CAPITOLO IV.

Il Castigo.

A Lelio si cacciò addosso la febbre della paura, onde giudicandosi più

sicuro in villa (dove a verun patto non consentì accompagnarlo la

Fulvia), colà si ridusse: appena si può con parole significare lo stato

miserrimo in cui cadde disfatto dal rimorso, e dal terrore. Quanto a

rimorsi alla lunga ci si sarebbe accomodato però che, come il proverbio

insegna, anco co' denti guasti si mastica, ma quello che non gli dava

tregua era la paura. Pertanto appena arrivato in villa si diede

sottilmente a rivedere le mura, le finestre e le porte; le prime tastò

per conoscere se per caso in parte fossero deboli, ovvero contenessero

qualche vano di gola di cammino, o simile, intonacato alla meglio per

non parere, come talora succede, ma le trovò salde quasi di fortezza:

alle finestre terrene in fretta e in furia fece raddoppiare le

inferriate; porte e finestre del piano terreno munì d'impostoni con

nottole da assicurare usci di città; inoltre, appena sonate le

ventiquattro, li rinforzava mercè stanghe di querce poste per traverso,

ed intromesse nelle buche aperte dentro i muri di sguancio. Molte volte

in capo al dì mandava contadini a speculare se scoprissero uomo in

cotesti dintorni, ovvero a pigliar fumo se taluno avesse incominciato a

bazzicare per quei pressi; nè soddisfatto a tanto, ordinò gl'inalzassero

per bene quattro braccia una torretta sorgente sul tetto della casa onde

scoprire maggior tratto di paese, e quivi sovente si metteva egli stesso

a velettare per ore ed ore. Ogni giorno che Dio mandava in terra, appena

la serva tornava dal mercato del prossimo villaggio, egli la sottoponeva

a inquisizione, interrogandola troppo più sottilmente del fiscale, che

avesse visto, che udito, che cosa ella avesse detto altrui, e che altri

detto a lei; visi nuovi ce n'erano capitati? E via, e via. All'ora dei

pasti egli medesimo si recava a pigliare acqua alla fontana, alla quale,

per trovarsi fuori dell'orto chiuso da muro, si faceva accompagnare da

contadini armati, ed egli stesso portava con una mano l'orciuolo,

dall'altra il moschetto; più tardi quando la stagione si rese inclemente

di per sè l'attinse al pozzo, che gliela dava salmastrosa ed amara,

piuttostochè fidarsi ad altri, che andasse alla fonte; presala, la

chiudeva nella credenza riponendosene la chiave in tasca. La più parte

del tempo stavasi in cucina per assistere alla cottura delle vivande, nè

gli bastava, che non se ne saria messo per cosa al mondo un boccone in

bocca laddove la serva non le avesse pregustate; ed era argomento di

giocondità considerare com'egli per ottenere questo scopo ora vi

adoperasse le preghiere, ed ora le minacce, e strattagemmi infiniti:

quando non gli sovveniva altro partito ne gittava un pezzo al cane e al

gatto, i quali lo assistevano al pranzo a destra ed a sinistra del

seggiolone, come il diacono e il suddiacono il prete quando celebra la

messa, e poichè gli pareva, che lo avessero senza sospetto rosicchiato

come senza danno ingerito, allora si attentava a mangiarne anch'egli. La

sera prima di giacersi tirava il chiavistello dell'uscio di camera, ne

chiudeva la serratura a due mandate, poi ci appuntellava tavolini e

scranne, all'ultimo s'inginocchiava accanto al letto, e sporgendo la

candela sguaraguardavaci sotto. Non passava notte che il sonno non gli

fosse rotto subitamente da sogni spaventosi, o da altre cause inani in

sè, e pure capacissime ad atterrire uno spirito atterrito: certa volta

un parpaglione gli prese a zufolare intorno al letto, ed egli immaginò

che l'anima di Paride si accostasse a sollevargli le foglie del saccone,

ond'ei si levò di un tratto a sedere sul letto urlando da spiritato:

«Misericordia! misericordia!» e siccome la farfalla non cessava il

ronzìo, ecco si precipita giù dal letto per fuggire; invano, chè lo

insetto gli svolazza intorno agli occhi e al naso: fuori di sè, co'

capelli come stecchi ritti mena pugni a destra ed a sinistra, finchè la

farfalla visto uno spiraglio di luce si drizza verso la finestra dove la

insegue Lelio, e ce la chiude spingendole addosso le imposte: allora si

udì raddoppiato lo strepito, il quale alla inferma fantasia del Griffoli

fece supporre, che la fantasima rotti i cristalli fosse fuggita via;

ond'egli grondante di sudore tornossi a giacere, nè ebbe requie mai, chè

a destra si volgesse, ovvero a manca, incontrava la faccia di Paride,

che gli mostrava i denti in atto di morderlo. Un'altra volta avendo

spento la lucerna, e lasciato lo spegnitoio sul beccuccio avvenne, che

nel dar volta su le piume urtasse con le coltri la tavola dov'era la

lucerna, ove lo spegnitoio cadde, e cascando diede dentro alla colonna

di quella, la quale mandò un suono acuto ripercosso dall'eco della

stanza. La novità del suono, il caso inopinato ebbero virtù di levare di

sentimento il peccatore, che si avvoltolava pel letto mugolando a modo

di uomo preso dalla colica: si quietò dopo un lungo anelito ed

abbandonandosi sul guanciale con un gemito, che gli partiva proprio

dalle viscere, disse: «Oh! che affanno.» Come provvide il cielo, il peso

del delitto l'opprimeva; colui che aveva spenta la vita del fratello da

per tutto paventava una insidia alla sua; l'avvelenatore temeva in ogni

liquore il veleno.

Intanto la Fulvia rimasta in Siena di breve venne chiarita dello errore

suo, e seppe Lattanzio non essere larva od ombra vana, bensì giovane

potente di vita e di leggiadria: quella sua faccia piena di corruccio, e

pure di grazia le stava impressa nella mente, perchè simile alla

sembianza di Paride quando nella sua immaginativa divenuto pio le

pronunziò la parola di perdono; e dove mai ella avesse potuto

dimenticarlo, troppo spesso incontrava Lattanzio, perchè non le venisse

rinfrescata; il quale, a vero dire, la guardava sempre a squarcia sacco,

anzi un dì peggio dell'altro, e nondimanco la Fulvia nutriva in cuore la

speranza, che l'ira fosse giunta sul pendìo, pari al marinaio, che, nel

massimo infuriare della tempesta, presente non lontano il termine di

lei. A poco a poco tanto nel desiderio di Lattanzio si accese, che in

meno di un mese le parti di Paride verso la Fulvia parvero mutarsi in

quelle di Fulvia verso Lattanzio; lui cercava, ed anch'egli un po'

cercava lei non fosse altro per farle, com'ei credeva, paura; lui nella

segreta sua stanza indefessa invocava, per lui vigilava, per lui

pregava, per lui sentiva struggersi dentro. Mirabile a dirsi! Comecchè

giacente in letto si fosse, col cortinaggio chiuso, e chiuse del pari le

finestre e le imposte, di un tratto un tremito fitto le si metteva

addosso, i denti le battevano, e gli occhi intantochè esclamava

smaniosa: — Eccolo! eccolo! — Chi ecco? — Egli, Lattanzio, il Bulgarini.

— Temerono un pezzo, ch'ella non finisse per dare il tuffo nello

scimunito; ma in breve toccarono con mano, come Lattanzio presentito, e

preannunziato da Fulvia, o si affacciava in cotesto punto alla contrada,

o stava poco a vedercelo capitare. Ai giorni nostri chi crede a simili

presentimenti, chi no; ma a senso mio è più facile negare la virtù

magnetica, che dimostrare sul sodo ch'ella non sia. Questo intenso

desìo, crescendo di ardore diventò spasimo; ond'ella all'ultimo

deliberò, postergato il pericolo, ogni verecondia cessata, di chiamare

Lattanzio a privato colloquio.

A privato colloquio! Ma sa ella che il cuore di questa sua Fulvia assai

mi ha l'aria di un pagherò all'ordine s. p., il quale in meno che non si

recita un _credo_ può girarsi ad una serqua di persone. — Scusi, mio

lettore garbato, prima di tutto, o (come i Piemontesi invariabilmente

scrivono, e bene) _innanzi tratto_, io non mi sono impegnato a

mantenerle la Fulvia uno stinco di santo, nè farina da farne ostie; e

poi cotesto amore era una faccenda, la quale non generata da obietto

esterno, bensì si accendeva dentro, e quivi nata e cresciuta, calzata e

vestita si riversava fuori; nel che corre grandissimo divario: la prima

senza uomo non può stare, la seconda sta anco con la rimembranza: sicuro

eh! e chi lo nega? Quando il tuo amore gli è bello formato nel penetrale

dell'anima tua, se ti occorre una nicchia dove posarlo tu ce lo metti

subito, e ti pare leggerezza, o peggio, e non è così. Fulvia si era

condotta ad amare Paride morto, adesso quando se lo aspetta meno, si

mira comparire davanti un Paride vivo, e per di più fatto a pennello, e

il suo cuore si volge a questo: veda, e' fu come passare di camera in

salotto: di più io non so dirle, per maggiori spiegazioni, benigno

lettore, io la rimando alla sua moglie, che naturalmente se ne intenderà

più di me: per la qual cosa la non m'impacci di più, e mi lasci finire

il racconto.

Pertanto ella si mise a pensare sul modo di avvertire Lattanzio del suo

desiderio: avrebbe voluto scrivergli, ma se costui la odiava, e avesse

voluto intorarsi nell'odio, non poteva adoperare cotesto suo invito per

farla la più vituperata femmina del mondo? E poi che dirgli? Se poco o

non sarebbe venuto, o chi sa che mai avrebbe abbacato col cervello: se

molto, ci era il caso, di vederci entrare chi doveva starne lontano, vo'

dire Don Mattias de' Medici governatore di Siena, ovvero i Signori Otto.

Meglio commettere il negozio in mano a donna discreta, che andasse a

tenergliene proposito destreggendosi cauta per non fare scappucci: ma

dallo altro canto rammemorando i modi da lei e da suo marito adoperati a

danno della povera Betta, quando le si condusse davanti messaggera di

Paride, s'invilì peritandosi di porre allo sbaraglio qualche persona

dabbene: di altre non si sarebbe potuto senza suo biasimo infinito

giovare. — Stringendo ogni ora più veemente la necessità, bisognò non

istar più sul lellarla e prendere partito, onde si risolvè scrivergli:

alla peggio avrebbe potuto stracciare la lettera.... sempre meglio, che

scaraventare giù una donna, ovvero uomo per le scale con pericolo di

fiaccargli il nodo del collo. Rispetto poi a serbare la lettera e

girsene intorno a mostrarla per rendere lei contennenda ed infame....

siffatte ribalderie tra gentiluomini, ella pensava, non costumano.... si

trattasse di un popolano, ti dia la peste! Insomma scrisse. O che

scrisse? Vediamo, leggiamo, sentiamo. Largo, donne mie, ella era una

lettera scema come.... talvolta ne scrivono talune femminuccie senz'arte

nè parte; io ve la riferirò in succinto:

«Signor Lattanzio Bulgarini,

«Se siete, come non dubito, gentiluomo, stasera a due ore di notte vi

aspetto a casa mia: mi pesa essere odiata da voi senza ragione, e solo

che mi concediate un po' di ascolto, io mi auguro chiarirvi interamente.

Vi chiamo in casa mia perchè darvi la posta altrove non mi parve onesto

nè sicuro: pregovi, per la memoria di Paride fratel vostro, a non farmi

attendere invano. Mio marito da molti giorni sta in campagna per

ricreare alquanto la inferma salute. State sano, e supplicando Dio, che

vi tenga nella sua santa custodia mi sottoscrivo: Io Fulvia Griffoli

nata Piccolomini mano propria, Siena 15 giugno 1660.»

Lattanzio quando ricevè la lettera di Fulvia sapete voi a cui pensava?

Ve lo dirò io, pensava alla Fulvia; da qualche giorno si spaventava per

sentirsi di ora in ora meno infellonito contro lei; e sì che il grido

del fratello chiedente vendetta gl'intronava le orecchie; aveva giurato

vendicare la fraterna vita, e piuttostochè mancare si sarebbe con le

proprie mani scannato. O dunque? Anco il lupo talvolta ha bisogno di

aizzarsi all'ira sferzandosi la pancia con la coda; anco il toro prima

della battaglia contro il rivale s'inferocisce cozzando delle corna nei

tronchi degli alberi. Lattanzio si sarebbe dato la disciplina, se non

avesse temuto di farsi male. Al ricevere che fece la lettera della

Fulvia, spiccò un salto, anzi ne spiccò due; proruppe in giuramenti da

tirare giù i travicelli del paradiso (il che per parentesi non sentì

troppo del gentiluomo) poi urlando e pestando i piedi, chiamò i servi

ordinando loro di troncare tutte e due le braccia a suono di bastonate

al portatore della lettera.

