sbottonarlo senza trarsi il fazzoletto; sulla bocca le tremava un riso
silenzioso, che non si vedeva, perchè in quell'atteggiamento doveva
tenere la testa bassa, ma non fu l'opera che di pochi secondi:
improvvisamente la testa vi sparve dentro, tutto il suo corpo si agitò,
e il vestone cadde sulla tavola.
--Bada,--gridò la mamma,--che non sia sudicio sotto il collo!--Ma lo
scuoteva già colla mano in alto, fuori della tavola.
Betta era rimasta con quel fazzoletto nero e una camicetta scura, tutta
rattoppata, attraverso la quale traspariva pietosamente la sua figura di
scheletro. Quasi per una subita sensazione di freddo si scostò per
entrare nel sole.
--Dammi una sedia, ma rimettiti al tuo posto; non ti voglio vicina, nè
quando taglio nè quando cucio.
Pareva tranquillissima. Così seduta non poteva vedere Tina raggomitolata
sotto la coperta, giacchè Betta silenziosa all'altro capo della tavola
le toglieva mezza la vista del letto.
Ma col lembo inferiore della sottana fra le mani la signora Veronica non
si decideva ancora.
--Guardate,--disse alla signora Adelaide:--è un vero peccato che le
sottane usino adesso così sghembate: disfacendole, non se ne cava
nulla...--E s'interruppe davanti al viso immobile dell'altra. Qualche
cosa le passò in fondo agli occhi, come un tremito di pietà; quindi per
toglierla da quella dolorosa atonia raddoppiò la chiacchiera.
--Quando siete venuta a chiamarmi ero risalita allora allora: giù la
signora Giovanna aveva bisogno di vedermi. In fondo sono buona gente in
quella casa; mi hanno parlato anche di voi, ma essi pure si trovano in
grossi guai.
Così dicendo si decise finalmente a piantare la punta delle forbici
nell'orlo della sottana per staccarne la sottile fodera inamidata.
--Figuratevi che il marito passa un cattivo quarto d'ora; pare che alla
conceria si tratti quasi di mandarlo via; è una famiglia che potrebbe
benissimo resistere anche a questa disgrazia, ma capirete che si va
sossopra per molto meno. Invece la Gemma è sempre alla finestra per
vedere il figlio della Nena; mi sono affacciata anch'io un momento, e ho
visto che aveva messo sul davanzale un magnifico stivalino di pelle
nera. Si facevano dei segni; allora Gemma si è ritirata, ma la mamma,
credendo di aver indovinato tutto, le ha dato uno schiaffo. E tu, Betta,
vuoi stare ferma invece di tirare per la sottana a rischio di farmi
forare le dita? Male, signora Adelaide, battere così le figlie, quando
sono grandi, davanti a terze persone: naturalmente soffrono troppo e
fanno peggio.
L'altra sospirò.
Ma la signora Veronica, che voleva ad ogni costo attirarla nel dialogo,
proseguì:
--Io lo so, vedete; quando la signora Giovanna esce di casa per restare
fuori qualche tempo, Gemma fa un segno dalla finestra e lui sta
attento, attraversa la strada in modo da farsi notare il meno possibile
e viene su per le scale. Le altre due sorelle aiutano. Vedrete che cosa
accadrà più avanti. La Nena ha detto già colla mercantessa da carbone
nella bottega del Tombolino che suo figlio sposerà la Gemma perchè la
cosa oramai è fatta.
--Fatta,--ripetè la signora Adelaide, presa poco a poco nell'onda lene
di quelle parole.
--Mio Dio! ecco, non si vede molto ancora, ho guardato bene la Gemma, ma
quanto al resto deve essere vero. Temo invece che la cosa non debba
riuscire dal canto del padre. Quello è un osso duro; capacissimo di
cacciarla via di casa senza un centesimo, e allora l'altro, lo conosco,
non la sposa di sicuro. È svelto e niente affatto innamorato: lei,
invece, la Gemma, ha la tarantola. A proposito: la signora Giovanna mi
ha parlato anche di don Pietro.
--Sopra di che?
--Niente, che ha aiutato anche quella povera Maddalena, la lavandaia
vedova con quel branco di figli, che si è rotta la gamba destra per le
scale di casa. Egli verrà dentro oggi.
--Sì,--ripetè la signora Adelaide, e volse il capo; ma siccome Betta si
era ancora spostata potè vedere Tina.
