Buck non aveva fatto alcun rumore; pure, il lupo aveva cessato di

ululare e fiutava la presenza del cane. Buck uscì lentamente tra gli

alberi, mezzo rannicchiato, col corpo tutto raccolto, la coda diritta

e rigida, le zampe che si posavano con insolita cura. Ogni movimento

annunciava un misto di minaccia e di offerta amichevole. Era quella

la minacciosa tregua che caratterizza l’incontro di bestie selvatiche

da preda. Ma il lupo fuggì, alla vista del cane. Buck l’inseguì con

furiosi salti, preso dal ticchio di raggiungerlo. Lo fece correre in

un canale cieco, nel letto di un torrentello sbarrato da un cumulo di

tronchi d’albero. Il lupo gli si rivolse di colpo, girando sulle gambe

posteriori, come facevano Joe e tutti i cani _husky_ che si trovino

senza via di scampo, ringhiando, col pelo irto, serrando e digrignando

i denti, in una continua e rapida successione di morsi.

Buck non lo assalì, ma gli girava intorno e lo teneva all’erta con

profferte d’amicizia. Il lupo era sospettoso ed aveva paura, chè Buck

gli era tre volte superiore per peso, mentre egli arrivava con la testa

appena alla spalla di Buck. Colto il momento propizio, il lupo balzò

via, e l’inseguimento ricominciò. Ripetutamente egli fu posto nella

impossibilità di fuggire, e ogni volta ripetè il gioco di riprendere

la fuga, quantunque fosse in cattive condizioni. Solo perchè era

in cattive condizioni, Buck poteva facilmente raggiungerlo. Il lupo

correva sino a che sentiva il fiato di Buck sulla sua coscia, e allora

si voltava in atteggiamento di difesa, per poi balzare via ancora, alla

prima opportunità.

Ma alla fine, la pertinacia dì Buck fu compensata: il lupo, accortosi

infine, che il cane non intendeva fargli alcun male, si decise a

scambiare con lui annusamenti. Poi divennero amici, e si misero a

giocare insieme, con quel fare nervoso e mezzo timido, col quale le

bestie feroci smentiscono la propria ferocia. Dopo qualche tempo il

lupo s’avviò a piccolo galoppo in modo che mostrava chiaramente come

andasse in qualche luogo. Egli fece capire a Buck che doveva andare

con lui, ed essi corsero, l’uno al fianco dell’altro, nel crepuscolo

oscuro, lungo il letto del torrentello, per la gola dond’esso usciva, e

attraverso il solitario passo dove sorgeva.

Lungo l’opposto pendio dello spartiacque, essi scesero in una pianura

dove vi eran delle grandi distese di boschi e molti fiumi, e attraverso

a quelle distese di boschi, essi corsero senza arrestarsi, per ore

ed ore, mentre il sole s’alzava più alto e il giorno diveniva più

caldo. Buck era pazzamente contento. Sapeva ch’egli stava finalmente

rispondendo all’appello, correndo al fianco del suo fratello silvano

verso il luogo donde era certamente venuto il richiamo. Vecchie memorie

gli ritornavano rapidamente: egli sentiva mescolarsi con esse come un

tempo si mescolava con la realtà di cui essere erano l’ombra. Sentiva

di avere fatto lo stesso prima, in qualche luogo dell’altro mondo

vagamente ricordato, e rifaceva, ora, la stessa cosa correndo libero

all’aperto, sulla terra non battuta, avendo l’ampio cielo sul capo.

Si fermarono a bere ad un’acqua corrente, e, fermandosi, Buck ricordò

Giovanni Thornton. S’accovacciò per terra. Il lupo si rimise a correre

verso il luogo di dove, certo, era venuto il richiamo, poi ritornò a

lui, annusandolo e facendo atti, come se lo volesse incoraggiare. Ma

Buck girò intorno e prese lentamente a seguire le tracce del ritorno.

Per quasi un’ora, il fratello selvatico corse al suo fianco, mugolando

flebilmente. Poi si sedette sulle anche, puntò il naso in alto, e

ululò. Era un lugubre ululato; e Buck continuando la sua strada a buon

galoppo udì l’ululato affievolirsi sempre più, finchè non si perdette

nella lontananza.