— O che un braccio solo non avrebbe a bastare? Domandò uno dei servi.

— No signore, tutte e due, e tre se gli avesse.

— Come comanda vostra signoria lustrissima.

Ma potevano forse essere i servi giunti a mezza la prima scala, che

Lattanzio uscendo con impeto di camera, e correndo loro dietro gridava a

squarciagola: — Bernardino addietro! Qua Giovanni, qua.

E i servi tornavano alla chiamata del padrone, il quale con la borsa in

mano, mite nella voce e nel sembiante favellò:

— Che colpa ha il servo della improntitudine del suo padrone?

— Era quello che diceva ancora io, soggiunse Bernardino.

— Avrebbe potuto toccare a voi.

— Giusto! Non fa nè anco una grinza.

— Dunque non gli fate ingiuria.

— Sarà obbedito.

— Invece pigliate questo scudo e dateglielo dicendogli che se lo goda

alla salute mia.

I servi uscirono piegando il capo, e venuti in parte dove non potevano

essere uditi, in breve si trovarono di accordo su questo, ch'essi da

parte del padrone non avrebbero dato bastonate, ma del pari nè anco

quattrini: si sarebbero spartito lo scudo, e meglio bevutoselo intero: e

su ciò non importa dire altro. — Spiegata e letta la lettera, mi tocca a

patire la umiliazione di raccontare come il pensiero che primo cadde

nella mente di Lattanzio fu per lo appunto quello di spifferare la

lettera strascinando la reputazione della Fulvia in mezzo al rigagnolo;

ma subito dopo gl'increbbe: tutta la mattina mulinò sopra la punta di

ago di una domanda molesta: «Devo andare, o non ci devo andare?» Come!

diceva a sè, tu andrai pacato a vedere la faccia, a udire la voce della

micidiale del fratel tuo? Potrai mirarla e non avventarti alla sua gola,

e strangolarla? Il solo trovarti insieme con lei, meno che per

ucciderla, non è forse renunzia alla vendetta fraterna? — Io non andrò.

— Lusinghe, blandi parlari e lagrimette, bene altri cuori irretirono,

che non è il tuo, Lattanzio: quando d'inganni fu penuria nelle donne,

ricorda Ulisse che, costretto a navigare presso il lido delle Sirene,

turò a sè ed ai compagni suoi gli orecchi con la cera, mentre tu invece

vai senza cera, e costretto a intendere le parole mortali di donna

nemica, di cui le mani, gli occhi, la lingua, i detti e i gesti sono

lacciuoli tesi alla tua vita. — Risolutamente io non andrò. E che può

dirti ella, e che cosa dirai a lei? Quali parole ormai possono correre

tra voi? Non le basta un'anima? O ch'ella è insaziabile come lo inferno?

Ah! temerei incontrare su la porta di lei lo spettro del povero Paride,

che in atto lacrimoso mi dicesse: — «Così hai cura della vendetta di tuo

fratello? — Senza fallo io non andrò.» — Insomma, durante la intera

mattinata, non ci fu rimedio, fermo al chiodo di non volerci andare: si

pose a pranzo, dove cessati i pensamenti stette come smemorato: sembrava

ed era fuori di sè; morse il bicchiere credendolo una pietanza, invece

di condire la insalata disegnò un circolo di gocciole di olio intorno

alla mensa; la mano manca, posta dentro il piatto, per poco mancò non se

la tagliasse immaginandola un pollo. Senza accorgersene bevve più del

consueto, sicchè al levarsi da tavola gli pareva avere il Mongibello nel

capo; il caldo essendo grandissimo si buttò sul letto dove tornò a

molestarlo la facoltà del pensiero, la quale prese a discorrere così: ma

in fine dei conti ella si afferma innocente, e chiede giustificarsi;

l'odio tuo giustissimo investe gli uccisori del tuo fratello; ma s'ella

ti chiarisse non essere fra questi, perchè ti adopri ai suoi danni?

Perchè la opprimi col tuo abborrimento? Giudicare, senza avere prima

ricercata la causa, non è da cristiani nè da gentiluomini, nè da uomini.

_Priore, udite l'altra parte_: sta scritto nella spalliera del

seggiolone del Giudice di Lucignano; ora quello, ch'è buono a seguitarsi

nei villaggi di Siena, non lo sarà in Siena? Se condanni senza difesa

chi andrà assoluto da te? E poi... e poi... bisogna pure confessarlo, la

fronte aperta, e gli occhi.... ah! gli occhini sono testimoni del cuore,

lo dicono tutti, e gli occhi parlanti della Griffoli non attestano animo

pravo; nè brutta femmina può estimarsi, anzi a confessarlo schietto ora,

che nessuno ci sente è bella e baliosa gentildonna... e se non fosse una

tal quale acerbezza nei contorni del volto, si potrebbe sostenere

bellissima; il portamento, lo incesso, i capelli, lo incarnato delle

guance, le labbra vermiglie, tutto stupendo. Le belle donne non possono

professare iniquità, sarebbe una sconcordanza della natura, e di simili

svarioni, frequenti fra gli uomini, non si ammettono nel Creatore. Non

sarebbe mica affatto affatto fuori di proposito andare a sentirla; forse

ti farà conoscere i veri delinquenti, e badiamo veh! Lattanzio, Paride

ha chiesto lo eccidio dei rei non quello degl'incolpevoli. Che viltà

t'ingombra, Lattanzio? Forse è ella una lionessa, e tu un cerbiatto? O

che non hai rasciutto il latte sopra le labbra per avere paura, ch'ella

ti abbindoli? Hai paura? — «Chi dice qui che io ho paura?» — E diede un

salto sul letto agguantando la spada attaccata al muro; — visto poi che

egli stesso si era offeso, e certo senza intenzione di offendersi,

giudicò opportuno di non si ammazzare; e, perchè più oltre io non

produca la esposizione di cotesto spirito incerto, conchiuderò col

dirvi, che al finire del giorno egli era al tutto deciso di andare.

Avvicinandosi l'ora della posta, si vestì nobilmente, esaminò se le

lattughe fossero bene stirate, se gli abiti in punto, scelse tra i

guanti profumati un paio novissimi, poi quasi consultandosi cominciò a

dire: «O che la spada io l'abbia a prendere? — Mai no, o che la Fulvia

sarebbe capace di tanto tradimento?» — E depose la spada sul letto: — e

non di manco, egli proseguiva: «_Fidati_ era un galantuomo, ma _Non ti

Fidare_ fu galantuomo due cotanti più di lui; e i sospetti non sono mica

sassate: quando anco ella si opponesse con tutte le forze, ma la sua

gente potrebbe usarmi mal tratto; e forse avrebbero potuto condurmi nel

bertovello costringendola a scrivermi lo invito pel ritrovo; di queste

trappole ne abbiamo viste delle altre; dunque prendiamola. Ma davvero,

va là che ti puoi vantare paladino finito, condurti armato ad onesto

colloquio di gentildonna: si capisce che il Griffoli potesse odiare il

povero Paride, perchè amante spasimato della sua moglie; ma te per qual

cagione dovrebbe odiare a morte, o che forse tu ami la Fulvia? — Io no

davvero... la devo odiare, e la odio... almeno, finchè non mi si

dimostri innocente come gli Angioli custodi al seggio di Maria

santissima; ond'io non dico amarla... no questo mai... e poi mai come

amante, ma come prossimo sì, già a patto sempre, s'intende che la mi si

mostri bianca come un lenzuolo di bucato.» Lasciò la spada, come quella

che non si poteva celare; ma per via di compromesso tenne il pugnale

nascondendolo nelle tasche delle brache: un termine mezzano, un partito

_da moderato_.

La Fulvia quasi nel medesimo tempo dava opera al proprio abbigliamento:

più che non pareva decente attese a scerre vesti, e colori ed ornati:

forse in occasione tanto solenne ella aveva mente a piacere? Giusto

così: la donna non renunzia mai a piacere; dicesi, una dama presso a

morte volle contemplarsi nello specchio, e miratasi pallida ordinò le

recassero tosto polvere di amido, e pezzetta di levante per

incandidirsi, e imporporarsi dicendo: «Essere sconvenevole aversi a

presentare alla Morte con quella faccia da cataletto;» e la stessa Morte

vidi io raffigurata in uno scheletro inghirlandato di rose. Però la

Fulvia sopra cotesta fronte ampia e bianca su la quale, se Venere

avrebbe deposto lieta il suo serto, Minerva pure non avrebbe sdegnato

coprire col suo elmo, non mise niente. Provò una rosa amaranto, e non le

piacque; soli i capelli nerissimi, acconciati in modo che parevano

arruffati, ed erano con esquisita arte composti; le vesti di colore

oscuro facevano risaltare vie più l'abbagliante candidezza della pelle,

nè tanto accollate, nè scollate tanto da celare troppo, nè palesare

troppo i tesori del seno: appunto come il Tasso dice della rosa, che

quanto si mostra meno, tanto è più bella. Messa bene in arnese si

contemplò anco una volta nello specchio, non senza segreta inquietudine,

chè una voce sottile e pure molesta le zufolava nel cuore, ormai ella

essere giunta al suo trentesimo anno; ma quando, in mezzo al lume dei

doppieri, vide la sua faccia sfavillò di riso, e dallo specchio parve

movere il solito plauso: — va franca, donna, va franca, tu sei ancora

bella.

Oh! che tormento aspettare incerti se la persona desiderata verrà o non

verrà: per me ne ho provato parecchie, ma la dubbia aspettativa mi lima

non pure il cuore e il cervello, ma le altre viscere tutte, e i nervi e

i muscoli; se fosse in balía dei Giudici, io sostituirei la pena della

ansietà a quella di morte: o per meglio dire non la surrogherei

reputandola in coscienza più tormentosa di quella. La Fulvia aperse la

finestra a mezzo e tuffò lo sguardo, quanto poteva protenderlo più lungo

per iscoprire qualche sembiante umano, che colà si appressasse; indarno,

chè le ombre fitte non permettevano spaziare alla vista. Ambe le mani a

mo' di ventola metteva intorno gli orecchi per raccogliere l'onda sonora

mossa da pedate lontane; ma non raccoglieva niente, si alzava cento

volte, e su quanti lettucci, e sedie erano nella stanza si abbandonava;

cominciava un discorso per esortarsi alla pazienza, e, a mezzo si

rizzava in piedi furente e smaniosa. Di un tratto la torre del Mangia

sonò un'ora, Fulvia schiuse gli occhi donde le schizzarono due lacrime;

sentì proprio picchiarsi il battaglio sul capo; successe il secondo

colpo, e con esso la seconda sensazione: se avesse continuato al quinto,

o al sesto, io penso, Fulvia ne sarebbe rimasta o spenta o matta. Il

petto mano a mano ansando ora si angoscia in tali palpiti ai quali

sembra impossibile, che duri il tenue tessuto del petto della donna:

alfine le parve udire strepito lontano; prima di pensarlo si trovò

all'uscio, e apertolo si diede ad origliare; certo avevano schiuso il

portone, certo parecchia gente veniva su per le scale, vide appressarsi

insolito chiarore di torchi: senz'altro era Lattanzio: allora ella

richiuse pianamente l'uscio, e si mise a sedere pestando mani e piedi

per comparire tranquilla. Difatti dopo brevi istanti ecco comparirle

davanti l'aspettato giovane: questi con gentile fierezza fattosi presso

al lettuccio dond'erasi levata la Fulvia per riceverlo:

— Signora, le disse, voi m'invitaste in casa vostra; io sono venuto.

[Illustrazione: Signora, le disse, voi m'invitaste in

casa vostra; io sono venuto (Pag. 116.)]

— Grazie.

— Non ci ha mestiero ringraziamenti perchè qui venni per amore di

cortesia, e per istudio di vendicare la morte fraterna.

— Pregovi accomodarvi, signore.

— Gran mercè! Mi sento a mio agio tenendomi in piedi.

— Allora, ancora io mi terrò ritta.

— Questo non sia: ecco fatto il desiderio vostro.

— Ve ne sono tenuta. — E dopo qualche esitanza un po' vera, ed un po'

finta, ella riprese: — perdonate il mio fiero turbamento; ma vi parlerò

come il cuore mi detta, ed a voi piaccia avvertire la sostanza delle

cose non lo inconsulto favellare (tutto ciò era falso di pianta, perchè

a quello, ch'ella voleva dire aveva pensato tutta la notte, e tutto il

giorno antecedente: ma ciò non importa). Voi, signor Lattanzio, mi

odiate.

Lattanzio non fiatò. La donna ripetè:

— Voi mi odiate; e bene sta; ma perchè mi odiate? Certo perchè credete,

me causa della morte del fratello vostro Paride.

— E se così fosse: non mi apporrei al vero?

— Non vi apporreste al vero, perchè io mi affermo affatto innocente di

cosiffatta sciagura.