--Non vi muovete: adesso tenetemi questa falda: così non vien fatto
nulla.
L'altra ubbidì, mentre la signora Veronica cogli occhi fissi sulla
cucitura seguitava:
--Sapete dove bisognerebbe andare? Dalla signora Cesarina,--seguitò
abbassando la voce.
--Tina mi ha detto che aspetta un regalo.
--Quale?
--Non si è spiegata.
--Quando si sveglierà, glielo dimanderemo. Non darà molto, perchè quella
donna la conosco, ma nel vostro caso qualche cosa si può cavarne. Certa
gente è soprattutto così: se vi debbono qualche cosa non vi danno nulla,
invece se non si credono obbligati a niente, sono capaci di
largheggiare. Sempre l'amor proprio! Che cosa avete mangiato stamattina?
--Ho bagnato mezza pagnottella nel caffè col latte.
--Io ho delle budelline di agnello e delle verze per fare un po' di
riso: ne prenderete una tazza con me.
--Ma lei, che da tre giorni non vuole prendere nulla!
--Bisogna aspettare.
--Credete che si rimetterà?
--Colla gioventù non si sa mai: non è finita che quando è finita
davvero. Se don Pietro non è ancora tornato, egli che ha un occhio da
medico, vuol dire che nemmeno lui teme una disgrazia improvvisa.
Questa assicurazione parve quietarle tutte e due. Adesso parlavano a
voce bassa come se si facessero delle confidenze; il discorso era
tornato sulla Gemma, che si stringeva troppo alla vita per far sporgere
il seno: anche la signora Adelaide sapeva della tresca, anzi risalendo
le scale una volta li aveva sorpresi a baciarsi.
Se ne ricordò.
Betta, indifferente al discorso delle due donne, si era rivolta al
letto: il sole arrivava sui capelli di Tina arruffati nel mezzo del
cuscino, ma il viso dell'ammalata, più basso, rimaneva nell'ombra.
La fanciulla si accostò in punta di piedi.
Tina aveva la bocca aperta e gli occhi sbarrati, opachi come un vetro.
Betta fece quel solito gesto, quando la chiamava per dirle qualche cosa,
ma Tina non si mosse: la sua fronte era quasi verdognola, e il sole fra
i capelli pareva accenderle delle fiammoline.
Un freddo sorprese Betta, che non osò chiamare: Tina! Istintivamente
volse il capo alle due donne, ma vedendole chine sulla falda della
sottana, tornò ancora a guardare Tina. Dormiva? Che cosa era? Betta
ripetè il medesimo gesto, allungandole la mano verso gli occhi, e in
tale atteggiamento scherzoso, con quel fazzolettone scuro che le
fasciava il visetto giallastro, e la camiciuola dalla quale la deformità
del suo corpicino appariva stranamente, si sentì anch'essa così ridicola
che ne sorrise per la prima.
Ma evidentemente Tina non se ne accorgeva.
Allora Betta si accostò, evitando di guardarla negli occhi, che
cominciavano a farle paura, poi colla mano destra le toccò la mano
sporgente dal letto. Era fredda.
Un inesprimibile terrore la fece tremare tutta; quindi abbassando la
testa, in punta di piedi, senza che le due donne se ne fossero accorte,
tornò al tavolo. Anche lei era diventata pallidissima: girò intorno allo
spigolo per avvicinarsi alla mamma, ma, involontariamente lo sguardo le
tornava sempre a Tina.
Le due donne avevano smesso di parlare, curve sulla gonna cilestrina,
già aperta sopra un fianco.
--Voltate il telo: così, bene!
Anche Betta guardava: adagio, silenziosamente, tirò la mamma per la
sottana; questa si volse, e vedendo la fanciulla così sconvolta frenò
il gesto d'impazienza, che già le sfuggiva.
--Che cosa è?--chiese cogli occhi.
Betta guardò il letto.
--Mio Dio!--gridò la signora Adelaide, che sorprese quell'occhiata; e
levandosi nervosamente, si precipitò verso la morta.
--Tina, mio Dio, Tina!
Betta scoppiò in pianto.
