JACK LONDON
IL RICHIAMO
DELLA FORESTA
_ROMANZO_
PREFAZIONE E TRADUZIONE DI
GIAN DÀULI
MCMXXIV
MODERNISSIMA
MILANO
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C. — Via Zecca Vecchia, 7 — Milano
JACK LONDON
_Credo che non vi sia scrittore il quale abbia vissuto e sofferto,
amato e odiato con tanta disperata e selvaggia intensità, come Jack
London. I Gorki, i Dostoiewski, gli Upton Sinclair, i Rimbaud,
i Baudelaire, tra miserie fisiche e morali, hanno saputo, sì,
rappresentare visioni mai concepite da altri, ma vivendo una vita che,
per quanto agitata, non soffrì che in parte del grandioso e avventuroso
travaglio che agitò l’esistenza dura ed eroica del grande scrittore
americano, le cui opere suscitano in noi sentimenti di paura e di
tenerezza, di amore e di dolore e, soprattutto, di ammirazione. Ci pare
di trovarci di fronte all’uomo delle caverne che riveli alla nostra
sensibilità moderna i misteri e le ferree leggi della vita primitiva._
_Perciò, con senso di pena, ho visto in questi giorni pubblicata, a
cura del Prezzolini, la prima traduzione italiana di uno dei romanzi di
Jack London, «Il lupo di mare», come uno dei tanti libri per ragazzi.
Poveri innocenti! Le opere di London affidate nelle mani di adolescenti
che s’affacciano alla vita, e non conoscono ancora il male, e ignorano
i feroci egoismi degli uomini, la cecità del Dio cristiano, le leggi
inesorabili della natura? Quale errore!_
***
_La favola di questi romanzi, per quanto avventurose ne siano le
vicende e pittoresco il paesaggio entro il quale si svolge, appare poca
cosa in confronto dello spirito realistico che l’ànima e della visione
totale della vita e del destino dell’uomo che l’autore vuole e riesce a
comunicarci. Egli mira al nostro cuore e alla nostra coscienza, più che
alla nostra mente e alla nostra fantasia, da selvaggio armato di frecce
avvelenate e infallibili. Ossequiente alle leggi naturali della vita
che accomunano l’uomo all’animale, nella foresta, egli ci mostra, a
fini sociali, nell’animale, l’uomo, e gli istinti dell’uno nell’altro,
rivivendo, con profondo senso primigenio, selvagge emozioni ereditarie
che dormono nella natura umana, attraverso il ricordo di antenati
preumani e di migliaia di generazioni._
_Così che si ripensa, per associazione d’idee, alle crudeltà della
guerra mondiale, agli errori ed orrori della rivoluzione russa, ai
massacri degli ebrei, alle violenze dell’attuale guerriglia sociale,
alle aberrazioni quotidiane della vita umana costantemente insidiata
da brutale malvagità, e vien fatto di pensare: — Possiamo, dunque,
senza vergogna, affermare d’essere fatti ad immagine di Dio? O non
forse è vero che anche noi, come gli altri animali, barcolliamo nelle
tenebre, spinti dagl’istinti più bassi, che nelle forme più estreme
e più elementari sono legge di vita per i cani e per i lupi? Pare
oggi, infatti, che la legge della mazza e dei denti abbia sopraffatto
millennî di diritto civile, e ci riconduca in pieno mondo londoniano,
dove il più forte, per istinto, non per crudeltà, abbatte ed uccide il
più debole, divorandoselo poi, e la ferocia della passione sensuale fa
strage, e i maschi si uniscono e combattono insieme sotto il pungolo
della fame, e s’uccidono l’un l’altro appena il pungolo è attenuato,
ciascuno conducendo via la compagna quando ha ucciso i rivali. Solo
ritegno conosciuto, in questo mondo primigenio, è l’istinto della
propria conservazione, che tiene unito il maschio alla femmina e spinge
il maschio a nutrirla! Dappertutto è libertà assoluta, dappertutto è la
paura della morte onnipresente e sovrana._
_Ma il London non si limita a mostrarci, con crudele realismo,
il rapporto naturale tra la vita selvaggia e la vita civile, ma
rappresenta il contrasto diretto tra l’una e l’altra, affermando,
invece della licenza, la legge; invece dell’istinto, il trionfo
dell’autorità._ Devozione del forte al debole, venerazione del debole
per il forte, _ecco la grande legge della vita che combatte gli impulsi
selvaggi: ideale questo o, meglio, regola di vita veramente civile,
che la società umana potrebbe a dovrebbe attingere se non fosse così
mal ordinata da sembrare fatta per la conservazione e lo sviluppo degli
istinti primitivi._
***
_Per dare degnamente inizio alla pubblicazione delle opere complete di
Jack London, scegliemmo, nella sua vasta produzione, due romanzi: «Il
richiamo della foresta» («The Call of the Wild») e «Zanna bianca» («The
white fang»), i quali a nostro avviso, caratterizzano, meglio di tutti
gli altri, non solo il temperamento dello scrittore, ma il processo di
sviluppo della sua anima di pensatore temprato dall’esperienza della
vita._
_Nel primo, «Il richiamo della foresta», è il racconto di un cane
che, attraverso perigliose vicende, per la crudeltà degli uomini e
l’asprezza dell’esistenza finisce col diventar lupo, facendo, cioè,
a ritroso, di gradino in gradino, il cammino inverso della civiltà,
da una vita sicura, tranquilla, soleggiata, familiare, quale godeva.
Aveva fede negli uomini, e la perde; credeva nell’onestà e nell’onore,
e finisce col rubare per vivere, e uccidere per non essere ucciso: e
quando l’ultimo amore umano cade, egli si ritrova nella selva, animale
primitivo signoreggiato dai soli istinti naturali._
_La vita di questo cane che diviene lupo, rispecchia materialmente e
spiritualmente la vita dello stesso scrittore. Egli ebbe certamente
un primo albore d’infanzia felice nell’amore dei suoi, sino a quando,
fanciulletto, passava intere giornate sotto un albero a sorvegliare,
per i contadini, il ritorno degli sciami delle api dalla loro vita
operosa e errabonda. Breve albore al quale seguì ben presto la miseria
più dura. Non ancora decenne, per aiutare la sua famiglia caduta in
povertà, egli vende giornali per le vie di San Francisco, per le vie
della sua amata «Frisco», dove egli era nato il 12 gennaio del 1876.