— E non vi peritate voi, signora, a mentire così; non temete, che di un

tratto l'anima del povero Paride apparisca qui fra noi e vi dica: «A che

vale la bugia? Cotesto atto è scritto nel libro dei peccati, che

vendicherà la giustizia divina, ed anco la umana.»

— E sia, ma la partita non apparisce accesa a mio nome.

— Od a qual nome dunque?

— Signore, rammentatevi, che nacqui gentildonna e sono dei Piccolomini.

— Sì bene, ma moglie a un punto di Lelio Griffoli. E negherete voi, che

dopo avere condotto alla disperazione il mio povero fratello

inebriandolo con la venustà di cui male vi fu prodiga la natura, voi e

il vostro marito per levarvelo davanti gli occhi gli propinaste il

veleno?

— Non dite questo, signor Lattanzio, disdice a gentiluomo, e a cristiano

calunniare atrocemente come fate voi.

— Lo giurereste?

— Comecchè cugina di un Papa, giurerò se volete, ma assai volentieri mi

asterrei dal giuramento perchè Cristo ha detto: «Non giurare: non pel

firmamento ch'è casa di Dio, non per la terra, ch'è sgabello dei suoi

santi piedi, non pel Signore, il quale vuolsi adorare non sacramentare,

non per te, che nulla hai di tuo, nè manco i vermi, imperciocchè tutto

l'essere tuo ti abbia prestato la natura.» Pertanto adopererò meglio,

che giurare invano, vi narrerò schiettamente il caso. Paride vostro mi

amava certo senza pari, ma per soverchio di passione m'inseguiva più

ardente che il segugio non fa alla lepre; ed io mi sento moglie e

figlia, la mia prosapia onoro, nè io vorrei, nè i parenti patirebbero,

che per me ricevesse oltraggio la casa alla quale appartengo....

— Però voi nella superba mente vostra non trovaste miglior partito oltre

quello di consegnare alla terra il mal capitato amante?

— Io tacqui, ma le sue persecuzioni mi avevano reso favola del paese;

tacqui, finchè potei in casa, e negai; però un giorno venne a parlarmi

certa femmina dello amore suo; il mio marito prese a dirmi vituperio, ed

io vergognando, e crucciata gli apersi l'animo mio alieno affatto da

simili trascorsi, e voglioso di trovarmi affrancata da tanta molestia.

— Voi non uccideste, vi contentaste guidare la mano dell'uccisore.

— Chi vi dà facoltà di giudicare così iniquamente di me? Chi fu

l'uccisore? È ignoto; nè per quanta diligenza ci abbiano messo i

Magistrati si è potuto rinvenire indizi da instituire un processo.

— Sta bene; signora, avete altro da dirmi?

— Ah! Lattanzio, che voi non mi odiate... come micidiale del vostro

fratello.

— Signora... Fulvia, io potrò non odiarvi, e potrò anco... riverirvi,

quando mi avrete aiutato a scoprire il vile avvelenatore di Paride, ed a

compire sopra di lui la vendetta fraterna.

E, salutando profondamente, mosse per uscire. Alla donna non parve

opportuno trattenerlo: così separaronsi la prima volta; la Fulvia rimase

come il pescatore il quale tirando le reti mentre sperava acchiappare un

dentice si trova ad avere preso un crognolo; certo si riprometteva di

più, e il primo senso fu di dispetto, che a mo' del poco vento sul

fuoco, attizzò la sua passione; di vero dopo averci bene bene pensato

su, esclamò: «Faremo meglio un'altra volta» — e non a torto, la pesca

era stata scarsa, ma il mare era riconosciuto pescoso, sicchè nè

contenta nè lieta se ne andò a giacere.

Lattanzio, per la parte sua dando spesa al cervello, ragionava così: «Se

veramente ella non aveva peccato perchè la odierebbe egli? Il fratel suo

tanto nemico di ogni ingiustizia, mentre fu in vita, potrebbesi supporre

mai, che l'amasse morto, e a lui come un giogo di pena lo imponesse?

S'ella aveva detto il vero, in lei sarebbe stata colpa d'imprudenza, non

dolo; e comecchè non bene, pure in parte aveva già scoperto come era

andato il fiero caso.» Simile allo antiquario, che con molto travaglio

tenta ricomporre una iscrizione antica, talvolta si ferma a ritrovare le

ultime lettere; egli con due o tre notizie di più avrebbe ricostruito

precisa la storia della morte fraterna: nondimanco, prima di mettere

mano ai ferri, voleva essere chiaro; per lui spegnere l'omicida del

fratello era meritorio quanto comunicarsi, ma se si fosse ingannato ne

sarebbe morto di affanno: avrà pensato male, ma la pensava così, nè

adesso corre stagione opportuna da fargli una predica.

Ora Fulvia sperava, che Lattanzio la richiedesse di nuovo colloquio, e

Lattanzio per converso teneva per certo di ricevere un secondo invito.

Ella, ad ogni picchio alla porta di casa, sporgeva il capo fuori della

stanza domandando chi fosse; egli tornando a casa, se dopo avere chiesto

se fosse capitata persona a portare lettera o messaggio, udiva di no,

tirava su per le scale fischiando come un serpe. — Così la non poteva

durare, e per queste faccende, bisogna pur dirlo, le donne corrispondono

fra loro come le corde armoniche del medesimo strumento: di nutrice, e

di fantesche fidate, non fu mai penuria nel mondo; le amiche poi fanno a

farsela. Le scuse di cui si ravvolse la seconda chiamata furono

parecchie e sottili; sottili tanto, che a guisa del mantino verde

intorno al lume non celavano il motivo vero. Lattanzio, richiesto se

sarebbe andato rispose di botto: — Magari! — E subito dopo profferita la

parola si morse le labbra in pena del peccato d'imprudenza; ma sasso

lanciato, e parola detta non si revocano più; onde la messaggera

sparvierata sorrise, ed egli diventò rosso fino alle ciglia. La

messaggera discreta fece capace Lattanzio non essere caso ora, ch'egli

come la prima volta si presentasse alla porta maestra, nè che i servi lo

mirassero, nè co' torchi accesi su per le scale lo accompagnassero:

venisse solo verso la mezzanotte e passasse per la viuzza dietro al

palazzo, donde passò Ciriaco reduce da Roma dopo avere avvelenato

Paride. Battesse nei vetri, che gli sarebbe aperto, non traesse seco

compagni, ma venisse difeso di giaco e armato di spada. Ora voi avete a

sapere, come nelle faccende di amore mistero è mezza colpa, o piuttosto

il cartello messo sul crocicchio delle vie per indicare la strada che

mena al paradiso, o allo inferno, secondo che giudicheranno o la

castità, o la età dei lettori così femmine come maschi.

Trovaronsi insieme, dissero, ridissero, e dissero poi le medesime cose:

la Fulvia vinta e sopraffatta non indicò per nome il suo marito, ma lo

descrisse per modo, che di certo non si sarebbe potuto scambiare: ella

insomma fece come il fanciullo còrso quando il bandito si ricoverò in

casa di Piccione; la lingua tacque, ma additò la mano il luogo dove

l'ospite bandito stava acquattato sotto un mucchio di concio. Nel cuore

di Lattanzio ormai era risoluta la morte di Lelio: ora bisognava trovare

tempo, ed occasione per compire la vendetta sicura, per non levarsi come

suol dirsi la sete col presciutto, o pigliare il male per medicina; con

Fulvia ormai i vincoli di amore o ferrei o serici lo avevano stretto più

che fra loro si fossero confessato; si sentirono uno tratto verso

l'altro per la mano, tuttavia comprendendo, che il destino gli avrebbe

strascinati nolenti pei capelli; si amavano, e si odiavano; lontani

smaniavano, trovarsi uniti, vicini pareva loro mille anni di separarsi:

stato di animo di cui avrebbe pòrto immagine l'arme di Siena, spartito

di bianco e di nero: temevano aprirsi il cuore, e tremando che il

terreno si scoscendesse sotto loro, non osavano movere un passo più in

là.

Ma la immobilità non fu mai il peccato di amore: troppo, e troppo forti

le offese non alla stregua affatto delle difese; e chi li spinse innanzi

sapete voi chi fosse, o come si chiamasse? Ve lo do a indovinare in

mille: fu messere Francesco Petrarca. O Petrarca figlio di Petracco

notaro pubblico fiorentino e canonico di Padova, se tu comparivi al

mondo prima di Dante Alighieri, per me credo, che questi invece

d'incolpare Galeotto signore delle quattro Riviere di essere stato il

mezzano tra Isotta e Lancellotto, egli avrebbe addirittura messo in

ballo il Canonico di Padova. — Io pongo su pegno, che le rime del

Canonico innamorato abbiano fatto rompere il collo a più amanti, che il

Boccaccio, l'Aretino, il Casti, e tutti quanti dei quali si tace il nome

_honestatis causa_. Invero, sua mercè, ogni voce di tentazione è messa

in suono di flauto: dittami e rose egli sceglie nei campi dello idioma e

del senso esquisito dello spirito umano e te ne infiora la via che mena

alla perdizione: i suoi sonetti mi hanno sempre avuto l'aria di arazzi

co' quali nel dì del _Corpus Domini_ tappezzano il bordello per celare

la luridezza dei muri: insomma nel volume del canonico tu trovi come si

abbiano ad usare gli atti, i sospiri, le sussurrate parolette brevi, i

dolci sdegni, le molli repulse; e i sorrisi in fondo, veri arcobaleni

degli amorosi temporali: colà tu trovi descritto ed inventariato intero

l'arsenale di amore per istruzione di chiunque volesse approfittarsene.

Aggiungi la civetteria, qualità suprema nei poeti, massime se canonici

(e questo bandisco a voce alta) e nelle donne (questo altro mormoro a

voce sommessa), di mostrarsi e non mostrarsi, e qui dirti quasi a

lettere di avviso della compagnia equestre _Guillaume_, che di non

leciti amplessi egli fu lieto peccatore, e là quasi giurarti su l'ostia,

ch'egli simile in tutto all'armellino, innanzi di maculare la sua

candida pelle, avrebbe preferito morire una volta e mezzo: ipocrito

miscuglio di vanità indiscreta, e di gentilezza stantía. Il corpo non

dona ale, bensì sensi all'anima, ond'ella esaltata dalla sua natura

eterea, e da questi, s'innalza al firmamento dove legge la Gazzetta

ufficiale del Creatore stampata in carattere di stelle; giù, su corre, e

ricorre con voli raddoppiati il cielo col desío della rondine in cerca

di mosche esca aspettata al caro nido. Allora sembra alle anime

innamorate vedere nella luna una vestale che nei silenzi della notte

muova a visitare la tomba dell'amica defunta; per loro i raggi degli

astri lontani paiono benedizioni di luce sopra le sepolture obliate,

forse derise dei caduti ad Aspromonte o a Mentana. Disgraziati!

Ignoravano, che ai popoli è interdetto mangiare il pane della libertà,

se non venga prima, pesato loro sopra la stadera della monarchia: da ora

in poi sapranno dovere che sia. _Discite iustitiam moniti et non temnere

divos_, insegna Tantalo ai dannati nello inferno, ed io lo insegno a

voi, o morti, quasi con altrettanta efficacia... Ah! torniamo alle

beatitudini delle anime innamorate: esse penetrano nei misteri degli

amori odorosi dei fiori, esse sentono i palpiti della marina, e nella

tremendamente indefessa creazione e distruzione sembra loro (o

beatissime!) udire l'inno di ringraziamento dell'universo a Dio, che ci

creò per soffrire e per morire. Però, dopo tanto spaziare dell'anima per

la terra e pel cielo, il caso con uno strettone la tira a sè ed essa

casca giù languida e spossata facile preda del senso, che l'aspetta al

varco. Lasciarci governare dal solo senso è grave fallo; ma a

commetterci in balía del solo spirito non corriamo minore pericolo:

affermarono, che a Roma si va per tutte le strade terrene (ora il

proverbio non corre più, conciossiacchè il governo guastatore di ogni

umana e divina cosa non potesse lasciare intatti neanche i proverbi), ma

allo inferno si fa capo anco per le vie del paradiso: di fatti il

diavolo, o che ci andò da Pontedera? Ci andò precisamente dal paradiso.

Lattanzio solenne ammiratore del Petrarca cominciò dal mostrare alla

Fulvia i motti arguti, i concetti festosi, le locuzioni divine, poi

lasciò cascare il libro, e mise le lezioni nel dimenticatoio; elle

finirono come quelle di Abelardo e di Eloisa, e come erano finite sempre

fra giovani innamorati prima di cotesti due incliti amanti: più baci,

che parole, _eccetera_, finchè il canonico traditore zio di Elisa, che

Dio faccia tristo per tutta la eternità, siccome a Ferraù costumò

Rinaldo.

_Ziffe e acconciollo pel dì delle feste_.[5]

[5] Ricciardetto, cap. XX.

[Illustrazione: .... ed entrambi compiacendosi contemplare

la propria immagine dentro le pupille degli occhi loro, (Pag. 125.)]

