neppure di rubare ai nuovi venuti. Era un triste e malinconico cane di
pessimo umore, il quale fece capire chiaramente a Curly che desiderava
di essere lasciato solo; altrimenti sarebbero guai. Era chiamato
«Dave», e mangiava e dormiva, o sbadigliava negli intervalli, e non
prendeva interesse a nulla, neppure quando il _Narwhal_ attraversò
lo stretto della Regina Carlotta e rullò e beccheggiò come se fosse
stregato. Quando Buck e Curly divennero agitati, mezzi pazzi per la
paura, egli alzò la testa, come se fosse annoiato, li degnò di uno
sguardo non curioso, sbadigliò, e si riaddormentò.
Giorno e notte, il bastimento vibrava scosso dal pulsare instancabile
dell’elica; e benchè i giorni s’assomigliassero, era chiaro per Buck
che la stagione diveniva rapidamente più fredda. Finalmente, una
mattina, l’elica si fermò, e il _Narwhal_ fu pervaso da un’atmosfera di
agitazione. Egli lo sentiva, come lo sentivano gli altri cani, e sapeva
che un cambiamento era prossimo. François pose loro il guinzaglio e li
condusse sul ponte. Al primo passo sulla fredda superficie, i piedi
di Buck sprofondarono in una specie di muschio bianco, molto simile
al fango. Balzò indietro con uno starnuto; ma altra roba bianca della
stessa specie cadeva dal cielo. Egli si scrollò, ma ne vide ancora
cadere su di lui. L’annusò, curioso, e poi ne leccò un po’; bruciava
come fuoco, e là per là svaniva. Ciò gli sembrava assai strano.
Riprovò, con lo stesso risultato. Gli spettatori risero rumorosamente,
ed egli ebbe vergogna; non sapeva perchè, giacchè conosceva per la
prima volta la neve.
CAPITOLO II.
LA LEGGE DELLA MAZZA E DEI DENTI
Il primo giorno che Buck passò sulla spiaggia di Dyea fu come un
incubo. Tutte le ore erano piene di mutamenti e di sorprese. Egli era
stato improvvisamente strappato dal cuore della civiltà e gettato nel
cuore delle cose primordiali. Non era questa una vita pigra baciata dal
sole, senz’altro da fare che bighellonare e annoiarsi. Qui non vi era
nè pace, nè riposo, nè un momento di sicurezza, ma tutto era confusione
ed azione, e ogni momento la vita e le estremità del corpo erano in
pericolo. Vi era la necessità continua e imperativa d’essere sempre
vigile; chè quegli uomini e quei cani non erano uomini e cani di città,
ma esseri selvaggi, tutti, che non conoscevano altra legge se non
quella della mazza e dei denti.
Non aveva mai visto dei cani combattere come combattevano quelle
creature simili a lupi: e la prima esperienza gli servì da lezione
indimenticabile; chè se non fosse stata lezione per lui, non avrebbe
certo vissuto per avvantaggiarsene. Curly ne fu la vittima. Erano
accampati vicino al magazzino di legnami, ed essa, con quella sua
maniera amichevole, cercò di entrare in relazione con un rude cane
dalla taglia di un grosso lupo, che però non era neppure la metà di
essa. Non vi fu alcun preavviso, ma solo un salto in avanti, come un
lampo, un colpo metallico di denti, un altro salto altrettanto rapido
indietro, e il muso di Curly apparve squarciato, dall’occhio alla
mascella.
Era quella la maniera di combattere del lupo, che colpiva e saltava
indietro; ma la cosa non finì lì. Trenta o quaranta di quei cagnacci
corsero sul luogo e circondarono i combattenti, in cerchio intento
e silenzioso. Buck non comprendeva quella attenzione silenziosa;
nè l’avidità con cui si leccavano le zampe. Curly si lanciò sul suo
antagonista, il quale colpì di nuovo e di nuovo saltò indietro. Esso
arrestò un altro assalto di Curly col petto, in una maniera speciale
che le fece perdere l’equilibrio stendendola ruzzoloni a terra. Non si
rialzò più: gli altri cani, che parevano attendere quell’avvenimento,
si lanciarono su di essa mugolando e latrando, ed essa fu sepolta,
urlante di terrore, sotto la massa dei corpi irsuti.
