rovinata, confusi insieme e indovinò la causa della lite. «Aaah!» gridò
a Buck, «Dàgli, dàgli, perdio! Dàgli, a quello sporco ladro!».
Ma anche Spitz era disposto a darle. Ringhiava con estrema rabbia ed
ardore mentre girava avanti e indietro in attesa del momento opportuno
per balzargli addosso. Buck non era meno ardente, e non meno cauto,
mentre anch’egli girava indietro e avanti in cerca di un momento di
vantaggio. Ma fu allora che accadde l’inaspettato, la cosa che lanciò
la loro lotta per la supremazia lontana nell’avvenire, al di là di
molte tormentose miglia e sentieri e fatiche.
Una bestemmia di Perrault, il risuonare di un colpo di mazza su delle
ossa e un acuto urlo di pena annunciarono l’inizio di un pandemonio. Si
vide che l’accampamento era improvvisamente popolato di villose forme
striscianti — un centinaio di cani affamati, che avevano subodorato
l’accampamento da qualche villaggio indiano. S’erano avvicinati
strisciando, mentre Buck e Spitz stavano combattendo, e allorchè i due
uomini balzarono in mezzo ad essi con grosse mazze, quelli mostrarono
i denti e si rivoltarono. Erano pazzi per l’odore dei cibi. Perrault
ne trovò uno con la testa affondata nella cassa delle provvigioni. La
sua mazza cadde pesantemente sulle scarne costole della bestia, e la
cassetta si capovolse per terra. Ed ecco, in un istante, una torma
di affamati bruti azzuffarsi per il pane e il lardo affumicato. Le
mazze caddero su di essi senza pietà. Essi strillarono e ulularono
sotto la pioggia di colpi, ma non cessarono egualmente di lottare con
disperazione finchè l’ultima briciola non fu divorata.
Nel frattempo, i cani della slitta, stupiti, erano balzati dalle loro
buche, per la paura di essere assaliti dai terribili invasori. Buck non
aveva mai visto cani come quelli. Sembrava che le loro ossa dovessero
bucare la pelle. Erano scheletri rivestiti da cadenti pelli infangate,
con occhi fiammeggianti e bocche piene di bava. Ma la pazzia della
fame li rendeva terrificanti, irresistibili. Non vi era maniera di
opporsi ad essi. I cani della slitta furono ricacciati sin dal primo
momento, contro la parete rocciosa. Buck era assediato da tre di essi,
e in un attimo ebbe la testa e le spalle lacerate e ferite. Il baccano
era spaventevole. Billee piangeva, come al solito: Dave e Sol-leks,
grondanti sangue da una ventina di ferite, combattevano bravamente,
a fianco a fianco. Joe morsicava come un demonio. Una volta, i suoi
denti si chiusero sulla zampa davanti di uno dei cani spezzandola di
netto; Pike, l’infingardo, saltò sull’animale sciancato e gli ruppe il
collo con un lampo dei denti e una scossa. Buck afferrò per la gola
un avversario bavoso, e fu spruzzato di sangue quando i suoi denti
s’affondarono nel giugulare. Il caldo sapore del sangue nella bocca lo
stimolò ad una maggiore furia. Si lanciò su un altro, e, allo stesso
tempo, sentì dei denti affondare nella propria gola. Era Spitz, che
l’attaccava a tradimento da un lato.
Perrault e François, avendo liberato la loro parte d’accampamento,
s’affrettarono a salvare i loro cani. L’onda selvaggia delle bestie
affamate indietreggiò davanti a loro e Buck si liberò dalla stretta. Ma
solo per un momento. I due uomini furono costretti a correre indietro
per salvare i viveri, e allora i cani affamati tornarono all’assalto di
quelli della slitta. Billee, divenuto coraggioso per lo spavento, balzò
attraverso il cerchio selvaggio e fuggì via sul ghiaccio. Pike e Dub lo
seguirono da presso, col resto dei compagni dietro. Mentre Buck stava
spiccando il salto per seguirli, vide, colla coda dell’occhio, che
Spitz si lanciava su di lui coll’evidente intenzione di rovesciarlo.
Una volta a terra sotto quella massa di cagnacci, non vi sarebbe stata
più speranza per lui. S’aggiustò a sostenere il colpo dell’attacco di
Spitz, e poi fuggì anch’egli sul lago.
