della sua razza, e sorrise con aria selvaggia. Eppure, egli era nato da
una di queste donne, e aveva ricevuto un retaggio regale, come quelli
della sua razza: il potere di regnare su terra e su mare, sui popoli e
sugli animali di tutte le regioni. Solo com’era contro cento, lontano
da tutti i suoi, in pieno inverno artico, egli sentì passare nelle
vene l’ardore dei suoi antenati, il desiderio dell’amore selvaggio e
pericoloso, e, col fremito della lotta prossima, l’ardore di vincere o
morire.
Canti e danze cessarono, e il Shaman incominciò a parlare con eloquenza
avvincente; servendosi della loro intricata mitologia, egli sapeva
influire abilmente sull’animo credulo del popolo. La faccenda diventava
seria. Creando un contrasto tra i principî creatori incarnati nella
Cornacchia e nel Corvo, e Mackenzie, egli marchiò costui col nome di
Lupo, principio di lotta e di distruzione. — Non si trattava solo di un
contrasto di forze spirituali, ma della lotta, ma della lotta dell’uomo
contro l’uomo sino alla soppressione. Essi erano i figli di Jelchs, il
Corvo, che aveva portato il fuoco; Mackenzie era il figlio del Lupo,
o, con parole più precise, il Demonio. Dar tregua per un momento a
questa lotta perpetua e maritare le loro figlie con i capi nemici era
un tradimento e uno spaventoso sacrilegio... non c’era immagine bassa o
parola dura bastante per definire Mackenzie, ch’egli chiamava intruso,
sornione, creatura di Satana. Una specie di ruggito selvaggio, subito
represso, sfuggì dal petto degli ascoltatori quando egli s’abbandonò al
volo della perorazione.
«Sì, fratelli miei, Jelchs è onnipotente. Non ha portato il fuoco
dal cielo per riscaldarci? Non ha fatto uscire dalle loro caverne il
sole, la luna, e le stelle per darci la luce? Non ci ha insegnato a
lottare contro gli spiriti maligni, quali la Carestia e il Gelo? Ora,
Jelchs è adirato contro i suoi figliuoli ridotti a un piccolo numero,
e rifiuta di aiutarli, perchè si sono abbandonati a male azioni,
hanno percorso i sentieri del male e accolto nelle loro case i suoi
nemici ch’essi hanno fatto sedere accanto al loro focolare. E il Corvo
è afflitto dalla perversità dei suoi figliuoli; ma quando essi si
solleveranno e mostreranno di voler tornare a lui, egli uscirà dalle
tenebre per aiutarli. O fratelli, il Messaggero del Fuoco è venuto a
sussurrare delle parole all’orecchio del vostro Shaman, e le parole
sono queste che udrete: «I giovani conducano le giovani nelle loro
capanne, si lancino alla gola del lupo, e il loro odio non si estingua
mai. Allora le loro mogli diverranno feconde, ed essi cresceranno e
moltiplicheranno e formeranno un popolo potente. E i Corvi guideranno
tribù numerose dei loro padri e dei padri dei loro padri, dalle
lontane terre del Nord; e sconfiggeranno i Lupi sino al punto di farli
scomparire come i fuochi dei nostri accampamenti dell’anno passato, e
allora i Corvi regneranno su tutta la terra». Tale è il messaggio di
Jelchs, il Corvo».
Questo simbolo della venuta del Messia suscitò una specie di urlìo
rauco degli Sticks che, a un tratto, balzarono in piedi. Mackenzie
liberò il pollice dai guantoni e attese. Sorse un gran clamore:
volevano la Volpe. Il clamore s’acquetò solo allorchè un giovanotto
s’avanzò per parlare, a sua volta.