Giovanni Thornton stava pranzando, quando Buck, balzando

nell’accampamento, gli si lanciò addosso, in un impeto d’affezione,

rovesciandolo, tenendolo sotto le sue zampe, leccandogli il volto,

morsicandogli la mano, facendo le solite buffonate, come diceva

Giovanni Thornton, mentre scuoteva Buck su e giù, amorosamente

maledicendolo.

Per due giorni e due notti, Buck non lasciò mai l’accampamento,

nè perdette un momento di vista Thornton. Lo seguiva al lavoro,

lo sorvegliava quando mangiava, lo vedeva la sera andare sotto le

coperte e la mattina uscirne. Ma dopo due giorni, l’appello della

foresta incominciò a risuonare più imperioso che mai. A Buck ritornò

l’irrequietezza, perseguitato com’era dal ricordo del fratello

selvaggio e della terra ridente, di là dal passo, e della corsa a

fianco a fianco attraverso le distese di foreste vergini. Ancora una

volta, ricominciò a vagare nei boschi, ma il fratello selvatico non

ritornò più; e benchè ascoltasse durante lunghe veglie, il lugubre

ululato non fu più emesso.

Incominciò a dormir fuori la notte, rimanendo per giorni interi

lontano dall’accampamento; e una volta attraversò il passo alla fine

del torrentello e scese alla pianura di selve e corsi di acqua. Vagò

per quei luoghi una settimana, cercando invano qualche recente segno

del fratello selvatico, uccidendo la selvaggina durante il viaggio

e proseguendo con quel lungo facile galoppo che sembra non debba mai

affaticare. Acchiappò dei salmoni in un largo fiume che si scaricava in

qualche luogo nel mare, e accanto a questo fiume uccise un grosso orso

nero, acciecato dalle zanzare, mentre anch’esso pasceva, che correva

furioso per la foresta, impotente e terribile. Anche questa lotta dura

risvegliò la ferocia latente di Buck. E due giorni dopo, quando ritornò

alla sua vittima e trovò una dozzina di ghiottoni che si litigavano le

spoglie dell’orso, li disperse, come paglia, e quelli che fuggirono

lasciarono dietro di loro due compagni che non avrebbero mai più

litigato.

Il desiderio del sangue divenne più forte che mai, d’allora. Egli era

un uccisore, un essere che predava, vivendo di cose che vivevano,

senza aiuti, solo, per virtù della propria forza e prodezza,

sopravvivendo trionfalmente in un ambiente ostile dove soltanto i

forti sopravvivevano. A causa di tutto ciò, divenne pieno di un grande

orgoglio di se stesso, che si comunicava come per contagio al fisico,

e gli si svelava in tutti i movimenti, appariva nel gioco d’ogni

muscolo, parlava chiaro nelle movenze del portamento e rendeva il suo

meraviglioso pelame ancor più meraviglioso. Se non avesse avuto delle

chiazze brune sul muso e sopra gli occhi e una macchia di pelo bianco

che arrivava sin quasi a mezzo il petto, egli avrebbe potuto essere

scambiato per un gigantesco lupo, più grosso di qualunque esemplare

della razza. Da suo padre, un San Bernardo, egli aveva ereditato la

grandezza e il peso: mentre sua madre, cagna da pastore, aveva dato

forma a quella grandezza e a quel peso. Il suo muso era il muso lungo

del lupo, soltanto, era più grande di qualunque muso di lupo; e la sua

testa, una testa di lupo ingrandita e massiccia. La sua scaltrezza

era scaltrezza di lupo e di animale selvatico: la sua intelligenza,

intelligenza da pastore e da Sambernardo. E tutto ciò, aggiunto

all’esperienza fatta alla più feroce delle scuole, lo rendeva una

creatura formidabile quanto qualsiasi essere vagante nella selva. Egli

era un animale carnivoro, che si nutriva di carne di animali uccisi;

era nel fiore della vita, nell’età piena, traboccante di vigore e

di gagliardia. Quando Thornton passava una mano carezzevole lungo la

schiena di Buck, un leggero scoppiettìo e scricchiolìo seguiva a quel

gesto, poichè ciascun pelo scaricava al contatto, la sua elettricità

animale. Tutte le parti di quel corpo, cervello e carne, nervi e

fibre, erano armoniosamente sviluppati in sommo grado, e con perfetto

equilibrio tra loro.

