lentamente sui suoi passi all’accampamento che avevano lasciato. Gli
uomini cessarono di parlare. Risuonò un colpo di rivoltella.
L’uomo ritornò in fretta. Schioccarono le fruste, tintinnarono
gaiamente i sonagli e le slitte scivolarono lungo la traccia; ma Buck
sapeva, e tutti i cani sapevano, ciò che era accaduto dietro la fila
degli alberi.
CAPITOLO V.
LA FATICA DEL TIRO E DEL CAMMINO.
Trenta giorni dopo aver lasciato Dawson, il Corriere dell’Acqua Salata,
con Buck e compagni di tiro, arrivò a Skaguay. Essi erano in uno
stato deplorevole, stanchi e mal ridotti. Il peso di Buck era sceso
da centoquaranta libbre a centoquindici. Gli altri suoi compagni,
benchè cani meno pesanti, avevano perduto relativamente più peso di
lui. Pike, il finto ammalato, il quale, durante la sua vita d’inganni,
era riuscito spesso a simulare con buon successo una zampa malata,
zoppicava ora sul serio. Anche Sol-leks zoppicava, e Dub soffriva per
un’orribile piaga alle spalle.
Avevano tutti le zampe terribilmente rovinate. Non potevano più nè
lanciarsi nè saltare. Le loro zampe battevano il sentiero pesantemente,
agitando penosamente i corpi e raddoppiando la fatica d’ogni giorno di
viaggio. I cani non erano malati, ma mortalmente stanchi, non della
stanchezza mortale che consegue a uno sforzo eccessivo ma breve,
dalla quale ci si rimette dopo poche ore; ma di quella stanchezza
mortale che succede a un lento e prolungato esaurimento di forze, per
fatiche durate mesi. Non vi era più alcuna possibilità di riprendersi,
nè riserva di forza a cui ricorrere. Era stata tutta consumata sino
all’ultima particella. Non v’era muscolo, fibra, cellula, che non
fosse stanca, stanca morta. E c’era bene il motivo. In meno di cinque
mesi avevano percorso duemila cinquecento miglia; e durante le ultime
mille e ottocento miglia non avevano avuto che cinque giorni di riposo.
Quando arrivarono a Skaguay, essi potevano appena reggersi in piedi.
Era molto se riuscivano a tener tesi i tiranti. Nelle discesa potevano
appena tenersi fuori dal percorso della slitta.
— Coraggio, avanti, povere zampe malate! — l’incoraggiava il
conducente, mentre percorrevano barcollando la strada principale di
Skaguay. — Questo è l’ultimo sforzo. Poi avremo un lungo riposo. Eh?
Certo! Un incredibile lungo riposo.
I conducenti s’attendevano fiduciosi una lunga fermata. Essi stessi
avevano percorso mille duecento miglia, con soli due giorni di riposo,
e nel campo della ragione e della comune giustizia, essi meritavano
un periodo completo di riposo. Ma erano tanti gli uomini corsi nel
Klondike, e tante le fidanzate, le mogli e i parenti rimasti indietro,
che l’importanza del congestionato corriere assumeva delle proporzioni
enormi; inoltre, vi erano degli ordini ufficiali. Nuove consegne di
cani dovevano aver luogo alla Baia di Hudson per sostituire i cani
non più utili per il tiro. I conducenti dovevano liberarsi di quelli
che non erano più buoni a nulla, e, poichè i cani valgono ben poco al
confronto dei dollari, dovevano venderli.
Passarono tre giorni, durante i quali Buck e i suoi compagni si resero
conto di tutta la loro stanchezza e debolezza. Poi, la mattina del
quarto giorno, giunsero due uomini dagli Stati Uniti e comprarono
cani e finimenti, per una canzone. I due uomini si chiamavano tra
loro «Rico» e «Carlo». Carlo era un omino di mezza età, biancastro di
carnagione, con degli occhi deboli e acquosi e baffi vigorosamente e
terribilmente rivolti in sù, nascondendo le labbra cadenti e floscie.
Rico era giovane, tra i diciannove e i vent’anni, e aveva alla cintura,
ben carica di cartucce, una grossa rivoltella «Colt» e un coltello da
caccia. Quella cintura era la cosa che più risaltava in quel giovane,
di cui rivelava subito la durezza, una durezza estrema e indicibile.
Entrambi erano evidentemente fuori di posto, e il fatto che gente
come loro s’avventurasse nelle regioni nordiche fa parte del mistero
incomprensibile delle cose di questo mondo.