Poco dopo, è operaio in una fabbrica di prodotti alimentari, dove sente
i primi morsi dell’odio contro la piovra sociale, e i primi impeti di
ribellione. Infatti, a soli quindici anni egli abbandona la famiglia
e il lavoro per unirsi a una banda di pirati, e a sedici anni possiede
una sua barca, la_ Razzle Dazzle, _e la sua donna, una fanciulla della
stessa età, ed è chiamato dai contrabbandieri il Principe del Banco
delle Ostriche, perchè egli solo osa fare il contrabbando nella baia di
San Francisco, sotto gli occhi della polizia, con una donna a bordo.
Vestito di lana grigia, con scarponi da marinaio, e la larga cintola
di cuoio rigonfia d’una grossa rivoltella, solido e robusto benchè
ancora imberbe, egli si sente re del proprio destino, e con pacata
sfrontatezza ingoia alcool, tra perduta gente, con la tenera mantenuta
al fianco, nella bettola dell_’Ultima Fortuna. _Durò un anno quella
vita selvaggia ch’egli definiva, sette anni dopo, come la più rischiosa
della sua esistenza; durante la quale guadagnava in una settimana
quello che più tardi non riusciva a guadagnare in un anno._
_Diciassettenne, si decide o per amore di avventure o forse con la
speranza di liberarsi dall’abitudine di bere, a partire, mozzo, per
una crociera al Giappone, su un trealberi; ma non muta tenore di vita;
come egli stesso confessa nel suo libro «Memorie di un bevitore»:
«Incominciava la sera quando arrivammo ad un caffè e... è tutto quello
che vidi del Giappone! E purtanto il nostro veliero stette quindici
giorni nel porto di Yokohama! Quindici giorni passati a bere in
compagnia dei migliori ragazzi di questo mondo»._
_Dal Giappone passa alla caccia delle foche nei mari della Russia
orientale, e quando ritorna in patria, si dà a tutti i mestieri, ma
soprattutto a quello del vagabondo, contro il suo vangelo sociale che
considerava il lavoro fisico come un dovere per l’uomo, un dovere che
conferisce alla salute e santifica la vita. «L’orgoglio che io traevo»,
scriss’egli, «da una giornata di lavoro ben compiuto, non si può
nemmeno concepire. Io mi sentivo lo sfruttato ideale, lo schiavo tipo,
ed ero quasi felice della servitù». Ma forse egli traeva a quel tempo
più orgoglio dall’essere considerato da tutti come il «boy socialista»,
il vagabondo rivoluzionario. Per un certo tempo egli fa parte dei «two
thousand stiffs», dei duemila irrigiditi, i terribili sovversivi che,
condotti dal generale Kelly, mossero dalla costa del Pacifico alla
socializzazione del mondo. La piccola armata di ribelli catturava
treni, metteva a sacco città e villaggi, militarizzava tutti gl’uomini
che incontrava sul suo cammino. Quando le autorità governative riescono
ad arrestare la marcia di questi sovversivi e a disperderli, Jack
London ritorna al suo vagabondaggio ed è spesso messo in prigione, come
disoccupato senza fissa dimora._
_Così, Jack London è in condizioni da ascoltare e sentire in sè tutto
il fascino dell’appello della vita selvaggia_, the call of the wild, _e
alla vita selvaggia si abbandona con l’impeto inconsiderato della sua
esuberante natura. E davanti agli aspetti sempre più terribili della
realtà, fra esperienze strazianti, lo spirito gli si rinvigorisce e
s’affina. Il destino l’afferra, l’attanaglia, l’abbatte, l’abbrutisce:
il cane diventa lupo, ma il lupo è signore della selva, dominatore
nella vita selvaggia. Ma Jack London è un sensitivo, un delicato a
dispetto della sua vita, uno spirito universale che non può perire
schiacciato dal contingente; ed ecco ricominciare il travaglio
affannoso dell’uomo che, per virtù del suo ingegno, pur rincantucciato
nell’antro, ad affinar la selce, nella desolata solitudine della Vita
selvaggia, spia se stesso, studia le voci arcane della natura, e,
attraverso ostacoli tremendi, risale alla superficie della civiltà,
mercè la potenza del patissero._
_Il lupo diventa cane. (White fang)._
_Jack London ritorna spesso col pensiero al primo libro letto da
bambino, l_’Alambra, _di Washington Irving, e cerca altre letture.
Vuole istruirsi, e finisce — ha allora diciannove anni — per far
ritorno alla famiglia, stabilita, a quel tempo, ad Oakland, dove
l’attende la dolorosa sorpresa di trovare il padre graduato dell’odiata
polizia. Egli vince, tuttavia, la ripugnanza che l’occupazione del
padre e la vita ordinata destano in lui, ed accetta il posto di
portinaio in una scuola secondaria. Poco dopo, collabora al bollettino
letterario della stessa scuola, e, ad un tratto, diviene scrittore. Un
giornale di San Francisco offre un premio per un articolo descrittivo:
Jack London tenta la prova a vince. Incoraggiato dal primo successo,
invia un altro articolo allo stesso giornale, che glielo rifiuta,
questa volta. Allora, disgustato del suo mestiere di portinaio,
riprende la vita nomade, e attraversa a piedi tutto il continente
americano fino a Boston. Visita il Canadà, diviene minatore d’oro e
pescatore di salmone nell’Alaska. Ma, intanto, il suo pensiero, in
mezzo a tante traversie, si forma e precisa. Ha letto Spencer e Carlo
Marx: la società gli appare sempre più mal combinata, il capitalismo
odioso, con i suoi eccessi che ne fanno un mostro crudele, divoratore;
allora il socialista per istinto diviene socialista rivoluzionario per
ragionamento, convinto che il socialismo «mira, se non altro, a mettere
ciascuno al suo posto»._
_Al ritorno dall’Alaska, incomincia a predicare in pubblico le sue
idee socialiste, la bellezza della rivoluzione e del mondo nuovo che
deve sorgere dal crollo della società capitalistica, ed è, alla fine,
arrestato, non più come vagabondo, ma come rivoluzionario._
_Uscito di prigione, Jack London sente il bisogno di compiere
la sua istruzione: va a San Francisco e riesce a farsi ammettere
nell’Università, conciliando il bisogno dello studio con la necessità
di guadagnarsi il pane, giorno per giorno. Si occupa in una stireria.
«Il ferro e la penna si alternavano nella mia mano», ricorda egli più
tardi, «ma dalla mia mano stanca la penna cadeva sovente, e sovente i
miei occhi si chiudevano sui libri»._
_Dopo tre mesi di accannito lavoro, egli, robustissimo, non riesce
più a reggersi. Allora decide di ritornare a piedi ad Oakland,
di riconciliarsi con la famiglia; ma una nuova crudele delusione
l’attende. Il padre è morto, la madre e i fratelli sono in miseria.
