ululare e fiutava la presenza del cane. Buck uscì lentamente tra gli
alberi, mezzo rannicchiato, col corpo tutto raccolto, la coda diritta
e rigida, le zampe che si posavano con insolita cura. Ogni movimento
annunciava un misto di minaccia e di offerta amichevole. Era quella
la minacciosa tregua che caratterizza l’incontro di bestie selvatiche
da preda. Ma il lupo fuggì, alla vista del cane. Buck l’inseguì con
furiosi salti, preso dal ticchio di raggiungerlo. Lo fece correre in
un canale cieco, nel letto di un torrentello sbarrato da un cumulo di
tronchi d’albero. Il lupo gli si rivolse di colpo, girando sulle gambe
posteriori, come facevano Joe e tutti i cani _husky_ che si trovino
senza via di scampo, ringhiando, col pelo irto, serrando e digrignando
i denti, in una continua e rapida successione di morsi.
Buck non lo assalì, ma gli girava intorno e lo teneva all’erta con
profferte d’amicizia. Il lupo era sospettoso ed aveva paura, chè Buck
gli era tre volte superiore per peso, mentre egli arrivava con la testa
appena alla spalla di Buck. Colto il momento propizio, il lupo balzò
via, e l’inseguimento ricominciò. Ripetutamente egli fu posto nella
impossibilità di fuggire, e ogni volta ripetè il gioco di riprendere
la fuga, quantunque fosse in cattive condizioni. Solo perchè era
in cattive condizioni, Buck poteva facilmente raggiungerlo. Il lupo
correva sino a che sentiva il fiato di Buck sulla sua coscia, e allora
si voltava in atteggiamento di difesa, per poi balzare via ancora, alla
prima opportunità.
Ma alla fine, la pertinacia dì Buck fu compensata: il lupo, accortosi
infine, che il cane non intendeva fargli alcun male, si decise a
scambiare con lui annusamenti. Poi divennero amici, e si misero a
giocare insieme, con quel fare nervoso e mezzo timido, col quale le
bestie feroci smentiscono la propria ferocia. Dopo qualche tempo il
lupo s’avviò a piccolo galoppo in modo che mostrava chiaramente come
andasse in qualche luogo. Egli fece capire a Buck che doveva andare
con lui, ed essi corsero, l’uno al fianco dell’altro, nel crepuscolo
oscuro, lungo il letto del torrentello, per la gola dond’esso usciva, e
attraverso il solitario passo dove sorgeva.
Lungo l’opposto pendio dello spartiacque, essi scesero in una pianura
dove vi eran delle grandi distese di boschi e molti fiumi, e attraverso
a quelle distese di boschi, essi corsero senza arrestarsi, per ore
ed ore, mentre il sole s’alzava più alto e il giorno diveniva più
caldo. Buck era pazzamente contento. Sapeva ch’egli stava finalmente
rispondendo all’appello, correndo al fianco del suo fratello silvano
verso il luogo donde era certamente venuto il richiamo. Vecchie memorie
gli ritornavano rapidamente: egli sentiva mescolarsi con esse come un
tempo si mescolava con la realtà di cui essere erano l’ombra. Sentiva
di avere fatto lo stesso prima, in qualche luogo dell’altro mondo
vagamente ricordato, e rifaceva, ora, la stessa cosa correndo libero
all’aperto, sulla terra non battuta, avendo l’ampio cielo sul capo.
Si fermarono a bere ad un’acqua corrente, e, fermandosi, Buck ricordò
Giovanni Thornton. S’accovacciò per terra. Il lupo si rimise a correre
verso il luogo di dove, certo, era venuto il richiamo, poi ritornò a
lui, annusandolo e facendo atti, come se lo volesse incoraggiare. Ma
Buck girò intorno e prese lentamente a seguire le tracce del ritorno.
Per quasi un’ora, il fratello selvatico corse al suo fianco, mugolando
flebilmente. Poi si sedette sulle anche, puntò il naso in alto, e
ululò. Era un lugubre ululato; e Buck continuando la sua strada a buon
galoppo udì l’ululato affievolirsi sempre più, finchè non si perdette
nella lontananza.