Buck udì mercanteggiare, vide il denaro passare dalle mani dell’uomo
nelle mani dell’agente del Governo, e comprese che il conducente
mezzo-scozzese e quelli del corriere scomparivano dalla sua vita,
dietro le calcagna di Perrault e di François e di quelli che erano
scomparsi prima di loro. Allorchè fu condotto con i suoi compagni
all’accampamento dei nuovi padroni, Buck vide un gran disordine e
una grande trascuratezza: la tenda mezza tesa, piatti sporchi, tutto
sottosopra; vide pure una donna. Gli uomini la chiamavano Mercede. Era
la moglie di Carlo e la sorella di Rico: nell’assieme, formavano una
bella famiglia.
Buck li guardò con apprensione, mentre tiravano giù la tenda e
caricavano la slitta. Facevano dei grandi sforzi, ma non avevano alcun
metodo o pratica. Rotolarono la tenda così malamente, che formava un
fagotto tre volte più grande di quello che avrebbe dovuto essere. I
piatti di latta furono riposti senza lavarli. Mercede era sempre tra
i piedi dei due uomini e continuava a ciarlare senza interruzione,
ammonendo e consigliando. Quando misero un sacco di panni sul davanti
della slitta, essa suggerì che il sacco dovesse andare sulla parte
posteriore; e quando essi misero il sacco sulla parte posteriore della
slitta e lo coprirono con un paio d’altri fagotti, essa s’accorse
d’aver lasciato fuori altri oggetti che non potevano essere posti che
proprio in quel sacco; ed essi dovettero scaricare nuovamente.
Tre uomini da una tenda vicina uscirono a guardare i preparativi,
sghignazzando e ammiccando tra loro.
— Voi avete già un bel carico, — osservò uno di essi: — Non tocca a me
a insegnarvi quello che dovete fare, ma, se fossi in voi, non porterei
dietro la tenda.
— Fu mai sognata una cosa simile! — esclamò Mercede, alzando le braccia
con atto di candido stupore. — Come diavolo potrei mai fare senza della
tenda?
— È primavera, e non avrete più tempi freddi. — rispose l’uomo.
Elusa scrollò il capo, decisa, e Carlo e Rico misero le ultime cose su
quel carico immenso.
— Credete che potrà camminare? — chiese uno degli uomini.
— Perchè no? — domandò Carlo, piuttosto brusco.
— Oh, va bene, va bene, — s’affrettò a dire l’uomo in tono sommesso. —
Pensavo soltanto se poteva, ecco tutto. Mi sembrava alquanto pesante.
Carlo attaccò i cani ai tiranti, quanto meglio potè, ma non nel modo
migliore.
— E, naturalmente, i cani non possono andare avanti tutto il giorno con
quel peso dietro. — affermò un secondo uomo.
— Certamente — disse Rico, con gelida cortesia, afferrando la stanga di
destra con una mano e agitando la frusta con l’altra.
— Avanti! — gridò. — Avanti, ehi!
I cani si lanciarono tendendo le cinghie del pettorale, fecero dei
grandi sforzi per un momento, e poi si rilassarono: erano incapaci di
muovere la slitta.
— Lazzaroni bruti, vi mostrerò io! — gridò egli facendo l’atto di
frustarli.
Ma Mercede s’interpose, gridando: — Oh, Rico, non devi picchiarli, —
e gli afferrò la frusta, e gliela strappò di mano. — Poverini! Ora tu
devi promettermi che non sarai duro con loro per tutto il resto del
viaggio, o io non vado un passo avanti.
— Ah! tu ne sai qualche cosa dei cani, — sghignazzò il fratello. —
Vorrei che tu mi lasciassi un po’ in pace. Sono lazzaroni, ti dico, e
tu devi frustarli se vuoi ottenere qualche cosa da loro. Questa è la
maniera. Domandalo a chi vuoi. Domandalo ad uno di questi uomini.
Mercede guardò, come implorando, gli uomini, con indicibile espressione
di ripugnanza per la sofferenza, sul suo volto grazioso.
— Sono deboli come l’acqua, se volete saperlo, — rispose uno degli
uomini. — Assolutamente sfiniti. Ecco il loro male. E hanno bisogno di
riposo.
— Crepi il riposo, — esclamò Rico, muovendo il suo mento imberbe,
mentre Mercede emetteva un — Oh! — di pena e di dispiacere,
all’esclamazione del fratello.
