disperatamente, incapace di ritornare indietro. Quando udì il comando
di Thornton, ripetuto, si sollevò in parte fuori dell’acqua, come per
dare un ultimo sguardo, poi si volse, obbediente, verso la riva, e
nuotò poderosamente, sinchè non fu tratto in salvo da Piero e da Hans,
proprio al punto dove nuotare diveniva impossibile e la distruzione era
certa.
Essi sapevano che un uomo può tenersi afferrato ad una roccia
sdrucciolevole nel mezzo di una simile corrente, solo per pochi minuti,
e corsero quanto più rapidamente poterono su per la riva ad un punto
molto più su di quello dove si teneva afferrato Thornton. Attaccarono
la corda, con la quale avevano trattenuto la barca, al collo e alle
spalle di Buck, curando che non lo strangolasse nè gl’impedisse
di nuotare, e lo lanciarono nella corrente. Egli si mise a nuotare
poderosamente, ma non abbastanza diritto nella corrente. S’accorse
dello sbaglio troppo tardi, quando Thornton gli era quasi di fronte,
soltanto a cinque o sei colpi di distanza, mentre egli era trasportato
senza speranza oltre.
Hans, prontamente, tirò la corda, come se Buck fosse una barca. La
corda gli si strinse addosso, nel punto più forte della corrente, e
il cane fu sommerso, e sommerso rimase finchè il suo corpo non battè
contro la riva e fu tirato su. Era mezzo annegato, e Hans e Piero si
gettarono su lui facendolo respirare artificialmente, e facendogli
ributtare l’acqua. Il cane barcollò per rialzarsi, ma ricadde; ma
il debole suono della voce di Thornton giunse sino a loro, e benchè
essi non potessero intendere le parole, compresero che egli era agli
estremi. La voce del padrone agì su Buck come una scossa elettrica.
Il cane balzò in piedi e corse su per la riva precedendo gli uomini
sino al punto dov’era partito prima. Nuovamente fu attaccata la corda
e lanciato, e nuovamente egli nuotò, ma questa volta diritto nella
corrente. Aveva mal calcolato la prima volta, ma non avrebbe sbagliato
la seconda.
Hans mollava la corda, ma senza permettere allentamenti, mentre Piero
la teneva libera da nodi. Buck continuò a nuotare finchè fu in linea
retta sopra Thornton; poi si volse, e con la velocità di un treno
espresso piombò su lui. Thornton lo vide arrivare, e mentre Buck lo
colpiva come un montone che desse di cozzo, con tutta la forza della
corrente dietro, si sollevò sulla roccia e si afferrò con tutt’e due
le braccia al collo irsuto. Hans attorcigliò la corda ad un albero,
e Buck e Thornton furono sbattuti sott’acqua. Quasi soffocati, l’uno
talvolta sopra, talvolta sotto l’altro, trascinati sul fondo roccioso
e ineguale, sbattuti contro rocce e tronchi d’albero sommersi,
raggiunsero la riva.
Thornton ritornò in sè con la pancia in giù, violentemente spinto
innanzi e indietro, su un tronco portato dalla corrente, da Hans
e Piero. Il suo primo sguardo fu per Buck, sul cui corpo floscio e
apparentemente senza vita Nig urlava, mentre Skeet leccava il muso
bagnato e gli occhi chiusi del cane. Thornton, che pure era ferito e
ammaccato, esaminò accuratamente il corpo di Buck richiamato in vita, e
trovò tre costole spezzate.
— Questo fatto decide, — annunciò egli. — Ci accamperemo qui dove
siamo. — E s’accamparono, finchè le costole di Buck non furono salde ed
egli potè viaggiare.
Quell’inverno, a Dawson, Buck compì un’altra prodezza, non così eroica,
forse, ma tale da porre il suo nome di molte tacche sul palo della
fama, in Alaska. Questa prodezza fu particolarmente vantaggiosa per i
tre uomini; poichè essi avevano bisogno dell’equipaggiamento ch’essa
fornì, e poterono così fare un viaggio da lungo tempo desiderato, nel
lontano vergine oriente, dove non erano ancora apparsi dei minatori.
Il fatto ebbe origine da una conversazione nella _Birreria Eldorado_,
nella quale gli uomini vantavano con orgoglio i loro cani favoriti.
