Anche François rimase sorpreso, quando li vide piombar fuori dalla buca

rovinata, confusi insieme e indovinò la causa della lite. «Aaah!» gridò

a Buck, «Dàgli, dàgli, perdio! Dàgli, a quello sporco ladro!».

Ma anche Spitz era disposto a darle. Ringhiava con estrema rabbia ed

ardore mentre girava avanti e indietro in attesa del momento opportuno

per balzargli addosso. Buck non era meno ardente, e non meno cauto,

mentre anch’egli girava indietro e avanti in cerca di un momento di

vantaggio. Ma fu allora che accadde l’inaspettato, la cosa che lanciò

la loro lotta per la supremazia lontana nell’avvenire, al di là di

molte tormentose miglia e sentieri e fatiche.

Una bestemmia di Perrault, il risuonare di un colpo di mazza su delle

ossa e un acuto urlo di pena annunciarono l’inizio di un pandemonio. Si

vide che l’accampamento era improvvisamente popolato di villose forme

striscianti — un centinaio di cani affamati, che avevano subodorato

l’accampamento da qualche villaggio indiano. S’erano avvicinati

strisciando, mentre Buck e Spitz stavano combattendo, e allorchè i due

uomini balzarono in mezzo ad essi con grosse mazze, quelli mostrarono

i denti e si rivoltarono. Erano pazzi per l’odore dei cibi. Perrault

ne trovò uno con la testa affondata nella cassa delle provvigioni. La

sua mazza cadde pesantemente sulle scarne costole della bestia, e la

cassetta si capovolse per terra. Ed ecco, in un istante, una torma

di affamati bruti azzuffarsi per il pane e il lardo affumicato. Le

mazze caddero su di essi senza pietà. Essi strillarono e ulularono

sotto la pioggia di colpi, ma non cessarono egualmente di lottare con

disperazione finchè l’ultima briciola non fu divorata.

Nel frattempo, i cani della slitta, stupiti, erano balzati dalle loro

buche, per la paura di essere assaliti dai terribili invasori. Buck non

aveva mai visto cani come quelli. Sembrava che le loro ossa dovessero

bucare la pelle. Erano scheletri rivestiti da cadenti pelli infangate,

con occhi fiammeggianti e bocche piene di bava. Ma la pazzia della

fame li rendeva terrificanti, irresistibili. Non vi era maniera di

opporsi ad essi. I cani della slitta furono ricacciati sin dal primo

momento, contro la parete rocciosa. Buck era assediato da tre di essi,

e in un attimo ebbe la testa e le spalle lacerate e ferite. Il baccano

era spaventevole. Billee piangeva, come al solito: Dave e Sol-leks,

grondanti sangue da una ventina di ferite, combattevano bravamente,

a fianco a fianco. Joe morsicava come un demonio. Una volta, i suoi

denti si chiusero sulla zampa davanti di uno dei cani spezzandola di

netto; Pike, l’infingardo, saltò sull’animale sciancato e gli ruppe il

collo con un lampo dei denti e una scossa. Buck afferrò per la gola

un avversario bavoso, e fu spruzzato di sangue quando i suoi denti

s’affondarono nel giugulare. Il caldo sapore del sangue nella bocca lo

stimolò ad una maggiore furia. Si lanciò su un altro, e, allo stesso

tempo, sentì dei denti affondare nella propria gola. Era Spitz, che

l’attaccava a tradimento da un lato.

Perrault e François, avendo liberato la loro parte d’accampamento,

s’affrettarono a salvare i loro cani. L’onda selvaggia delle bestie

affamate indietreggiò davanti a loro e Buck si liberò dalla stretta. Ma

solo per un momento. I due uomini furono costretti a correre indietro

per salvare i viveri, e allora i cani affamati tornarono all’assalto di

quelli della slitta. Billee, divenuto coraggioso per lo spavento, balzò

attraverso il cerchio selvaggio e fuggì via sul ghiaccio. Pike e Dub lo

seguirono da presso, col resto dei compagni dietro. Mentre Buck stava

spiccando il salto per seguirli, vide, colla coda dell’occhio, che

Spitz si lanciava su di lui coll’evidente intenzione di rovesciarlo.

Una volta a terra sotto quella massa di cagnacci, non vi sarebbe stata

più speranza per lui. S’aggiustò a sostenere il colpo dell’attacco di

Spitz, e poi fuggì anch’egli sul lago.