Ma poichè era una creatura che parteggiava ciecamente per i suoi,
s’affrettò a dire, puntigliosa, in difesa del fratello:
— Non badare a quello che dice. Tu conduci i nostri cani, e devi fare
quanto credi meglio.
La frusta di Rico s’abbattè nuovamente sui cani. Essi tesero nuovamente
i pettorali, puntarono i piedi sulla neve battuta, s’incurvarono su di
essa, e impegnarono tutta la loro forza. Ma la slitta tenne duro, come
se fosse un’ancora. Dopo due di quegli sforzi, i cani si fermarono,
ansanti. La frusta fischiava furiosamente, allorchè Mercede s’interpose
nuovamente. Cadde in ginocchio davanti a Buck, con lagrime agli occhi,
e gli pose le braccia attorno al collo.
— Poverino, poverino, poverino — piagnucolò con simpatia, — perchè non
tiri forte?... Non saresti frustato.
A Buck non piaceva quella donna, ma si sentiva troppo infelice per
resisterle; egli sopportò quelle carezze come una parte del miserevole
lavoro di quella giornata.
Uno degli spettatori, che aveva tenuti i denti stretti per reprimere
parole violenti, disse alla fine:
— Non perchè m’importi nulla di quanto può succedervi, ma solo per
amore dei poveri cani, voglio dirvi che potete aiutarli molto smuovendo
la slitta. Gli striscii sono trattenuti dal ghiaccio. Gettatevi con
tutto il vostro peso sul timone, a destra e a sinistra, e liberate gli
striscii dal ghiaccio.
Fu fatto un terzo tentativo, ma questa volta, seguendo il consiglio,
Rico ruppe la neve che si era ghiacciata intorno agli striscii, e la
troppo carica e male accomodata slitta scivolò, mentre Buck e i suoi
compagni tiravano disperatamente sotto la pioggia delle frustate.
Cento metri innanzi, il sentiero voltava e scendeva ripido lungo la
strada principale. Sarebbe occorso un uomo esperto per mantenere ritta
la slitta con quei carico; ma Rico non era un uomo esperto. Voltando
velocemente l’angolo, la slitta si capovolse, e metà del carico
cadde tra le corregge allentate. I cani non si fermarono. La slitta,
alleggerita, sobbalzava dietro di loro, piegata su un fianco. I cani
erano furiosi per il cattivo trattamento e per il carico eccessivo.
Buck era idrofobo: si diede a correre e gli altri del tiro seguirono
il suo esempio. Rico gridò: — Oho! Oho!, — ma quelli non gli badarono.
Egli inciampò e cadde per terra; e la capovolta slitta gli passò sopra,
e i cani volarono su per la strada, aumentando il divertimento di
Skaguay con lo spargere il resto del carico lungo la via principale
della città.
Dei cittadini di buon cuore fermarono i cani e raccolsero gli sparsi
indumenti. Essi diedero pure qualche consiglio. Era necessario
ridurre il carico di metà e aumentare del doppio i cani, se volevano
proprio arrivare a Dawson; fu detto. Rico, sua sorella e suo cognato
ascoltarono mal volentieri, ripiantarono la tenda e riesaminarono il
loro equipaggiamento. Tirarono fuori delle scatole di carne conservata
che fece ridere i presenti; essendo la carne conservata, sul Long
Trail, una cosa neppure da sognarsi. — Coperte per albergo, — disse uno
degli uomini ridendo ed aiutando. — La metà di queste coperte è già di
troppo; liberatevene. Gettate via quella tenda, e tutti quei piatti.
Chi li laverebbe, poi? Dio buono, credete di viaggiare in un treno di
lusso?
E così seguì l’inesorabile eliminazione del superfluo. Mercede si
mise a piangere quando i sacchi d’indumenti furono vuotati per terra,
e furono scartati i suoi oggetti, uno dopo l’altro. Piangeva, e
specialmente su ogni cosa scartata. Piegata in due, con le mani ai
ginocchi, si dondolava avanti e indietro col cuore affranto. Affermava
che non sarebbe andata avanti di un passo, neppure per una dozzina
di Carli. S’appellava a tutti e a tutto, e, alla fine, s’asciugò gli
occhi e incominciò a gettar via persino oggetti di vestiario ch’erano
indispensabili. E così indurita, quando finì di gettar via le proprie
cose, incominciò a prendersela con le cose dei suoi uomini, che fece
volare tutte come sotto un uragano.
