CAPITOLO III.

La Resurrezione.

Lelio sempre malconcio del solenne cimbottolo, che aveva tombolato,

stavasene tuttavia in casa dove costringeva la Fulvia, contro sua

maladetta voglia a tenergli compagnia. A cotesti colloqui presiedeva lo

sbadiglio nei dì di festa; in quelli di lavoro la meno trista passione

che ispirasse cotesti due coniugi era l'odio: ogni parola portava seco

il pungiglione, trafiggevano tutte, la diversità consisteva nella punta

più sottile o meno, tra lo stiletto e l'ago; se non così quelle di

Lelio, allora fastidiose, e sazievoli fino alla morte; quando ei

favellava pareva a Fulvia avere un sassolino entro una scarpa, un

bruscolo nell'occhio, una zanzara allorchè piglia a bersaglio il naso di

un galantuomo, ovvero il ronzío dello impronto moscone dentro

l'orecchio: e chi più sa più ne metta. O che giocondo vivere in

matrimonio quando i coniugi riposano la testa sopra un guanciale, che

ognuno dalla parte sua ha ripieno di desiderio di scambievoli e cordiali

accidenti apopletici, ovvero epilettici non monta. — La sera stessa, che

successe il caso del Bulgarini, questi due sposi stavano, secondo la

usanza, a lacerarsi gentilmente, quando di un tratto fu udito un fischio

acutissimo; Lelio si scosse, ed esclamò:

— Ha da essere Ciriaco, che torna da Roma, e mosse per andargli

incontro.

— Proprio gentil maniera! E sopportate voi, che il vostro servo vi

chiami a mo', che il bargello costuma gli sbirri suoi?

Ma l'altro non gli rispose che altra cura lo stringeva; egli stesso

aperse a Ciriaco, come erano già accordati, per la porta di dietro, che

metteva in cucina; appena potè incollare i suoi labbri all'orecchio di

lui lo interrogò:

— Ebbene?

— È affare fatto; ma mi è toccato sudare acqua e sangue per trovare un

po' di acquetta, che prima si aveva alla mano come l'acqua di

Fontebranda; mi rincresce per voi, messer Lelio.

— Per me? Che ha che fare meco l'acqua tofana?

— Eh! riprese Ciriaco con aria compunta, perchè mi toccò pagarla

un'occhio se pure ho voluto portarla meco.

— Ho capito; io metto pegno, che più di mezzi tu me gli ha rubati; prega

il tuo Dio, che io non lo sappia....

— Ecco, il benefizio non è compito e la ingratitudine incomincia: ma non

sapete voi, che il meno, che si arrisica per servirvi gli è il caso di

trovarsi arrotato e squartato? Se tutto questo accadesse quando non ci

sono io, guà! non m'importerebbe più che tanto, ma il _busillis_ sta,

che sono arnesi da farmelo quando mi ci trovo proprio presente, e questo

muta specie ed aggrava notabilmente. Ogni cosa invecchia, specchiatevi

in cotesta perla di uomo di Francesco Cenci; or sono cinquant'anni, nel

quaderno delle sue spese in opere di misericordia scriveva: _per le

peripezie di Toscanella seimila ducati, e non furono troppi_; e voi, io

mi aspetto, a vedere fare greppo per mille ducati spesi in una guastada

di acqua limpidissima, che era un desio a vederla.

Lelio fece l'atto di cui tocca col dito un ferro, che crede freddo, e

poi trova rovente; il boccone era ostico, ma fu mestieri mandarlo giù,

onde senz'altre parole interrogò:

— Riuscì pulito il trovato di fingerti medico?

— A capello; e la femmina trasse al brumeggio meglio che non fa il

muggine: a questa ora od egli è già partito, od ha messo il piede dentro

la staffa.

— A che ora per lo appunto consegnasti la guastada alla vecchia, e che

facesti poi?

— Fra la seconda, e la terza ora di notte, uscii da porta Romana, e

rientrai per Pispini da Santo Viene; sicchè come potete riscontrare da

voi ho corso a staffetta, e giusto adesso tutto polveroso con gli usatti

in gamba mi presento a voi.

