proprio coraggio nella lunga traversata che le rimaneva da compiere.
La folla era cresciuta: carrozze, figure, voci, tutto passava
sfiorandola, senza che nel sangue le si destasse una sola vibrazione. Se
avesse potuto vedersi, ne avrebbe provato una strana meraviglia, tanto
era pallida e debole; le sue sottane diventavano sempre più pesanti, e
il piede urtandovi le dava la sensazione di un ostacolo.
Tuttavia non aveva paura di morire.
Lo sapeva, ma non le era mai sembrato diverso dall'addormentarsi nella
febbre, con una nebbia sugli occhi e una stanchezza più greve al capo.
Invece, quando si destava, era sempre sorpresa dalla sensazione di un
inutile ripetersi delle stesse cose. Ma non desiderava più nulla, non
trovava a che pensare, a che attendere. La mamma ricominciava a lagnarsi
perchè niente era ancora mutato davvero nella loro condizione;
mangiavano tutti i giorni, avevano comprato qualche poco di biancheria,
dei tegami, dei piatti; la mamma si era ordinato un vestito, ma la loro
vita, la casa, quella camera, erano le stesse. La miseria seguitava come
pel passato, senza che nessuno avesse ancora concepito sulle due donne
cattivi sospetti.
Poi era venuto quel male segreto ed improvviso, che sembrava averla
vuotata dentro; da parecchi giorni tossiva, e la voce le si era
abbreviata.
Così camminando piano piano, con quel passo di ombra, era giunta sul
ponte Santa Trinità. Laggiù una barchetta carica di donne discendeva
mollemente: ella sentì un desiderio di partire per un qualche luogo
ignoto, senza ritorno, portata sul silenzio argenteo del fiume, che si
ripiegava senza un murmure alle sponde, mentre il sole distendeva larghe
fiamme diafane sulle acque. Il suo pensiero seguì la barchetta sulla
corrente muta e luminosa, che di notte fra i campi assopiti doveva
parere una strada anche più misteriosa verso il mare. Tina non aveva mai
visto il mare, ma le era stato detto: acqua, acqua, ancora acqua sotto
il cielo, e tutto vi sparisce.
La fanciulla aveva appoggiato il gomito al parapetto del ponte, colla
testa sulla mano, obliandosi, come le accadeva spesso in casa per lunghe
ore sulla tavola della cucina cogli occhi fissi nel muro della casa
opposta. L'acqua passava come un velo, del quale le crespe si
distendessero tacitamente: ma era opaca. Che cosa vi si nascondeva
sotto? Tina non aveva mai fatto un bagno, non sapeva la voluttà di
sentirsi sorretta dall'acqua, quell'inesprimibile senso di qualche cosa
che vi avvolge e passa mormorando lieve come il vento.
Eppure il fiume fra quei due muri di macigno non era bello.
--Andiamo,--disse senza staccarsi dal parapetto, sebbene la gente
cominciasse ad osservarla.
Qualcuno, rasentandola, si era già voltato, tocco da un sospetto per
quella posa di abbandono desolato. Ella invece non pensava a nulla,
solamente quell'allontanarsi tacito dell'acqua sotto il ponte portava
via il suo pensiero simile ad una barca vuota. Infatti non le restava
quasi più niente del passato così triste e così breve. Era stata una
fanciulletta malinconica, che aveva sempre ceduto come la mamma, ma in
quell'ultimo olocausto, come attraverso una sanguigna lacerazione, la
vita le era apparsa improvvisamente. Che cosa era? Perchè? Perchè uno
sconosciuto poteva così diventare il suo padrone, tuffandole le mani
nelle carni tremanti per cercarvi un piacere? Ella non faceva che
soffrire, e dopo piangeva silenziosamente.