Questa nuova traversìa, se lo costringe per qualche tempo ancora al
lavoro manuale, non gli toglie la speranza di un avvenire diverso e
migliore. Nelle solitudini nevose della terra del Nord «dove nessuno
parla, dove tutti pensano», egli s’era ripiegato su se stesso ed
aveva intravisto il suo vero orizzonte, che era quello del lavoratore
intellettuale. Riprende a scrivere. Un giornale di California
accetta un suo racconto, un altro gli chiede degli scritti. «Le cose
incominciavano a prendere una buona piega, e sembrava che io non
dovessi aver più bisogno, per qualche tempo almeno, di scaricare
carbone». In fondo, la Società, maledetta da Jack London, incominciava
a tendergli la mano. Nel 1900 appare il suo primo Volume:_ The son of
the wolf, «_Il figlio del lupo_»[1], _raccolta di racconti del paese
dell’oro, che gli fece acquistar subito fama di scrittore originale e
poderoso, a ventiquattr’anni!_
_D’allora seguirono nuovi libri quasi senza interruzione e con
crescente successo. Sposatosi, con la sua amata compagna, London
gira il mondo e attende alle sue opere. Ma lo spirito d’avventura
non si spegne in lui. Egli vive un certo tempo nei bassifondi di
Chicago e di Londra, fa il giro del mondo in un minuscolo yacht, lungo
appena quindici metri, fa il corrispondente di guerra al Giappone
e in Manciuria nel 1904 e al Messico nel 1914, nè cessa mai la sua
inesorabile requisitoria contro la Società mal costituita._
_A soli quarantanni, nel 1916, dopo aver pubblicato una cinquantina di
volumi, la Morte lo coglie proprio all’inizio della sua vera gloria di
scrittore più letto e più discusso, più odiato e più amato, nel suo
paese. Ancora oggi non si sa come egli sia morto; e il mistero che
vela gli ultimi istanti della vita del rude avventuriero e scrittore
di genio, è degno di quel capolavoro di irrequietezza che fu, tra opere
pari, l’anima di questo Grande._
***
_Così visse Jack London, lo strano romanziere che s’avvia a diventar
popolare in tutto il mondo, popolare, per la ragione semplicissima
che nello scrittore è l’uomo, ricco di una sua esperienza nuova da
raccontare, con parola nuova._
_Già scrivendo di Jack London nell_’Azione _di Genova, nel febbraio del
1921, lamentavo che, purtroppo, bisogna cercare nelle opere straniere
quei più vasti orizzonti ideali e quell’aria pura e vivificante di
cui ha bisogno il nostro spirito, stanco o viziato, per ritornare
fattivamente alla meditazione dei più profondi problemi dello spirito e
della vita sociale._
_Oggi, più che nel ’21, c’incalzano e premono da tutte le parti
formidabili problemi rivoluzionarî, e ci sentiamo oppressi da un alito
di continuata tragedia nascosta che gli sbandieramenti patriottardi
non riescono a mascherare del tutto, nè le fanfare e i canti a
completamente soffocare. Il domani si presenta pauroso agli spiriti
alacri e indipendenti, nei quali è un’avidità di sapere, di udire la
verità, o parole coraggiose e nuove che aiutino a rintracciare la
verità, a risolvere la profonda crisi di pensiero e di sentimento
che travaglia le coscienze migliori. Che ci dà oggi la letteratura
nostrana? Lettere alle sartine d’Italia e vergini da diciotto carati,
romanzetti pornografici e sentimentali ed esercitazioni stilistiche e
cerebrali, senza mai un accento di umana commozione per le tragedie
politico-sociali del mondo o anche solo una parola che la mostri
consapevole del profondo travaglio spirituale della patria. Oh,
intellettuali italiani! eccovi una folata d’aria gelida purificatrice!
Anche senza farvi uscire dal sicuro romitaggio del vostro egoismo o
dai caffè affumicati cari alla vostra presuntuosa pigrizia, anche senza
farvi deporre livree o indossare armi. Jack London vi condurrà, con le
sue opere, dalla bettola dell_’Ultima Fortuna a_i confini del mondo,
sui perduti sentieri di tutti gli ideali e di tutti gli ardimenti!
Giova almeno con lo spirito partecipare alla grande avventura del
mondo! Senza l’azione, l’azione costante, la Morte è là in agguato e
non tarda a lanciarsi su di noi, inesorabile._
_Troverete nel «Richiamo della foresta» e in «Zanna bianca» la
rappresentazione realistica dell’Umanità che lotta costantemente contro
la prepotenza dell’infinito, dell’inafferrabile, dell’imponderabile.