Più tardi, i nove cani della slitta si riunirono e cercarono rifugio
nella foresta. Benchè non fossero inseguiti, erano in condizioni
pietose. Non ve n’era uno che non fosse gravemente ferito. Dub aveva
una zampa posteriore rovinata; Dolly, l’ultimo cane aggiunto al tiro
a Dyea, aveva la gola lacerata; Joe aveva perduto un occhio; mentre
Billee, l’allegro, con un occhio maciullato e in brandelli, pianse,
gemette tutta la notte. All’alba si trascinarono faticosamente
all’accampamento e trovarono i predoni scomparsi e i due uomini
di pessimo umore. Avevano perduto metà dei loro viveri. I cagnacci
avevano rosicchiato anche le cinghie e le coperture di tela della
slitta. Infatti, nulla avevano risparmiato di quanto fosse lontanamente
mangiabile. Avevano mangiato un paio di scarpe di pelle di cervo, di
Perrault, pezzi dei finimenti, e persino due piedi della striscia di
cuoio in fondo alla frusta di François. Egli si destò dalla dolorosa
contemplazione di tanta rovina per esaminare i suoi cani feriti.
«Ah, amici miei», diss’egli dolcemente, «può darsi che vi facciano
diventare idrofobi, tutti questi morsi. Possono essere tutti idrofobi,
_sacredam_! Che ne pensi, eh, Perrault?».
Il corriere crollò il capo dubbiosamente. Con quattromila miglia di
cammino ancora davanti, per arrivare a Dawson, non poteva facilmente
permettersi il lusso di avere cani idrofobi. Due ore di bestemmie e di
sforzi rimisero a posto i finimenti, e i cani ripresero penosamente il
cammino, faticando per le ferite e la strada ch’era la più dura che
avessero ancora fatta, e in vero la più dura che ci fosse fra essi e
Dawson.
Il Fiume dalle trenta Miglia era tutto disgelato. Le sue acque
impetuose sfidavano il gelo; soltanto ai margini e nei punti tranquilli
il ghiaccio resisteva. Furono necessari sei giorni di spossanti fatiche
per superare quelle trenta terribili miglia. E terribili erano davvero,
perchè ogni passo era fatto a rischio della vita del cane e dell’uomo.
Una dozzina di volte, Perrault, fiutando la via, cadde giù attraverso
i ponti di ghiaccio, salvato dalla lunga pertica che portava con sè,
ch’egli teneva in modo che ciascuna volta cadesse traversalmente al
buco fatto dal suo corpo. Ma aveva luogo a quel momento un cambiamento
subitaneo di temperatura e il termometro registrava cinquanta gradi
Fahrenheit sotto zero, e ciascuna volta che s’immergeva nel ghiaccio
era costretto, se non voleva morire, ad accendere un fuoco e ad
asciugarsi gli abiti.
Non v’era nulla che lo spaventasse: e appunto perchè nulla lo
spaventava, era stato scelto come corriere governativo. Egli affrontava
ogni genere di rischi, ficcando risolutamente il suo volto secco e
tagliente nel gelo, faticando dai primi albori sino alla sera oscura.
Girava intorno alle rive a picco, sul ghiaccio degli orli che si
piegava e frangeva sotto il piede e sul quale non osavano fermarsi. Una
volta la slitta s’affondò nel ghiaccio con Dave e Buck, che erano mezzi
gelati e quasi annegati quando riuscirono a trarli fuori. Il solito
fuoco fu necessario per salvarli. Poichè erano rivestiti solidamente
di ghiaccio, i due uomini li fecero correre intorno al fuoco,
facendoli sudare e disgelare, così vicino ai tizzi, che i cani furono
abbruciacchiati dalle fiamme.
Un’altra volta il ghiaccio si ruppe sotto Spitz, il quale si tirò
dietro l’intero tiro, sino a Buck, che fece leva con tutta la forza
delle sue quattro zampe sull’orlo sdrucciolevole del ghiaccio che
tremava e scricchiolava tutt’intorno. Ma dietro di lui vi era Dave, che
pure tirava indietro con tutte le sue forze, e dietro la slitta vi era
François che tirava sino a far scricchiolare i tendini delle braccia.
Una volta, poi, il ghiaccio si ruppe davanti e dietro loro, e non
vi era altra via di salvezza che su per la rupe a picco della riva.