Ma un istinto l'avvertiva di tale suprema ingiustizia, sebbene il
rimorso della propria debolezza le salisse dall'anima come un pianto di
bambino abbandonato nella notte. La sua più insopportabile paura era
appunto di sentirsi così in balìa di chiunque lo volesse, senza un
rifugio, dopo che tutti se n'erano andati sorridendo. E a certi momenti,
sotto il vellico di una carezza, anche le sue mani si erano tese e le
sue labbra avevano tremato di un bacio, che non poteva dare, mentre il
cuore, simile ad un lago percosso dal vento, le si gonfiava di una
collera piena di murmuri. Quindi la sua volontà di bambina faceva ogni
sforzo per mostrarsi fredda, quasi sperando così di evitare qualche cosa
nella violenza, che la prostrava, e finendo invece ad accettarla
coll'umile scoramento dei poveri incapaci di pensare più se stessi
diversamente. Soltanto certe parole e certi atti le facevano ancora
troppo male, come una ingiuria che la ferisse fin dove l'anima si
nasconde; e allora aveva delle rivolte di novizia, che vorrebbe
sottrarsi, mentre gli altri non capivano, o capendo troppo si
precipitavano sulla sua ripugnanza come sopra un nuovo piacere coll'acre
orgoglio di chi si crede sicuro per averlo pagato. Ella guardava,
tremava, con un ribrezzo freddo sotto la pelle, come se quelle dita
scorrendovi sopra avessero l'orribile agilità delle bisce nel sogno,
quando ci pare sentirle strisciare sotto gli abiti e non possiamo
gridare. E neppure la sua bocca gridava, ma tutti i suoi nervi si
tendevano in uno sforzo sovrumano per resistere allo spasimo delle fitte
sottili, che dal ventre le salivano sino agli occhi col guizzo di un
ago, lasciandovi dentro un tremolo bagliore.
Più spesso ancora vedeva una fiammella di bragia accendersi nel fondo
degli occhi e le mani tremare più convulse nell'allentarsi della
stretta, come in una dolcezza di contemplazione improvvisa; qualche
parola, qualche bacio le cadevano sulla bocca lenti come un fiore, una
carezza s'indugiava quasi immobile e non era invece che l'agguato muto,
breve, dell'ultimo impeto, senza amore, senza pietà, quasi in una
frenesia omicida sul suo rantolo di agonizzante.
Ah! la morte non le pareva allora molto lontana.
Era dunque questo per lei l'unico modo di guadagnarsi la vita?
La fanciulla sospirò. Si ricordava di essersi subito ammalata diventando
quasi brutta, colla paura di essere scacciata; già questa minaccia
gliel'avevano fatta. Anche la signora Cesarina non voleva capire,
quantunque un giorno Tina le avesse a mezze parole, piangendo,
confessato di non poter resistere a simile tortura; ma la sua faccia
fredda e dura aveva avuto uno strano sorriso, che tolse alla fanciulla
il coraggio di seguitare. Non le credevano: ella sentiva questa
spaventevole mostruosità senza intenderne il perchè. Persino la mamma
adesso pareva evitarne il discorso.
Ma Tina aveva finalmente compreso tutto il suo carattere.
Ella l'aveva venduta per debolezza di donna povera, vissuta sempre senza
lavorare e atterrita dall'idea di non sapere più come andare innanzi. In
fondo, non era mai stata nè donna, nè madre. Le donne vere non erano
certamente così, stavano più in alto: quelle come lei e la mamma
dovevano invece essere ciò che gli altri vorrebbero. Eppure qualche cosa
l'avvertiva che non era vero; una donna poteva sempre salvarsi anche
nella più estrema miseria, quando il freddo vi piglia allo stomaco; però
adesso era troppo tardi. Tutto finiva sempre nella stessa delusione per
lei; nuove umiliazioni le cadevano sopra, qualche parola la feriva,
mentre a testa bassa ella non pensava che al momento di tornare a casa
per gittarsi sul letto fingendo di dormire.
Poi non sapeva chiedere: se le offrivano qualche cosa, accettava senza
diventarne lieta, perchè non aveva nemmeno quei facili desiderii di
tutte le fanciulle povere appena arrivano a possedere del danaro.
Tuttavia la dicevano buona per la sua immutabile indifferenza anche coi
vecchi. Era sempre la stessa fanciulla, pallida, ubbidiente, che sarebbe
stata incantevole se una qualunque gioia della vita avesse rianimata
quella sua grazia primaticcia. Ma ella non s'interessava di nulla e di
nessuno, non avendo mai ricevuto una buona parola da quella sera che
egli, il primo, era fuggito gridando: Sàlvati. Come si chiamava? Che
cosa poteva essere l'amore, del quale tutte le donne parlavano? Perchè
non le era mai apparso? Qualche volta, come in un sogno di favola, ella
pure aveva pensato che un bel giovinetto venisse a portarla via, per una
qualche verde campagna, senza chiederle quello che tutta la gente
esigeva così dolorosamente; silenziosa, tremante, la fanciulla se ne
sarebbe accontentata, riamandolo con una devozione di bambina. Altre
volte invece la coglieva repentino e convulso il pensiero di avere già
nel ventre gonfio e doloroso una piccola creatura destinata a soffrire
come lei insino a che non fosse morta. Ma di questo dubbio troppo atroce
ella trionfava subito sapendo di morire.
