Un giorno, Billee, l’allegro, cadde e non potè più rialzarsi. Rico

invece della rivoltella venduta, prese l’ascia e colpì Billee sulla

testa mentre giaceva ancora tra i tiranti, poi tagliò la carcassa fuori

dai finimenti e la trascinò da un lato. Buck e i suoi compagni videro,

e capirono che lo stesso sarebbe accaduto, fra non molto anche a loro.

Il giorno dopo, fu la volta di Koona; cosicchè rimasero cinque cani:

Joe, troppo malandato per essere ancora maligno; Pike zoppo e storpio,

soltanto mezzo conscio e non conscio abbastanza per fingersi ammalato;

Sol-leks, quello da un occhio solo, ancora fedele alla fatica del

cammino e del tiro, e malinconico perchè aveva poca forza per tirare;

Teek, che non aveva viaggiato tanto quell’inverno, e veniva bastonato

più degli altri, perchè era più fresco; e Buck, ch’era ancora alla

testa del tiro, ma non costringeva più gli altri alla disciplina nè si

sforzava di ottenerla; quasi cieco per la debolezza, cosicchè seguiva

il cammino intravedendolo come una incerta penombra, e procedeva

ancora, sostenuto da quel poco di vigore rimasto alle sue zampe.

Era un magnifico tempo primaverile, ma nè i cani nè le creature umane

se ne accorgevano. Ogni giorno, il sole sorgeva più presto e tramontava

più tardi: alle tre del mattino spuntava l’alba, e il crepuscolo si

prolungava sino alle nove di sera. Tutta la giornata era come una gran

fiamma di sole. Lo spettrale silenzio dell’inverno aveva lasciato

il posto ai sussurri della primavera e al ridestarsi della vita. I

sussurri salivano da tutta la terra, e recavano la gioia del vivere.

Venivano dalle cose che erano vive e ritornavano a muoversi, cose che

erano state come morte, in letargo, durante i lunghi mesi di gelo.

La linfa saliva su per i pini. Dai salci e dalle tremule sbocciavano

giovani gemme; i cespugli e le viti selvatiche si rivestivano di verde;

i grilli cantavano, la notte; e esseri striscianti e rampicanti,

d’ogni genere, uscivano, con infiniti fruscii, al sole. Pernici e

picchi risuonavano e picchiettavano nella foresta; gli scoiattoli,

cianciavano, gli uccelli cantavano, e sopra il capo s’udivano le anitre

selvatiche che venivano dal Sud disposte in abili stormi a cuneo, che

tagliavano l’aria.

Da ogni pendice giungeva il mormorìo d’acque correnti, la musica

d’invisibili fontane. Tutte le cose sgelavano, si piegavano,

s’aprivano. Il Yukon si sforzava di rompere il ghiaccio che lo teneva

fermo, rodendolo di sotto; mentre il sole rodeva di sopra. Si formavano

dei fori d’aria, si aprivano e s’allargavano fessure, mentre sezioni

sottili di ghiaccio cadevano intere nel fiume. E in mezzo a tutto

questo aprirsi, sbocciare e palpitare di vita che si risvegliava, sotto

il sole fiammeggiante e al dolce sospiro delle brezze, come viandanti

della morte, barcollavano i due uomini, la donna e gli _huskies_.

Coi cani cadenti e Mercede che piangeva sulla slitta, e Rico che

bestemmiava, e gli occhi di Carlo terribilmente acquosi, essi entrarono

barcollando nell’accampamento di Giovanni Thornton, alla foce del fiume

Bianco. Quando si fermarono, i cani caddero come fulminati. Mercede

s’asciugò gli occhi e guardò Giovanni Thornton. Carlo si sedette a

riposare s’un tronco d’albero: sedette molto lentamente e dolorando, a

causa del suo grande indolenzimento.