Ciò fatto, l’equipaggiamento, benchè ridotto della metà, formava ancora
un cumulo formidabile. Carlo e Rico uscirono, la sera, e comprarono
sei cani _esterni_. Questi, aggiunti ai sei del tiro originale, e con
Teck e Koona, _huskies_ ottenuti al Rink Rapids, nel viaggio _record_,
formarono un tiro di quattordici cani. Ma i cani _esterni_, benchè
allenati al lavoro, quasi dal momento del loro sbarco, non valevano
molto. Tre erano bracchi dal pelo corto; uno era un terranova, e
gli altri due erano bastardi di razza indeterminata. Sembrava che
non sapessero nulla, questi nuovi venuti. Buck e i suoi compagni li
guardarono con disgusto; ma Buck sebbene insegnasse loro rapidamente
i loro posti e quanto non dovevano fare, non poteva insegnar loro
tutto ciò che dovevano fare. Non s’adattavano volentieri al tiro e
al cammino. Tranne i due bastardi, essi erano storditi e avviliti dal
selvaggio ambiente in cui si trovavano, e per il cattivo trattamento
ricevuto. I due bastardi non avevano punto spirito; tutta la loro
sensibilità si riduceva alle ossa
Con i nuovi venuti incapaci e smarriti, e il vecchio tiro esausto per
duemila e cinquecento miglia d’ininterrotto cammino, le previsioni
erano tutt’altro che liete. I due uomini, tuttavia erano allegrissimi,
e orgogliosi per giunta; perchè facevano le cose da gran signori, con
quei quattordici cani. Avevano visto altre slitte partire oltre il
Pass, per Dawson, o arrivare da Dawson, ma mai una slitta che avesse
tanti cani, quattordici cani! Per la natura dei viaggi artici, vi era
una buona ragione perchè quattordici cani non dovessero tirare una
slitta: cioè, perchè una slitta non può portare il cibo per quattordici
cani. Ma Carlo e Rico non lo sapevano. Essi avevano preparato il
viaggio, facendo i calcoli a matita: tanto per un cane, tanti cani,
tanti giorni, Q. E. D. Mercede guardava dietro le loro spalle, e
approvava col capo: era così semplice!
Sul tardi, la mattina dopo, Buck condusse il lungo tiro lungo la
strada. Non presentava nulla di vivace, quel tiro; e nè lui nè
i suoi compagni mostravano entusiasmo con impeti e strappi. Essi
incominciavano il viaggio già mortalmente stanchi. Egli aveva percorsa
quattro volte la distanza tra Salt Water e Dawson, e ora, avvilito e
stanco com’era, affrontare lo stesso cammino ancora una volta, provava
un senso di amarezza. Nè il suo cuore nè quello degli altri cani
partecipavano al lavoro.
Gli _esterni_ erano timidi e spaventati, gli _interni_ non avevano
fiducia nei loro padroni.
Buck sentiva vagamente che non c’era da fare affidamento su quei due
uomini e su quella donna. Non solo non sapevano fare nulla, ma col
passare dei giorni apparve chiaro che non potevano neanche imparare:
erano manchevoli in tutto, senz’ordine e senza disciplina. Impiegarono
metà della notte per preparare un accampamento disordinato, e metà
del mattino per togliere l’accampamento e per caricare la slitta così
male, che per il resto della giornata dovevano fermarsi e riassettare
il carico. Alcuni giorni, non percorsero neppure dieci miglia. Altri
giorni non riuscirono neppure a mettersi in cammino. E in nessun giorno
riuscirono a percorrere più della metà del cammino ordinario, quale si
computava per stabilire il quantitativo del cibo necessario pei cani.
Così era inevitabile che dovessero trovarsi in breve a corto di
cibo per i cani. Per giunta, essi affrettarono quel fatto col
sovralimentarli, avvicinando così il giorno in cui avrebbero dovuto,
per necessità, ridurre, sino all’insufficienza, il cibo per le
bestie. I cani esterni, la cui digestione non era stata allenata, da
cronica fame, a trarre il massimo alimento dal minimo cibo, avevano un
appetito vorace. E quando, per giunta, gli sfiniti _huskies_ tirarono
fiaccamente, Rico decise di aumentare la razione normale, ch’egli
considerava scarsa. Come se non bastasse tutto ciò, Mercede che,
pur con lagrime nei suoi occhi graziosi e un tremito nella voce, era
riuscita ad ottenere una maggiore razione pei cani, rubò, dai sacchi,
del pesce, e li nutrì di nascosto. Ma Buck e gli huskies avevano
bisogno, soprattutto, di riposo. Benchè procedessero molto lentamente,
il pesante carico ch’essi trascinavano logorava grandemente le loro
forze.