Giovanni Thornton stava pranzando, quando Buck, balzando
nell’accampamento, gli si lanciò addosso, in un impeto d’affezione,
rovesciandolo, tenendolo sotto le sue zampe, leccandogli il volto,
morsicandogli la mano, facendo le solite buffonate, come diceva
Giovanni Thornton, mentre scuoteva Buck su e giù, amorosamente
maledicendolo.
Per due giorni e due notti, Buck non lasciò mai l’accampamento,
nè perdette un momento di vista Thornton. Lo seguiva al lavoro,
lo sorvegliava quando mangiava, lo vedeva la sera andare sotto le
coperte e la mattina uscirne. Ma dopo due giorni, l’appello della
foresta incominciò a risuonare più imperioso che mai. A Buck ritornò
l’irrequietezza, perseguitato com’era dal ricordo del fratello
selvaggio e della terra ridente, di là dal passo, e della corsa a
fianco a fianco attraverso le distese di foreste vergini. Ancora una
volta, ricominciò a vagare nei boschi, ma il fratello selvatico non
ritornò più; e benchè ascoltasse durante lunghe veglie, il lugubre
ululato non fu più emesso.
Incominciò a dormir fuori la notte, rimanendo per giorni interi
lontano dall’accampamento; e una volta attraversò il passo alla fine
del torrentello e scese alla pianura di selve e corsi di acqua. Vagò
per quei luoghi una settimana, cercando invano qualche recente segno
del fratello selvatico, uccidendo la selvaggina durante il viaggio
e proseguendo con quel lungo facile galoppo che sembra non debba mai
affaticare. Acchiappò dei salmoni in un largo fiume che si scaricava in
qualche luogo nel mare, e accanto a questo fiume uccise un grosso orso
nero, acciecato dalle zanzare, mentre anch’esso pasceva, che correva
furioso per la foresta, impotente e terribile. Anche questa lotta dura
risvegliò la ferocia latente di Buck. E due giorni dopo, quando ritornò
alla sua vittima e trovò una dozzina di ghiottoni che si litigavano le
spoglie dell’orso, li disperse, come paglia, e quelli che fuggirono
lasciarono dietro di loro due compagni che non avrebbero mai più
litigato.
Il desiderio del sangue divenne più forte che mai, d’allora. Egli era
un uccisore, un essere che predava, vivendo di cose che vivevano,
senza aiuti, solo, per virtù della propria forza e prodezza,
sopravvivendo trionfalmente in un ambiente ostile dove soltanto i
forti sopravvivevano. A causa di tutto ciò, divenne pieno di un grande
orgoglio di se stesso, che si comunicava come per contagio al fisico,
e gli si svelava in tutti i movimenti, appariva nel gioco d’ogni
muscolo, parlava chiaro nelle movenze del portamento e rendeva il suo
meraviglioso pelame ancor più meraviglioso. Se non avesse avuto delle
chiazze brune sul muso e sopra gli occhi e una macchia di pelo bianco
che arrivava sin quasi a mezzo il petto, egli avrebbe potuto essere
scambiato per un gigantesco lupo, più grosso di qualunque esemplare
della razza. Da suo padre, un San Bernardo, egli aveva ereditato la
grandezza e il peso: mentre sua madre, cagna da pastore, aveva dato
forma a quella grandezza e a quel peso. Il suo muso era il muso lungo
del lupo, soltanto, era più grande di qualunque muso di lupo; e la sua
testa, una testa di lupo ingrandita e massiccia. La sua scaltrezza
era scaltrezza di lupo e di animale selvatico: la sua intelligenza,
intelligenza da pastore e da Sambernardo. E tutto ciò, aggiunto
all’esperienza fatta alla più feroce delle scuole, lo rendeva una
creatura formidabile quanto qualsiasi essere vagante nella selva. Egli
era un animale carnivoro, che si nutriva di carne di animali uccisi;
era nel fiore della vita, nell’età piena, traboccante di vigore e
di gagliardia. Quando Thornton passava una mano carezzevole lungo la
schiena di Buck, un leggero scoppiettìo e scricchiolìo seguiva a quel
gesto, poichè ciascun pelo scaricava al contatto, la sua elettricità
animale. Tutte le parti di quel corpo, cervello e carne, nervi e
fibre, erano armoniosamente sviluppati in sommo grado, e con perfetto
equilibrio tra loro.
