--Sì, sì; questo appartamento in via Calzaioli o in via Cerretani

costerebbe chi sa quanto. Ma è un fatto che bisogna avere una casa

passabile, e così accade anche per i vestiti. Io ho una sarta, brava

donna, che lavora per poco:--e i suoi occhi si volsero a Tina:--ve la

insegnerò.

La mamma ebbe un sospiro pensando ai propri tempi belli, mentre Tina

invece avrebbe voluto domandare il nome del signore, che attendevano; ma

non l'osava. La signora Cesarina in quell'ampia veste da camera, color

di edera morta e orlata di blonde rossigne, le imponeva un rispetto

quasi pauroso: il suo riserbo e la calcolata inutilità di quel discorso

aumentavano per lei l'incertezza della attesa.

--Venite, vi mostro l'appartamento.

Da quel salottino bislungo, nel quale non erano che un sofà, un tavolo e

altri due tavolini a muro con le specchiere, passarono subito in una

camera più bella. Un grande letto vi si allargava sotto un baldacchino,

nel cui mezzo uno specchio rettangolare s'inchinava fasciato da una

larga striscia di fiori, e altri fiori erano dipinti in alto sulla

lastra. Tutti i mobili erano biancastri. Tina camminava adagio sul

tappeto grigio, lanoso; ma stupì maggiormente nello scorgere un altro

specchio nascosto sotto il cielo del baldacchino.

--Questa coperta bisogna levarla, perchè si sciuperebbe,--disse la

signora Cesarina--sollevandone con ambo le mani un lembo per mostrare

loro la ricchezza della frangia.--Guardate come la coperta è ampia,

tocca quasi il tappeto.

Tutte e tre indugiavano dinanzi a quell'immenso letto bianco: anche la

camera era quasi troppo grande, piena di un silenzio e di una penombra

che turbavano.

--Ho messo le tende anche alle porte perchè non si odano rumori: quelle

delle finestre sono doppie. Invece entrate in questa camera più modesta,

è la mia.

--Ma è bella altrettanto!--esclamò la signora Adelaide.

--Che cosa dite? I mobili sono di noce e il letto per una persona sola.

Io vivo a me, non ho nessuno. Ecco, quell'uscio mette nel corridoio

d'ingresso: se qualcuno non vuol essere veduto, invece di entrare nel

salotto, passa per la mia camera. Quella porta in fondo è della cucina.

Compirono il giro tornando nel salotto.

Appena dentro, la signora Cesarina si fermò dinanzi alla ragazza per

accomodarle sul petto una piega.

--Potreste comprare questo abito, che vi sta alla perfezione, e anche le

scarpe, sapete? Il vostro piede è quasi piccolo quanto il mio,--seguitò

sporgendolo dalla veste:--vediamo, confrontiamo. Queste scarpe le ho

messe soltanto due volte, ve le posso cedere per dodici lire, un vero

regalo. L'abito ne costa cinquanta, ma per voi, piccina, giacchè ho

preso a proteggervi, dirò a Tuda di fare un sacrificio. Ve lo cederà, è

capricciosa; adesso l'abito non le piace più.

La mamma capiva benissimo che simili prezzi erano esagerati, ma non

voleva contraddire e sbirciò Tina; questa anche più imbarazzata aveva

abbassato gli occhi.

--Non sarete sempre così, figlia mia?--disse la signora Cesarina

facendole una carezza sotto il mento:--non sareste divertente. Bisogna

essere allegre almeno nella gioventù, se no gli uomini si disgustano:

dite dunque qualche cosa; non avete ancora aperto bocca.

--Che cosa debbo dire?--domandò Tina con voce grossa di una emozione

dolorosa, che l'altra finse di non avvertire.

Il momento si avvicinava.

Nel gabinetto il silenzio diventava greve. Malgrado la lunga pratica,

anche la signora Cesarina cominciava ad essere imbarazzata dal contegno

umile e dolente delle due donne: per solito non accadeva così. I suoi

occhietti neri andavano dal viso dell'una a quello dell'altra senza che

sulla sua faccia magra ed impenetrabile apparisse nulla, ma il suo

giudizio su loro era già formato. Quindi, per evitare che questa

goffaggine calasse ancora di tono preparando qualche spiacevole

incidente, tentò di far parlare la ragazza chiedendole delle sue amiche.

--Ma non ne ho.

--Nessuna?

--Nessuna.