Buck, a causa della sua fama, era la mira di quegli uomini, e Thornton
era spinto gagliardamente a difenderlo. Dopo una mezz’ora, un uomo
affermò che il suo cane poteva smuovere una slitta con un peso di
cinquecento libbre sopra, e tirarla; un secondo vantò che il proprio
cane ne poteva tirare seicento; e un terzo, settecento.
— Puf! puf! — fece Giovanni Thornton; — Buck può smuovere mille libbre.
— E trarle dal ghiaccio? e tirarle per cento metri? — domandò
Matthewson, Re di Bonanza, un riccone, quello che aveva vantato le
settecento libbre come prodezza del suo cane.
— E rompere il ghiaccio, intorno, e tirarle per cento metri, — ripetè
Thornton, freddamente.
— Ebbene, — disse Matthewson, lentamente e deliberatamente, in modo che
lutti potessero udire, — scommetto mille dollari che non può farlo. Ed
eccoli qui. — Così dicendo, sbattè sul banco un sacchetto di polvere
d’oro delle dimensioni di una mortadella di Bologna.
Nessuno parlava. Il _bluff_ di Thornton, se era un _bluff_, era posto
alla prova. Egli sentì un’ondata di sangue caldo salirgli al volto. La
lingua l’aveva compromesso: giacchè non sapeva se Buck potesse tirare
mille libbre: mezza tonnellata! L’enormità della cosa lo spaventava.
Egli aveva una grande fiducia nella forza di Buck, ed aveva spesso
pensato che il cane fosse capace di tirare un simile carico; ma mai,
come ora, egli ne aveva considerato la possibilità, con gli occhi di
una dozzina di uomini fissi su lui, in attesa silenziosa. Inoltre, egli
non aveva mille dollari; nè li aveva Hans o Piero.
— Ho una slitta qui fuori, ora, con venti sacchi da cinquanta libbre
di farina, — continuò Matthewson con brutale sfida: — perciò non vi
preoccupate delle difficoltà.
Thornton non rispose: non sapeva che cosa dire. Guardava ora una
faccia ora un’altra, come un uomo distratto che abbia perduto la forza
di pensare, e cerchi in qualche luogo un oggetto che gli richiami
il pensiero. La faccia di Nino O’ Brien, un Re dei Mastodonti, altro
riccone, fermò i suoi occhi. Fu per lui come un lampo, che sembrava
spingerlo a fare quello che non avrebbe mai sognato di fare.
— Puoi prestarmi mille dollari? — domandò, quasi mormorando.
— Certo, — rispose O’ Brien, gettando un sacchetto rigonfio accanto a
quello di Matthewson. — Benchè abbia pochissima fiducia, Giovanni, che
il cane possa compiere una tal prodezza.
Tutti quelli che si trovavano nell’_Eldorado_ uscirono sulla strada
per vedere la prova. I tavoli divennero deserti, perchè i giocatori e
quelli che tenevano il banco uscirono a vedere il risultato della sfida
e a far scommesse. Parecchie centinaia di uomini impellicciati e con
manopole circondarono la slitta, tenendosi a poca distanza da essa. La
slitta di Matthewson, carica di mille libbre di farina era rimasta lì
ferma per un paio d’ore, e nel freddo intenso, (erano sessanta gradi
sotto zero) gli strisci s’erano gelati sulla neve battuta. Degli uomini
scommettevano, offrendo il doppio della posta, che Buck non sarebbe
riuscito a smuovere la slitta. Sorse un cavillo sul significato della
frase «liberare». O’ Brien asseriva che spettava a Thornton liberare
gli strisci dal ghiaccio, lasciando a Buck il compito di trascinare
la slitta dal peso morto; Matthewson insistette sostenendo che la
parola comprendeva anche il compito del cane di liberare gli strisci
dalla presa della neve gelata. La maggioranza di quelli che avevano
assistito alla scommessa decisero in suo favore, e allora le scommesse
salirono da tre ad uno contro Buck. Non vi era nessuno che scommettesse
in favore di Buck. Nessuno lo credeva capace di quella prodezza.
Thornton, ch’era stato spinto a scommettere, pieno di dubbi, ed ora
vedeva la slitta, il fatto concreto, con il tiro regolare di dieci cani
arrotolati nella neve davanti ad essa, sentiva ancora più impossibile
quel compito.
Matthewson si pavoneggiava, giubilante.
— Tre contro uno, — proclamò. — Metto giù altri mille dollari, a tre
contro uno, Thornton. Che ne dite?