Scenda o risalga il millenario cammino della civiltà — il cane diventi
lupo o il lupo diventi cane — ogni creatura vivente, insoddisfatta,
cerca sensazioni nuove, è costretta a sgombrare il proprio cammino,
a vincere mille ostacoli, chè la vita si rinnova con sempre maggiore
Varietà di forme e con più rapidi mezzi di distruzione. Questi due
romanzi racchiudono una lezione in atto; questa: che la civiltà non
deve indebolire il carattere nè affievolire lo spirito; il lupo che
diviene cane è travolto, e forse il cane trova il suo completo sviluppo
nel lupo! Da questa crudele lezione, i socialisti, conservatori,
comunisti e aristocratici possono trarre elementi per scindere la
parte viva da quella morta della propria filosofia o del proprio
credo. La lettura di queste opere ci può lasciare immutati, ma non
impassibili: l’odio e l’amore trovano in esse accenti definitivi che
toccano le radici della nostra coscienza e dello nostra sensibilità. E
mentre l’occhio spazia per vastità nuove e terribili, e ammira terre
e solitudini sconosciute, e vede esperienze impensate, il cuore, il
cuore dell’eterno fanciullo che è in noi, mormora inconsapevolmente una
parola d’amore e di solidarietà ultraumana._
***
_Pubblicheremo, in seguito, «Martin Eden», «L’amore della vita», «Il
vagabondo delle stelle» e gli altri romanzi nei quali Jack London
profuse i ricordi e le impressioni dei suoi movimentati viaggi e
vagabondaggi attraverso il mondo. Ma forse daremo ai lettori italiani,
prima di essi, la traduzione di almeno uno dei suoi romanzi sociali,
del terribile_ Tallone di ferro, _che a noi sembra oggidì opera di viva
attualità._
_Il_ «Tallone di ferro», _scrisse Anatole France, presentando, l’anno
scorso, il volume ai lettori francesi, «è il termine energico col quale
Jack London disegna la plutocrazia. Il libro che, tra le sue opere,
porta questo titolo, fu pubblicato nel 1907. Rintraccia la lotta che
scoppierà un giorno tra la plutocrazia e il popolo, se il Destino,
nella sua collera, lo permetterà. Ahimè! Jack London aveva il genio
che vede quello che è nascosto alla folla degli uomini e possedeva
una scienza che gli permetteva d’anticipare i tempi. Egli previde
l’assieme degli avvenimenti che si sono svolti nella nostra epoca. Lo
spaventevole dramma al quale ci fa assistere in ispirito, nel_ Tallone
di ferro, _non è ancora divenuto una realtà, e noi non sappiamo dove e
quando si compierà la profezia dell’americano discepolo di Marx._
«_Jack London era socialista spinto, socialista rivoluzionario. L’uomo
che, nel suo libro, distingue la verità e prevede l’avvenire, il
saggio, il forte, il buono, si chiama Ernesto Everhard. Come l’autore,
fu operaio e lavorò con le sue mani. E voi sapete che colui che fece
cinquanta volumi prodigiosi di vita e d’intelligenza e morì giovane,
era figlio di un operaio e incominciò la sua illustre esistenza in
un’officina. Ernesto Everhard è pieno di coraggio e di saggezza, pieno
di forza e di dolcezza, tratti tutti che sono comuni a lui e allo
scrittore che l’ha creato. E a integrare la somiglianza che esiste tra
loro, l’autore assegna, a colui ch’egli realizza, una moglie d’anima
grande e di spirito forte, della quale il marito fa una socialista. E
noi sappiamo, d’altro canto, che Mrs. Charmian lasciò, con suo marito
Jack, il Partito del Lavoro dopo che cotesta associazione diede segni
di moderatismo._
«_Le due insurrezioni che formano materia del libro che io presento
al lettore francese sono così sanguinarie, e presentano nel disegno
di quelli che le provocano una tale perfidia e nell’esecuzione tanta
ferocia, che ci si chiede se esse sarebbero possibili in America, in
Europa, specie in Francia. Io non lo crederei, se non avessi l’esempio
delle giornate di Giugno e la repressione della Comune del 1876, che mi
ricorda come tutto sia permesso contro i poteri. Tutto il proletariato
d’Europa ha sentito, come quello d’America, il_ Tallone di ferro.
«_Per il momento, il socialismo in Francia, come pure in Italia e
in Ispagna, è troppo debole per temere il_ Tallone di ferro, _poichè
l’estrema debolezza è l’unica salvezza dei deboli. Nessun_ Tallone di
ferro _calpesterà questa polvere di partito. Qual’è la causa della
sua diminuzione? Ci vuol ben poco per abbatterlo in Francia dove la
cifra dei proletarî è esigua. Per diverse ragioni la guerra, che si
dimostrò crudele col piccolo borghese spogliandolo senza farlo gridare,
giacchè questi è un animale muto; la guerra non fu troppo inclemente
per l’operaio della grande industria, che trovò da vivere fabbricando
armi e munizioni e un salario, magro sin troppo dopo la guerra, ma
non caduto, tuttavia, mai troppo in basso. I dominatori del momento
vegliavano, e quel salario non era, in sostanza, che della carta che i
grossi proprietarî, vicini al potere, non penavano troppo a procurarsi.
Bene o male, l’operaio visse. Aveva udito tante menzogne che non si
stupiva più di nulla. Fu quello il momento che i socialisti scelsero
per disgregarsi e ridursi in polvere. Questa pure è, senza morti e
feriti, una bella disfatta del socialismo. Come accadde? E come mai
tutte le forze di un grande partito s’addormentarono? Le ragioni da me
esposte non sono sufficienti a spiegarlo. La guerra ci deve entrare per
qualche cosa, la guerra che uccide gli spiriti come i corpi._
«_Ma un giorno la lotta del lavoro e del capitale ricomincerà. Verranno
allora giorni simili alle rivolte di San Francisco e di Chicago, delle
quali Jack London ci mostra, per anticipazione, l’indicibile orrore.
Non vi è alcuna ragione, pertanto, di credere che in quel giorno
(o vicino o lontano) il socialismo sarà ancora frantumato sotto il_
Tallone di ferro _e affogato nel sangue._
«_Avevano gridato nel 1907 a Jack London: «Voi siete uno spaventevole
pessimista!». Socialisti sinceri l’accusavano di gettare lo spavento
nel partito. Avevano torto. Bisogna che quelli che hanno il dono
prezioso e raro di prevedere, pubblichino i pericoli che presentono.
Ricordo di avere udito dire parecchie volte dal grande Jaurès: «Non
si conosce abbastanza fra noi la forza delle classi contro le quali
abbiamo a combattere. Hanno la forza e si attribuisce loro la virtù; i
preti hanno messo da parte la morale della chiesa per coltivare quella
dell’officina; cosicchè la società tutt’intera, allorchè queste classi
saranno minacciate, accorrerà a difenderle». Egli aveva ragione, come
London ha ragione di porgerci lo specchio profetico dei nostri errori e
delle nostre imprudenze._
«_Non compromettiamo l’avvenire: ci appartiene. La plutocrazia perirà.
Nella sua potenza si scorgono di già i segni della rovina. Essa perirà
perchè ogni regime di casta è votato alla morte; il salariato perirà
perchè è ingiusto. Perirà gonfio d’orgoglio, in piena potenza, come
perì la schiavitù e la servitù._
«_E già, assentandolo attentamente, ci si accorge che è caduco. Questa
guerra, che la grande industria di tutti i paesi del mondo ha voluto,
questa guerra che è stata la sua guerra, questa guerra nella quale essa
riponeva la speranza di nuove ricchezze, ha causato tante distruzioni
e così profonde, che l’oligarchia internazionale è essa stessa scossa e
s’avvicina il giorno in cui essa crollerà su un’Europa rovinata._
«_Non posso annunziare che perirà d’un colpo e senza lotta. Essa
lotterà. L’ultima sua guerra sarà forse lunga e avrà diverse fortune.