Rico parlò anche per gli altri. Giovanni Thornton stava dando gli

ultimi colpi di coltello ad un manico d’ascia che aveva fatto con un

pezzo di betulla. Tagliava e ascoltava, e rispondeva con monosillabi,

dando, solo quando era richiesto, chiari e concisi consigli. Conosceva

quella razza di gente, e dava consiglio con la sicurezza che non

sarebbe stato seguito.

— Ci hanno detto lassù che il fondo avrebbe ceduto, e che la miglior

cosa per noi era attendere, — disse Rico, in risposta all’ammonimento

di Thornton di non tornare ad esporsi a pericoli sul cattivo ghiaccio.

— Ci hanno detto che non avremmo potuto raggiungere il fiume Bianco,

ed eccoci qui. — Quest’ultime parole le pronunciò in tono di dileggio

trionfante.

— Vi hanno detto la verità, — rispose Giovanni Thornton, — Il fondo

può cedere ad ogni momento. Soltanto dei pazzi, assistiti dalla cieca

fortuna dei pazzi, possono essere giunti fin qui. Vi dico, francamente,

che non rischierei la mia carcassa su quel ghiaccio, per tutto l’oro

dell’Alaska.

— Forse perchè non siete un pazzo, — disse Rico. — Ciò nonostante, noi

proseguiremo per Dawson. — E agitò la frusta. — Su, là, Buck! Ih! ih!

Su, là! Avanti!

Thornton continuò a levigare il suo manico. Era tempo perso, lo sapeva,

interporsi tra un pazzo e la sua pazzia; mentre due o tre pazzi o

stupidi di più o di meno non avrebbero mutato la faccia del mondo.

Ma i cani non si alzarono al comando. Da lungo tempo ormai erano

ridotti in uno stato tale, che a smuoverli e a rialzarli erano

necessari dei colpi. La frusta fischiò qua e là, senza pietà. Giovanni

Thornton strinse le labbra. Sol-leks fu il primo a levarsi a fatica

in piedi. Segui Teek. Poi venne Joe, che ululava dalla pena. Pike fece

degli sforzi penosi. Due volte cadde, quand’era già mezzo in piedi, e

al terzo sforzo riuscì a levarsi. Buck non fece alcun sforzo. Giaceva

tranquillo dove era caduto. La frusta lo colpì ripetutamente, ma egli

nè mugolò nè si mosse. Parecchie volte Thornton fece l’atto di voler

parlare, ma poi mutò idea. Mentre gli occhi gli s’inumidivano e le

sferzate continuavano, egli si alzò e si mise a camminare in su e in

giù, irrisoluto.

Quella era la prima volta che Buck mancava, ragione sufficiente per

far diventare furioso Rico. Egli lasciò la frusta e prese la mazza.

Buck rifiutò di alzarsi anche sotto la scarica di pesanti colpi che ora

s’abbattevano su lui. Come i suoi compagni, egli aveva appena la forza

sufficiente per alzarsi, ma, contrariamente a loro, aveva deciso di non

alzarsi. Egli aveva la vaga sensazione del destino che gli sovrastava.

Questa sensazione era stata fortissima in lui dacchè era entrato nel

banco, e non l’aveva più lasciato. Il ghiaccio sottile e cattivo che

sentiva sotto le zampe, tutto il giorno, pareva che gli annunciasse un

disastro vicino, e fuori, sul ghiaccio dove il suo padrone cercava di

trascinarlo. Rifiutò di muoversi. Egli aveva talmente sofferto, ed era

in così cattive condizioni, che i colpi non gli facevano ormai molto

male. Mentre essi continuavano a cadere su di lui, quella scintilla

di vita che gli rimaneva, vacillò e si spense. Egli era quasi finito:

si sentiva stranamente intorpidito. Quei colpi gli arrivavano come da

una lunga distanza. Le ultime sensazioni di pena erano scomparse. Egli

non sentiva più nulla, tranne, come attutito, l’urto della mazza sul

suo corpo, anzi su quello che non pareva più il suo corpo; tanto era

lontano.

