La fanciulla si rialzò, guardò l'Addolorata senza che dal cuore nessuna

parola le salisse verso quella immagine di tutti i dolori femminili,

poi girò dietro il pilastro. Attraversando la chiesa ebbe ancora la

sensazione vaga di essere in un luogo straniero, che non poteva

appartenere ad alcuno: il suo silenzio, la sua luce erano come quella di

una strada vuota in una notte lunare: si è soli, ma se vi fermate,

sentite che è impossibile di restarvi.

*

* *

Due ore dopo la mamma e la signora Veronica stavano silenziose intorno

al suo letto: la fanciulla teneva gli occhi chiusi nella faccia di un

pallore marmoreo.

Aveva le vesti in disordine; dal corsetto sbottonato le traspariva il

seno, e di sotto alle gonne le usciva una gamba con la calza bianca

increspata, perchè il legaccio era caduto.

La signora Veronica si chinò ad accarezzarle i capelli.

--Tina, sono le cinque: bisogna mettere qualche cosa nello stomaco,

bambina mia: alzatevi, non vi farà bene stare così, il letto

indebolisce.

La fanciulla si mosse appena.

--Ho fatto il brodo, ne volete una tazza?

--Come ti senti?--arrischiò timidamente la mamma, che avrebbe voluto

prenderle una mano.

Tina indovinò l'intenzione, ma il suo volto rimase muto, mentre i suoi

occhi diventati più grandi la guardavano pieni di una luce triste,

simile a quella di certi tramonti, quando un giorno senza sole sta per

cadere in una notte senza stelle.

--Levatevi, levatevi,--insistè l'altra.

Allora la mamma si accostò, e siccome la fanciulla fece uno sforzo per

sollevarsi dal cuscino ella le tese ambo le mani.

--Tina mia!

--Ecco una cosa che non va bene!--seguitò la signora Veronica, scontenta

della piega che stava per prendere la scena:--Come fate dunque voi altre

a piangere sempre, anche quando ve n'è meno bisogno?

Ma si erano già abbracciate: la mamma si stringeva sul petto la figlia

ritta presso la sponda del letto, coi piedi solamente nelle calze e la

testa abbandonata singhiozzando.

--Come stai? Come stai?--le ripeteva sommessamente la mamma, mentre la

signora Veronica cercava cogli occhi per la stanza le ciabatte della

fanciulla.

Finalmente esclamò:

--Vedete: dovevate spogliarvi, l'abito adesso si è tutto spiegazzato;

bisognerà stirarlo se avrete da uscire domani.

--Mamma!

--Lo so, lo so.

--Sto male.

--È cosa che passa.

--No, no.

L'altra non ardì insistere.

Poi la signora Veronica mise ella stessa le ciabatte nei piedi della

fanciulla, e la condussero nell'altra stanza ognuna per un braccio come

una ammalata. Volevano confortarla senza chiedere della scena avvenuta

in quella camera e come ne fosse fuggita perdendo quasi quattro ore, ma

la curiosità le sospingeva attraverso un imbarazzo non mai provato.

La fanciulla invece guardava con un senso di nuovo amaro stupore la

miseria della stanza, come se la visione di quell'altra con le grandi

tende doppie abbassate e i bianchi mobili, sorridenti in un silenzio di

sogno, che gli specchi sembravano prolungare in altre camere, le fosse

rimasta negli occhi.

E si accorgeva come per la prima volta di quello squallore.

Il suo cuore si strinse.

Ma nuovamente un impeto doloroso la sollevò, una negazione disperata di

quanto le era accaduto sotto le mani pesanti di quell'uomo, che se n'era

andato sorridente. Ella vedeva ancora il suo sorriso muto, più crudele

di qualunque parola, più lungo di uno sguardo.

--Ah!--esclamò, coprendosi gli occhi con le mani e scuotendovi dentro il

capo con ira tremante.

--Che cosa hai?

--Lasciatemi, siete voi che l'avete voluto.