E complici erano l'ora, il tempo, e la dolce stagione tutti uniti a

reggere il sacco al canonico, sicchè verso sera, sul bruzzo, quando del

giorno si può dire quello che Dante favellò del foglio che brucia, che

non è nero ancora e il bianco muore, Lattanzio e Fulvia si trovarono

seduti a canto su di un lettuccio; a mano a mano accostaronsi, e poi

tanto si strinsero, che in mezzo a loro non sarebbe cascato, nè un

granello di miglio, nè un pensiero molesto. Come la fosse andata, io per

me non lo so, ma il braccio destro della Fulvia a mo' del vilucchio si

era disteso lungo il collo di Lattanzio, e la sua mano si era posata

sopra la spalla destra di lui; mentre il braccio manco di Lattanzio, in

virtù della medesima natura attaccaticcia, si era allungato a ricingere

la vita alla donna, le braccia rimaste libere si erano anch'esse

cercate, e trovate, ed ora le mani loro vedevansi intrecciate come in un

laccio di amore. In cotesto atto rimasero... non so quanto rimasero, ma

un quarto di ora rimasero, forse venti minuti; molto più che al chiarore

dello spirante crepuscolo uno specchiavasi dentro gli occhi dell'altro,

ed entrambi compiacendosi contemplare la propria immagine dentro le

pupille degli occhi loro, fantasticavano (pietoso inganno!) che

scambievolmente nel fondo del cuore la portassero impressa. Così

guardando un pelaghetto di linfe limpidissime tu vi scorgi i minimi

lapilli, che gli fanno pavimento: ancora ricambiavansi sorrisi

leggiadri, e andavano infaticabilmente domandandosi, e rispondendosi le

mille volte parole, che agli orecchi degli amanti paiono divine, ed a

tutto altro, che intabaccato non sia il metro tedioso del grillo

cantaiolo. Stettero gli amanti fermi al canapo, o lo saltarono? Cari

miei, poco ci vedeva innanzi, adesso poi se non accendete i lumi io non

ci vedo più: forse è da credersi ci sarà corso un bacio, forse dieci o

venti; ma indi in là no davvero, ed io in testimonio pel vero mi offro

sostenere il cimento non già del fuoco, bensì dell'acqua; la prova di

Tuzia vestale, che per dimostrare la propria verginità portò non so per

quanti stadi un crivello pieno di acqua... O che fate bocca da ridere?

Supponete forse, che i miracoli sieno invenzione o privilegio dei preti

cattolici? Quando scoppiò fuori il prete, scoppiò ancora il miracolo

perchè prete, e miracolo sono quasimente due starnuti usciti uno subito

dopo l'altro dal medesimo naso. Difatti dove il miracolo viene meno, il

prete svapora, e poichè questo i preti sanno, talora si provano

rinfrescarsi la origine con prodigi da fare strabiliare i cani; se in un

luogo non attecchiscono, in altro sì, dove durano, e dove fanno

l'effetto della neve marzolina: non importa; la morte ci ha da trovare

vivi; prima, tutti i preti formavano un boa solo a traverso i secoli,

adesso sono bachi da seta, di cui ognuno attende a rodere la sua foglia.

In tutte le faccende di questo mondo gli è il primo passo quello, che

costa, come disse il sagrestano al conte di Say, stupito di udire come

san Dionisio avesse camminato oltre un miglio con la sua testa mozza

sotto il braccio; in quelle poi di amore si ribadisce il chiodo. Quindi

Fulvia e Lattanzio andarono innanzi a golfo lanciato, ma in fondo alla

dolcezza trovavano sempre un senso di amaro; la diffidenza insinuavasi

fra loro come serpe tra i fiori, e Lattanzio a guisa del buono

schermitore, il quale spia il momento di affibbiare all'avversario la

botta maestra, attendeva a cavare fuori dalla bocca di Fulvia la

confessione del veneficio di Paride operato per colpa di Lelio; ed ella

parecchie volte nello abbandono dei facili colloqui era stata le cento

volte lì lì per ispiattellarla, sicchè appena aveva potuto agguantare

per l'ale la parola, mentr'essa stava per volarle dai labbri; ed ora le

toccava a tenere l'occhio alla penna per non rimanere sorpresa; cosa che

fa allo amore, quello che ogni baco fa ai frutti ed ai fiori.

E tuttavia il contrasto, la paura, e (bisogna dirlo a vergogna dello

amore) qualche cosa di peggio, partecipano all'amore una maniera di

mordente per cui dura di più, e i suoi diletti ne acquistano augumento

acre ed intenso.

Ora accadde certa volta, che trovandosi i nostri amanti insieme

producessero la veglia oltre quella parte della notte nella quale non

può giustificarsi nè in greco nè in latino la presenza di un uomo nelle

stanze di una donna, laddove sua legittima moglie non sia, sposata

davanti il sindaco del municipio, o in chiesa al cospetto del prete,

secondo i gusti. Il Mangia puntuale aveva battuto le sue ore con braccio

di ferro sopra la campana di bronzo, ma essi non l'avevano sentite; come

due formiche cascate nel calice di un fior di magnolia inebbriate

dall'odore vi rimangono improvvide di ogni caso, che accada fuori delle

foglie, Fulvia e Lattanzio avevano mandato i loro sensi a spasso in

altre troppo più leggiadre regioni che non sono queste nostre terrene,

onde nè manco udirono uno schiamazzo, che si fece alla porta del palazzo

Griffoli, e l'urto di persone che contrastano, e finalmente lo strepito

dei soperchiatori che irrompono. Domine aiutaci! — S'intende acqua, ma

non tempesta! Essi erano sprofondati di santa ragione. — Sì, signora,

erano sprofondati. Chi può in amore dormire come una lepre, o non ha

cuore, ovvero ha il cuore negli orecchi; chi ama davvero concede a

Lancillotto di appressarsi inaudito, e inosservato a Paolo e a Francesca

e passargli fuor via da banda a banda con un colpo solo di spada. E poi,

o mi dica un po'; quando i Romani, capitano il consolo Flaminio,

combatterono al Trasimeno contro i Cartaginesi, non racconta Livio,

nella Deca, credo terza, che tanto li teneva presi la voluttà di

sbranarsi, che non si accorsero punto del terremoto, il quale in cotesto

istante subbissò città, respinse all'origine parecchi fiumi, e perfino

spianò monti: adesso, vuol essa, gentilissima, concedere all'odio la

virtù che nega allo amore? Legherà i sensi nostri più veemente la rabbia

che la tenerezza? Io non ci vo' mettere su altre parole: me ne rimetto

in lei. E poi tra il fracasso di un terremoto, e il rumore di usci a

forza aperti, e il clamore di servi respinti, una differenza ci corre, e

ne deve convenire anco _lei_. Dunque abbia fede, o signora, ai miei

racconti, almeno quanto a quelli, che le farà il suo confessore.

Ma ecco a riscotere gli amanti Virginia (questo nome ella diceva, le

avevano posto i suoi genitori il giorno dopo la sua nascita, senza

consultarla), la sparvierata fantesca, si rovescia nella stanza

sclamando:

— Eccolo! Eccolo!

— Chi ecco? Domanda Fulvia.

— Don Lelio, accompagnato da tre scherani, armati fino ai denti e con le

spade ignude.

— Bene, senza scomporsi rispose Fulvia; tu, Virginia, va, vola per le

scale segrete e avvisa Nardino.

La Virginia sparve a mo' di baleno. Fulvia rimasta sola con Lattanzio,

senza mostrare fretta nè indugio, tolta la mano del giovane gli disse:

— Vien meco.

E quegli andò: allora ella aperto l'uscio della camera nuziale

soggiunse:

— Trattienti qui dentro tanto, che io torni.

— Ma.... non è questo il pessimo dei luoghi ove celarmi?

— Va, non dubitare, e gli prese la mano, e Lattanzio la sua. — In

cotesta stretta si ricambiarono tali e tante parole, che a significarle

tutte ci verrebbero meno il tempo e la candela; le ometterò;

compendiaronsi in queste poche profferite dalla Fulvia:

— Va, in casa Piccolomini non vissero mai traditori.

— E Vallestein?[6] Ma la Fulvia non intese, chè in cotesto punto chiuse

l'uscio mettendosene la chiave in tasca; poi si assettò sicura, o

almanco tale in apparenza.

[6] Ottavio Piccolomini traditore del Vallestein trucidato a

Egra nel 25 febbraio 1634.

Ecco spalancarsi la porta, ed ecco fragoroso, e feroce entrare Lelio, in

compagnia di tre masnadieri; due alla sembianza ed agli atti più che

altro rompitori di strada racimolati da Lelio nella Campagna romana, il

terzo pareva ed era gentiluomo, anzi cavaliere, non però dei santi

Maurizio e Lazzaro. La Fulvia levate le ciglia in su, sembrava volesse

interrogarli col guardo non si giovando farlo con le labbra; a cotesta

interrogazione rispose Lelio tremando per le membra e nella voce.

— Levata sempre a questa ora?

— Qual maraviglia per voi levato pure a questa ora, e vagatore di notte

per sentieri, e assalitore di case. — Questo fin qui ella favellò

irridendo: di un tratto però mutato suono di voce, ed aggrondati gli

occhi interroga severa: — Or su, dite, che volete voi qui, che cosa

cercate?

— Che cerco ti dirò io, or ora, che l'avrò trovato gettandoti il suo

cadavere tra le braccia.

— Tu non moverai un passo... scellerato!... qui non si tratta propinare

veleno...

E siccome l'altro vie più inviperito faceva atto di avventarsele

addosso, ella stese le mani sotto un cuscino cavandone fuori due pistole

pese, e voluminose come a cotesti tempi costumavano, e tenendole rivolte

a Lelio gli gridò:

— Addietro... avvelenatore...

È da credersi, che coteste armi non sarebbero bastate davvero a

spaventare Lelio, molto meno gli uomini di sua compagnia, là dove cheti

cheti non fossero entrati nella stanza per la medesima porta, ond'erano

venuti i primi, uomini armati di moschettoni ponendosi dietro le spalle

loro: erano sei, e li guidava Nardino, il quale dal battesimo in fuora,

caso mai lo avesse avuto, non serbava altro vestigio di uomo; ci si

sarebbe accostato più un cane mastino: masnadiero maremmano di razza

pura; del paese di Giuncarico dove mangiavano (non so se mangino adesso)

le serpi per anguille. Lelio, e i compagni scossi dal lieve rumore, che

mossero i sopraggiunti voltaronsi alquanto e viste le armi, e i ceffi

scomunicati cagliarono; di ciò finse non addarsi la Fulvia la quale

contegnosa continuò:

— Signore cavaliere Aloisi, ben vi ravviso; voi più volte della vostra

presenza onoraste casa mia, ed io fui lieta accogliervi con la cortesia,

ch'è debito fra persone dabbene: ed ora come va, che vi fate esecutore

delle ribalderie del Griffoli? Comprendo le strette in mezzo alle quali

gettano la scioperatezza e il mal costume; comprendo altresì quale, e

quanto guaio menino sopra gli animi umani gli esempi di uomini come

Lelio Griffoli, ma non mi sarei mai persuasa, che gentiluomini venissero

al punto di bassezza in cui voi siete caduto. Voi siete romano, però

ricordatevi, che il papa ha le mani lunghe non solo per benedire.... ed

io sono sua parente. Sgombrate tosto da Siena, tornate a Roma, e per

parte vostra fate, che io possa come vorrei dimenticarvi: ogni indugio

potrebbe tornarvi funesto; se mi trovassi nei vostri piedi non

aspetterei l'alba: levatevi di costì, e deponete prima la spada;

Nardino, fategliela deporre, il cavaliere, che non seppe tenerla con

onore, forza è che la ceda con disdoro.

E Nardino con un pugno menato alla sprovvista sopra la mano del

cavaliere gliela fece cascare; e l'altro, comecchè per ira gli

avvampasse la faccia, reputò buon consiglio tacersi.

— Quanto a voi altri due... siete stati pagati?

— Lustrissima, no.

— Ravvisò il Griffoli: ebbene eccovi due scudi per uno, e tornate a casa

vostra; quello, che vi attende non vi potrà mancare; — però di qui non

uscirete se non a patto, che deponiate le vostre armi.

— Lustrissima, e allora con che noi eserciteremo il nostro mestiere?

— Con la zappa, furfanti, toglietevi di qua; appena sia giorno

accompagnateli fuori di porta Romana. — Ora lasciatemi col mio marito

sola.

— Comanda...? Interrogò Nardino con tale un garbo, che significava: devo

levare la spada anco a costui?

— Oh! no, rispose Fulvia, non è il ferro quello, che si ha da temere da

coteste mani.

Partirono tutti in parte mogi, e in parte insolenti; non si dicono gli

oltraggi, che ebbero a patire, e non si contano le busse. Rimasto solo

Lelio con la Fulvia, egli si sentì umiliato, e conoscendo la figura

strana, ch'ei sosteneva brandendo il ferro, lo depose sopra una sedia.