Il dubbio pareva scritto sul volto di Thornton, ma lo spirito di lotta
era ormai desto, — lo spirito combattivo che s’eleva al disopra delle
scommesse, non riconosce l’impossibile, ed è sordo a tutto, tranne
al clamore della battaglia. Egli chiamò a sè Piero e Hans. Ma i loro
sacchi erano smilzi: col suo, i tre soci non potevano mettere insieme,
più di duecento dollari. Nella bassa marea delle loro fortune, quella
somma era tutto il loro capitale; tuttavia essi lo arrischiarono, senza
esitare, contro i seicento dollari di Matthewson.
Fu tolto l’attacco dei dieci cani, e Buck, col suo finimento e i
suoi tiranti, fu posto alla slitta. Egli aveva preso il contagio
dell’eccitamento generale, e sentiva di dovere rendere un gran servizio
a Giovanni Thornton. Si levarono mormorii di ammirazione, per lo
splendido aspetto dell’animale. Era in perfette condizioni, senza
un’oncia di carne superflua; formando le centocinquanta libbre ch’egli
pesava, altrettante libbre di risoluta energia. Il suo pelo luceva come
seta. Giù per il collo e attraverso le spalle, il suo manto, in riposo
com’egli era, mezzo irsuto, pareva sollevarsi ad ogni movimento, come
se l’eccesso di vigore rendesse vivo ed attivo ogni pelo. Il largo
petto e le pesanti gambe davanti erano proporzionate al rimanente del
corpo, dove i muscoli apparivano come saldi rotoli sotto la pelle.
Qualcuno palpò quei muscoli e li proclamò duri quanto il ferro, e le
scommesse scesero a due contro uno.
— Perdio, signore! Perdio, signore! — balbettò un membro dell’ultima
dinastia, un re delle Skookum Benches. — Vi offro ottocento dollari per
il cane, prima della prova, signore; ottocento com’è.
Thornton scrollò il capo e andò al fianco di Buck.
— Dovete stare lontano dal cane, — protestò Matthewson. — Gioco onesto
e spazio in abbondanza.
La folla divenne silenziosa: soltanto si potevano udire le voci dei
giocatori che offrivano in vano, due contro uno. Tutti riconoscevano
in Buck un magnifico animale, ma venti sacchi da cinquanta libbre di
farina apparivano troppo grossi, ai loro occhi, per aprire i cordoni
della borsa.
Thornton s’inginocchiò accanto a Buck. Gli prese la testa fra le
mani e appoggiò la guancia alla guancia del cane. Non lo scosse
scherzosamente, come faceva volentieri; nè mormorò dolci male parole
d’amore; ma gli mormorò all’orecchio: — Come tu mi ami, Buck. Come tu
mi ami, — e Buck gemette con frenata ansia.
La folla guardava incuriosita. La faccenda si faceva misteriosa.
Sembrava come una congiura. Mentre Thornton s’alzava in piedi, Buck
afferrò la mano ricoperta dalla manopola tra le mascelle, stringendola
tra i denti e lasciandola andare lentamente, mezzo riluttante. Era la
risposta, non con parole, ma con segni d’amore. Thornton si tirò bene
indietro.
— A te, Buck, — diss’egli.
Buck tese i tiranti, poi li rallentò, per alcuni pollici; come aveva
imparato.
— Va! — risuonò la voce di Thornton, tagliente, nel silenzio perfetto.
Buck girò a destra, con un movimento che finì con un balzo che tese i
tiranti, e fermò, dopo una forte scossa, le centocinquanta libbre del
cane. Il carico tremò, e dagli strisci s’alzò un leggero crepitìo.
— A sinistra! — comandò Thornton.
Buck duplicò la manovra, questa volta a sinistra. Lo scricchiolìo si
mutò in un brusco frangersi del ghiaccio, la slitta girò leggermente
su se stessa, e gli strisci scivolarono graffiando la neve. La slitta
era liberata. Tutti trattenevano il respiro, intensamente, inconsci del
fatto.
— Ora, avanti!
Il comando di Thornton risuonò come un colpo di pistola. Buck si
gettò in avanti, tendendo i tiranti, con sbalzi a scosse. L’intero
corpo era raccolto strettamente in sè nel tremendo sforzo, i muscoli
si gonfiavano e contorcevano come delle cose vive sotto il pelame di
seta. Il suo largo petto era proteso e abbassato sino a terra, la testa
in avanti, mentre le zampe gli si muovevano furiose, e gli unghioni
scavavano la neve battuta, in solchi paralleli. La slitta oscillava e
tremava, quasi smossa. Uno dei piedi del cane sdrucciolò, e un uomo
gemette rumorosamente. Poi la slitta si mosse, con un succedersi
rapido di scosse, benchè, in realtà non si fosse fermata più...