Ma, improvvisamente, in modo inatteso, emettendo un grido inarticolato

simile al grido di un animale, Giovanni Thornton balzò sull’uomo che

maneggiava la mazza, e Rico fu scaraventato indietro, come colpito

dalla caduta di un albero. E mentre Mercede strillava, Carlo guardava

pensosamente asciugandosi gli occhi pieni d’acqua, immoto, a causa del

suo indolenzimento.

Giovanni Thornton stette davanti a Buck, facendo sforzi per dominarsi,

troppo agitato dalla collera per parlare.

— Se voi colpite ancora una volta questo cane, vi uccido, — riuscì a

dire alla fine, con voce rauca.

— È il mio cane, — rispose Rico, asciugandosi il sangue dalla bocca

mentre ritornava sui suoi passi. — Levatevi d’innanzi, o vi accomodo

io. Vado a Dawson.

Thornton stava in piedi tra lui e Buck, e non mostrava alcuna

intenzione di togliersi di là. Rico tirò fuori il suo lungo coltello

da caccia, mentre Mercede strillava, piangeva, rideva, in preda a una

crisi d’isterismo. Thornton battè le nocche della mano di Rico col

manico dell’ascia, facendo cadere il coltello a terra; e quando l’altro

cercò di raccogliere l’arma, picchiò, nuovamente; poi s’abbassò, prese

il coltello, e con due colpi tagliò i tiranti di Buck.

Rico non aveva più modo di lottare, ma aveva le mani, o, piuttosto, le

braccia piene di sua sorella; mentre Buck era quasi finito e non poteva

servire pel tiro della slitta. Alcuni minuti dopo uscirono dal banco,

e scesero giù per il fiume. Buck li udì andarsene e alzò la testa a

guardare.

Pike conduceva, Sol-leks era al timone, e tra loro erano Joe e Teek.

Zoppicavano e barcollavano. Mercede era adagiata sul carico della

slitta. Rico guidava, al timone, e Carlo veniva dietro zoppicando.

Mentre Buck li guardava, Thornton s’inginocchiava accanto al cane e

con ruvide mani gentili, tastando, cercava di accertarsi se vi fosse

qualche osso spezzato. Quando ebbe accertato che il solo male, erano

le molte ammaccature e uno stato di terribile sfinimento per fame, la

slitta era già a un quarto di miglio lontana. Il cane e l’uomo stettero

a guardarla mentre strisciava sul ghiaccio.

Improvvisamente videro sprofondare l’estremità posteriore, come in un

alto solco, e la stanga, con Rico che la teneva afferrata, agitarsi

nell’aria, mentre giungeva ai loro orecchi uno strido di Mercede.

Videro Carlo voltarsi e fare un passo per correre indietro, ma in quel

momento un’intera sezione del ghiaccio cedette, e cani e creature umane

scomparvero. S’era spalancato come un baratro, sotto il ghiaccio, che

aveva ceduto al peso della slitta.

Giovanni Thornton e Buck si guardarono.

— Povero diavolo! — fece Giovanni Thornton, e Buck gli leccò la mano.

CAPITOLO VI.

PER L’AMORE DI UN UOMO.

Quando Giovanni Thornton ebbe un piede gelato, nel precedente dicembre,

i soci l’accomodarono bene, e lasciatolo perchè guarisse, andarono

lungo il fiume a preparare una zattera di tronchi segati, per Dawson.

Egli zoppicava ancora un po’ quando salvò Buck, ma poichè la buona

stagione continuava, guarì e cessò di zoppicare. E lì, accovacciato

sulla sponda del fiume, durante i lunghi giorni di primavera, guardando

l’acqua corrente, ascoltando pigramente i canti degli uccelli e il

ronzìo della natura, Buck riguadagnò lentamente le sue forze.

