CAPITOLO II.

La Morte.

La Betta pareva, che dormisse, ma il suo cervello se ne andava in volta

scapigliato senza essere capace di somministrarle nulla di buono pei

fatti suoi. O Betta, o Betta, in che ginestraio tu hai messo le gambe!

Ed ora a qual santo ti voterai? Che pesci piglierai? La è una brutta

matassa quella che hai preso a dipanare. Vogli o non vogli; non ci è

caso, _i polli li porti_: che cosa arzigogoli mai, che qui non ci casca

ombra di male? Non ricordi le parole del buon Gesù? Esse parlano chiaro:

«Ma io vi dico, chiunque riguarda una donna per appetirla, già ha

commesso adulterio con lei nel suo cuore.»

Non ci è cavillo, che tenga: il solo desiderio è peccato, e di che

tinta! E poi, Betta, tu sei vecchia, e il diavolo, giusto è tristo

perchè gli è vecchio; e puoi tu metter pegno, che Paride si rimarrà

fermo al chiodo di chiamarsi satisfatto alla novella, che la gentildonna

non l'odia? E non hai tu visto come navigava con le vele gonfie di

desiderio in desiderio? Prima si contentava sapere, che ella non lo

odiava; subito dopo voleva la promessa, che rimasta vedova con altri non

si sposasse tranne con lui; per ultimo implorava un ricordo, prima

nastro, poi capelli, e se tu gli davi spago, chi sa, che peste di roba

avrebbe preteso per memoria. Si sa l'appetito viene mangiando, massime

in faccende di amore; e tu, Betta, donna da bene, educata dallo esempio

di quella santa femmina, che fu madonna Flaminia, ti sei condotta a

questa età per diventare di un tratto trista insidiatrice dell'onore

altrui, corrompitrice della onestà delle mogli; via, senza tanti

ghirigori, mezzana?

Ouf che caldo! Ma alla fin fine tutto a filo di sinopia non può andare

in questo mondo; però ci hanno messo la confessione, il suo bravo

pentimento e la penitenza: ora gli è chiaro come l'acqua, che se peccato

non fosse, nè manco tutte coteste belle cose potrebbero essere. E poi

senti, Betta, vien qua, facciamo i conti: se Paride tuo non riceve

refrigerio alla passione, che lo mangia, ne morirà disperato, la sua

anima andrà perduta irrimediabilmente; e questo o non è male grosso?

Puoi mettere addirittura grossissimo; però concesso male eziandio la

raccomandazione, che intendo fare alla signora Fulvia; quale meno peggio

dei due? — Diavolo! non occorre stadera nè braccio: si vede ad occhio. E

tu, Betta, non conti nulla? Perdesti il tuo marito Bastiano, ch'era una

coppa di oro, perdesti quel bello angiolo del tuo unico figliuolo Celso;

tutto il tuo affetto riversasti sopra Paride; ogni cagione di vita

riponesti sul capo di lui, ed ora dovresti sopravvivere anco a lui? La

sarebbe una bella storia cotesta! Sicchè io mi volgo a te, Madonna

santissima, e in te confido: se tu non fossi madre, non ci penserei nè

manco di raccomandarmi a te; ma tu fosti madre, e soffristi per tuo

figlio quanto donna al mondo sofferse mai; tu sentisti come una spada

sola trafigga a un punto due cuori, quello del figliuolo e della madre;

uno schiaffo percuota due gote, una spina laceri due capi: te, a

ragione, chiamano Madonna dei sette dolori, e meglio direbbero dei

settemila, te salutano refugio degli afflitti; però non mi abborrire se

per questo meschino io mi adoperi, forse meno che dirittamente; se erro

consigliami, se pecco perdonami: anco a santa Maria Maddalena, anco a

santa Teresa fu molto perdonato perchè molto esse amarono, ed io pure

amo svisceratamente, e non sia per vantarmi, ma l'amore delle prelodate

due sante non fu tale da stare a petto al mio, perchè.... eccetera;

chétati, lingua.... E a te domando, Vergine Maria, Madre del buon

Consiglio, dove mai io non imprenda opera, che incontri il tuo sdegno,

sovviemmi nell'angustia in cui mi trovo, suggerendomi il modo col quale

io possa presentarmi alla signora Fulvia, e trovare grazia presso lei,

affinchè, salva sempre la onestà sua, si benigni[2] darmi una mano per

liberare questo dolcissimo mio figliuolo dalla mala morte in questa vita

e dalla dannazione nell'altra.

[2] Fu già in onore questa parola, poi la trasandarono: ora

dacchè assai l'adoperano i Napolitani, ed è buona, rimettiamola

in corso.

Io per me non so come la sia ita, ma dopochè la coscienza diventò

avvocata, nell'anima dell'uomo (di quella delle donne non importa

ragionare), successe una grandissima strage di linee diritte; e Betta ce

ne presenta lo esempio vivo: essendosi in questo modo messo l'animo in

quiete, ella cominciò ad abbacare come potesse giungere fino alla

Fulvia, e poichè rinvenne la via assai più presto, che non l'era dato

sperare, così pensò davvero, che tanta spontaneità di fantasia non fosse

senza manifesta protezione della Santissima Vergine. A Voi tutti, che

leggete, è noto come in ogni tempo le femmine o vuoi buone, o vuoi

triste si sieno dilettate delle gemme: la causa rimane ignota: crederono

taluni, che ciò accadesse, perchè essendo le gioie ammirabile oggetto,

lo spettatore dalla splendidezza di quelle fosse condotto a contemplare

più spesso, e più intensamente la beltà, che se ne ornava la faccia e la

persona; ma questa ragione non mi pare che c'incastri, perchè troppo più

spesso delle famose, e delle giovani io ne vidi ornate le laide e le

vecchie, che senza esse sarebbero passate, pel loro meglio, inavvertite;

dunque poniamo in sodo il fatto, rimettendoci per iscoprirne le ragioni

vere a quando troveranno le cateratte del Nilo. — Oltre le gemme, ai

tempi della nostra storia, le donne insanivano dietro le trine di

Malines, di Digione, e di altri paesi fiamminghi per coteste industrie

famosi: oggi le nostre predilette ci hanno aggiunto due gusti, per far

toccare con mano anco agl'increduli, che in proposito progresso elleno

possono stare a petto di chiunque altro: le pelliccerie voglio dire e

gli scialli turchi. — Così è, mentre i Russi congiurano per cacciare via

i Turchi dalla Europa, le donne ce gl'introducono sotto forma di scialli

fino in casa: chi la dura la vince; vedremo come l'andrà a terminare.

Ora, donna Flaminia d'Elci, moglie di Belisario Bulgarini, madre di

Paride, comecchè fosse virtuosissima, ed insigne per bontà, pure ebbe un

debole per le trine di cui mise insieme una famosa raccolta; la quale

ebbe in custodia la Betta, come donna di fiducia e di simili faccende

perita: ed ecco, che, pensando al pretesto per intromettersi in casa

della Fulvia, le venne in mente di pigliare una scatola la quale empita

dei più sfoggiati merletti girsene con quella ad offerirli in compra

alla signora Fulvia: le piacque il trovato, se ne applaudì esclamando: —

Brava Betta! — , ed è da supporsi, che dov'ella lo avesse potuto fare si

sarebbe dato un bacio in un occhio. Più difficile le riuscì ammannire un

discorso co' fiocchi: ne imbastì parecchi, ma veruno tirò fino in fondo,

ond'essi terminarono collo incatricchiarsi fra loro, generando uno

arruffio che nè anco Arianna sarebbe venuta a capo ravviare; allora

considerò come i discorsi preparati in simili occasioni abbiano garbo

del cavolo a merenda; e il meglio fosse imitare il pescatore, il quale

gittò le reti dicendo: — Butta in mare, e spera in Dio.

