CAPITOLO I.

Lo Amore.

La Fulvia Piccolomini fu bellissima donna, anzi divina, nacque in Siena

il 14 marzo 1630 al signore Alessandro, cui bastarono il cuore e i lombi

per darle la compagnia nientemeno di quindici fratelli: di diciotto anni

ella si maritò con Lelio Griffoli gentiluomo di Siena, e gli portò in

dote fiorini 7376, che non furono troppi, ma nè anco sembreranno pochi a

cui consideri la compagnia dei predetti quindici fratelli.

Ho affermato, che la signora Fulvia fu bellissima donna, e questo dissi

non già perchè ogni eroina di poema o di racconto deva esser bella, ma

sì perchè tale veramente a giudizio di quanti la videro, e scrissero di

lei: io vi potrei dichiarare, che i suoi occhi chiamavano quanti amori

volavano sopra la città di Siena, dove ce ne volano molti, e se diceste,

puta il caso, quanto le rondini di maggio, voi direste niente,

imperciocchè per l'aere di Siena si veggano gli amori andare su, giù,

per diritto e per traverso, fitti e luminosi come gli atomi dentro i

raggi del sole: potrei eziandio accertarvi che l'Amore avendo un dì

intinte le ale nel sugo del melogranato ne colorì il sommo delle guancie

alla venustissima donna; altre e più cose potrei vergare sopra la carta,

che non vi farebbero comprendere un ette della bellezza di lei. _Ut

pictura poesis_; proviamo un po' se la parola possa diventare pennello.

La Fulvia era di statura anzichè no vantaggiosa, di spalle lata, di

colmo petto, di fianchi e di anche potente; camminava con andatura

gagliarda forte premendo del bel piede la terra, e pure agile ad un

punto e maestosa: dov'ella si fosse sciolti i lunghi capelli neri

avrieno coperto lei ignuda del più denso velo, che mai avesse potuto

desiderare il pudore; neri altresì gli occhi, forse troppo lucidi e

certo troppo spesso immoti, i quali le partecipavano certa aria di

stupidità, che poi di subito sprigionando baleni sotto la stretta dei

sopraccigli, neri anch'essi, e folti, l'accusavano di fierezza, e per

avventura di crudeltà. Fidia non avrebbe sdegnato torre a modello

cotesto naso, che segnava tutta una linea diritta, e pure non rigida con

quella della fronte; la pelle candidissima da disgradarne il collo del

cigno, e le guancie spruzzate, per così dire, del colore di amaranto: le

labbra poi vermiglie, mobilissime, sicchè non parrà strano se affermo,

ch'elleno parlavano quanto e più degli occhi. Non sarà stato così,

perchè io mi professo servitore devoto di tutti, massime delle donne, ma

pareva, che il liquore della voluttà o troppo spesso bevuto, o di

qualità troppo ardente, avesse infiammato coteste labbra.

[Illustrazione: Nei dì feriali, quando Fulvia passava per le vie

il popolo poeta al solo vederla gioiva.... (Pag. 16.)]

Nei dì feriali quando passava per le vie, il popolo poeta al solo

vederla gioiva; il calzolaio si affacciava allo sporto con la forma

nella mano manca, e con la destra al cappello in atto di cavarselo; il

falegname, che segava una tavola sottoposta al suo ginocchio teneva la

sega sospesa, e fintantochè la poteva scoprire la seguitava con gli

occhi; la vecchia con le dita appiccicate alle labbra dimenticava

inumidirsele con la saliva per filare la canapa; dei maggiorenti, chi le

faceva di berretta per amore dell'arte, imperciocchè Siena essendo la

città dello Amore, questo si meni dietro, o piuttosto lo seguitino le

Belle Arti figliuole: non so se questa figliazione sia ortodossa,

secondo l'antica mitologia, ma egli è certo, che Amore ha più figli, che

altri non pensa. Il Cristianesimo per avventura in Siena non ebbe il

coraggio di cacciare via dai luoghi sacri Venere madre di Amore; di

chiesa la bandiva, ma accompagnatala in sagrestia quivi la lasciò stare,

non si sentendo il coraggio di metterla così ignuda fuori della porta;

ed ora ammiriamo la Madre dello Amore nella sagrestia o biblioteca

ammirata ella stessa di vedersi circuita da una corona di messali

miniati dai Frati Benedetto da Matera e Gabriele Mattei, non però

ammirata delle pitture che la circondano, le quali rappresentano i gesti

di Enea Silvio Piccolomini dipinti dal Pinturicchio, e da Raffaello di

Urbino; perchè questi, e il papa Pio fossero grandi maestri di Amore,

come pel primo ne porgono immortale testimonianza i suoi dipinti, pel

secondo il suo libro degli _Amori di Eurialo e di Lucrezia_: i Papi una

volta si ricordavano, che gli uomini dalla parte manca del petto portano

un cuore.....