--Da molti anni,--intervenne la mamma col suo accento

strascicato,--viviamo così ritirate che io stessa ho perduto di vista

tutti i miei conoscenti.

--Ebbene, avete fatto male. Io vi procurerò delle relazioni, se mi

darete retta: non sarete le prime donne alle quali ho aperto la strada

della fortuna. Ma bisogna lasciarsi guidare e non commettere

balordaggini, specialmente in principio.

--Quello che dico sempre io.

Tina alzò la testa.

--Ma avrete fiducia in me?--seguitò la signora Cesarina.

--Sì.

--State dunque allegra; diavolo! si direbbe che vi faccia male un dente

e che aspettiate qui il dentista.

Il motto era così bizzarro e lo scatto delle parole così vivo, che le

due donne dovettero sorridere.

Ma un rumore sommesso arrivò nel salotto. Tacquero; la signora Cesarina

si alzò e poco dopo la faccia scialba della serva apparve alla porta

senza dir nulla.

La signora Cesarina uscì.

Appena sole, le due donne si guardarono tremando. Tina era diventata

orribilmente pallida, si sentiva attanagliare lo stomaco, ma fece uno

sforzo supremo per resistere, perchè questa volta era decisa; la madre

glielo lesse negli occhi senza osare di dirle nulla. Adesso era lei che

dubitava: dopo quella grande giornata del pranzo, in quel salotto quasi

ricco, davanti a Tina ben vestita, non provava più quella oppressione

continua e soffocante della miseria. Come se fosse tornata ai tempi

buoni, il suo orgoglio e il suo affetto si ribellavano improvvisamente

alla violazione segreta della figlia, al sacrificio di tutto il suo

avvenire, senza sapere nemmeno il nome dell'uomo cui doveva abbandonarla

nella disperazione della morte. Ella le vedeva infatti sul volto tutti

gli sforzi, coi quali tentava di resistere, e che le rompevano senza

dubbio qualche cosa dentro.

La ragazza si portò una mano al cuore, ma la sua testa era ancora alta,

fremente.

La signora Cesarina rientrò.

Capì, ed affrettandosi per timore di uno scoppio, le prese

carezzevolmente la mano:

--È venuto,--sussurrò.

--Chi è?--chiese la mamma.

--Non bisogna farlo aspettare: con le persone come lui non sarebbe bene,

quantunque sia molto buono. L'accompagnerò io di là; voi non potreste

mostrarvi così vestita. Venite eh!

Tina si scosse, ma i suoi occhi non sapevano staccarsi dalla madre: una

fiamma vi bruciava e pareva salirle su per la fronte come da un altare

di marmo; non disse parola: era così bella in quel momento che anche la

signora Cesarina ne rimase colpita.

La mamma abbassò la testa.

--Andiamo.

La ragazza ubbidì, ma la signora Cesarina le si mise dietro quasi per

impedirle di arrestarsi; poi aperse l'uscio e rinchiuse.

La mamma con la faccia sconvolta corse a cercare il buco della serratura

senza ricordarsi che dall'altro lato la porta aveva una pesante tenda di

iuta.

*

* *

Passò del tempo.

Ella non osava sedersi: involontariamente il suo orecchio si tendeva a

cogliere un qualche rumore da quella camera, mentre il silenzio intorno

diveniva più opprimente e nel fondo dell'anima una nuova paura, come di

una disgrazia nuova, la faceva tremare con dei brividi simili a quelli

della febbre. Non era stato così la sera innanzi quando quel signore

stava con Tina nella cucina. Adesso la sua ripugnanza di donna debole si

rivoltava finalmente contro quel mistero, del quale la signora Cesarina

sembrava quasi compiacersi: ella non si aspettava a questo. Aveva

creduto di poter parlare, difendendo la propria figlia perchè almeno

fosse trattata bene, e invece non aveva visto nulla, non sapeva nulla:

chi era dunque quel signore? Perchè non voleva farsi vedere? Era un

mostro?

Certo doveva essere un signore se poteva gettare così cento lire, ma

anche di queste ella ignorava la propria parte. Istintivamente capiva

che la signora Cesarina si farebbe pagare ben caro il nolo delle

scarpine e dell'abito; poi vorrebbe qualche altra cosa per sè. Quanto?

Vi pensava ancora, quando la signora Cesarina entrò dall'altra porta del

salotto silenziosamente, chiamandola con un gesto.