Più tardi, i nove cani della slitta si riunirono e cercarono rifugio

nella foresta. Benchè non fossero inseguiti, erano in condizioni

pietose. Non ve n’era uno che non fosse gravemente ferito. Dub aveva

una zampa posteriore rovinata; Dolly, l’ultimo cane aggiunto al tiro

a Dyea, aveva la gola lacerata; Joe aveva perduto un occhio; mentre

Billee, l’allegro, con un occhio maciullato e in brandelli, pianse,

gemette tutta la notte. All’alba si trascinarono faticosamente

all’accampamento e trovarono i predoni scomparsi e i due uomini

di pessimo umore. Avevano perduto metà dei loro viveri. I cagnacci

avevano rosicchiato anche le cinghie e le coperture di tela della

slitta. Infatti, nulla avevano risparmiato di quanto fosse lontanamente

mangiabile. Avevano mangiato un paio di scarpe di pelle di cervo, di

Perrault, pezzi dei finimenti, e persino due piedi della striscia di

cuoio in fondo alla frusta di François. Egli si destò dalla dolorosa

contemplazione di tanta rovina per esaminare i suoi cani feriti.

«Ah, amici miei», diss’egli dolcemente, «può darsi che vi facciano

diventare idrofobi, tutti questi morsi. Possono essere tutti idrofobi,

_sacredam_! Che ne pensi, eh, Perrault?».

Il corriere crollò il capo dubbiosamente. Con quattromila miglia di

cammino ancora davanti, per arrivare a Dawson, non poteva facilmente

permettersi il lusso di avere cani idrofobi. Due ore di bestemmie e di

sforzi rimisero a posto i finimenti, e i cani ripresero penosamente il

cammino, faticando per le ferite e la strada ch’era la più dura che

avessero ancora fatta, e in vero la più dura che ci fosse fra essi e

Dawson.

Il Fiume dalle trenta Miglia era tutto disgelato. Le sue acque

impetuose sfidavano il gelo; soltanto ai margini e nei punti tranquilli

il ghiaccio resisteva. Furono necessari sei giorni di spossanti fatiche

per superare quelle trenta terribili miglia. E terribili erano davvero,

perchè ogni passo era fatto a rischio della vita del cane e dell’uomo.

Una dozzina di volte, Perrault, fiutando la via, cadde giù attraverso

i ponti di ghiaccio, salvato dalla lunga pertica che portava con sè,

ch’egli teneva in modo che ciascuna volta cadesse traversalmente al

buco fatto dal suo corpo. Ma aveva luogo a quel momento un cambiamento

subitaneo di temperatura e il termometro registrava cinquanta gradi

Fahrenheit sotto zero, e ciascuna volta che s’immergeva nel ghiaccio

era costretto, se non voleva morire, ad accendere un fuoco e ad

asciugarsi gli abiti.

Non v’era nulla che lo spaventasse: e appunto perchè nulla lo

spaventava, era stato scelto come corriere governativo. Egli affrontava

ogni genere di rischi, ficcando risolutamente il suo volto secco e

tagliente nel gelo, faticando dai primi albori sino alla sera oscura.

Girava intorno alle rive a picco, sul ghiaccio degli orli che si

piegava e frangeva sotto il piede e sul quale non osavano fermarsi. Una

volta la slitta s’affondò nel ghiaccio con Dave e Buck, che erano mezzi

gelati e quasi annegati quando riuscirono a trarli fuori. Il solito

fuoco fu necessario per salvarli. Poichè erano rivestiti solidamente

di ghiaccio, i due uomini li fecero correre intorno al fuoco,

facendoli sudare e disgelare, così vicino ai tizzi, che i cani furono

abbruciacchiati dalle fiamme.

Un’altra volta il ghiaccio si ruppe sotto Spitz, il quale si tirò

dietro l’intero tiro, sino a Buck, che fece leva con tutta la forza

delle sue quattro zampe sull’orlo sdrucciolevole del ghiaccio che

tremava e scricchiolava tutt’intorno. Ma dietro di lui vi era Dave, che

pure tirava indietro con tutte le sue forze, e dietro la slitta vi era

François che tirava sino a far scricchiolare i tendini delle braccia.

Una volta, poi, il ghiaccio si ruppe davanti e dietro loro, e non

vi era altra via di salvezza che su per la rupe a picco della riva.

