spalla contro spalla, con tanta violenza da sbagliar la gola.
Ruzzolarono insieme più volte nel polviscolo della neve. Spitz balzò
in piedi istantaneamente come se non fosse stato gettato a terra,
lacerando la spalla di Buck e saltando da un lato. Due volte i suoi
denti, batterono insieme, come i denti d’acciaio di una tagliola,
mentre indietreggiava per prendere posizione, con le scarne labbra
alzate, sibilanti e ringhianti.
In un lampo Buck comprese. Era giunta l’ora. Era per la morte.
Mentre giravano intorno, ringhiando, con le orecchie basse, cercando
intensamente un vantaggio, la scena assumeva per Buck un aspetto
familiare. Gli sembrava di ricordare ogni cosa: i boschi bianchi, e la
terra, e la luce lunare, e il fremito della battaglia. Al biancore e al
silenzio sovrastava una calma spettrale. Non vi era il più debole filo
d’aria, nulla si moveva, non tremava foglia; il visibile fiato dei cani
s’alzava lentamente e pigramente nell’aria gelata. Avevano spartito
rapidamente il coniglio dalle zampe di neve, questi cani ch’erano dei
lupi male addomesticati: e s’avvicinavano ora in un cerchio di avida
attesa. Essi, pure, erano silenziosi, con gli occhi che scintillavano e
i respiri che salivano lentamente nell’aria. Per Buck non era nuova nè
strana, quella scena d’altri tempi. Era come se fosse sempre stata la
necessaria vicenda delle cose.
Spitz era un combattente pratico. Dallo Spitzberg attraverso le Terre
Artiche, e per il Canadà e i Barrens, egli s’era battuto con ogni
specie di cani ed era riuscito a vincerli. Terribile furia era la sua,
ma mai furia cieca. Preso dalla passione di sbranare e distruggere, non
dimenticava mai che il suo nemico era preso dalla stessa passione di
sbranare e distruggere. Non si lanciava mai all’attacco prima di essere
preparato a ricevere un attacco; non attaccava mai prima di avere
difeso quell’attacco.
Invano Buck si sforzò di affondare i denti nel collo del grosso cane
bianco. Ogni qual volta i suoi denti miravano alla carne più soffice,
incontravano i denti di Spitz. Denti contro denti, e le labbra erano
tagliate e sanguinavano, ma Buck non poteva penetrare nella guardia
del suo nemico. Allora si riscaldò e avvolse Spitz in un turbine di
attacchi. Ripetutamente tentò di afferrare la gola candida, dove la
vita palpitava alla superficie, e ciascuna volta Spitz lo feriva e
saltava da un lato. Allora Buck prese a slanciarsi contro Spitz come
se mirasse alla gola, improvvisamente piegando la testa da un lato,
battendo con la spalla contro la spalla di lui, come un montone, per
rovesciarlo. Ma invece di rovesciarlo, la spalla di Buck era lacerata
dai denti di Spitz, che balzava subito via leggero.
Spitz non era tocco, mentre Buck grondava sangue e respirava
affannosamente. La lotta diveniva disperata. E intanto il cerchio
silenzioso e lupino attendeva per finire qualsiasi cane soccombesse.
Mentre Buck annaspava, Spitz, incominciò a sua volta a lanciarglisi
contro, tanto che egli penava a mantenersi in piedi. Una volta Buck
cadde, e l’intero cerchio dei sessanta cani balzò in piedi; ma egli si
rimise, quasi a mezz’aria, e il circolo si gettò giù ad aspettare.