La cosa era accaduta così improvvisamente e inaspettatamente, che Buck
rimase stordito. Vide Spitz tirar fuori la sua lingua scarlatta come
se ridesse, e François, lanciarsi nella confusione dei cani, agitando
una scure. Tre uomini con mazze l’aiutarono a disperdere i cani. Non
ci misero molto. Due minuti dopo che Curly era caduta, l’ultimo dei
suoi assalitori era cacciato via a mazzate. Ma essa giaceva inerte nel
sangue, quasi sbranata, a pezzi: e il bruno meticcio stava chinato su
lei bestemmiando spaventevolmente. La scena ritornò spesso a turbare i
sonni di Buck. Quella era dunque la maniera; e gli appariva ingiusta.
Una volta a terra, era la fine. Ebbene, sarebbe stato attento a non
andare mai a terra. Spitz tirò fuori la lingua e rise di nuovo: e da
quel momento Buck l’odiò di un odio amaro e mortale.
Prima ancora che si fosse riavuto dal colpo risentito per la morte
tragica di Curly, ricevette un altro colpo. François gli legò addosso
una combinazione di cinghie e di fibbie. Erano dei finimenti, come
quelli che aveva visto mettere dagli staffieri addosso ai cavalli,
quand’era a casa. E come i cavalli che aveva visto lavorare, così era
messo egli stesso a lavorare, per trascinare François s’una slitta alla
foresta, nella valle, e ritornare con un carico di legna da ardere.
Benchè la sua dignità fosse dolorosamente ferita dal fatto di essere
così ridotto ad un animale da tiro, egli era troppo saggio per
ribellarsi. Si curvò risoluto e fece del suo meglio, benchè tutto
ciò fosse nuovo e strano. François era rigido, reclamava ubbidienza
immediata, e per virtù della frusta otteneva immediata ubbidienza;
mentre Dave, che era un tiratore esperto, morsicava i fianchi di
Buck quando sbagliava, Spitz era alla testa, pure egli esperto,
e non potendo sempre afferrare Buck, ringhiava di tempo in tempo
brevi ammonimenti, o abilmente gettava il suo peso sui tiranti per
costringere Buck ad andare a modo. Buck imparò facilmente, e sotto la
guida dei suoi due compagni e di François, fece notevoli progressi.
Quando ritornò all’accampamento, sapeva già che doveva fermarsi ad ogni
«ho» e correre ad ogni «mush», e girare largo nelle curve, e tenersi
fuori dal percorso degli strisci quando la slitta, carica, scivolava
come una freccia alle loro calcagna.
— Sono dei buoni, — disse François a Perrault. — Quel Buck tira come un
diavolo, e impara presto, come niente fosse.
Nel pomeriggio, Perrault, che aveva fretta di mettersi in cammino con
i suoi dispacci, ritornò con altri due cani. Li chiamava «Billee» e
«Joe», due fratelli, e dei veri huskies entrambi. Benchè figli della
stessa madre, erano differenti come il giorno e la notte. Il difetto di
Billee era d’essere di eccessiva bontà, mentre Joe era tutto l’opposto;
acre e chiuso, con un perpetuo ringhio e un occhio maligno. Buck li
ricevette con cameratismo. Dave non li guardò neppure; mentre Spitz
incominciava a battere prima l’uno e poi l’altro. Billee agitò la coda
per pacificarlo, e poi scappò via quando s’accorse che ogni tentativo
di pacificazione era sprecato, e strillò (ancora col tono di chi vuol
essere amico) allorchè gli acuti denti di Spitz gli penetrarono nella
coscia. Ma per quanto Spitz girasse, Joe girava pure sui suoi piedi,
per tenergli testa, con il pelo irto, le labbra convulse e ringhiose,
le mascelle che battevano insieme il più rapidamente possibile per
minacciare morsi, e gli occhi diabolicamente luminosi — incarnazione
della paura belligerante. Il suo aspetto era così terribile, che
Spitz fu costretto a rinunciare a disciplinarlo; ma per coprire
la sua sconfitta si rivolse contro l’inoffensivo e gemente Billee
rincorrendolo sino ai confini dell’accampamento.