Perrault le diede la scalata per miracolo, mentre François pregava

appunto per quel miracolo; e con tutte le corregge che avevano e le

cinghie della slitta, e servendosi anche del più piccolo pezzo di

finimento, attorcigliati e legati ad una lunga fune, issarono i cani,

l’uno dopo l’altro, sulla cresta della rupe. François salì per ultimo,

dopo la slitta e il carico. Poi dovettero cercare un luogo per la

discesa, discesa che fu alla fine fatta con l’aiuto della fune; e la

notte li ritrovò nuovamente sul fiume, con un solo quarto di miglio a

credito di un’intera giornata di pena.

Quando giunsero all’Hootaluiqua e al ghiaccio buono, Buck era sfinito.

Anche gli altri cani erano nelle stesse condizioni; ma Perrault,

per riprendere il tempo perduto, li spingeva avanti. Il primo giorno

percorsero trentacinque miglia, sino al Grande Salmone; il giorno dopo

trentacinque ancora sino al Piccolo Salmone; il terzo giorno quaranta

miglia, spingendosi molto innanzi verso le Cinque Dita.

I piedi di Buck non erano così saldi e duri come quelli degli altri

cani. S’erano indeboliti e ammorbiditi durante le molte generazioni che

erano passate dal giorno che l’ultimo suo antenato selvaggio era stato

domato da un abitatore delle caverne o del fiume. Zoppicava tutto il

giorno penosamente, e allorchè l’accampamento era fatto, si gettava

a terra come morto. Affamato com’era, non si muoveva per prendere la

sua razione di pesce, e François era costretto a portargliela. Inoltre

egli gli fregava i piedi per mezzora ogni sera dopo cena, e sacrificò

la parte superiore dei suoi _moccasins_, i sandali indiani di pelle di

daino, per farne quattro per Buck. Fu un gran sollievo per Buck, che

fece sorridere persino l’aggrinzita faccia di Perrault, un mattino che

François dimenticò i _moccasins_ e Buck giacque sulla schiena, con le

quattro zampe che s’agitavano nell’aria, a mo’ di appello, e rifiutando

di muoversi senza di essi. In seguito, i suoi piedi divennero duri, e i

piccoli sandali, già logori, furono gettati via.

Al Pelly, una mattina, mentre stavano attaccando la slitta, Dolly,

che non era mai stata buona a nulla, impazzì improvvisamente. Ella

rivelò la sua condizione con un lungo doloroso ululato da lupo, che

fece rizzare il pelo dalla paura, a tutti i cani; e poi si lanciò

diritta contro Buck. Egli non aveva mai visto un cane diventare pazzo,

nè aveva alcuna ragione per temere la pazzìa, e tuttavia ne comprese

subito l’orrore e fuggì via preso da panico. Corse davanti a sè come

una saetta, con Dolly che gli ansava bavosa un salto indietro; nè essa

poteva guadagnare terreno su di lui, tanto grande era il suo terrore,

nè egli poteva distanziarla, tanto grande era la pazzia della cagna.

Egli si tuffò nel seno boscoso di un isolotto, volò giù alla riva più

bassa, attraversò un canale interno pieno di grosso ghiaccio sino

ad un’altra isola, guadagnò una terza isola, piegò dietro il corso

maggiore del fiume, e, disperato incominciò ad attraversarlo. E tutto

mentre, sebbene non guardasse, poteva udire il ringhiare affannoso,

un salto indietro, della cagna pazza. François lo chiamò, un quarto di

miglio lontano, ed egli tornò indietro di colpo, guadagnando un salto

avanti, ansando penosamente, chè gli mancava il respiro, ponendo tutta

la sua fede in François, che l’avrebbe salvato. Il conduttore di cani

teneva alzata in mano la scure, e allorchè Buck gli passò accanto come

una saetta, la scure precipitò con fracasso sulla testa della pazza

Dolly.

Buck cadde contro la slitta, esausto, singhiozzando per respirare,

smarrito. Spitz, colto il destro, si lanciò su Buck e due volte i suoi

denti s’affondarono nell’inerme nemico lacerandogli e squarciandogli

la carne sino all’osso. Allora entrò in gioco la frusta di François,

e Buck ebbe la soddisfazione di vedere Spitz bastonato come non era

ancora mai stato alcuno del tiro.

«È un diavolo, quello Spitz!», osservò Perrault. «Un maledetto giorno,

egli ucciderà Buck».

«Buck vale due diavoli», fu la risposta di François. «Più lo osservo, e

più ne sono sicuro. Senti: un maledetto giorno diventerà pazzo come un

diavolo e allora egli masticherà tutto Spitz e lo risputerà sulla neve.