Colla faccia su quella mano gelata la mamma non piangeva, non
singhiozzava; si udiva solamente l'anelito faticoso del suo respiro
simile a quello di un ferito. Le campane di una chiesa vicina suonarono
mezzogiorno nell'aria vibrante del sole; Betta, appoggiata dietro la
sedia della mamma, aveva nascosta la testa. Allora la signora Veronica
si alzò per esaminare la morta: nessun dubbio, Tina era già spirata
silenziosamente, e colla bocca ancora aperta nello sforzo di un grido,
che non aveva potuto uscirne, guardava. A certuni pare che i morti
abbiano ancora uno sguardo; la signora Veronica ebbe questa impressione,
vedendo dietro l'azzurro delle pupille la stessa ombra mesta, come
quando la fanciulla colla fronte sopra una mano s'incantava per ore
intere.
La signora Veronica si commosse, guardò la mamma inginocchiata.
--Eh!--mormorò con un sospiro; poi risolutamente girò intorno al letto
dall'altro lato, e vi salì per chiudere quegli occhi.
La signora Adelaide alzò la testa al fruscio del pagliericcio senza
parlare.
--Aspettate,--disse l'altra prendendo fra le mani ambo i ginocchi della
morta; li rivoltò, quindi con uno sforzo improvviso, violento, li
distese. S'udì uno scricchiolio.
--È fatta: dopo, sarebbe stato impossibile allungare le gambe stecchite
dal freddo; lo sapete pure.
Ma sembrava che avesse faticato, ansava; quando fu discesa dal letto,
rimase alquanto immobile a guardarsi. Betta piangeva sempre.
--Va di là, tu,--le disse quasi severamente; poi accostandosi alla
signora Adelaide le prese una mano.
--Venite con me: faremo tutto dopo.
L'altra si lasciò attirare.
--Venite, venite.
La trascinò così sino alla porta, le si mise dietro per impedirle di
vedere un'altra volta la morta voltandosi.
Tina rimase sotto quella coperta cogli occhi chiusi nel sole, che adesso
le avvolgeva in una fiamma d'oro la faccia bianca; ma quell'ombra dentro
la bocca aperta era diventata quasi nera.
DOPO
--Buona notte, fatevi coraggio,--ripetè ancora la signora Giovanna,
mentre le tre figlie dietro di lei guardavano.
--Grazie.
--Volete che vi facciamo lume per le scale?
--No, no.
Poco dopo la porta si richiuse e la signora Adelaide rimase al buio.
Si sentiva la testa pesante forse per quello stufato di agnello, che le
avevano fatto mangiare quasi a forza, perchè aveva dovuto mettersi a
tavola colla famiglia della signora Giovanna, la quale, tutta compresa
della propria buona azione, voleva assolutamente essere obbedita. Quel
pomeriggio era stato lungo. La signora Giovanna, salita solamente colla
Gemma a vedere la morta prima che la mettessero nella cassa, aveva poi
forzato la mamma a discendere con lei per sottrarla almeno allo strazio
dell'ultimo distacco.
Adesso tutto era finito.
Il trasporto di Tina aveva avuto luogo verso le sei abbastanza
decentemente; i casigliani si erano prestati ad una colletta, don Pietro
aveva aggiunto il resto, ma nel viso melanconico pareva anche più
severo. La signora Adelaide, annientata da tutta quella novità, non
sentiva più che un gran freddo nell'ossa e qualche cosa come un velo
intorno alla faccia, che le annebbiava la vista. Solamente le era
rimasto un tremito nelle mani dopo quello sforzo di aiutare la signora
Veronica a mettere Tina nella cassa, mentre il sole riempiva tutta la
stanza della propria fiamma.
Adesso invece le scale erano buie.
Ella saliva adagio, aiutandosi colla mano nel muro quando un piede mal
fermo le si spostava sui mattoni slabbrati degli scalini e la faceva
traballare nella paura improvvisa di cadere.
--Non ci deve essere in casa nemmeno un mozzicone di candela,--mormorò.
Era la prima idea; pel resto sapeva che avrebbe trovato la casa in
ordine; che cosa poteva infatti esservi sossopra? Ma la signora Veronica
aveva spazzato persino il pavimento e spolverati i mobili per quella sua
smania della pulizia e per rispetto della morta.
--Vedete, io tengo tutto pulito in casa mia,--aveva ripetuto parecchie
volte:--questa volta però è un'altra cosa. I morti non ci appartengono
più; la gente, che viene a vederli, è come se entrasse in chiesa, ci
vuole molto rispetto, molto rispetto.