«Fratelli! Le parole del Shaman sono dettate da saggezza. I Lupi
hanno condotto con loro le nostre donne, e i nostri uomini sono senza
figliuoli. Siamo ridotti a un pugno d’uomini. I Lupi hanno preso le
nostre calde pellicce e ci hanno dato in cambio degli spiriti maligni
che giacciono in bottiglie e vesti fatte con erba e non con pellicce di
castoro o di lince. Queste stoffe non serbano calore e i nostri uomini
muoiono di strane malattie. Io, la Volpe, non ho moglie... perchè? Due
volte, le ragazze che mi piacevano sono partite per l’accampamento dei
Lupi; oggi, ho messo da parte pelli di castoro, di moose e di cariboo,
per ingraziarmi Thiling-Tinneh e sposare sua figlia Zarinska. Ebbene!
Ella ha già calzato i pattini ed è bell’e pronta a guidare i cani del
Lupo... Non parlo solo per me: lo stesso è accaduto all’Orso. Anch’egli
desiderava tanto d’essere il padre dei figliuoli di Zarinska, ed aveva
in serbo numerose pelli di bestie per ottener l’intento... Parlo in
nome di tutti i giovani che non hanno moglie. I Lupi sono insaziabili,
e si prendono sempre la parte migliore del bottino, lasciando quel che
loro avanza, ai Corvi.
«Guardate Gugkla!», esclamò egli, accennando col dito a una donna
inferma: «le sue gambe contorte come i fianchi d’un canotto di betulla
le impediscono di raccogliere legna e di portare il cibo ai cacciatori.
I Lupi se la son presa?
— È vero, è vero! — acclamarono gli uomini della tribù.
— Ecco Moyri, alla quale lo Spirito del Male ha torti gli occhi. I
ragazzi hanno paura quando i loro sguardi cadono su di lei: e si dice
che l’Orso le apra il cammino sul ghiaccio. È stata scelta, forse?
Risuonò l’applauso crudele.
— Guardate Pischet, seduta là. Le mie parole non giungono sino a
lei, che non ha mai udito la voce del marito e neppure il cicaleccio
del figliuolo, giacchè vive nel gran Silenzio Bianco. I Lupi si sono
curati di lei?... No! Essi scelgono la parte migliore e a noi tocca
il resto... Ebbene! Fratelli, d’ora in poi, non sarà più così! Noi non
permetteremo più che i Lupi si insinuino nei nostri accampamenti. L’ora
è venuta».
Nel momento in cui pronunciava queste ultime parole un immenso chiarore
purpureo, verde, giallo, e violetto, si distese da un punto all’altro
del cielo: era un’aurora boreale. Colla testa rovesciata indietro e le
braccia distese, l’oratore esclamò, terminando:
— Guardate! Gli spiriti dei nostri padri sorgono, e grandi cose stanno
per compiersi stanotte!
Egli indietreggiò di alcuni passi, e un altro giovane s’avanzò
timidamente, spinto dai compagni ch’egli sorpassava di tutta la testa.
Il suo largo petto scoperto, sembrava sfidare il freddo; egli oscillava
ora su un piede ora sull’altro, le parole gli si fermavano tra le
labbra; era in gran disagio. La sua faccia, orribile all’aspetto,
recava i segni dei colpi spaventosi che glie ne avevano tolta una
parte. Egli incominciò a colpire col pugno chiuso il suo vasto petto,
che risuonò come un tamburo, e la voce s’alzò, rumoreggiando come le
onde che rifluiscono da una profonda caverna.
— Io sono l’Orso... la Punta d’Argento e il Figlio della Punta
d’Argento. La mia voce rassomigliava ancora a quella d’una ragazza
quando già cacciavo la lince, il moose, il cariboo; allorchè il vento
soffiava terribile; io ho percorso le Montagne del Sud e ucciso tre
uomini dei Fiumi Bianchi, e quando questi sono diventati torrenti, ho
incontrato l’orso bianco, ma non gli ho ceduto il passo.
Egli tacque un momento e passò, in modo significativo, una mano sulle
sue orribili cicatrici.