O voi, eredi del proletariato, o generazioni future, figli di giorni
nuovi, voi lotterete, e allorchè dei crudeli rovesci vi faranno
dubitare del successo della vostra causa, riprenderete fiducia, e
direte col nobile Everhard: «Perduro per questa volta, ma non per
sempre. Abbiamo appreso molte cose. Domani l’idea risorgerà, più forte
in saggezza e in disciplina_».
***
_Non abbiamo potuto resistere alla tentazione di riprodurre nella sua
interezza la presentazione che Anatole France fa del_ Tallone di ferro,
_perchè, confortati dal suo giudizio, nell’ora torbida che attraversa
l’Europa tutta, premuta com’è dal tallone del bolscevismo dell’estrema
sinistra e dell’estrema destra, dalle dittature rosse e da quelle
monarchico-militaristiche, è più che mai necessario che quelli «che
hanno il dono prezioso e raro di prevedere, rendano noti i pericoli che
presentono»._
_A parte il grande godimento intellettuale che dà l’opera di Jack
London, essa racchiude in sè un insegnamento e un ammonimento che non
debbono andare del tutto perduti. Sin dal 1904, egli aveva scritto
una terribile requisitoria contro la società capitalistica attuale. Il
suo inesorabile «j’accuse», dal titolo «War of the Classes»_, Guerra
delle classi, _vibra di sincera e profonda rivolta contro la borghesia
trionfante, e predica il socialismo come una santa crociata. In lui
l’amore del proletario è qualche cosa di più alto, di più universale
dell’amore di patria; e nell’accusare e nel difendere trova accenti che
impressionano e commuovono, perchè ci fa sentire nella sua personale
e dolorosa esperienza tutta l’ingiustizia di una società «dove sono
uomini che sprecano ricchezze non guadagnate col proprio lavoro, e
uomini che languono nella miseria per mancanza di lavoro»._
_Non sono certo «La guerra delle classi» e «Il tallone di ferro» le
opere più interessanti del London, dal punto di vista dell’arte, ma
esse aiutano, meglio di tutte le altre, a capire l’anima dell’eterno
vagabondo e le crisi ch’egli patì, al punto di abbandonare gli uomini
per gli animali, e a rappresentarli con così tremendo realismo._
_Questi libri di Jack London, come quelli di Upton Sinclair, di
Giuseppe Conrad, di Bernardo Combette, di H. G. Wells e di Israele
Zangwill, appartengono ad una letteratura d’eccezione, sono i libri
di una generazione tormentata, che ha vissuto la grande tragedia degli
uomini oppressi e schiacciati dall’attuale ordinamento — o disordine —
economico che ci condusse alla guerra mondiale._
_Tuttavia, essi non scrivono per odio di classe, ma per indomabile
amore di questa travagliata Umanità che vorrebbero vedere libera
da tanti mali e da tante ingiustizie, riunita in una sola famiglia
laboriosa, generosa, tollerante, concorde!_
GIAN DÀULI.
Rapallo, aprile 1924.
CAPITOLO I.
VERSO LA VITA PRIMITIVA.
_I desiderî nòmadi ed atàvici_
_Squassano la catena sociale;_
_Nuovamente, dal suo sonno letàrgico,_
_Si risveglia la bestia primordiale._
Buck non leggeva i giornali; altrimenti avrebbe saputo che maturavano
guai, non soltanto per lui, ma per tutti i cani da guardia dai muscoli
forti e dal pelo lungo e soffice; da Puget Sound a San Diego. Perchè
uomini brancolanti nelle tenebre artiche avevano trovato un metallo
giallo, e perchè compagnie di navigazione e di trasporti, propagavano
con gran rumore la scoperta, migliaia di uomini si precipitavano in
Northland, la terra del Nord. Questi uomini avevano bisogno di cani,
e occorrevano cani grossi, dai muscoli robusti, con i quali faticare e
dal pelo lanoso per proteggerli dal gelo.
Buck abitava in una grande casa della soleggiata Valle di Santa
Clara. La chiamavano la tenuta del Giudice Miller, ed era lontana
dalla strada, mezza nascosta dagli alberi, attraverso ai quali poteva
scorgersi la fresca veranda che si stendeva intorno ai quattro lati.
Si giungeva colà per viali cosparsi di ghiaia minuta; viali che
serpeggiavano per prati ben tenuti e sotto i rami intrecciati d’alti
pioppi. Dietro, le cose erano s’una scala ancor più spaziosa che
sul davanti. V’erano ampie scuderie con una dozzina di staffieri e
ragazzi, file di casette inghirlandate di viti, per la servitù, e uno
spiegamento ordinato, senza fine, di rimesse e tettoie, di pergolati
lunghi, di pascoli verdi di frutteti e cespugli di more. Vi erano poi
le macchine per il pozzo artesiano e la grande vasca di cemento dove i
figli del giudice Miller si tuffavano ogni mattina e si rinfrescavano
nei pomeriggi caldi.
E sopra questo grande dominio, Buck regnava. Là, esso era nato e là,
aveva trascorso i quattro anni della sua vita. Esistevano, è vero,
altri cani: non era possibile, infatti, che non vi fossero altri cani
in una tenuta così vasta; ma essi non contavano. Venivano e andavano,
risiedevano nei popolosi canili o vivevano oscuramente nei recessi
della casa, secondo il costume di Toots, il botolo giapponese, o di
Isabella, la messicana senza pelo — strane creature che raramente
mettevano il naso fuori di casa o i piedi a terra. Poi v’erano i
_fox-terriers_, almeno una ventina, che latravano in atto di spaventosa
minaccia contro Toots e Isabella, che li guardavano dalle finestre,
protetti da una legione di cameriere annate di scope e scopette.
Ma Buck non era nè cane da casa nè cane da canile: era padrone di
tutto il reame. Si tuffava con i figli del giudice nella vasca o
andava con loro a caccia; scortava Mollie e Alice, le figlie del
giudice, in lunghe passeggiate, al tramonto o al mattino, per tempo;
nelle sere invernali si stendeva ai piedi del giudice, davanti al gran
fuoco avvampante della libreria; portava sulla schiena i nipotini del
giudice o li rotolava sull’erba, e vigilava i loro passi attraverso
straordinarie avventure sino alla fontana nel cortile della scuderia,
e persino più lontano, dov’erano i recinti dei cavalli e i cespugli
di more. Tra i _terriers_ camminava maestosamente: e pareva che Tools
e Isabella non esistessero, agli occhi suoi, chè egli era re — re di
tutti gli esseri striscianti, camminanti o volanti della tenuta del
giudice Miller, compresi gli umani.