L'altra non aveva capito bene.
Invece la morte le accresceva senza misura quello sbigottimento di
abbandono da tant'anni così profondo nella sua vita. Colle mani
ciondoloni, le gambe che le mancavano sotto, stava a guardare ritta, o
si muoveva sempre troppo tardi per aiutare in qualche cosa. E il suo
gesto era così stanco che la signora Veronica le ripeteva:
--Lasciate, lasciate.
Era vero, se ne accorgeva anch'essa. Aveva pure sentito con nuova
amarezza di non soffrire come se lo era immaginato; i suoi occhi non si
gonfiavano di quelle lagrime che sembrano forarli, il suo cuore non
aveva urlato nello spasimo della disperazione, che non vuole essere
consolata e si consuma nella propria impotenza.
Quindi cedendo alla violenza della signora Giovanna, che nel trarla di
lì tornava a spiegarne il motivo con tutti, era sembrata quasi una delle
tante madri incapaci persino di fingere il dolore della propria
maternità perita forse nella miseria da troppo tempo. La signora
Giovanna stessa ne aveva ricevuta una cattiva impressione, mentre le
figlie sorridevano talvolta con quel sorriso involontario della gioventù
dinanzi a coloro, che non sono più niente nella vita; ed è quasi la
stessa ironia, come all'apparire di un cane randagio, spaurito, in una
qualche strada popolosa: la gente gli urla subito dietro, i monelli
l'inseguono, finchè un cane più forte gli si avventa, e allora tutti
ridono. Perchè? È cattiveria? È così. Ma davanti a certe tragedie,
coloro che non sono affatto disposti ad entrarvi, vogliono vederne il
dolore, altrimenti si fanno più duri.
Ella taceva. Seduta colla signora Giovanna sul canapè della stanza
coniugale, aveva udito benissimo il tramestio dei becchini nelle scale
troppo strette per la cassa, e tutte le porte si aprivano sui
pianerottoli, la gente discendeva; poi il tonfo cupo dello sportello,
quando la cassa sospinta da cinque o sei mani scivolò dentro il
cassettone della carrozza nera, aveva per un istante coperto il vocìo
della strada, e poco dopo il cavallo si era allontanato battendo
sonoramente i ferri sulle lastre.
Pallida, si era alzata per andare alla finestra: ma la signora Giovanna
lo aveva impedito.
--No, no, non istà bene: i vicini ne riderebbero.
Nelle scale il silenzio era profondo. Sempre colla mano al muro giunse
sull'ultimo pianerottolo, e si fermò tastando guardingamente l'uscio
della signora Veronica; ma era chiuso.
Intese parlare al di dietro, poi le voci tacquero. Improvvisamente si
ricordò quanto quella donna egoista, così abile a vivere della propria
miseria, aveva fatto per lei in quel giorno occupandosi di tutto, della
colletta, della cassa, uscendo per andare da don Pietro e dalla signora
Cesarina, che aveva mandato dieci lire e una corona bianca di narcisi.
Era questo il regalo chiesto da Tina per la propria bara. Ma capì che
adesso era finita ogni intimità, d'ora innanzi la signora Veronica non
avrebbe più alcun motivo d'interessarsi a lei come pel passato quando
Tina poteva da un giorno all'altro fare fortuna ripagandole il
beneficio. Era così, non doveva essere altrimenti: finchè si ha qualche
cosa nella vita, gli altri aiutano, poi si allontanano avendo bisogno,
specialmente i poveri, di pensare prima a se stessi.
Lentamente sospinse il proprio uscio.
Per la finestra aperta una luce pallida rischiarava la stanza. La tavola
stava nella cucina davanti al focolare, presso quel sofà sgangherato: al
di fuori si vedeva un lembo di cielo pieno di stelle in un sereno scuro,
e qualche riverbero dei fanali a gas saliva pei muri languidamente. Nel
silenzio un passo d'uomo echeggiò dal vicolo allontanandosi: doveva
essere poco più che un'ora di notte. Girò per la stanza tastando qualche
cosa, quasi a riconoscere gli oggetti, ma una paura e un'ombra le
crescevano dentro. Che cosa fare? Sapeva di non avere candela e che non
le sarebbe possibile discendere per battere all'uscio di qualcuno:
oramai tutti avevano fatto per lei più di quanto dovevano, e domani,
sempre, a ogni ritorno, sarebbe così, la stessa sensazione di freddo e
di abbandono. Una voce, quasi un grido le salì alla gola, ma lo soffocò
con ambo le mani, come tremando che potesse prolungarsi indefinitamente
in quel silenzio.