A viste e suoni ed eventi che richiedevano azione, egli rispondeva con

una rapidità fulminea. Rapidamente, come fanno i cani husky quando

balzano per difendersi da un attacco o per attaccare, egli balzava;

ma era più rapido del doppio. Vedeva il movimento, o udiva il suono

e rispondeva in minor tempo che impiegasse un altro cane per rendersi

conto del movimento o del suono. Egli vedeva, determinava e rispondeva

là per là. In realtà, i tre momenti del vedere, del decidere e del

rispondere erano successivi, ma a intervalli così rapidi di tempo tra

loro, che parevano simultanei. I suoi muscoli erano sovraccarichi di

vitalità, e scattavano rapidi come molle d’acciaio. La vita fluiva in

lui come una splendida fiumana, lieta e sfrenata; così che pareva che

alla fine egli dovesse scoppiare, per riversare generosamente la sua

vitalità sul mondo.

— Non è mai esistito un cane come questo, — disse, un giorno, Giovanni

Thornton, mentre i soci guardavano Buck che se ne andava maestoso

dall’accampamento.

— Quando fu fatto, lo stampo fu spezzato, — disse Piero.

— Per Giove, lo credo anch’io! — affermò Hans.

Lo videro uscire pomposamente dall’accampamento, ma non videro

l’istantanea e terribile trasformazione che avvenne quand’egli fu nel

folto della foresta. Egli non procedeva più: divenuto a un tratto un

essere della selva, scivolava leggero, con zampe di gatto, un’ombra

fuggevole che appariva e spariva tra le altre ombre. Egli sapeva

trarre vantaggio da ogni riparo, sapeva trascinarsi sul ventre come

un serpente, e come un serpente balzare e colpire. Poteva prendere

un francolino dal nido, uccidere un coniglio nel sonno e afferrare

a mezz’aria uno scoiattoletto che avesse ritardato un secondo a

slanciarsi sugli alberi. I pesci negli stagni aperti, non erano troppo

rapidi per lui; nè i castori che riparavano le loro dighe, erano

abbastanza accorti per sfuggirgli. Uccideva per mangiare, non per il

piacere d’uccidere; ma preferiva mangiare le prede uccise da lui.

Sicchè provava un segreto piacere nelle sue azioni; ed era un gran

divertimento per lui piombare inaspettatamente sugli scoiattoli, e,

allorchè li aveva quasi presi, lasciarli andare, a gridare spaventati,

sulle cime degli alberi.

Coll’avvicinarsi della fine dell’anno, gli alci apparvero in gran

numero, scendendo lentamente a svernare nelle valli più basse e meno

fredde. Buck aveva già abbattuto un giovane alce smarrito; ma egli

agognava una preda più grossa e formidabile; nella quale s’imbattè un

giorno, su un passo, al termine del torrentello. Una torma di venti

alci aveva attraversato il passo venendo dalla pianura delle acque

correnti e delle distese boscose; tra essi primeggiava un grande alce

maschio. Era un animale furioso, alto più di sei piedi; un antagonista

formidabile, quale Buck poteva desiderare.

L’alce agitava avanti e indietro i suoi grandi palchi palmati, che

si diramavano in quattordici punte e misuravano sette piedi tra le

estremità delle punte più lontane. Gli occhietti gli brillavano,

maligni e cattivi, mentre egli muggiva furiosamente alla vista di Buck.

Dal fianco dell’alce, al disopra della coscia, sporgeva l’estremità di

una freccia piumata, che era causa della furia selvaggia della bestia.

Guidato dall’istinto che gli veniva dai lontani giorni di caccia in un

mondo primordiale, Buck si avanzò per allontanare l’alce dalla mandria.

Non era un compito facile. Egli danzava, abbaiando, davanti all’alce,

fuori del tiro dei grandi palchi e delle terribili unghie fesse, che

avrebbero potuto ucciderlo con un solo colpo. Incapace di liberarsi

dal pericolo di quei denti che lo minacciavano e di proseguire

il cammino, l’alce era al parossismo della collera. Così egli si

lanciava contro Buck, il quale si ritirava furbamente, allettandolo a

seguirlo, e fingendo di non poter fuggire. Ma quando l’alce maggiore

era così separato dai suoi compagni, due o tre degli alci più giovani

ai lanciavano a loro volta su Buck e impedivano all’alce ferito di

raggiungere la mandria. Vi è una pazienza del selvatico — cocciuta,

instancabile, persistente come la vita stessa — che tiene immobili per

infinite ore il ragno nella sua ragnatela, il serpente nelle sue spire,

la pantera in agguato; una pazienza ch’è propria degli esseri viventi

che vanno a caccia di cibo vivente. Tale era la pazienza che spingeva

Buck ad accannirsi contro l’orda di alci, a ritardare la loro marcia, a

irritare i maschi giovani, a spaventare le femmine e i loro piccini, a

fare impazzire l’alce ferito e rabbioso per l’impotenza.