A viste e suoni ed eventi che richiedevano azione, egli rispondeva con
una rapidità fulminea. Rapidamente, come fanno i cani husky quando
balzano per difendersi da un attacco o per attaccare, egli balzava;
ma era più rapido del doppio. Vedeva il movimento, o udiva il suono
e rispondeva in minor tempo che impiegasse un altro cane per rendersi
conto del movimento o del suono. Egli vedeva, determinava e rispondeva
là per là. In realtà, i tre momenti del vedere, del decidere e del
rispondere erano successivi, ma a intervalli così rapidi di tempo tra
loro, che parevano simultanei. I suoi muscoli erano sovraccarichi di
vitalità, e scattavano rapidi come molle d’acciaio. La vita fluiva in
lui come una splendida fiumana, lieta e sfrenata; così che pareva che
alla fine egli dovesse scoppiare, per riversare generosamente la sua
vitalità sul mondo.
— Non è mai esistito un cane come questo, — disse, un giorno, Giovanni
Thornton, mentre i soci guardavano Buck che se ne andava maestoso
dall’accampamento.
— Quando fu fatto, lo stampo fu spezzato, — disse Piero.
— Per Giove, lo credo anch’io! — affermò Hans.
Lo videro uscire pomposamente dall’accampamento, ma non videro
l’istantanea e terribile trasformazione che avvenne quand’egli fu nel
folto della foresta. Egli non procedeva più: divenuto a un tratto un
essere della selva, scivolava leggero, con zampe di gatto, un’ombra
fuggevole che appariva e spariva tra le altre ombre. Egli sapeva
trarre vantaggio da ogni riparo, sapeva trascinarsi sul ventre come
un serpente, e come un serpente balzare e colpire. Poteva prendere
un francolino dal nido, uccidere un coniglio nel sonno e afferrare
a mezz’aria uno scoiattoletto che avesse ritardato un secondo a
slanciarsi sugli alberi. I pesci negli stagni aperti, non erano troppo
rapidi per lui; nè i castori che riparavano le loro dighe, erano
abbastanza accorti per sfuggirgli. Uccideva per mangiare, non per il
piacere d’uccidere; ma preferiva mangiare le prede uccise da lui.
Sicchè provava un segreto piacere nelle sue azioni; ed era un gran
divertimento per lui piombare inaspettatamente sugli scoiattoli, e,
allorchè li aveva quasi presi, lasciarli andare, a gridare spaventati,
sulle cime degli alberi.
Coll’avvicinarsi della fine dell’anno, gli alci apparvero in gran
numero, scendendo lentamente a svernare nelle valli più basse e meno
fredde. Buck aveva già abbattuto un giovane alce smarrito; ma egli
agognava una preda più grossa e formidabile; nella quale s’imbattè un
giorno, su un passo, al termine del torrentello. Una torma di venti
alci aveva attraversato il passo venendo dalla pianura delle acque
correnti e delle distese boscose; tra essi primeggiava un grande alce
maschio. Era un animale furioso, alto più di sei piedi; un antagonista
formidabile, quale Buck poteva desiderare.
L’alce agitava avanti e indietro i suoi grandi palchi palmati, che
si diramavano in quattordici punte e misuravano sette piedi tra le
estremità delle punte più lontane. Gli occhietti gli brillavano,
maligni e cattivi, mentre egli muggiva furiosamente alla vista di Buck.
Dal fianco dell’alce, al disopra della coscia, sporgeva l’estremità di
una freccia piumata, che era causa della furia selvaggia della bestia.
Guidato dall’istinto che gli veniva dai lontani giorni di caccia in un
mondo primordiale, Buck si avanzò per allontanare l’alce dalla mandria.
Non era un compito facile. Egli danzava, abbaiando, davanti all’alce,
fuori del tiro dei grandi palchi e delle terribili unghie fesse, che
avrebbero potuto ucciderlo con un solo colpo. Incapace di liberarsi
dal pericolo di quei denti che lo minacciavano e di proseguire
il cammino, l’alce era al parossismo della collera. Così egli si
lanciava contro Buck, il quale si ritirava furbamente, allettandolo a
seguirlo, e fingendo di non poter fuggire. Ma quando l’alce maggiore
era così separato dai suoi compagni, due o tre degli alci più giovani
ai lanciavano a loro volta su Buck e impedivano all’alce ferito di
raggiungere la mandria. Vi è una pazienza del selvatico — cocciuta,
instancabile, persistente come la vita stessa — che tiene immobili per
infinite ore il ragno nella sua ragnatela, il serpente nelle sue spire,
la pantera in agguato; una pazienza ch’è propria degli esseri viventi
che vanno a caccia di cibo vivente. Tale era la pazienza che spingeva
Buck ad accannirsi contro l’orda di alci, a ritardare la loro marcia, a
irritare i maschi giovani, a spaventare le femmine e i loro piccini, a
fare impazzire l’alce ferito e rabbioso per l’impotenza.