Altri poi salutavano la Fulvia sapendola donna di alto affare, e capace

così in patria come a Roma, se lo avesse voluto, di avvantaggiare le

faccende loro.

E nè mancavano di quelli, che le facevano reverenza estimandola quasi

appendice del Papa, avvegnachè ella fosse congiunta del pontefice

Alessandro VII, che fu un Fabio Chigi; e Siena meritamente salutavasi

città papale noverando ella otto Papi, e trentanove Cardinali; onde se

alla Fulvia avesse preso il ghiribizzo di alzare tre dita della mano

destra distribuendo croci a diritta ed a sinistra, se le sarieno tolte

per buone, nè forse l'avrebbero barattate con le genuine papali. Narrasi

come Pio VII vedendo certo giovane screpante sghignarlo per via delle

benedizioni, che egli impartiva alle moltitudini accorse, gli dicesse: —

non disprezzate la benedizione di un vecchio; essa non ha mai fatto male

ad alcuno; — la Fulvia a miglior dritto avrebbe potuto dire: —

accogliete la benedizione di una donna giovane e bella, essa altro non

può, che farvi bene a tutti.

Siete voi mai andati a Genova? Se sì tornateci, se no fatevici condurre

per vedere una donna maravigliosa, anzi divina, anzi un vero paradiso su

questa terra. Or come, dovremmo noi lasciare la moglie, e l'ombrello per

imprendere il pellegrinaggio alla casa di una femmina sia pure quanto

vuolsi famosa? Poffar del mondo! O voi, o i vostri padri recaronsi pure

in pellegrinaggio alla casa del Loreto per venerare una Madonna, che, a

parte la santità, pare una cafra, potreste dunque portarvi senza

contradizione a visitare a Genova una creatura divina.

Voi la troverete pronta a ricevervi così di notte come di giorno; non

mai schiva, sempre cortese in tutto e con tutti, veruno scarta, a quanti

sono sorride, toccatela quanto vi piace, si lascia fare; anco se vi

attentaste a baciarla non si sdegnerà per questo, purchè adoperiate con

discretezza: ella ha marito gagliardo a un punto e geloso, il quale la

vigila sempre, ma non si sdegna mai; all'opposto si compiace dello

smisurato affetto di cui si accendono gli amatori della sua donna: cioè,

a dire la verità, non so se se ne compiaccia, egli è certo che sta

fermo: e tutto questo perchè la dama è dipinta, e il suo marito altresì.

Dicono, che cotesta dama fosse della famiglia dei Brignole Sale, dicono

cotesto dipinto essere stato condotto dal grande pittore Van Dyck, e

dicono ancora, che Van Dyck ne fosse innamorato; veramente se dovessi

dire la mia, io per me giudico, che se Amore non gli guida, i pennelli

non possono dipingere così. — Se la dama poi s'innamorasse del pittore,

se con tenero affetto lo compensasse di averla resa immortale, almeno

fintantochè i topi, le tarle, e la polvere, con gli altri nemici della

immortalità non abbiano distrutto il quadro, io non ve lo saprei dire:

la storia è antica, e fosse moderna, non vale il pregio rovistarne gli

scartafacci per andarci a pescare di cosiffatte novelle.

E comecchè dipinta, e solo spirante dalla tela ciò non fece ostacolo

d'innamorarsene al buon Revere, che maestrevolmente la descrisse nel

capitolo degli _Amori a olio_ nel suo libro: _Paesi e Marine_. Revere

cui natura concesse bella e spigliata la nave dello ingegno, ed egli con

l'arte ornò di fregi dorati e di polena, e corredò di elettissime vele e

pareva destinata a navigare senza requie su le acque dei nostri mari; ma

l'assalsero rabbiosi lo scilocco dei pedanti, e il libeccio degl'invidi,

ond'ei per dispetto la spinse a dare in secco dentro l'arena, e quivi

stette immobile. Rimetti a galla la tua nave o Revere; che fa a te ciò,

che quivi ti bisbiglia? Anco la fama a taluno tocca domare come belva

feroce; nè qui tutto è male, perchè se vinci la prova non ti troverai

costretto a pararle la mano per ottenere la elemosina dei suoi favori,

bensì l'agguanti pei capelli e la costringi a prestarti omaggio; te la

strascini schiava dietro al carro,... così mi piace la fama. Rimetti a

galla la tua nave, o Revere, e se tornando in porto non ti auguri

vedere, come immaginò per sè messere Ludovico Ariosto, aspettarti sul

molo plaudenti donne illustri, principi, e letterati magni, tienti

lontano dalle sponde, naviga sempre in alto mare, e canta e scrivi per

la Patria e per te.

Gli anni poi non contano; il cuore non invecchia mai, Anacreonte si

metteva gli anni intorno al capo per sostituire le foglie della edera

che cadevano dalla sua ghirlanda.