Quel gioco continuò per mezza giornata. Buck si moltiplicò, attaccando

da tutti i lati, avvolgendo la mandria in un turbine di minacce,

togliendo fuori la sua vittima con la rapidità ch’essa usava nel

raggiungere i compagni, esaurendo la pazienza delle creature da preda,

la quale è minore di quella delle creature che predano.

Mentre il giorno declinava e il sole tramontava a nord-ovest (le

tenebre erano ritornate, e le notti autunnali duravano sei ore), i

giovani alci proseguivano sempre più riluttanti ad aiutare il loro

capo. L’imminente inverno li rendeva ansiosi di scendere a livelli più

bassi, mentre sembrava loro di non poter mai più liberarsi da quella

instancabile creatura che li tratteneva indietro. La vita di un solo

membro della mandria era molto meno importante delle vite di tutti gli

altri, che alla fine erano contenti di pagare quel tributo richiesto.

In sul cader del crepuscolo, il vecchio alce stava con la testa

abbassata, a guardare i suoi compagni, — le femmine che aveva

conosciute, i vitelli suoi figli, i giovani alci che aveva comandato —

mentre andavano innanzi goffamente a passo rapido, alla luce morente.

Non poteva seguirli, chè davanti al suo naso s’alzava quell’implacabile

terrore in forma di bestia dai denti aguzzi, che non l’avrebbe lasciato

andare.

Esso pesava seicentocinquanta chili; aveva vissuto una lunga e strenua

vita, piena di lotte e di contrasti, e alla fine affrontava la morte

ricevendola dai denti di una creatura la cui testa non arrivava oltre

il ginocchio dei suoi grandi garretti.

Da quel momento, notte e giorno, Buck non lasciò mai la sua preda, non

gli concesse un momento di tregua, non gli permise mai di brucare nè

le foglie degli alberi nè i germogli delle giovani betulle dei salci.

E neppure concesse al toro ferito, l’opportunità di lenire la sua

ardente sete nei mormoranti ruscelletti ch’essi attraversavano. Spesso,

preso da disperazione, egli rompeva in lunghe corse pazze. In tali

momenti, Buck non tentava di arrestarlo, ma gli saltava placidamente

alle calcagna, soddisfatto del gioco, accovacciandosi per terra quando

l’alce rimaneva immobile, assalendolo terribilmente quando esso tentava

di mangiare o bere.

Così che la grande testa s’abbassò sempre più sotto l’albero delle

corna, e il suo goffo aspetto divenne sempre più avvilito. L’animale

incominciò a rimanere fermo, per lunghi periodi, col naso a terra e le

orecchie cadenti; e Buck ebbe maggior tempo per bere e per riposare.

In tali momenti, ansante, con la rossa lingua penzoloni e con gli

occhi fissi al grosso alce, appariva a Buck che un mutamento avvenisse

nell’aspetto delle cose. Poteva sentire una nuova agitazione nel paese.

Con gli alci, giungevano altre specie di creature viventi. La foresta,

il ruscello e l’aria sembravano palpitare per la loro presenza. Egli

aveva sentore di loro, non perchè vedesse, o sentisse o odorasse, ma

per qualche altro senso più fine. Non udiva nulla, non vedeva nulla e

tuttavia sapeva che il paese era mutato; che attraverso ad esso strane

cose accadevano e si propagavano; così che risolse di investigare

appena avesse compiuta l’impresa in cui era impegnato.

Finalmente, al declinare del quarto giorno, egli riuscì ad abbattere il

grande alce. Per un giorno e una notte rimase accanto alla sua preda,

mangiando e dormendo, alternativamente. Poi, riposato, rinfrescato e

forte, si volse verso l’accampamento e Giovanni Thornton. Incominciò

il suo lungo facile galoppo, e andò innanzi, per ore ed ore, mai

smarrito davanti all’intricato sentiero, proseguendo diritto verso

l’accampamento, attraverso il paese sconosciuto, con una sicurezza di

direzione da far vergognare l’uomo col suo ago magnetico.