Ma Buck possedeva una qualità fatta per la gloria e la grandezza:
immaginazione. Combatteva per istinto, ma poteva combattere pure con la
testa. Si lanciò come se volesse ritentare il vecchio colpo di spalla,
ma all’ultimo istante s’abbassò rapido rasente la neve e colpì. I suoi
denti si chiusero sulla zampa sinistra, anteriore, di Spitz. Si udì
uno scricchiolìo d’osso spezzato, e il cane bianco gli tenne testa su
tre zampe. Tre volte cercò di rovesciarlo, e poi ripetè il colpo e
gli spezzò l’altra zampa davanti. Nonostante la pena e l’impotenza,
Spitz lottò disperatamente per tenersi ritto. Vedeva il cerchio
silenzioso, con occhi luminosi, lingue a penzoloni e fiati argentei,
salire e chiudersi sempre più su di lui, come aveva visto cerchi simili
chiudersi su vinti antagonisti nel passato. Soltanto questa volta egli
era il vinto.
Non vi era alcuna speranza per lui. Buck era inesorabile. La
compassione era una cosa serbata per climi più miti. Preparò l’ultimo
attacco. Il cerchio s’era ristretto tanto ch’egli poteva sentire
l’alito degli _kuskies_ ai suoi fianchi. Poteva vederli, oltre Spitz
e da ogni lato, mezzi rannicchiati per lanciarsi, con gli occhi
fissi su lui. Seguì come una pausa. Ogni animale era immobile, come
pietrificato. Soltanto Spitz tremava col pelo irsuto mentre barcollava,
ringhiando terribilmente e minacciosamente, come se volesse spaventare
la morte imminente. Alla fine, Buck balzò avanti e balzò indietro, ma
in quell’ultimo balzo in avanti egli aveva alla fine raggiunta la gola
del suo nemico. L’oscuro cerchio divenne un punto sulla neve innondata
dalla luce lunare, allorchè Spitz scomparve. Buck rimase da un lato a
guardare, campione fortunato, primordiale bestia dominante che aveva
ucciso e che aveva trovato piacere nell’uccidere.
CAPITOLO IV.
COLUI CHE HA GUADAGNATO IL PRIMATO.
— Eh! Che dicevo? Dicevo il vero quando asserivo che Buck vale per due
diavoli.
Fu questo il discorso di François la mattina dopo, quando scoprì che
mancava Spitz e che Buck era coperto di ferite. Lo tirò vicino al fuoco
e alla luce del fuoco mostrò le ferite.
— Quello Spitz combatte come un diavolo, — disse Perrault, mentre
esaminava gli squarci e i tagli.
— E questo Buck combatte come due diavoli. — fu la risposta di
François. — Ed ora potremo guadagnar tempo. Non più Spitz, non più
disordine, per certo.
Mentre Perrault impaccava gli attrezzi dell’accampamento e caricava
la slitta, il conducente incominciò a porre i finimenti ai cani. Buck
trottò subito al posto che Spitz avrebbe occupato come capo del tiro;
ma François, non badando ad esso, condusse Sol-leks alla bramata
posizione. A suo giudizio, Sol-leks era il miglior cane che rimaneva
per dirigere il tiro. Buck si slanciò furioso su Sol-leks, spingendolo
via e prendendone il posto.
— Eh? eh? — gridò François battendo le mani allegramente. — Guardate un
po’ Buck. Ha ucciso Spitz, e crede ora di prenderne il posto.
— Via! via di qui, stupido! — gridò, ma Buck non si mosse.
Afferrò Buck per la collottola del collo, e benchè il cane ringhiasse
minacciosamente, lo trascinò da un lato e rimise a posto Sol-leks. Il
vecchio cane non era punto contento, e mostrava chiaramente che aveva
paura di Buck. François era cocciuto, ma quando voltò le spalle, Buck
scacciò via nuovamente Sol-leks, che era contento di andarsene.
François si stizzì. — Ora, perdio! t’insegno io a ubbidire! — gridò,
ritornando con una pesante mazza in mano.