N'era certa; da tre o quattro giorni non mangiava più.
Un monello la tirò per la gonna, fuggendo con un largo sorriso sulla
faccia sporca di fuliggine.
Tina si raddrizzò sul parapetto collo sguardo incantato nella lontananza
del fiume: era dunque passato molto tempo dacchè contemplava
distrattamente l'acqua fuggire sotto l'arco del ponte?
Con un gesto vago si mise una mano sugli occhi, e il cuore le si strinse
in una emozione di addio. Al di là di tutti i ponti, oltre i muraglioni
del Lungarno, i colli erano diventati cilestri nelle cime sotto il sole
alto in uno splendore di fornace, che le abbagliava le pupille.
Ma ella si sentiva già fuori del paesaggio; quel parapetto le diede una
sensazione di confine.
Salutò.
La sua casa non era molto lontana. Col cuore che le batteva
spaventosamente per la fatica di fare le scale, si trovò fra le due
porte aperte sul pianerottolo: Betta era di là, nella propria camera.
Come un'ombra passò dalla cucina nell'altra stanza, si spogliò e si mise
a letto; porte e finestre rimanevano aperte. Alcune mosche ronzavano nel
sole, qualche rondine passava come un baleno nero davanti alla finestra.
Distesa sotto la coperta, col volto mezzo nascosto, Tina aveva chiuso
gli occhi. La febbre, cresciuta nello sforzo del viaggio, le faceva
battere le tempia e girare il letto colla sensazione che tratto tratto
si capovolgesse, e allora per tentare di dormire sprofondò tutta la
faccia nel cuscino, cercando di rimanere immobile.
L'ore passavano. Betta tornò col medesimo passo silenziosa a sporgere la
testa dalla porta, attese qualche minuto, poi la sua faccia si fece
grave.
Poco dopo il sole si ritirò dalla camera: i suoi ultimi raggi sul
pavimento parvero come una larga pezza di damasco giallo, che una mano
invisibile ritraesse lentamente su pel davanzale della finestra, mentre
in alto il sereno, attenuando il proprio splendore, diventava più puro.
Un'ombra lieve usciva dagli angoli della camera e d'intorno ai vecchi
mobili, il colore del soffitto si oscurava. L'aria si fece fredda.
Le mosche non ronzavano più, e fuori le rondini nella malinconia del
tramonto imminente gittavano stridi più acuti.
Molte finestre sbatterono, il murmure dei passi cresceva nel vicolo.
--Perchè ti sei coricata?--chiese la mamma.
Tina aprì gli occhi.
--Bettina mi ha detto che sei andata dalla signora Cesarina; le hai
chiesto gli ultimi otto franchi, che ancora ci deve?
Tina ebbe un atto come di chi improvvisamente ricordi.
--Ah! dovevo immaginarmelo,--l'altra esclamò con un tremito di collera
nella voce:--sempre così colle tue delicatezze! Eppure ti avevo detto
più volte che in casa non ci restava più danaro.
Allora la fanciulla mormorò:
--Mi sento male.
--Che cosa hai?
E levandosi dalla sedia piegò la faccia a contemplare la figlia.
Evidentemente Tina era ammalata: una febbre fredda le gelava la pelle
bagnata di un sudore simile alla umidità di certi tronchi alla fine
d'autunno.
--Ma tu hai la febbre; mio Dio! come si fa adesso?
--Non importa.
--No, aspetta: non è la prima volta che te la senti.
--Non mi lascerà più.
E l'accento aveva una così funebre certezza, che un medesimo freddo
soffiò per le vene delle due donne: infatti il volto di Tina aveva già
sotto quel sudore l'indefinibile aridezza delle piante che si essiccano.
Subitamente la mamma gridò:
--Bisogna chiamare il medico!
Tina ebbe un brusco sobbalzo.
--Senti, adesso vado io dalla signora Cesarina a farmi dare quegli otto
franchi che ci deve: me li darà: sono così esse, ma bisogna farsi
pagare. Tu cerca di stare tranquilla, non sarà nulla, un po' di
strapazzo, che ti sei buscato negli ultimi giorni, ma che ti passerà
presto. Chiameremo anche la signora Veronica, c'ingegneremo; se non
abbiamo quattrini si farà alla meglio, non aver paura. Forse la signora
Cesarina ci aiuterà.