Allora la Fulvia incominciò:

— Or bene, Griffoli, che novità sono queste?

— Per Cristo! non sono novità. Sono io morto? Sono io diventato così

straniero a casa mia, che non devo pigliarmi pensiero del mio onore?

— Che parlate di onore? L'onore uscì di casa vostra quando ci conduceste

l'omicidio e il tradimento.

— E fu colpa vostra: ma io devo sentire apatico il grido della mia

vergogna, che viene a turbarmi anco in villa?

— Qual vergogna dite?

— Non parlaste voi con Lattanzio Bulgarini?

— Sì certo gli parlai.

— Non lo mandaste a cercare?

— Mandai.

— Non lo accoglieste notturno qui in casa?

— Lo accolsi.

— Dunque è vero?

— Che vero?

— La turpe tresca, che in onta mia, mantenete con lui.

— Questo altro, udite, è vero, il signor Lattanzio ha fatto sopra le

lapide del fratello da voi avvelenato un fiero sacramento chiamandone

testimoni Dio, ed i Santi, di vendicare sopra voi, sopra me la morte di

Paride: se poco mi cale morire, molto mi preme essere non giustamente

causa di odio implacabile. Posso curarmi poco dello affetto altrui!

Posso, aimè! anco desiderare, tanti affanni mi ha portato! che veruno mi

ami; non posso patire, che veruno mi odi. — Io non mi estimo l'arbore

donde emana il balsamo, no, ma nè anco soffro sentirmi maledetta come il

rovo, che straccia i panni e ferisce le carni: quindi lo ebbi a me più

volte, lo supplicai a deporre giù gli odi, e gli sdegni; m'industriai

giustificarmi, gli giurai la mia innocenza... che più? Mi genuflessi al

suo cospetto per ottenere la pace pel colpevole.

— Ebbene?

— Confermò l'atroce sacramento di vendicare la vita fraterna, dovesse in

questa vita dare il capo al carnefice; nell'altra l'anima al diavolo:

quanto a me pose il suo perdono a duro patto, gli svelassi l'omicida del

fratello...

— E voi mi avete tradito?

— Qual fede doveva serbarvi io? Io non vi ho accusato. E tanto vi basti.

Non vantate vincolo di marito; il delitto lo ruppe: veruna legge obbliga

la donna a sedersi a mensa con un uomo di cui la mano è assueta a

versare veleno nella bevanda, a mettere il proprio capo sul capezzale

insieme all'uomo, che può nel sonno agguantarti la gola per

istrangolarti: noi siamo diventati stranieri, e come Dio vuole da noi

non uscirono figli, che ci tengano legati nostro malgrado... catena di

amore fabbricata dal demonio: perchè dunque vi gittate traverso al mio

cammino? Se di alcuna cosa vorreste prendervi cura con profitto, sarebbe

l'anima vostra. Orsù, Griffoli, a me non conviene, che voi finiate la

vita su la forca, e a voi credo nemmeno: dunque parole brevi: vedete...

già spunta l'alba... tornate in villa... colà rammentate, che vi si

concede vivere... ma ad un patto, ed è, che voi facciate il morto...

capite bene il morto.

E proferendo queste parole essendosi destramente accostata alla stanza

da letto, ne aperse l'uscio di un tratto, e sparve. Al tempo stesso si

presentarono a Lelio Nardino con un altro compagno, il primo dei quali

in atto cerimoniale levatasi la berretta gli disse:

— Lustrissimo! La cavalcatura è lesta; l'attende giù a piè dell'uscio.

Lelio capì la ragia, e fatta di necessità virtù si accomodò al tempo:

chi gli avesse visto la faccia ne avrebbe avuto paura, così compariva

tinta in bile e stravolta, pure se avesse potuto contemplargli l'anima,

io non credo, che ne avrebbe sostenuto l'orrore: tutte le atroci

passioni esacerbate stavano ritte per nuocere, pari ai serpenti del capo

di Medusa allora allora riciso da Perseo; e come quelli ormai incapaci a

far danno.

E da cotesta notte innanzi le faccende ripigliarono il consueto cammino,

senonchè gli amanti adoperavano alquanto maggiore discretezza per non

parere. Però una mutazione accadde in Lattanzio, che non isfuggì punto

alla Fulvia, la quale sagacissima donna era, e questa fu, che ora

Lattanzio le si mostrava delirante di amore dando in quelle

dimostrazioni eccessive, che sogliono costumare gli amanti quando

cascano in simile stato di frenesia, ed ora si rimaneva lì freddo e

apatico; interrogato rispondeva a vanvera: per cosa al mondo non ci era

verso di cavarlo da cotesta astrattezza. Una notte, eravamo nell'ottobre

del 1663, Lattanzio si palesò più fantastico del solito, il turbamento,

che lo agitava vinceva ogni suo conato per dissimularlo: si rizzava in

piedi e passeggiava come se lo molestasse il caldo insopportabile, di

repente buttavasi giù a sedere con le mani prosciolte sciogliendo un

sospiro lunghissimo: pareva volesse parlare, ma poi si peritava:

parecchie volte, dopo avere preso commiato, tornò indietro ad

abbracciare la Fulvia, alla quale, che lo interrogava affannata, che mai

lo turbasse, egli sul punto di andarsene rispose:

— È destino — e si tirò dietro l'uscio.

La mattina di poi giacendosi tuttavia in letto la Fulvia, l'entrò in

camera la fidata fantesca, la quale atterrita, con voce a strappi si

mise a gridare:

— Signora, signorina mia, oh! che disgrazia è accaduta! Dio mio! Dio

mio! mi sento mancare.

E Fulvia rizzatasi sul letto a sedere:

— Levami di pena, di' su, di' su presto.

— A me non regge il cuore; qui fuori ecci il contadino, permettete ch'ei

passi: vi narrerà ogni cosa per filo e per segno.

— Venga tosto...

E il contadino essendosi fatto innanzi come uomo di giudizio spifferò

addirittura, che un'ora fa era stato ammazzato il padrone signor Lelio.

Forse il villano dalle scarpe grosse, e dal cervello sottile avrà

odorato per aria, che alla Fulvia premeva venire a mezza spada senza

tanti andirivieni: difatti Fulvia su le prime n'ebbe più maraviglia, che

pietà; poi alle istanze di lei continuando a dire il villano, narrò come

il padrone per ingannare la noia avesse preso usanza di recarsi alla

Frasconaia per uccellare ai tordi, dove pigliava qualche sollievo,

quando ecco stamani sul bruzzo uscendo fuori dal boschetto per buttare

giù con la ramata i tordi invescati dal vergone, coglierlo un nugolo di

palle squartate tratte da qualche sicario di dietro alla siepe; bene

avere sentito le pedate di un uomo, che fuggiva, ma non averne potuto

ravvisare il sembiante: essere il padrone rimasto ferito in più parti,

massime nella mano; averlo subito trasportato in casa, e adagiato sul

letto; comecchè tutti lo giudicassero basìto avere mandato pel prete e

pel cerusico; egli messasi fra le gambe la via ad avvertirla

dell'accidente per suo governo.

[Illustrazione: .... coglierlo un nugolo di palle squartate

tratte da qualche sicario di dietro alla siepe (Pag. 137).]

Quando licenziato il villano, la Fulvia si gittò resupina sul letto, e

si pose a meditare sul caso, di un lampo, comprese il tiro venire da

Lattanzio; sentì scorrersi un gelo per le ossa, le s'increspò per

ribrezzo la pelle; alla catena si alternavano spaventosamente gli anelli

ora di peccato, ora di delitto: di volgere gli occhi in su per soccorso

non correva più tempo, nè lo avrebbe voluto: detestava la colpa e questa

vie maggiormente la stringeva al colpevole.

In così profondo turbamento dell'animo, pure desiderando mantenere le

apparenze, si vestiva in fretta per recarsi in villa di poco più di un

miglio fuori delle porte di Siena, e già era scesa nella strada, e già

teneva il piede nel montatoio per salire in calesse, quando da un lato

della via vide una calca di gente, che accorreva intorno ad una barella

portata soavemente sopra le spalle di quattro contadini; e mentre stava

in asso col piè su la staffa, a cavarla di ambage ecco levarsi un

turbinio di voci: — Non è morto! è resuscitato! non lo ha voluto Dio nè

il Diavolo come l'anima di Lorenzino dei Medici! Gli è come i gatti,

egli ha sette vite!

— È destino! — Mormorò la Fulvia, e accorse incontro alla barella dove

riconobbe tutto sanguinoso, e bendato il suo marito; la compassione, che

mai si scompagna da cuore gentile, punse la donna, che con voce pietosa

favellò così:

— Cristiani! mi raccomando, usate carità, andate bel bello, non lo fate

patire, che io poi adopererò con voi la cortesia che meritate.

E la plebe: — Oh! lasci andare l'acqua per la china, gli è meglio

perderlo, che guadagnarlo, sia benedetta! La è proprio la mano di Dio,

che glielo leva dintorno. Non ha mai dato un Cristo a baciare; gli è una

tigna, un cacastecchi, uno spilorcio, un avaro; e via di questo gusto:

chè il Romano trionfante al Campidoglio non curasse a' vituperii degli

sboccati comilitoni, io lo capisco; forse non gli avrà nè anco uditi, o

per cagione dello strepito delle trombe o per l'urlo dell'orgoglio

soddisfatto, che più clamoroso delle trombe gli ruggiva su l'anima, ma

coteste litanie a cui sente approssimarsi la morte, che lo precipita per

una via di sangue dentro il sepolcro, devono tornare amarissime,

quantunque l'uomo che le provoca, come quello di Lelio, possa essersi

convertito in un nido di vipere.

Non per questo, anzi a cagione di questo, non si ristava la Fulvia, la

quale con maggiore istanza che mai, non senza aggiungervi l'atto

supplice delle mani, si raccomandava: — Carità! cristiani, carità!

Questa voce udì il ferito, il quale sporta la mano fuori della barella

l'agitava: che intendeva egli fare? Chi lo sa? Chi può saperlo? La mano

dell'uomo si muove nella stessa maniera, sia che benedica, o sia che

maledica. Prossimo al fine, non posso trattenermi per ispiegare enigmi.

Adagiato sul letto, e visitato il ferito da quel medesimo maestro di

medicina e cerusico che curò Paride Bulgarini prossimo a morte, fu di

leggeri conosciuto, lievi tutte le altre ferite, eccetto quella della

mano gravissima. Un pezzo il maestro stette incerto se dovesse

_disarticolare_ parecchie dita, ovvero _amputare_ addirittura la mano,

entrambi verbi che in buono italiano significano tagliare; e più volte

levò il coltello in alto, e poi lo declinò avvertendo come alle cose che

non si possono fare se non una volta sola, giovi pensarci due; e di vero

parve il fatto lodare il consiglio, imperciocchè lo infermo andò di mano

in mano migliorando dando speranza di non lontana guarigione.

La Fulvia, dopochè giacque ferito Lelio, o non volle, o non potè più

vedere Lattanzio; forse fu un po' l'una cosa e l'altra; però Lattanzio

aveva per così dire notizia di ora in ora della salute dello infermo.

Avvi chi afferma darsi una cura più grave di quella che nasce dal

commesso delitto, ed è quella, che deriva dal delitto tentato, e

riuscito a male; altri all'opposto assicura, che l'uomo si senta come

sgravato da un peso enorme quando per fortuna non compì il criminoso

disegno: su di che giudichino i savi; io mi contento affermarvi come

Lattanzio adesso si trovasse in siffatta condizione di animo. Non usciva

più di casa; poco si cibava, meno dormiva, sempre su e giù per la stanza

quasi belva in gabbia, aggrottate le sopracciglia, chino il capo sul

petto di cui con la manca sorreggeva il mento, e la destra si teneva

dietro chiusa a pugno lungo al dorso; tutto in sè rannicchiato; i

capegli incomposti parevano avessero lite fra loro; una calza legata,

l'altra rovesciata fin su la noce del piede lasciava ignuda la gamba.

Certa notte, credo fosse la precedente al giorno della commemorazione

dei morti, uscito dalla stanza andò nella camera, dove dormiva un suo

fidato servitore, e svegliatolo a cenni lo avvertì, che si vestisse e lo

seguitasse, la quale cosa avendo costui fatto, egli lo condusse in

camera sua e quivi si pose fitto fitto a ragionare con lui; però a voce

tanto sommessa, che si saria udito il ronzio dell'ultima zanzara rimasta

viva in onta al principiare del novembre. Ad argomentare dai gesti si

poteva credere, che si fossero trovati d'accordo, per così dire, in

massima, ed ora si trovassero disformi intorno a negozi di seconda

importanza: all'ultimo parvero essersi concertati; allora il servo tornò

a dormire, Lattanzio a fare la lionessa; ma all'ultimo la stanchezza lo

vinse, e così come si trovava vestito si gittò boccone sul letto a

prendere un po' di riposo.