Suo padre, Elmo, un enorme Sambernardo, era stato il compagno
inseparabile del giudice, e Buck prometteva di seguire in tutto e per
tutto la carriera del padre. Non era tanto grosso — pesava soltanto
sessantatrè chili — perchè sua madre, Step, era una cagna da pastori,
scozzese. Tuttavia, sessantatrè chili, ai quali andava aggiunta
la dignità che viene dal viver bene e dal rispetto universale, gli
davano la possibilità di assumere una perfetta aria regale. Durante
quattr’anni, dacchè era cucciolo, aveva vissuto una vita da sazio
aristocratico; era orgoglioso di sè, sempre un po’ egoistico, come
divengono talvolta i signori di campagna, a causa del loro isolamento.
Ma s’era salvato dal pericolo di divenire un semplice cane di casa
viziato. La caccia e simili divertimenti all’aria aperta avevano
impedito il grasso e induriti i suoi muscoli; e, per lui, come per
tutte le razze dal bagno freddo alla mattina, l’amore dell’acqua era
stato un tonico e un conservatore della salute.
Questa razza di cane era Buck, alla fine del 1897, quando la scoperta
di un giacimento aurifero a Klondike attirava uomini da tutte le parti
del mondo nel gelato Nord. Ma Buck non leggeva i giornali, e non sapeva
che Manuele, aiuto-giardiniere, era uomo non desiderabile. Manuele
aveva una passione prepotente; adorava il gioco alla lotteria cinese.
Inoltre, nella sua passione pel giuoco, aveva una debolezza dominante,
la fede in un sistema; il che rendeva sicura la sua dannazione.
Giacchè, per giocare secondo un sistema occorre danaro, mentre il
salario di un aiuto-giardiniere basta appena a soddisfare i bisogni di
una moglie e di una numerosa progenie.
Nella memorabile notte del tradimento di Manuele, il giudice
partecipava ad una riunione dell’Associazione dei Viticultori, e i
ragazzi erano affaccendati ad organizzare un _club_ atletico. Nessuno
lo vide, e Buck se ne andò attraverso il frutteto a fare quella che
credeva una semplice passeggiata. E nessuno, tranne un solo uomo, li
vide arrivare alla fermata facoltativa di College Park. Quest’uomo
parlò con Manuele; del danaro passò fra loro.
— Dovreste almeno avvolgere la merce prima di consegnarla, — osservò
rudemente lo sconosciuto, e Manuele passò una grossa corda, doppia,
intorno al collo di Buck, sotto al collare.
— Non avrete che a torcerla per strangolarlo, quando vorrete, — disse
Manuele, e lo sconosciuto brontolò affermativamente.
Buck aveva accettato la corda con tranquilla dignità. Certamente, non
era cosa gradevole; ma aveva imparato ad avere fiducia negli uomini che
conosceva e a riconoscere loro una saggezza superiore alla sua.
Senonchè, quando i capi della corda passarono nelle mani dello
sconosciuto, egli ringhiò minacciosamente. Aveva soltanto espresso il
suo scontento, credendo, nel suo orgoglio, che esprimere significasse
comandare. Ma, con sua grande sorpresa, la corda si strinse intorno al
suo collo, togliendogli il respiro. In un impeto di rabbia, si lanciò
sull’uomo, il quale, però, lo fermò a mezzo, l’afferrò per la gola, e
con abile giro di mano se lo gettò sulla schiena. Allora la corda si
strinse senza pietà, mentre Buck si dibatteva furibondo, con la lingua
a penzoloni dalla bocca e il largo petto ansante, invano. Mai in tutta
la sua vita, egli era stato trattato così vilmente, e mai, in vita
sua, era stato così arrabbiato. Ma la forza gli venne meno, gli si
offuscarono gli occhi e perse la conoscenza, quando arrivò il treno e i
due uomini lo gettarono nel bagagliaio.
Ritornato in sè, si rese confusamente conto che gli faceva male la
gola e che veniva trasportato in una specie di convoglio che lo faceva
trabalzare. Il rauco strido di un fischio di locomotiva ad un passaggio
a livello gli fece capire dov’era, avendo viaggiato troppo spesso col
giudice per non conoscere la sensazione del viaggiare in un bagagliaio.
Aprì gli occhi, nei quali fiammeggiò l’irrefrenabile collera di un re
rapito. L’uomo si lanciò per afferrarlo alla gola, ma Buck, ch’era sin
troppo agile per lui, gli addentò una mano e non la lasciò andare fino
a che non gli fecero perdere i sensi un’altra volta.
— Sì, soffre di spasimi, — fece l’uomo, nascondendo la mano morsicata
al bagagliere accorso al rumore della colluttazione. — Lo conduco, per
incarico del mio padrone, a San Francisco, dov’è un medico per i cani,
molto celebre, che lo curerà.
Circa quel viaggio notturno, l’uomo parlò nella maniera più eloquente,
a proprio vantaggio, in un piccolo ricovero dietro una taverna, sul
molo di San Francisco.
— Non prendo altro che cinquanta, — borbottò, — e non rifarei il
viaggio neppure se me ne dessero mille in contanti sonanti.
Aveva la mano avvolta in un fazzoletto insanguinato, e un calzone
stracciato, sulla gamba destra, dal ginocchio alla caviglia.
— Quanto ha preso l’altro? — chiese il padrone della taverna.
— Cento, — fu la risposta. — Non volle neppure un soldo di meno, che il
diavolo mi porti.
— Sono centocinquanta, — calcolò il taverniere, — e li vale, se non
sono un idiota.
Il rapitore sciolse la benda insanguinata e si guardò la mano morsicata.
— Se non divento idrofobo...
— Sarà perchè sei nato per essere impiccato. — disse il taverniere,
ridendo. — Su, dammi una mano prima di prendere i soldi, — aggiunse.
Stordito, con un dolore intollerabile alla gola e alla lingua, mezzo
strangolato, Buck tentò di tener testa ai suoi aguzzini. Ma fu gettato
per terra e ripetutamente preso per la gola, fino a che riuscirono a
limare e a togliergli dal collo il pesante collare d’ottone. Allora gli
sciolsero la corda e lo lanciarono in una specie di gabbia.
Là rimase per il resto della penosa notte a covar rabbia ed orgoglio
ferito. Non poteva capire che significasse tutto ciò. Che cosa volevano
da lui, quegli strani uomini? Perchè lo tenevano chiuso in quella
angusta gabbia? Egli non ne sapeva la ragione, ma si sentiva oppresso
da un vago senso di sciagura imminente. Parecchie volte, durante la
notte, balzò in piedi, allorchè la porta della rimessa si spalancava
rumorosamente, attendendosi di rivedere il giudice o almeno i ragazzi.