--Sono tutta ammalata.
--Dimmi, dimmi.
--Il ventre mi tira come se nel mezzo vi fosse una corda tesa; ma non è
solo questo. Ho freddo dentro.
--Sfido io, non mangi. Chiameremo il medico.
--No!--proruppe Tina violentemente.
--Mio Dio! Ecco come tu fai sempre. Dimmi il perchè.
Sembrò che Tina esitasse, poi un impeto febbrile le fece sollevare la
testa: gli occhi cilestri si erano accesi.
--Siete voi che mi avete ridotta così: non voglio che nessuno mi vegga.
--Che cosa dici?
--Non mi capite dunque?--gridò scoppiando finalmente in singhiozzi; poi
si tirò il lenzuolo sul capo.
La mamma rimaneva lì a guardarla sotto quel cencio poco bianco come se
fosse morta; poi mormorò dogliosamente:
--Tina!
L'altra scosse la testa sotto il lenzuolo.
LA QUARTA GIORNATA
La mamma ascoltava distratta.
--Vedete,--diceva la signora Veronica,--Tina non era fatta per una
simile vita: io l'ho sempre pensato.
L'altra, ricordando come i suoi suggerimenti fossero stati più efficaci
dei propri, si volse nervosamente; ma la signora Veronica non sentì la
meraviglia di quell'occhiata. Il suo volto grasso, che pareva sempre un
po' sudicio, aveva la solita calma.
--Non si può nulla quando la vita è così; voi avevate delle buone
intenzioni per vostra figlia, che non sapeva far nulla per guadagnarsi
il pane: poi come guadagnarlo? Si ha un bel dire che una donna volendo
può sostenersi; io lo so per pratica, ne ho viste tante. Fate la serva o
andate a bottega ammazzandovi a lavorare, e non guadagnate abbastanza se
la famiglia non vi aiuta: che cosa può guadagnare una ragazza per
settimana? Bisogna che si vesta, che abbia delle scarpe, un po' di
biancheria per potersi mostrare... E poi si è giovani, il sangue si
riscalda, arriva qualcuno, che vi guarda; tant'è dunque farlo prima,
cercando di cavarne una posizione.
--Ne siete persuasa anche voi.
--Sciaguratamente.
--Tina era bella, poteva fare fortuna.
--Non lo credo.
La mamma sospirò.
--Volete che ve lo dica? Ecco, Ella non era nata per questo: scommetto
che non ha mai sentito come me e come voi. La piccina soffriva del
vostro stesso male.
--Questa è stata la causa di tutte le mie disgrazie.
Una profonda compassione di se stessa la faceva tremare.
--Non ci pensate. Già non ho mai notato in lei quello che si vede in
tutte le ragazze: non guardava mai in faccia un uomo, era un povero
sorbetto la vostra Tina. Adesso non vuole il medico per paura che
nell'esaminarla possa indovinare il resto. È una fantasia di educanda;
conobbi una monaca, che volle morire così.
--Che cosa dovevo dunque fare nel mio caso?
La signora Veronica si strinse nelle spalle.
--Voi per Betta non vi troverete a questo.
--Non può vivere; non vedete com'è? Ma la signora Cesarina è una
indegna: doveva almeno darvi tutti quegli otto franchi.
--Non ho osato insistere.
--Vi conosco. Qualche cosa caveremo dal curato; è un buon uomo, bisogna,
chiamarlo.
--Ma è dunque la morte?
--Aspettate: io credo che sia tisica, ma egli potrebbe anche persuadere
Tina, confessandola, perchè bisogna che si confessi. Voi non le avete
insegnato nulla, ma sono sicura che Tina avrà piacere di morire nella
religione.
Betta entrò.
--Ha sete,--disse,--vuole un bicchiere d'acqua.
--Andiamo di là.
Tina colla testa appoggiata al muro guardava nel vuoto.
La signora Veronica aveva ragione. Tina era tisica; forse la malattia
covava da molto tempo, ma quell'olocausto era bastato a determinare
l'esplosione con una peritonite rapida e violenta, che bruciava tutto
quel corpo in una fiamma invisibile. Adesso il suo volto scarno pareva
che se ne illuminasse internamente, perchè aveva acquistato un insolito
splendore. Da tre giorni non mangiava più, bevendo appena qualche
bicchiere d'acqua imbiancata col latte, e le sue parole si erano fatte
più rare.