--Di chi parli?

--Di quell'uomo; mai più, mai più!

--Vi ha forse trattato male?--chiese con accento di viva curiosità la

signora Veronica.

La fanciulla si volse come punta da uno spillo, ma la faccia grassa e

sorridente dell'altra le arrestò il grido della risposta.

Nondimeno la signora Veronica capì di dover uscire.

*

* *

Entrambe avevano bisogno di parlare.

Benchè si sentissero divise per sempre, non avrebbero saputo resistere a

quel silenzio della loro nuova solitudine; Tina sospirò abbandonandosi

sulla sedia con una stanchezza di ammalata.

--Che cosa hai? Dimmelo.

Fra mamma e figlia l'intimità era sempre stata come fra due donne

diverse di età più che di grado, le quali si potevano dir tutto.

La signora Adelaide aspettò qualche momento.

--Dimmelo, Tina mia, che cosa hai? È una cosa che passa.

--No, no.

--Credimi, accade così a tutte.

--No,--ripetè ostinatamente la fanciulla.

L'altra si fece umile come dinanzi ad un rimprovero, sottomettendovisi

anticipatamente; attese che la fanciulla si sfogasse, ma invece le vide

gli occhi gonfiarsi nuovamente.

--Ho male, ho male,--disse finalmente Tina con accento smanioso:--Non ne

posso più. Dovevate dirmelo; perchè siete stata anche voi così ammalata,

lo siete anche adesso.

--Ma...

--Lo sapevate: ora non valgo più nulla, me ne sono accorta al modo che

mi ha trattata. Bisogna essere ben cattivi, anche tu sei stata cattiva

come lui. Lascia pure che tu mi abbia venduta,--seguitò con accento

stridulo e una fiamma negli occhi, che a volte a volte pareva quella di

un lucignolo presso a spegnersi, mentre una smorfia dolorosa le storceva

la bocca:--lascia che io non fossi niente nè per la signora Cesarina, nè

per lui; questo lo so anch'io, in simili casi è come quando si domanda

l'elemosina, peggio anzi, perchè allora vi è sempre qualcuno che ve la

fa senza offendervi. No, ma così era troppo. Egli rideva: io ho dovuto

fare... vedi, in quel momento mi parve di non capire più, ma adesso, se

fosse qui, gli sputerei in faccia.

La mamma abbassò la testa.

--Ti hanno pagata, non è vero? Adesso puoi essere contenta; vedi, se mi

avesse parlato prima, se mi avesse detto qualche cosa come quell'altro,

non so come avrei risposto, ma non doveva fare così, non fanno così

nemmeno i chirurghi all'ospedale con la povera gente, che ha paura.

Anch'io avevo paura. Non avrei potuto muovermi. Appena, sai, mi sono

sentita guardare così, ho capito che non potevo far niente; mi sembrava

in quella camera così grande di essere lontana cento miglia anche da te,

che eri nell'altra. Che cosa pensavi allora?

A questa inattesa domanda l'altra trasalì; ma Tina si alzò per fare due

o tre passi nella cucina. Un orgasmo le si riaccendeva dentro, un

bisogno di rimproverare, di minacciare colei che l'aveva condotta in

quella casa, a quell'uomo, davanti al quale non aveva potuto trovare nè

una parola, nè un atto di resistenza.

Invece le si voltò bruscamente:

--Perchè piangi?

--Che cosa vuoi che ti faccia? Stai male, dimmi che cosa vuoi.

--Non lo so.

--Torna a letto.

--No, no, non posso.

--Vedi, io certe volte...

Tina non la lasciò finire:

--Dammi un bicchier d'acqua, brucio; ma la signora Cesarina, bada, non

voglio vederla più. La sua faccia mi fa male come quell'uomo: scommetto

che ti ha di già fatto pagare l'abito e le scarpe; non ti sarà rimasto

quasi nulla, ecco come va a finire.

--La prima volta, ma dopo...