— Io non rassomiglio alla Volpe. La mia lingua è gelida come l’acqua.
Io non sono capace di fare lunghi discorsi. Posso dire solo poche
parole. La Volpe annunzia che grandi avvenimenti si compiranno questa
notte. Bene! Le parole scorrono dalle sue labbra come l’acqua dalla
fonte, ma egli non è prodigo di azione. Questa notte mi batterò col
Lupo. L’ucciderò, e Zarinska verrà a sedersi accanto al mio fuoco.
L’Orso ha parlato.
Nonostante un pandemonio infuriasse intorno a lui, Mackenzie non si
mosse. Sapendo che la carabina non poteva servirgli così da vicino,
trasse le due rivoltelle, e se le pose innanzi pronte a servirsene,
e tolse i guantoni a sacco così che le mani erano appena riparate
dai guanti che incominciavano dal gomito. Sapeva che a voler prendere
tutti i suoi nemici insieme era come perdersi, ma, fedele alla parola,
era preparato a morire coi denti stretti. Ma l’Orso tratteneva i
suoi compagni, respingendo, col suo terribile pugno, i più avventati.
Quando il tumulto cominciò a placarsi. Mackenzie lanciò uno sguardo
in direzione di Zarinska. Formava un quadro magnifico. Curva in avanti
nei pattini, con le labbra socchiuse e le narici frementi, era come una
tigre pronta a balzare. I suoi grandi occhi neri fissavano gli uomini
della sua tribù con una espressione tra di sfida e di timore. Era tale
la tensione del suo animo che pareva ch’ella non respirasse neppure.
Con una delle mani raggrinzite si premeva convulsamente il petto, e
con l’altra teneva come in una morsa il frustino pei cani. Sembrava
una statua di pietra. Poi i suoi muscoli s’allentarono; rovesciatasi
indietro, emise un sospiro, e lanciò a Mackenzie uno sguardo
ch’esprimeva più che amore.
Thiling-Tinneh tentava invano di parlare, la voce sua si perdeva nel
clamore. Allora, Mackenzie s’avanzò. L’Orso incominciò a lanciare una
specie di urlo selvaggio continuo, ma Mackenzie si precipitò con tanto
furore sul nemico, che questi indietreggiò e non fece uscire altro
dalla sua gola che un suono soffocato. Degli scoppi di risa salutarono
la sua sconfitta, e i compagni del vinto, acquetatisi, stettero
volentieri ad ascoltare.
— Fratelli, — esclamò Mackenzie. — L’uomo bianco, che vi compiacete
di chiamare il Lupo, è venuto fra voi con buone parole. Venne da
amico, da fratello, con labbra che non hanno detto menzogne. Ma i
vostri uomini hanno spiegato ciò che loro pesava sul cuore, e il
tempo delle buone parole è passato. Prima di tutto, permettetemi di
dirvi che il Shaman è un falso profeta: egli ha una brutta lingua;
i messaggi ch’egli vi porta non provengono dal Portatore del Fuoco;
i suoi orecchi non possono intendere la voce del Corvo; ed egli si è
preso giuoco di voi raccontandovi le parole che ha immaginate. Egli
non ha potere alcuno. Ricordatevi il passato. Quando dovevate uccidere
i vostri cani e mangiarli, allorchè i vostri stomachi soffrivano
perchè non si nutrivano d’altro che di petto d’animali e di cordicelle
dei vostri _moccasins_; quando i vecchi e le donne d’età inoltrata
s’addormentavano, per non svegliarsi più, e i neonati morivano sul seno
inaridito delle loro madri, e tutto era tetro attorno a voi, e voi
perivate in gran numero, come il salmone al momento del passaggio, e
la carestia faceva strage. Ebbene! è forse venuto il Shaman a togliere
ogni affanno ai vostri cacciatori? Ha egli dato della carne ai vostri
stomachi affamati? Ve lo ripeto: il Shaman non ha alcun potere; perciò,
gli sputo in faccia!
