo Thiling-Tinneh, tutta adorna
di pelli di moose e di cariboo; e parlava dandosi grandi arie,
distribuendo generosamente tabacco, non trascurando di far partecipe
dello stesso onore il Shaman; giacchè egli si rendeva conto del
prestigio che questa specie di medico esercitava sul popolo ed era
ansioso di farsene un alleato. Ma costui, ch’era sdegnoso ed altero,
non si lasciò corrompere, e Scruff Mackenzie lo incluse, giustamente,
nel numero di quelli che gli si sarebbero voltati contro.
Mackenzie, non intravvedendo la possibilità di rimanere solo
con Zarinska, le rivolse degli sguardi incendiari che rivelavano
chiaramente le sue intenzioni; mentre lei, che aveva intuito, si
circondava, da civettuola qual’era, d’uno stuolo di donne, ogni
qualvolta gli uomini uscivano, e Mackenzie, aveva l’occasione
desiderata. Ma egli da parte sua, non aveva fretta, sapendo che lei
non poteva fare a meno di pensare a lui, e che tenendola costantemente
preoccupata di lui per alcuni giorni, avrebbe potuto attuare meglio i
suoi disegni.
Finalmente, una sera, giudicando il momento propizio, egli uscì
bruscamente dall’abitazione annerita del capo e si diresse alla capanna
prossima. Zarinska era seduta, come soleva, tra donne d’ogni età,
intenta a far _moccasins_ e lavori di perle; così che, quando egli
entrò, tutte incominciarono a ridere, unendo il nome di Zarinska con
quello di lui. Egli le prese, senza riguardo, l’una dopo l’altra e
le spinse fuori, sulla neve, donde partirono in fretta per andare a
divulgare la notizia in tutto l’accampamento.
Rimasto solo, egli difese con calore la sua causa, usando l’idioma
della giovane, che altrimenti, non l’avrebbe potuto comprendere,
non conoscendo altra lingua, ed alla fine, dopo due ore, s’alzò per
andarsene.
Dunque, Zarinska verrà nella capanna dell’uomo bianco? Bene! Ora, vado
a parlarne a tuo padre, che forse non sarà dello stesso parere. Gli
farò molti regali, ma bisogna che non pretenda troppo. E se dice di no?
Bene! Zarinska verrà ugualmente nella capanna dell’Uomo Bianco».
Aveva già sollevato la portiera fatta di pelli di bestie per uscire,
allorchè un’esclamazione soffocata lo richiamò presso la giovane.
Questa gli si inginocchiò davanti sulla pelle d’orso che tappezzava la
capanna, e, arrossendo, da vera figlia d’Eva, gli sciolse timidamente
la pesante cintura. Sorpreso e insospettito, egli la guardava, tendendo
l’orecchio al menomo rumore di fuori. Ma il movimento ch’ella fece poi
allontanò ogni timore, ed egli sorrise dal piacere. Zarinska s’alzò,
andò a prendere nel suo sacco da lavoro un fodero di cuoio di moose
tutto lucente di perle dal ricamo fantastico e tolto il coltellaccio di
caccia di Mackenzie, ne osservò rispettosamente la lama, quasi tentata
di provarlo sul pollice, e l’infilò nell’astuccio. Poi rimise l’arma
nel fodero, al posto solito, alla cintola, proprio sull’anca. Pareva
uno spettacolo medioevale: quello della dama che arma il cavaliere.
Mackenzie rialzò la giovane, e sfiorò coi suoi mustacchi le labbra
vermiglie di Zarinska, che conobbe per la prima volta, la carezza del
Lupo. Fu come l’incontro dell’età della pietra con l’età del ferro.
E fu come un fremito nell’aria, poco dopo, quando Scruff Mackenzie,
portando sotto il braccio un enorme pacco, sollevò la portiera della
tenda di Thiling-Tinneh. I ragazzi correvano, qua e là, portando legna
secche nel luogo dove doveva avvenire il _potlach_; un mormorio di voci
femminili s’udiva sempre più distinto, e i giovanotti, in gruppi, si
consultavano, con aria cupa, mentre dalla tenda dello Shaman proveniva
uno strano rumore, come di scongiuro.
Il capo era solo con la moglie, dagli occhi cisposi. Bastò uno sguardo
a Mackenzie per capire che la notizia era già divulgata; di modo che
affrontò senz’altro la questione, avendo cura di mettere bene in vista
il fodero ricamato, regalo del fidanzamento.
— O Thiling-Tinneh, capo possente degli Sticks e della terra di Tanana,
— esclamò. — Sei tu che regni sul salmone, sull’orso, sul moose e sul
cariboo! L’uomo bianco si presenta a te, per un gran disegno ch’egli
ha concepito, sono ormai trascorse molte lune, ed egli vive ancora da
solitario, in una capanna vuota. Il suo cuore, raccolto nel silenzio,
sospira pensando a una donna che gli segga accanto, sotto la sua tenda,
e gli prepari, al ritorno della caccia, un buon pasto che lo ristori.