Prima di sera, Perrault si assicurò un altro cane, un vecchio
cagnaccio, lungo, magro e mal nutrito, col volto pieno di cicatrici e
un occhio solo, che lanciò una minaccia e un avvertimento di persona
che non teme nulla. Si chiamava Sol-leks, che vuol dire il Collerico.
Come Dave, non chiedeva nulla, non dava nulla, non s’attendeva nulla;
e quando camminò lentamente e deliberatamente in mezzo a loro, persino
Spitz lo lasciò stare. Egli aveva una particolarità, che Buck ebbe
la sfortuna di scoprire: non gli piaceva di essere avvicinato dalla
parte dell’occhio cieco. Di questa offesa Buck si rese stupidamente
colpevole: e si accorse della sua indiscrezione soltanto quando Solleks
gli fu sopra e gli squarciò la spalla sino all’osso per tre pollici di
lunghezza. Da allora in poi, Buck evitò il lato dov’era l’occhio cieco,
e sino alla fine della loro vita in comune i due non ebbero più guai
tra loro. La sua sola ambizione, pareva che fosse quella di Dave, di
essere lasciato in pace: però Buck doveva apprendere in seguito, che
ciascuno dei due possedeva un’altra, e ancor più vitale, ambizione.
Quella notte, Buck si trovò a dover risolvere il gran problema di
dormire. La tenda, alla luce di una candela, appariva luminosa
e calda nel mezzo della bianca pianura; senonchè, quand’egli vi
entrò, naturalmente, tanto Perrault che François lo bombardarono con
bestemmie e utensili di cucina, fino a che egli, riavutosi della sua
costernazione, non fu costretto a fuggire ignominiosamente, nel freddo.
Soffiava un vento gelato che lo pizzicava acutamente e gli mordeva con
speciale veemenza la spalla ferita. Si sdraiò sulla neve e tentò di
dormire, ma il gelo lo costrinse ben presto ad alzarsi tutto tremante.
Misero e sconsolato allora, andò vagando tra le molte tende, per
constatare nient’altro che un luogo era freddo quanto un altro. Qua e
là, dei cani selvaggi si lanciavano contro di lui, ma egli arruffava il
pelo del collo e ringhiava (come aveva imparato rapidamente), e quelli
lo lasciavano andare senza molestie.
Alla fine, gli venne un’idea. Sarebbe ritornato a vedere come i suoi
compagni s’accomodavano. Con sua grande sorpresa, trovò che erano
spariti. Ritornò a vagare per tutto l’ampio accampamento, cercandoli,
e ancora una volta ritornò sui suoi passi. Erano forse nella tenda?
No, non poteva essere; altrimenti, non ne sarebbe stato scacciato. Ma
dove dunque potevano essere? Con la coda penzoloni e il corpo tremante,
davvero smarrito, girò senza meta intorno alla tenda. Improvvisamente,
la neve cedette sotto le sue quattro gambe e si sprofondò. Indietreggiò
con un salto, irsuto e ringhioso, spaventato dall’imprevisto e
dall’ignoto. Ma un sommesso amichevole latrato l’assicurò, ed egli
ritornò ad investigare. Un soffio d’aria calda salì alle sue narici,
e là, vide, arrotolato su se stesso come una perfetta palla, Billee
che giaceva sotto la neve. Billee mugolò amichevolmente, s’agitò tutto
per mostrare la sua buona volontà e le sue buone intenzioni, ed osò
persino, come offerta di pace, di leccare il muso di Buck, con la sua
lingua calda ed umida.