Mentre avanzava, diveniva sempre più consapevole della nuova agitazione

intorno. Vedeva una vita diversa dalla vita che vi era stata durante

l’estate. E ora non fiutava più la cosa, in maniera fine e misteriosa:

ne parlavano, ora, gli uccelli, ne cianciavano gli scoiattoli, la

stessa brezza ne mormorava. Parecchie volte s’arrestò per annusare una

specie di messaggio che lo faceva poi galoppare con maggior velocità.

Era oppresso da un senso di calamità imminente, se pure non avvenuta

già; così che mentre attraversava l’ultimo spartiacque e piombava giù

nella valle, verso l’accampamento, procedette con maggior cautela.

Tre miglia più in là, trovò una traccia d’orme fresche che gli fece

rizzare il pelo del collo. Andò diritto all’accampamento e a Giovanni

Thornton.

Buck procedeva veloce e cauto, con tutti i nervi tesi, rilevando tutti

i particolari che raccontavano la stessa storia, ma non la fine della

storia stessa. Il suo naso gli faceva fiutare quel mutar di vita, sulle

cui orme ora andava veloce. Osservò il gravoso silenzio della foresta.

La vita degli uccelli era scomparsa. Gli scoiattoli s’erano nascosti.

Ne vide uno soltanto, grigio e lucido, appiattito contro un ramo morto,

grigio anch’esso, così che sembrava un’escrescenza legnosa del ramo.

Mentre Buck scendeva giù all’accampamento coll’addensarsi di un’oscura

ombra, sentì il suo naso come bruscamente attratto di fianco, come

se una forza reale l’avesse afferrato e tirato da quella parte. Seguì

il nuovo odore in un cespuglio, e trovò Nig, che giaceva sul fianco,

morto, nel punto dove s’era trascinato, con una freccia che mostrava da

un lato la punta e dall’altro una estremità piumata.

Cento metri più avanti, Buck trovò uno dei cani della slitta che

Thornton aveva acquistati a Dawson. Questo cane barcollava nel mezzo

del sentiero, in lotta con la morte; e Buck gli girò intorno senza

fermarsi. Dall’accampamento giungeva il debole suono di molte voci,

s’alzava e s’abbassava in una cantilena. Sul margine dello spiazzo,

trovò Hans che giaceva bocconi, coperto di frecce piumate, come un

porcospino. Nello stesso momento, Buck gettò uno sguardo dove era

la capanna di frasche di abete e vide uno spettacolo che gli fece

rizzare il pelo del collo e della schiena. Egli fu preso da un impeto

di rabbia cieca e travolgente: non s’accorse di ringhiare, ma ringhiò

con terribile ferocia. Per l’ultima volta nella sua vita, lasciò che

la passione travolgesse furberia e ragione; e il suo grande amore per

Giovanni Thornton gli fece perdere la testa.

Gli indiani _yechats_ danzavano intorno alle rovine della capanna

di frasche di abete, allorchè udirono un terribile ruggito e videro

lanciarsi un animale di cui non avevano mai visto l’uguale prima

d’allora. Era Buck, un uragano vivente di furia, che si scagliava su

di essi, con frenesia di distruzione. Il cane si gettò sull’uomo più

maestoso del gruppo (il capo degli _Yechats_), squarciandogli la gola,

dalla quale sgorgò un fiotto di sangue. E non si fermò sulla vittima,

ma squarciò, passando, con un secondo salto, la gola di un altro uomo.

Non vi era modo di resistergli: infuriava nel gruppo stracciando,

squarciando, distruggendo, con movimento costante e terribile che

sfidava le frecce che gli scaricavano addosso. Infatti, i suoi

movimenti erano così inconcepibilmente rapidi, e così vicini gli uni

agli altri erano gl’indiani, che questi s’uccidevano tra loro con le

frecce; così che un giovane cacciatore lanciandogli contro una lancia,

trafisse invece il petto di un altro cacciatore con tale forza, che la

punta apparve dietro la schiena. Poi gli _yechats_, presi da panico,

fuggirono terrorizzati nei boschi, proclamando, alto, mentre fuggivano,

l’avvento dello Spirito del Male.

