A piè del soglio di Giove gli antichi immaginarono stesse il Destino
immoto ed arduo con mezzo il corpo nascosto dentro le nuvole, ed ambe le
mani una soprammessa all'altra sul coperchio dell'urna, dove sono
riposte le sorti degli uomini e degli Dei: egli tiene gli occhi volti in
su quasi per tagliare a mezzo gli sguardi di Giove tesi nell'universo
ove egli presumerebbe avventare la sua volontà insieme al suo fulmine.
Omero cantò, che i destini di Ettore posavano sopra le ginocchia di
Giove, e a diritto, secondo le credenze di allora, ma Giove non poteva
creare nè i propri nè gli altrui destini.
Sovente parvero gli uomini dati in balía degli Dei, e di fatti erano; ma
allora gli Dei operavano come mandatari del Destino; però nè i figli di
Latona avrebbero a colpi di saetta sterminato la famiglia di Niobe se
non l'assentivano i Fati, nè Venere penetrato nelle ossa di Pasifae e di
Fedra. Venere, la pessima fra le dee, anzi neppur meritevole di avere
fama fra i mortali, come si chiarisce dalla ostinata guerra che sostenne
perchè Amore non s'invaghisse di Psiche, ch'è l'anima, e non mai si
affrancasse dalla materia. Due Veneri non esisterono mai, la Venere
celeste, e la Venere terrena così in terra come in cielo una Venere
sola: forse può darsi, io non lo nego, Venere dopo il caso di Psiche
avrà mutato vita: non era vietato agli antichi immaginare a posta loro
una Maddalena penitente, e metterla in paradiso in compagnia degli altri
santi.
Però i nostri padri piuttostochè andarsene lassù in cielo pungeva la
cura di chiamare gli Dei in terra: invece di volersi indiare, eglino
attesero ad umanare gli Dei, non perchè essi portassero fra loro divini
concetti, bensì perchè delle passioni proprie s'imbevessero. A questo
modo giustificavano tutto: povero uomo! egli è cornuto a quattro, ch'è
superlativo, come il buon fabbro Vulcano; ovvero somiglia a Giove per
seminare nelle terre altrui; e così gli saldavano il conto
dell'adulterio. Per quanto uomo o femmina ci si affaticassero, quello
non poteva presumere di superare Mercurio nel genio del furto, nè
Giunone nel furore della vendetta. Messalina gareggiò con la nobile
cortigiana nel turpe arringo, e la vinse; nè manco una dozzina di
Messaline arieno vinto Venere.
Diversi noi: se Dio venne nelle dimore degli uomini ci venne per fare
fede delle virtù divine, di cui massima la benevolenza, e per mostrare
alle turbe la via che al ciel conduce: a fine di conto, fatta la
conveniente tara, i nostri santi non si possono dire furfanti; e allato
al truce san Domenico o inventore o promotore dei roghi della
Inquisizione ti occorre san Telemaco il quale col prezzo del proprio
sangue operò, che la infamia dei gladiatori cessasse.
Ma poichè gira e rigira le religioni nuove ci appaiono come un tallo sul
vecchio delle antiche, così nè anco noi abbiamo potuto rinnegare il
Destino: in vero egli è più agevole negarlo, che non patirlo. Ma da un
lato faceva ostacolo il libero arbitrio che pure si voleva ad ogni modo
concedere all'uomo; dall'altro impensieriva la ogniveggenza, che non si
poteva levare a Dio; e poi la inclinazione irresistibile della creatura
a certe passioni si contrasta invano, perchè necessitate dalla compagine
fisica di quella. — Dante Alighieri, che non fu mago, nè gentile, nè
tutto seppe, ma molto seppe, si trovò un dì a questa porta co' sassi, nè
sapendo che pesci pigliare, immaginò che le contingenze della umana vita
fossero tutte dipinte nel cospetto eterno, non già perchè quivi
prendessero necessità di succedere, ma sì per essere prevedute a modo di
un burchiello che passa strascinato in giù dalla corrente del fiume.
E qui come vede chiunque abbia fior di senno si salta il fosso, e non si
spiega niente, però che se la Provvidenza conosce per congettura, che il
burchiello fie tratto in foce al fiume, ella può fallare, chè non è
tolto tenerlo fermo a secca, o a cespuglio delle sponde, che rasenti:
ovvero ella lo sa di certo, ed allora bisogna, che ciò sia, e dovendo
essere non si comprende, che cosa giovi all'uomo il suo libero arbitrio.
Che dunque è mai questo Destino? Arduo dirlo: pure dacchè corse la
domanda, egli è pur mestieri risponderci. Il Destino si manifesta dentro
o fuori di noi; dentro, l'ho detto, resulta dalla compagine nostra,
dagli umori, e dal temperamento; queste cose insieme unite generano le
naturali disposizioni a cui di rado avviene, che l'uomo non si lasci
andare, poichè nella acerba guerra fra lo spirito e la materia, questa
senza requie trapana, e l'altro se si stanca, o si diverte un momento,
rimane sopraffatto; onde le sequele dei casi, che sono necessità e si
dicono Destino: fuori, da eventi i quali altresì stanno in potestà
nostra o non ci stanno; i primi non si prevedono, nè possono prevedersi,
epperò si sopportano; ai secondi, comecchè si prevedessero, e potessero
prevedersi, non è dato a noi riparare, e quindi da capo patisconsi. Se
garbi o no questa definizione del Destino, ignoro; questo so, che io non
valgo a profferirla migliore; se altri si sente capace, io gli dirò come
Donatello a Brunellesco a proposito di Cristi: _fa meglio tu_; e se farà
meglio davvero, io me gli caverò la berretta.
Impertanto ora vi voglio raccontare una storia dove il dito del Destino
(i preti odierni direbbero il dito di Dio) ci si vede espresso; la è
vera, proprio pretta storia; io ci metto di mio un po' di colorito, e
correggo qualche contorno; mi astengo da episodi immaginosi, da
accessori più o meno verosimili persuasi dai tempi, dai luoghi, e dalle
persone; non intrecci, non fantasie: io le ho poste da parte perocchè la
realtà delle vicende di noi mortali, ho potuto toccare con mano, superi
sovente qualsivoglia più sfrenata immaginativa; ed ora do di piglio ai
ferri ed incomincio.