--Ah! tu credi che ci tornerò!--stridè quasi minacciosamente la

fanciulla.

--Farai come ti piace, Tina mia; io non ti dico più nulla. Avevo creduto

così per il tuo bene, per farti diventare una signora: tu lo sai, io ti

voglio bene, se avessi potuto mantenerti, io l'avrei fatto con tutto il

cuore, ma vedi come sono ridotta:--aggiunse con un sorriso d'ironia

dolorosa:--quando non si può, non si può.

Si era seduta accanto a lei.

--Quanto ti ha dato la signora Cesarina?

--Ho rimasto quindici lire.

--Quindici lire!

--Perchè ho dovuto darne quattro alla signora Veronica: pranzeremo da

lei.

--Vedi: questi cenci e queste scarpe, ecco tutto il guadagno! Che cosa

sono io adesso? Tu ti sei ridotta così dopo aver fatto tutto, e mi hai

voluto cacciare per la medesima strada; ma ti sei ingannata, io non sono

come te, non posso sopportare: io non ci vado più in quella casa, o mi

butto piuttosto a fiume.

--No, Tina, no, Tina!--proruppe levandosi in piedi per

abbracciarla:--come vorrai. Io cercherò un mezzo servizio, tu sarai

presto rimessa, e capiterà anche a te qualche cosa, un modo di vivere.

Nessuno ha saputo niente.

--Lo credi? E la signora Veronica?

--Dubiteresti?

--Tu, povera mamma, sei più bambina di me: colei ci mangia addosso, ecco

tutto. È stata lei a spingermi, assai più di te.

--È vero, sono mesi che me lo diceva. Che cosa vuoi? Quando si è tanto

poveri, non si sa più a chi rivolgersi. Adesso rimettiti un po',

bisogna mangiare, ne devi a quest'ora sentire necessità. Stamane sei

quasi rimasta digiuna: sei stanca?

L'altra non rispose.

--Hai girato molto?

--Non lo so, mi sono trovata in una chiesa.

--Vedi, se me lo ero immaginato! La signora Veronica non voleva

crederlo: io capisco.

--Non so quanto vi sia rimasta: ero così sfinita, mezza morta, che non

capivo più nulla. Ne sono uscita quando ho visto entrar gente: allora ho

pensato che dovevi aver paura per me, che non mi fossi buttata in Arno.

Me n'era venuta l'idea sul ponte, ma era giorno.

--Che cosa dici?

--Niente: ci vuole la notte per buttarsi giù, che non ci veggano almeno.

--Non devi fare certi discorsi.

--E tu che pensavi aspettandomi?

--Piangevo.

--Povera mamma!

--La tua mamma! non hai altri, ma che ti vuole tanto bene; pel resto

speriamo, non è vero? Quello solamente che tu vorrai, ma io ti voglio

bene come nessuno potrà mai volertene tanto, bambina mia. Vieni di qua

con me, io ti calmerò il male, poi ti metteremo a letto.

--No, andiamo dalla signora Veronica, voglio vedere Betta.

L'uscio era aperto sul pianerottolo.

--Tina!--gridò la fanciulla e corse a buttarsele con la testa contro il

ventre.

Tina represse a stento un urlo di dolore chinandosi a baciarla sui

capelli.

--Hai tardato, hai tardato,--diceva la piccina tirandola per la

gonnella:--La mamma mi ha fatto il riso col latte, vieni a vedere. Tu

che cosa mi hai portato?

--Niente.

--Cattiva!

LA TERZA GIORNATA

Il sole entrava per la finestra spalancata.

Tina, desta sino dall'alba, ne sentiva ancora il fresco sotto la pelle,

e si era raggomitolata nella coperta agitando il capo sul cuscino. Un

sudore le imperlava la fronte livida sotto l'ombra dei capelli

arruffati.

Con ambo le mani si tastò il ventre gonfio.