La mattina per tempo si acconciò come per recarsi a messa, mise a parte

del suo trovato Paride, che assai l'applause, e dopo concertate certe

cosarelle fra loro uscì di casa con tale impeto, che pareva volesse

correre il palio; ma dopo pochi passi rallentò il moto, il quale divenne

più fievole mano a mano che si avvicinava al palazzo Griffoli: lo

riconobbe, senza domandarne, dall'arme, che Paride le disse avere a

rappresentare sei gigli messi in iscancío; stese la mano al picchiotto,

lo strinse, lo lasciò andare, poi fatto cuor di leone bussò da

spiritata: quel colpo parve che percotesse a un punto la porta e il suo

cervello, però che essa balenò per cascare: sentì per di dentro uno

strepito di passi accelerati, ed un borbottio che taroccava: — s'intende

acqua, ma non tempesta, gli è il Duca, che vuol passare? — Aperto subito

l'uscio, quando il servo insolente, come la più parte di quelli delle

case magnatizie sono, si vide dinanzi cotesta vecchia azzimata con cera

stizza, e voce di agresto, le domandò:

— Chi siete? Che volete? Chi vi manda? Su presto, dite.

La Betta cresciuta tra le blandizie della padrona Flaminia, e del

figliuolo Paride, andò sottosopra a cotesta accoglienza; ma tenendosi

meglio, che le fu dato, rispose: — Andate dalla vostra padrona, e

ditele, che sono venuta con le trine di Malines ch'ella sa...

Il servo andò, e Betta pensava: — Ecco una bugia, ma le colpe pur troppo

fanno come le ciliege, una tira l'altra. La Fulvia all'ambasciata del

servo arguta com'era, sospettò non sapendo di donna, nè di merletti, che

gatta ci avesse a covare, onde le mandò a dire ch'entrasse pure, e

questo tanto più ordinò volentieri, quanto che sapeva il suo marito in

campagna a vigilare le faccende.

Ma Lelio, secondo la usanza vecchia dei mariti gelosi, mentre glielo

aveva dato ad intendere, non si era allontanato di casa; lì stando da

arrugginirsi l'anima smanioso di fare da testimonio alla propria

vergogna; però appena udì salire la Betta mise fuori il capo da certo

stambugio a mezze scale, e guardandola a stracciasacco con voce molto

più terribile di quella del servo la interrogò:

— Chi sei? Dove vai? Che vuoi?

Ora sì, che Betta si tenne per isfidata, immaginando così allo ingrosso,

ch'egli doveva essere il Griffoli; almeno l'arroganza lo chiariva

nobile, e la superbia padrone; per tanto armeggiando, come chi sta per

dare il terzo tuffo, ella rispose:

— I' sono Nunziata, la guardarobiera della illustrissima signora

Virginia Chigi, che sta qui oltre; ella mi manda alla illustrissima

donna Fulvia sua signora consorte perchè, essendole capitato uno

assortimento di trine di Fiandra da comprare a mezza gamba, l'è parso

non lasciarsi scappare di mano la occasione; ma siccome per la signora

Virginia Chigi sarebbero troppe, offre alla signora Fulvia di metterla a

parte dello acquisto lasciando in potestà sua la scelta, e la quantità

delle trine, che vorrà pigliare per sè.

E quattro, ed otto delle bugie, la via di sdrucciolare allo inferno è

troppo più destra, che altri non pensa. — Lelio, si mise l'indice della

mano manca tra ciglio e ciglio, poi a scatto impose alla Betta:

— Mostrami qua le tue trine.

E l'altra gliele mostrò aprendo la scatola sotto gli occhi di lui; egli

finse ammirarle, o forse le ammirò davvero, chè belle estimavansi da

quanti se ne intendevano, ma intanto ch'ei le spiegazzava avvertiva se

mai ne cadesse carta, od altro oggetto, che lo confermasse nella sua

gelosia: non rinvenendo nulla, alquanto si rammorbidì, sicchè, alla

Betta, che stava tutta tremante disse:

— Perchè tremi?

— Che siate benedetto, voi mi guardate con tali occhiacci, e con tale

vociaccia mi favellate da far entrare la maremmana addosso anche al

Mangia.

Di vero io non so se Lelio Griffoli potè in sua gioventù chiamarsi

gentiluomo leggiadro, fatto sta che allora metteva proprio paura:

comecchè apparisse più vecchio di quello che era, pure gli si

mantenevano i capelli più, che pece neri, e neri altresì i sopraccigli

foltissimi, i baffi e la barbetta a nappa: i capelli portava lunghi fin

sotto le orecchie, dove li faceva mozzare; la pelle del colore dello

avorio vecchio, giallo malsano; sopra cotesto giallo risaltava orribile

la barba, che più o meno rasa presentava una tinta verderame, da

metterti in sospetto, che la faccia tutta fosse un grosso govacciolo

venuto a suppurazione: lungo il naso allato alle narici scendevano due

rughe profonde, che allargandosi arrivavano fino oltre gli angoli delle

labbra, canali, che scavano l'atrabile e il mal di fegato senza pro,

perchè essi dentro trapánano e sgrondano logorando; forse per avvertire

chi piglia usanza con loro a starsi su lo avvisato, chè coteste

infermità i buoni fan tristi, i tristi pessimi: le pupille ardenti in

fondo a certe occhiaia, che ti sembravano condotte con un tizzo spento

di carbone potevano paragonarsi a due lupi appiattati dentro due caverne

in aspettativa di preda. Lelio per un tempo ebbe fama nè buona, nè rea,

anzi taluno, che lo conobbe da giovane lo affermò d'indole mite come per

lo più sono gli uomini della sua patria, di costumi umani e di concetti

pieni di moderazione; ma poi il continuo furore della gelosia, che lo

agitava, la brama di vendetta contro chiunque per suo avviso macchinava

in danno dell'onore suo, la paura di tirarsi addosso l'ira del potente

parentado della moglie dov'egli si fosse attentato di torcere pure un

capello alla Fulvia, lo avere condotto buona parte di vita nel regno,

luogo pieno di uomini facinorosi, ed infame per continui assassinamenti,

lo avevano reso mano a mano feroce: l'animo suo era diventato familiare

col delitto; forse gli arieno fatto fallo la mano, e il coraggio se

avesse dovuto commettere l'omicidio da sè; quanto poi a meditarlo, e ad

ordinarne la esecuzione ad altri sarebbe stato per lui come bere un

uovo. Ora parendo a Lelio, che la faccenda della Betta fosse farina

schietta la lasciò ire, raccomandandole, che non ingalluzzisse la moglie

a spendere troppo, chè con lei si sarebbe trovato il fondo al pozzo di

S. Patrizio, e se il Papa non sovveniva si sarebbe condotto a dare del

sedere sul lastrone. — E questo diceva perchè Alessandro VII, che su i

primordi del suo pontificato dichiarò non volere conoscere altro parente

che la Chiesa, indi a breve mutato registro chiamò a Roma i nepoti ai

quali si mostrò parziale due cotanti più, che non avessero costumato i

papi suoi predecessori. La natura, che non è demonio, resiste all'acqua

santa; e triregno, mitra, e corona se spesso spengono lo intelletto nel

capo, rado lo affetto nel cuore. Nondimanco svoltata appena la scala,

un'altra pulce entrò nell'orecchio a Lelio; stette per risalire, e già

aveva voltata la persona per farlo, ma poi si pentì e scese un'altra

scala: qui pure nuove ambagi, e raddoppiate esitanze, a cui pose fine

non mica ponendole giù, sibbene andando di corsa a informarsi se si

fosse apposto al vero.

La Betta va oltre, di tratto in tratto le si gonfia, il cuore con un

sospiro, ch'ella respinge indietro; dentro gli occhi le si accumulano

lagrime, ch'ella ribeve: dopo trapassate parecchie stanze, una vecchia,

che pareva il caval bianco dell'Apocalisse presala pel braccio aperse un

uscio, e per mezzo di esso spingendola strillò:

— Illustrissima, ecco la donna, che domanda di lei. —

Betta da prima non trovò parole, fissa considerava il volto della

Fulvia, che veracemente le parve bellissimo, però non tale, che del

tutto le quadrasse: se avesse avuto tempo lo avrebbe in certa guisa

smontato, e vistolo pezzo per pezzo, forse avrebbe potuto altresì

indicare il mancamento: non gliene dette agio la Fulvia, la quale con

accento vibrato le domandò:

— Orsù, che volete da me?