Certo. Lo so io».

Da quel momento, vi fu guerra, tra i due cani. Spitz, come cane

conduttore e capo riconosciuto del tiro, sentiva la sua supremazia

minacciata da quello strano cane del Sud. Buck, infatti, gli

appariva molto strano, perchè dei molti cani del Sud che aveva

conosciuto, nessuno s’era mostrato di qualche valore nè al tiro,

nè all’accampamento. Erano tutti troppo delicati, e morivano per la

fatica, il freddo e la fame. Buck era un’eccezione. Egli solamente

sopportava e prosperava, uguale agli «_Luskygs_» del nord per forza,

selvatichezza e furberia. E poi era un cane dominatore; reso pericoloso

dal fatto che la mazza dell’uomo dalla maglia rossa gli aveva tolto

ogni impulso cieco o impazienza nel suo desiderio di dominare. Egli

era eminentemente scaltro e furbo, e poteva aspettare il suo tempo con

pazienza davvero primitiva.

Era inevitabile che avvenisse il cozzo per la supremazia; e Buck

lo voleva. Lo voleva perchè era della sua natura; perchè era stato

irretito dall’orgoglio senza nome e incomprensibile per il tiro della

slitta e pel cammino — quell’orgoglio che sostiene i cani nella fatica,

sino all’ultimo respiro, e li alletta a morire pieni di gioia nei

finimenti, e spezza il loro cuore, se ne sono distolti. Era l’orgoglio

di Dave, cane da stanga, di Sol-leks, mentre tirava con tutte le sue

forze; l’orgoglio che s’impossessava di loro quando il campo era tolto,

trasformandoli da bruti doloranti e torvi in creature ambiziose,

piene di ardore; l’orgoglio che li spronava tutto il giorno e li

abbandonava allorchè s’accampavano, ripiombandoli in cupa irrequietezza

e scontento. Questa ambizione animava Spitz e lo faceva ringhiare

contro i cani della slitta, quando sbagliavano o non tiravano o si

nascondevano al mattino, al momento d’essere attaccati. Questa stessa

ambizione gli faceva temere Buck come un possibile cane guidatore; ciò

che Buck voleva appunto, per orgoglio.

Egli minacciava apertamente la supremazia dell’altro; s’intrometteva

tra lui e i rilassati che egli doveva punire. E lo faceva

deliberatamente. Una notte vi fu una grande nevicata, e al mattino

Pike, l’infingardo, non apparì. Era certamente nascosto nella sua buca,

sotto un piede di neve. François lo chiamò e cercò invano. Spitz era

pazzo dalla rabbia. Girava furioso per l’accampamento, annusando e

scavando in ogni possibile luogo, ringhiando così terribilmente che

Pike l’udì e ne tremò nel suo nascondiglio.

Ma quando, alla fine, fu scoperto, e Spitz si lanciò su lui per

punirlo, Buck si lanciò con pari furia, tra loro. Fu un assalto così

inatteso, e condotto con tanta abilità, che Spitz finì ruzzoloni.

Pike, da pauroso e tremante qual era prese coraggio da quell’aperta

ribellione, e si gettò sul suo capo rovesciato a terra. Buck, pel quale

la lealtà nella lotta era codice obliato, si lanciò pure su Spitz,

ma François, sogghignando per l’incidente, non deviando tuttavia dai

suoi criteri di giustizia distributiva, fece fischiare la frusta, con

tutta la sua forza, su Buck, e non riuscendo con ciò ad allontanarlo

dal prostrato rivale, usò il manico. Mezzo stordito dal colpo, Buck

cadde indietro e la frusta s’abbattè ripetutamente su lui, mentre Spitz

puniva duramente l’infingardo Pike.

Nei giorni seguenti, mentre s’avvicinavano sempre più a Dawson, Buck

continuò ancora a interporsi tra Spitz e i colpevoli; ma lo faceva

astutamente, quando non c’era François. Con la subdola ribellione di

Buck, sorse e s’accrebbe una disobbedienza generale. Dave e Sol-leks

rimasero immutati, ma il resto del tiro peggiorò ogni giorno più. Nulla

più procedeva bene; v’erano continue contese e contrasti, costanti

ragioni e possibilità di disordine, e Buck ne era la colpa. Egli teneva

sempre preoccupato e affaccendato François, poichè il conducente di

cani temeva sempre che avesse luogo la mortale lotta tra i due, lotta

ch’egli sapeva essere, prima o dopo, inevitabile; e più di una notte,

il rumore delle discordie e delle risse tra gli altri cani lo faceva

alzare dal giaciglio spaventato che Buck e Spitz fossero alle prese.