Dov'era Tina?
Nel cimitero lassù, non sapeva altro. Certamente avevano calata la cassa
in una fossa comune, fra cadaveri ignoti l'uno all'altro, e se n'erano
andati senza nemmeno voltarsi per stendere sulla terra smossa quella
corona di narcisi bianchi. Eppure Tina non avrebbe chiesto di più: tutta
la sua primavera non aveva avuto altri fiori.
Infatti la fanciulla non amava il lusso e non sentiva quei desiderii
voraci, pei quali ella si ricordava di aver sofferto sino in ultimo.
Tina ignorava tutto: in altra condizione sarebbe forse vissuta a lungo
felice, senza accorgersi che gli uomini esistessero, e invece era morta
a sedici anni per colpa loro. Improvvisamente un rancore simile ad una
fiamma le montò dall'anima contro quella illusione di fare fortuna
essendo più buone o avendo sofferto più delle altre; il sangue le si
accese, poi un pensiero anche più triste lo spense tosto: perchè
lagnarsi? Non era inutile?
Se in quel momento avesse potuto gridare all'uomo, che pel primo gliela
aveva presa: «Mia figlia è morta, sei tu, sei tu che l'hai uccisa!» non
le avrebbe egli, già immemore di quel mattino lontano, risposto con un
sorriso? Non erano così tutti gli uomini? Non pensano tutti che le
donne, rassegnandosi a certe cose, esercitano un mestiere, il quale ha
naturalmente i rischi di ogni altro?
Talvolta anche se ne muore, ma la colpa non è di nessuno.
--Ecco tutto!--disse con un amaro sorriso.
La gola le bruciava: quindi si alzò dal canapè per cercare nella madia
quel resto di latte, che Tina non aveva voluto bere: non lo trovò.
Anche il secchio era vuoto.
Una sete l'ardeva; pur sapendo che non vi potevano essere, cercò
dappertutto dei fiammiferi e un mozzicone di candela per sottrarsi al
buio, nel quale si sentiva troppo sola. Uno per uno i ricordi della vita
si erano allontanati nell'ombra della notte, poi la debolezza tornava a
fiaccarle le gambe, mettendole nelle reni uno spasimo di arrembatura.
Tina era lassù.
Anche nei giorni buoni, quando capiterebbe ancora di cuocere qualche
cosa, ella non potrebbe più voltarsi per chiamare sorridendo la
fanciulla a mangiare nel medesimo piatto, adesso che erano tutte due
egualmente sole. Eppure sotto l'onda di quella tristezza non piangeva.
La sua testa smarrita nella nuova solitudine tremava timidamente senza
collera, senza nemmeno quel tragico abbacinamento dei grandi dolori, che
a poco a poco si obliano nella propria contemplazione, quasi il mondo
cessi loro d'intorno. Ella invece ne soffriva ritraendosi dinanzi alle
immutabili necessità, che si sarebbero rinnovate domani. L'egoismo
della sua natura sofferente da tanti anni si rannicchiava, come
d'inverno certi vecchi poveri sotto il vento di tramontana si stringono
nei cenci alle porte delle chiese, sentendo l'ultimo calore del sangue
risalire verso il cuore; e allora non hanno più la forza di chiedere,
mentre qualche cosa si mette a singhiozzare nel fondo delle loro anime.
Anche Tina era stata così: la sua giovinezza muta, la sua obbedienza
passiva nascondevano una di quelle tragedie incomunicabili, davanti alle
quali i cuori più sensibili rimangono sordi.
La fanciulla infatti non aveva mai voluto raccontare che cosa avesse
sofferto la prima volta in quella camera della signora Cesarina.
Ma questo pensiero la ricondusse alla necessità di entrare nell'altra
stanza.
Che cosa faceva nella cucina? Per guadagnare tempo cercò di passare in
rivista le persone, alle quali avrebbe potuto presentarsi l'indomani per
chiedere aiuto; e la prima fu la signora Cesarina.
--No, no,--proruppe a bassa voce:--mi farebbe dire senza dubbio di non
essere in casa.
Quella donna non aveva cuore, le si vedeva in faccia.