Adesso vuolsi sapere come il servo col quale Lattanzio aveva tenuto la

conferenza segreta fosse quel desso, che lo accompagnava armato nelle

sue notturne visite in casa Fulvia, e quivi si tratteneva finchè al

padrone non piacesse tornarsene alla propria magione; quivi pertanto

aveva preso domestichezza, come colui, che si mostrava sollazzevole e

motteggiatore, con tutta la famiglia; e poichè il padrone non faceva

seco a spilluzzico per tenere allegra la brigata, ed egli era di quelli

pei quali tanti ne cresce e tanti ne muore, non è da credersi il bene

pazzo, che gli avevano posto, massime l'uomo nero della Signora, di cui

il naso tinto in vermiglio raccontava la gloria del vino. Da lui

quotidianamente, e spesso più volte il dì, sapeva dello stato di salute

del Griffoli, e con lui faceva a scarica barili delle ambasciate di

Lattanzio alla Fulvia, e della Fulvia a Lattanzio: insomma per non

menare più a lungo il can per l'aia: due anime in un nocciolo.

Ordinariamente si davano la posta alla osteria dell'Oca, dove si trovava

il miglior vino, che producesse il Chianti, il quale a cotesti tempi

godeva men fama, e se la meritava di più che ai nostri, dove il padrone

corrotto non ha sofferto che uomini nè cose rimanessero innocenti. Colà

bevevano l'oblio dei mali e dei padroni; se tardavano troppo a tornare a

casa, colpevoli tutti, eccetto loro. Ormai piegando la ferita, quella

della mano, a perfetta guarigione (si erano già chiuse le altre) il

cerusico visitava il malato una volta in capo a due giorni avendo

commesso alla Fulvia, che lo medicava, uno o due volte al dì gli mutasse

le fila stendendo sopra la faldella vie via un po' di unguento di

semifreddi, ed avvertisse non fosse stantío; per la quale cosa ella lo

mandava a pigliare dallo speziale tutti i giorni la mattina per tempo. —

Il dì che successe al colloquio notturno di Lattanzio col servo fidato,

questi si pose sul canto di via Volpe, sfiaccolato, fischiando come se

non fosse fatto suo; appena visto spuntare di faccia l'uomo nero, se la

svignò nascondendosi, poi si rimise alla posta; nè si mosse finchè

costui non fosse di ritorno col vasetto dell'unguento in mano. Allora lo

abbordò di stianto, e abbracciollo con insolita tenerezza; poi lo invitò

di portarsi alla consueta osteria per gustare un vino di Broglio, che

pareva stillato dalle benedette mani di Dio; di più ci troverebbe un

tocco di presciutto di Casentino, presente di un suo compare, da far

piangere di tenerezza non che altri re Erode: non istesse su le smorfie;

già pagare tutto _lui_: cinque minuti più o meno non guastavano, e il

signor Lelio poteva pure aspettare; non istava a suo agio? Certo che sì,

o non giaceva in letto? Così ce lo conficasse Cristo per tutta la vita!

E non saltasse fuori con lo scusarsi, che di mattina non beveva vino,

perchè sapeva di certa scienza, che prima di coricarsi aveva cura di

mettere il fiasco a canto all'orinale sotto il letto; così parte con le

parole, e parte con le braccia lo scarrucolò, lo abbindolò, che l'uomo

nero dal naso rosso si trovò ruzzolato nell'osteria dell'Oca, assettato

ad una tavola, col fiasco e il prosciutto davanti. Fin lì la mente gli

aveva tenzonato fra il sì ed il no, come dice Dante Alighieri; ma

davanti a cotesti oggetti della sua tenerezza gli naufragarono volontà e

coraggio, e (orribile a dirsi!) primo afferrò il fiasco, si versò un

colmo bicchiere di vino, e se lo rovesciò nella gola a digiuno. — Di

pensiero in pensiero, di monte in monte, questo dice messer Francesco

Petrarca, ed io di bicchiere e in bicchiere si venne al punto, che

l'uomo nero giurava di vedere le stelle e il sole, anzi due soli, e

millanta stelle, nè si accorse di aver fatto tardi se non quando messo

il fiasco con la bocca in giù mandava stille rade, più rade di quelle

che versa l'erede dopo aperto il testamento; allora gli prese la rosa di

avere fatto troppo tardi, e salutata la compagnia andossi con Dio.

Tornato a casa, a mo' che le anguille vanno, fu accolto dalla Fulvia,

che impazientissima lo attendeva con turbata cera, e pure non si attentò

fiatare; era mestieri soffrire, imperciocchè quando poniamo i servi a

parte delle cose, che non arieno a sapere, perchè le non si dovrebbono

fare, il primo guaio, e forse non maggiore degli altri, egli è quello di

sopportare da loro qualunque strazio.

[Illustrazione: .... si versò un colmo bicchiere di vino,

e se lo rovesciò nella gola a digiuno. (Pag. 142.)]

La Fulvia pertanto tolto di mano a costui il vaso dell'unguento recavasi

al letto del marito, che ora in sembianza mansueto le favellava blande

parole e benigne: quivi ella con molta prescia si diede a sfasciare la

ferita, e intrise le fila nello unguento con avvedutezza lo medicò: poco

dopo egli ristoratosi alquanto con brodo, e vino chiuse gli occhi al

riposo, onde Fulvia se ne andò ad attendere alle cure di casa. Scoccava

per lo appunto il mezzogiorno, e così giusto tre ore dopo la medicatura,

che lo infermo cominciò a urlare come un dannato lagnandosi che gli

tagliavano, gli segavano, gli bruciavano la mano; accorse tosto la

Fulvia, e procurò consolarlo, poi instando egli lo sfasciò da capo, gli

mutò le fila scegliendo le più sottili fra le sottilissime, e un po' di

refrigerio parve che l'infermo sentisse. Ma indi a poco lo spasimo prese

a tribolarlo più veemente di prima; non è da dirsi quanta la smania e lo

scontorcersi del malcapitato: si attorcigliava da sè più che le

curandaie non aggrovigliano panno per ispremerne l'acqua, e quindi a

spazio non lungo di tempo anch'egli diventa in faccia color di cenere,

in pelle in pelle trema, si disfà come morto; anco a lui s'infossano gli

occhi dentro un cerchio grigio quasi cadaveri dentro le casse di piombo;

il sudore gronda giù dalla fronte a pioggia; la voce diventa rantolosa e

fioca: ecco le convulsioni orribili, più violente in lui che nel

Bulgarini, come quello che non era attrito dalla infermità come Paride;

ecco l'umore viscoso gocciolare giù dalla bocca, lo insopportabile

fetore; tutto il corpo diventa chiazzato di macchie pagonazze; — anco

sopra cotesta fronte la morte ha piantato la sua bandiera come dentro

una rôcca presa. Chiamasi il prete o chiamasi il cerusico? Mandisi per

ambedue, comecchè si preveda che il cerusico cascava a proposito come il

soccorso di Pisa.

Il prete venne, ma accostandosi non potè ricevere altro che il vomito

del corpo, e se ei maledisse le dieci volte il moribondo, Cristo lo sa;

quanto al vomito dell'anima Lelio se lo tenne in sè, almeno, finchè il

prete stette in camera; egli uscito, Lelio a strappi parlò tanto quanto

bastava a palesare, che inferno fosse l'anima sua. Dai tronchi accenti

si argomentò finzione essere la presente mitezza: odiare Lattanzio,

odiare Fulvia, odiare tutti; nel presagio di guarire volere implorare

pace, e darla; breve; farsi il commento vivo del _Pater noster_,

appendice alla orazione domenicale; così tranquillarli, ed intanto

ammannire il tossico, ed un bel giorno fra le gioie convivali avvelenare

come cani quanti erano. Gli assistenti appunto per paura di essere morsi

dal moribondo spulezzarono dintorno al letto; sola rimase la Fulvia: e

Dio, com'è da credersi, notò codesto atto, che presso lui ha da essere

stato lavacro per ben molte colpe.

Ultimo a comparire fu il cerusico sorgnone: costui portava due occhiali

sul naso, che parevano due lanterne, se per sovvenire la virtù visiva, o

per dissimulare la malignità degli occhi, pendeva dubbio: questo era

certo che quando intendeva speculare profondo dardeggiava lo sguardo di

sopra agli occhiali. Ed ora di fatto guardava il moribondo traverso le

lenti, ed ora la Fulvia a pupilla ignuda, in su ed in giù come fa

l'uccello quando beve; ma la Fulvia si manteneva serena sotto cotesto

grandinare di mortale sospetto; certo la Innocenza non avrebbe tolto

cotesta fronte per insegna alla sua bottega, ma il Delitto nè anco ci

avrebbe potuto scrivere: _posto preso_. Alla fine al cerusico dopo non

poca esitanza parve bene non menare scandolo, ed abbuiare la cosa,

sentenziando a voce alta: il povero (chi muore è sempre povero, e a

patto che tu muoia ti loderanno anco i nemici, e, sto quasi per dire,

anco gli amici; così almeno spero, che sarà di me; anzi ne vado sicuro)

esser morto di colica intestinale acuta; a voce bassa poi chiamata la

Fulvia in disparte, le sussurrò dentro gli orecchi:

— Donna Fulvia, Gesù Cristo quando bandì la sentenza: chi di coltello

ammazza, di coltello conviene che pera, nol disse già in modo tassativo,

bensì dimostrativo, cosicchè hassi ad intendere di ogni altro arnese o

mezzo: nel caso presente intendi così: chi di veleno uccide, di veleno

ha da morire.

— Che dite mai, maestro! chi può avergli propinato il veleno se lo

custodiva proprio io?

— Voi avete a sapere, donna Fulvia, come la gente non si avveleni già

solo per bocca, ma sì anco per assorbimento, il quale avviene mettendo

il veleno sopra le carni umane: ora siffatto assorbimento è accaduto

celerissimo oltre il consueto, nel marito vostro, perchè aveva il sangue

disposto a corrompersi, e perchè il veleno spiegò la sua virtù sopra

carni scoperte e inciprignite dalla piaga.

La Fulvia diede in un grido, e si percosse la fronte pure balenando

della persona per cascare; la sorresse il cerusico aggiungendole a voce

sommessa: — Povera signora, voi non ne avete colpa, lo so; però mettiamo

una pietra su tutto; pensate a suffragare l'anima del defunto.

In questa passando il prete, per amministrare la estrema unzione, udì le

ultime parole del cerusico, per la qual cosa soprastette alquanto, e

voltosi alla Fulvia confermò dicendo:

— Gli è il meglio, che vostra signoria lustrissima possa fare.

E veramente di messe, mortori, ed altri ganci siffatti, per ripescare

un'anima cristiana cascata nel pozzo del purgatorio, la Fulvia non fece

a spilluzzico; onde salì in fama presso i religiosi così regolari come

secolari di pia, di angiolo di bontà, di matrona insomma, la quale, per

troppo levarla al cielo, non significava che non si potesse inalzare

anco più in su. Per converso, alla stregua che cresceva il favore

sacerdotale abbassava quello del popolo: e già il Griffoli era venuto in

compassione a parecchi; in ispecie ai mariti gelosi interi e mezzo

gelosi, i quali si attentavano, nientemeno, ad affermare che la moglie

si piglia per sè e non per gli altri; e che chi cavalca la mula l'ha da

ferrare; e che le donne hanno da badare a casa, senza uscir fuori così

attillate, e con tanti fronzoli attorno; nè la femmina che costuma a

cotesto modo deve lodarsi come pudica, imperciocchè quando anco non sia

anco arrivata a casa del diavolo, pure è in cammino per lo inferno; nè

si ha a credere, che chi tende archetti non voglia pigliare uccelli;

antichi i proverbi, e di quelli proprio buoni: che chi non vuol vendere

il vino levi la frasca, e chi imbianca la facciata cerca appigionare la

casa.

La quale opinione, in prima latente, divampò poco dopo per un altro

anello, che si aggiunse alla catena ribadita dal destino ai piedi di

Lattanzio e di Fulvia: questa, quando se lo aspettava meno, sentì essere

successa in lei una trasformazione. Qual mai trasformazione? Mi domanda

ingenua una fanciulla allevata presso le Suore del sacro Cuore; ed io di

cui la Musa crebbe all'ombra della disciplina delle Monache dei santi

Pietro e Paolo qui in Livorno (o che credete, che siamo eretici in

Livorno? Pensate forse che non si trovino conventi in Livorno? In

Livorno ci si trovano benissimo; anzi non ce ne furono mai tanti come

ora, che non ci hanno più ad essere; e oltre i conventi qui ti occorre

il suo bravo seminario, il municipio, il prefetto, i bagni di acqua di

mare _et etiam di acqua dolce_, i lampioni che mandano talvolta un

sospiro di luce, e le scuole dove la luce sta in agonia permanente, la

cattedrale in mezzo alla città, la sinagoga dietro, da per tutto are a

Venere pandemia, e macelli di buona e di mala carne, e cavalieri dei

santi Maurizio e Lazzaro, e taluno della Corona d'Italia altresì:

insomma qui cessi pubblici, qui guardie di pubblica sicurezza, qui tutti

gli oneri e gli onori, attribuzioni e prerogative di una città civile,

compresi due vescovi) mormoro detti segreti: voi tutte lo sapete, o

l'avrete a sapere; però a cui lo sa, giudico inutile dirlo, a cui non lo

sa, siccome non può tardare a provarlo, ed ella, leggiadrissima, che me

lo domanda; forse più presto delle altre, mi permetta che io me ne

passi.