Dovevano essere le dieci: qualche rumore saliva dal vicolo, qualche

rondine nera passava davanti alla finestra stridendo come i pensieri che

le attraversavano la mente. La camera aveva sempre lo stesso squallore,

ma un profumo di muschio la riempiva: infatti tre o quattro boccette

dalle forme bizzarre lucevano dinanzi allo specchietto nel mezzo del

comò. Una candela di stearica rosa, bruciata a metà, era ancora sulla

sedia accanto al letto e, nell'angolo, da un chiodo pendeva un abito

cilestrino, con una fascia pieghettata all'orlo della sottana. Era il

primo, che la sarta della signora Cesarina le avesse fatto, ma non se lo

era ancora messo.

Tina si volse a guardarlo, poi udendo un piccolo passo all'uscio si levò

sentoni.

--Sei tu, Betta?

Invece di rispondere, la fanciulla sporse dalla porta il capo ravvolto

nel solito fazzolettone.

--Vieni, vieni.

Ma Tina si strinse con atto freddoloso la camicia sul petto dimagrato,

cercando di sorridere alla piccola visitatrice incerta sulla porta.

Betta aveva sempre quel vestoncino rosso, largo, al disopra del quale il

suo viso gonfio sembrava anche più ammalato: appena fu al letto, vi si

arrampicò.

--Non mi toccare!--gridò Tina.

--Ti fa sempre male la pancia?

--Si.

--E io qui,--rispose premendo il fazzoletto sotto l'orecchio destro.

Erano sole. Le due mamme, uscite dalla mattina, non dovevano ritornare

che a mezzogiorno se pure ritornerebbero, perchè quell'affare dei

materassi non era ancora ben preciso. La signora Veronica ne aveva

parlato parecchi giorni come di una piccola fortuna, nella quale avrebbe

potuto mostrare la propria abilità e sperare forse qualche cosa altro.

Ella affermava di sapere imbottire un materasso meglio di qualunque

tappezziere; poi nessun lavoro era più divertente: si chiacchierava, si

girava intorno. Invece non avrebbe accettato per tutto l'oro del mondo

la fatica di battere la lana, che attossica colla polvere.

La signora Adelaide doveva aiutarla; la casa ove andavano era di gente

ricca, una famiglia di beccai.

--Ti sei alzata ora?--chiese Tina.

--Sì, ma non ho voglia di star su.

--Sdraiati accanto a me.

Betta le passò una mano sul viso:

--Sudi.

--Ho la febbre.

La fanciulla non parve sorpresa; anch'ella di notte si sentiva spesso

ardere e sudare, ma allora si assopiva invece di piangere.

Aveva però qualche cosa da dire.

--Ieri la mamma mi ha dato uno scappellotto.

--Ti ha fatto male?

Alla fanciulla si gonfiarono gli occhi.

--Voglio andar via, conducimi con te.

--Ma dove vuoi che andiamo?

--Non lo so: tu hai dei danari adesso, ti fai dei vestiti.

--Quello lì,--rispose Tina con lieve sorriso,--è il primo, l'altro non

era mio.

--Cosa importa? prendimi con te.

--Tu sogni. Betta; io non ho che un luogo dove andare.

--Prendimi.

--Non sta a me.

--Neanche tu mi vuoi bene.

E Betta, che a forza di raggomitolarsi era salita tutta sul cuscino,

sedette drizzandosi colla testa sulla testa dell'altra, e la guardava

nei grandi occhi melanconici; Tina era veramente ammalata, aveva le

labbra scure, riarse, e una lucentezza vitrea nell'ombra delle occhiaie.

--Non mi toccare la testa; piuttosto se hai fame va nella cucina e tira

il cassetto della tavola; vi sono rimaste tre o quattro frittelle dolci.

Ti piace pure il fritto di crema!

Invece nessuna delle due parlò più.

Quantunque il freddo della febbre le scemasse, Tina tremava dentro la

camicia molle dal lungo sudore. E quel pensiero fisso, ostinato, che

sino dall'alba le si era piantato nel mezzo della fronte, senza che

potesse distogliersene, le mostrava sempre la stessa immagine: si vedeva

morta sul letto, nella camera abbandonata: era sola, fredda per sempre.