Perrault le diede la scalata per miracolo, mentre François pregava
appunto per quel miracolo; e con tutte le corregge che avevano e le
cinghie della slitta, e servendosi anche del più piccolo pezzo di
finimento, attorcigliati e legati ad una lunga fune, issarono i cani,
l’uno dopo l’altro, sulla cresta della rupe. François salì per ultimo,
dopo la slitta e il carico. Poi dovettero cercare un luogo per la
discesa, discesa che fu alla fine fatta con l’aiuto della fune; e la
notte li ritrovò nuovamente sul fiume, con un solo quarto di miglio a
credito di un’intera giornata di pena.
Quando giunsero all’Hootaluiqua e al ghiaccio buono, Buck era sfinito.
Anche gli altri cani erano nelle stesse condizioni; ma Perrault,
per riprendere il tempo perduto, li spingeva avanti. Il primo giorno
percorsero trentacinque miglia, sino al Grande Salmone; il giorno dopo
trentacinque ancora sino al Piccolo Salmone; il terzo giorno quaranta
miglia, spingendosi molto innanzi verso le Cinque Dita.
I piedi di Buck non erano così saldi e duri come quelli degli altri
cani. S’erano indeboliti e ammorbiditi durante le molte generazioni che
erano passate dal giorno che l’ultimo suo antenato selvaggio era stato
domato da un abitatore delle caverne o del fiume. Zoppicava tutto il
giorno penosamente, e allorchè l’accampamento era fatto, si gettava
a terra come morto. Affamato com’era, non si muoveva per prendere la
sua razione di pesce, e François era costretto a portargliela. Inoltre
egli gli fregava i piedi per mezzora ogni sera dopo cena, e sacrificò
la parte superiore dei suoi _moccasins_, i sandali indiani di pelle di
daino, per farne quattro per Buck. Fu un gran sollievo per Buck, che
fece sorridere persino l’aggrinzita faccia di Perrault, un mattino che
François dimenticò i _moccasins_ e Buck giacque sulla schiena, con le
quattro zampe che s’agitavano nell’aria, a mo’ di appello, e rifiutando
di muoversi senza di essi. In seguito, i suoi piedi divennero duri, e i
piccoli sandali, già logori, furono gettati via.
Al Pelly, una mattina, mentre stavano attaccando la slitta, Dolly,
che non era mai stata buona a nulla, impazzì improvvisamente. Ella
rivelò la sua condizione con un lungo doloroso ululato da lupo, che
fece rizzare il pelo dalla paura, a tutti i cani; e poi si lanciò
diritta contro Buck. Egli non aveva mai visto un cane diventare pazzo,
nè aveva alcuna ragione per temere la pazzìa, e tuttavia ne comprese
subito l’orrore e fuggì via preso da panico. Corse davanti a sè come
una saetta, con Dolly che gli ansava bavosa un salto indietro; nè essa
poteva guadagnare terreno su di lui, tanto grande era il suo terrore,
nè egli poteva distanziarla, tanto grande era la pazzia della cagna.
Egli si tuffò nel seno boscoso di un isolotto, volò giù alla riva più
bassa, attraversò un canale interno pieno di grosso ghiaccio sino
ad un’altra isola, guadagnò una terza isola, piegò dietro il corso
maggiore del fiume, e, disperato incominciò ad attraversarlo. E tutto
mentre, sebbene non guardasse, poteva udire il ringhiare affannoso,
un salto indietro, della cagna pazza. François lo chiamò, un quarto di
miglio lontano, ed egli tornò indietro di colpo, guadagnando un salto
avanti, ansando penosamente, chè gli mancava il respiro, ponendo tutta
la sua fede in François, che l’avrebbe salvato. Il conduttore di cani
teneva alzata in mano la scure, e allorchè Buck gli passò accanto come
una saetta, la scure precipitò con fracasso sulla testa della pazza
Dolly.
Buck cadde contro la slitta, esausto, singhiozzando per respirare,
smarrito. Spitz, colto il destro, si lanciò su Buck e due volte i suoi
denti s’affondarono nell’inerme nemico lacerandogli e squarciandogli
la carne sino all’osso. Allora entrò in gioco la frusta di François,
e Buck ebbe la soddisfazione di vedere Spitz bastonato come non era
ancora mai stato alcuno del tiro.
«È un diavolo, quello Spitz!», osservò Perrault. «Un maledetto giorno,
egli ucciderà Buck».
«Buck vale due diavoli», fu la risposta di François. «Più lo osservo, e
più ne sono sicuro. Senti: un maledetto giorno diventerà pazzo come un
diavolo e allora egli masticherà tutto Spitz e lo risputerà sulla neve.