Ma l’occasione non si presentò ed essi entrarono in Dawson, un tetro

pomeriggio, e la grande lotta non era ancora avvenuta. V’erano là molti

uomini e innumerevoli cani, e Buck li trovò tutti al lavoro. Sembrava

che fosse nell’ordine naturale delle cose che i cani lavorassero.

Tutto il giorno essi correvano su e giù per la strada principale,

in lunghi tiri, e durante la notte si udiva passare il tintinnio dei

loro campanelli. Trascinavano travi da costruzioni e legna da ardere,

destinati alle miniere, e facevano ogni specie di lavoro, come i

cavalli nella Valle di Santa Clara.

Qua e là Buck incontrava dei cani della terra del Sud, ma, per la

maggior parte, tutti i cani erano della razza dei lupi selvatici.

Tutte le notti, regolarmente, alle nove, alle undici e alle tre, essi

alzavano un canto notturno, un canto magico e strano, al quale Buck

si dilettava di prender parte. Con l’aurora boreale che fiammeggiava

fredda in alto, o le stelle saltellanti nella danza del gelo, e la

terra intorpidita e gelata sotto il suo manto di neve, il canto degli

_huskies_ pareva la sfida della vita; soltanto, era espressa in tono

minore, con lunghi lamenti e mezzi singhiozzi, ed era piuttosto la

supplica della vita, l’articolato travaglio dell’esistenza. Era un

vecchio canto, vecchio quanto la stessa razza — uno dei primi canti

del mondo più giovane, quando i canti erano tristi. Recava l’impronta

dei dolori di innumerevoli generazioni, questo lamento che tanto

stranamente commoveva Buck. Quel lamento a singhiozzi esprimeva oltre

che la pena dei viventi, la pena dei loro selvatici progenitori; e la

paura e il mistero del freddo e delle tenebre, di ora e d’allora. Ed

egli si commoveva a quel canto sembrandogli ritornare con tutto il suo

essere, attraverso alle età del fuoco e del tetto, ai nudi primordi

della vita, delle età degli urli.

Sette giorni dopo il loro arrivo a Dawson, essi scendevano il ripido

banco accanto alle Barracks sulla Yukon Trail, diretti a Dyea e Salt

Water. Perrault riportava dispacci ancor più urgenti di quelli recati a

Dawson; egli era poi preso dall’orgoglio della rapidità, e si proponeva

di compiere il viaggio più rapido dell’anno. Lo favorivano in questo

parecchie cose. Il riposo di una settimana aveva rimesso in piena

efficienza i cani. Il sentiero che prima avevano penato ad aprirsi, era

stato poi ben battuto da altri; inoltre la polizia aveva stabilito in

due o tre luoghi dei depositi di viveri per i cani e gli uomini, e così

si viaggiava con carico leggero.

Il primo giorno raggiunsero Sixty Mile, che rappresenta una corsa di

cinquanta miglia; e il giorno dopo erano ben innanzi lungo il Yukon

verso Pelly. Ma quelle splendide corse non erano ottenute senza grandi

pene per François. La insidiosa rivolta incominciata da Buck aveva

distrutto la solidarietà del tiro. Non era più come un sol cane che

tirasse la slitta. L’incoraggiamento che Buck dava ai ribelli, induceva

questi ad ogni specie di meschine cattiverie e insubordinazioni. Spitz

non era più il capo da temersi tanto. Il vecchio timore scomparve, e

divennero tutti uguali nello sfidarne l’autorità. Pike gli rubò una

notte mezzo pesce, e l’ingoiò sotto la protezione di Buck. Un’altra

notte Dub e Joe s’azzuffarono con Spitz, e lo costrinsero a rinunciare

alla punizione ch’essi meritavano. E persino Billee, il bonario, era

meno bonario e non gemeva più, nè implorava così, come nei primi tempi.

Buck non s’avvicinava mai a Spitz senza ringhiare minacciosamente

col pelo irto. Infatti, la sua condotta era simile a quella di uno

che intendesse provocarlo: ed egli si dava delle arie di spavalderia

minacciosa sotto il naso di Spitz.