Poi guardò Betta, e pensò che la fanciulla, malgrado il viso gonfio,

guastato dalla scrofola, vivrebbe chissà quanto. Perchè dunque aveva

insistito così: «Prendimi con te?».

Improvvisamente Tina le rispose:

--Debbo uscire.

--Non resterai fuori molto?

--Non lo so.

Bettina era già scesa dal letto.

--Aiutami, non ho forza,--mormorò Tina barcollando.

Ma invece di spiccare dal muro l'abito cilestrino, prese dalla sedia

quello solito: si vestiva adagio, con una stanchezza in ogni atto, che

impressionò la piccina abbastanza svelta non ostante tutti i suoi mali;

Tina aveva un imbambolamento quasi pauroso sulla faccia. Per pettinarsi

mise lo specchietto sul davanzale della finestra sedendovi innanzi sopra

una scranna spagliata, nel mezzo del sole. Allora, così in camicia,

senza busto, col petto seminudo parve anche più ammalata; ella stessa

n'ebbe un brivido. Betta appoggiata al telaio della finestra

giocarellava con una bottiglietta di acqua profumata.

Poi disse:

--Dammela.

--Sì, non avrei tempo di adoperarla.

Ma un impeto le salì al cuore, quasi uno sgomento davanti a quella

minaccia di diventare brutta.

--Come ti sembro?

--Non sei più tu.

--Adesso mi lavo, vedrai che muto colore.

Invece rimase così. Betta l'osservava colla fiala in mano pensando già

come nasconderla alla mamma, che vorrebbe portargliela via.

Tina era vestita: rimise lo specchio al solito posto, si abbassò ancora

sulle ginocchia per rimirarvisi, versò da un'altra bottiglia qualche

goccia di odore nel fazzoletto; ma Bettina gridò tendendo le palme:

--Anche a me, anche a me.

Tina si sentì mancare sotto le gambe. Nuovamente il sudore l'inondava,

ricadde sulla sedia col fazzoletto fra i denti, orribilmente pallida.

Per un istante credette di doversi rimettere a letto.

--Se non tornassi più...--disse dopo alcuni minuti con voce tremante.

--Dove vai?

--Tanto deve accadere presto!

--Vuoi piangere?--l'interruppe Bettina.

--No, no, mangia le frittelle: sono nel cassetto.

--Torna presto.

--Forse.

--Va pure.

A Tina la parola parve avere un altro significato: uscì barcollando. Ma

nel vicolo inondato dal sole meridiano fu peggio: un velo le si abbassò

sugli occhi fasciandole tutta la testa, sulla quale le radici dei

capelli tiravano dolorosamente, mentre nel ventre così teso quella cosa

sembrava crescere mostruosamente. Il vicolo era quasi deserto.

Siccome non aveva l'ombrellino, sul quale appoggiarsi, si accostò

istintivamente al muro: capiva che la febbre le era cresciuta, ma che

avrebbe potuto egualmente arrivare alla casa della signora Cesarina.

Dopo? Non lo sapeva.

I piedi invece le faceano male sull'asperità delle lastre.

Sempre tremando dal freddo si accorse di essere diventata diversa da

tutti quelli che incontrava, mentre una inesprimibile stanchezza le

faceva provare un senso anche più misterioso di lontananza, come se la

sua casa in quel vicolo fosse già infinitamente distante. Era uscita per

chiedere alla signora Cesarina quel supremo favore, poi sarebbe tornata

subito a letto; ma tale pensiero era così fisso e profondo che nulla gli

contrastava dentro: Perchè? Che cosa era stato? Tossiva, aveva il ventre

gonfio, dolente di uno spasimo sottile, che si acuiva sotto l'anca

sinistra, dacchè la febbre le era cominciata una sera sul letto

assopendola. La mattina dopo seguitava ancora: e non l'aveva più

lasciata.