Un riposo è veramente salutare, quando si è viaggiato per tremila

miglia; infatti bisogna confessare che Buck diveniva pigro a mano a

mano che le ferite gli si guarivano, e i muscoli gli si gonfiavano e

la carne ricominciava a coprire le sue ossa. In verità, erano tutti

placidamente in ozio, Giovanni Thornton, e Skeet e Nig, in attesa della

zattera che li portasse sino a Dawson. Skeet, ch’era un piccolo setter

irlandese, fece subito amicizia con Buck, il quale, in condizioni

d’agonia, era incapace di risentire le prime offerte del cane. Quella

bestiola aveva capacità mediche, che alcuni cani possiedono; e come

una gatta fa con i micini, essa lavorava e puliva le ferite di Buck.

Regolarmente, ogni mattina dopo ch’egli aveva finito il primo pasto,

essa sbrigava quel compito prefissosi, tanto ch’egli finì per attendere

le cure di essa, come attendeva quelle di Thornton. Nig, egualmente

amichevole, benchè meno espansivo, era un immenso cane nero, mezzo

segugio e mezzo cerviero, con occhi che ridevano, e illimitato

buonumore.

Con sorpresa di Buck, quei cani non manifestavano alcuna gelosia

verso di lui. Sembravano condividere la bontà e generosità di Giovanni

Thornton. A mano a mano che Buck diveniva forte, essi l’allettavano

ad ogni sorta di giochi ridicoli, ai quali non poteva fare a meno

di partecipare anche Thornton; e in questa maniera Buck passò dalla

convalescenza ad una nuova esistenza. Per la prima volta, egli aveva

amore, amore genuino e appassionato. Questo sentimento egli non l’aveva

mai provato nella casa del giudice Miller, giù nella soleggiata Valle

di Santa Clara. Con i figli del giudice, andando alla caccia o a

camminare, egli aveva stretto una specie di società; con i nipoti del

giudice, esercitato una specie di pomposa tutela; con lo stesso giudice

aveva una salda e dignitosa amicizia. Ma amore, che fosse febbre

e bruciore, adorazione, pazzia, non l’aveva provato: c’era voluto

Giovanni Thornton a suscitarlo.

Quest’uomo gli aveva non solo salvata la vita, — il che aveva la sua

importanza, — ma, si dimostrava, inoltre un padrone ideale. Mentre

altri curavano il benessere dei loro cani per un senso di dovere e

per necessità degli affari, egli curava il benessere dei suoi come

se questi fossero suoi figlioli; perchè non poteva fare altrimenti.

Ed andava oltre. Egli non dimenticava mai una buona accoglienza o

una parola di incoraggiamento, e sedeva a conversare a lungo o a

«cianciare», — come egli diceva — con gran divertimento suo e dei cani.

Egli aveva un modo tutto suo di prendere rudemente la testa di Buck

tra le mani, e di posare la sua testa su quella di Buck, scrollandolo

in avanti e indietro, chiamandolo con cattivi nomi che per Buck

erano nomi d’amore. Buck non conosceva gioia più grande di quel rude

abbracciamento e di quelle finte male parole borbottate, e a ciascuna

scrollata in avanti e indietro, sembrava che il cuore gli balzasse

fuori del corpo, tanto era grande la sua estasi. E quando egli,

lasciato libero, balzava in piedi, con la bocca ridente, gli occhi

espressivi, la gola vibrante per suoni non pronunciati e rimaneva,

così, immobile, Giovanni Thornton esclamava con ammirazione:

— Dio! ti manca solo la parola!

Buck aveva una forma di esprimere l’amore, che commoveva sino a far

male al cuore. Egli afferrava spesso la mano di Thornton in bocca e

chiudeva i denti così furiosamente da lasciarne le tracce sin molto

tempo dopo. E come Buck capiva che le male parole erano parole d’amore,

così l’uomo capiva che quel finto morso era una carezza.