E in realtà, Buck pareva il diavolo incarnato, inseguendoli furioso e

atterrandoli come se fossero dei cerbiatti, mentre correvano tra gli

alberi. Fu quello un giorno fatale per gli _yechats_. Si dispersero

per il paese, in tutte le direzioni, e lontano, e soltanto una

settimana dopo gli ultimi sopravvissuti si raccolsero insieme in una

valle più bassa e contarono le loro perdite. In quanto a Buck, stanco

d’inseguirli, ritornò al desolato accampamento. Trovò Piero dove

era stato ucciso, di sorpresa, tra le coperte. La disperata lotta

di Thornton appariva in fresche tracce sul suolo; così che Buck potè

annusare ogni particolare della lotta, sino al margine dello stagno

profondo. Sulla sponda, con la testa e le gambe sporgenti nell’acqua,

giaceva Skeet, fedele sino all’ultimo. Lo stagno, fangoso e scolorito

per i depositi dei cassoni del drenaggio dell’oro, nascondeva quello

che conteneva; e conteneva Giovanni Thornton; di Buck aveva seguito

le tracce nell’acqua, sino allo stagno oltre il quale non v’era alcuna

orma.

Tutto quel giorno, Buck vagò meditabondo e irrequieto sulla riva

dello stagno e per l’accampamento. Egli conosceva bene la morte, come

cessazione di movimento, come un trapasso dalla vita dei viventi,

all’immobilità, e sapeva che Giovanni Thornton era morto. E sentiva che

quella morte produceva un gran vuoto in lui, in qualche modo simile

alla fame, ma un vuoto che gli faceva continuamente male, e che il

cibo non poteva riempire. Talvolta, quando si fermava a contemplare

le carcasse degli _yechats_, dimenticava per un momento la sua pena,

e in quei momenti era consapevole di un grande orgoglio di se stesso;

un orgoglio maggiore di ogni altro provato sino allora. Aveva ucciso

degli uomini, la migliore selvaggina: e li aveva uccisi secondo la

legge della mazza e del dente. Annusava curiosamente i corpi. Erano

morti così facilmente! Era più duro uccidere un cane _husky_, che loro.

Non sarebbero stati punto avversari degni, senza quelle frecce, quelle

lance e quelle mazze. Ormai avrebbe avuto paura di loro soltanto quando

li avesse visti con frecce, lance e mazze.

Discese la notte, e una luna piena s’alzò sopra gli alberi, nel cielo,

illuminando la terra, che parve immersa in una luce spettrale, simile

a quella del giorno. E col cader della notte, meditando e gemendo

accanto allo stagno, Buck si destò al rumore della nuova vita nella

foresta, diversa da quella creata dagli indiani. S’alzò ad ascoltare

e ad annusare. Veniva da lontano un leggero acuto ululato, seguito

da un coro di altri ululati acuti. Dopo qualche, tempo, i guaiti

divennero più alti e più vicini. Ancora una volta, Buck riconosceva

quei guaiti come uditi in quell’altro mondo che persisteva nella sua

memoria. Camminò sino al centro dello spiazzo e rimase in ascolto. Era

l’appello, il richiamo dalle molte note, che risuonava più allettante

e imperioso che per il passato. E mai come allora, egli s’era sentito

così pronto ad ubbidire. Giovanni Thornton era morto. L’ultimo vincolo

era spezzato. Gli uomini e i loro diritti non lo legavano più.

Cacciando la loro carne viva, come la cacciavano gli _yechats_, sui

fianchi degli alci emigranti, il branco di lupi aveva anch’esso alla

fine attraversato il monte, dalla terra dalle molte correnti e dalle

distese di boschi, ed invasa la valle di Buck.

Nella radura dove la luce lunare fluiva, essi si riversarono come un

fiotto argenteo; mentre al centro della radura stava Buck, immobile

come una statua, ad attenderli. Essi furono presi da paura, tanto

egli era grande e immobile, e si arrestarono per un momento, fino a

quando il più ardito non gli fu sopra con un balzo. Come un lampo, Buck

colpì, rompendogli il collo; ridivenne immobile, mentre il lupo colpito

ruzzolava, agonizzante, dietro a lui. Altri tre provarono, con rapida

successione; e l’uno dopo l’altro indietreggiarono, spargendo sangue,

dalla gola e dalle spalle lacerate.

Il richiamo della foresta · 第 8 / 10 段