Dunque la Fulvia, avendo sentito come in lei fosse successa una

trasformazione, mandò a chiamare il Bulgarini con le debite cautele, e

tenne con lui un colloquio del quale il sugo fu questo: bisogna,

Lattanzio, che, tronca ogni dimora, voi diate un padre ad un figliuolo,

ed un marito alla madre; ed egli: — Magari!

Potevano anco qui non precipitare le cose: potevano consultarsi con

persone prudenti, e dar miglior garbo al partito: si peritarono a

domandare l'avviso altrui perchè lo avrebbero chiesto ad occhi bassi, e

loro malgrado la faccia per vergogna avrebbero sentito avvamparsi fino

alla radice dei capelli; sposarono di notte quasi paurosi fosse di

coteste nozze testimone il sole. E fu notato altresì che le candele

accese in cotesta occasione erano servite per una messa da morto pochi

giorni innanzi celebrata in cotesta cappella; anzi giusto nel momento,

che la Fulvia rispondendo al prete disse: _sì_, una di quelle male

assicurata dentro lo spunzone del candeliere cascò sopra l'altare e si

spense: per uno istante tutti si sentirono ghiacciare di paura; il prete

stesso sospese il rito per indagare un po' che diavolo fosse: quanti ci

erano presenti ne trassero augurio sinistro. Nei ricordi dei tempi[7],

trovo che la Fulvia si costituì in dote scudi 7400, vale dire

ventiquattro scudi più di quello, che pel medesimo titolo aveva portato

al Griffoli: il matrimonio successe nel giorno terzo di maggio 1663; la

Fulvia allora noverava 33 anni, Lattanzio ventisei.

[7] «Pertanto (narra la Cronachetta da me trovata nella

Magliabechiana) questo matrimonio seguìto tanto presto dopo la

morte dei Griffoli aperse affatto gli occhi al popolo di Siena

facendo manifesto quello, che sino allora era stato dubbio, cioè

la vera cagione di cotesta morte, e cominciossene a parlare

tanto largamente, che la Corte pensò a mettervi su le mani, e

formarne processo per chiarire il fatto; ma trattandosi di

esporre a fiero cimento due delle più nobili e principali

famiglie di Siena, una delle quali per giunta era stretta di

parentado con la casa di Alessandro VII sommo Pontefice non

parve a cui governava lo Stato cacciarsi dentro il negozio senza

parteciparlo al Granduca; la quale cosa egli fece per via di

relazione puntuale di quanto si andava dicendo, e di quanto

verosimilmente poteva credersi. Tutto bene considerato cotesto

Principe giudicò imprudente caricarsi di fascine verdi

intorbidando per _causa privata_ la buona intelligenza, che

passava fra Sua Santità e lui, ed ordinò, che per allora fino a

nuovo ordine si soprasedesse. Ma forse _fremendo_ il popolo di

Siena, e mormorando gli uomini dabbene della giustizia, e

dolendosi, che in caso sì atroce non si facesse diligenza per

trovarne la verità, ed assicurarsi delle persone di coloro, che

erano reputati principali autori di tanta scelleratezza, il

Granduca ricordandosi come Lattanzio Bulgarini era per altra

parte contumace della giustizia, pensò sotto quel pretesto

levarlo a passeggiare per cotesta città, senza punto intaccare

la Fulvia, e così non dare al Papa la minima cagione di

disgustarsi, ch'era il suo particolare fine. Aveva la famiglia

dei Bulgarini, come hanno quasi tutti i gentiluomini sanesi, sue

tenute in Maremma, ed in quelle una vena, ovvero miniera di

ferro assai ricca, della quale avevano usato per molti anni

servirsi i ministri della Magona di Siena, per servizio di

quello Stato con guadagno notabile di quei gentiluomini, che ci

erano padroni. Ora accadde, che per consiglio ed instigazione di

certo ministro della medesima Magona, di cui il nome non ho

potuto rinvenire fin qui, la Magona di Siena abbandonando la

miniera de' Bulgarini, e lasciando di più servirsene, si gettò

alle miniere dell'Elba, con pregiudizio notabile di cotesti

signori, che restando privi dello esito, e dello smaltimento di

quella loro mercanzia rimasero anco privi di un grande utile,

che da tempo in qua era resultato alla loro casa; il che

dispiacendo infinitamente a Lattanzio per la morte del fratello

Paride principale della famiglia, e malvolontieri tollerandolo,

come giovane di spiriti molto risentiti, pensò vendicarsene

contro colui, che universalmente si era tenuto autore, del quale

attentato fu inquisito, e cominciatosene il processo, poi fu,

non so per qual ragione, lasciato da parte. Ora il Granduca

ordinò si rimettesse mano a cotesto processo, e si tirasse a

fine: il che fu fatto; in sequela di ciò Lattanzio venne

condannato allo esilio ed allo sfratto da tutti i felicissimi

Stati del Granduca.»

Per questo fatto la opinione pubblica, chè un pezzo stette sospesa sopra

il capo loro a mo' di nugolo nero, scoppiò rovesciando ruina. Nella

perpetua altalena degli amori e degli odi del popolo, adesso toccava al

Griffoli trovarsi in su prossimo al cielo, e gli altri giù vicino allo

inferno. Donde mai tanta mutazione? Un po', come sempre suole, per cause

buone, e molto per cause cattive: erano buone il poco rispetto al

costume, la dimostrazione di cuore spietato contro il morto, lo esempio

d'incontinenza, e lo impaziente assettarsi sopra una fossa dianzi

riempita come sopra un lettuccio, arnese superlativo pei colloqui di

amore. Inoltre tanto non aveva potuto celarsi la cagione della morte del

Griffoli, che ormai la notizia non avesse trapelato nella città dove

ogni dì pur troppo si andava allargando: le cattive consistevano nello

spirito di contradizione, che regge e governa la umana natura. Tutto qui

vediamo essere contradizione e contrasto; anima e materia, vita e morte,

sereno e procella, dì e notte, pianura e collina, tenebre e luce,

libertà e tirannide, e via via; l'uomo poi, contradizione suprema; ed

appunto in proposito un Bargagli sanese, bello umore se altri fu mai, mi

disse un giorno, che messer Domineddio, presagendo di che panni avrebbe

vestito l'uomo, prima creò tutte le cose, e all'ultimo si riserbò a

mettere fuori l'uomo, che per lo appunto fu il sesto giorno, perchè dove

lo avesse fatto il primo con tanti vetri rotti egli gli avrebbe seminato

il terreno, tanti contrasti mosso, con tante contradizioni

scombussolato, che a questa ora la opera della creazione non sarebbe

anco finita, e i magazzini della Eternità conterrebbero più mondi

sciupati, che i magazzini del municipio di Firenze non ha lampioncini

per la illuminazione della festa dello Statuto. E perchè tu veda se mi

apponga al vero; considera questo: quante volte si commette un delitto,

la mente del popolo infellonisce; la giustizia, per non parere, mette le

mani addosso a sei, ovvero ad otto e l'ira del popolo si avventa contro

tutti; che tutti non possano essere colpevoli a lui non preme cercare nè

sapere; se li potesse avere fra l'ugna li ridurrebbe in brindelli in

meno che non si dice un credo. Applaude allo accusatore, aizza i giudici

a condannare; si dimena inquieto all'esame dei testimoni, i quali

attestano in pro dello incolpato, digrigna i denti alla difesa: ecco

alla fine la sentenza, che manda al patibolo l'oggetto del suo furore:

sarà pago al fine? — All'opposto; adesso avviene una mutazione di

pianta: un diluvio di pietà si rovescia sul condannato; per lui

accendonsi le candele, per lui si supplicano gli altari, per lui si

accatta a fine di accompagnarlo con una buona scorta di suffragi a piedi

e a cavallo nel viaggio dell'altro mondo. Nè lo trascurano in questo:

marzapani, bianco mangiare, di ogni ragione delicature non gli fanno

difetto; chieda e domandi, gli risponderanno a bacchetta: anzi perchè

non si dimentichi troppo il condannato della condizione in cui si versa,

onde poi non gli riesca fuori di misura angoscioso il ritorno alla

realità, procureranno mescere nel dolce un po' di amaro, arte sopra

quanti popoli si conoscono al mondo professata dai Veneziani[8].

Pigliano a mordere lo accusatore e i giudici; il difensore torna a

galla; il carnefice, forse il più innocente di tutti, inseguono con le

contumelie, con la sassaiola ammaccano; potessero, lo ridurrebbero in

massa di mota insanguinata. Ma forse questa contradizione non è causa

bensì effetto, stando la vera causa riposta in più remota parte, la

quale, dubito assai che risieda nello istinto ferocemente naturale

dell'uomo di perseguitare; così prima egli perseguitò con la legge, la

morale, i tribunali e gli sbirri lo incolpato; adesso, questa vicenda

trovando esaurita, piglia il condannato in mano come un flagello e ne

percuote sbirri, giudici, morale e legge. O la brutta tragica farsa che

si rappresenta da cinquanta o cento secoli nell'universo! Io fo conto

che dal primo giorno la venne solennemente fischiata; ma lo _Autore_

avendola _trovata buona_ non se ne diede per inteso, nè per ora fa cenno

di calare il sipario.... Vanità di autore è vanità spietata!

[8] «Venuta la mattina, fu loro dal Doge (siccome usa fare ad

ogni condannato a morte) mandato un sontuoso ed amarissimo

desinare, negli animali del quale erano i segni di qual foggia

di morte avessero a finire la vita: perciocchè ogni starna, ogni

pollo, ed ogni altro uccello, aveva legata una piccola fune al

collo, nel vedere la quale si voleva, che gl'infelici condannati

mangiando si ricordassero, come poco dopo dovevano essere

impiccati.» — _Da Porto_. Lettere storiche. 6. I. p. 2. Let. 37

— E fu pietà veramente veneziana!

Fin qui il cronista; io aggiungo, che Lattanzio prima di partire per lo

esilio, avendosi su quel subito eletto a domicilio la città di Lucca,

convenne con la Fulvia, che talora sotto mentite vesti sarebbe andato a

trovarla: verrebbe notturno fra la mezzanotte e la prima ora del

mattino; si annunzierebbe con tre fischi; ella lo aspettasse per

aprirgli, o per fargli aprire: non frequente la sua comparsa; una volta

forse in capo al mese. Si divisero senza mirarsi, senza pigliarsi per

mano, peritaronsi a guardarsi in viso; ognuno di essi temeva di leggere

su quello dell'altro la colpa e il rimprovero. Da prima Lattanzio fu

puntuale: non iscattava il mese, ch'egli si presentasse, e così durò,

finchè Fulvia non ebbe partorito, la quale cosa successe sette mesi dopo

la morte del Griffoli, onde il parto fu giudicato suo per virtù dello

assioma legale, che _pater est quem justæ nuptiæ demonstrant_. Le

presunzioni generano, e poi fanno le maraviglie se Giunone ingravidò

toccando un fiore, e Maria mercè un'ambasciata dentro l'orecchio: dopo

la nascita della bambina (che di questo sesso fu il portato di Fulvia),

le visite diventarono mano a mano più rade, imperciocchè per quanti

sforzi Lattanzio facesse non potè mai baciare cotesta creaturina; si

provò una volta a benedirla ponendole una mano sul capo e Fulvia quasi

per animarlo a sua posta allungò la destra; ma Lattanzio, avendo

incontrato la mano di Fulvia in quella, che stava per posarsi su i

capelli della bimba, egli la ritirò vivamente come se avesse tocco un

ferro rovente, — e:

— Non ne facciamo niente, susurrò sospettoso; la nostra benedizione

potrebbe apportarle sciagura.

Impertanto, quando egli entrava, non levava mai gli occhi sopra la sua

donna, ned ella i suoi sopra lui. — Buona sera — diceva egli: — buona

sera, — rispondeva ella; ed appressatosi alla culla mirava rabbrividendo

le sembianze della pargola, le quali ogni di più arieggiavano le sue.

Era un piacere acuto, o se ti piace meglio un dolore soave; nè

arricciare il niffo, chè il cuore umano ha più bisticci della lingua, e

gli antichi, che se ne intendevano, chiamarono le Furie _Eumenidi_

benefiche (lo attesta Pausania) e le finsero sorelle nientemeno che di

Venere, e di questa altro ci ammaestra Epimenide. Lattanzio si

genufletteva davanti la culla, e quivi tanto dimorava, finchè un rivo di

lacrime non gli uscisse dagli occhi; e certa notte, che gli parve udire

singhiozzare la Fulvia favellò soave questi accenti:

— Non ti affannare, Fulvia: le lacrime sono la migliore preghiera per

me, — e forse per tutti.