Un’altra lezione. Dunque, così facevano? Buck, fiducioso, scelse un
punto e dopo un grande affaccendarsi e spreco di sforzi scavò una buca
per sè. In un momento, il calore del suo corpo riempì lo spazio angusto
della buca ed egli s’addormentò. Poichè la giornata era stata lunga
ed ardua, egli dormì intensamente e comodamente, ancorchè ringhiasse e
abbaiasse agitato da cattivi sogni.
Nè aprì i suoi occhi finchè non fu svegliato dai rumori
dell’accampamento che si destava. Al primo momento, non sapeva più
dove fosse. Aveva nevicato durante la notte ed egli era completamente
sepolto. La neve lo chiudeva da tutte le parti, e un grande brivido
di paura lo scosse — la paura della creatura selvaggia che teme la
trappola. Era un segno, quello, ch’egli riandava attraverso la sua vita
alla vita dei suoi progenitori; poichè egli era un cane incivilito, ma
non bene incivilito, e per esperienza personale non conosceva alcuna
trappola, e così non poteva pensare d’averne paura. I muscoli di tutto
il corpo gli si contrassero spasmodicamente e istintivamente, il pelo
del collo e della schiena divenne irsuto: con un feroce ringhio, egli
si lanciò diritto nel pieno giorno acciecante, con la neve che gli
volava intorno come una nube piena di raggi. Cadde sulle quattro zampe;
vide il bianco accampamento stendersi innanzi a lui e ricordò dov’era
e tutto quello che era accaduto dal momento che era uscito per una
breve corsa con Manuele, al momento che s’era scavato la buca, la notte
innanzi.
Un grido di François salutò il suo apparire. «Che avevo detto?»
esclamò il conducente di cani a Perrault. «Che Buck impara rapidamente
qualunque cosa».
Perrault acconsentì col capo gravemente. Quale corriere del Governo
Canadese, poichè recava dispacci importanti, egli era desideroso dei
migliori cani, e perciò particolarmente soddisfatto di possedere Buck.
Altri tre cani furono aggiunti al tiro, nel termine di un’ora; in
complesso nove; e prima che fosse passato un altro quarto d’ora,
essi erano attaccati alla slitta e in cammino verso Dyea Cañon. Buck
era contento d’essere partito, e benchè il lavoro fosse duro, non ne
risentiva alcun peso o dispiacere. Era sorpreso della intensa volontà
che animava l’intero tiro, volontà che gli si comunicò; ma ancora più
sorprendente era il mutamento avvenuto in Dave e Sol-leks. Sembravano
degli altri cani, trasformati dai finimenti. Ogni loro passività e
disinteresse era caduto. Si mostravano, ora, attenti ed attivi, ansiosi
che il lavoro procedesse bene, e terribilmente irritabili per qualsiasi
incidente, ritardo o confusione che ritardasse il loro lavoro. Il
tiro della slitta sembrava la suprema espressione del loro essere, la
ragione della loro vita, e la sola cosa in cui prendessero piacere.
Dave era il cane di stanga o cane di slitta, davanti a lui tirava Buck,
poi veniva Sol-leks; il resto del tiro si stendeva lungo una fila sino
alla guida di testa, ch’era Spitz.