Buck, che ricordava l’uomo dalla maglia rossa, si ritirò lentamente,
nè ritentò di scacciare Sol-leks quando fu rimesso a posto. Girava
intorno, fuori del tiro della mazza, ringhiando furiosamente e
amaramente; e mentre girava intorno, teneva d’occhio la mazza per
schivarla se mai François gliela avesse gettata contro, giacchè era
diventato saggio nei rapporti con le mazze.
Il conducente continuò i suoi preparativi, e chiamò Buck quando fu il
momento di porlo al vecchio posto davanti a Dave. Buck indietreggiò
di due o tre passi. François lo seguì, ma il cane continuò a
indietreggiare. Dopo un po’ di questo gioco, François depose la mazza,
pensando che Buck temesse d’essere picchiato, ma Buck era, invece, in
piena rivolta. Non voleva sfuggire alla mazza, ma avere il comando del
tiro. Gli apparteneva di diritto. Se l’era guadagnato, e non avrebbe
rinunciato.
Perrault venne a dare una mano a François. Tutt’e due lo rincorsero
per quasi un’ora. Gli gettarono mazze: egli le schivò. Lo maledirono,
e maledirono i suoi genitori, e la sua semente sino alle più remote
venture generazioni, e tutti i peli del suo corpo e ogni goccia di
sangue delle sue vene; ed egli rispondeva ad ogni maledizione con
ringhi e si teneva lontano dal loro raggio d’azione. Egli non cercò
di scappare, facendo intendere chiaramente che quando l’avessero
accontentato, sarebbe rientrato al suo posto e sarebbe stato buono.
François alla fine si sedette grattandosi la testa. Perrault guardò
l’orologio e bestemmiò. Il tempo fuggiva, ed essi avrebbero dovuto
essere in cammino già da un’ora. François si grattò nuovamente la
testa. La scrollò e fece una smorfia di malcontento al corriere, il
quale scrollò le spalle, significando ch’erano vinti. Poi François si
avvicinò a Sol-leks e chiamò Buck. Buck rise, come ridono i cani, ma
tuttavia si tenne a distanza. François staccò i tiranti da Sol-leks
e rimise questo al suo solito posto. La slitta, ora, era pronta per
partire, coi cani in fila, l’uno dietro l’altro. Non v’era posto per
Buck, tranne che in testa. Ancora una volta François lo chiamò e ancora
una volta Buck rise e rimase dov’era.
— Getta via la mazza. — gli ordinò Perrault.
François ubbidì, e allora Buck accorse trottando, ridendo
trionfalmente, e si girò, in posizione di tiro, alla testa della fila
dei cani. Fu attaccato ai tiranti, e la slitta, liberata dalla presa
del ghiaccio, filò via lungo la traccia sul fiume, con i due uomini che
le correvano dietro.
Per quanto il conducente di cani avesse già dato un gran valore a Buck,
con i suoi due diavoli, pure egli trovò, sin dal principio di quella
giornata, che non l’aveva valutato al giusto. In un balzo, Buck aveva
assunti tutti i compiti del cane di testa; mostrandosi, dove bisognava
giudizio, pronto a pensare e pronto ad agire; dimostrandosi persino
superiore a Spitz, del quale François non aveva mai visto l’eguale.
Ma nell’obbedire alla legge e nel farla rispettare dai suoi compagni
soprattutto, Buck primeggiava. Dave e Sol-leks erano indifferenti
al mutamento del capo. Non era faccenda che li riguardasse. Il loro
compito era di tirare, e tiravano poderosamente, e finchè non erano
impediti nella loro fatica, non importava a loro che cosa accadesse.
Anche se fosse stato messo alla testa del tiro Billee, l’amabile, essi
non avrebbero fatto alcuna opposizione, purchè tenesse l’ordine. Il
resto del tiro, tuttavia, era diventato indisciplinato durante gli
ultimi giorni di Spitz, e la sorpresa fu grande quando Buck incominciò
a porre ordine, punendo senza misericordia.