Betta annaspa, la Virginia Chigi, le trine, madonna Flaminia, Gand,

Malines, Brusselles, Digione, con tutta la Fiandra per giunta; disegni

portentosi; principesse e donne di alto affare averle viste, e averne

fatto le stimate, e le marie, la compra, la vendita, lo acquisto, il

dono, l'omaggio, insomma un guazzabuglio senza capo nè coda, e più

andava innanzi più s'irretiva, sicchè la Fulvia di natura risentita,

spazientendosi ad un tratto, esclamò:

— Voi mi parete ebbra, levatemivi davanti prima, che io vi faccia

cacciare dai miei servitori.

Allora Betta, mossa dal pericolo, si lasciò andare giù di sfascio in

ginocchioni, e supplice domandò alla Fulvia:

— Signora, avete figliuoli?

— No.

— Ne aveste mai?

— Neppure.

A Betta s'increspano per subito tremore le labbra, pure si attenta a

dire: — Nè ebbra, nè matta sono io, signora, bensì madre desolata di un

figlio bello e buono: mia consolazione, mia vita, mio tutto: egli giace

infermo di tale malattia donde non si riavrà più, se voi non lo

aiutate....

— Io! O che so di medicina, io?

— Questo non monta, egli è certo che voi sola lo potete guarire....

— E di che cosa si tratta? Udiamo via, che ne vale il pregio.

— O Dio! O Dio! — Continua Betta con ambedue le mani coprendosi il volto

— la infermità, che uccide il mio figlio è il disperato amore, che sente

per voi....

— Per me! E che ciò a fare io? — Donna obbliate....

— No, signora, io non dimentico nulla: nacqui in villa, non so di

lettere, ma so di religione e di onestà: io non vi propongo cosa, onde

patisca offesa la vostra illibatezza, innanzi di proporvela io morirei:

vi prego di una grazia, che voi potete.... anzi come cristiana dovete

fare, ed è, che voi mi assicuriate, che non sentite odio per questo

vostro misero e sviscerato amante, e mi concediate, che io da parte

vostra glielo assicuri per voi.....

La Betta qui considerando come per siffatte parole non si alterasse la

Fulvia (che rimase pensosa o tirando a indovinare lo sconosciuto

amatore, ovvero deliziandosi nel compiacimento, che prova ogni femmina

nel sapersi amata comecchè per nulla disposta a corrispondere di

tenerezza), preso coraggio aggiunse: — Il figliuol mio da me è detto

tale non perchè lo abbia generato io, ma sì perchè io lo allattai, io lo

allevai; ma ciò non rileva: egli è giovane, bello, del bene di Dio ne ha

anco troppo, valoroso, saputo, lo amano tutti... perchè dunque non me lo

avreste ad amare voi? Mandategli in mercè del fervente amore un nastro,

un fiore, una ciocca dei vostri capelli magnifici.... egli non vi

comparirà al cospetto; se così vi piace si recherà in remote contrade,

non tornerà senza il vostro permesso a Siena, e niente domanda, nè un

colloquio, nè.... insomma nè manco un'et... solo vi scongiura, che gli

mandiate a dire, che, se alla Provvidenza piacesse voi aveste a restare

vedova, voi non gli vogliate preferire veruno altro uomo; o vedova, o

lui...

— Dunque le trine?

— Furono scusa per arrivare fino a voi...

— E vostro figlio si chiama?

— Si chiama... un bel nome in verità... e mi hanno detto piacente alle

femmine del tempo passato....

— Dunque?

— Si chiama Paride Bulgarini.

Se le avessero letto la sentenza di morte in faccia, se passeggiando per

l'erbe e i fiori, una vipera si fosse ritta su a trafiggerle il piede,

se un coltello le avesse dato per mezzo del cuore, la donna non avrebbe

gittato urlo più straziante nè più pauroso; respinse di una potente

spinta la Betta da sè, la quale, dopo mutati su le calcagna alcuni passi

precipitosi, andò a cascare supina sul pavimento, ci rotolò ancora la

cassetta, che apertasi, sparse da per tutto il tesoro delle sue trine;

la Fulvia con subita vicenda di vermiglia diventò bianca come panno

lavato, poi da capo pavonazza, e all'ultimo del colore della morte,

barellò per cadere, senonchè di repente, ricuperate anzi cresciutele

fuori di misura le forze, diede un salto all'uscio, ne aperse furiosa le

imposte, e sparve sbatacchiandole con impeto dietro di sè.

La Betta stentò a rimettersi in piedi non tanto per le sconce

ammaccature riportate dalla caduta, quanto molto più per lo

sbigottimento, che la opprimeva; a crescerle il quale ecco

sopraggiungere la vecchia, che pareva il caval bianco dell'Apocalisse, a

dirle ingiuria e a spaventarla.

— Andate via, sciagurata femmina; andate via.... su presto prima, che

torni messer Lelio, e vi scanni come un cane.... cioè come una cagna....

ripigliate le vostre ciarpe.... guai a voi se la sgarrate di un attimo,

il pezzo più grosso ha da essere l'orecchio.

E così borbottando raccoglieva le trine per riporle nella cassetta alla

rinfusa, ostentando uno affannarsi da non si poter dire; mentre, colto

il destro, ne acciuffava un pezzo nascondendolo con disinvoltura nelle

tasche dello scheggiale. La Betta stordita, più morta che viva, non

sapendo che dire, e meno che fare, scappò infilando le scale, e

trottando per la via quanto le bastavano le gambe; ma la sventura non

aveva per anco cessato di perseguitare la povera Betta, però che allo

svoltare di un canto ecco incontrare faccia a faccia Lelio, truce in

sembiante, il pallore del suo volto era diventato cenerino, teneva irti

i baffi come un gatto inferocito, il quale tostochè la ebbe scoperta

trasse fuori dalle tasche delle brache un pugnale, e le si avventò

addosso urlando:

— Ah! malvagia femmina, aspetta, che vo' lavarmi le mani nel tuo

sangue.....

La Betta via, che chi corre corre, ma chi fugge vola, e l'altro

incalzando continuava: — Ti vo' cavare il cuor di corpo, e

sbattacchiartelo sopra le gote... donna Virginia eh! Le trine eh!... — e

qui un turbinío di male parole, che il lettore si può agevolmente

immaginare risparmiando a noi lo ingrato ufficio di averle a riferire.

Ormai della vita di Betta non si sarebbe dato un quattrino, imperciocchè

a cagione dello sconforto dell'animo, e dello sfinimento delle forze

ella incominciava a rallentare il corso, mentre il suo persecutore

fulminava vie più; e la gente che passava o non la poteva soccorrere, o

vista la mala parata che prometteva quel bestiale col coltello ignudo in

mano si tirava a sè. Come a Dio piacque, mentre Lelio corre tenendo gli

occhi tesi dinanzi a sè, dà dentro a un ciottolo male su gli altri

sporgente in mezzo alla via, e va giù a capitombolo battendo il più

solenne stramazzone, che da parecchi mesi si fosse visto a Siena. Gli

schizzò il coltello dalle mani, si ruppe il naso, si ammaccò gli

stinchi; se bestemmiasse, Dio ve lo dica, o piuttosto il diavolo per me;

allora i cittadini sanesi gli furono attorno per raccattarlo, e presolo

sotto le ascelle, intanto che lo conducevano dallo speziale, lo andavano

raumiliando ammonendolo, che non istava bene ad un gentiluomo pari suo

inveire armato contro una povera vecchia; e le ingiurie gridate contro

quella o l'erano calunnie, e non si dovevano dire, o l'erano verità, e

si dovevano dire anco meno; perchè i prudenti non mettono cattedra in

piazza per bandire la propria vergogna, con altre più cose, che unite

allo spasimo delle ferite riportate facevano venire a Lelio la schiuma

alla bocca. Rattoppato alla meglio, con due cerotti sul viso, e un

empiastro alla gamba, adagiatolo sopra una seggiola, portarono a casa

messer Lelio, che mugliava come un toro battuto.