— Bene sta: hai lettere, o messaggi dei parenti di Roma? Novelle da

raccontare?

— Lettere no; messaggi un sacco ed una sporta: quanto a novelle se me ne

manca le semino, e le raccolgo in meno che non balena.

— Adesso vieni, che ti presenterò a madonna....

E lo condusse al piano superiore; giunto in sala vide che l'orologio

stava per iscoccare le ore quattro di notte, ond'ei lo tirò indietro

quasi un'ora, e sottovoce avvertì Ciriaco:

— Non ti maravigliare; ti licenzierò quando l'orologio sonerà le

quattro; alle tre ore il medico romano stanziava tuttavia allo albergo,

alle tre ore tu ti trovi qui.... capisci! Per ogni casaccio tu nella

medesima ora non potevi trovarti in due luoghi.

— Voi dite unicamente: non basta essere nato gentiluomo per pescare di

simili acutezze, ma bisogna altresì essere stati, almanco dieci anni,

mercanti.

Lelio presenta Ciriaco alla Fulvia molto scusandolo dello arnese in cui

le compariva davanti, ed ella lo assolvè di leggeri perchè molto le

premeva appagare la sua curiosità, e molto per sollevarsi dalla tetra

noia che l'oppressava. Ciriaco espose non avere veduto il papa, bensì

saputo dal fratello don Mario, dal figliuolo di lui Flavio cardinale

padrone, non meno che da don Agostino nipote, che papa Alessandro quanto

a salute ne aveva da rivendere, però di spirito non trovarsi a punto per

via dello affronto, che gli pareva avere ricevuto nella pace dei

Pirenei, dove non lo avevano considerato nè manco per istrofinacciolo; e

pensando, che questo gli era venuto da due potenze per eccellenza

cattoliche, la Francia e la Spagna, gli trafiggeva il cuore. Arrogi, che

la faccenda tutta era stata negoziata dall'eminentissimo Mazzarino a

cui, come cardinale di santa madre Chiesa, non toccava tirare i sassi in

colombaia: in Corte mulinarsi grandi disegni contro Parma e Modena a

ragione considerate nemiche, sicchè il papa essersi ormai risoluto

d'incamerare il ducato di Castro, e volere rimuginare cielo e terra,

perchè dal patrimonio ecclesiastico mai più per lo avvenire si

separasse. Il cardinale padrone, e don Mario incontrare, secondo il

solito, contrarietà grandi per la parte dei primati per invidia, e dalla

parte del popolo per le cresciute gravezze come se questo pretendesse

vivere a ufo nel mondo, e di un tratto far portare altrui il basto, che

natura volle egli solo portasse: ma ormai, potenti per le nozze

Borghese, e molto eziandio contando sopra la guardia corsa sotto i

comandi di don Mario tenersi bene in sella da non temere scavalcature.

Le principesse mandarle mille riverenze e saluti: volerla ad ogni patto

a Roma per le feste dei santi Pietro e Paolo, dacchè per le pasquali

ella non aveva voluto andare: mal per lei se mancasse, gliene avrebbero

serbato il broncio almeno un secolo. Così di parola in parola tirata

proprio co' denti, per allungare il discorso, si arrivò fino al battere

dell'ora. — Messer Lelio facendo le maraviglie, disse:

— Siamo sempre a buona otta; io credeva che fosse più tardi; l'orologio

se non falla ha sonato le tre. Ciriaco tu dal lungo cavalcare devi

sentirti le costole rotte; va a riposo, e procura domani di essere

levato per tempo.

— Lustrissimo, sì, e la signoria illustrissima di donna Fulvia non vuole

farmi l'onore dei suoi comandi?

— Ciriaco, o di tuo padre infermo non hai a dire motto?

— Ah! sì, povero uomo; al mio giungere in Roma trovai, ch'egli si era

già partito per quella grande isola, che si chiama Eternità, ond'io non

credei prudente per ora seguitarcelo per sapere da lui se gli dava più

noia la podagra. Questo sarà per un'altra volta.