Quando si partiva, lo accompagnava Fulvia fino su la soglia della porta

di casa, senza lume, tentone; colà Lattanzio diceva in voce di _requiem

æternam_: — Addio! — a cui Fulvia rispondeva: — Addio!

La fanciullina a cui fu posto il nome Caterina Gaetana, ebbe per comare

al fonte battesimale donna Virginia di Agostino Chigi; la Fulvia

l'allevò, e la custodì come sanno custodire le madri, le quali dopo

avere gustato gli amari frutti della colpa furono purificate dalla

sventura, e si santificarono col pentimento. Di veruna cosa tanto

pregava Dio, come le durasse la vita per poterla allogare in modo degno

di lei; ma sentendosi ogni dì venir meno la lena, giudicò che non

avrebbe conseguito questo fine supremo, laddove non si fosse affrettata.

A tale scopo se ne aperse con donna Virginia Chigi, moglie che fu di

Giambatista Piccolomini e nipote del Papa Alessandro, la quale come

svisceratissima sua le propose stringere con nuovo nodo di parentela il

vincolo, che già le univa di amicizia e di cognazione fra loro, sposando

la Caterina col proprio figliuolo Francesco. Parve alla povera Fulvia

toccare il cielo col dito, nè seppe in altra guisa significare la

profonda gratitudine, eccettochè col gittarsi nelle braccia dell'amica,

e versare copiosissime lacrime. Dava un po' noia la età della fanciulla,

che varcava di poco il dodicesimo anno; ma comparendo atticciata e ben

complessa, fu giudicato di non cercare il nodo nel giunco: rimaneva ad

assestare la dote, ma Lattanzio oltre allo assentire, che la Fulvia

dêsse alla Caterina interi gli scudi 7400, chiese in grazia di portarli

col suo fino a 15000; e fu tenuta grossa dote, imperciocchè tuttavia

corressero costumi nei quali

Non faceva nascendo ancor paura

La figlia al padre, chè il tempo e la dote

Non fuggian quinci e quindi la misura.[9]

[9] Dante; ma ai tempi suoi le doti non superavano i 400 fiorini

di oro, e queste siffatte si vituperavano come sbardellate; di

vero 400 fiorini di allora, a ragguaglio nostro, farebbero 40000

scudi almeno.

Questo Francesco riuscì assai spettabile gentiluomo, ed avendo

accompagnato in Francia Flavio Chigi cardinale, e _legato a latere_, e

Sigismondo Chigi nipoti del Papa, assai si trattenne in Corte di Luigi

XIV.

La Fulvia dopo questa consolazione si diede intera alle pratiche di

pietà: usciva di casa per girsene a supplicare in chiesa, tornava di

chiesa per fare orazione in casa; visitava infermi, non respingeva mai

poverello di Dio senza averlo con larghezza aiutato; di ora in ora

metteva una penna all'ale, che l'avrebbono, secondo la sua opinione, a

tempo e a luogo trasportata di volo in paradiso. La vita certo le

mancava, pure, se la intensa preghiera non la disfaceva, l'avrebbe

tirata in lungo: la prece ardente e continua la consumò. Incominciò a

supplicare per Paride, poi per Lattanzio, poi anco per sè, ma terminato

questo ciclo, le pareva vedere, e vedeva certo due mani giunte scaturire

fuori da un mare di tenebre in atto d'implorare un po' di refrigerio,

d'intercessione: cotesta vista la faceva rabbrividire; pensava al

naufrago, che presso a dare l'ultimo tuffo solleva a quel mo' le mani su

le acque; e allora pregava anco per Lelio. Questo roteare senza posa si

rinnovava da prima distinto e completo, poi rotto a pezzi, e il capo ne

usciva indolenzito come se lo recingesse una corona di spine; questo

dolore sparso mano a mano si concentrò in ispasimo fissandosi sul ciglio

destro; ei cruciava come un chiodo fitto dentro l'occhio: difatti lo

appellano chiodo solare però che col crescere del sole aumenti

l'angoscia, e col declinare diminuisca. Questo fiero malore, che ad

altro non saprei rassomigliare che al mal dei denti, nel cervello

precipitò il corso mortale della vita di Fulvia: ella morì perdonando a

tutti, esaltata dai lumi, dai canti, dagl'incensi ed anco dai singhiozzi

dei preti, degl'incappati, degli uomini e delle donne che le stavano

intorno al letto: morì contenta, e credè sul serio, prosciolta dal

martirio terreno, andare assunta alla pace di Dio. — L'opinione pubblica

aveva di già segnato sul conto suo una giravolta, il clero già non la

derelisse mai: cosa papale ell'era; e la pietà sua spremuta dal rimorso

stillava olio all'altare più della oliva stretta nel torchio; in oltre a

lodare la sua munificenza il clero ci trovava il proprio interesse

avendo egli considerato, che se la pietà donava alla Chiesa con la

mestola, la vanità sbraciava con la pala. I poveri, la plebe insomma, ha

confinato la sua tenerezza nei denti: gettale sotto pane da mordere, e

ti amerà; ritirale il pane e ti vorrà male di morte. La gente dabbene si

stringeva nelle spalle, e diceva: «Povera donna! certo non è stata uno

stinco di Santo, ma ha sofferto molto; Dio la perdoni come il mondo l'ha

perdonata.»

A Lattanzio, o per moto proprio, ovvero a istanza altrui, il Granduca

Ferdinando II concesse lettere di grazia della pena dello esilio; onde

quegli tornasse a morire in casa. In città non si fece più vedere: pose

stanza in campagna, dove visse solitario, fuggendo ogni aspetto umano,

concentrato in sè, raro parlante; veruna cura si pigliava delle faccende

sue, poca della persona. Sovente fu visto sdraiarsi sotto un arbore

all'ombra, e quando l'ombra cessava egli rimaneva nel medesimo luogo

sotto la sferza del sole senza che mostrasse accorgersene; ancora

(mirabile a dirsi!) vespe, tafani gli si ammucchiavano sul viso; ned

egli, il più delle volte, moveva la mano per cacciarli, tanto il suo

spirito vagava dilungato fuori dalla realità della vita, sicchè quando

si levava la sua sembianza grondante sangue offeriva anch'ella la

immagine dell'_ecce homo!_ Sul cadere delle foglie chiamato a sè il

curato della prossima parrocchia, invitollo a pranzo, dove si

alternarono fra loro di molti e dotti ragionamenti, che il prete non

pure intendeva di divinità assaissimo, ma sì andava non mediocremente

ornato di umane lettere. Dopo il pasto recatisi in giardino, Lattanzio

di un tratto soffermatosi domandò:

— Che ora abbiamo? Il parroco guardò l'ombra che mandavano gli arbori a

sole cadente e rispose: — Le ventuna non possono star di molto a sonare.

— Or bè, don Antonio, voi cominciando da domani udrete la mia

confessione generale, perchè tra quindici giorni a questa ora precisa io

morirò; e se possibile fosse io mi vorrei acconciare dell'anima.

— O chi vi ha detto che morirete fra quindici giorni; come potete

saperlo voi?

— Lo so. — Sento qui dentro la voce del destino, la quale non mi ha

ingannato mai.

— Che destino andate voi farneticando? Il destino la è roba da Pagani;

dite la Provvidenza.

— Provvidenza sia, io non mi voglio bisticciare con voi, provvidenza o

destino, una forza invincibile, spietata che dentro e fuori di noi ne

può più di noi.

Nel seguente giorno incominciò la confessione; _per ore e ore Lattanzio

pallido in faccia come un morto stava genuflesso a piè del confessore_,

e il confessore grondava sudore tanto da intriderne due fazzoletti; per

modo che la serva della Canonica essendosene accorta ebbe a dirgli: — O

don Antonio, che novità è questa? Non fareste mica le prove per correre

il palio su la piazza di Siena?

[Illustrazione: — Don Antonio, ditemelo da galantuomo,

ci vedete verso che io mi possa salvare? (Pag. 160.)]

Terminata la confessione, Lattanzio con voce spenta interrogò:

— Don Antonio, ditemelo da galantuomo, ci vedete verso che io mi possa

salvare?

— Guà!

La misericordia di Dio ha sì gran braccia

Che piglia ciò, che si rivolve a lei.

E quando al nostro divino Redentore non avessero inchiodato le braccia,

tanto è, ei le terrebbe sempre aperte per raccogliere le anime pentite

che confidano in lui.

Venuto il decimo giorno del termine da Lattanzio presagito, si mise a

letto, e al parroco, che ormai gli si era fatto indivisibile compagno,

parlò a lungo nell'orecchio; e siccome quegli crollava il capo come uomo

che tentenni fra due diversi concetti, egli con maggior fervore

s'industriò persuaderlo, e parve riuscisse, imperciocchè all'ultimo

rispose:

— Restate consolato, sarà fatto.

Giunse il giorno quindici; fino da mezzodì, gli assistenti avevano

dichiarato, che Lattanzio non avrebbe passato la giornata. Strana

infermità davvero! Non febbre, non doglia di capo, o di visceri;

ordinato il moto del cuore, ordinati i polsi, e con tutto questo la vita

gli scappava da tutti i pori; ei si disfaceva come la massa di metallo

se ne va in forfora sotto l'azione della lima. Gli occhi teneva fitti

nella parete opposta al letto, e moveva le labbra come se contasse; di

repente si scosse, ed accennato al prete, che si accostasse, domandò:

— Avete avvisato in tempo?

— Vi ripeto per la decima volta, che sì.

— E verrà?

— Verrà senz'altro... eccola se non erro.

E fu sentito strepito di carrozza, che si affretti.

— Egli era tempo... perchè perdo il lume degli occhi... mi sento

mancare... manco.

In questa, dall'uscio in fretta dischiuso, si precipita nella stanza una

donna per grazia, per leggiadria, per giovanezza divina: mossa, o

piuttosto spinta da qualche spirito soprannaturale, si abbandona nelle

braccia del moribondo, che gliele tendeva nel delirio di un affetto che

pare, — no, che per certo vince, almeno per alcuni istanti, la morte.

— _Abbiti l'anima mia!_ esclamò il morente con tale una lena, che mise

in chi lo ascoltò, maraviglia, pietà ad un punto e paura; e l'anima pur

troppo le diede, imperciocchè in cotesto supremo amplesso, in cotesto

supremo bacio, lo spirito si era da lui dipartito.

La giovane donna tremante, e pure ferma, con le rosee dita chiuse gli

occhi al defunto, gli velò la faccia; poi postasi a capo del letto, con

il volto levato in su, e le braccia e le mani aperte, disse con voce da

fendere il cuore:

— Signore, ricevi quest'anima desolata in pace.

Allora il Parroco con parole umili susurrò nell'orecchio alla donna:

— Signora, ora lo ufficio di pietà avete compito; niente altro vi rimane

a far qui; — tornate a Siena, e non si sappia, che veniste ad assistere

il vostro patrigno.

— Dite, reverendo, e credete proprio, che l'anima di questo infelice sia

andata in luogo di salvazione?

— Io non sono, ed ella, signora mia, col suo buon giudizio lo capisce,

il segretario del Padre eterno; ma a giudicarne secondo la carità

cristiana credo di sì; che se sopra la bilancia della misericordia

qualche granello mancava per farla traboccare, tengo per fermo che la

sua pietà ha dato il tratto alla bilancia.

La giovane bellissima era la Caterina Gaetana Griffoli figliuola di

Fulvia sposata a Francesco Piccolomini.

* * * * *

Qui ha fine il racconto; però non posso nè devo tacere, che sebbene

l'egregio Antonio Pantanelli con parecchi solerti e studiosi amici suoi

si sia dato a tutto uomo a rovistare per Biblioteche ed Archivi di

Siena, onde raccogliere altre notizie intorno questo caso memorabile,

non abbiano approdato a nulla; tuttavia al signor Luciano Banchi

direttore dello Archivio di Stato, nel libro dei Battesimi e dei

Matrimoni, venne fatto rinvenire come da Lattanzio e dalla Fulvia

nascessero cinque figli: Belisario, Ascanio, Paris, Alessandro e

Virginia. Difatti la famiglia dei Bulgarini non è anco spenta, e nel

1849 conobbi un Belisario Bulgarini uomo fornito di buone lettere,

autore di libri assai lodati, e quello che più preme, onesto: il suo

nome va nella Storia della Toscana congiunto con altro nome, che suona

tradimento ed infamia. Egli, a quanto sembra, non provò amica la

fortuna, l'altro sì, e scandolosamente immeritata; ma Dio non paga il

sabato, e le lische alla morena stanno nella coda: così almeno giova

sperare, e finisco.

Il destino: romanzo · 第 8 / 14 题