Quel gioco continuò per mezza giornata. Buck si moltiplicò, attaccando
da tutti i lati, avvolgendo la mandria in un turbine di minacce,
togliendo fuori la sua vittima con la rapidità ch’essa usava nel
raggiungere i compagni, esaurendo la pazienza delle creature da preda,
la quale è minore di quella delle creature che predano.
Mentre il giorno declinava e il sole tramontava a nord-ovest (le
tenebre erano ritornate, e le notti autunnali duravano sei ore), i
giovani alci proseguivano sempre più riluttanti ad aiutare il loro
capo. L’imminente inverno li rendeva ansiosi di scendere a livelli più
bassi, mentre sembrava loro di non poter mai più liberarsi da quella
instancabile creatura che li tratteneva indietro. La vita di un solo
membro della mandria era molto meno importante delle vite di tutti gli
altri, che alla fine erano contenti di pagare quel tributo richiesto.
In sul cader del crepuscolo, il vecchio alce stava con la testa
abbassata, a guardare i suoi compagni, — le femmine che aveva
conosciute, i vitelli suoi figli, i giovani alci che aveva comandato —
mentre andavano innanzi goffamente a passo rapido, alla luce morente.
Non poteva seguirli, chè davanti al suo naso s’alzava quell’implacabile
terrore in forma di bestia dai denti aguzzi, che non l’avrebbe lasciato
andare.
Esso pesava seicentocinquanta chili; aveva vissuto una lunga e strenua
vita, piena di lotte e di contrasti, e alla fine affrontava la morte
ricevendola dai denti di una creatura la cui testa non arrivava oltre
il ginocchio dei suoi grandi garretti.
Da quel momento, notte e giorno, Buck non lasciò mai la sua preda, non
gli concesse un momento di tregua, non gli permise mai di brucare nè
le foglie degli alberi nè i germogli delle giovani betulle dei salci.
E neppure concesse al toro ferito, l’opportunità di lenire la sua
ardente sete nei mormoranti ruscelletti ch’essi attraversavano. Spesso,
preso da disperazione, egli rompeva in lunghe corse pazze. In tali
momenti, Buck non tentava di arrestarlo, ma gli saltava placidamente
alle calcagna, soddisfatto del gioco, accovacciandosi per terra quando
l’alce rimaneva immobile, assalendolo terribilmente quando esso tentava
di mangiare o bere.
Così che la grande testa s’abbassò sempre più sotto l’albero delle
corna, e il suo goffo aspetto divenne sempre più avvilito. L’animale
incominciò a rimanere fermo, per lunghi periodi, col naso a terra e le
orecchie cadenti; e Buck ebbe maggior tempo per bere e per riposare.
In tali momenti, ansante, con la rossa lingua penzoloni e con gli
occhi fissi al grosso alce, appariva a Buck che un mutamento avvenisse
nell’aspetto delle cose. Poteva sentire una nuova agitazione nel paese.
Con gli alci, giungevano altre specie di creature viventi. La foresta,
il ruscello e l’aria sembravano palpitare per la loro presenza. Egli
aveva sentore di loro, non perchè vedesse, o sentisse o odorasse, ma
per qualche altro senso più fine. Non udiva nulla, non vedeva nulla e
tuttavia sapeva che il paese era mutato; che attraverso ad esso strane
cose accadevano e si propagavano; così che risolse di investigare
appena avesse compiuta l’impresa in cui era impegnato.
Finalmente, al declinare del quarto giorno, egli riuscì ad abbattere il
grande alce. Per un giorno e una notte rimase accanto alla sua preda,
mangiando e dormendo, alternativamente. Poi, riposato, rinfrescato e
forte, si volse verso l’accampamento e Giovanni Thornton. Incominciò
il suo lungo facile galoppo, e andò innanzi, per ore ed ore, mai
smarrito davanti all’intricato sentiero, proseguendo diritto verso
l’accampamento, attraverso il paese sconosciuto, con una sicurezza di
direzione da far vergognare l’uomo col suo ago magnetico.