La Betta non si accorse del caso, e sempre corse finchè non si rinvenne

riparata dietro le porte del palazzo Bulgarini cui ella attese a

chiudere tirandone per di dentro due grossi catorci; ed era un farsi

prestare lo imbuto dopo la vendemmia: così sicura, si mise a sedere

sopra i primi scalini perchè, povera donna, non ne poteva più, e il

cuore le picchiava dentro con una puntura da levarle il respiro;

riposatasi alquanto disse: — Santa Vergine, se ho peccato, ed ho peccato

di certo, tu mi hai punita a misura di carboni — e pianse giù a dirotta:

tante poi furono le lacrime versate dalla meschina, che bagnò lo scalino

dov'ella stava seduta: quivi rimase, finchè un servo scendendo, nè per

di dietro così al barlume ravvisandola le gridò: — Che cosa è questo

guazzo per terra, ne'? — Al quale ella rispose: — sono io, Giangio, che

nel mettermi a sedere per riposarmi ho rotto una boccetta di acqua da

occhi, che aveva preso dallo speziale per guarirmi la flussione. — La

buona donna ebbe avvertenza a tutto, volle evitare il pericolo, che

Giangio mirandola cogli occhi rossi sospettasse, che aveva pianto. Si

levò, si ritrasse in camera sua gittando là dove andavano andavano le

trine già sua cura e suo tesoro; poi seduta sul letto si mise a mulinare

qual contegno avrebbe dovuto tenere con Paride suo; la sua immaginativa

girava, e rigirava e non veniva a verun costrutto, pareva un cane quando

si rivolge per mordersi la coda (il paragone io lo confesso gli è un

zinzino abbrivato; ma ormai è cascato giù dalla penna ed ora mi par

fatica a dargli di frego: fammi grazia, lettore, cancellalo tu);

tuttavia premeva si decidesse, perchè intendeva di mano in mano più

frequenti le scampanellate di Paride impazientissimo di sapere s'ella

fosse tornata a casa; all'ultimo deliberò presentarsi a lui senza aver

preso partito. Paride sentì da lungi il rumore dei suoi passi comecchè

ella camminasse lieve e studiata come chi passeggia fra l'uova; appena

si affacciò su la soglia di camera, egli guardò lei, ella lui. — Paride

declinato il capo volle reprimere un sospiro, che strozzato si convertì

in singulto da squarciargli la gola; Betta se ne andò ad appoggiarsi

alla sponda in fondo al letto volgendo le spalle al malato sorreggendosi

con la destra mano il gomito sinistro, del quale su ritto ella fece

puntello alla faccia annuvolata.

Essi si erano parlati, si erano detto tutto, forse troppo, che poco. Chi

sostiene, che la favella stia unicamente nella lingua piglia un

granchio. La favella significa più esatti, e meglio i discorsi della

mente; la passione può passarsi della favella: di vero, considerate i

veraci amatori fatto getto di ogni soverchio eloquio, si stringono nelle

espressioni: — Io ti amo; io ti amo. Ora quante più cose non si parlano

ad un tratto con uno sguardo, o con un sorriso? Come avremmo potuto noi

nei tempi passati esprimere i dubbiosi deliri, la paura, la gelosia, il

rimprovero, la gratitudine, la fede, la discolpa, massime al cospetto

dei congiunti mascolini e femminini, se non ci sovvenivano gli occhi? E

due mani che si stringano non si comunicano esse tanti concetti da

disgradarne una dozzina di fili di telegrafo elettrico? I labbri co'

muscoli, che ci fanno capo per via dei loro sussulti, non palesano più

affetti, che non manda suoni la più compita tastiera di piano-forte?

L'Accademia della Crusca, quando avrà posto fine al nuovo vocabolario

della lingua (lo faccio per augurarmi la eternità), mi darà licenza di

compilare a mia posta un dizionario della lingua degli occhi, delle

labbra, e dello stringersi delle mani: sono accademico della Crusca

anch'io, e intendo esercitare il tocco di autorità, che mi riviene — di

qui a cento anni: la Crusca non ha furia, ed io meno di lei.

[Illustrazione: Lelio Griffoli.]

Ora rechiamoci al palazzo Griffoli: se messer Lelio nei suoi giorni più

gai metteva spavento, figuriamoci che demonio incarnato doveva parere

adesso gonfio, impolminato, tutto intriso di sangue: volevano

spogliarlo; con la gamba sana tirò calci, volevano metterlo a letto;

morse cui prima ne fece la proposta; rifiutò ogni refrigerio, cacciò via

tutti; sola trattenne la Fulvia, la quale rimase con inestimabile

disgusto, però senza paura, stantechè sapesse il suo marito senz'armi,

ed a cagione della gamba offesa egli non si potesse movere.

— Chiudete gli usci, Fulvia.

— Ecco chiusa la stalla dopo fuggiti i buoi, vale il pregio davvero fare

misteri in casa quando siete ito a bandire la vostra insania in mezzo di

strada.

— Fulvia, deponete il pensiero di abbindolarmi: se le vostre ree opere,

i vostri costumi diventarono tali, che senza vituperio non può

sopportarli un gentiluomo onorato....

— Silenzio, uomo indegnissimo! In che e come puoi tu accusarmi? In che

ti mancai? Dove ti offesi? Se qui al tuo cospetto mi trovo femmina, e

sola, non pigliarne baldanza perchè con queste mani basto a pigliare di

te la vendetta, che mi persuade l'offeso onor mio; e poi pensa, che sei

fratelli miei giustamente irritati dello scempio che meni della

reputazione di casa Piccolomini, in meno che tu reciti un Credo, ti

possono nel tristo tuo corpo far tanti fori da rassomigliare un vaglio.

Ricòrdati, sciagurato, del Papa mio cugino; la mia fama è sua: costuma a

Roma tagliare la lingua ai calunniatori.

— A Roma può darsi; usa altresì assassinare gl'innocenti; a Siena corre

lo andazzo di esporre a lunghe agonie le mogli impudiche; la Pia

informi.

— Ma, stupido uomo: puoi tu dirmi di che ti duoli?

— Di che mi dolgo io? Vedi ve' la immacolata coscienza; e netta! E

ignoro forse il continuo attenderti fin su l'uscio, quando vai fuori di

casa, quel tuo drudo Paride Bulgarini? Non grida la città intera a quel

suo scandaloso seguitarti da per tutto: del vostro incontrarvi in chiesa

come a posta di amore, dei guardi protervi, dei sorrisi sfacciati, la

gente dabbene non ne vuole la vita.... continui messi da una parte e

dall'altra, corrotti i servi, me ludibrio in casa e fuori... e di' rea

femmina puoi negare, che qui, poco anzi, in casa mia, sotto il tetto dei

miei padri, ricevevi una vile mezzana, la quale col pretesto di non so

quali trine mandava cotesto tuo Paride per concertare teco nuovi

tradimenti all'onor mio?

— Uditemi, messer Lelio, e vergognatevi se potete: tutto quanto avete

detto per iscoprire marina è vero, tranne una cosa, il mio

consentimento; anzi tale e tanto è il fastidio, che io sento della

disordinata persecuzione di cotesto insensato giovane che non vi ha cosa

al mondo, che io non fossi disposta a fare per liberarmene, bene inteso

senza danno della mia reputazione e della mia coscienza; vera la donna

mezzana, vero il pretesto delle trine; ma voi non sapete la collera, che

m'infiammò alle proposte bieche, e lo urtone che io diedi alla

malcapitata nel petto, ond'ella stramazzò per terra, e le trine andarono

sparse sul pavimento. Se io non temessi di mettere a troppo dura prova

la vostra cortesia come gentiluomo, e la fede, che come marito voi mi

dovete, vorrei che mi credeste addirittura; pure se parvi onesto voi

potete cercarne la testimonianza della Caterina, la quale è donna

vecchia di casa e privatissima vostra. Se di ciò non vi feci motto,

Lelio, egli è perchè precipuo custode dell'onore della donna ha da

essere la medesima donna: ed io, la Dio mercede, mi sento oggi come

sempre di provvedere ai casi miei, e poi perchè la femmina prudente deve

rifuggire in simili faccende gli uomini, i quali tumidi di orgoglio non

dubitano di mandare con omicidi e con ferite sottosopra le città e le

famiglie: ed io vi confesso, che giammai vi avrei detto un motto di ciò,

laddove non fosse accaduto, per vostra colpa, lo scandalo pubblico, con

quanta reputazione di voi, ed augumento della integrità mia, lascio

considerarlo a voi stesso: spero, anzi vado convinta, che l'avvertimento

di questa mattina basterà senz'altra provvisione. Se contro

l'aspettativa mia non fosse sufficiente, allora o ce ne andremo in villa

o meglio ci recheremo a Roma per tòrre a me questa molestia dintorno, a

voi la causa di gelosia indegna quanto affannosa.

