avuto il diritto di punire senza misericordia, e invece consentì a farsi
uomo e a morire innocente sulla croce per insegnarci a sopportare anche
quello che nella nostra misera vanità non ci parrebbe dovuto. Egli non
fa differenza fra il ricco e il povero, è morto per tutti, ci ama tutti
di eguale amore. Noi dobbiamo imitarlo da lontano nella misura delle
nostre forze, senza ribellarci mai ai decreti misteriosi della sua
volontà. Dite con me: Mio Dio, abbiate pietà di me, voi che siete buono.
--Buono?
--Sì.
--Ma che cosa avevo fatto io per essere trattata così?
Il vecchio rialzò la testa; sulla faccia gli apparve una improvvisa
severità.
--Siete voi davvero innocente?
--No, io non volevo: è stato per non far patire la fame a mia madre.
--C'erano altri mezzi.
--Me lo dicono adesso.
Succedette una pausa: la fanciulla vide che alzava una mano per
stringersi la fronte, la mano tremava. Ella sentiva soffrire quel
vecchio, quantunque la sua ammonizione le fosse strisciata sull'anima
senza entrarvi: era la prima volta che qualcuno le parlava così.
Che cosa doveva fare? Che si voleva ancora da lei?
--Ditemi,--riprese il vecchio,--non mi avete fatto chiamare per
confessarvi?
--È stata la signora Veronica.
--Lei, ma e voi? Siete disposta a perdonare?
--A chi?
--A tutti, cominciando da vostra madre?
--Ma io le voglio bene.
--E anche a quell'altra donna?
--La signora Cesarina? No, no.
--Voi non siete innocente, perchè avevate capito quello che vi
consigliavano di fare, e vi ci siete piegata,--egli disse
severamente:--Alla vostra età è pur troppo quasi sempre troppo tardi per
l'innocenza. Se aveste avuto meno di dieci anni...
--Ah!--proruppe Tina:--ho saputo dalla signora Cesarina che anche delle
bambine erano state trattate così. Perchè Dio dunque lo permette?
--La sua giustizia è un mistero.
--Povere bambine! Che cosa avevano fatto?
--Voi vi ribellate, vorreste sapere quello che la nostra mente deve
ignorare; Dio permette il male...
--Contro gli innocenti, i bambini? No, se io avessi un bambino non lo
permetterei: bisogna essere cattivi per trattare così delle creature che
non hanno fatto nulla.
--Non piangete, via, io sono venuto qui per consolarvi. Non sono che un
vecchio, datemi retta, lasciate che vi riconduca al Signore: sentirete
subito la pace nel cuore. Se siete innocente, vi sarà più facile
perdonare ed essere perdonata; ecco, cercate di riordinare la vostra
coscienza: la confessione bisogna farla in regola.
--Lei lo ha saputo dalla signora Veronica.
--Ma voi, voi dovete dire tutto sino da quando vi potete ricordare.
E successe un'altra pausa più lunga.
Tina non pensava che al racconto della signora Veronica per penetrarne
il motivo. Evidentemente costei aveva avuto una paura che, imparando
tutto da altri, don Pietro la credesse complice; ma perchè insistere
tanto per chiamarlo, mentre nè la mamma nè lei ci pensavano? La sua
testa dolente soccombeva un'altra volta sotto il peso di queste domande,
poi la febbre la scrollava: un sudore caldo le invischiava la camicia
sulla pelle, mettendole come una gomma sulle labbra.
Era sfinita.
Il vecchio se ne accorse.
--Datemi una mano che vi senta il polso: so che non avete voluto
chiamare il medico.
--Non lo voglio.
Ma tese la mano sinistra fuori del lenzuolo.
--Avete una febbre alta; se io conoscessi un medico vecchio come me,
veramente buono, lo accettereste?
--No.
--Vedete, Tina, io vi capisco bene; viene da un sentimento cristiano
questa ripugnanza a lasciarvi vedere, non bisogna però esagerare nemmeno
in questo.
Ma s'interruppe.
Lo sguardo ardente della fanciulla aveva una luce di astro lontano. Egli
mormorò ancora alcune parole, poi inginocchiandosi appoggiò i gomiti
sul letto e congiunse le mani: fuori dalle maniche le mani parevano più
grandi, la sua faccia non si vedeva.
--Dite con me: Madonna santissima, aiutatemi perchè voglio tornare a voi
come le vergini, che proteggete.
Tina ripetè anch'essa:
--Madonna santissima...