Mentre avanzava, diveniva sempre più consapevole della nuova agitazione
intorno. Vedeva una vita diversa dalla vita che vi era stata durante
l’estate. E ora non fiutava più la cosa, in maniera fine e misteriosa:
ne parlavano, ora, gli uccelli, ne cianciavano gli scoiattoli, la
stessa brezza ne mormorava. Parecchie volte s’arrestò per annusare una
specie di messaggio che lo faceva poi galoppare con maggior velocità.
Era oppresso da un senso di calamità imminente, se pure non avvenuta
già; così che mentre attraversava l’ultimo spartiacque e piombava giù
nella valle, verso l’accampamento, procedette con maggior cautela.
Tre miglia più in là, trovò una traccia d’orme fresche che gli fece
rizzare il pelo del collo. Andò diritto all’accampamento e a Giovanni
Thornton.
Buck procedeva veloce e cauto, con tutti i nervi tesi, rilevando tutti
i particolari che raccontavano la stessa storia, ma non la fine della
storia stessa. Il suo naso gli faceva fiutare quel mutar di vita, sulle
cui orme ora andava veloce. Osservò il gravoso silenzio della foresta.
La vita degli uccelli era scomparsa. Gli scoiattoli s’erano nascosti.
Ne vide uno soltanto, grigio e lucido, appiattito contro un ramo morto,
grigio anch’esso, così che sembrava un’escrescenza legnosa del ramo.
Mentre Buck scendeva giù all’accampamento coll’addensarsi di un’oscura
ombra, sentì il suo naso come bruscamente attratto di fianco, come
se una forza reale l’avesse afferrato e tirato da quella parte. Seguì
il nuovo odore in un cespuglio, e trovò Nig, che giaceva sul fianco,
morto, nel punto dove s’era trascinato, con una freccia che mostrava da
un lato la punta e dall’altro una estremità piumata.
Cento metri più avanti, Buck trovò uno dei cani della slitta che
Thornton aveva acquistati a Dawson. Questo cane barcollava nel mezzo
del sentiero, in lotta con la morte; e Buck gli girò intorno senza
fermarsi. Dall’accampamento giungeva il debole suono di molte voci,
s’alzava e s’abbassava in una cantilena. Sul margine dello spiazzo,
trovò Hans che giaceva bocconi, coperto di frecce piumate, come un
porcospino. Nello stesso momento, Buck gettò uno sguardo dove era
la capanna di frasche di abete e vide uno spettacolo che gli fece
rizzare il pelo del collo e della schiena. Egli fu preso da un impeto
di rabbia cieca e travolgente: non s’accorse di ringhiare, ma ringhiò
con terribile ferocia. Per l’ultima volta nella sua vita, lasciò che
la passione travolgesse furberia e ragione; e il suo grande amore per
Giovanni Thornton gli fece perdere la testa.
Gli indiani _yechats_ danzavano intorno alle rovine della capanna
di frasche di abete, allorchè udirono un terribile ruggito e videro
lanciarsi un animale di cui non avevano mai visto l’uguale prima
d’allora. Era Buck, un uragano vivente di furia, che si scagliava su
di essi, con frenesia di distruzione. Il cane si gettò sull’uomo più
maestoso del gruppo (il capo degli _Yechats_), squarciandogli la gola,
dalla quale sgorgò un fiotto di sangue. E non si fermò sulla vittima,
ma squarciò, passando, con un secondo salto, la gola di un altro uomo.
Non vi era modo di resistergli: infuriava nel gruppo stracciando,
squarciando, distruggendo, con movimento costante e terribile che
sfidava le frecce che gli scaricavano addosso. Infatti, i suoi
movimenti erano così inconcepibilmente rapidi, e così vicini gli uni
agli altri erano gl’indiani, che questi s’uccidevano tra loro con le
frecce; così che un giovane cacciatore lanciandogli contro una lancia,
trafisse invece il petto di un altro cacciatore con tale forza, che la
punta apparve dietro la schiena. Poi gli _yechats_, presi da panico,
fuggirono terrorizzati nei boschi, proclamando, alto, mentre fuggivano,
l’avvento dello Spirito del Male.