— Io vi ringrazio, Fulvia, e se non fosse, che la gamba offesa me lo

impedisce, io vorrei inginocchiarmi dinanzi a voi: che mi parlate di

testimonianza? Per me; che Dio me lo perdoni, credo più ad una paroletta

vostra, che agli Evangeli dei quattro evangelisti. State tranquilla;

invece d'incomodarci, io vi assicuro di mandare questo Paride Bulgarini

in paese tanto lontano, che voi non ne udrete da ora in poi più novella.

— Ch'è questo, Lelio? Io capisco vie più, che voi con parole non

significate... per vostro governo io vi dichiaro espresso, che dove vi

attentaste a torcere pure un capello al Bulgarini io vi detesterei....

mi adopererei a sciorre il mio matrimonio con voi.

— E sì e sì che tu mi ami, fellona nata per la perdizione dell'anima

mia; or di' su, se non ti garbasse l'amore del Bulgarini, o che ti

avrebbe a premere di lui? Che ti fa ch'egli stia sopra terra o sotto?

Così da lui non avresti più briga nel mondo....

La Fulvia fece spallucce impazientita, e rispose poi:

— Di qua, ma al mondo di là pensate mai, Lelio? — Alle corte, voi siete

tale fantino, che con voi non si vince nè s'impatta, io vi giuro da

gentildonna di onore, che se mettete una mano addosso al Bulgarino io lo

paleserò al Papa, e chiamatemi bastarda di casa Piccolomini se io non vi

rendo il più tristo uomo, che viva adesso sotto la cappa del sole.

— Non andate su i mazzi, via: io non gli porrò le mani addosso.

— Giuratemelo da cavaliere onorato.

— Ve lo giuro da cavaliere di onore.

— E giuratemi altresì, che anco per via indiretta vi asterrete da

qualunque oltraggio, ferita o percossa.

— Ed anco questo giuro.

— Or bene, adesso attendete a guarirvi, sicchè in breve possiate

accompagnarmi a Roma, che mi pare mille anni di levarmi da tanto

travaglio.

Così dicendo partiva: non potevano per anco essere passati cinque minuti

da quando ella lasciò la camera di Lelio, che questi chiamata la

Caterina se la fece sedere al fianco, e con voce blanda le disse:

— Caterina, tu sei vecchia di casa mia; tu mi fosti sempre fedele, i

miei ed io sempre amorevoli a te; già l'onore mio si può dire l'onore

tuo: ora parlami schietto come faresti davanti a Dio, e non temere

d'indiscretezza, sai! che chiamarmi segreto come il sepolcro gli è

piccolo paragone per me. Dimmi dunque come la è passata stamani la

faccenda con la mezzana del Bulgarini? Che le riportò questa, e che le

rispose la Fulvia? Quali concerti presero? Dove stabilirono trovarsi?

Era la sesta o la dodicesima volta ch'ella ci veniva? Dimmi, e fa di

ricordartelo bene: udisti rammentare la Tofano? il nome della Spera fu

pronunziato da loro? Parlarono di acquetta? Ma perchè non rispondi....

non hai risposto ancora? Ti penti eh? L'hai avuta la imbeccata? Ti farò

parlare al corpo di Cristo....

— Gesù mio! che cosa mi tocca a udire! esclamò la Caterina turandosi con

gl'indici delle due mani le orecchie....

— Parla, strega, ti dico.... parla.

— Signore benedetto! come posso rispondervi io se favellate sempre voi?

Ascoltate; e qui prese a raccontargli il caso della Betta appuntino come

glielo aveva esposto la Fulvia, e com'era di fatto.

Lelio si arrabattava, pareva preso dalla colica; che cosa avrebbe fatto

costui scoprendosi vituperato non si sa, se tanto insaniva nel sapersi

riverito. Finalmente con una faccia, che pareva Longino, interrogò la

Caterina, che gli tremava davanti come una vetta:

— Di' su, credi in Dio?

— Ma che diavolo vi mulina per la testa stamani? Non vi sarebbe mica

entrato satanasso in corpo?

— Portami qui la immagine di Dio.

— Dove l'avete? In casa io non ce l'ho mai vista.

— Via, un Crocifisso, egli è lo stesso.

— Ecco il Cristo....

— Di' su, Caterina, ne hai paura di Cristo?

— Io? No davvero: io lo amo con tutto il cuore, e così confido che mi

abbia ad amare anco Lui.

— Dunque se non ne hai paura non fa al caso. Peggio sarebbe santa

Caterina da Siena: siete tutte donne, e tra voi vi reggete: vien qua,

di':

— Giuro.

— Giuro.

— Per l'anima mia.

— Per l'anima mia.

— Per la mia eterna salvazione, e se spergiuro possa ardere in perpetuo

anima e corpo senza consumarmi mai; il mio cuore e le mie viscere

stracciate in brandelli per essere subito ricucite insieme, a fine di

lacerarle da capo, possa in tutte le cavità del mio corpo essermi colato

piombo strutto, tormentata dalla fame, dalla sete, dal sonno.... Qui si

fermò col fiato grosso come persona, che abbia salito di rincorsa l'erta

di un colle, e la donna era andata ripetendo fino a questo punto tutte

le enormezze, ch'egli aveva profferito: fatto punto ad un tratto

conchiuse:

— Or be', per tutte queste cose giurami avermi confessato la vera

verità.

— Lo giuro.

— Mi fiderò.... ora va.... e mandami Ciriaco.

A Caterina non parve vero sentirsi licenziata, tanto le s'era mosso il

ribrezzo addosso; ma, quando meno se lo aspettava, ecco sente

richiamarsi da Lelio, che le dice:

— Via parla libera, me l'hai tu detta la verità? Bada! sei sempre a

tempo a salvarti l'anima. L'offeso son io; io ti do la quitanza, però

all'arcangiolo Michele cesserebbe il diritto di proseguire contro di te

al Tribunale di Dio la querela di falso testimonio.

— Vi ho a dire una cosa, lustrissimo signor padrone, io credo, che

invece di darvi tanti pensieri del Rosso per l'anima altrui voi fareste

pur bene a provvedere un po' più alla vostra.... Io vi ho detto la

verità, e parmi ci avreste dovuto provare piacere, ma voi cercate il

male per medicina; pregate Dio di non trovarlo quale vi meritate: io

mangio il pane vostro non la vostra cenere; voi fareste scappare la

pazienza a Giob; se così vi quadra, e voi tenetela, altrimenti

rincaratemi il fitto.

E se ne andò sbatacchiandosi l'uscio dietro; dopo lei venne Ciriaco:

brevi le parole e sommesse, accompagnate da gesti rotti e da sguardi

furtivi: indi a poco Ciriaco conchiuse: Ho capito! — E recatosi nella

stalla sellò un cavallo mettendosi senza indugio in via; a mezzo la

contrada, essendosi imbattuto nella Fulvia, che tornava a casa, questa

gli domandò:

— Dove vai con tanta prescia?

— Io me ne vado a Roma.

— E non per acquistarvi la indulgenza. Bada, Ciriaco, colà adesso tira

un vento di forca, che consola; — e le massaie dai campi hanno raccolto

la canapa.

— Gran mercè del buon viaggio, ma non dubitate, padrona, io ci vo per

un'opera di misericordia corporale: sono arrivate novelle, che al povero

babbo mio sia cascata la gocciola; però, se prima che ei muoia io voglia

rivederlo, bisogna che mi affretti.

— Mi pare, anzi sono certissima avere inteso dire, che tuo padre

t'insegnò la via del paradiso montando la scala della forca, venti anni

fa.

— Giusto, proprio come dite voi.

— O dunque?

— Voi sapete, che tutti noi abbiamo come cattolici due padri: già due

padri; non ci è che ridire, uno spirituale, e l'altro corporale: lo

spirituale, vale a dire il compare, ebbe la disgrazia d'incappare in un

nodo scorsoio, ma il corporale, vale a dire quello che mi diede di certo

il nome, e forse la vita, adesso è giunto al _confitemini_, ed io vado a

dargli la consolazione di chiudergli gli occhi in pace.