--Sì, Madonna santissima, io avrei voluto vivere pura come voi, ma se
non ho saputo resistere alla tentazione del peccato, soffiate voi col
vostro alito sulla mia anima, affinchè si rischiari e vegga le vie del
Signore. Si, ripetete ancora con me: _Ave Maria, Virgo virginum_. Ella è
la santa dei bambini e delle vergini, che sa tutti i segreti del dolore,
lei sola può dire alla morte di cancellare dalla vostra carne la macchia
del peccato. Ave, Maria degli innocenti e degli abbandonati; voi siete
la grande stella dei naufraghi, che non veggono più la sponda, voi siete
la stella dei moribondi, che chiudono gli occhi nel vostro sorriso per
riaprirli alla verità eterna di Dio. Ave Maria!
Poi si rialzò faticosamente, le fece un segno di croce sulla testa e
disse:
--Tornerò domani sera: pregate la Madonna, domani sera sono sicuro che
vi confesserete.
Ma Tina vedendo che stava per partire, frenò a stento uno scoppio di
lagrime: perchè se ne andava? Dopo sarebbe più sola. Egli aveva parlato
con una tenerezza, che nemmeno la mamma le aveva mai mostrato nei più
tristi abbandoni. Come s'interessava tanto di lei, che non aveva mai
veduta? Improvvisamente le parve di tornare bambina e provò una
soggezione piena di fiducia e di rammarico: qualunque cosa le avesse
chiesto in quel momento l'avrebbe fatta.
--Riposate, figlia mia, il sonno vi farà bene; domani sera non mancherò.
--Venga, venga,--proruppe quasi la fanciulla.
Il vecchio le pose ancora una mano sulla fronte, e andò a prendere la
candela per uscire.
--Buona notte, Tina.
--Buona notte,--rispose la fanciulla, lasciandosi finalmente cadere le
lagrime dagli occhi dentro l'ombra della camera.
Don Pietro posò il candeliere sulla tavola della cucina e si rimise
automaticamente il cappello; la cucina pareva vuota, ma la figura della
mamma gli si parò innanzi dal sofà: egli vide la sua faccia emaciata,
col gran naso di una fisonomia, che altra volta aveva dovuto essere
bella ed altera, ma adesso l'umiltà ne aveva cancellata pressocchè ogni
traccia.
Stava confusa.
Il prete mise la mano nella tasca della veste per trarne due lire di
argento, che sapeva di avere, e gliele porse.
--Come ha trovato Tina? Morirà?--chiese l'altra tremando.
--Sta male certamente: tornerò domani sera, non credo ad un pericolo
imminente, ma pregate anche voi perchè vostra figlia si confessi. La sua
anima è rimasta buona senza gli insegnamenti della religione. Tornerò
domani sera, andate di là.
E senza attendere risposta si avviò per l'altra stanzetta; la signora
Adelaide non sapeva che fare, se ubbidire subito o accompagnarlo per le
scale colla candela, ma intese il passo della signora Veronica sul
pianerottolo.
Il vecchio era già all'uscio.
--Buona sera, signor don Pietro, aspetti,--disse la signora
Veronica:--ora scendo con lei per le scale col lume.
--No,--rispose bruscamente.
Appena la signora Adelaide entrò colla candela nella camera di Tina,
questa esclamò:
--Non voglio vederla, sai!
--Chi?
--La signora Veronica. Va subito a chiudere la porta e vieni a letto.
Due ore dopo dormivano.
*
* *
E le pareva che la signora Veronica l'accompagnasse per Lungarno verso
la chiesa di don Pietro.
Il meriggio scottava, ma camminando a testa bassa Tina non si guardava
che il ventre enorme sui fianchi dolenti: e la sua gravidanza era così
inoltrata che ne sentiva a ogni momento le doglie in una agonia
delirante di paura, mentre un freddo le gelava la schiena anche sotto
quei raggi del sole. Ansante, cogli occhi gonfi, cercava di evitare le
occhiate della gente, che si voltava a guardare dietro con quel sorriso
così crudele per le fanciulle, quando non possono più nascondere la
propria disgrazia. Ma la signora Veronica, affrettandosi
silenziosamente, la tirava per mano come una bambina sorpresa in fallo e
condotta al castigo. Giravano da un pezzo. Nella folla oscura la ressa
aumentava, e ogni tanto ondeggiavano larghi barbagli di fiamme e voci
lontane gridavano. Poi a una svolta vide improvvisamente il vecchio
prete sulla soglia della chiesa, senza cappello in testa.