Buck era stato appositamente posto tra Dave e Sol-leks perchè potesse
ricevere istruzione. E se ottimo scolaro egli era, quelli erano
parimenti ottimi maestri, che non lo lasciavano a lungo nell’errore e
imponevano il loro insegnamento, con i denti acuti. Dave era giusto e
molto saggio. Egli non l’addentava mai senza ragione, ma non mancava
mai di addentarlo se ce n’era bisogno. E siccome la frusta di François
coadiuvava, Buck trovò più conveniente emendare i propri difetti
anzichè rispondere. Una volta, durante una breve sosta, allorchè
s’ingarbugliò nei tiranti e ritardò la partenza, tanto Dave che
Sol-leks si lanciarono su lui e lo malmenarono alquanto. Si accrebbe il
garbuglio; ma da quella volta Buck ebbe gran cura di tenere separati
i tiranti; e prima che il giorno fosse finito, egli aveva imparato
così bene il suo lavoro, che i suoi compagni cessarono di premerlo. La
frusta di François schioccò meno di frequente, e Perrault onorò perfino
Buck sollevandogli le zampe ed esaminandole accuratamente.
Era una corsa di un giorno, molto dura, su per il Cañon, attraverso
Sheep Camp, oltre le Scales e la linea delle foreste, attraverso
ghiacciai e giacimenti di neve profondi centinaia di piedi, e al
disopra del grande Chilcoot Divide, che elevasi tra l’acqua salata
e l’acqua dolce e vigila paurosamente il triste e solitario Nord.
Andarono molto in fretta giù per la catena dei laghi che riempiono i
crateri di vulcani spenti, e quella sera entrarono tardi nell’immenso
accampamento al capo del lago Bennet, dove migliaia di cercatori d’oro
stavano costruendo barche per la primavera, quando il ghiaccio si
sarebbe spezzato. Buck scavò la sua brava buca nella neve e dormì il
sonno dell’esausto giusto: che durò breve tempo, perchè presto egli
fu tratto dalle fredde tenebre e attaccato con i suoi compagni alla
slitta.
Quel giorno percorsero quaranta miglia, essendo il solco battuto; ma
il giorno dopo, e per molti giorni ancora, dovettero aprirai un varco,
lavorando più duramente e progredendo molto meno. Di solito, Perrault
precedeva la slitta, battendo la neve con le sue scarpe munite di
racchetta, per facilitare l’avanzare dei cani. François che guidava
la slitta dal timone di destra, cambiava posto con lui, ma non molto
spesso. Perrault aveva fretta, e si vantava di una grande conoscenza
del ghiaccio, conoscenza che era indispensabile, perchè il ghiaccio
autunnale era molto sottile, e dov’era dell’acqua corrente non si
formava ghiaccio.
Così, un giorno dopo l’altro, per giorni senza fine, Buck faticava
ai tiranti. Sempre, levavano il campo quando faceva buio, e i primi
albori li trovavano che battevano il sentiero percorrendo nuove
miglia, segnate vagamente dal loro passaggio. E sempre s’accampavano
dopo che la notte era già scesa; mangiavano il loro pezzo di pesce
e s’accovacciavano a dormire nella neve. Buck era vorace. La libbra
e mezza di salmone seccato al sole, che costituiva la sua razione
giornaliera, sembrava non fosse nulla per lui. Non ne aveva mai
abbastanza, e soffriva perpetue fitte di fame. Ma gli altri cani,
perchè pesavano meno ed erano nati per quella vita, ricevevano una sola
libbra di pesce e riuscivano a mantenersi in buone condizioni.
Egli perdette rapidamente quella schifiltà che aveva caratterizzato
la sua vecchia vita. Mangiatore accurato e lento, aveva scoperto
che i suoi compagni, terminando prima, lo derubavano della parte di
razione che gli rimaneva. Non vi era maniera di difendersi. Mentre
egli scacciava due o tre, il cibo spariva nella bocca degli altri.
Per rimediare a ciò, mangiò in fretta come loro; e, tanto la fame
rincalzava, che egli non aveva ritegno a prendere anche la parte
altrui. Osservò e imparò.