Ma ogni volta era la faccia gonfia del taverniere che veniva a spiarlo
alla luce di una candela di sego; e allora l’abbaiare gioioso che
tremava nella gola di Buck si mutava in un ringhiare feroce.
Ma il taverniere lo lasciò stare; al mattino, entrarono quattro uomini
e presero su la gabbia. Altri tormentatori, pensò Buck, giacchè erano
brutti ceffi, stracciati e sporchi; ed egli s’agitò e ringhiò contro
di loro attraverso le sbarre. Essi ridevano e lo punzecchiavano con
dei bastoni, che egli prontamente afferrava coi denti fino a quando
si rese conto di far, così, piacere a quella gente. Allora s’accucciò
tristemente, e lasciò che la gabbia fosse sollevata s’un carro. Da
quel momento egli, e la gabbia in cui era prigioniero, incominciarono
un viaggio attraverso molte mani. Impiegati dell’agenzia dei trasporti
lo presero in consegna; fu portato in giro s’un altro carro; un
carrello se lo portò, con un assortimento dì scatole e di pacchi, s’un
vaporetto; dal vaporetto passò nuovamente s’un carrello, sino ad un
grande deposito ferroviario, e finalmente fu posato in un bagagliaio,
in coda a sbuffanti locomotive; e per due giorni e due notti Buck non
mangiò nè bevve. Nella sua rabbia, egli aveva accolto, da principio,
con ringhi l’interesse dei conduttori del treno, i quali lo avevano
contraccambiato col prenderlo in giro. Quando si lanciava contro le
sbarre della gabbia, tremante e con la bava alla bocca, essi ridevano
e lo beffeggiavano. Ringhiavano e abbaiavano come detestabili cani,
miagolavano, sbattevano le braccia come ali e si sgolavano a far
chicchirichì. Era molto stupida quella commedia, lo sapeva; ma, perciò,
di maggiore oltraggio alla sua dignità; e la sua rabbia aumentava. Non
gli importava molto della fame, ma la mancanza d’acqua gli causava
una grande sofferenza e gli accresceva la rabbia sino allo stato
febbrile. E, in realtà, animoso e delicatamente sensitivo com’era, il
cattivo trattamento gli aveva dato subito una gran febbre, alimentata
dall’arsura della gola e della lingua gonfia.
Di una cosa era contento: di non avere più la corda al collo. La corda
aveva dato loro un vantaggio non giusto; ma ora che non l’aveva più,
avrebbe mostrato loro chi era. Non sarebbero più riusciti a mettergli
un’altra corda al collo. A ciò era deciso e risoluto. Per due giorni
e per due notti, non mangiò nè bevve, e durante i due giorni e le due
notti di tormento, accumulò tale provvista di rabbia da non promettere
nulla di buono a colui che gli capitasse fra le zampe per primo. I suoi
occhi iniettati di sangue lo facevano parere un diavolo infuriato. Egli
era così mutato che lo stesso giudice non lo avrebbe riconosciuto; così
che i bagagliari mandarono un respiro di sollievo quando lo scaricarono
in fretta a Seattle.
Quattro uomini trasportarono delicatamente la gabbia dal carro in
un piccolo cortile interno circondato d’alte mura. Un uomo grasso,
in maglia rossa, generosamente larga intorno al collo, uscì fuori a
firmare il libro per il conducente.
Buck indovinò in quell’uomo il nuovo aguzzino, e si lanciò furiosamente
contro le sbarre. L’uomo sorrise con una brutta smorfia e andò a
prendere un’accetta e una mazza.
— Non lo tirerete mica fuori adesso? — domandò il conducente il carro.
— Certamente. — rispose l’uomo, inserendo l’accetta tra le sbarre della
gabbia per far leva ed aprirla.
Immediatamente, avvenne un fuggi fuggi dei quattro uomini che avevano
portata la gabbia; i quali da sicuri osservatori, in cima al muro, si
prepararono ad assistere allo spettacolo.
Buck si lanciò contro il legno che si fendeva, affondandovi i denti,
battagliando con esso. In qualunque punto cadesse l’accetta al di
fuori, egli era pronto dentro, ad affrontarla, ringhiando e digrignando
i denti, altrettanto furiosamente ansioso di uscir fuori quanto l’uomo
dalla maglia rossa era premuroso di dargli modo di uscire.
— Eccoti, diavolo dagli occhi rossi, — diss’egli, quand’ebbe
fatto un’apertura sufficiente per il passaggio del corpo di Buck.
Contemporaneamente, lasciò cadere l’accetta e passò la mazza nella mano
destra.
E Buck pareva davvero un diavolo dagli occhi rossi, mentre si
raccoglieva tutto per lanciarsi, il pelo irto, la bocca bavosa,
con un luccichìo furioso negli occhi pieni di sangue. Egli lanciò
dritti sull’uomo i suoi sessantatrè chili di furia, accresciuti dalla
repressa rabbia di due giorni e due notti, ma a mezz’aria, quando le
sue mascelle stavano per chiudersi sull’uomo, egli ricevette un colpo
che arrestò lo slancio del corpo e gli fece stringere i denti in uno
spasimo d’agonia. Volteggiò nell’aria e toccò terra con la schiena e
col fianco. Non era mai stato battuto con una mazza, in tutta la sua
vita, e non comprendeva. Con un ringhio che era in parte abbaiare e
più ancora lamento, fu di nuovo in piedi e ancora una volta si lanciò
nell’aria. E ancora una volta gli toccò un nuovo colpo che lo abbattè
per terra, annientato. Questa volta si rese conto della mazza; ma la
sua rabbia non conosceva cautele. Egli tornò all’assalto una dozzina
di volte e altrettante volte la mazza ruppe l’assalto abbattendolo
al suolo. Dopo un colpo particolarmente terribile, egli si trascinò
sui piedi, troppo stordito per lanciarsi. Andò qua e là, barcollando
e zoppicante, col sangue che gli colava dal naso, dalla bocca e dalle
orecchie, il magnifico manto spruzzato e macchiato di bava sanguigna.
Allora l’uomo gli si avvicinò e, deliberatamente, gli assestò un
terribile colpo sul naso. Tutta la pena che aveva già sofferto fu
niente al paragone della raffinata tortura di questa.