Poi venne la nutrizione insufficiente. Rico, un bel giorno, sì dovette
convincere della realtà del fatto che il cibo per i cani era per metà
consumato, mentre avevano percorso solo un quarto della distanza;
e, che, nè per amore nè per danaro, era possibile ottenere altro
cibo per i cani. Così, egli ridusse anche la razione normale e cercò
di affrettare il viaggio d’ogni giorno. Sua sorella e suo cognato
l’assecondavano; ma erano sforzi vani, a causa del loro pesante
equipaggiamento e della incompetenza dei conducenti. Sì, era cosa
semplice, dare minor cibo ai cani; ma impossibile farli viaggiare più
rapidamente, mentre la incapacità dei conducenti a mettersi in viaggio
più presto, il mattino, accorciava le ore del viaggio. Non soltanto
essi non sapevano come trattare i cani, ma non sapevano come trattare
se stessi.
Il primo ad andarsene fu Dub. Quel povero ladro incapace com’era,
sempre scoperto e punito, era stato tuttavia un fedele lavoratore.
La sua penosa piaga alle spalle, non curata e sempre tormentata,
peggiorò tanto, che alla fine Rico uccise il cane con un colpo della
sua grossa rivoltella «Colt». E poichè è noto, in quei paesi, che un
cane esterno muore di fame se alimentato con la semplice razione di un
_husky_, i sei cani esterni alle dipendenze di Buck non potevano non
morire con mezza razione di quella assegnata di solito a un _husky_.
Il terranova se ne andò per primo, seguito dai tre bracchi dal pelo
corto: i due bastardi rimasero più a lungo afferrati alla vita, ma
anch’essi furono spacciati, alla fine. Giunti a questo punto, tutte
le amenità e le belle maniere della terra del Sud scomparvero dalle
persone dei tre conducenti. Svestito dal suo fascino romantico, il
viaggio artico divenne una realtà troppo dura per il loro vigore e il
coraggio maschile e femminile. Mercede cessò di piangere per i cani,
troppo occupata a piangere su se stessa e a disputare col marito e col
fratello. Quella di altercare, era l’unica cosa di cui non fossero mai
stanchi. La loro irritabilità fu causata dalla miseria, e s’accrebbe
con essa, raddoppiò e divenne di gran lunga superiore ad essa. La
meravigliosa pazienza che viene agli uomini dagli stenti e dai travagli
sofferti pel cammino della slitta, e che li fa diventare buoni e
gentili di parola, non venne a quei due uomini e a quella donna, i
quali non sospettavano neppure che tale pazienza esistesse. Erano duri,
perchè soffrivano; avevano male nei muscoli, male nelle ossa, e male
negli stessi cuori; e per ciò s’abbandonavano facilmente alle parole
irose; e parole dure erano sulle loro labbra al mattino, e parole dure
terminavano la loro sera.
Carlo e Rico questionavano ogni volta che Mercede ne offriva
l’occasione. Ciascuno di loro era convinto di fare più della propria
parte di lavoro, e ciascuno non lasciava l’occasione per esprimere
questa convinzione. Talvolta, Mercede prendeva le parti di suo marito,
e talvolta del fratello. Il risultato era una magnifica e interminabile
disputa familiare. Incominciando con una discussione su chi toccasse
rompere un po’ di legna per il fuoco (discussione che riguardava
soltanto Carlo e Rico) finivano poi col trascinare in essa il resto
della famiglia: padri, madri, zii, cugini, gente lontana migliaia
di miglia, e alcuni anche morti. Come il giudizio sull’arte di Rico
o sulle commedie moderne, che scriveva il fratello di sua madre,
avessero a che fare con la necessità di procurarsi un po’ di legna,
non è comprensibile; eppure, la disputa si sviava sino a quel punto, o
in altra direzione, toccando i pregiudizî politici di Carlo. Che poi
la pettegola lingua della sorella di Carlo dovesse influire circa il
fuoco da accendere in Yukon, era cosa che pareva ragionevole soltanto
a Mercede, che si sfogava copiosamente riuscendo a ficcare sempre,
incidentalmente, alcuni particolari spiacevoli riguardanti la famiglia
di suo marito. Frattanto, il fuoco non era acceso, l’accampamento
rimaneva a metà, e i cani restavano senza cibo.