Pike, che tirava alle calcagna di Buck, e che non metteva mai un’oncia
di più del suo peso di quanto bisognasse contro il pettorale, fu
rapidamente e ripetutamente punito per la sua neghittosità: così che
prima della fine del primo giorno di viaggio egli tirava come non aveva
mai tirato durante tutta la sua vita. La prima notte nell’accampamento,
Joe, il maligno, fu punito esemplarmente, cosa che Spitz non era
riuscito mai a fare. Buck lo debellò semplicemente per virtù del suo
maggior peso, e lo coprì di morsi finchè alla fine smise di ringhiare e
incominciò a mugolare chiedendo misericordia.
Il tono generale del tiro migliorò immediatamente; ricuperò la
solidarietà di un tempo, e ancora una volta i cani tiravano come un
sol cane. Alle Ruik Rapids furono aggiunti due _kuskies_ nativi, Teck
e Koona: e la celerità con la quale Buck li istruì alla disciplina del
tiro, tolse il respiro a François.
— Mai c’è stato un cane come Buck! — esclamò egli. — No, mai! Vale un
migliaio di dollari, perdio! Eh! Che ne dici, Perrault?
Perrault confermò con un cenno del capo. Era già in vantaggio sul
_record_ di velocità, e guadagnava ogni giorno. Il sentiero era in
eccellenti condizioni, ben battuto e duro, e non era caduta della nuova
neve che rendesse più difficile il cammino della slitta. Non faceva
troppo freddo: la temperatura, scesa a cinquanta Fahrenheit sotto zero,
rimase tale per tutto il resto del viaggio. Gli uomini correvano o
andavano sulla slitta, a turno, e i cani erano mantenuti al galoppo,
tranne rare fermate.
Poichè il Fiume delle Trenta Miglia era relativamente coperto di
ghiaccio, percorsero in un giorno il cammino per il quale nell’andata
avevano impiegato dieci giorni. In una sola corsa percorsero le
sessanta miglia che separano il Lago Le Barge dalle Cascate del Cavallo
Bianco. Attraverso Marsh, Tagish e Bennett (settanta miglia di laghi)
volarono con tale velocità, che l’uomo, cui toccava correre, si fece
rimorchiare, attaccato con una corda della slitta. E nella notte della
seconda settimana raggiunsero la sommità del Passo Bianco e scesero
il ripido pendio verso il mare, con le luci di Skaguay e delle navi ai
loro piedi.
Avevano raggiunto il _record_ della rapidità. Per quattordici giorni
avevano percorso, in media, quaranta miglia al giorno. Per tre giorni
Perrault e François si pavoneggiarono su e giù per la via principale di
Skaguay ed erano affogati sotto un diluvio d’inviti a bere, mentre il
tiro era il centro costante di una folla di adoratori della prodezza
e valentia canina. Poi tre o quattro malandrini occidentali tentarono
di mettere a sacco la città, e furono massacrati, e l’interesse del
pubblico passò ad altri idoli. Vennero poi degli ordini governativi.
François chiamò a se Buck, gli gettò le braccia al collo e pianse, e fu
l’ultima volta che il cane vide François e Perrault. Come altri uomini,
essi scomparvero per sempre dalla vita di Buck.
Un uomo di sangue mezzo scozzese prese in consegna i cani, e in
compagnia di una dozzina d’altri cani da tiro, Buck riprese la faticosa
via per Dawson. Non era una corsa leggera o rapida da _record_, ora, ma
un duro lavoro d’ogni giorno, con un carico pesante dietro; chè quello
era il corriere postale ordinario che portava notizie dal mondo agli
uomini che cercavano oro, all’ombra del Polo.