I suoi occhi dardeggiavano.
--Ah!--gridò con un gesto d'impazienza.
Allora Tina si era voltata per fuggire.
--Dove vorreste andare?--chiese don Pietro avanzandosi:--è un'ora che
aspetto.
E Tina lo seguì senza capire come la signora Veronica fosse sparita.
Poco dopo si accorse di essere in un corridoio basso, fra due muri
umidi: l'aria si faceva sempre più fredda e l'oscurità aumentava. Benchè
camminasse adagio, il vecchio batteva così duramente coi tacchi sulle
lastre del pavimento che l'eco ne ripeteva ogni percossa, mentre un
altro passo misterioso incalzava dietro le loro spalle. Chi era? Tina
tentò di rivolgere il capo, ma non vi riuscì: una forza irresistibile la
costringeva a seguire don Pietro sotto quel corridoio, che si perdeva in
un'ombra senza fine. Un freddo le veniva dall'umidità dei muri rigati da
lunghi goccioloni. Poi don Pietro si cacciò a sinistra sotto una
porticina, ed entrarono nella chiesa. Era enorme; una lampada sospesa
per una fune ardeva davanti all'altare maggiore, al di sopra della
balaustra. Tina non conosceva quella chiesa; le parve vuota, solamente
notò che nel primo pilastro a destra della grande navata era scavato un
buco simile ad una nicchia; e intorno vi rimanevano ancora alcuni mucchi
di mattoni e un cassetto da muratore pieno di calce molle.
--Inginocchiatevi lì dentro,--disse don Pietro.
Tina dovette scavalcare quei mattoni per entrare nella nicchia, ma si
avvide subito che non era abbastanza profonda per tenervi dentro le
gambe: però ubbidì. Volse la schiena al muro e piano piano piegò le
ginocchia reggendosi con ambo le mani il ventre per diminuire il dolore
del suo peso.
Vicino a lei don Pietro, colla fronte sul marmo della balaustra,
mormorava a mezza voce una preghiera.
Passarono alcuni minuti.
Ella si ricordò dell'altra piccola chiesa, nella quale si era rifugiata
fuggendo dalla casa della signora Cesarina col ventre ferito; ma un
dolore anche più acuto, uno smarrimento più profondo, la facevano adesso
guardare più disperatamente in quell'agonia di diventare madre da un
momento all'altro. E il suo cuore si gonfiò. Lunghe fitte ghiacciate le
salivano dalle ginocchia su per le reni, una fiamma sembrava bruciarle
il ventre diventato così greve che le mani le tremavano indarno nello
sforzo di sostenerlo. Estenuata, febbricitante, tentò di slacciarsi la
sottana, come se il suo cordone troppo stretto dovesse far male anche al
bambino, ma le dita non vi riuscirono e il bambino si agitò. Le parve di
sentir battere le sue piccole mani smaniose. Mio Dio! come fare? Che
cosa aspettava in quella nicchia vicino a don Pietro sempre così curvo
sulla balaustra quasi nello sforzo di una preghiera?
Infatti egli percoteva tratto tratto la fronte sul marmo del davanzale.
--Signore, sia fatta la vostra volontà,--proruppe finalmente
raddrizzandosi.
La sua faccia era ridivenuta mite e stanca come la sera innanzi, quando
le stava al capezzale del letto.
--Volete confessarvi, ragazza mia?--disse lentamente.
Ma, come allora, Tina non seppe rispondere.
--Fra poco arriverà.
--Chi?
--Il muratore.
--Il muratore!--ripetè senza capire.
E udì nuovamente quei passi avvicinarsi dal fondo della chiesa. Le
pareva che tutta l'ombra ne tremasse agitando il lucignolo della lampada
dentro quella coppa rossa, come se un sangue la riempisse. Anche il
vecchio prete si era rivoltato e i suoi occhi stavano fissi.
--Badate: i minuti vi sono contati,--disse ancora.
Ella invece ascoltava con crescente terrore le battute misteriose di
quei passi avvicinarsi nell'ombra: la chiesa ne tremava. Colle mani
strette convulsamente sul ventre, la fanciulla agitò la testa guardando
il vecchio prete immobile come una statua; il suo volto era così triste
che le fece male, poi lo intese ancora ripetere:
--Signore, sia fatta la vostra volontà.
Don Pietro si avanzò sino tra i mattoni e le stese ambo le mani sul
capo.