— Va, Ciriaco, possa il tuo viaggio non avere avuto peggiore causa di

questa: a te ed a cui te lo ha fatto fare auguro riposo, e notte

tranquilla.

Era istinto che la faceva favellare così, od era un presagio dell'anima?

Come il vaso dove stette custodito l'ottimo vino, sebbene vuoto tramanda

odore sfumato, che pure lo rammenta, così l'anima mala, quantunque

s'infinga, empie l'aere dintorno di un fluido elettrico, che la rivela.

Il dì seguente, mentre la Fulvia e Lelio se ne stavano nel tinello ad

asciolvere, ecco comparire Ciriaco con non so quali carte portate a casa

dagli ufficiali della posta, che prese da Lelio, mentre sta leggendole,

così alla carlona, domanda:

— Che novelle in città? Sei stato fuori?

— E come non sapete voi nulla? Non vi hanno detto nulla?

— Parla, Ciriaco, instava Lelio fingendosi spaventato, non ci tenere lì

sulla corda; accadde disgrazia, che colpisca la mia famiglia, e me?

— No, la Dio grazia; si tratta di un certo Laperini, Luperini, insomma

qualche cosa di simile, che va a finire in _ini_.

— Bulgarini? Forte domanda con voce vibrata la donna.

— Giusto! Bulgarini.

— E che mai gli successe?

— Una spiacevole cosa in verità; ma da ora in poi non gli accadrà più...

egli è morto di veleno; corre comune opinione lo abbia avvelenato una

serva in cui egli molto si confidava..... sento, che la chiamano la

Betta; andati poi nella stanza dov'ella dormiva ci hanno trovato morta

anche lei.... chi sa? La disperazione... la paura di trovarsi

scoperta.....

La Fulvia, dopo tenuta alquanto la fronte nella mano, saltò su con

impeto esclamando: — Non è vero.

— Che! non è vero forse, che abbiano trovato morta la Betta?

— No, che Betta abbia avvelenato Paride Bulgarini: la donna, che allattò

una creatura non l'avvelena. — Io credo... spero... temo avere scoperto

il reo, o piuttosto i rei di codesti omicidi: Lelio, Ciriaco, guai a

voi, se il mio sospetto diventa certezza... voi siete spacciati.

Così dicendo si parte, e lascia cotesti due presi dalla paura per modo,

che battevano i denti. Nè per l'uno nè per l'altro cotesto era il suo

primo fatto di arme; ma cotesta stoccata diritta, mentre avevano

adoperato così sottile cautela a condurre la cosa, proprio nel vero modo

in che doveva essere fatta, aveva loro traferito il cuore; onde Lelio

guardando sottecchi Ciriaco gli domandò:

— Ciriaco! di quella acquetta te n'è rimasta punta?

— Nè manco una gocciola.

— Tu se' nato sciupione, e morirai all'ospedale. Bisognerà, che tu

ritorni a Roma.

— Per andarmene quinci in Piccardia.

La Fulvia si chiude nella sua stanza, e quivi boccone sul letto prende a

pensare su la fine di Paride, io dico ella piglia, ma non mica per atto

di volontà, bensì condottavi da una forza, che in lei poteva più di lei:

certa virtù segreta, le dipingeva nella immaginativa il Cristo del

Sodoma flagellato alla colonna; mirava le spine fitte nelle carni, le

goccie sanguinose giù per la fronte, e per le guancia, gli occhi ebbri

di spasimo, la bocca spirante agonia, e nella mansuetudine divina un

rimprovero senza fine atroce ai suoi carnefici; a poco a poco l'agitato

pensiero sostituisce alla sembianza del Cristo quella di Paride, che con

voce sottile le dice: — Vedi! per te come sono concio? La mia vita fu

falciata peggio di fieno nel prato. Per colpa tua io nacqui per soffrire

e per morire: di me veruna traccia nel mondo, il sepolcro mi raccoglie

intero. E qual mai il mio peccato contro di te? Ti amai troppo; è forse

offesa amare? E tu perchè ti mostrasti così fatalmente bella al mio

sguardo? E che io domandava da te? Un po' di elemosina di amore, uno

sguardo, un detto, che mi consolassero; io fui reo di amarti prima di

Dio, tu rea di avermi amato meno di un cane, di non volermi considerare

nè manco per prossimo. Ebbene, abbiti la misericordia, che adoprasti; io

t'impreco una vita presso cui la morte sia da te desiderata come

sollievo; però la morte altro non faccia, che spalancarti la porta della

eterna dannazione: sii maledetta in eterno. — La Fulvia tremante come

vetta dibattevasi nell'agonia, e con parole rotte supplicava: — «Non

maledirmi Paride, della tua morte io non ho colpa; tu sai chi sieno

stati i micidiali; se aspettavi un poco io ti avrei amato... ed ora ti

amo, caro infelice, con tutte le viscere dell'anima mia, non imprecarmi

male; assai mi si volgono amari i giorni della vita; non ti paio

abbastanza misera onde tu voglia anco opprimermi col peso della tua

ira?» — La immagine di Paride parve non potere resistere allo scongiuro,

sicchè con molta passione rispose: — Fulvia, morto o vivo io, te

colpevole o no, non posso odiare: io ti perdono.

Pronunziata appena questa parola _perdono_, ch'è l'ultima, secondochè

afferma il Vescovo Isaia Teigner, della favella da Dio parlata alle

prime creature sopra la terra, accadde una tramutazione nella immagine

di Paride, le spine della fronte diventarono raggi, i capelli pigliano

un bel colore di oro su i quali cotesti raggi riverberano, onde il capo

di lui comparisce circumfuso di luce, come nell'antica e nella moderna

religione effigiaronsi i santi; limpidi diventarono gli occhi, le labbra

benigne, tutta la faccia pacata, poi in suono di melodia soggiunse: —

Così ti usi Dio misericordia, come io ti perdono. — «Sì che tu mi sarai

misericordioso, e solo che tu interceda per me presso sua Madre

Santissima, anco Dio mi perdonerà;» e così dicendo la Fulvia sporgeva le

mani giunte in atto di fervente preghiera; intanto si sentiva dentro

quasi squagliare il cuore; un gruppo di passione le prese la gola e gli

occhi, ond'ella diede in pianto dirotto sclamando: — «Misero!...

misero!... mi sarà finchè vivo la tua memoria diletta, nè sarò mai

quieta finchè i tuoi scellerati uccisori non abbiano pagato le meritate

pene.»

E Lelio, che se ne stava con Ciriaco ad origliare alla porta sussurrò

nelle orecchie di questo:

— Non ci è caso, bisogna tu vada a Roma per nuova acqua tofana.

— Lustrissimo, non ne facciamo niente: sento di là soffiare un vento di

canapa, che mi offende la gola.

— Avverti, Ciriaco, che la canapa sanese gli è propriamente sorella

della romana: ora non importa in questo negozio il luogo della nascita,

preme evitare la canapa in qualunque parte del mondo sia nata.

Ciriaco soprastette alquanto, e messo l'indice tra ciglio e ciglio, in

mezzo della fronte, parve pensare, poi favellò:

— _Fiat voluntas tua_, bene sta; fornitemi cavallo e danaro e avrete il

fatto vostro.

— Ma che dei primi mille ducati non te n'è rimasto davvero nè pure uno?

— Manco la palla di un quattrino.

— Ah! Ma senti, Ciriaco; tu che sei uomo da capire per aria, ed alle

cose ragionevoli ti arrendi, devi avvertire, che il primo viaggio a Roma

lo imprendesti, e mi costò...?

— Mille ducati tondi.

— Adesso, considera non vai a Roma per conto mio, sibbene per conto tuo;

quindi, ecco potresti contentarti di mezzi.

— Voi traffichereste l'olio santo col prete, che venisse a ungervi; se

casca un quattrino ai mille, io sto qui murato come i muriccioli del

vostro palazzo.