Sebbene sorpresa a quella specie di sacrilegio, la folla non fece udire
alcuna protesta. Alcune donne si spaventarono, ma parecchi, fra gli
uomini, parvero attendere un miracolo. Tutti gli occhi erano fissi
sulle due figure centrali. Il prete-medico sentì tutta l’amarezza
di quell’ora crudele, il potere gli sfuggiva, egli aprì la bocca per
minacciare, ma indietreggiò subito davanti all’atteggiamento feroce,
ai pugni stretti e agli occhi scintillanti di Mackenzie; il quale
sogghignò e proseguì:
— Sono morto, forse? Il fulmine mi ha colpito? Son cadute le stelle dal
cielo per distruggermi? Bah! l’ho finita col cane. Ora, vi parlerò del
nuovo popolo, che è il più possente di tutti e regna su tutti i paesi.
Prima di tutto, noi cacciamo soli, come faccio io; poi, cacciamo in
compagnia, e, infine, ci spargiamo in massa sui paesi, come il cariboo
in certe stagioni dell’anno. Quelli che noi conduciamo nelle nostre
capanne vivono, gli altri, quelli che restano, muoiono. Zarinska è
una giovane graziosa e robusta, nata per diventare la madre di Lupi.
E ancor io morissi, ella sarà tale, giacchè i miei fratelli sono
numerosissimi e seguiranno la traccia dei miei cani. Ascoltate la legge
del Lupo: «_Chiunque ucciderà un Lupo sarà punito con la morte di dieci
dei suoi_». Parecchi paesi hanno già pagato questo tributo, e sarà
sempre così.
— Ora, io mi rivolgo alta Volpe e all’Orso. Tutti e due hanno, com’essi
dicono, posto gli occhi sulla giovane. Ebbene? io l’ho comprata!
Thiling-Tinneh s’appoggia in questo momento sulla carabina che gli ho
data io, i miei regali sono tutti nella sua tenda. Tuttavia, io sarò
giusto coi giovanetti. Alla Volpe, la cui lingua è disseccata dalle
parole ch’egli ha pronunziate, io darò cinque grossi pacchi di tabacco,
che serviranno a inumidirgli la bocca e a permettergli di pronunziare
dei discorsi in consiglio. Quanto all’Orso, di cui sono orgoglioso, gli
offro due coperte, venti coppe di farina, il doppio del tabacco offerto
alla Volpe, e, se vuole seguirmi d’altra parte delle Montagne dell’Est,
una carabina simile a quella di Thiling-Tinneh. Altrimenti?... ebbene!
Vedremo!... il Lupo è stanco di parlare, e vi ripete per l’ultima volta
la legge: «_Chiunque farà perire un Lupo, sarà punito con la morte di
dieci dei suoi_».
Così detto, Mackenzie, riprese la posizione di prima, un po’ indietro;
ma, in fondo al cuore, provava una grande ansia. La notte era molto
oscura: Zarinska s’accostò a lui per parlargli, ed egli ascoltò con la
maggiore attenzione tutto quanto ella disse circa la bravura combattiva
dell’Orso col suo coltello.
La lotta fu decisa in breve: in un batter d’occhio, un gran numero di
piedi calzati di _moccasins_ ingrandì lo spazio della neve battuta
presso il fuoco. Si parlava molto della sconfitta apparente dello
Shaman; c’era chi diceva ch’egli teneva per sè la sua potenza senza
manifestarla per un po’, e chi commentava le vicende del passato, dando
ragione al Lupo.
L’Orso s’avanzò verso il mezzo del terreno segnato pel combattimento,
tenendo in mano un lungo coltello da caccia di fabbricazione russa.
La Volpe richiamò l’attenzione sulle rivoltelle di Mackenzie, che
si sciolse la cintura e ne cinse Zarinska, alla quale affidò anche
la carabina. Ella fece un cenno del capo per mostrare che non sapeva
servirsene, giacchè una donna non aveva punto occasione di maneggiare
cose così preziose.