Di solito, però, l’amore di Buck era espresso con l’adorazione. Quando

Thornton lo toccava o gli parlava, egli impazziva di gioia, ma non

mendicava queste prove di affezione. Diversamente da Skeet, che doveva

fregare il naso sotto la mano di Thornton e spingere e spingere per

essere accarezzato, o da Nig, che avanzava a grandi passi e posava

la sua grossa testa sul ginocchio di Thornton, Buck era contento di

adorare a distanza. S’adagiava per delle ore ai piedi di Thornton,

ansioso e attento, guardandolo in volto, esaminandolo, studiandolo,

seguendo col più vivo interesse la più fuggevole espressione, ogni

movimento di lineamento. O, come voleva il caso, giaceva lontano, di

fianco o accosciato, osservando il contorno della figura dell’uomo o i

movimenti del suo corpo. E spesso, tale era la comunione in cui essi

vivevano, che lo sguardo di Buck faceva volgere il capo a Thornton,

il quale contraccambiava lo sguardo, senza parlare, col cuore che gli

luceva negli occhi, come luceva il cuore negli occhi di Buck.

Dopo che era stato salvato, Buck non perdeva mai Thornton di vista. Dal

momento che questi lasciava la tenda al momento in cui vi rientrava,

Buck gli era alle calcagna. Poichè i suoi transitorii padroni gli

avevano messo nel cuore il timore che nessun padrone fosse durevole,

aveva paura che Thornton svanisse dalla sua vita come Perrault e

François e il meticcio scozzese. Persino di notte nei suoi sogni, era

perseguitato da questa paura. Allora si scuoteva dal sonno e andava,

nel freddo, davanti la tenda, e si fermava ed ascoltava il suono del

respiro del suo padrone.

Ma nonostante questo suo grande amore per Giovanni Thornton, che

sembrava ricordare il morbido influsso della civiltà, la natura

primitiva che la terra nordica aveva ridestata in lui, rimaneva viva ed

attiva. Con la fedeltà e la devozione, sentimenti nati dal focolare e

dal tetto, egli conservava anche la selvatichezza e l’astuzia. Era una

creatura di natura selvaggia, venuta dalla selva ad accovacciarsi al

fuoco di Giovanni Thornton, anzichè un cane della mite terra del Sud,

con i segni di generazioni civili. Il suo grande amore gli impediva di

rubare a quell’uomo, ma di fronte a qualunque altro uomo in qualsiasi

altro accampamento, egli non avrebbe esitato un momento; e con la

furberìa e destrezza che usava, avrebbe evitato d’essere preso.

Poichè la sua faccia e il suo corpo erano segnati dai denti di molti

cani, ora avrebbe combattuto più furiosamente che mai, ma con maggior

astuzia. Skeet e Nig erano troppo di buonumore per litigare, eppoi,

appartenevano a Giovanni Thornton; ma i cani estranei, di qualunque

razza e per quanto valorosi fossero, avrebbero riconosciuto rapidamente

la superiorità di Buck e si sarebbero trovati a lottare per la vita

con un terribile antagonista. E Buck era senza pietà. Aveva imparato

bene la legge della mazza e del dente, e mai si lasciava fuggire un

vantaggio o indietreggiava di fronte a un nemico col quale avesse

iniziato un combattimento mortale.

Aveva avuta la sua lezione da Spitz e dai principali cani nella lotta

di supremazia per la disciplina e pel corriere, e sapeva che non vi

era via di mezzo. Doveva o dominare o essere dominato; mostrare pietà

era una debolezza. La pietà non esisteva nella vita primordiale: era

considerata paura; e tale malinteso conduceva alla morte.

Uccidere o essere uccisi, mangiare o essere mangiati, era la legge; e a

questo comandamento, sorto dalle profondità del Tempo, egli obbediva.