E in realtà, Buck pareva il diavolo incarnato, inseguendoli furioso e
atterrandoli come se fossero dei cerbiatti, mentre correvano tra gli
alberi. Fu quello un giorno fatale per gli _yechats_. Si dispersero
per il paese, in tutte le direzioni, e lontano, e soltanto una
settimana dopo gli ultimi sopravvissuti si raccolsero insieme in una
valle più bassa e contarono le loro perdite. In quanto a Buck, stanco
d’inseguirli, ritornò al desolato accampamento. Trovò Piero dove
era stato ucciso, di sorpresa, tra le coperte. La disperata lotta
di Thornton appariva in fresche tracce sul suolo; così che Buck potè
annusare ogni particolare della lotta, sino al margine dello stagno
profondo. Sulla sponda, con la testa e le gambe sporgenti nell’acqua,
giaceva Skeet, fedele sino all’ultimo. Lo stagno, fangoso e scolorito
per i depositi dei cassoni del drenaggio dell’oro, nascondeva quello
che conteneva; e conteneva Giovanni Thornton; di Buck aveva seguito
le tracce nell’acqua, sino allo stagno oltre il quale non v’era alcuna
orma.
Tutto quel giorno, Buck vagò meditabondo e irrequieto sulla riva
dello stagno e per l’accampamento. Egli conosceva bene la morte, come
cessazione di movimento, come un trapasso dalla vita dei viventi,
all’immobilità, e sapeva che Giovanni Thornton era morto. E sentiva che
quella morte produceva un gran vuoto in lui, in qualche modo simile
alla fame, ma un vuoto che gli faceva continuamente male, e che il
cibo non poteva riempire. Talvolta, quando si fermava a contemplare
le carcasse degli _yechats_, dimenticava per un momento la sua pena,
e in quei momenti era consapevole di un grande orgoglio di se stesso;
un orgoglio maggiore di ogni altro provato sino allora. Aveva ucciso
degli uomini, la migliore selvaggina: e li aveva uccisi secondo la
legge della mazza e del dente. Annusava curiosamente i corpi. Erano
morti così facilmente! Era più duro uccidere un cane _husky_, che loro.
Non sarebbero stati punto avversari degni, senza quelle frecce, quelle
lance e quelle mazze. Ormai avrebbe avuto paura di loro soltanto quando
li avesse visti con frecce, lance e mazze.
Discese la notte, e una luna piena s’alzò sopra gli alberi, nel cielo,
illuminando la terra, che parve immersa in una luce spettrale, simile
a quella del giorno. E col cader della notte, meditando e gemendo
accanto allo stagno, Buck si destò al rumore della nuova vita nella
foresta, diversa da quella creata dagli indiani. S’alzò ad ascoltare
e ad annusare. Veniva da lontano un leggero acuto ululato, seguito
da un coro di altri ululati acuti. Dopo qualche, tempo, i guaiti
divennero più alti e più vicini. Ancora una volta, Buck riconosceva
quei guaiti come uditi in quell’altro mondo che persisteva nella sua
memoria. Camminò sino al centro dello spiazzo e rimase in ascolto. Era
l’appello, il richiamo dalle molte note, che risuonava più allettante
e imperioso che per il passato. E mai come allora, egli s’era sentito
così pronto ad ubbidire. Giovanni Thornton era morto. L’ultimo vincolo
era spezzato. Gli uomini e i loro diritti non lo legavano più.
Cacciando la loro carne viva, come la cacciavano gli _yechats_, sui
fianchi degli alci emigranti, il branco di lupi aveva anch’esso alla
fine attraversato il monte, dalla terra dalle molte correnti e dalle
distese di boschi, ed invasa la valle di Buck.
Nella radura dove la luce lunare fluiva, essi si riversarono come un
fiotto argenteo; mentre al centro della radura stava Buck, immobile
come una statua, ad attenderli. Essi furono presi da paura, tanto
egli era grande e immobile, e si arrestarono per un momento, fino a
quando il più ardito non gli fu sopra con un balzo. Come un lampo, Buck
colpì, rompendogli il collo; ridivenne immobile, mentre il lupo colpito
ruzzolava, agonizzante, dietro a lui. Altri tre provarono, con rapida
successione; e l’uno dopo l’altro indietreggiarono, spargendo sangue,
dalla gola e dalle spalle lacerate.