La morte compiva già l'ultimo desiderio della fanciulla, ricomponendole
nel proprio incanto quella verginea bellezza quasi di fiore non colto.
--Ma perchè non vuoi il medico?!--esclamò la mamma.
--È un amico del curato, io lo conosco; cominciamo dal chiamare questo.
Date retta a me,--soggiunse la signora Veronica:--è un bel vecchio,
parla bene.
--Lo sanno i casigliani che sono ammalata?
--Sì. Anche stamane le Arrighi mi hanno fermata per chiedermi vostre
notizie: siete simpatica a tutti. Siate sicura, nessuno ha ancora saputo
nulla.
Un sorriso pallido passò sulle labbra dell'inferma, poi fece un gesto
alla mamma:
--Dammi il vestito nuovo.
--Che cosa vuoi farne? Non ti alzerai già?
--Datemelo, datemelo.
Anche la signora Veronica si mosse. Quando l'ebbero disteso sul letto,
aspettarono, il corsetto colle maniche gonfie stringeva al disopra della
coperta il ventre di Tina, e la sottana aveva anch'essa uno strano,
vivente abbandono sul suo corpo. Poi la fanciulla disse lentamente:
--Bisogna farne un bel vestone a Betta.
Questa battè le mani gioiosamente.
--Sarebbe meglio venderlo,--osservò la signora Veronica.
--No, no,--proruppe Betta.
Rimasero tutte un po' incerte guardandosi; finalmente la mamma disse con
voce strozzata:
--Che cosa ti metterai, quando ti alzi?
Ma il volto di Tina si era oscurato; respinse l'abito con un gesto.
--Portatelo via, non voglio più vederlo.
Con una occhiata la mamma e la signora Veronica s'intesero: quella
avrebbe ceduto secondo il solito, ma questa voleva aspettare per trarne
un più ragionevole profitto. Quindi volgendosi a Tina, carezzevolmente
disse:
--Ne riparleremo domani, perchè ci vorrà forse qualcuno che ci aiuti.
Intanto io vi ringrazio, mia buona Tina; ma non volete proprio darmi
retta? Domani faccio venire anche don Pietro, eh?
--Perchè non stasera, se deve venire?
--Allora vado subito.
Tina non rispose.
Betta era andata a sedersi presso la finestra; il suo viso gonfio e
giallo esprimeva una collera intelligente, che non avrebbe così presto
perdonato. Si sentiva derubata e se la pigliava anche con Tina perchè
non sapeva assicurarle il dono dopo averglielo fatto: poi si voltò al
muro per non mostrare di piangere. Ma qualche singhiozzo le stringeva le
spalle.
Il silenzio durò lungamente; s'intese la signora Veronica chiudere a
chiave la porta e discendere frettolosamente per le scale, qualche grido
veniva dal vicolo, nel quale una biroccia si era fermata.
Le sonagliere tintinnavano.
Tina disse piano alla mamma:
--Nemmeno tu lo conosci?
--E un buonissimo uomo.
--Dovrò dirgli tutto?
--Si,--mormorò l'altra, mettendosi la mano sulla bocca per frenare il
singulto.
Tina rimaneva perplessa dinanzi alla necessità di questa confessione,
della quale non intendeva ancora il divino motivo, ma il suo cuore si
commosse al dolore della mamma; poi si accorse che anche Betta piangeva,
e allora chiuse gli occhi, pensando che in quel grande letto, così
povero e sudicio, avrebbe fatto al vecchio prete una ben cattiva
impressione.
*
* *
Don Pietro non arrivò che al principio della notte. La porta era aperta,
la signora Veronica, la mamma, Betta stavano nella cucina.
Il vecchio prete aveva bussato leggermente.
--Entri, entri,--rispose la signora Veronica, alzandosi precipitosamente
per andargli incontro coi segni del più profondo rispetto; ma il prete
pareva imbarazzato, la sua testa biancheggiava nell'ombra.
--Ecco la mamma,--disse subito la signora Veronica.
Questa lo guardava cogli occhi sgomenti; don Pietro chiese:
--Sta male?
--Al solito,--rispose la signora Veronica:--vuole entrare subito?
E prese dal tavolo la candela.
--Dorme,--disse la mamma.
--Pare, ma non lo credo,--ribattè la signora Veronica.
Nella camera passò anche Betta, Tina non dormiva.
Il vecchio si accostò al letto: adesso si vedeva la sua faccia scarna,
illuminata da due occhi chiari, che parevano tristi; i suoi abiti erano
trasandati, e due lunghe ciocche di capelli bianchi gli si arricciavano
alle orecchie.