— Bada, sarai impiccato; pensaci due volte, perchè, sai, impiccano una

volta sola.

— E voi notate, messer Lelio, che saremo appesi ambedue, e il dì, che ci

vedranno pender giù, le genti diranno: gua' la forca si è messa le

gioie.

— Ouf! che pena; andiamo, io non vo' guastare la buona amicizia:

contentati di cinquecento cinquanta.

— Mai no — mille.

— Seicento.

— Mille.

— Là, dove andò la nave vada il brigantino, settecento.

— Mille.

Non ci fu verso; Ciriaco, che aveva mangiato la foglia non lasciò presa;

in Lelio paura vinse avarizia, e bisognò pagare mille ducati di oro del

sole: Ciriaco dopo averli ben contati li ripose nella cintura, e disse

sarebbe partito il giorno vegnente: tuttavia, pensandoci su mentre la

famiglia pranzava, sellato alla chetichella un cavallo andossi con Dio,

o piuttosto col Diavolo; dove s'incamminasse ignoriamo, basti tanto, che

qualunque via abbia tenuto riuscì allo inferno: certo a Siena non

comparve mai più.

Alquanti giorni dopo siffatti casi Lelio e la Fulvia stavano insieme

senza mutare parola: il primo trastullavasi con i bottoni del

giustacuore ad annoverare le ore, che Ciriaco avrebbe potuto mettere per

tornare da Roma; l'altra di tratto in tratto lo sfolgorava con lo

sguardo, e non faceva profitto, imperciocchè Lelio non si attentasse per

paura a levare gli occhi da terra.

Di repente ecco presentarsi loro dinanzi, introdotto da un servo di

casa, certo uomo vestito di nero, vecchio, macilento, di colore oscuro

tra il giallo e il cenerino e porgere alla moglie e al marito due carte

co' segni esterni di lutto, poi chinato il capo senza dire motto si

ritirò. Alla vista di cotesto uomo, che pareva lo inventore del

cataletto, al tocco di quelle carte, comecchè per diverse cagioni,

rabbrividirono entrambi: aperse Fulvia la sua, presaga di quello avesse

a contenere, e si appose; era lo invito ad assistere ai funerali di

Paride Bulgarini, che si sarebbero celebrati il giorno appresso in

suffragio dell'anima sua.

— E voi andrete? Domandò la Fulvia a suo marito con tale uno amaro

sogghigno, che mal si potrebbe dare ad intendere con parole.

— Voi vedete come mi trovo ridotto: pel male, che io gli voglio

desidero, che a questa ora si trovi in paradiso; e voi ci andrete,

Fulvia?

— Sì, sì, sì, e queste tre affermative sonarono così impetuosamente

vibrate, che parvero tre moschettate percosse nel bersaglio di lamiera

di ferro. Lelio si guardò bene di rispondere, nè la Fulvia convulsa potè

aggiungere motto.