Siccome eran sopravvenuti altri dolori di ventre, la mamma, incolpandone

prima il vino poi la frutta, le aveva fatto inghiottire un'oncia di olio

di ricino, ma era stato peggio: quei sintomi avevano aumentato fra i

sorrisi della signora Veronica e gli scherzi di Betta.

Adesso per la strada era ripresa dalla stessa paura: dove? In qual casa

volterebbe?

Una vergogna, un avvilimento anticipato, le curvava già la testa. Eppure

quel sole le faceva bene riscaldandole un po' il sangue; era proprio un

sole di maggio splendente nel cielo di un azzurro vivido, che sembrava

palpitare; l'oro di tutta quella luce inondava l'aria, aveva dei soffi

simili a quelli del vento passandole sui capelli come una carezza,

mentre ella camminava sempre così piano, collo stento dei malati che

debbono andarsene davvero. Tuttavia sentiva intorno il fremito

dell'immensa gioia primaverile piena di scoppi, di colori, di profumi:

le case parevano nuove, la gente parlava a voce più alta, con una fiamma

di promesse negli occhi. Ella beveva avidamente il calore del meriggio,

che le scendeva nelle vene fredde avviluppandola tutta come in un velo

luminoso e leggiero. Era l'ultima volta che starebbe così nel sole, in

mezzo alla folla rumoreggiante coll'impeto di una fiumana; il suo

strepito l'assordava senza affaticarla, aveva delle onde e delle

raffiche; improvvisamente diventava come un tuono lontano, e allora

qualche strido, uno schiocco di frusta vi squillavano, le carrozze

rotolavano, un fischio fuggiva rapido e un sorriso sprizzava come un

lampo dagli occhi di una donna.

Ma ella non invidiava più.

La sua debolezza era così profonda che non avrebbe potuto fare un moto

per mescersi a quel tumulto.

Simile alle foglie invernali, che cadendo a primavera da un tetto

vagolano adagio nell'aria e sembrano anche più morte, ella andava colla

veste leggiera, la testa barcollante ad ogni passo. Soltanto gli occhi

cilestri le brillavano ancora di una luce acquea, come di gorgo, nel

quale il cielo si rispecchiasse attenuando l'ardore del proprio azzurro.

Da lungi vide il fiume biancheggiare, e più lungi ancora i colli le si

confusero in un'ampia visione verde, raggiante di oro in alto. Poi una

stanchezza la vinceva nuovamente, e allora guardando gli scalini delle

soglie avrebbe voluto sedervisi colla testa al muro, per rimanere lì

senza parlare, sul margine di quella fiumana, sotto il sole.

Quando giunse nella strada della signora Cesarina allentò ancora il

passo come destandosi alla improvvisa difficoltà di quello che stava

per fare. Forse ella non le avrebbe risposto che ridendo senza credere

alle sue parole, ma oramai era impossibile tornare addietro. Però

tremava di non trovarla sola. Vide le griglie dell'appartamento

socchiuse secondo il solito: salì a stento le scale, fermandosi più

volte. La porta era semiaperta.

--Ah! voi, come mai?--disse la signora Cesarina apparendo sull'uscio

della cucina:--Aspettate, c'è gente. Entrate qui.

La medesima serva stava al focolare cucinando: appena furono sole,

vedendola così smorta nel viso, si accostò:

--Che cosa avete, Tina?

--Sto male.

--Veggo.

La sua faccia scialba non tradiva alcuna commozione. Un grembiule bianco

colle fasce sul petto e sulla schiena le copriva a mezzo quel solito

abito scuro: tornò al focolare, poi disse:

--Volete una tazza di brodo? La padrona non se ne accorgerà.

--No, grazie.

--Che cosa siete dunque venuta a fare?

Ma ella credeva di averlo indovinato sapendo la miseria della fanciulla;

Tina non volle dirlo. L'altra seguitò colla stessa voce:

--C'è di là un'altra ragazza, non come voi: sarebbe bella, ma è troppo

grossa. È nata apposta lei per questa vita.