Certo. Lo so io».
Da quel momento, vi fu guerra, tra i due cani. Spitz, come cane
conduttore e capo riconosciuto del tiro, sentiva la sua supremazia
minacciata da quello strano cane del Sud. Buck, infatti, gli
appariva molto strano, perchè dei molti cani del Sud che aveva
conosciuto, nessuno s’era mostrato di qualche valore nè al tiro,
nè all’accampamento. Erano tutti troppo delicati, e morivano per la
fatica, il freddo e la fame. Buck era un’eccezione. Egli solamente
sopportava e prosperava, uguale agli «_Luskygs_» del nord per forza,
selvatichezza e furberia. E poi era un cane dominatore; reso pericoloso
dal fatto che la mazza dell’uomo dalla maglia rossa gli aveva tolto
ogni impulso cieco o impazienza nel suo desiderio di dominare. Egli
era eminentemente scaltro e furbo, e poteva aspettare il suo tempo con
pazienza davvero primitiva.
Era inevitabile che avvenisse il cozzo per la supremazia; e Buck
lo voleva. Lo voleva perchè era della sua natura; perchè era stato
irretito dall’orgoglio senza nome e incomprensibile per il tiro della
slitta e pel cammino — quell’orgoglio che sostiene i cani nella fatica,
sino all’ultimo respiro, e li alletta a morire pieni di gioia nei
finimenti, e spezza il loro cuore, se ne sono distolti. Era l’orgoglio
di Dave, cane da stanga, di Sol-leks, mentre tirava con tutte le sue
forze; l’orgoglio che s’impossessava di loro quando il campo era tolto,
trasformandoli da bruti doloranti e torvi in creature ambiziose,
piene di ardore; l’orgoglio che li spronava tutto il giorno e li
abbandonava allorchè s’accampavano, ripiombandoli in cupa irrequietezza
e scontento. Questa ambizione animava Spitz e lo faceva ringhiare
contro i cani della slitta, quando sbagliavano o non tiravano o si
nascondevano al mattino, al momento d’essere attaccati. Questa stessa
ambizione gli faceva temere Buck come un possibile cane guidatore; ciò
che Buck voleva appunto, per orgoglio.
Egli minacciava apertamente la supremazia dell’altro; s’intrometteva
tra lui e i rilassati che egli doveva punire. E lo faceva
deliberatamente. Una notte vi fu una grande nevicata, e al mattino
Pike, l’infingardo, non apparì. Era certamente nascosto nella sua buca,
sotto un piede di neve. François lo chiamò e cercò invano. Spitz era
pazzo dalla rabbia. Girava furioso per l’accampamento, annusando e
scavando in ogni possibile luogo, ringhiando così terribilmente che
Pike l’udì e ne tremò nel suo nascondiglio.
Ma quando, alla fine, fu scoperto, e Spitz si lanciò su lui per
punirlo, Buck si lanciò con pari furia, tra loro. Fu un assalto così
inatteso, e condotto con tanta abilità, che Spitz finì ruzzoloni.
Pike, da pauroso e tremante qual era prese coraggio da quell’aperta
ribellione, e si gettò sul suo capo rovesciato a terra. Buck, pel quale
la lealtà nella lotta era codice obliato, si lanciò pure su Spitz,
ma François, sogghignando per l’incidente, non deviando tuttavia dai
suoi criteri di giustizia distributiva, fece fischiare la frusta, con
tutta la sua forza, su Buck, e non riuscendo con ciò ad allontanarlo
dal prostrato rivale, usò il manico. Mezzo stordito dal colpo, Buck
cadde indietro e la frusta s’abbattè ripetutamente su lui, mentre Spitz
puniva duramente l’infingardo Pike.
Nei giorni seguenti, mentre s’avvicinavano sempre più a Dawson, Buck
continuò ancora a interporsi tra Spitz e i colpevoli; ma lo faceva
astutamente, quando non c’era François. Con la subdola ribellione di
Buck, sorse e s’accrebbe una disobbedienza generale. Dave e Sol-leks
rimasero immutati, ma il resto del tiro peggiorò ogni giorno più. Nulla
più procedeva bene; v’erano continue contese e contrasti, costanti
ragioni e possibilità di disordine, e Buck ne era la colpa. Egli teneva
sempre preoccupato e affaccendato François, poichè il conducente di
cani temeva sempre che avesse luogo la mortale lotta tra i due, lotta
ch’egli sapeva essere, prima o dopo, inevitabile; e più di una notte,
il rumore delle discordie e delle risse tra gli altri cani lo faceva
alzare dal giaciglio spaventato che Buck e Spitz fossero alle prese.