Adesso anche ella aspettava coll'anima tesa delirantemente: un sudore
gelato le colava dalla fronte, le tempie le battevano da spezzarsi. Con
uno sforzo supremo, quasi attratta da quelle due mani aperte sulla sua
testa, si alzò; ma per una sensazione improvvisa, inesplicabile, si
accorse di essere mal vestita come stava per solito in casa. I piedi le
tremavano dentro le vecchie scarpe, e la sottana, diventata più corta su
quella rotondità del ventre, le lasciava scoperti gli stinchi.
Non aveva nemmeno le calze.
Vacillò, e dentro quella nicchia troppo stretta, nella quale le sue
spalle stentavano ad entrare, appoggiò la testa al muro chiudendo gli
occhi. Istantaneamente tutto disparve: il suo corpo lieve come la sua
anima calava nell'ombra di un abisso con un ondulamento di nuvola nella
notte; non si ricordava più di nulla, sentendo soltanto di essere ancora
ritta, col capo inclinato sulla spalla, nell'ultimo atteggiamento.
L'abisso era profondo. Lungamente ella vi discese senza che una
curiosità si movesse nel suo pensiero o una immagine nella sua memoria;
l'ombra le si stringeva intorno come un velo in pieghe tacite e molli, e
un alito fresco vi passava attraverso sfiorandole il viso.
Quanto durò così?
Non avrebbe potuto dirlo, ma un urto violento l'arrestò, e si vide sulla
soglia di una porta, nel mezzo della quale era inchiodata una croce
bianca. Uno spasimo le contorse il ventre, rinnovandole tutti i terrori
nella necessità di fuggire davanti al nuovo ostacolo, giacchè quei passi
si avvicinavano nuovamente con una cadenza più lenta, spaventevole. Tese
l'orecchio, poi con ambo le mani tentò di scrollare la porta gridando:
--Mamma! mamma!
Invece la voce le si spense in un soffio sulle labbra, e le mani le
caddero intirizzite dal freddo, che fischiava fra i battenti della
porta: tutto il suo volto n'era gelato.
E rivolgendosi scorse un uomo in ginocchio, che si allungava per
prendere qualche cosa nell'ombra: erano quegli stessi mattoni e lo
stesso cassetto pieno di calce, che aveva già veduto nella chiesa
davanti alla nicchia. Le venne meno il respiro. Colla schiena appoggiata
alla porta guardava immobile quel fantasma alzare silenziosamente uno ad
uno i mattoni per allinearli ai suoi piedi chiudendo il vano della
soglia. I mattoni erano rossi, enormi. Poi il fantasma piantò la
cazzuola dentro la calce, e allora Tina sentì che la prima fila le
toccava la punta dei piedi appoggiati col garretto alla porta.
Finalmente credette di comprendere.
Un altro grido lungo, disperato, le salì indarno dall'anima. Il
muratore, annunziato da don Pietro, l'aveva raggiunta a quella porta
chiusa da una croce bianca: ella aveva udito tremando i suoi passi dal
fondo del corridoio, nell'ombra della chiesa, sempre più vicini, con una
cadenza lenta ed immutabile. Invano, senza ricordarne il modo, era
fuggita da quella nicchia giù per una tenebra molle come un fumo: era
inutile, era tardi. Una seconda fila di mattoni le arrivava già al
disopra degli stinchi; tratto tratto sentiva un colpo secco della
cazzuola, che li allineava, mentre quella testa bassa si moveva
silenziosamente nel lavoro. Chi dunque l'aveva condannata ad essere
murata viva col bambino nel ventre? Malgrado il terrore, che la
paralizzava, tentò di piegarsi innanzi per spiccare un salto, ma non le
riuscì nemmeno di staccare la testa dalla croce.
Un altro freddo le saliva per gli stinchi già coperti dal muro.
E il muro cresceva.
Con una leggerezza meravigliosa il muratore stendeva colla cazzuola la
calce sulle costole dei mattoni prima di alzarli sulla cortina, senza
levare mai il capo quasi interamente calvo e che in quella oscurità
aveva come un luccicore di teschio. Nullameno a Tina parve di
riconoscerlo, ma incollata sulla porta guardava senza gridare e senza
piangere. Il suo pensiero irrigidito dal freddo della morte era
diventato lucido come un ghiaccio nell'ombra, i suoi occhi non
tremavano più.
Poco dopo un contatto la fece trasalire; era il primo mattone, poi un
altro, un altro ancora, rapidamente, e il loro spigolo s'imprimeva
appena sulla convessità del ventre tirando su la sottana dagli stinchi.