La Fulvia non dormì la notte, nella vigilia tormentosa sempre invocava

Paride; co' più dolci nomi lo appellava, appariva, ed era inebbriata di

amore e di dolore. Ora come avveniva questo? — Favellando un dì

_temporibus illis_ di amore con la mia nonna, femmina saputa quanta

altra mai in questa ragione faccende, mi disse, per mio governo, che

difficilmente si acquista amore da donna, che per te non senta caldo nè

freddo; all'opposto più agevolmente, che non sapresti immaginare, da

donna, la quale ti professi odio; e ciò perchè anco odiandoti la donna

ti serba nella memoria, alla sua immaginativa tu stai sempre presente, e

non vi ha cielo, dove così subito si muti il vento come nello spirito di

lei. Aggiungi, che la donna, quantunque non disposta ad amarti, pure si

trova lusingata dal sapere che tu l'ami, ed alla lunga non può astenersi

dal professartene gratitudine, donde propensione, grazia, usanza,

domestichezza, e poi mano a mano amore, imperciocchè appunto di due

maniere compaiano gli amori, come di due maniere abbiamo assedi, assedio

di assalto, dove alla prima scalata pigli la ròcca, e assedio di blocco,

dove ti fanno mestiere industria e pazienza infinite. Di fatti il Poeta

ha insegnato: che _Amore a nullo amato amar perdona_; il che vuol dire,

che tenendo sempre il fuoco del tuo amore accanto al cuore altrui,

questo non può fare a meno, che non avvampi: la volontà non presiede o

poco alla genesi di questo affetto, la donna lo patisce _circum circa_

come un tacchino infilato nello stidione, voglia o no, bisogna che

arrostisca. Necessità costringe la donna ad amare nella guisa stessa,

che nella bussola l'ago magnetico sta rivolto al polo; ma o sospetto, o

rispetto o dispetto, o qualche altro movente tolto dal grande arsenale

delle passioni, dando una spinta al cuore della donna hanno virtù di

deviarlo dallo amore: proprio nel modo col quale agitando la bussola

devia l'ago calamitato, ma nella guisa stessa che, quietato il moto,

l'ago oscillando torna colà dove lo chiama natura, così il cuore di

donna, sgombro ogni affetto men bello, si volge al cuore dell'uomo, che

mostra riverirla costantemente, ed amarla. Così m'insegnava mia nonna;

se non è vero rifatevela con lei.

La chiesa appariva parata a lutto con le solite rasce nere alle porte, e

dentro co' soliti ceri, co' soliti moccoli, e co' soliti preti o frati,

che fossero; ci si vedeva il solito catafalco, il solito scheletro, i

soliti rami di cipresso; si udirono il solito uffizio da morti, la

solita messa, le solite musiche, ed il solito molteplice invocare la

luce eterna ai miseri cui fu rapita ogni speranza di luce terrena; ci

furono i soliti schizzi di acqua benedetta, e tutto insomma, che

anc'oggi si vede, si ode e si costuma: pertanto io non descriverò il

funerale. Francesco Guicciardini rimprovera gli storici antichi, massime

latini, di avere omesso ricordare molte cose giudicate volgari, e però

non degne di essere ricordate, non considerando come per lontananza di

tempo, e mutabilità delle condizioni umane, coteste cose potevano

riuscire gnorate, e quindi andare del tutto perdute; messer Francesco

ha, come quasi sempre ragione; ma ciò non mi persuade a descrivere i

funerali per due motivi, di cui l'uno giudico più potente dell'altro: e

consiste il primo nel conoscere questi miei scritti destinati a vivere i

giorni di Giacobbe sopra la terra, i quali, secondo ch'egli dichiarò a

Faraone furono brevi ed infelici, massime ora, che mi mancano le trombe

dei _Giornali moderati_ dispensatori di fama perenne così in cielo come

in terra. Aimè! poveri scritti miei, pari ai pesci volanti, si levano

alcun poco sopra la superficie dell'oceano dell'oblío, ma in breve,

asciutte le ale, è forza che ci ridieno il tuffo senza speranza di

risorgere mai più. — Il secondo è che, che ormai mi rassegno a vedere

preti, frati, messe, e funerali sopravvivere a me ed ai miei libri,

sicchè non se ne sperderà la memoria per colpa del mio silenzio. Che

importa, che io veda rompere uno errore ai miei piedi, però che come io

miro sovente su le mie marine infrangersi onda sopra onda, così ad

errore succede senza posa un altro errore? L'errore fu la fascia, che

ravvolse ogni uomo nella sua nascita, l'errore sarà il lenzuolo nel

quale lo avvolgeranno deponendolo in grembo alla terra. — Che giova

nelle fata dar di cozzo? — La mola del destino macina Dei, macina

uomini, ma non macina ignoranza; che rimarrebbe a fare? Forse quello,

che la moglie di Giobbe consiglia al suo marito: _maledici e muori_, che

l'arcivescovo Martini volgarizza piamente: _benedici_, ma il testo

_ebraico_ dice espresso: _maledici_: ed una volta a rilevare questa

infedeltà si correva rischio di avere qualche tratto di fune, oggi non

importa nulla ad alcuno nè manco ai preti, i quali hanno bene altre cose

a fare, che a pensare alla religione; ed io pure mi sento meno la balìa

di maledire; anzi di ridere: io sto testimone nel mondo del come un uomo

possa essere morto prima, che per lui sia giunto il giorno supremo.