--Sedete, dobbiamo parlare,--disse a bassa voce.

Il suo volto era diventato più freddo.

--D'ora innanzi, lo capite voi, la ragazza non può andare così mal

vestita: non parlo di me, ma nessuna altra casa inferiore alla mia

l'accoglierebbe. Vi ho già detto che fareste bene a comprarle l'abito

della mia serva e quelle scarpine, ma siccome è la prima volta che

trattiamo insieme, non voglio che mi prendiate per quella che non sono.

Così ho chiesto alla serva che cosa esige per il prestito dell'abito e

l'ho trovata di buona vena; si contenta di dieci lire. Quanto alle

scarpe, capirete che io non posso rimetterle più, e dovete comprarle: ve

le do per dieci lire; vi pare troppo?--s'interruppe imbarazzata dal

silenzio e dalla immobilità dell'altra:--Ma perchè non sedete? C'è

tempo.

La signora Adelaide sedette, ma i suoi orecchi erano sempre tesi verso

l'altra camera.

--Chi è quel signore?

--Oh! un vero signore. Andate: ho procurato a vostra figlia un'ottima

relazione, se saprà coltivarla mostrandosi docile. Di questo anzi dovete

persuaderla voi, perchè le ragazze non capiscono quasi mai l'importanza

di certe cose, e allora tutti i sacrifici tornano inutili.

--Purchè la tratti bene: Tina è una eccellente ragazza.

--È troppo fredda; la gente invece vuole divertirsi.

La verità di questa osservazione le fece passare un fremito nel sangue;

tuttavia tentò di resistere.

--Anzi il suo carattere sarebbe allegro, ma in certe condizioni si

finisce facilmente coll'avvilirsi. La vedrete se potrà rifiorire. Io non

vorrei però che si abbandonasse troppo: ecco perchè vi domando se quel

signore...

--Che cosa volete dire?

--Se si innamorasse,--seguitò l'altra con visibile sforzo,--potrebbe

mantenerla?

--Oh! come correte,--ribattè la signora Cesarina con un riso secco.

Allora l'altra capì lo sproposito di quelle parole: come mai le erano

sfuggite, sapendo che l'interesse della signora Cesarina sarebbe stato

appunto nell'impedire a Tina una simile fortuna? Aveva avuto torto

un'altra volta, non sapeva parlare. Il contegno di quella donna

l'umiliava togliendole persino quanto le era rimasto della sua

educazione di altri tempi; nondimeno volle reagire.

--Bene, vedremo.

Le pareva che fosse già trascorso molto tempo. La signora Cesarina si

alzò.

--Aspetto altre persone: se verranno, vi farò passare nella cucina.

Ma udirono uno strido lungo, acuto.

La mamma impallidì, istintivamente fece un passo verso la porta di

quella camera mentre gli occhi le si empivano di una nebbia umida.

--Venite in cucina,--l'altra disse.

--Perchè?--rispose quasi fieramente.

--Restate qui se volete, finchè non arrivino le persone che aspetto.

--Non verranno già per Tina?

La signora Cesarina ebbe un sorriso.

--Troppo, troppo! Potrebbero forse vederla, però se non volete...

--Aspetto di potermela ricondurre a casa.

L'altra uscì.

--Mio Dio!--mormorò la signora Adelaide quasi singhiozzando; ma anche

questa invocazione la turbò come se non avesse più diritto a così grande

parola:--Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto!

Qualche cosa aveva ferito anche lei senza che sentisse bene dove, ma le

venivano meno le forze, mentre una luce gelata, quasi d'inverno, le

cresceva dentro; e si ricordò di avere un'altra volta atteso così

all'uscio della mamma ammalata che il medico ne uscisse per pronunciare

la sentenza di morte. Anche allora aveva tremato, poi rivedendo la mamma

non le era sembrata più la stessa.

Si lasciò cadere sopra una sedia.

Il silenzio era diventato più profondo nel salotto: il pavimento di

mattoni rossi aveva dei luccicori sanguigni, quantunque le tende

impedissero al sole d'entrare dalla strada.

Chi aspettava dunque ancora la signora Cesarina?

*

* *

Quando Tina lo vide alzare la tenda della porta, che dava nel salotto,

tornò indietro per fuggire: le sue scarpine non scricchiolarono sul

tappeto, girò la maniglia dell'usciolo, e dal corridoio si precipitò

alla porta.