Quando vide Pike, uno dei nuovi cani, furbo ipocrita e ladro,
destramente rubare una fetta di lardo affumicato, nel momento in cui
Perrault voltava le spalle, egli duplicò il furto, il giorno seguente,
portando via l’intero pezzo. Ne seguì un gran baccano, ma egli non fu
sospettato; mentre Dub, maldestro e pasticcione che si faceva sempre
cogliere in fallo, era punito per le malefatte di Buck.
Questa prima ruberia mostrò che Buck era adatto a sopravvivere
nell’ostile ambiente delle terre nordiche. Confermò la sua
adattabilità, la sua capacità ad adeguarsi a condizioni mutate; qualità
questa la cui mancanza avrebbe significato una rapida e terribile
morte. Segnò, inoltre, il decadere o frangersi della sua natura morale,
cosa vana, e un fardello nella furiosa lotta per l’esistenza. Ottima
cosa nel Sud, protetti dalla legge dell’amore e del cameratismo,
il rispettare la proprietà privata e i sentimenti personali; ma nel
Nord, sotto la legge della mazza e dei denti, chi prendeva queste cose
in considerazione era un pazzo, che per quanto si poteva osservare
intorno, non avrebbe certo prosperato.
Non che Buck facesse tutto questo ragionamento. Era adatto, ecco
tutto; e inconsciamente s’accomodava al nuovo modo di vita. In ogni
giorno, della sua vita, qualunque fosse il dissidio, egli non s’era
mai sottratto a una lotta. Ma la mazza dell’uomo dalla maglia rossa
gli aveva inculcato un codice più fondamentale e primitivo. Incivilito,
egli sarebbe stato capace di morire per una idea morale; per esempio,
per la difesa del frustino del giudice Miller; ma, ora, la perdita
assoluta d’ogni senso di civiltà era messa in evidenza dall’abilità
che usava nel sottrarsi alla difesa di una idea morale, per salvarsi
il fianco. Non rubava per la gioia di rubare, ma per le imperiose
necessità del suo stomaco; e non rubava apertamente, ma nascostamente e
con furberia, per timore della mazza e dei denti. In breve, le cose che
faceva, le faceva perchè era più facile farle che non farle.
Il suo sviluppo (o regresso) fu rapido. I suoi muscoli divennero duri
come il ferro; egli divenne indifferente a tutte le pene ordinarie;
e si regolò secondo una perfetta economia interna oltre che esterna.
Poteva mangiare qualsiasi cosa, nauseante e indigesta che fosse; e,
mangiatala, i succhi del suo stomaco ne estraevano, sino alle più
minute particelle, tutto il nutrimento, che il sangue portava poi alle
più lontane estremità del corpo, costruendo i più saldi e duri tessuti.
La vista e l’odorato gli divennero straordinariamente acuti; mentre
l’udito s’era acuito al punto che nel sonno udiva il più leggero suono
e distingueva se era segno di pace o di pericolo.
Imparò a strapparsi il ghiaccio coi denti, quando gli si formava tra le
dita delle zampe; e allorchè aveva sete e vi era un grosso strato di
ghiaccio sull’acqua, lo rompeva saltandovi sopra con le quattro zampe
irrigidite. La sua abilità più straordinaria era quella di odorare il
vento e di prevederlo una notte prima. Qualunque fossero le condizioni
atmosferiche, quand’egli scavava il suo covo accanto ad un albero, ad
un monticello, il vento che soffiava più tardi lo trovava sempre ben
riparato, coperto e caldo.