Mio Dio! Mio Dio! La fila non avrebbe potuto più alzarsi senza
schiacciarlo nella poca profondità di quel vano. No, no, era
impossibile, non potevano schiacciarle il ventre prima di seppellirla
viva, perchè avrebbero schiacciato anche il suo bambino. Egli era più
innocente di lei; perchè si voleva fare così? E Tina lo sentiva
contorcersi disperatamente allungando le manine per arrivarle al cuore,
mentre un pianto gli usciva dagli occhi chiusi e la bocca gli si
raggrinziva nell'orrore della paura.
Ma dentro questa visione, che le sorgeva dalle viscere, Tina vedeva
sempre quel fantasma curvo sul proprio lavoro affrettarsi
silenziosamente.
A un suo moto rabbrividì.
Poi quella testa si alzò sfiorandole quasi il ventre per cominciare la
nuova fila, e allora Tina riconobbe la faccia di colui, che pel primo
l'aveva fatta gridare nella camera della signora Cesarina: erano gli
stessi occhi freddi, quei baffi rossi, sotto i quali il sorriso aveva
una piega così cattiva.
Tutto il sangue le rifluì al cuore in una convulsione suprema, che
strappò un urlo anche al bambino.
Ella se lo intese nel cervello.
Lui, lui, era lui, il padre!
Ma nell'orrore ella non poteva nè gridare, nè muoversi. Una forza
d'incubo la teneva immobile contro quella porta, della quale la croce
bianca le entrava dolorosamente fra i capelli irti nel raccapriccio;
quel freddo, fischiando sempre dalla fessura dei battenti, le aveva
fatto diventare la pelle dura come un vetro. Con uno sforzo
inesprimibile tentò di staccare una mano per respingere il mattone, che
già stava per schiacciarle il ventre, ma una doglia più tremenda sembrò
che glielo aprisse, poi un peso immane, qualche cosa le squarciò la
carne e, penetrandole nelle viscere, spezzò anche il bambino.
--Mamma, mamma!--ella potè gridare veramente.
Questa si destò spaventata dall'accento delirante e dal soprassalto
nervoso della fanciulla: con ambo le mani le toccò la testa. Scottava.
--Che hai, che hai, cuore mio?
Tina ansava ancora nella convulsione del lungo sogno, e allora la mamma
cercò la candela per accenderla.
Finalmente vi riuscì.
La faccia di Tina era scomposta: un pallore cadaverico le si era diffuso
per tutto il volto, aveva i capelli bagnati, le labbra scure, gli occhi
vitrei, che pareva non dovessero chiudersi più.
--Che cosa hai? dimmelo: vuoi bere?
Ma la testa febbrile si riabbassò pesantemente sul cuscino.
LA QUINTA GIORNATA
Betta era corsa piangendo nella camera di Tina.
--La mamma non mi fa più il vestito.
--Vorrà tenerlo per sè,--disse la signora Adelaide, e il suo viso parve
duro alla fanciulla, nel lungo sforzo che la povera donna faceva per
rattenere i singhiozzi.
--Dille che venga qui,--mormorò Tina.
E mentre Betta se ne andava consolata, Tina richiuse gli occhi.
La mamma, seduta presso il capezzale, stette a guardarla in preda ad un
profondo sbigottimento davanti a quella nuova trasformazione. La
fanciulla diventava un'altra; il naso le si era affilato e un'ombra le
aveva scavato le gote, mutando tutta la sua fisonomia; soltanto la
fronte sotto quell'arruffio dei capelli rimaneva ancora pura.
Poi aprì gli occhi e disse quasi in sogno:
--Come sei lontana!
--Aspetta, aspetta,--rispose l'altra senza capire.
Tina tese la mano lucida, scheletrita.
--Che cosa vuoi?
--Andrai dalla signora Cesarina.
--A fare che?
Un bagliore brillò nelle pupille dell'ammalata.
--Mi ha promesso un regalo.
--Che cosa?
Tina rispose dopo una pausa:
--Ho freddo.
Allora la mamma, girando intorno al letto, le addoppiò addosso la
coperta scoprendo mezzo il lenzuolo.
--Stai bene? Vuoi del latte?
--Chiama la signora Veronica.
Tina rimase sola.
In quel momento il sole dal comò veniva radiosamente verso il letto
saltando sulla tavola, che la mamma e la signora Veronica avevano
trasportata dalla cucina per poter mangiare non lontano dalla ammalata.
Ella pensava:
--Che cosa è la morte?