Pari a questa dama, fu la nostra Fulvia, se porge la tradizione il vero;

per lo meno doveva arieggiarla, però che i segni corrispondano come

goccia d'acqua a goccia; sicchè mentre la donna si aggirava per le

anguste vie di Siena la precorreva, la seguiva un'aura vocale, che

diceva: _divina! divina!_ Se il vento l'avesse circumfusa di un nembo

pregno di quanti produce l'Arabia profumi, non avrebbe di uguale

allegrezza esultato il suo cuore.

Nei dì di festa, o di obbligo di messa i cittadini sapendo com'ella

costumasse recarsi al Duomo verso nona si assiepavano davanti la sua

porta per vederla uscire, a mo' che si usa in parecchi paesi, nei quali

i giovani fanno il serraglio dinanzi alla porta, donde la sposa si reca

a marito, sicchè questa è forza, che si riscatti se pure desidera di

giungere all'altare. Giusto adesso avevano fatto a quel modo, perchè

correva il mercoledì delle ceneri; ed ella, cessato il carnevale delle

feste e dei balli ora sta per cominciare il carnevale delle prediche: si

spalanca la porta, e si leva il solito sussurro di ammirazione, ed ella

graziosa a tutti sorride, e tutti saluta. Dico cosa incredibile, e non

di manco vera, e tutto giorno rinnuovata, cioè, che ognuno si reputava

da lei singolarmente distinto, ed ella non vedeva mai persona distinta,

bensì una congerie, una polenta, per modo di esprimermi, di facciacce

umane.

Però se stamane taluno l'avesse considerata a partito avria rinvenuto le

sue sembianze sconvolte, e se non brutte, che tali non avrebbero mai

potuto essere, almanco sinistre: nè senza ragione, che quello ed il

precedente giorno ella aveva provato _uziaci_, come dicevano Fiorentini

di allora. Di fatti nella festa d'ieri con suo piuttosto spavento che

maraviglia ella non era stata acclamata regina, lo sciame degli

adoratori si era addensato intorno alla Virginia Chigi, sua dolcissima

amica, e la Virginia procedeva in mezzo ad essi appunto come la regina

in mezzo alle api, contenendoli ovvero letiziandoli _maiestate tantum_:

ma forse la Virginia era più bella di Fulvia? No, mille volte no; anco

Fulvia la pensava così: e dunque a che attribuire la subitanea

parzialità? Oh! ecco, la Virginia era tuttora zitella, sicchè tra la

Fulvia e lei correva la differenza tra un posto preso ed un posto da

prendere; la Virginia sorgeva da levante, e Fulvia inchinava

all'occidente; non mica potesse chiamarsi vecchia, dacchè allora ella

noverasse ventisette anni _confessati_, ma reali ventinove, che questo

caso successe nel 1659, e lei i registri battesimali fanno nata nel

1630, ma vi ha una aura di maggio ed un'aura di settembre entrambe

tepide e liete, pure la prima è messaggera di vita, l'altra prima di

rinfrescarti la faccia sembra sia passata tra le fronde dei cipressi;

splende il sole in primavera ed in autunno, e pure lì ti blandisce come

un saluto, qui t'intristisce a guisa di addio. Il suo marito Lelio

fastidioso per molesta gelosia alla stregua, che si approssimava alla

vecchiezza (che i suoi cinquantanove anni allora ei non doveva andarli a

cercare) in cotesta notte le aveva detto parole acerbe, perchè la notò

carezzevole oltre l'onesto (egli affermava) e certo oltre il consueto di

lei verso i cavalieri; ed era vero, ma non ci entrava malizia; la povera

donna aveva raddoppiato le blandizie come il capitano spinge in campo le

riserve per vincere la battaglia. — Ultima trafittura fu, che dopo avere

aspettato ore ed ore il sarto, che le riportasse una veste di velluto

pagonazzo con la quale disegnava comparire alla predica bellissima fra

le belle, la mandò ad avvisare, che aveva dovuto lasciarla indietro per

finire un vestito di velluto nero per donna Virginia Chigi: e poi per la

prima volta quel richiamo della polvere a ricordarsi ch'ella pure era

polvere, incominciava a darle un tantino di uggia; anco il vento

pungeva, il cielo era grigio, e una pioggierella minuta cacciava il

ribrezzo nelle ossa: bastava tanto, e ne avanzava perchè Fulvia in

cotesto dì fosse di animo disposta a tirare il collo all'amore se mai le

capitava fra le mani, e metterlo in pentola a bollire come un cappone.

Comparsa appena su la porta, ecco il solito serraglio stringerlese alla

vita, e i soliti salutari, e le consuete ammirazioni, ed ella a destra

ed a sinistra snodando il collo flessibile a guisa di colombo quando

vezzeggia, sorrideva a questo, ed a quello: tutti si credevano da lei

conosciuti, e particolarmente distinti, ed ella secondo il solito non

aveva avvertito veruno; dico male; uno avvertì, e parve gran cosa, che

quel giovane da due mesi non mancasse mai alla corona del popolo, che

l'aspettava al suo uscire di casa, e del continuo la seguisse per le

vie, ai ritrovi, in chiesa, e allora giusto allora per la prima volta

gli fissasse gli occhi addosso.