A Buck non piaceva quel nuovo lavoro, ma egli lo sopportava
coraggiosamente, provando orgoglio in esso, alla maniera di Dave
e di Sol-leks, e sorvegliando che i suoi compagni, prendessero
amore o non al lavoro, facessero la loro parte di fatica. Era una
vita monotona, che procedeva con la regolarità di una macchina. I
giorni s’assomigliavano. Ogni mattina, ad una certa ora, i cucinieri
apparivano, venivano accesi fuochi, ed era fatta colazione. Poi,
mentre alcuni toglievano l’accampamento, altri attaccavano i cani ed
erano già in viaggio da un’ora e più prima che calassero le tenebre
che annunciano l’aurora. Alla sera s’accampavano. Alcuni piantavano le
tende, altri tagliavano legna da ardere o rami di pini per i letti, e
altri ancora trasportavano acqua o ghiaccio per i cucinieri. Davano,
inoltre, da mangiare ai cani, per i quali il pasto serale costituiva
l’avvenimento più importante della giornata, benchè fosse pure
piacevole vagare per l’accampamento, dopo mangiato il pesce, per un’ora
e più con gli altri cani, un centinaio circa. Tra essi vi erano dei
terribili combattenti, ma tre battaglie con i più temibili diedero il
primato a Buck, sicchè quand’egli arruffava il pelo e mostrava i denti
tutti lo evitavano.
Più di tutto, forse, egli amava starsene accanto al fuoco accovacciato
sulle gambe posteriori, con le anteriori tese innanzi, la testa alta, e
gli occhi socchiusi fissi in sogno sulle fiamme. Qualche volta pensava
alla grande casa del Giudice Miller, nella soleggiata Valle di Santa
Clara e alla vasca di cemento per il nuoto, e a Isabella, la messicana
senza pelo, e a Toobs, il cane giapponese; ma più spesso ripensava
all’uomo dalla maglia rossa, alla morte di Curly, alla grande lotta con
Spitz, e alle buone cose che aveva mangiato e che avrebbe desiderato di
mangiare. Non soffriva nostalgia: la Terra del Sole era molto lontana
ed incerta, e quelle memorie non avevano alcun potere su di lui. Molto
più potenti erano le memorie ereditarie che davano a cose che non aveva
ancora viste un aspetto familiare; gli istinti (che non erano altro che
le memorie dei suoi antenati divenute abitudini) già assopiti in lui,
si ravvivano e tornavano in vita.
Talvolta, mentre stava là accovacciato a guardare con gli occhi
socchiusi e persi in sogni le fiamme, sembrava che le fiamme
appartenessero ad un altro fuoco, e che mentre egli era accovacciato
a quest’altro fuoco vedesse un altro uomo, diverso dal cuoco di razza
mista che gli stava, in realtà, innanzi. Quest’altro uomo aveva le
gambe più corte e le braccia più lunghe, con muscoli che erano fibrosi
e nodosi anzichè rotondi e gonfi. I capelli di quest’uomo erano lunghi
e appiccicati, e la testa sfuggente. Emetteva strani suoni, e sembrava
avesse terrore delle tenebre, nelle quali spiava continuamente,
stringendo in una mano, che arrivava a metà tra le ginocchia e i
piedi, un bastone con un sasso pesante infisso all’estremità. Era quasi
interamente nudo, con una pelle a brandelli e abbruciacchiata, gettata
sulle spalle, ma il corpo era molto peloso. In alcuni punti, attraverso
il petto e le spalle e lungo la parte esterna delle braccia e delle
cosce, il pelo era folto da divenire quasi una pelliccia. Non stava
eretto, ma col tronco inclinato in avanti dai fianchi, su gambe che si
piegavano ai ginocchi. Il suo corpo animato da una speciale elasticità,
o possibilità di contrazioni e di scatti, quasi da gatto, era sempre
vigilissimo, come di chi viva in perpetua paura delle cose visibili e
invisibili.