Dunque era finito il funerale, ma avanzava un'altra cerimonia, ed era

calare il feretro dentro il sepolcro della famiglia Bulgarini posto

sotto il pavimento della chiesa, onorevole per lo stemma della casata

squartato per traverso, da mezzo in giù con daghe diritte alternate di

vermiglio e di argento, dal mezzo in su aquila nera incoronata in campo

di oro. Gli stemmi premono anco ai morti, e i nobili stinchi si hanno da

presentare al giudizio in calze di seta per non confondersi co' plebei;

se ciò non fosse ne andrebbe scombussolato l'ordine dei cieli: ora per

lo appunto dal cielo cattolico piovve sul capo dell'eccelso reggimento

nostro il domma dell'_Ordine_ e della _Resistenza_. Il Padre Eterno è il

tipo dei conservatori: difatti non si vorrebbe movere mai, quantunque

prima di lui altri inquilini abitassero i cieli, e forse, chi sa, il

fato cova nei suoi misteri altre divinità a succedergli nelle sedi

beate.

[Illustrazione: .... cadde supina singhiozzando per

la pena. (Pag. 98.)]

Tutto dunque, nel funerale di Paride Bulgarini, era stato recitato, e

cantato, acceso e spento; adesso non rimaneva altro, che calare il

cadavere nel sepolcro: pertanto levarono la lapide, e assicurata con

funi la cassa, quattro incappati si disponevano a _questa ultima

fatica_; molti già se n'erano iti pei fatti loro, taluni piegati i

moccoli se li erano riposti in tasca onde farsi lume per le scale

tornando a casa di notte, mentre tali altri avevano superbamente donato

i mozziconi ai ragazzi, i quali durante la funzione avevano raccolto le

gocce cadenti dalle candele, e dai moccoli nella palma delle mani senza

tema delle scottature, con inestimabile dispetto dei frati torzoni, che,

nel vedersi defraudati di cotesti sgoccioli, strabiliavano di rabbia. I

più pietosi, od anco, se vuoi, i più curiosi però erano rimasti ad

assistere a cotesto atto estremo; la Fulvia fra questi. La cassa fu

calata, e dal tonfo, che diede, si conobbe che aveva toccato il fondo;