Tina sentì il complimento, che la serva voleva farle, ma vedendole

quella faccia di un bianco freddo come il grembiule, daccapo non potè

rispondere. Nella cucina pulitissima, colle finestre socchiuse, un

odore di rosolii vagava. La fanciulla aveva sete.

--Dovete curarvi,--disse l'altra.

--È impossibile.

Tina aveva abbandonato la testa sopra una mano, la serva si chinò sul

fornello senza insistere davanti alla segreta tragedia della fanciulla.

Nella casa silenziosa l'agiatezza regnava dappertutto: la cucina bianca

aveva i mobili rossastri; a una parete brillavano di un azzurro marino

le casseruole e i tegami di ferro smaltato, il focolare in mattoni rossi

aveva parecchi fornelli cogli usciuoli di ferro a catenacci borchiati di

ottone. Tina non fece alcun confronto colla propria condizione e quella

della signora Cesarina arrivata, speculando sulla gioventù e sulla

miseria di tante fanciulle, alla ricchezza, senza che mai nelle parole o

negli atti le apparisse un rimorso.

Alcune voci si udirono, una di uomo, all'usciuolo, che da quella camera

dava sul corridoio dirimpetto alla porta del pianerottolo; distinse un

bacio fra uno scoppio di risa, poi la porta si rinchiuse e subito dopo

una figura grossa e bianca, tutta bianca, in una leggera vestaglia, si

precipitò saltellando nella cucina. Aveva dei magnifici capelli neri,

graziosamente spettinati: un viso rosso tondo, e nel salto che fece

incontro alla serva, la massa del seno le ondeggiò sotto le crespe

sbuffanti della veste.

Ma vedendo Tina si arrestò.

--Hai fatto la crema?

--No.

--Via, spicciati.

La signora Cesarina entrò.

--Siete ancora qui!--disse a Tina, come se l'avesse già dimenticata; e

il suo occhio esaminava le due ragazze così dissimili.

Tina si alzò: allora l'altra, vedendola in piedi, n'ebbe una trista

impressione e cessò di ridere.

--Avrei da dirle una parola,--si volse Tina timidamente.

--Venite pure.

Ma Tina si fermò nel corridoio.

Adesso non sapeva più come dire: un turbamento, quasi un impeto di

pianto, le salì agli occhi; il corridoio era buio, la signora Cesarina

vestita di nero, dinanzi a lei, pareva un'ombra.

--Vorrei...--cominciò, e s'interruppe, come se avesse paura di essere

intesa dalla cucina.

--Che cosa?

--Una corona di fiori bianchi...

L'altra la guardò stupefatta.

--Fra due o tre giorni...--si affrettò Tina:--me lo prometta.

--Ma che cosa avete?

--Sarò morta.

Poi la fanciulla disse ancora:

--La mamma non avrebbe i quattrini.

La voce dell'ammalata aveva un suono così insolito che l'altra esitò a

rispondere.

--Vi sentite dunque male?

--Me lo promette?--insistè Tina pregandola cogli occhi.

L'altra ragazza bianca venne all'uscio della cucina: Tina sentì un

brivido.

--Signora...--mormorò.

--Sì, sì,--rispose la signora Cesarina senza capire bene perchè

acconsentisse, ma vinta da una emozione inesprimibile.

--Grazie.

--Ve ne andate così?

--Torno a letto.

Fuori, nella strada, si sentì più sollevata e si mosse lungo il muro a

testa bassa, ma il dolore del ventre le diventava più acuto. Per un

momento si ricordò la prima volta che delirante, ferita, era discesa a

precipizio le scale della signora Cesarina vagando per le vie insino a

quella chiesa silenziosa. La sua vita si era spezzata quel giorno senza

che ella avesse potuto piangere; ma adesso il suo ultimo desiderio era

di allungarsi nel letto per chiudere gli occhi.

Olocausto · 第 7 / 10 段