--Dove andate?--le gridò la signora Cesarina uscendo dalla cucina.

Ma l'altra scendeva già a furia le scale, e non si fermò che in mezzo

alla via come dinanzi alla sensazione improvvisa della propria

stravaganza.

Era mezzogiorno, per la strada passava poca gente.

Riprese la corsa. Il cuore le batteva contro il petto come un batacchio

di campana, del quale ogni colpo la scrollasse, ma nè le vesti, nè il

volto tradivano il profondo sconvolgimento del suo spirito. Infatti

aveva potuto rivestirsi in fretta, con una precisione quasi

inconsapevole, prima ancora che l'altro finisse di ricomporsi allo

specchio. Per due volte si era accorta di rispondergli senza intendere

il significato delle sue parole, perchè dentro le cresceva simile ad una

vampa quella voglia di fuggire per essere finalmente sola in qualche

luogo. Le mani le tremavano. Sentiva di essere spettinata, ma non se ne

preoccupò: temeva solamente di dover tornare con lui nel salotto a

parlare con la mamma e con la signora Cesarina.

Quindi era fuggita senza che gli altri potessero indovinarne la

ragione.

In quel giorno e in quell'ora le strade erano piene di gente uscita a

rallegrarsi nella gioia del sole, ma nessuno fra tanti le verrebbe

incontro per chiederle che cosa avesse o per offrirle la propria casa

come un rifugio.

Nondimeno aveva bisogno di fuggire.

Curva, col ventre quasi rattrappito da uno spasimo, che tratto tratto la

faceva incespicare nelle sottane, la fanciulla si affrettava. La sua

faccia smorta di un pallore di cenere, che qualcuno le avesse soffiato

sino dentro agli occhi, si era irrigidita, mentre dalla bocca semiaperta

pareva uscirle un'ombra come in certi ritratti. Senza saperne il motivo

aveva già svoltato a sinistra per una strada anche meno affollata; il

sole vi batteva nel mezzo, l'aria era fervida. Ella invece si vedeva

passare la gente accanto quasi in un sogno di ombre che la spingessero

silenziosamente dileguando per un crepuscolo; poi un soffio caldo le

battè improvvisamente sulla faccia e qualche cosa le fece chiudere gli

occhi, giacchè uno spavento le era rimasto nelle carni. Una carrozza,

che veniva al trotto di due grandi cavalli bai, le fu quasi sopra allo

sbocco di una piazzetta, mentre ferma nel mezzo si tastava con ambo le

mani sui fianchi: che cosa aveva perduto? Il cocchiere gettò un urlo, un

signore si sporse dallo sportello, ma Tina si era appena voltata senza

muoversi, con quella tragica indifferenza alla quale è impossibile

ingannarsi.

Infatti una vecchia le si accostò.

--Che cosa avete?--le chiese.

La fanciulla tremò, cercandosi intorno cogli occhi; la piazzetta era

vuota e silenziosa. Un suono di martelli veniva da una bottega, in alto

da una finestra sventolava un largo drappo bianco: ella non sentì

altro, ma la vecchia la scrutava nel volto e negli abiti con la acuta

prontezza delle donne quando sospettano un dramma.

Quindi soggiunse:

--Vi deve essere accaduto qualche cosa.

Allora Tina la vide finalmente dentro uno di quei bagliori, che

penetrano sino al fondo dello spirito: la vecchia era sdentata, coi

pomelli scarlatti. Un ciuffo di capelli bianchi le usciva di sotto il

fazzoletto, e dagli occhi rotondi, acuti, un raggio sprizzava come da

due punti neri.

Tina aveva capito benissimo, ma non avrebbe potuto rispondere che col

nome del vicolo ove abitava: perchè? Non lo sapeva, eppure ripetè quel

nome mentalmente due o tre volte.

Poi vedendo venire un prete alto, magro, cogli occhiali a stanghetta

troppo bassi sul naso, ebbe daccapo paura e si mosse a destra verso una

strada, che aveva riconosciuta. La vecchia invece rimase qualche secondo

a guardarle dietro, quindi scosse il capo sbozzando uno di quei sorrisi

incerti, coi quali spesso una curiosità si stacca da un enigma

incontrato a caso per la via.

Ma la fanciulla era sfinita. Adesso quello spasimo sotto il ventre le si

acuiva diffondendosi come da una scottatura, sulla quale piovessero

dritti e sottili una infinità di spilli, e le gambe le vacillavano in un

improvviso esaurimento.