Egli ha udito strane cose: il rumore di piccoli passi di bambino e il
suono di voci giovanili che gli giungono di lontano agli orecchi. Una
volta la sua notte di solitario è stata turbata da una apparizione:
egli ha visto il Corvo, che ti è padre, il Gran Corvo, padre di tutti
gli Sticks, e il Corvo ha parlato così all’uomo bianco: «Metti i
tuoi _moccasin_, attacca i pattini e prepara la slitta; mettivi su
delle provviste di viveri per numerosi giorni; e bei regali pel Capo
Thiling-Tinneh. — Quindi volgi gli occhi dalla parte dove il sole è
solito scomparire in piena primavera, e viaggia sino all’accampamento
di caccia del grande capo. Tu gli offrirai magnifici regali, e
Thiling-Tinneh, che mi è figlio, diverrà un padre per te. Sotto la
sua tenda c’è una fanciulla alla quale ho dato vita per te: quella
fanciulla sarà tua moglie».
«Così parlò il Gran Corvo, o capo! E perciò io pongo ai tuoi piedi
numerosi doni e desidero condurre con me tua figlia.»
Con una mossa non priva di maestà, il vecchio s’avvolse nelle sue
pelli, ma indugiò a rispondere, mentre un omuncolo ficcatosi nella
tenda e detto rapidamente che il consiglio, radunato, desiderava il
capo, spariva.
— O Uomo Bianco che abbiamo soprannominato l’Uccisore di Moose, tu sei
noto anche col nome di Lupo e figlio di Lupo. Noi sappiamo che la tua
razza è potente e siamo orgogliosi di averti come ospite, al nostro
pollach, ma il salmone-re, non può far comunione col salmone inferiore,
come non può il Corvo col Lupo.
— Come! — esclamò Mackenzie. — Ma se ho incontrato le figlie del Corvo
negli accampamenti del Lupo! Per esempio, la moglie di Mortimer, la
moglie di Tregidgo, la moglie di Barnabè, che è ritornata due inverni
fa, e ho udito parlare di parecchie altre figlie del Corvo, che però
non ho viste.
— Tu dici il vero, figliuolo, ma sono unioni infelici, come quella
dell’acqua colla sabbia o del fiocco di neve col sole. Hai incontrato
Mason e la sua compagna? No?... È venuto qui dieci corvi di gelo fa:
è stato il primo, di tutti i Lupi. Con lui, c’era un uomo robusto,
grande, diritto come un salcio; forte come l’orso grigio, dalla faccia
senza peli, dal cuore come la luna piena d’estate; il suo...
— Oh! — interruppe Mackenzie, riconoscendo in quello l’uomo noto in
tutto il Nord, — è Malemute Kid!
— È lui, un uomo fortissimo. Ne hai visto mai la moglie? Pareva sorella
gemella di Zarinska.
-No, capo, non la conosco, ma ne ho sentito parlare. Mason, giù, giù
nel Nord, è stato schiacciato da un enorme vecchissimo abete; ma il
suo amore era grande ed egli possedeva molto oro. Mediante quest’oro,
sua moglie ha potuto viaggiare col figlio per molti giorni alla volta
del paese dove si vede il sole a mezzo inverno; e là essa vive. Non più
geli, nè neve, nè sole a mezzanotte, d’estate, nè notti a mezzogiorno,
d’inverno.
Giunse un secondo messaggero che portò una chiamata urgente del
Consiglio. Mackenzie, nel respingerlo fuor dell’uscio, sulla neve,
intravvide con un rapido sguardo alcuni uomini curvi davanti al fuoco
del consiglio; indi le profonde voci basse degli uomini che cantavano
a coro, ritmicamente, e comprese che il Shaman eccitava la collera del
popolo contro di lui. Bisognava sbrigarsi... allora si volse al Capo:
— Insomma, io desidero tua figlia. E ora guarda: Ecco tabacco, per
te, un gran numero di vasi pieni di zucchero, coperte che riscaldano,
fazzoletti belli e grandi, infine una carabina, una vera carabina con
molte palle e polvere.
— No. — replicò il vecchio, resistendo alla tentazione di tutte quelle
ricchezze esposte davanti a lui — ormai il mio popolo è adunato; non
vuole questo matrimonio.
— Non sei tu il loro capo?
— Certo; ma i giovani sono furiosi perchè i Lupi hanno preso le ragazze
della tribù ed essi non possono ammogliarsi.
— Ascolta, o Thiling-Tinneh: prima che alla notte succeda il giorno,
il Lupo avrà già preso con i suoi cani la via delle montagne dell’Est,
diretto al paese del Yukon e Zarinska andrà avanti ai cani.
— E prima che metà della notte sia trascorsa, i miei giovani forse
avranno dato in pasto ai cani la carne del Lupo e disseminato le sue
ossa sulla neve, dentro la quale rimarranno sepolte, sino al giorno in
cui, la primavera le scoprirà.