Ma l’occasione non si presentò ed essi entrarono in Dawson, un tetro
pomeriggio, e la grande lotta non era ancora avvenuta. V’erano là molti
uomini e innumerevoli cani, e Buck li trovò tutti al lavoro. Sembrava
che fosse nell’ordine naturale delle cose che i cani lavorassero.
Tutto il giorno essi correvano su e giù per la strada principale,
in lunghi tiri, e durante la notte si udiva passare il tintinnio dei
loro campanelli. Trascinavano travi da costruzioni e legna da ardere,
destinati alle miniere, e facevano ogni specie di lavoro, come i
cavalli nella Valle di Santa Clara.
Qua e là Buck incontrava dei cani della terra del Sud, ma, per la
maggior parte, tutti i cani erano della razza dei lupi selvatici.
Tutte le notti, regolarmente, alle nove, alle undici e alle tre, essi
alzavano un canto notturno, un canto magico e strano, al quale Buck
si dilettava di prender parte. Con l’aurora boreale che fiammeggiava
fredda in alto, o le stelle saltellanti nella danza del gelo, e la
terra intorpidita e gelata sotto il suo manto di neve, il canto degli
_huskies_ pareva la sfida della vita; soltanto, era espressa in tono
minore, con lunghi lamenti e mezzi singhiozzi, ed era piuttosto la
supplica della vita, l’articolato travaglio dell’esistenza. Era un
vecchio canto, vecchio quanto la stessa razza — uno dei primi canti
del mondo più giovane, quando i canti erano tristi. Recava l’impronta
dei dolori di innumerevoli generazioni, questo lamento che tanto
stranamente commoveva Buck. Quel lamento a singhiozzi esprimeva oltre
che la pena dei viventi, la pena dei loro selvatici progenitori; e la
paura e il mistero del freddo e delle tenebre, di ora e d’allora. Ed
egli si commoveva a quel canto sembrandogli ritornare con tutto il suo
essere, attraverso alle età del fuoco e del tetto, ai nudi primordi
della vita, delle età degli urli.
Sette giorni dopo il loro arrivo a Dawson, essi scendevano il ripido
banco accanto alle Barracks sulla Yukon Trail, diretti a Dyea e Salt
Water. Perrault riportava dispacci ancor più urgenti di quelli recati a
Dawson; egli era poi preso dall’orgoglio della rapidità, e si proponeva
di compiere il viaggio più rapido dell’anno. Lo favorivano in questo
parecchie cose. Il riposo di una settimana aveva rimesso in piena
efficienza i cani. Il sentiero che prima avevano penato ad aprirsi, era
stato poi ben battuto da altri; inoltre la polizia aveva stabilito in
due o tre luoghi dei depositi di viveri per i cani e gli uomini, e così
si viaggiava con carico leggero.
Il primo giorno raggiunsero Sixty Mile, che rappresenta una corsa di
cinquanta miglia; e il giorno dopo erano ben innanzi lungo il Yukon
verso Pelly. Ma quelle splendide corse non erano ottenute senza grandi
pene per François. La insidiosa rivolta incominciata da Buck aveva
distrutto la solidarietà del tiro. Non era più come un sol cane che
tirasse la slitta. L’incoraggiamento che Buck dava ai ribelli, induceva
questi ad ogni specie di meschine cattiverie e insubordinazioni. Spitz
non era più il capo da temersi tanto. Il vecchio timore scomparve, e
divennero tutti uguali nello sfidarne l’autorità. Pike gli rubò una
notte mezzo pesce, e l’ingoiò sotto la protezione di Buck. Un’altra
notte Dub e Joe s’azzuffarono con Spitz, e lo costrinsero a rinunciare
alla punizione ch’essi meritavano. E persino Billee, il bonario, era
meno bonario e non gemeva più, nè implorava così, come nei primi tempi.
Buck non s’avvicinava mai a Spitz senza ringhiare minacciosamente
col pelo irto. Infatti, la sua condotta era simile a quella di uno
che intendesse provocarlo: ed egli si dava delle arie di spavalderia
minacciosa sotto il naso di Spitz.