Altre volte quest’uomo peloso si rannicchiava accanto al fuoco, con
la testa tra le gambe, e dormiva. In tali occasioni teneva i gomiti
sui ginocchi, le mani congiunte sulla testa come per difendersi dalla
pioggia colle braccia pelose. E, oltre quel fuoco, nelle circostanti
tenebre, Buck poteva scorgere molti carboni accesi, a due a due, sempre
a due a due, che egli sapeva erano gli occhi delle grandi bestie da
preda. E poteva udire il ruinare dei loro corpi tra l’alta vegetazione,
e i rumori che facevano nella notte. E sognando sulla riva dello Yukon,
con pigri occhi socchiusi fissi sul fuoco, questi suoni e visioni
di un altro mondo gli facevano rizzare lungo la schiena i peli che
diventavano irsuti sul collo, sino a che gemeva basso e soffocato o
ringhiava dolcemente, e il cuciniere di razza mista gli gridava:
— Ehi! Buck, svegliati! — Allora l’altro mondo svaniva e il cane apriva
gli occhi sul mondo reale, e s’alzava e sbadigliava e si stendeva come
se veramente avesse dormito.
Il viaggio era così faticoso, con la posta da tirare, che il
duro lavoro li rese esausti. Erano diminuiti di peso e in cattive
condizioni, quando arrivarono a Dawson, e avrebbero dovuto avere almeno
una settimana o dieci giorni di riposo; ma due giorni dopo riscendevano
la riva dello Yukon dalle Barracks, carichi di lettere per la gente di
fuori. I cani erano stanchi, i conducenti brontolavano, e per aggravare
le cose, nevicava ogni giorno. Le conseguenze erano: un terreno molle,
maggiore attrito per gli strisci, e maggiore fatica per i cani nel
tirare; tuttavia i conducenti si mostrarono giusti durante l’intero
viaggio, e fecero del loro meglio per gli animali.
Ogni notte le prime cure erano per i cani. Essi mangiavano prima dei
conducenti, e nessun uomo pensava di coricarsi prima di avere esaminate
le zampe dei propri cani. Tuttavia, i cani perdettero le loro forze.
Sin dal principio dell’inverno avevano percorso mille ottocento miglia,
trascinando slitte per tutta la faticosa distanza; e mille ottocento
miglia lasciavano una profonda impronta anche sugli organismi più
induriti alle fatiche. Buck resisteva, tenendo i suoi compagni al
lavoro e mantenendo disciplina, benchè egli, pure, fosse molto stanco.
Billee si lamentava e sussultava ogni notte durante il sonno. Joe era
bisbetico più che mai, e Sol-leks era inabbordabile, tanto dal lato
dell’occhio cieco che dall’altro lato.
Ma era Dave che soffriva più d’ogni altro. Doveva avere qualche
malanno. Divenne sempre più cupo e irritabile, e quando s’accampavano,
faceva subito la sua buca per dormire e il conducente andava a dargli
il pasto nella buca. Una volta fuori dai finimenti s’accasciava e
non si rialzava più sino all’ora di essere attaccato, al mattino,
alla slitta. Talvolta, in cammino, quando era scosso da un improvviso
arresto della slitta, o si forzava per smuoverla, gridava di pena.
Il conducente l’esaminò ma non potè trovar nulla. Tutti i conducenti
s’interessarono al caso: ne parlavano durante i pasti, e durante le
loro ultime pipate prima di coricarsi. Una sera tennero consulto. Dave
fu condotto fuori del suo ricovero al fuoco, e fu toccato e tastato
sinchè gridò più volte. Qualche cosa c’era che gli faceva male, ma non
poterono trovare alcun osso spezzato, nè altra ragione del male.
Quando raggiunsero Cassiar Bar, il povero cane era così debole che
cadde ripetutamente sotto i tiranti. Lo scozzese di sangue misto fece
fare una fermata e levò Dave dal tiro, ponendo sotto la slitta, al
posto di esso, Sol-leks, ch’era il secondo del tiro. L’intenzione
del conducente era di fare riposare Dave, lasciandolo correre libero
dietro la slitta. Malato com’era, Dave soffriva di essere tolto dal
tiro, brontolando e ringhiando mentre lo staccavano, e mugolando, col
cuore spezzato, quando vide Sol-leks nel posto ch’egli aveva tenuto
amorosamente per tanto tempo. Chè egli aveva l’orgoglio del cammino e
del tiro, e, quasi moribondo, non poteva sopportare che un altro cane
facesse il suo lavoro.