Mezzo pollice... un pollice... due pollici... Le scosse diminuirono
percettibilmente; a mano a mano che la slitta avanzava, Buck cessava le
scosse, finchè alla fine la slitta filò, senza oscillare.
Gli uomini mandarono un gran sospiro e ricominciarono a respirare;
chè senz’accorgersene, avevano cessato per un momento di respirare.
Thornton correva dietro la slitta incoraggiando Buck con brevi
parole liete. La distanza era stata misurata prima, e mentre il cane
s’avvicinava alla pila di legna da ardere, che segnava il termine dei
cento metri, incominciava a levarsi un plauso sempre più alto, che
divenne clamore di urli, allorchè, oltrepassata la legna da ardere, il
cane si fermò, ad un comando. Tutti gli uomini esultavano pazzamente;
persino Matthewson. Gettavano in aria cappelli e manopole; scambiavano
strette di mano col più vicino, chiunque fosse, vociando, come in una
confusionaria babele.
Ma Thornton cadde in ginocchio accanto a Buck. Con la testa centro la
testa, lo scrollava in avanti e in dietro. Quelli ch’erano corsi dietro
a lui l’udirono che malediceva Buck, e lo malediceva a lungo e con
fervore, ma dolcemente e amorosamente.
— Perdio, signore! Perdio, signore! — balbettò rauco il re di Skookum
Bench — Vi dò mille dollari per lui, mille, signore, mille e duecento,
signore.
Thornton s’alzò in piedi: aveva gli occhi bagnati. Le lagrime gli
rigavano liberamente e copiosamente le gote.
— Signore, — disse al re di Skookum Bench, — no, signore. Potete andare
al diavolo, signore. Non ho altro da dirvi e da fare.
Buck afferrò tra i denti la mano di Thornton, che lo scrollò avanti
e indietro. Come animati da comune impulso, gli spettatori si
ritirarono a rispettosa distanza; abbastanza discreti per interromperli
nuovamente.
CAPITOLO VII.
IL RICHIAMO DELLA VOCE.
Buck, facendo guadagnare mille seicento dollari in cinque minuti a
Giovanni Thornton, rese possibile al suo padrone di pagare alcuni
debiti che aveva e di partire con i suoi soci verso oriente, alla
ricerca di una favolosa miniera, la cui storia era vecchia quanto
la storia del paese. Molti uomini l’avevano cercata; pochi l’avevano
trovata; e molti non erano più ritornati dalla ricerca. Questa perduta
miniera era immersa nella tragedia e avvolta nel mistero. Nessuno
sapeva chi fosse stato il primo a scoprirla. La più antica tradizione
finiva prima della scoperta di essa. Si diceva che a principio era
un’antica e diroccata capanna.
Uomini sul punto di morire avevano giurato affermando l’esistenza
della capanna, e della miniera della quale la capanna segnava il luogo,
ribadendo la loro testimonianza con mostrar pepite ch’erano diverse,
per qualità, da qualsiasi tipo d’oro conosciuto nel Nord.
Ma nessun essere vivente aveva potuto saccheggiare quel tesoro, e i
morti erano morti; perciò Giovanni Thornton e Piero e Hans, con Buck
e una mezza dozzina d’altri cani, s’avventurarono nell’oriente lungo
un cammino sconosciuto, per ottenere ciò che uomini e cani capaci come
loro non avevano ottenuto. Essi risalirono in slitta, per sessanta
miglia, lo Yukon, volsero a destra nello Stewart River, passarono il
Mayo e il Mac Question, e continuarono, finchè lo stesso Stewart non
divenne un ruscello, varcando gli alti picchi che segnano la spina
dorsale del continente.
Giovanni Thornton chiedeva ben poco agli uomini o alla natura. Non
aveva alcuna paura della terra vergine e selvaggia. Con una manata di
sole e un fucile, poteva tuffarsi nelle selve, e nutrirsi in qualunque
luogo egli volesse e quanto a lungo gli piacesse. Non avendo fretta,
all’uso indiano, cacciava procurandosi il cibo durante il viaggio; e se
non gli riusciva di trovarne, come gl’indiani, continuava a viaggiare,
tranquillo nella certezza che prima o dopo avrebbe trovato di che
sfamarsi. Così, in questo grande viaggio nell’oriente, la selvaggina
costituiva il vitto, e munizioni e attrezzi formavano il carico
principale della slitta, lungo un cammino illimitato.