L’infrangersi della disciplina influiva pure sui rapporti tra cane e
cane. Si disputavano e azzuffavano più che mai tra di loro, tanto che
certe volte l’accampamento era un inferno di ululati: François tirava
giù delle strane bestemmie barbare, e pestava i piedi sulla neve,
vanamente furioso, e si strappava i capelli. La sua frusta sibilava
continuamente tra i cani, ma con scarsi risultati. Appena volgeva le
spalle, essi ricominciavano. Egli sosteneva Spitz con la frusta, mentre
Buck sosteneva il resto del tiro. François sapeva che in fondo a tutto
ciò c’era Buck, e Buck sapeva ch’egli sapeva, ma era troppo furbo per
farsi cogliere nuovamente sul fatto. Egli lavorava fedelmente sotto il
tiro della slitta, poichè quella fatica era diventata un piacere per
lui; ma era un piacere ancora maggiore suscitare una rissa fra i suoi
compagni e ingarbugliare così i tiranti.
Alla foce del Tahkeena, una notte, dopo cena, Dub scoprì un coniglio
dalle zampe bianche, e gli si lanciò sopra; ma non lo colse. In
un momento l’intero tiro fu in moto. Cento metri più in là vi era
l’accampamento della Polizia del Nord-ovest, con cinquanta cani, tutti
_huskies_, che s’unirono nella caccia. Il coniglio filò veloce giù per
il fiume, voltò per un piccolo ruscello, e sul letto gelato di esso
continuò a fuggire rapido. Correva leggero sulla superficie della neve,
mentre i cani fendevano lo strato gelato con il solo peso. Buck era
alla testa del branco dei cinquanta, seguendo il tortuoso corso del
ruscello, senza riuscire a guadagnar terreno. Procedeva, basso, nella
corsa, ululando, avido, col magnifico corpo lanciato come una saetta,
salto dopo salto, nel pallido chiarore lunare. E salto dopo salto, come
un pallido fantasma di ghiaccio, il coniglio dalle zampe di neve filava
innanzi a lui.
Tutto quell’agitarsi di vecchi istinti che a dati periodi spinge gli
uomini fuori dalle frastuonanti città nelle foreste e nelle pianure
per uccidere con pallottole di piombo lanciate chimicamente, la brama
del sangue, la gioia di uccidere, tutto ciò provava Buck con qualche
cosa di più profondamente intimo. Correva alla testa del branco, per
abbattere la preda selvatica, la carne vivente, per uccidere con i suoi
denti e immergere il muso sino agli occhi nel sangue caldo.
Vi è un’estasi che segna il culmine della vita, oltre il quale la vita
non può andare. E tale è il paradosso della vita, che quest’estasi
avvenga quando si è più vivi, come un completo oblìo d’esser vivi.
Quest’estasi, quest’oblìo della vita, viene all’artista avvolto e
rapito in una gran fiamma; viene al soldato, impazzito nella furia
della lotta, che non dà quartiere; e venne a Buck mentre conduceva
il branco e risuonava l’antico grido del lupo, sforzandosi egli di
raggiungere il cibo ch’era vivente e gli fuggiva leggero dinanzi nella
luce lunare. Stava scandagliando le profondità della sua natura, e
di parti della sua natura ch’erano più profonde di lui, ritornando
nel seno del tempo. Egli era dominato dal fluire impetuoso e puro
della vita, dall’onda della marea dell’essere, dalla perfetta gioia
di ciascun muscolo separato, da ciascuna articolazione, e da ciascun
tendine, in quanto erano tuttociò che non è morte, in quanto erano
infiammati e sfrenati, esprimendo se stessi in movimento, volando
esultanti sotto le stelle e sopra la faccia di materia morta e immota.
Ma Spitz, freddo calcolatore anche nei momenti supremi, lasciò il
branco e attraversò una stretta striscia di terra intorno alla quale
girava il ruscello. Buck non ignorava la cosa, e quando girò la curva,
con il gelido spettro del coniglio che fuggiva innanzi a lui, vide un
altro gelido e più grande spettro balzare dalla sponda soprastante il
letto del corso d’acqua, proprio innanzi al coniglio. Era Spitz. Il
coniglio non poteva tornare indietro, e mentre i bianchi denti gli
spezzavano la schiena a mezz’aria, egli strillò terribilmente, come
potrebbe strillare un uomo colpito a morte. A quel suono, al grido
della Vita che cadeva dall’apice della Vita nella stretta della Morte,
l’intero branco alle calcagna di Buck alzò un infernale coro di gioia.