Con un ruggito che pareva, nella sua ferocia, quasi leonino, egli si
lanciò ancora una volta sull’uomo. Ma l’uomo, passando la mazza dalla
destra alla sinistra, l’afferrò freddamente per la mascella inferiore,
torcendola indietro e in giù. Buck descrisse un intero circolo e mezzo
nell’aria, poi s’abbattè per terra, sulla testa e sul petto.
Per l’ultima volta si slanciò. Allora l’uomo gli assestò il colpo di
grazia, che aveva appositamente trattenuto a lungo, e Buck cadde privo
di sensi.
— Non è certo lento a domar cani, dico io! — gridò con entusiasmo uno
degli uomini sul muro.
— Preferirei domare, piuttosto di una bestia simile, un lupo ogni
giorno e due volte la domenica, — rispose il conducente mentre saliva
sul carro e avviava i cavalli.
Buck ricuperò i sensi, ma non le forze. Giaceva dov’era caduto, e di là
osservava l’uomo dalla maglia rossa.
— Risponde al nome di Buck, — diceva l’uomo, ad alta voce, da solo,
citando dalla lettera del taverniere che aveva annunciato la consegna
della gabbia e del suo contenuto.
— Ebbene, Buck, mio caro, — continuò allegramente, — abbiamo avuto una
piccola disputa, e ora la miglior cosa da fare è di considerare la cosa
una cosa finita. Tu hai imparato qual è il tuo posto ed io conosco il
mio. Sii un buon cane e tutto andrà bene. Capisci?
E mentre parlava, accarezzava senza paura la testa battuta
implacabilmente, e benchè il pelo di Buck divenisse irsuto al tocco
della mano, la sopportava senza protestare. Allorchè l’uomo gli portò
dell’acqua, il cane la bevve avidamente, e più tardi prese a volo un
generoso pasto di carne cruda, pezzo per pezzo, dalla mano dell’uomo.
Egli era vinto (lo sapeva); ma non fiaccato. Vide, una volta per
sempre, ch’egli non aveva alcuna probabilità di vincere contro un
uomo armato di mazza. Aveva imparato una lezione, che non dimenticò
più per il resto della vita. Quella mazza era una rivelazione. Era
la sua presentazione nel regno della legge primitiva, e s’avanzò
ad incontrarla a mezza via. I fatti della vita assumevano, ora, un
aspetto terribile; ma, affrontando quel nuovo aspetto, indomito,
egli l’affrontava con tutta la penetrazione viva della sua natura
risvegliata. Col passar dei giorni, arrivarono altri cani, in gabbia o
al guinzaglio, alcuni docili e altri, ringhiando e digrignando i denti,
come era capitato a lui; e li vide tutti passare sotto il dominio
dell’uomo dalla maglia rossa. E ogni volta che assisteva a quello
spettacolo brutale, Buck ripensava alla sua lezione: un uomo con una
mazza era uno che dettava legge, un padrone da ubbidire, benchè non
fosse necessario, riconciliarsi con lui. E a questo riguardo, Buck
non fu mai colpevole; benchè avesse visto dei cani bastonati divenire
servili con l’uomo, e agitar la coda e leccargli le mani. Vide pure
un cane, che non voleva nè conciliarsi nè obbedire, essere alla fine
ucciso nella lotta di sopraffazione.
Di tanto in tanto venivano degli uomini sconosciuti, che parlavano
concitatamente, pieni di moine, e in vario modo con l’uomo dalla
maglia rossa. E allorchè del danaro passava tra loro, gli sconosciuti
conducevano via uno o più cani. Buck almanaccava dove potessero
andare, perchè non tornavano più indietro; ma aveva un gran timore
dell’avvenire, ed era soddisfatto, ogni volta, di non essere prescelto.
Ma infine giunse il suo turno, col presentarsi di un omino aggrinzito
che parlava un inglese scorretto e vomitava molte strane e pazze
esclamazioni che Buck non poteva comprendere.
— _Sacredam!_ — esclamò l’omino, allorchè i suoi occhi si posarono su
Buck. — Quel diavolo di cane là! Eh! Quanto?
— Trecento, e un regalo in più, — fu la pronta risposta dell’uomo
dalla maglia rossa. — E giacchè il danaro è del Governo, non avremo da
questionare, eh, Perrault?
Perrault fece una smorfia. Considerato che il prezzo di cani era stato
oltremodo elevato dalle numerose richieste, non era quella una somma
esagerata per un animale così bello. Il Governo Canadese non ci avrebbe
perduto, nè avrebbero i suoi messaggi viaggiato più lentamente, per
ciò. Perrault, che se ne intendeva di cani, quando aveva visto Buck
s’era accorto che quella era una bestia che si distingueva tra mille. —
Uno tra diecimila. — pensò mentalmente.
Buck vide del danaro tra i due, e non fu sorpreso allorchè Curly, una
piacevole terranova, e lui furono condotti via dall’omino aggrinzito.
Quella fu l’ultima volta che vide l’uomo dalla maglia rossa; e fu
l’ultima volta anche che vide, mentre Curly e lui guardavano Seattle
che s’allontanava, dal ponte del _Narwhal_, la calda Terra del Sud.
Curly e lui furono condotti giù da Perrault e consegnati a un gigante
chiamato François. Perrault era un francese del Canadà, abbronzato
dal sole; ma François era un francese del Canadà, di sangue misto, e
doppiamente abbronzato dal sole. Essi costituivano una nuova specie
d’uomini agli occhi di Buck (che era destinato a vederne molti altri
ancora); cosicchè mentre egli non nutrì alcuna affezione per loro,
tuttavia finì per onestamente rispettarli. Egli conobbe rapidamente
che Perrault e François erano uomini giusti, calmi e imparziali
nell’amministrare giustizia, e tanto saputi di tutto quanto riguardava
i cani, da non poter essere ingannati da cani.
Sul secondo ponte del _Narwhal_, Buck e Curly s’unirono ad altri
due cani. Uno di essi era un grosso cane bianco come la neve dello
Spitzbergen, condotto via da un capitano di nave, per la pesca delle
balene; e aveva ultimamente accompagnato un’Esplorazione Geologica
nelle Barrens. Egli era amichevole, ma in certo modo traditore, e
sorrideva in faccia mentre meditava qualche tiro nascosto, come, ad
esempio, allorchè rubò il cibo di Buck, il primo pasto. Mentre Buck
si lanciava per punirlo, sibilò nell’aria la frusta di François,
che raggiungeva prima il colpevole; e a Buck non rimase altro che
ricuperare l’osso. François era stato giusto, pensò Buck, e l’uomo dal
sangue misto crebbe nella stima del cane.