Per Buck, era una gioia sconfinata quel cacciare, pescare e vogare
attraverso luoghi sconosciuti. Per intere settimane andarono innanzi
senza tregua; e per settimane e settimane s’accamparono qua e là; i
cani riposando e gli uomini bucando col fuoco il fango gelato o la
ghiaia gelata, e lavando innumerevoli padelle sporche, al calore del
fuoco. Qualche volta soffrivano la fame, qualche volta banchettavano
tumultuosamente, a seconda dell’abbondanza della selvaggina e della
fortuna della caccia. Arrivò l’estate, e gli uomini e i cani si
caricarono le loro cose sulle spalle e attraversarono su zattere
azzurri laghi montani, e discesero o risalirono fiumi sconosciuti,
in sottili barche segate e costruite alla meglio, con alberi della
foresta.
Così, per mesi e mesi, avanti e indietro, essi girarono per tutta
la vastità della terra sconosciuta, senza trovare alcun uomo, dove,
tuttavia, degli uomini dovevano essere stati, se la Perduta Capanna era
vera. Attraversarono passi nelle montagne, durante tormente estive;
tremarono di freddo sotto il sole di mezzanotte, su nude montagne,
tra la linea delle foreste e le nevi eterne; si calarono giù in
valli soleggiate, tra sciami di zanzare e di mosche, e all’ombra dei
ghiacciai raccolsero fragole e fiori mature e fragranti quanto i più
vantati frutti e fiori delle terre del Sud. Circa la fine dell’anno,
penetrarono in un fantastico paese di laghi, triste e silenzioso, dove
vi erano state delle anitre selvatiche, ma dove, allora, non vi era
alcuna vita o segno di vita, tranne di venti freddi, il formarsi del
ghiaccio in luoghi riparati e il malinconico leggero mareggiare delle
onde sulle sponde solitarie.
Durante un nuovo inverno, vogarono sulle orme cancellate di uomini
passati prima di loro. Una volta, trovarono un sentiero segnato tra gli
alberi nella foresta, un antico sentiero, e la Perduta Capanna parve
molto vicina. Ma il sentiero non incominciava in nessun luogo e non
finiva in nessun luogo, e rimase un mistero, come rimase un mistero
l’uomo che l’aveva tracciato, e il perchè l’aveva tracciato. Un’altra
volta scoprirono gli avanzi di un vecchio rifugio da caccia; e tra
i fili di marcite coperte, Giovanni Thornton trovò un fucile a canna
lunga e a pietra focaia. Riconobbe in quello, uno dei vecchi fucili
dell’_Hudson Bay Company_, dei primi tempi dell’America del Nord-ovest,
allorchè un tal fucile valeva un mucchio di pelli di castoro poste
l’una sull’altra, quant’era alto. E non trovarono altro, nemmeno il più
piccolo indizio dell’uomo che in tempi primitivi aveva costruito quel
rifugio di caccia e lasciato il fucile tra le coperte.
Ancora una volta, ritornò la primavera, e alla fine delle loro
peregrinazioni trovarono, non la Perduta Capanna, ma un giacimento
poco profondo, in un’ampia valle, dove l’oro appariva come burro
giallo attraverso al colatoio. Non cercarono oltre. Ogni giorno di
lavoro faceva loro guadagnare migliaia di dollari in polvere d’oro e
in pepìte, ed essi lavoravano ogni giorno. L’oro era posto in sacchi di
pelle di alce, ognuno dei quali conteneva cinquanta libbre, ammucchiati
come cataste di legna fuori della loro capanna di rami di abete.
Faticavano come giganti, e i giorni si seguivano ai giorni, come sogni,
mentre essi ammucchiavano il tesoro.