Minaccia opposta a minaccia. La faccia abbronzata di Mackenzie divenne
rossa, d’un rosso cupo; egli alzò la voce. La vecchia moglie rimasta
sino a quel punto spettatrice impassibile, cercò di svignarsela
strisciandogli accanto verso la porta. Il canto degli uomini cessò
di botto; si udì, però un gran mormorio quando Mackenzie respinse
rudemente la vecchia sul tappeto di pelle.
— Torno a gridartelo: Ascolta, o Thiling-Tinneh! Il Lupo muore a denti
stretti, e con lui, dieci uomini, i più forti fra i tuoi, cadranno,
uomini necessari, giacchè è appena incominciata la stagione della
caccia e quella della pesca sarà fra poche lune. E poi, a che ti
gioverebbe la mia morte? Io conosco le costumanze del tuo popolo; tu
avrai la minima parte delle mie ricchezze, che, invece, potranno essere
tutte tue se mi dai tua figlia. E poi... i miei fratelli verranno, e
sono numerosissimi, e la loro fame non è mai sazia. E le figlie del
Corvo partoriranno nei capanni del Lupo. Il mio popolo è più grande del
tuo. Così vuole il Destino. Concedimi ciò che chiedo, e tutte le mie
belle cose saranno tue.
S’udiva un pestìo di _moccasins_, di fuori, sulla neve. Mackenzie
caricò la carabina e preparò due rivoltelle che aveva nella cintura.
— Accetta, o capo!
— Sarà il mio popolo a dir di no!
— Accetta, e queste ricchezze saranno tue. Penserò io a intendermela
poi col tuo popolo.
— Giacchè il Lupo vuole così, io prendo i pegni... ma ti ho avvisato.
Mackenzie gli consegnò tutti i regali, avendo cura, però, di scaricare
la carabina e aggiungendo, come segno di gradimento e conclusione del
patto, un fazzoletto di seta screziata di varî colori.
A questo punto, ecco entrare il Shaman, accompagnato da una mezza
dozzina di giovanotti. Subito, Mackenzie s’aprì arditamente un varco
tra essi, spingendoli con le spalle, e uscì dalla tenda.
— Preparati per la partenza, — fece con un tono reciso a Zarinska,
a mo’ di saluto, nel passare davanti alla tenda di lei. Poi andò in
fretta ad attaccare i cani.
Pochi minuti dopo, giungeva, alla testa del tiro, in pieno consiglio.
La donna gli stava allato. Egli si collocò nella parte più alta del
rettangolo, accanto al capo, e mise Zarinska alla sua sinistra, un po’
indietro, al posto che le spettava, anche perchè appressandosi l’ora
della lotta, era bene che avesse le spalle salve.
Da ogni lato, gli uomini, accosciati attorno al fuoco, cantavano ad
alta voce un motivo popolare, ricordando un passato da lungo tempo
dimenticato.
Misterioso, a pause cadenzate, con un ritornello ossessionante, quel
canto era tutt’altro che bello; l’aggettivo _terribile_ non basta
neppure a definire la sensazione che suscitava. All’altra estremità del
rettangolo, danzavano cinque o sei donne, sotto l’occhio del Shaman, il
quale sgridava severamente quelle che non s’abbandonavano con tutto lo
slancio che ci voleva, di solito, in quelle occasioni. Mezzo nascoste
sotto la greve massa dei loro capelli neri che ricadevano in disordine
fino alla cintola, esse ondeggiavano lentamente, ora indietro, ora in
avanti, facendo oscillare i loro corpi secondo il ritmo, che mutava
continuamente.
Era uno spettacolo strano, anacronistico: mentre nel mezzogiorno, il
secolo XIX moriva con gli ultimi anni della sua ultima dècade, lì,
l’uomo primitivo, frammento negletto del Vecchio Mondo, fioriva, quasi
come al tempo degli abitatori delle caverne preistoriche. I cani lupi,
dal pelo fulvo erano coricati tra i loro padroni coperti di pelli di
bestie o si facevano largo in mezzo ad essi. I loro occhi sanguigni e
le loro bocche colanti schiuma riflettevano i rossi chiarori del fuoco.
I boschi dormivano, indifferenti, sotto un bianco lenzuolo, e il gran
silenzio ricacciato, a quell’ora, ai margini delle foreste, pareva
rifugiarsi in fondo in fondo; le stelle danzavano nella volta turchina,
come accade di solito al tempo del gran freddo: mentre gli spiriti del
polo trascinavano le loro vesti splendide attraverso i cieli.
Scruff Mackenzie ebbe un concetto approssimativo, della grandezza
selvaggia, di quello spettacolo, quando percorse collo sguardo i due
filari di abeti, per rendersi conto del numero degli assenti. E lo
sguardo si posò, un momento, su un neonato che succhiava il seno di sua
madre.