[Illustrazione: .... e allora, giusto allora, per la prima

volta gli fissasse gli occhi addosso (Pag. 23.)]

Non vi spazientite, che per me non sono uso tenere i miei lettori su la

corda, io vi dirò addirittura chi ei si fosse: era Paride figlio di

Belisario Bulgarini giovane gentiluomo sul fiore degli anni; egli non

aveva più che un fratello di qualche anno minore a lui, il quale

dilettandosi di cacciagioni e delle cure di villa, di rado veniva in

città, e mai ci si fermava: ambedue celibi, per cotesti tempi doviziosi:

entrambi poi di bel costume, e cortesi; ma a Paris diede la natura uno

spirito inquieto, il quale sariasi nudrito negli esercizi della guerra,

o in altri consimili, dove lo ingegno si affatica insieme col corpo; ma

la stagione correva tanto propizia a cui volesse dare di piglio ad uno

aspersorio, quanto contraria a quale inclinasse di trattare spada; tempi

da campane non già da tamburi; tempi nei quali quando s'imbatte la

storia, deposto lo stile, stira le braccia, e sbadiglia. Ora questa

copia di forza fisica rovesciandosi sopra lo intelletto faceva sì che il

peso ne sembrasse e fosse veramente soverchio; e per isfogarsi con lo

esercizio s'inoltrava dentro il mare magno dei pensamenti senza il filo

di Arianna per tornarsene a casa, come senza scopo prestabilito: andava

per andare, come quei cani randagi, che si gettano la coda sul groppone

e vanno tutto dì aggirandosi attorno senza sapere dove si ricovereranno

la notte. Di qui egli diventò fosco sempre e accigliato, pensoso senza

pro, e la confusione dello spirito si diffuse sul passo, negli occhi, su

le voglie e su tutto: si mostrava ostinato a proseguire una cosa come se

quella massimamente desiderasse, ed in sostanza non adoperava così

perchè veruna cosa nè desiderasse nè amasse. Fu biondo, fu aitante della

persona, ben disposto di membra; di occhio ceruleo, un dì alacre, ora

spento come di pesce, che cominci a passare: fastidioso a sè e ad

altrui; favellatore scarso, degli altri poco amatore, di sè nulla. Ora a

questa anima in isciopero, venuta ventotto anni su senza un perchè, ecco

offerirsi di un tratto splendida nella sua bellezza la Fulvia

Piccolomini moglie di Lelio Griffoli: davvero in lui l'amore si palesò

con un colpo di freccia, che lo traferì da banda a banda; non come

quello che messere Francesco canta in rima ferisse lui, di saetta,

mentre a madonna non mostrò pur l'arco, sicchè, a suo _parere non gli fu

onore_[1]. Entrato appena in cotesto cuore, l'Amore, giusto secondo la

immagine del Parini, crebbe gigante, e squassando ferocemente il

turcasso gridò: «_valgo, e vo' regnar solo_» amori nati a mo' di turbine

di neve nelle Alpi; di vortice di arena nel deserto, amori di uracano,

essi varrebbero non già a sperdere un cuore ma l'esercito di Cambise, e

la grande armata di Filippo II se potessero infuriare su le cose come

infuriano su l'uomo.

[1] Ferir me di saetta in quello stato

E a voi armata non mostrar pur l'arco.

E fu sventura, che la Fulvia in cotesto giorno, in quell'ora e con la

disposizione di animo nella quale si trovava contemplasse Paride,

conciossiachè subito sentisse per lui aborrimento, e paura. Al contrario

parve a Paride, che ella lo guardasse con amore: credè l'affare fatto:

stette sul punto di stramazzare; un bel pezzo barellò, ma poi si diede a

correre a correre, che tanto non va presto lo struzzo nel deserto, per

arrivare al Duomo prima della donna amata; e vi arrivò: allora si pose

accanto la pila dell'acqua benedetta aspettando la Fulvia con un battito

di cuore, che parve miracolo se in cotesto punto non isfiancò. La Fulvia

giunse, ma non pareva dessa, tanto mostrava sconvolte la sembianza e la

persona; senza punto avvertire gli obietti circostanti ella allungò il

braccio per immergere la breve mano dove non appariva nodo, nè vena

eccedeva, nell'acqua santa, ma improvviso le sorse davanti dall'altro

lato della pila Paride che tuffata la mano tremula più che foglia al

vento a lei la porse grondante. Rabbrividì la donna, e quasi mirasse o

biscia, o scorpione, od altro più odiato animale, con un grido represso

scappò via. Paride sentì stringersi ad un punto il cervello, ed il

cuore; troppo breve, e troppo intenso il suo inganno, come troppo

crudele la verità: spazio non breve di tempo rimase con la mano in alto,

all'ultimo si segnò; le stille dell'acqua benedetta gli gocciarono fino

agli occhi, e quivi crebbero per le lacrime che al povero uomo

proruppero fuori irrefrenate. Preso da vergogna deliberò uscire e non

potè; allora brancolando, chè la chiesa era buia a cagione delle tende

tirate alle finestre, e di quella più grande stesa sopra il pulpito come

costumasi quando entra la predica, si trasse fino la terza colonna della

navata a mano manca, e quivi si rimase rannicchiato: adagio adagio egli

riprese balìa, e gli occhi suoi assuefacendosi al buio incominciò a

frugare dove si fosse nascosta la creatura nemica; per quanto rovistasse

da ogni parte, e più volte si rifacesse alla ricerca, non la seppe

rinvenire: ella era sparita: tuttavia non gli riuscendo darsi pace

mentre stava per gittarsi al disperato, ecco lì, proprio accanto a lui,

dalla parte opposta della colonna mira Fulvia inginocchiata con le mani

giunte e il capo inchinato su quella: gli occhi teneva chiusi, e pareva,

che pregasse. Paride anch'egli era genuflesso, sicchè camminando su i

ginocchi si trasse innanzi per contemplarla meglio: a che rassomigliasse

costui mentre aveva giù prosciolte le braccia, e le mani aperte, con la

bocca schiusa, e un riso di marmo, la vita intera trasfusa nelle pupille

degli occhi alacri, lucide al pari della punta di un coltello, io non

potrei dire: certo si conosceva, che in cotesto istante qualche ordigno

della sua compagine sforzato cedeva all'urto della passione, e di ora in

poi lo intelletto, e la parola ne avrebbero patito nocumento ognuno per

sè, e peggio nella corrispondenza fra loro. All'improvviso il meschino

giovane sentendosi dentro mancare cadde col volto davanti, e lo avrebbe

percosso sul pavimento se non gli facevano difesa le mani; non potendo

più frenarsi dette in un sospiro profondo così, che parve un bramito di

belva: allora la Fulvia spaventata abbassò gli occhi e vide l'uomo

odiatissimo, a suo parere, trasformato in demonio, o in bestia, che

cammini su quattro piè; e ciò tanto più parve vero alla sua

immaginativa, che Paride cadendo a quel modo sul suolo teneva la faccia

storta in molto brutta maniera per guardare in su. La ignoranza, che

tornava a infittire le sue tenebre diradate alquanto dagli studi

classici dei secoli decimoquarto, e decimoquinto aveva reso credibili

anco alle persone di alto affare le leggende delle streghe,

l'apparizione dei demoni, ed altre ciurmerie siffatte, anzi n'era

cresciuto il numero con l'accessione dei lemuri, dei geni, degli dei

mediossumi, e degl'inferi: perchè dove vi ha preti vi saranno sempre in

un modo e nell'altro inferno, e paradiso; e poi non fu arduo in ogni

tempo mai così ad uomini come alle donne immaginarsi gli uomini con la

coda, facilissimo a queste ultime figurarseli con le corna, per le quali

cose non parrà strano, che la Fulvia cominciasse a tremare alla vista di

Paride in cotesto modo atteggiato, e paurosa, che si fosse convertito in

demonio quinci a furia levossi dandosi a fuga affannosa e sviata quasi

lodola inseguita dal falco: non per elezione bensì per istinto ella si

cacciò là dove le tenebre comparivano maggiori, sicchè per caso si

condusse nella cappella Chigi, che incominciata dal suo parente

Alessandro VII mentre era nunzio apostolico allora non anco era

terminata, nè lo fu prima del 1680.

[Illustrazione: .... quinci a furia levossi dandosi a

fuga affannosa e sviata... (Pag. 28.)]

Colà ardeva una sola lampada, in onore del Sacramento custodito nel

ciborio, nè ci occorreva persona, chè tutti stavano raccolti intorno al

pergamo per raccogliere di prima mano la parola divina. Almeno qui avrò

pace, pensò la donna; e a voi beatissima Vergine mi raccomando;

proteggetemi voi. Così rimase un pezzo, quando sollevando la faccia

proprio sotto la lampada scorse lo aborrito; i raggi del pallido lume

cascavano giù a piombo sopra coteste sembianze desolate rendendole più

del consueto lugubri: allora ella si tenne per ispacciata; credè

davvero, che costui volesse torcerle il collo, e portare la sua anima

nell'inferno con esso seco; un freddo acuto le penetrò le ossa; il

sudore diaccio le imperlò la fronte, e svenne. Quando tornò il suo

spirito ai consueti uffici della vita si vide circondata da pietose

gentildonne, le quali le prodigavano ogni maniera di uffici cortesi;

essa a quella stringeva affettuosamente la mano, quest'altra baciava,

ringraziava tutte, e quasi le pareva sentirsi lieta essendosi liberata

dalla visione di quel demonio fatto uomo, o di quell'uomo diventato

demonio; e s'ingannava, però che nel girare degli occhi si rivide

dinanzi Paride con gli sguardi intenti in lei quasi punte di fiocina,

che il pescatore sta per fulminare nei fianchi alla Balena; onde

ricaduta in deliquio fu dalle donne amorevoli non menochè curiose di

scoprire le cause di cotesto accidente ricondotta in casa, e quivi

affidata alle cure del marito, e delle ancelle discrete.