I cani non avevano altro da fare che trascinare nell’accampamento la
selvaggina uccisa di tempo in tempo da Thornton; e Buck passava lunghe
ore a meditare accanto al fuoco. La visione dell’uomo peloso dalle
gambe corte gli ritornava più di frequente, ora che vi era poco lavoro
da fare; e spesso, socchiudendo gli occhi accanto al fuoco, Buck vagava
con lui in quell’altro mondo ch’egli ricordava. La cosa più notevole
di quell’altro mondo sembrava la paura. Quand’egli guardava l’uomo
peloso dormire accanto al fuoco, con la testa tra le ginocchia e le
mani congiunte sul capo, Buck vedeva ch’egli dormiva inquieto, con
molti sussulti e destandosi spesso, guardando atterrito nelle tenebre e
gettando dell’altra legna sul fuoco. Se camminavano lungo la spiaggia
del mare, dove l’uomo peloso raccoglieva molluschi e li mangiava a
mano a mano che li raccoglieva, egli procedeva con occhi che cercavano
intorno pericoli nascosti e con gambe pronte a correre come il vento,
alla prima presenza di pericolo. Attraverso la foresta passavano senza
far rumore, Buck alle calcagna dell’uomo peloso; ed erano sempre in
ascolto e vigili, tutt’e due, le orecchie che si muovevano e drizzavano
e le narici tremanti, chè l’uomo udiva e fiutava con la stessa finezza
di Buck.
L’uomo peloso poteva saltare sugli alberi, e andare innanzi tra le
rame come per terra, dondolandosi da un ramo all’altro, per le braccia,
spesso saltando da un’estremità all’altra, alla distanza di una dozzina
di piedi, lasciandosi andare e afferrandosi, senza mai cadere, senza
sbagliare mai. Infatti, egli pareva a suo agio tra gli alberi come a
terra; e Buck ricordava notti di veglia passate sotto alberi sui quali
era appollaiato l’uomo peloso, tenendosi afferrato stretto, mentre
dormiva.
E molto affine alle visioni dell’uomo peloso era l’appello che ancora
risuonava nelle profondità della foresta. Quell’appello gli dava
una grande irrequietezza e strani desiderî. Gli faceva provare una
vaga e dolce contentezza, come se egli si rendesse conto di selvaggi
turbamenti e appetiti. Qualche volta Buck seguiva l’appello nella
foresta, cercandolo come se fosse stato una cosa tangibile, abbaiando
dolcemente e in tono di sfida, come gli dettava l’umore. Ficcava
il naso nel fresco muschio della selva, e sbruffava con gioia nella
terra nera dove cresceva dell’erba alta, e sbruffava con gioia agli
odori grassi del suolo; e si rannicchiava per delle ore, come se si
nascondesse, dietro tronchi fungosi d’alberi caduti, con gli occhi e
le orecchie spalancate a tutto ciò che si muoveva e risuonava intorno
a lui. Può darsi che, così accovacciato, sperasse di sorprendere
quell’appello ch’egli non poteva comprendere. Ma egli non sapeva perchè
facesse quelle varie cose: era costretto a farle, ma non ragionava
punto su esse.
Lo sopraffacevano impulsi irresistibili. Talvolta egli giaceva
nell’accampamento, pigramente assonnato dal calore del giorno,
allorchè, improvvisamente, alzava la testa e tendeva le orecchie,
vigile, in ascolto, e balzava in piedi e si slanciava avanti, avanti
e avanti proseguendo per ore ed ore, tra navate della foresta
e per varchi aperti, dove si raggomitolavano gl’indiani. Godeva
nel percorrere il letto asciutto delle correnti, e sorprendere e
spiare la vita degli uccelli nel bosco. Per giorni interi, rimaneva
nella macchia, dove poteva osservare le pernici che tamburellavano
pavoneggiandosi su e giù. Ma godeva specialmente quando poteva correre
nel profondo crepuscolo delle notti di mezza-estate, ascoltando i
mormorii sommessi e assonnati della foresta, comprendendo segni e
suoni, come un uomo legge in un libro, e tendendo l’orecchio all’eco
di quel misterioso richiamo che lo invitava, vegliasse o dormisse, in
tutti i tempi, ad andare.
Una notte, balzò dal sonno, di soprassalto, con gli occhi luminosi, le
narici tremanti e annusanti l’aria, il pelame irsuto. Dalla foresta
era giunto il richiamo (o una nota di esso, che ne aveva molte),
distinto e definito come mai prima d’allora; come un lungo ululato,
simile, e tuttavia non uguale, alla voce di un cane husky. Egli
sapeva, per un ricordo familiare, di avere già udito altra volta quel
suono. Attraversò di un balzo l’accampamento addormentato e s’immerse
velocemente e in silenzio nella foresta. Mentre s’avvicinava al grido,
procedette più lentamente, con corti movimenti, finchè giunse in uno
spazio aperto tra gli alberi, e guardando vide, eretto sulle anche, col
naso al cielo, un lungo magro lupo di bosco.