Quando la slitta s’avviò, si dibattè nella neve lungo la via battuta,
attaccando con i denti Sol-leks, lanciandoglisi addosso e cercando di
farlo ruzzolare dall’altra parte della neve soffice, sforzandosi di
saltare tra i tiranti e di porsi tra lui e la slitta, e tutto il tempo
ululando e abbaiando e piangendo di dolore e di pena. Il conducente
cercò di allontanarlo con la frusta; ma il cane non badava al bruciore
delle frustate, e l’uomo non aveva coraggio di colpirlo più forte. Dave
non volle correre tranquillamente seguendo la traccia dietro la slitta,
dove era agevole andare, ma continuò ad affaticarsi lungo la slitta
nella neve soffice, dove era straordinariamente difficile procedere,
finchè fu esausto. Allora cadde, e rimase lì, ululando lugubremente,
mentre la lunga fila delle slitte gli passava innanzi.
Con le forze che gli rimanevano, riuscì a trascinarsi barcollando
dietro le slitte finchè non fu fatta una nuova fermata e allora si
lanciò sino alla sua slitta, e si fermò al fianco di Sol-leks. Il
conducente di questa indugiò un momento ad accendere la pipa dall’uomo
che veniva dietro a lui: poi ritornò sui suoi passi e diede il via
ai cani. Essi balzarono innanzi, con notevole facilità, senza sforzo
alcuno; volsero le teste dubbiosi e si fermarono sorpresi. Anche il
conducente era stupito: la slitta non s’era mossa. Egli chiamò i suoi
compagni a osservare l’accaduto. Dave aveva spezzato coi denti tutt’e
due i tiranti di Sol-leks, e stava davanti alla slitta, al suo posto.
Egli supplicò con gli occhi perchè lo lasciassero là. Il conducente era
perplesso. I suoi compagni raccontavano come un cane può avere il cuore
spezzato se gli venga negato il lavoro che l’uccide, e ricordavano casi
in cui cani, troppo vecchi o feriti, erano morti perchè erano stati
tolti dal tiro. Inoltre, ritenevano che era un atto di pietà, poichè
Dave doveva in ogni caso morire, lasciarlo morire sotto il tiro, a
cuor leggero e contento. Sicchè gli furono rimessi i finimenti ed egli
ricominciò a tirare orgoglioso come un tempo, benchè più di una volta
gridasse involontariamente, per il dolore del male interno.
Parecchie volte cadde e fu trascinato dai tiranti, e una volta la
slitta lo travolse, sicchè da allora in poi zoppicò ad una gamba
posteriore.
Ma resistette fino a che non pervennero all’accampamento, e il
conducente fece un giaciglio accanto al fuoco. All’alba, era troppo
debole per viaggiare. Al momento di attaccare la slitta, cercò di
trascinarsi sino al suo conducente. Con sforzi convulsi riuscì a porsi
in piedi, barcollò e cadde. Allora si trascinò penosamente e lentamente
sino al luogo dove stavano ponendo i finimenti ai suoi compagni.
Metteva innanzi le sue zampe anteriori e trascinava il suo corpo con
un movimento sussultorio: poi rimetteva innanzi le zampe, e ancora si
trascinava per qualche pollice. Sinchè le forze non l’abbandonarono,
alla fine, e i suoi compagni non lo videro per l’ultima volta
boccheggiante nella neve, e anelante verso di loro. Poterono udire il
cane che ululava lugubremente finchè non scomparvero dietro una fila di
alberi, lungo il fiume.