Lelio presa lingua del caso, fu colto dalla più sconcia gelosia di

Paride che abbia tormentato marito; e come quasi sempre succede ai

mariti gelosi non era lì, ma all'uscio accanto. Difatti questo Paride

odierno, diverso in tutto dall'antico non arrivò mai ad assimilare Lelio

Griffoli a Menelao degli Atridi: tuttavia a confermare Lelio nel suo

falso concetto molto contribuiva Paride, che da quel giorno in poi

seguendo il costume della farfalla, la quale non par contenta se prima

non si abbia bruciato alla fiammella le ale, prese a perseguitare la

Fulvia; la seguitava come ombra, dove ella levava il piede egli metteva

il suo; per le vie, in chiesa, nei ritrovi, dovunque: molestia infinita,

impronta, ostinata, da non si potere sopportare: avvisato Paride da

qualche cittadino da bene cavò fuori il pugnale per ferirlo, ond'ei si

tenne avvertito per un'altra volta: qualcheduno si consigliava

informarne il Principe governatore di Siena nel tristo augurio, ch'ei

desse nei gerundi, e un giorno o l'altro commettesse cosa da far

piangere; ma non n'ebbe il coraggio: e per crescente abbiettezza ormai

saliva nel massimo onore il proverbio: arrosto, che non tocca lascialo

andare, che bruci, insomma la faccenda pigliava mala piega se Paride non

cadeva infermo: chiamati i medici e assai sottilmente esaminatolo

trovarono quello che pur troppo era; una passione indomata lo rodeva; la

lama tagliava il fodero: termine di cotesto stato per ordinario o morte

o pazzia: via di mezzo veruna.

Paride dì, e notte seduto sul letto, alquanto riverso della persona

sopra i guanciali, con le mani aperte, e le braccia abbandonate su le

coltri, gli occhi intenti, e fissi su qualche obietto, che non era

mondano: ardeva dentro, la sua esistenza diventava cenere, nè alcuno

poteva a cotesto incendio porgere aita. Non madre, non sorella, che lo

sovvenissero, non amico che lo sollevasse; il fratello stava in villa,

ed egli vietò severamente, che gli porgessero contezza del suo stato.

Intorno a lui solo una donna, che gli fu nutrice, la quale come quasi

tutte le nutrici sono, massime se prive di marito, e del figliuolo, che

prima partorirono, gli portava uno amore, che io direi piuttosto

strabocchevole, che disordinato; l'amore del cane, il quale nei giorni

delle immanità di Nerone gittato il corpo del suo padrone Tito Sabino

nel Tevere ci si tuffò anch'egli tenendolo sollevato su le acque perchè

i vortici non glielo travolgessero al mare, e poichè con ineffabili

conati lo ebbe tratto alla riva gli scavò la fossa, ce lo compose

dentro; e su la fossa stette e morì. — Povera donna! a piè del letto,

con le mani soprammesse ad un pomo di colonna teneva senza battere

palpebra ficcati i suoi negli sguardi di lui; s'ei sospirava ella

gemeva, se Paride faceva bocca da ridere, ed ella a posta sua rideva; se

una mosca gli si posava su la faccia, ed ella moveva cheta cheta e

gliela scacciava; adagio adagio per non ispazientirlo, gli accomodava le

coperte del letto andate da parte, gli moderava la luce del sole, o

della lampada: amore materno stemperato in atmosfera di cui la

Provvidenza diede il tesoro alla donna, perchè l'uomo travagliato da

tanti guai non maledisse la donna, e con essa le universe creature, che

uscirono di mano a tale ente, il quale come poderoso non ci si rivela

del pari buono e benefico.

Più volte la nutrice, che Betta aveva nome, si attentò a mettere innanzi

una parola, tanto per addentellare un discorso, ma egli torvo le aveva

intimato: _taci_; ed ella era rimasta cheta per tre giorni, tanta paura

d'infastidirlo le si era cacciata addosso: non sapeva da qual parte

pigliare il bandolo alla matassa: era amore? Era odio? O che cosa

diavolo era? Conosciuta la infermità si può sperare di trovarci rimedio:

egli chiuso come lettera sigillata, nè ella era femmina da girsene a

zonzo d'intorno per udire novella, Dio ne liberi; a lei l'uscire senza

bisogno di casa saria parso, non dirò peccato mortale, ma almeno grave

come sette veniali, che altrimenti degli amori di Paride avria sentito

bucinare qualche cosa. Pure dai dai le venne fatto un giorno di scoprire

l'arcano, ed ecco come. La camera dove giaceva Paride era così formata:

aveva una porta sola in fondo, e lì accanto alla parete in angolo alla

porta stava un tavolino di legno intagliato e dorato, e sopra esso uno

specchio dove ogni uomo, comecchè rubicondo al paro dei bargigli del

gallo, saria parso di verderame; pure anco a quel modo ritraeva la

immagine degli obietti: pertanto Betta nella contigua stanza camminando

a scancio venne ad appuntare gli occhi nello specchio, dove stava in

certo modo dipinto il letto, Paride, ed ogni altra cosa a lui

circostante; lì costei si pose senza neppure alitare sempre mirando da

quella parte; Paride si rimase lungamente immobile; poi di un tratto

cavò fuori di sotto al guanciale uno astuccio, e apertolo si pose a

contemplare il ritratto, che racchiudeva; da prima la sua faccia

s'illuminò, gli corruscarono gli occhi, il riso figlio dell'amore e

della gioia gli allietò il sembiante; parve adorarlo con quel delirio

passionato, che oltrepassando l'estremo limite del piacere diventa

tormento; quindi a mano a mano, come comparisce la procella sopra le

chete acque del mare, e le rimescola con furia infernale, e Dio e il

Diavolo pare che nel furore della tempesta si ricambino maledizioni di

fulmine, così Paride si sconvolse tutto, le pupille gli sparirono sotto

le ciglia aggrondate, gli si gonfiarono i muscoli della fronte, si morse

le labbra fino a grondare sangue; strinse con ismisurata rabbia entrambi

i pugni, poi levato il destro braccio, e aperta la mano scaraventò il

ritratto nell'opposta parete: ciò fatto con le mani si strinse la fronte

coprendosi gli occhi: dopo pochi minuti sembra, che una mutazione

accadesse nello spirito dello infermo, imperciocchè balzato da letto si

diede carpone a cercare il ritratto, il quale rinvenuto intero si

accostò al cuore spasimante fra l'angoscia, e la contentezza; e dacchè

il ritratto rimbalzato dal muro era caduto giusto davanti al tavolino

sormontato dallo specchio nel drizzarsi in piè egli si vide riflesso nel

cristallo; si vide, e si atterrì nel contemplarsi tanto disforme da

quello, che era stato prima: non potendo più oltre sostenere lo

spettacolo di sè si accosta vacillando al letto, dove essendosi posto

bocconi pianse amaramente. Betta questi casi mirò, e si sentì trapassata

l'anima da una spada, molto più che incapace a porgergli consolazione

scappò via turandosi la bocca, affinchè egli non udisse le sue strida.

Quando fu alquanto rasserenata, Betta si lavò gli occhi, e fingendo

essersi addormentata, anzi di questa sua negligenza domandando venia,

tornò al letto di Paride spiando lo istante in cui il sonno scendesse a

refrigerare le sue membra; ma il sonno fugge dagl'infelici, o vi si

ferma quanto la farfalla sul fiore da morti: tuttavia ella, postasi a

sedere accanto il letto, il suo capo abbandonò su le lenzuola, e fece le

viste di dormire; intanto però stese la mano sotto il capezzale per

pigliare il ritratto, e vedere un po', che diavolo si fosse; ma Paride

al minimo moto apriva gli occhi ed ella ritirava la mano più presto, che

vipera non fa la lingua: bisognò rimettere il tentativo alla notte, la

quale venuta, più che mezza, Paride la passò in vaniloqui, o in lagni:

oggimai egli non poteva dare altra testimonianza di vita, eccettochè con

dimostrazione di dolore: poco innanzi l'alba egli si assopì, e Betta

all'erta della occasione, cominciò ad allungare la mano procedendo in

questa guisa: prima stendeva un dito poi l'altro, dopo puntando su

questi spingeva innanzi cautissima il carpo della mano per ricominciare

da capo; però se l'alito di Paride ingrossava, ella ferma lì come

impietrita: riassicuratasi, il palpito alcun poco quetato di nuovo

ripiglia il lavoro, che in breve la condusse a mettere le mani sopra

l'astuccio; le pareva le scottasse le dita: nè da tanto sgomento nè da

tanta paura dev'essere stato compreso chi prima si accostò all'ara degli

Dei per commettervi sacrilegio: volse alcun poco le spalle al letto

accostando il ritratto alla candela per contemplarlo a suo agio. Lo

vide, e per un pelo non proruppe in un grido, imperciocchè la Fulvia

comparisse a tutti maravigliosamente bella; e poi il pittore le aveva

cresciuto grazia, cortigiani tutti i pittori; ma poichè la cortigianeria

loro serve la bellezza, meritano indulgenza plenaria; pertanto Betta con

una mano levata, e con la bocca aperta ammirava, quando allo improvviso

sente come una morsa diaccia agguantarle la spalla, ond'ella urlò

spiritata.

— Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il corpo e l'anima mia.

— Così dunque, subito dopo prese a rimbrottarla una voce, così dunque

serbi fede al tuo padrone?