— Dunque, se sono minacciato alle spalle, grida con tutte le tue forze:
«Marito mio!» Non così, ma a questo modo: «Marito mio!...».
Egli rise, udendola ripetere le sue parole, le pizzicò la gola e
rientrò nel cerchio. Non solo l’Orso era molto più grande di Mackenzie,
ma aveva un coltello almeno di due pollici più lungo di quello
dell’altro. Mackenzie, che aveva più d’una volta guardato bene in
faccia degli uomini, comprese che stava per lottare contro un nemico
formidabile. Pure, il luccichìo dell’acciaio sotto la luce, gli fece
battere più forte il polso e risvegliò in lui l’istinto dominatore
della razza.
Di tanto in tanto, Mackenzie, era respinto vicinissimo al fuoco
e all’estremo del terreno, e, ogni volta, la tattica familiare ai
pugilisti lo riconduceva al centro. Neppure una voce s’alzava in suo
favore, mentre applausi, incitamenti e avvertimenti erano prodigati
all’Orso. Ogni qualvolta i coltelli s’incontravano, Mackenzie,
stringeva i denti maggiormente, e dava o parava i colpi con una colma
coscienza della sua forza. Dapprima, egli sentì pietà per l’avversario,
ma questo sentimento cedette in breve all’istinto di conservazione,
che, a sua volta, cedette al piacere d’uccidere. Diecimila anni di
cultura sparirono e non rimase che un abitante delle caverne che
lottava per la donna da lui eletta.
Due volte toccò l’Orso senz’esserne toccato, ma, la terza volta, sentì
la lama dell’avversario, e, per iscansarla, toccò con la mano libera il
braccio armato dell’Orso. Vennero alle mani. Mackenzie allora si rese
conto dell’immensa forza di questi: i muscoli tesi gli si annodavano
dolorosamente, nervi e tendini sembravano spezzarsi, dallo sforzo,
la lama di momento in momento s’avvicinava sempre più. Egli tentò di
svincolarsi, ma non fece altro che perder forza, mentre la cerchia
degli spettatori rivestiti di pelli di bestie, si stringeva per vedere
la sconfitta e il colpo finale. Allora, con tutta l’astuzia d’un
lottatore esperto, Mackenzie si gettò un po’ da lato e diede un gran
colpo di testa all’avversario. L’Orso indietreggiò involontariamente e
perse, così, il centro di gravità, mentre Mackenzie, si lanciava su di
lui con tutto il suo peso e lo precipitava sulla neve spessa e dura.
L’Orso inciampò e cadde sul dorso, lungo disteso.
— O marito mio! — risuonò la voce di Zarinska, vibrante di pericolo.
Al rumore del distendersi d’un arco, Mackenzie si curvò a terra, ed
ecco una freccia, passando sopra di lui, colpire l’Orso al petto, nel
momento in cui stava per gettarsi sul nemico, strisciante innanzi
a lui. Mackenzie si rialzò subito. L’Orso giaceva, immobile, ma
dall’altro lato del fuoco, lo Shaman si preparava a lanciare una
seconda freccia.
Mackenzie prese il suo pesante coltello per la lama e lo lanciò nello
spazio. Fu come il guizzo d’un lampo attraverso il fuoco: la lama
s’affondò sino al manico nella gola dello Shaman, il quale vacillò un
momento e cadde colla persona in avanti tra le ceneri ardenti.
Clic! clic!... La Volpe s’era impossessata della carabina di
Thiling-Tinneh e cercava invano di sparare. A un tratto, abbassò l’arma
udendo lo scroscio di risa di Mackenzie.
— La Volpe non sa ancora servirsi di quel gingillo? È ancora come una
donna. Vieni! Portamela e ti mostrerò come usarla!
La Volpe esitava.
— Vieni, dico!