Egli era più vecchio dei giorni che aveva visti e dei respiri che aveva

emessi: ricongiungeva il passato al presente, e il senso dell’eternità

gli palpitava dentro con un possente ritmo al quale egli obbediva come

ubbidivano le maree e le stagioni. Egli stava accovacciato accanto

al fuoco di Giovanni Thornton, col suo petto largo, di cane dai denti

bianchi e dal pelo lungo; ma sapeva che dietro di lui erano le ombre

d’ogni genere di cani mezzi lupi e lupi selvaggi, che lo insidiavano

e spingevano, che gustavano il sapore della carne ch’egli mangiava,

assetati dall’acqua che egli beveva, fiutando con lui il vento,

ascoltando con lui e svelandogli i suoni della vita selvaggia della

foresta, dettandogli i suoi umori, dirigendo le sue azioni, adagiandosi

a dormire con lui e sognando con lui e oltre lui, divenendo essi stessi

la materia dei suoi sogni.

Imperativamente, quelle ombre lo chiamavano, ogni giorno più, a mano

a mano che il ricordo del genere umano e dei diritti del genere umano

s’allontanava da lui. Ogni volta che risuonava profondo dalla foresta

un appello, ed egli, udiva quell’appello, misteriosamente attraente

e vibrante, si sentiva obbligato a volgere le spalle al fuoco e

alla terra battuta intorno a lui, e a immergersi nel profondo della

foresta, procedendo senza sapere dove e perchè; senza domandarselo

neppure, giacchè l’appello risuonava con tono imperativo e profondo

nella foresta. Ma quando era pervenuto alla morbida terra non tocca e

all’ombra verde, l’amore per Giovanni Thornton lo riconduceva al fuoco.

Soltanto Thornton lo teneva; il resto del genere umano non esisteva

agli occhi suoi. Viaggiatori passanti per caso potevano lodarlo o

accarezzarlo; ma egli rimaneva freddo ad ogni premura; e se qualcuno

si mostrava troppo espansivo con lui, egli si alzava e se ne andava.

Quando i soci di Thornton, Hans e Piero, arrivarono sulla zattera tanto

a lungo attesa, Buck non volle accorgersi di loro, finchè non capì

ch’erano cari a Thornton: dopo, li tollerava in una maniera passiva,

accettando favori da essi come se fosse egli a favorirli accettandoli.

Ed essi ch’erano semplici e generosi come Thornton, perchè vivevano

vicini alla terra, e pensavano semplicemente e vedevano chiaramente,

prima che spingessero la zattera nel largo turbine vicino alla segheria

di Dawson, avevano già imparato a capire Buck e i suoi modi, e non

insistevano per avere un’intimità quale avevano ottenuta da Skeet e

Nig.

Ma l’amore di Buck per Thornton, pareva crescere sempre più. Questi

solo, fra gli uomini, poteva porre un fardello sul dorso di Buck,

nel viaggio estivo. Nulla era troppo gravoso per Buck quando Thornton

comandava. Un giorno, (s’erano vettovagliati con quello che avevano

ricavato dalla zattera ed avevano lasciato Dawson per le sorgenti del

Tanana) gli uomini e i cani si trovavano a riposare sulla cresta di una

roccia che scendeva a picco su un letto di nude rocce giacenti trecento

piedi sotto. Giovanni Thornton sedeva vicino al margine della roccia,

Buck alle sue spalle. Thornton fu preso da uno sconsiderato capriccio,

e invitò Hans e Piero ad un esperimento che aveva in mente.

— Salta, Buck!, — comandò egli, agitando il braccio sul precipizio. Un

istante dopo, egli era alle prese con Buck sull’estremità dell’orlo,

mentre Hans e Piero li tiravano indietro a salvamento.

— È straordinario, — disse Piero, dopo che il pericolo fu passato ed

ebbero ricuperato il respiro.

Thornton scrollò il capo.

— No, — disse, — è magnifico; ed è terribile pure. Sapete che talvolta,

mi fa paura?

Non vorrei essere l’uomo che vi mettesse le mani addosso, quand’egli è

vicino, — disse Piero, accennando col capo a Buck.

— Per Giove! — aggiunse Hans. — Neppur io.

A Circle City, alla fine dell’anno, le apprensioni di Piero divennero

realtà. Burton, il «nero», un uomo cattivo e falso, aveva preso a

litigare con un ingenuo al bar, e Thornton s’interpose bonariamente.