La parola padrone, ma più il modo con che fu detta valsero a riporre in

un attimo il cervello a partito alla Betta, che rispose così:

— Paride! E tu non mi sei altro che padrone?

— E che ti hanno ad importare i segreti del tuo padrone?

— Che me ne importa?

— Sì, che te ne importa?

— Dio castiga i figliuoli, i quali mordono le mammelle, che gli hanno

allattati; e in queste parole di Betta sonava un pianto, una rampogna,

che anima viva non avrebbe potuto sopportare; molto più, che la povera

donna, caso fosse, ovvero intenzione, con ambo le mani aperte si

compresse il seno: cadde la ira a Paride, il quale su cotesto seno

abbandonando il capo infermo esclamò:

— O mamma mia!

— Mira, Paride, tu te ne vai ed io me ne vo teco, e tu sai che il medico

prima di dare mano alle medicine attende a conoscere la ragione del

male, nel medesimo modo io, che non acconsento che tu te ne vada (di me

poco importa), ho voluto pigliare contezza della tua infermità per

vedere un po' se ci fosse verso di guarirla. Adesso so dove ti fa male

la scarpa... tu ami...

— Non è vero...

— E questo dunque? Soggiunse la Betta mostrandogli il ritratto.

— Non è vero... ch'è mai cotesto? Un ritratto va bene. Di donna? Di

donna bella di forme... angelica quasi? Sì certo, e che per ciò? Tu

credi che io l'ami, menamela davanti, e chiamami fellone se io non le

mordo il cuore.

— Anch'io nel tempo de' tempi diceva così, quando la gelosia mi dava

martello, ma quando mi tornava a casa il mio Bastiano non mi sentiva

balìa di guardarlo in volto; poi parendomi averlo offeso faceva la

penitenza del peccato gittandogli le braccia al collo, e baciandolo

piangendo.

— O Betta, non è la gelosia, che mi travaglia, ella mi odia.

— Ti odia? O brutta befana; ella ti odia... ti amerà... ti amerà; io ti

so dire che io non sono io, o in capo ad un mese ella andrà pazza di te.

Ti amo tanto io, e perchè non ti dovrà amare ella? Ma per principiare a

modo e a verso, come si chiama cotesta femmina?

— Ah! il suo nome è Fulvia...

— Chi mai quella, che celebrano regina delle belle di Siena? Un occhio

di sole, una rosa imbalconata?

— Non so...

— La Griffoli, via, quella che da fanciulla era dei Piccolomini, la

parente del Papa?

— Giusto quella dessa.

— Oh! allora muta specie, Paride mio, qui inciampiamo dentro un

comandamento del Signore... e capisci che direbbe mai l'anima di donna

Flaminia, la madre tua, che fra onorata e bella non so qual fosse più,

se lo venisse a sapere?

— Ma, Betta, perchè non mi lasciavi stare? Vedi mi hai strappato la

benda dalla scottatura, e adesso non ti dà l'animo di rifasciarla...

— Paride, potresti patire, che la tua Betta diventasse un tratto una

vituperosa _portatrice di polli_?

— Ma, Betta, io nulla chiedo, nulla; non pretendo parlarle, rinunzierò a

vederla, me ne andrò lontano da Siena, non ci tornerò senza ch'ella me

ne abbia conceduto licenza; una cosa sola domando da lei.

— E che cosa tu domandi allora?

— Che mi assicuri, che ella non mi odia.

— E non altro?

— Null'altro, eccettochè, caso mai rimanesse vedova di suo marito,

costui conta due volte tanto gli anni di lei, non mi lascerà addietro

per un altr'uomo.

— Ma questo, Paride mio, ho inteso, che non si possa fare, perchè

insomma si vorrebbe fondare un sacramento sopra la bara di un uomo.

— Nota bene, Betta, io non dico, che sposi me, dico, che morendo suo

marito non mi preferisca altri; tu vedi, che questo muta specie.

— La muterà, ma mi ci entra poco; basta la Beata Vergine mi sovverrà di

consiglio.

— Betta, fa a modo mio; per questa volta non domandare consiglio ad

alcuno; però senti, Betta, ingègnati, se puoi, ottenere da lei un

ricordo, che venga proprio da lei... un nastro... un pannolino... che so

io.

— Vada pel nastro...

— Senti Betta, non sarebbe meglio, Betta, una ciocca dei suoi capelli

lucidissimi e neri?

— Per buttarli via appena avuti: tu le morderesti il cuore, pensa come

mai conceresti quei poveri capelli...

— Tu mi strazi, Betta, ma di' o come farai per parlarle?

— Quanto a questo è il mio segreto (e ciò la Betta diceva, perchè

proprio fin lì non aveva pensato a nulla), tu intanto cerca di riposare;

perchè ricorda, che io mi metto a questo impegno solo per vederti

risanato; fidati di me, che dove ci è uomini ci è modo, molto più poi se

ci è donne.

Il destino: romanzo · 第 5 / 14 题