E non sapeva immaginarsela che quale un sonno più lungo, forse più
freddo ma insensibile, come assopendosi per qualche ora ella non lo
sentiva più salire così, adagio, dai piedi. Aveva pensato pure a che
cosa le metterebbero indosso prima di adagiarla nella cassa, poichè
aveva regalato a Betta l'unico abito veramente suo ma le restavano
ancora due camice nuove e una sottana nel comò. Poi chi la vedrebbe? Chi
lo saprebbe?
Pareva che una nebbia le fosse entrata nel cervello, stentava a
ricordarsi: nessun rimpianto, nessuna immagine le saliva più dalla
coscienza. Forse così muoiono i fiori sotto l'umidore delle rugiade,
dopo che il sole li essiccò nella lunga giornata, Persino quella ultima,
acuta voglia di una bianca corona virginale sulla bara non rimaneva più
che come la estrema luce del suo olocausto.
L'aria della camera si era riscaldata, il sole copriva adesso la piccola
tavola di una fiamma, salendo per il letto verso i piedi di Tina; ella
lo guardava di sbieco senza muovere il capo. Era bello: ma le piante
morte o morenti nei campi se ne accorgono forse?
Gli uccelli feriti invece si nascondono nell'intimità più scura della
fratta per morire.
Betta entrò per la prima correndo al letto:
--Diglielo, diglielo,--sussurrò rapidamente.
Ma la signora Veronica, che teneva ripiegata la sottana sul braccio
sinistro, con una grande forbice nella mano destra, non pareva alla
faccia niente affatto contrariata. Prima di avvicinarsi al letto si
fermò alla tavola per esaminare se vi fosse qualche macchia fresca.
Bettina chiamò:
--Vieni qui, mamma.
--Contentatela,--mormorò fiocamente l'ammalata.
Allora l'altra la scrutò acutamente senza che sul volto le apparisse
alcuna emozione.
--Come volete: debbo tagliare qui sulla tavola davanti a voi?
La piccina battè le mani.
--Sarò bella anch'io una volta!
Tina ebbe ancora un sorriso negli occhi, ma la signora Veronica si volse
alla signora Adelaide:
--Avete un cencio per sfregare la tavola? Meglio forse stendervi sopra
qualche cosa di bianco; aspettate, vado io di là a prendere una
tovaglia.
Andò e tornò subito.
--Sedete qui con me, signora Adelaide,--disse quasi imperiosamente,
perchè non tornasse al letto.
Parlava con voce calma come al solito. Il sole le batteva sulla faccia
grassa e lucida, accendendovi qua e là come dei riverberi; allora guardò
alla finestra coll'idea subitanea di socchiuderla, ma capì che
l'ammalata non ne avrebbe forse avuto piacere, e rigirandosi venne a
voltargli contro la schiena.
Sulla tavola aveva disteso un mezzo telo di lenzuolo.
La signora Adelaide aveva dovuto sedersi a un angolo fuori del sole
vicino a lei. Betta sempre con quel fazzolettone, che le fasciava la
faccia gonfia e giallastra, stava in piedi all'altro capo, dentro
l'ombra grande della mamma; le sue mani tremavano d'emozione, mentre
cogli occhi spalancati seguiva lo spiegarsi della sottana così larga al
disotto che cadeva dalla tavola e nella purezza del suo colore
cilestrino pareva una qualche cosa straordinaria in quella camera.
La signora Veronica spianò colle mani l'ultime pieghe.
--A fare una cosetta per bene,--disse lentamente,--ci vorrebbe un
modello. Il vestone, che Betta ha indosso, lo tagliai ad occhio e croce,
ma questo, che dovrebbe servire per andare fuori qualche volta la
domenica, bisognerebbe disegnarlo meglio, non vi pare, signora Adelaide?
E poi, ecco perchè non avrei voluto sciupare così la sottana: al vestone
occorre mettere qualche cosa di bianco al di sopra e al di sotto, una
bavarina, una blonda increspata o a cannoncini, mi capite, non è vero?
Ogni stoffa ha le proprie esigenze: lo sapete meglio di me.
--È vero,--mormorò l'altra--quasi quelle parole evocassero in lei
ricordi lontani.
--Come vogliamo dunque fare?
--Prima scucire la cintura e i teli.
--Questo si sa.
La signora Veronica aspettava sempre colla forbice nella mano e una
certa pensierosità sulla fronte.
--Levati il vestone, Betta; lo proveremo così sopra la sottana prima di
sciupare qualche cosa.