Ma era già all'uscio, rabbrividendo per tutti i nervi come dinanzi a
qualche terribile cosa, che dovesse accaderle. Si ricordò che Tina era
rimasta per sempre colla bocca spalancata nello sforzo dell'ultimo
grido, perchè la signora Veronica chiudendole gli occhi si era
dimenticata di stringerle sotto il mento il solito fazzoletto. E al suo
cuore di madre questa sensazione si era rinnovata poi dolorosamente,
quando dovette accorgersi che le mascelle irrigidite dal freddo della
morte non si sarebbero più chiuse.
Una paura inesprimibile le aveva agghiacciato l'anima. La fanciulla,
così sottomessa a tutte le violazioni della propria vita, aveva forse
tentato di gridare nell'ultimo momento, cogli occhi già pieni di
un'ombra immobile.
Ella stessa si sentiva riprendere dallo spavento della tenebra.
Quell'altra finestra sarebbe aperta? Non sapeva spiegarsene il perchè,
ma credeva di sì per un senso di misterioso rispetto alla morta. Aspettò
coll'orecchio teso nel silenzio ascoltando i battiti del proprio cuore.
Un sudore freddo le bagnava la fronte.
Entrò.
La finestra era aperta, nella camera illuminata dal chiarore della notte
niente era mutato: rapidamente si diresse al letto dal suo solito canto
e cominciò a spogliarsi colle mani tremanti.
Raggomitolata sotto le coperte, come se avesse freddo davvero, si teneva
con ambo le mani un lembo del lenzuolo sulla faccia, ma il cuore invece
di calmarsi le batteva sempre più precipitosamente. Allora le lagrime
cominciarono a caderle per le guance, e un singhiozzo lungo la scosse
per tutti i nervi. Qualche cosa le si scioglieva dentro, liberando
finalmente la sua anima dal peso ineffabile del silenzio. Ah! come era
sola adesso che Tina non le stava più accanto riscaldandola col suo
corpo giovane, che d'inverno le si stringeva sempre più presso, talvolta
abbracciandola anche nel sogno! Il letto era sempre così. La signora
Veronica invece di rifarlo si era contentata di spianarvi sopra quei
lenzuoli saturi ancora di tutto il sudore triste dell'ammalata. Ella ne
raccapricciò, malgrado l'abitudine oramai vecchia ai sudiciumi della
miseria, e seguitò a piangere in un dolore quasi dolce. Tutta la sua
tenerezza si effondeva in quel pianto silenzioso, mormorando appena il
nome della figlia: Tina, Tina! Non avrebbe voluto altro. Non pensava più
all'indomani, non si ricordava più nulla. Invece sentiva sul fianco la
sua buca scavata nel pagliericcio, più grande forse di quella lassù nel
cimitero. Ella non voleva che Tina, la sola creatura, dalla quale fosse
stata amata per sedici anni, anche nei giorni peggiori, quando ella
stessa si accorgeva di diventare bisbetica e di trattarla male. Era lei,
la mamma, che faceva così, Tina no: la guardava negli occhi abbassando
la testa, e poco dopo veniva a tirarla per la sottana con un sorriso.
Eppure la povera fanciulla avrebbe avuto il diritto di essere cattiva in
quella vita di miseria, senza mai una consolazione. Per quanto adesso
ella si credesse infelice, qualche bel giorno lo aveva avuto; ma Tina
mai, nè da bimba nè da fanciulla, nemmeno quelle gioie della infanzia
che trova dappertutto un sorriso, nemmeno quelle speranze della
giovinezza, nelle quali ogni donna sale come dentro un incanto. Ed era
morta per darle da mangiare, non c'era più.
--Tina, Tina!--ripeteva colle mani tese nell'ombra della notte
primaverile.
Poi si volse disperatamente ed afferrò il cuscino, sul quale era
spirata; lo strinse, lo baciò in una smania, che la fece cadere dentro
la buca stessa della morta. Diè un balzo d'orrore, e si trovò dall'altro
lato, inginocchiata per terra, col cuscino fra le braccia.
--Sono stata io! Tina, Tina, perdonami di averti messa al mondo,
perdonami, perdonami!
E questo grido le saliva finalmente dalle labbra con tutta la sua anima
di madre, che nello spasimo dell'amore si pentiva di avere dato una
creatura al tragico mistero della vita.
FINE.