— Dio faccia, che sia come tu dici, e in questo caso san Giuliano[3] ti

mandi la buona ventura nel tuo viaggio.

[3] È il santo protettore dei viaggiatori.

La Betta avvilita non aveva balìa di comparire per città a giorno

chiaro; e siccome ogni giorno più sentiva il bisogno di andare in chiesa

per raccomandarsi a Dio, così furtiva ci si recava per udire la messa

innanzi che sorgesse il sole, e dopo tramontato a recitarvi i

paternostri verso l'un'ora. — Certa sera, tornando a casa, vide presso

gli scalini di casa un capannello di persone, onde ella ne pigliò

sospetto, ed alquanto sostò; fatta poi accorta dalle voci, ch'ell'erano

donne della contrada con le quali aveva usanza si attentò farsi oltre; e

quelle la salutarono con la solita amorevolezza, per la qual cosa la

povera donna compunta rispose:

— Dio vel rimeriti, sorelle mie....

E poichè esse continuarono i loro colloqui mentre passava, ella udì

certa femmina, cui appellavano l'avvocata, per la facile parlantina, che

diceva:

— E per tornare ai nostri montoni, questo fisico famoso ci è venuto da

Roma dove medica gente, che va per la maggiore, cardinali, prelati ed

altri pezzi grossi; affermasi talora lo consulti anco il papa quando gli

dà noia il catarro: non vi ha male per quanto incancrenito egli sia,

ch'ei non guarisca in meno che non si recita un rosario: possiede poi

un'acqua.... un'acqua che fa la mano di Dio a chiunque la beva:

affermasi l'abbia inventata niente meno che un santo.... mi pare _san

Niccolò di Bari_....

La Betta drizzate le orecchie non perdeva sillaba del discorso di

costei; e sembrandole, che la Provvidenza le mandasse nella sua

misericordia questo aiuto davanti, voltatasi a un tratto interrogò la

donna:

— Carmina, vorreste farmi una carità fiorita?

— Due, Betta, se posso.

— Oh! sì che lo potrete molto agevolmente, Carmina: io vorrei che mi

additaste dove potrei rinvenire questo benedetto dottore.

— Voi siete nata vestita; voi non avrete a sconciarvi per trovarlo; il

fisico che io vi ho detto alberga qui presso, in questa stessa contrada

nella locanda dell'Àncora di Oro; chi lo ha visto, e ci ha parlato, me

lo assicura tanto benigno, che per lui non ci è pasto, o sonno che

tenga, sempre parato a soccorrere chi patisce, massime noi altra povera

gente.

La Betta tolto commiato dalle donne, non senza avere prima profferto

grazie alla Carmina, se ne andò difilata alla stanza del fisico romano;

ci arrivò su le due ore di notte; e siccome costui non si era messo a

giacere, e le visite lo avevano lasciato libero, così senza indugio fu

fatta passare. Difficil cosa ci è ritrarre questo alunno di Esculapio,

imperciocchè ci comparisca davanti di notte; dalla lucerna emana

scarsissima luce, a moderare la quale una ventola di taffetà verde l'è

messa dintorno: arrogi una parrucca arruffata a riccioloni, che

gl'ingombra le spalle, e gli casca sul petto a guisa di stola; di più a

cavallo al naso porta due occhialoni con le lenti larghe come uno scudo,

legati in osso di balena, i quali eziandio ai giorni della gioventù

nostra abbiamo visto stringere spietatamente il naso delle ave nostre,

tuttavia conosciuti col nome di _occhiali di Roma_: del rimanente

pallido in faccia, bernoccoluto, duro; le mani rugose, venose, piuttosto

convenevoli a villano che a chi fa professione di arte liberale. A

giudicarne dal dardeggiare delle sue pupille verso la porta, per

iscorgere chi entrava, si sarebbe detto, che cotesti occhi di falco non

avessero mestieri di aiuto, ma l'apparenza inganna; parve altresì, che

alla vista della Betta esultasse, che la riconoscesse e movesse le

labbra per salutarla; poi si tenne aspettando che la sopraggiunta

favellasse. Betta, dopo le più umili salutazioni che ella seppe fare,

incominciò:

— Molto magnifico signor mio, dopo la Madre dei dolori non credo sia

stata al mondo donna più spasimata di me; io vengo a voi come a persona,

che dopo Dio può dare un po' di refrigerio alla tribolazione che mi

travaglia......

— Parlate libera, donna mia, che noi altri faremo quello che potremo; li

santi, non ci è che dire, possiedono soli la virtù di operare li

miracoli, ma anco noi altri qualche cosa possiamo.

— Vorreste voi venire a visitare il mio figliuolo?

— Non impreme per ora, raccontatemi in dove si duole.

E qui la Betta minutamente, a parte a parte narra le infermità di

Paride, la vigilia pressochè continua, il sonno affannoso, breve ed

interrotto, la luce odiosa, ogni leggero strepito potente a commoverlo

da capo a' piedi, abborrimento al cibo, inestinguibile la sete; la voce

varia ora acuta ora cupa; un vaneggiare frequente; sospiri profondi, e

incessanti così da logorare un petto, che non di carne, bensì di bronzo

si fosse; un deperire ad occhio, un subito trapasso dalla tenerezza al

furore; chiuso nei detti, più che con altro esprimere il suo affetto col

celere e veemente stendere, e chiudere le dita delle mani. Il fisico

romano tutte le quali cose udite, senza neppure pensarci, esclamò:

— Poffare Dio! Se questo non è amore, io non so che mi sia.

— Pur troppo voi vi siete apposto alla prima.

— Ma ci credo anch'io! Adesso sentitemi; a malattie di simile natura

dopo la mano del Signore non si trovò medicina che giovi più di quella,

che mandare il malato in paesi lontani....

— Ahimè! sospirò Betta nel presagio di aversi a stare alcuno spazio di

tempo separata dal suo Paride.

— Cara mia, ci vuol coraggio, e poi chi ha fede si rivede: il punto

adesso sta nel ristorare le forze del vostro figliuolo, ond'egli possa

mettersi in viaggio; e questo vi prometto in breve; non vo' speranzarvi

da un minuto all'altro, ma fra due giorni, o meno vi assicuro averlo

allestito da condurlo fino al Cattajo, per mare o per terra, senza che

ei se ne risenta....

— Oltre le benedizioni, che vi manderò finchè io viva, voi ne avrete

premio di cui vi chiamerete contento.

— Oh! questo non monta; noi altri operiamo sempre per il bene della

umanità. Ecco qua, aggiunse il medico levandosi da sedere, e andato a

prendere ad un armadio certa boccetta contenente forse un bicchiere di

liquore limpidissimo affatto simile all'acqua; ell'appariva ottimamente

chiusa con una carticina impastata davanti dove si vedeva ritratto un

vescovo con la sua brava mitra e il pastorale, e sotto a quello

leggevansi le parole: _Manna di san Niccolò di Bari_; il medico

mostratala a Betta aggiunge: — Ecco qua san Niccolò, roba santa ella è,

dunque non può fallare. Adesso ascoltatemi: voi farete una mulsa dove

metterete miele vergine in abbondanza, e se ci volete anco sbattere un

uovo non sarà male, come non farà peggio se ci scotterete due o tre

chiodi di garofano: quando lo infermo chiederà da bere, e lo chiederà

spesso, per ogni bicchiere di mulsa, potete metterci da otto o dieci

gocciole della manna di san Niccolò, e mirerete il miracolo: sopra modo

poi vi raccomando operare queste cose segretamente, senza che lo infermo

ne sospetti nè meno: ciò potrebbe guastare la cura: voi incomincierete

quando vorrete, ed anco subito; e questo mi parrebbe il meglio prima che

la infermità pigli maggior piede.

— Voi siete il mio salvatore; mi pare mille anni di provare: ora ecco,

scusatemi, accettate questi due scudi che mi trovo avere allato; io non

pensava venire da voi; ma se il mio Paride guarisce io vi ripeto, che

non istarà per me, che voi non vi diciate soddisfatto....

— Vi aveva pur detto, donna mia, che me non muove fine di lucro:

tuttavia mi repugna mortificarvi; io accetterò questi scudi per farne

dire un paio di messe in suffragio.... voleva dire per la salute di

Paride.