Buck, stava come soleva, accovacciato in un angolo, la testa sulle

zampe, osservando tutte le azioni del suo padrone. Burton, senza che

l’altro se l’aspettasse, diede un gran pugno a Thornton. Thornton girò

su se stesso ed evitò di cadere a terra aggrappandosi alla barra del

bar.

I presenti alla scena udirono non un abbaiamento o un ululato, ma un

ringhio che parve un vero e proprio ruggito, e videro il corpo di Buck

volare in aria, dal pavimento alla gola di Burton.

L’uomo si salvò avanzando istintivamente le braccia, ma fu rovesciato

per terra, con Buck sopra. Buck liberò i denti dalla carne del braccio

e cercò di afferrare nuovamente alla gola l’uomo, il quale riuscì a

coprirsi solo in parte, ed ebbe la gola squarciata. Allora la folla ai

gettò su Buck, che fu trascinato via; ma mentre un chirurgo cercava di

arrestare il sangue, Buck girava, su e in giù, ringhiando furiosamente,

e tentando di lanciarsi dentro, ricacciato solo da una schiera di mazze

ostili. Un’«assemblea di minatori» chiamata sul luogo, giudicò che il

cane aveva avuto una sufficiente provocazione, e Buck fu liberato. Ma

la sua reputazione era fatta; da quel giorno, il suo nome si sparse per

tutti gli accampamenti dell’Alaska.

In seguito, alla fine dell’anno, egli salvò la vita di Giovanni

Thornton in maniera del tutto differente. I tre soci tiravano una

lunga e stretta barca, con la pertica, lungo un cattivo tratto di

corrente, sul Forty-Mile Creek. Hans e Piero camminavano lungo la riva,

trattenendo la barca con una sottile corda manìla che avvolgevano di

albero in albero, mentre Thornton, rimasto sulla barca ne aiutava la

discesa per mezzo di una pertica, e gridando ordini alla riva. Buck,

sulla riva, preoccupato e ansioso, si teneva alla stessa altezza della

barca, senza mai distogliere gli occhi dal padrone.

In un punto, particolarmente cattivo, dove una catena di nudi scogli

appena sommersi sporgeva sul fiume, Hans passò la corda sopra,

rallentandola, e, mentre Thornton spingeva con la pertica la barca

fuori nella corrente, corse giù lungo la riva col capo della corda

in mano per trattenere la barca dopo sorpassati gli scogli. La barca

passò gli scogli, trascinata precipitosamente dalla corrente rapida

come una gora, allorchè Hans tirò la corda troppo bruscamente. La barca

ondeggiò, sobbalzò e si capovolse contro la sponda, mentre Thornton

lanciato dalla barca, era trasportato dalla corrente verso la parte

peggiore, un tratto di corrente furiosa nella quale nessun nuotatore

avrebbe potuto salvarsi.

Buck, che s’era gettato in acqua subito, a trecento metri raggiunse

Thornton. Quando sentì che il padrone gli s’era afferrato alla coda,

Buck si diresse alla riva, nuotando con tutto il suo meraviglioso

vigore. Ma il progresso verso la riva era lento; il progresso verso la

corrente incredibilmente rapido. Da sotto giungeva il fatale rombare

del punto dove la corrente diveniva più furiosa, rotta in contorti

stracci spumosi dalle rocce che tagliavano il fiume come i denti di un

enorme pettine. Il risucchio dell’acqua, là, dove incominciava l’ultima

pendenza, era terribile, e Thornton capì che sarebbe stato impossibile

raggiungere la riva. Passò furiosamente sopra una roccia, si ferì

contro la seconda punta e sbattè con terribile violenza contro una

terza. Allora s’afferrò a una punta sdrucciolevole, con tutte due le

mani, e liberando Buck, sopra il frastuono delle acque agitate, gridò:

— Va’, Buck! Va’!

Il richiamo della foresta · 第 6 / 10 段