La Volpe finì coll’avvicinarsi con passo pesante, a testa bassa, come
un cane battuto.
— Ecco come si fa, così e così! — e ficcata una palla nella carabina,
col cane alzato, portò l’arma alla spalla.
— La Volpe ha detto che grandi cose avverranno questa notte, e non s’è
ingannata. Vi sono state delle grandi gesta, ma quelle della Volpe
non sono le più notevoli. Ha egli ancora l’intenzione di condurre
Zarinska nella sua capanna? Vuol seguire la strada presa dallo Shaman e
dall’Orso?... No?... Bene!
Mackenzie si voltò, con aria di supremo disprezzo, e strappò il
coltello dalla gola del prete-medico.
— C’è altri giovanotti desiderosi di seguire la stessa sorte? Se vi
sono, il Lupo li ucciderà a due o tre per volta, finchè non ne rimanga
neppur uno. No? Bene! Thiling-Tinneh, ti dò questa carabina la seconda
volta. Se ti capitasse, col tempo, di viaggiare fino al paese bagnato
dal Yukon, sappi che vi sarà sempre per te, al fuoco del Lupo, un posto
e vitto abbondante. Il giorno è prossimo. Io me ne vado, ma, forse,
ritornerò. E per l’ultima volta, ricordatevi della legge del Lupo!
Agli occhi di tutti, egli sembrava un essere soprannaturale quando
raggiunse Zarinska. La giovane si mise subito alla testa del tiro, e
i cani non tardarono a partire. Pochi minuti dopo, sparivano nel folto
della foresta. Mackenzie, da parte sua, attendeva. Dopo un po’ ficcò i
piedi nei pattini per seguir lo stesso cammino.
— Il Lupo non ricorda i cinque pacchetti di tabacco?
Mackenzie si voltò, con aria furibonda, verso la Volpe, ma rimase
colpito dalla comicità della cosa:
— Te ne darò uno piccolo.
— Come vuole il Lupo, — rispose la Volpe, con voce mite, stendendo la
mano.
INDICE
Jack London _pag._ 5
IL RICHIAMO DELLA FORESTA.
_Cap. I_ — Verso la vita primitiva _pag._ 31
» _II_ — La legge della mazza e dei denti » 53
» _III_ — La bestia primordiale preponderante » 73
» _IV_ — Colui che ha guadagnato il primato » 101
» _V_ — La fatica del tiro e del cammino » 119
» _VI_ — Per l’amore di un uomo » 149
» _VII_ — Il richiamo della voce » 177
IL FIGLIO DEL LUPO » 213
I ROMANZI E LE NOVELLE DI JACK LONDON
_Di questo grande scrittore americano, già universalmente noto, la
nostra Casa Editrice inizia, e continuerà a mano a mano, la prima ed
unica pubblicazione di tutte le opere a cura di Gian Dàuli, il quale
fu il primo a segnalare Jack London al pubblico italiano come uno
dei genî più originali e possenti che possa vantare la letteratura
anglo-sassone._
_IN CORSO DI STAMPA:_
ZANNA BIANCA (_White fang_) — Romanzo.
_IN PREPARAZIONE:_
MARTIN EDEN — Romanzo.
L’AMORE DELLA VITA — Romanzo.
IL TALLONE DI FERRO — Romanzo di previsione sociale.
IL FIGLIO DEL LUPO — Novelle.
OGNI VOLUME LIRE OTTO
«.... _Hélas! Jack London avait le genie qui voit ce qui est caché
à la foule des hommes et possedait une science qui lui permettait
d’anticiper sur les temps_....».
ANATOLE FRANCE.
NOTE:
[1] Del quale pubblichiamo il primo racconto, dello stesso titolo, alla
fine del presente volume.
[2] Specie di festa barbarica in uso presso quelle tribù.
[3] Medico-prete.
[4] Grosso animale delle regioni polari, della famiglia delle renne.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.