Betta tornossi a casa, che pareva avere le ali; se non fosse stato tardi

si sarebbe messa a cantare: prima si fece ad augurare la buona sera a

Paride, il quale la rimproverò di averlo lasciato solo, ed ella:

— Come solo? O non ci era Filippa? Non la Girolama? Non Laparello?

— Sì, ci erano, ma quando non ci sei tu, mi sembra essere solo.

— O caro, risponde Betta, abbracciandogli il capo e stringendoselo al

seno: fatti cuore, io mi trattenni a pregare Dio per te, il quale ho

supplicato tanto, che confido mi abbia esaudita.... vedrai.

Subito in cucina, dove mise tanto carbone ad ardere, che ce ne sarebbe

avanzato per arrostire un bue, e perchè accendesse più presto ci

soffiava da scoppiarne le gote, senza curare della cenere, la quale le

andava ad insozzare la faccia e i capelli. In breve la mulsa fu lesta, e

tutta festosa, come fanciulla che vada a nozze, Betta la portò a Paride,

che per la nuova assenza, e per la sete taroccava: egli la prese, e di

un tratto la buttò giù:

— Buona!

— Ma ci credo, che sia buona, ripetè orgogliosa la Betta.

Povera Betta prima di porgerla al suo dilettissimo figliuolo ci aveva

versato la manna di san Niccolò: anzi la dose assegnatale dalle otto

alle dieci gocciole sembrandole poca ce ne versò dodici. — Contenta più

di una Pasqua per la buona accoglienza incontrata, chiese ed ottenne

tornarsene in cucina ed ammannirne un'altra. — Era cosa da strabiliare,

vedere la Betta correre su e giù, che tanto non avria fatto un capriolo,

garrire, mettere le mani da per tutto, e per la prescia, contro il

consueto, non ripulire gli arnesi e rimetterli al posto. Questa volta ne

fece per quattro bicchieri, avvisando, che sarebbe bastata durante la

notte. Ricondottasi in camera, lui richiedente, gliene porse un secondo

bicchiere, poi curvata la persona con le mani incrocicchiate si

abbraccia i ginocchi, sporgendo la faccia verso Paride per contemplarne

i moti lievissimi del volto. Mentre piena di ansietà aspetta vederselo

trasformare sotto gli occhi, rifiorirne le guance, e l'alma salute

versare a piena mano i suoi tesori su quel caro capo, con terrore

infinito lo vede farsi colore di cenere, pigliare la faccia aspetto di

cadavere, attenuarsi le narici, infossare gli occhi, incavarsi le

tempie: tremare le labbra convulse, tutta la pelle incresparsi fitta

fitta come nell'agonia degli uomini, ed anco degli animali bene spesso

succede: indi a momenti il sudore piovergli giù dalla fronte in tale una

copia, che pareva che piangesse; di subito ecco con voce rantolosa

gemere:

— O Dio ardo, Betta, mi piglia fuoco la gola; acqua, subito dopo grida,

acqua. — E la Betta in piedi acqua cerca, acqua gli porge non senza

prima versarci nuova dose di manna di san Niccolò per amore di calmarne

le angoscie: ma quelle andavano aumentando: di corto il veleno si palesa

nella sua terribile potenza, avendo trovato il corpo debole, e mal

disposto vi si apprese come la fiamma alle legna secche, ecco mutare la

immobilità in agitazione, Paride si voltola per il letto mugolando,

straccia co' denti le lenzuola, si aggrappa con le mani alle colonne del

letto, tira calci frequenti più che non fa il marinaio cascato in mare

in procinto di annegarsi; urla il nome di Dio e dei santi, chiama in

soccorso i congiunti morti e vivi; maledice la Fulvia causa di ogni

infortunio, mostra pentirsi poi, torna a maledirla, finalmente ogni cara

affezione si spegne, e prevale esclusivo l'odio nel suo aspetto più

terribile. Il veleno prosegue la opera della distruzione, la faccia del

misero giovane, da cenerina, ch'ella era, piglia il colore violaceo,

indi con subita vicenda nera; gonfia qua e là di vesciche: davvero era

una rincorsa spaventevole alla distruzione. Con disperato progresso

dalla bocca piglia a colare un'umore viscoso di odore insopportabile;

dopo cominciano i conati al vomito accompagnati da singulti da

schiantare la gola; appena cessato il vomito cominciano le deiezioni

alvine di cui la fetidezza ammorbava.

Tali, e più tremendi ancora gli effetti dell'acqua tofana, così

appellata perchè certa mala femmina nata a Palermo la trovò; ella si

conobbe distinta anco col nome di acqua di Perugia; comunemente dicevasi

_acquetta_, perchè limpidissima; da Palermo la strega si recò a Napoli,

dove assai si adoperò nella tetra sua arte, ed istruì alcune, le quali

la propalarono da per tutta Italia massime a Roma: sovente la cupidità

dava mano a cotesto veleno, ma più spesso l'odio e lo amore; nati a un

parto come Esaù e Giacobbe di cui l'uno nascendo agguantava l'altro pei

piedi, ed anco un po' come Eteocle e Polinice s'è pur vero quanto ci

raccontano i vecchi libri, vo' dire, che eziandio nel ventre di Giocasta

si azzuffassero. Parecchie mogli diventate moleste ai mariti sparivano,

ma due e tre cotanti più erano i mariti, che di mala morte cessavano. —

E' sembra, che le donne, in tutto il resto, bene intesi, amabilissime

creature, quanto ad avvelenare ci abbiano un genio proprio speciale;

difatti a Roma andò celebre la Locusta ai tempi di Nerone, in Francia la

Brinvilliers, vera provvidenza degli eredi impazienti, a benefizio dei

quali inventò la _polvere di successione_; e fo punto[4]. — La più

celebre allieva della Tofana si chiamò Spera, la quale (orribile a

dirsi!) tenne scuola frequentata da giovani mogli (uomini

l'avvelenatrice non voleva) che certo non appresero il mestiere indarno,

sicchè Roma andò funestata da strane morti: e tanto si sparse intorno il

terrore, che il governo di papa Alessandro VII attese con ogni sottil

diligenza a scoprire la congiura, e ci riuscì con molta sua lode. La

Spera alunna della Tofana e come lei siciliana con quattro altre

complici finì strozzata, e non ebbe il suo avere. Intorno alla morte

della Tofana corre diverso il grido: taluno afferma, ch'ella si

riparasse dentro un convento, dove traeva vita santissima da edificare

le compagne; però tanto non seppe infingersi, che gli occhi acuti di un

bargello non distinguessero sotto le vesti della recente monaca

l'avvelenatrice antica; onde, quinci tolta, e processata, dopo avere

confessato, che ben seicento persone per opera sua ebbero la morte pagò

le debite pene; altri poi narra, che nel convento ella finì la vita

lasciando esempio imitabile di virtù ed odore di santità da sentirsi pel

paese quattro miglia lontano.

[4] Aggiungasi il recente processo delle avvelenatrici di

Marsiglia.