E non soltanto egli imparava per esperienza, ma perchè si ridestavano
in lui istinti da lungo tempo scomparsi. Si separavano da lui le
generazioni addomesticate; vagamente ricordava cose lontane della
giovinezza della sua razza, di quando i cani selvatici erravano a
torme per le primitive foreste e uccidevano per nutrirsi l’animale che
riuscivano ad abbattere. Non gli era difficile imparare a combattere
tagliando e strappando, col rapido morso del lupo. In quel modo
avevano combattuto obliati antenati, che ravvivavano in lui il senso
dell’antica vita, così che le vecchie abilità ed astuzie ch’essi
avevano impresso ereditariamente alla razza, diventavano le sue abilità
e le sue astuzie. Gli venivano naturali, senza ricerca o sforzo, come
se le avesse sempre pensate. E allorchè, nelle notti serene e fredde,
puntava il naso verso una stella e ululava a lungo alla maniera dei
lupi, erano i suoi antenati, morti, in polvere, che puntavano il naso
alle stelle e ululavano attraverso i secoli e attraverso lui. E le sue
cadenze erano le loro cadenze, che esprimevano la loro miseria e il
silenzio e il freddo e le tenebre.
Così, a dimostrare che specie di buffoneria è la vita, l’antico canto
rinasceva in lui ed egli ritornava ad essere se stesso; e ritornava ad
essere se stesso perchè gli uomini avevano scoperto un metallo giallo
nel Nord, e perchè Manuele era un aiuto-giardiniere il cui salario
bastava appena a soddisfare i bisogni della moglie e di varie piccole
copie di sè.
CAPITOLO III.
LA BESTIA PRIMORDIALE PREPONDERANTE.
La bestia primordiale preponderante era molto forte in Buck, e
in quelle terribili condizioni della vita sul duro sentiero del
Nord, crebbe ogni giorno più. Cresceva, tuttavia, segretamente. La
nuova perspicacia gli dava senno e ritegno. Era troppo occupato ad
accomodarsi alla nuova vita, per sentirsi a suo agio; e non soltanto
non cercava litigi, ma li evitava sempre, quando poteva. Una certa
ponderatezza caratterizzava i suoi atti. Egli non era soggetto a
sventatezze o ad azioni precipitate: e nel profondo odio che correva
tra lui e Spitz, non tradiva alcuna inesperienza, evitando qualsiasi
atto offensivo.
D’altro canto, forse perchè presentiva in Buck un rivale pericoloso.
Spitz non perdeva alcuna occasione di mostrargli i denti. Egli si
disturbò persino a minacciarlo, cercando sempre di incominciare lui una
lotta che poteva finire soltanto con la morte dell’uno o dell’altro. Il
che sarebbe accaduto, a principio de! viaggio, se non fosse successo un
accidente poco piacevole. S’erano accampati tristemente e miseramente
sulla riva del Lago Le Barge. Neve violenta, un vento che tagliava come
un coltello di fuoco e tenebre li avevano costretti a cercare a tastoni
un luogo dove accampare. Difficilmente avrebbero potuto trovarsi
peggio. Dietro loro sorgeva una parete rocciosa perpendicolare, e
Perrault e François erano stati costretti ad accendere il fuoco e a
stendere la roba per dormire sul ghiaccio del lago stesso. Essi avevano
scaricata la tenda a Dyea, per viaggiare più leggeri. Alcuni pezzi di
legno trovati lì, sulla riva, servirono a fare un fuoco che si spense
nel ghiaccio, lasciandoli, a mezzo della cena, all’oscuro.
Buck scavò il suo giaciglio accanto alla roccia protettrice. Egli vi
stava così comodo e caldo che a malincuore ne uscì quando François
distribuì il pesce che aveva disgelato sul fuoco. Ma quando Buck finì
la sua razione e ritornò alla sua buca, la trovò occupata. Un ringhio
minaccioso gli fece capire che l’offensore era Spitz. Sino allora Buck
aveva evitato di avere contese col suo nemico; ma quello era troppo. La
bestia in lui ruggiva. Si lanciò su Spitz con una furia che li sorprese
entrambi, e specialmente Spitz, che per esperienza era giunto alla
convinzione che Buck fosse un cane eccezionalmente timido, che riusciva
a difendersi solo per il peso e la grandezza.