L’infrangersi della disciplina influiva pure sui rapporti tra cane e

cane. Si disputavano e azzuffavano più che mai tra di loro, tanto che

certe volte l’accampamento era un inferno di ululati: François tirava

giù delle strane bestemmie barbare, e pestava i piedi sulla neve,

vanamente furioso, e si strappava i capelli. La sua frusta sibilava

continuamente tra i cani, ma con scarsi risultati. Appena volgeva le

spalle, essi ricominciavano. Egli sosteneva Spitz con la frusta, mentre

Buck sosteneva il resto del tiro. François sapeva che in fondo a tutto

ciò c’era Buck, e Buck sapeva ch’egli sapeva, ma era troppo furbo per

farsi cogliere nuovamente sul fatto. Egli lavorava fedelmente sotto il

tiro della slitta, poichè quella fatica era diventata un piacere per

lui; ma era un piacere ancora maggiore suscitare una rissa fra i suoi

compagni e ingarbugliare così i tiranti.

Alla foce del Tahkeena, una notte, dopo cena, Dub scoprì un coniglio

dalle zampe bianche, e gli si lanciò sopra; ma non lo colse. In

un momento l’intero tiro fu in moto. Cento metri più in là vi era

l’accampamento della Polizia del Nord-ovest, con cinquanta cani, tutti

_huskies_, che s’unirono nella caccia. Il coniglio filò veloce giù per

il fiume, voltò per un piccolo ruscello, e sul letto gelato di esso

continuò a fuggire rapido. Correva leggero sulla superficie della neve,

mentre i cani fendevano lo strato gelato con il solo peso. Buck era

alla testa del branco dei cinquanta, seguendo il tortuoso corso del

ruscello, senza riuscire a guadagnar terreno. Procedeva, basso, nella

corsa, ululando, avido, col magnifico corpo lanciato come una saetta,

salto dopo salto, nel pallido chiarore lunare. E salto dopo salto, come

un pallido fantasma di ghiaccio, il coniglio dalle zampe di neve filava

innanzi a lui.

Tutto quell’agitarsi di vecchi istinti che a dati periodi spinge gli

uomini fuori dalle frastuonanti città nelle foreste e nelle pianure

per uccidere con pallottole di piombo lanciate chimicamente, la brama

del sangue, la gioia di uccidere, tutto ciò provava Buck con qualche

cosa di più profondamente intimo. Correva alla testa del branco, per

abbattere la preda selvatica, la carne vivente, per uccidere con i suoi

denti e immergere il muso sino agli occhi nel sangue caldo.

Vi è un’estasi che segna il culmine della vita, oltre il quale la vita

non può andare. E tale è il paradosso della vita, che quest’estasi

avvenga quando si è più vivi, come un completo oblìo d’esser vivi.

Quest’estasi, quest’oblìo della vita, viene all’artista avvolto e

rapito in una gran fiamma; viene al soldato, impazzito nella furia

della lotta, che non dà quartiere; e venne a Buck mentre conduceva

il branco e risuonava l’antico grido del lupo, sforzandosi egli di

raggiungere il cibo ch’era vivente e gli fuggiva leggero dinanzi nella

luce lunare. Stava scandagliando le profondità della sua natura, e

di parti della sua natura ch’erano più profonde di lui, ritornando

nel seno del tempo. Egli era dominato dal fluire impetuoso e puro

della vita, dall’onda della marea dell’essere, dalla perfetta gioia

di ciascun muscolo separato, da ciascuna articolazione, e da ciascun

tendine, in quanto erano tuttociò che non è morte, in quanto erano

infiammati e sfrenati, esprimendo se stessi in movimento, volando

esultanti sotto le stelle e sopra la faccia di materia morta e immota.

Ma Spitz, freddo calcolatore anche nei momenti supremi, lasciò il

branco e attraversò una stretta striscia di terra intorno alla quale

girava il ruscello. Buck non ignorava la cosa, e quando girò la curva,

con il gelido spettro del coniglio che fuggiva innanzi a lui, vide un

altro gelido e più grande spettro balzare dalla sponda soprastante il

letto del corso d’acqua, proprio innanzi al coniglio. Era Spitz. Il

coniglio non poteva tornare indietro, e mentre i bianchi denti gli

spezzavano la schiena a mezz’aria, egli strillò terribilmente, come

potrebbe strillare un uomo colpito a morte. A quel suono, al grido

della Vita che cadeva dall’apice della Vita nella stretta della Morte,

l’intero branco alle calcagna di Buck alzò un infernale coro di gioia.

Il richiamo della foresta · 第 3 / 10 段