Intanto tutti i servi di casa Bulgarini, e non pochi del vicinato,

tratti dal rumore degli omei, eransi raccolti nella stanza di Paride;

tanti capi, tanti pareri, chi, secondo gli umori, voleva, che innanzi

ogni altra cosa si pensasse all'anima e si mandasse pel confessore, chi

all'opposto si provvedesse al corpo e si cercasse il medico, e chi il

notaio per acconciare gl'interessi del mondo, chè a quelli dell'altro

Dio ha destinato la eternità per pensarci due volte ed assettarli a

bello agio. I rimedi proposti vari e stranissimi; ognuno, o per dire

meglio ognuna, sosteneva a spada tratta il suo, sicchè vennero a lite

fra loro; e' fu mestieri transigere accettando un po' da tutte; così

preso un piccione, e tagliatolo in mezzo lo adattarono al povero infermo

come cuffia sul capo, ebbe senapismi ai piedi, fomente al ventre,

cristei, per bocca acqua calda e olio; poi il _lumen Cristi_ sul seno;

l'ulivo benedetto su la fronte; abitini un diluvio; le goccie di san

Tommaso di Aquino, le quali, per dire la verità, in cotesto caso

facevano proprio la figura del Soccorso di Pisa, s'è pur vero, che san

Tommaso morisse per lo appunto avvelenato. Dopo un tafferuglio da non si

dire, tre persone corsero in tre parti per chiamare confessore, medico e

notaio; quindi subito fu spedito la quarta per avvisare il fratello di

Paride, Lattanzio con raccomandazione, che venisse via a rotta di collo

se pure intendeva vedere vivo il fratello. — Primo accorse il prete con

tutti gli arnesi del suo mestiere, il quale messa subito la mano ai

ferri incominciò dalla confessione; ma lo infermo comecchè fosse più nel

mondo di là, che di qua, mostrò disgusto per cotesto ronzío, che il

prete gli faceva nelle orecchie da parere più che altro un moscone

dentro un fiasco; allora lo tenne per confessato, e passò alla

comunione; nè in questa il prete fu meglio avventuroso, chè il vomito

incessante non gli concesse il destro per introdurgli in bocca l'ostia

consacrata: indizio pessimo per alcune comari, le quali dopo cotesto

caso si allontanarono, giudicando lo infermo al tutto sfidato;

imperciocchè tenessero per sicuro, che se ci entrava l'ostia avrebbe

fatto perdere la virtù al veleno come si era altre volte veduto.

Sopraggiunse in cotesto frattempo il medico, il quale per far presto si

era vestito correndo per la strada, che era a vederlo una pietà: tolto

subito un lume lo accosta alla faccia del moribondo, nè parve nè anco un

momento perplesso intorno alla indole del male: tra spaventato, e

affannoso si volge agli astanti e domanda:

— Chi aveva in cura questo infelice?

— E chi altri se non io? rispose Betta.

— Che cosa gli avete voi ministrato?

— L'acqua miracolosa del medico romano.

— Quella, che aveva suggerito io, mormorò sommesso una comare comparsa

nella stanza per amore di curiosità e di confusione.

— Ecco qua la guastadetta, continua la misera donna, vedete egli ne ha

bevuta appena la metà.

La vide il medico, lesse la leggenda: _Manna di san Niccolò di Bari_ e

compreso di orrore esclamò:

— Avvelenato! — Iniqua femmina.... tu l'hai avvelenato....

La Betta proruppe in un urlo che straziò le orecchie, e più il cuore a

quanti lo udirono, con una mano si svelse una ciocca intera dei suoi

capelli grigi, con l'altra strinse la maladetta guastada, e fuggì via

come persona diventata per subita mattezza vesana. Ogni rimedio parve

inutile al medico, pure lo tentò, ma lo stato dello infermo andò di mano

in mano peggiorando, sicchè sul mettersi del dì egli si era condotto _in

extremis_. In cotesto punto si affacciò su la porta il fratello

Lattanzio, il quale, passando a respirare dal vivido aere cotesta

atmosfera tetra e pestifera, balenò su la soglia per cadere: riavutosi

alquanto, corse diritto alla finestra e la spalancò. Il sole sorgente ci

versò un fascio di raggi i quali precipuamente illuminarono il letto, lo

infermo e ogni altra cosa. Orribile vista! Nulla più presentava di umano

il misero giovane, quanto rimaneva era informe carne putrefatta;

Lattanzio stette come impietrito, ma Paride, o sia che lo improvviso

colpirlo della luce suscitasse in lui la estrema scintilla della vita, o

sia, come per ordinario avviene alla creatura prossima a finire, che

sembra farsi indietro nella vita per pigliar campo a dare il tuffo nella

morte, fatto sta, che aperti gli occhi riconobbe Lattanzio, e con voce

maggiore di quella, che pareva consentirgli il suo misero stato susurrò:

— Fratello! Ti lego la mia sostanza e la mia vendetta. La Fulvia mi ha

avvelenato.

E più non potè dire: un singulto gli troncò la parola e la vita. Per

consiglio, anzi per ordine espresso del medico, fu ordinato che senza

perdita di tempo il corpo o piuttosto i miserandi avanzi del corpo di

Paride si ponessero dentro una cassa di quercie piena di calcina forte,

ed occorrendo, la prima con una seconda cassa si fasciasse come invero

fu fatto. Osservarono, ed anco questo diede novella prova dello

avvelenamento, come nel levare il cadavere dal letto per metterlo dentro

la cassa lasciasse la massima parte dei capelli sul guanciale, e gli

cascassero le unghie dalle mani diventate nere. Essendogli stato

rinvenuto il testamento sotto l'origliere, si notò, che di veruno dei

tre accorsi tornarono utili gli uffici; così la va pur troppo, mentre un

uomo solo può far male quanto vuole, ed anco più di quello che vuole,

una moltitudine di uomini si trova inetta a ripararne la minima parte,

ed anco questo si chiama provvidenza.

Non invitato era comparso un altro personaggio, ed era il bargello, che

avuto fumo della cosa venne a pigliare notizie per informarne il

Magistrato degli Otto; non ci fu mestiero argutezza, per mettere la mano

sul filo della matassa: la Betta aveva la chiave di ogni cosa: dov'è la

Betta? Chiamisi la Betta. Si fruga, si rovista, mandasi fuori, e da per

tutto si cerca, tranne nel luogo dove sembrava più facile rinvenirla, in

camera sua. Andarono, trovatala chiusa, di uno spintone scassinarono

l'uscio. Betta giaceva morta sul pavimento accanto ad un

inginocchiatoio; erano in lei meno gagliardi, pure tutti i segni di

veleno come in Paride: di fatti sopra lo inginocchiatoio appariva la

guastada della _Manna di san Niccolò di Bari_ vuota fino all'ultima

goccia; cadendo riversa l'era schizzato fuor della tasca del grembiale

uno stiletto, che fu riconosciuto appartenere a Paride.

[Illustrazione: .... Betta giaceva morta sul pavimento

accanto ad un inginocchiatoio; (Pag. 78.)]

Dietro alquante lievi ricerche si venne a sapere come Betta, quando

sparve dalla camera dopo le parole fiere del medico, fattasi a certo

stipo ne cavasse fuori un pugnale, riponendovi in vece e chiudendovi a

chiave la caraffa dell'acqua tofana; poi uscì correndo. Recatasi

all'albergo dell'_Àncora di oro_ domandò del medico romano, e dall'oste

le fu risposto con una carta d'improperi contro cotesto farabutto, che

appena ella aveva sceso le scale egli le aveva tenuto dietro, ed essi

avevano creduto la seguitasse a casa per visitare lo infermo; ma sendo

scorse parecchie ore della notte, senza vederlo tornare, saliti nella

sua camera avevano veduto, come l'assassino avesse loro lasciato in

pagamento la valigia piena di paglia e la parrucca di cui compariva

incamuffato; male patendo la beffa, e il danno, essersi l'oste condotto

fino alla porta Romana per domandare alla guardia se avesse visto

passare gente, e la guardia avere risposto, che sì, ma verso la terza

ora di notte, e volere adesso rincorrere l'uomo, il quale, a quanto

sembrava, buon cavallo aveva sotto, egli era come andare a mettere un

pizzico di sale su la coda di una rondine. Allora la Betta si ridusse a

casa; chi l'avesse vista, per certo avrebbe detto: costei porta la morte

in seno; riaperse lo stipo, prese la guastada della mortale acquetta e

con essa in mano si chiuse in camera.

Pare, che suo intendimento fosse uccidere prima il medico traditore, poi

sè forse di ferro: mutò pensiero, e le piacque procurarsi morte uguale a

quella, onde periva il suo Paride. Dimenticò rimettere al posto il

pugnale, chè altra cura la tribolava: s'inginocchiò davanti la Beata

Vergine, pregò per Paride, per tutti e per sè, con molte lacrime chiese

perdono di quanto stava per commettere, confessò a Dio padre le sue

peccata, e per ultimo bevve tutto fino all'ultima stilla l'acqua tofana;

nè si rimase dallo stare genuflessa, finchè gli atroci dolori di visceri

non la costrinsero a contorcersi convulsa sul pavimento. Quivi spirò

supplicando a vicenda ora la Madonna ed ora Paride.

Povera Betta! — Povera Betta! Aveva tanto cuore la povera Betta.... ah!

Il destino: romanzo · 第 6 / 14 题