la lapide era dai maestri rimessa a sesto, ed aggrappata con le solite

staffe; il sacerdote anco una volta l'asperse con l'acqua benedetta, e

per l'ultima volta con voce lugubre pronunziò il _Requiem æternam dona

eis, Domine, et lux perpetua luceat eis_. — La Fulvia col velo abbassato

su gli occhi stava immobile a capo della sepoltura, Lattanzio a' piedi

di quella presso alla lapide accanto al sacerdote: allo improvviso ella

levò gli occhi e lo vide.... Dapprima rimase come impietrita, le sue

labbra susurravano accenti indistinti, gli occhi balenavano smarriti; le

parve, anzi credè che Paride, appena consegnato al sepolcro, ne uscisse

subito potente più che mai fosse stato di vita, e di bellezza; certo le

sembianze di lui ora apparivano quali le mirò, e se le finse dopo il

perdono, che immaginò ottenere da lui, ma questo la consolava poco in

paragone dello spavento, che le penetrava le ossa allo aspetto di un

uomo appena sepolto resuscitato. La paura poi crebbe fuori di modo,

quando guardando per di là i suoi occhi incontraronsi con quelli di

Lattanzio; se ne sentì trafitta; con atto disperato si portò la destra

al cuore quasi per tema le si sfiancasse; le gambe le mancarono sotto e

dubitò sprofondare nel sepolcro donde era uscito Paride; di sè immemore

e del luogo, incapace affatto di contenersi, proruppe in altissimo

grido, e voltò le spalle per fuggire; senonchè nel moto scomposto il

lembo della veste s'inviluppò fra i piedi di uno scanno, per cui di un

tratto rimase impedita: allora pensò, che il morto resuscitato

l'agguantasse per le spalle a fine di tirarla seco nello avello, e

giudicandosi così dall'umano, come dal celeste aiuto abbandonata, cadde

supina singhiozzando per la pena. La rilevarono alcuni pietosi, i quali

appena miratala in volto esclamarono: «Madonna Fulvia Piccolomini, la

signora Griffoli,» e questo grido propagandosi di bocca in bocca arrivò

alle orecchie di Lattanzio, il quale si scosse come persona invasa da

scintilla elettrica; e visto, che la gente sorreggendo la donna

l'avviava fuori della chiesa, la precorse uscendo da una porta laterale,

aspettandola sopra la soglia della porta mediana. Colà quanto l'odio ha

in sè di più atroce, la rabbia di terrore, la minaccia di pauroso, tutto

raccolse nella virtù dello sguardo, e d'improvviso comparendole innanzi

glielo lanciò a modo di freccia negli occhi. Allora la donna sgomenta

stette per istramazzare da capo; ma presa subito dopo forza dalla

disperazione, respinti i soccorritori, si svincola dalle mani loro

correndo verso casa quasi ad asilo. Lattanzio, giovenilmente gagliardo,

la seguita da vicino, ond'ella si sente dietro le spalle lo strepito

delle sue orme; accelera il passo, indarno, perchè più di lei sente

accelerarlo lo insecutore, pure trangosciata arriva alla sua magione,

picchia, e ripicchia, sto per dire a fuoco, si avventa alle scale, le

vola, apre con fracasso le porte fino alle più intime stanze. Quivi gli

occorre il marito, che rumina i rimorsi dei commessi delitti, pure

meditando a commetterne di nuovi; verso lui ella si slancia, lui

aggrappa con l'agonia del naufrago intorno allo scoglio, ed urla da

spiritata:

— Chiudete le porte, sbarratele, tirate tutti i catorci; deh! che non

passi..... impedite, ch'ei venga, od io mi butto giù dalla finestra.

— Ch'è mai? Rimescolandosi tutto chiede Lelio.

— Lui! lui!

— Chi lui?

— Paride Bulgarini.... lo avvelenato da te.

— Ma non era morto? Non lo seppellivano oggi?

— Già! morto sì; sepolto sì, ma è resuscitato.

— Resuscitato! Misericordia!

— Resuscitato, e mi corre dietro per agguantarmi.... O Dio! O Dio!

senti, che vuole entrare.... entra.... dove mi salvo! Trattenetelo....

E questo ella diceva perchè prima udì picchi concitati nella porta, e

poi le pedate di uomo, che con passi scomposti si avvicini; nè Lelio

compariva percosso da paura niente minore di quella della sua donna; a

bocca aperta, e con isguardi appuntati fissava la porta, presago

d'imminente sciagura.

La porta sospinta da mano poderosa si spalanca, ed irrompe dentro la

stanza Lattanzio; bello come i poeti e gli scultori immaginano fosse

bello Apollo quando vibrò le quadrella mortali contro il serpente

Pitone: dalle narici dilatate il suo alito fumava, gli si crispavano

convulsi tutti i muscoli della faccia, dalla fronte bianca di marmo

grondava sudore, e tuttavia conteneva l'ira pronta a traboccare; a mezzo

della stanza si fermò, e lento lento disse:

— Scellerati, voi mi dovete la vita di mio fratello, ed io vengo a

dirvi, che prima che scappi l'anno, voi me la pagherete....

Lelio si aggomitolò come un baco da seta infratito, Fulvia no, che fece

ogni sforzo per rispondere; ma la voce le fece groppo nella gola, e non

potè uscire: quando ella riebbe un po' di calma, Lattanzio era sparito.

Il destino: romanzo · 第 7 / 14 题