--Quanto tempo è che siete ammalata, ragazza mia?--cominciò con voce
insinuante, mentre la signora Veronica gli metteva dietro la sedia,
sulla quale per solito stava la candela; poi andò a porre questa sul
comò.
Tina non provò alcun sbigottimento, ma i suoi occhi non lasciavano il
viso del vecchio.
--Siete ben giovane!--questi disse.
--Ho diciassette anni.
--Bisogna sperare; il signore ci prova spesso prima di chiamarci; si
deve però essere pronti ad accettare tutto ciò che egli vuole.
La signora Veronica e la mamma si consultarono con uno sguardo: questa
stava per piangere, l'altra le fece cenno di ritirarsi.
--Vieni via, Betta,--si volse alla fanciulla, che appoggiata ai piedi
del letto tirava per la coperta.
Tina avrebbe voluto dir loro di rimanere, ma una sensazione improvvisa
glielo impedì: si strinse nella coperta riabbassando la testa sul
cuscino senza nessuna vergogna che fosse così sudicio. Le griglie erano
aperte e pei vetri si vedeva al di fuori il chiarore della notte. Poi
intesero la voce della signora Veronica, che avrebbe voluto condurre la
mamma nelle proprie stanze, ma questa rispondeva:
--No, no.
Non si udì più nulla; l'uscio della camera era chiuso.
Egli si era seduto a capo del letto, quasi aspettando a testa bassa; la
barba non rasa da qualche giorno gli rendeva la faccia più vecchia, ma
la sua figura e il suo atteggiamento esprimevano quella pazienza, che sa
attendere per poter consolare.
--Che cosa mi dirà?--pensava Tina senza riuscire ad immaginarsi come gli
avrebbe risposto.
--Ebbene, ragazza mia, non sono venuto subito perchè dovevo passare da
un altro ammalato; eccomi qui da voi. Vi sentite molto male?
--No.
--Speriamo dunque, siete tanto giovane! So che avete sofferto.
--La signora Veronica le ha detto tutto?--esclamò precipitosamente Tina.
--Mi ha parlato della vostra disgrazia; non ve ne lagnate, ella non
aveva che delle buone intenzioni.
--Lei! Me lo dica: che cosa le ha raccontato?
Il vecchio parve impacciato, la fanciulla seguitò smaniosa:
--La conosco: non avrà accusato che la mamma, mentre invece fu lei a
spingermi, lei che fece venire a casa quella donna; poi mi
accompagnarono là. Adesso per la paura che si sappia vuol dare la colpa
a noi.
Un nodo di tosse le soffocò la parola, ma i suoi occhi brillavano di
collera; poi un'ombra le cadde improvvisamente sul volto.
--Mi dica, mi dica; lei sa tutto.
--Perchè vi affliggete così?
--Morirò.
--Bisogna sperare; nè io nè voi conosciamo la volontà del Signore. Ho
saputo la vostra disgrazia, e me ne sono addolorato: vi chiamate Tina,
non è vero? Quello che vi è accaduto fu veramente doloroso, perchè non
avreste voluto commetterlo, lo sento.
Tina ebbe un singulto.
--La mamma era ammalata: avevamo fame.
--Perchè non vi rivolgeste a me, povera fanciulla?
--A lei?
--Coll'aiuto di Dio, si può sempre sostenere quelli che pericolano. Io
non lo sapevo, sono stato ammalato un pezzo. Dite, Tina, vi hanno
cresimata?
--Sì, da bambina.
--E dopo?
--Nulla.
--Non andavate a messa colla mamma?
--Quasi mai.
--Però, potendo, vi sareste andata?
--Non lo so,--rispose Tina ingenuamente.
--Bisogna desiderarlo: senza la grazia di Dio e senza il sostegno delle
pratiche religiose un'anima non può salvarsi: ma adesso voi volete, non
è vero? compiere gli atti necessarî della nostra santa religione? Dopo
vi sentirete meglio anche nel corpo; io sono qui per voi, vi saranno
rimessi tutti i peccati, perchè avete molto sofferto, e forse non
sapevate bene la loro importanza, Dio è buono.
Parlavano nella penombra agitata dalla fiamma della candela sul comò: a
poco a poco le loro teste si erano avvicinate, il vecchio prete sempre
colle grosse mani sui ginocchi si curvò sino quasi a toccare col mento
la coperta.
--Dite con me: Dio è buono.
E attese.