Mercede cullava una speciale afflizione, un risentimento di donna.
Graziosa e delicata, ella era stata trattata cavallerescamente, durante
tutta la sua vita; ma ora, il trattamento del marito e del fratello
era tutt’altro che cavalleresco. Poichè era avvezza ad avere aiuto in
tutte le cose, essi se ne lagnavano. E per queste accuse rivolte contro
le più essenziali prerogative del suo sesso, essa rendeva le loro
vite insopportabili. Ella non aveva più alcun riguardo per i cani, e
siccome era stanca e indolenzita, insisteva per voler viaggiare sulla
slitta. Era graziosa e delicata, sì, ma pesava cinquanta chili, che
costituivano un troppo gravoso colpo per il carico tirato da animali
deboli e affamati. Ella si fece portare per dei giorni interi, finchè i
cani caddero sfiniti e la slitta si fermò. Carlo e Rico la pregarono di
scendere e di camminare, la supplicarono, la minacciarono, mentr’essa
piangeva e disturbava il Cielo enumerando le loro brutalità.
A un punto, furono costretti a toglierla dalla slitta a viva forza. Ma
non lo fecero più. Essa si mise a zoppicare come un bambino viziato e
si sedette sulle tracce lasciate dalla slitta, rimanendo così, senza
muoversi, mentre essi proseguivano il cammino. Percorse tre miglia,
i due furono costretti a scaricare la slitta, a ritornare indietro, a
prenderla, e a metterla sulla slitta a viva forza.
Era tanta la loro miseria, che divenivano noncuranti delle sofferenze
dei loro animali. La teoria di Rico, ch’egli applicava agli altri,
era che si doveva essere duri. L’aveva incominciata a predicare alla
sorella e al cognato; ma non riuscendo con loro, finì con applicare
la teoria, a colpi di mazza, ai cani. Alle _Cinque Dita_, si trovarono
senza cibo per i cani. Allora una sdentata vecchia indiana acconsentì
a cedere qualche libbra di pelle di cavallo gelata in cambio della
rivoltella «Colt» che Rico teneva, col coltello da caccia, nella
cintura.
Un misero surrogato al cibo era quella pelle, così, com’era stata tolta
ai poveri cavalli morti di fame, dal mandriano, sei mesi prima. Così
gelata, pareva fatta di striscie di ferro galvanizzato: e formava nello
stomaco dei cani, che la mangiavano a stento, come dei sottili spaghi
coriacei privi di nutrimento, o masse di corti crini, irritanti e
indigesti.
Attraverso questo inferno, Buck andava avanti, barcollando, alla testa
del tiro, come in un penoso incubo. Tirava quando poteva: quando non
ne poteva più, cadeva e rimaneva a terra, finchè i colpi di frusta o
di mazza non lo rimettevano in piedi. Tutta la compatta lucentezza del
suo magnifico pelo era scomparsa; esso pendeva dal corpo: ora floscio e
sporco, o appiccicato di sangue, dove la mazza di Rico aveva ammaccato
e ferito la pelle. I suoi muscoli erano deperiti al punto che parevano
cordoni a nodi, e i cuscinetti di carne erano scomparsi; sicchè
ciascuna costa ed osso del suo corpo appariva chiaramente attraverso
la pelle cadente e rugosa. Era in uno stato da spezzare il cuore; ma
quello di Buck era infrangibile. L’uomo dalla maglia rossa l’aveva
provato.
Come Buck erano i suoi compagni: simili a scheletri in movimento.
Erano, ora, in sette, compreso Buck. Nella loro grande miseria erano
diventati insensibili ai morsi della frusta e alle ammaccature prodotte
dalla mazza. La pena delle bastonature era oscura e lontana, come
le cose che i loro occhi vedevano e i loro orecchi udivano. Essi non
erano mezzi vivi, nè un quarto vivi: ma ridotti a sacchi di ossa in
cui palpitavano debolmente dei bagliori di vita. Ad ogni sosta, essi
cadevano sulla traccia del cammino come cani morti, e il bagliore di
vita s’affievoliva e pareva spegnersi. E quando la frusta o la mazza
cadeva su loro, il bagliore si ravvivava debolmente, e si rimettevano
traballanti in piedi e andavano avanti barcollando.