Infatti non aveva voluto mangiare nulla a casa, malgrado le istanze

della signora Veronica, che per fargli inghiottire un caffè col latte

citava persino le larghe colazioni e i pranzi di nozze, prima che gli

sposi rimangano soli. Poi le troppe emozioni di quella crisi avevano

finito col renderla davvero ammalata.

Nuovamente quel freddo le soffiava lunghi brividi nel sangue sotto il

sole, che non potevano più riscaldarla, mentre gli occhi torbidi

cercavano istintivamente un luogo ove fermarsi nascosta a tutti per

potere almeno appoggiare la testa. Se fosse stata in campagna, si

sarebbe gittata sull'erba; ma si accorgeva invece di essere stretta fra

due file di case, dalle finestre delle quali tratto tratto le apparivano

volti di donne e di fanciulli.

Molte porte erano aperte e le botteghe si perdevano oscure dietro i

vetri luminosi. Più innanzi, mentre passava un'altra carrozza, vide sul

marciapiede un tavolino da caffè con due sedie vuote, si arrestò, ma non

avrebbe potuto sedersi perchè non aveva un soldo in tasca; poi la sua

figura di fanciulla in quella condizione vi sarebbe stata subito notata.

Bastavano già la sua faccia e quel modo di camminare per attrarre

l'attenzione. Qualcuno si rivolgeva a guardarle dietro; altre occhiate

la seguivano dalla porta delle botteghe, sebbene si sforzasse di andare

come il solito rasente il muro per essere meno osservata, ma la

sfinitezza e quello spasimo, quello spasimo soprattutto, l'impedivano.

--Dove vado?--si chiese improvvisamente.

La mamma doveva essere uscita per correrle dietro, perchè alla fanciulla

pareva di avere molto corso dapprincipio; quindi l'aria e il sole

l'avevano a poco a poco calmata.

L'opacità de' suoi occhi si schiariva e la mente le si riordinava sotto

le sensazioni di quella strana fuga nella strada senza che alcuno la

inseguisse e senza sapere dove andasse, con quel vestito non suo. Ella

non era mai stata così. Si accorgeva di apparire un'altra con quella

gonna, che le pesava sui fianchi, e il respiro soffocato dal corsetto.

Una signora le passò rapidamente davanti, lasciando nell'aria una

striscia di profumo: si vedeva al passo che aveva fretta.

Allora Tina pensò che per tornare a casa le abbisognerebbe più di

un'ora. Come accade spesso, la crisi stava per risolversi in un ultimo

esaurimento, dal quale come in una visione di sogno le risaliva dinanzi

l'orribile scena di quella camera muta e sontuosa. Ella ne aveva subito

sentito il silenzio equivoco fra tutto quel candore perlaceo dei mobili

e quello specchio sotto il baldacchino del letto, simile ad una

finestra, che si aprisse nella sua ombra discreta sopra un chiarore di

lago lontano.

Per fortuna scorse una chiesetta fra due vecchie case: entrò.

La chiesa era vuota, silenziosa. Alcune file di panche arrivavano sino

quasi all'altar maggiore, ma la fanciulla non vi si mise frammezzo,

perchè la chiesa le pareva ancora grande. Nella sua luce troppo bianca

il silenzio era così profondo che ne aveva ricevuto subito come una

sensazione di rifugio. Poi v'intese muovere qualche cosa. Infatti scoprì

due vecchie dietro un pilastro a chiacchierare.

Un sagrestano in sottana azzurra a bottoni rossi sbucò di fianco

all'altar maggiore con un oggetto in mano, che ella non distinse, e si

fermò a guardarla.

Allora ebbe daccapo paura. Istintivamente si diresse a sinistra sotto

una navata piccola e bassa, piena di ombra nel fondo, e cadde sopra una

larga sedia di paglia, che aveva dinanzi l'inginocchiatoio.

Trepidando aveva udito echeggiare i propri passi, ma chiuse tosto gli

occhi davanti alla cappella sprofondata nel muro come una grotta, nella

quale ardevano due o tre lampade.

Era rimasta così con la testa appoggiata al muro, le mani strette sul

grembo in atto dolente.

Un torpore di sonno la tenne lungamente immobile. E adagio la sua testa

pallida si piegò sulla spalla destra, cogli occhi chiusi, la bocca

troppo aperta nello sforzo di respirare, mentre un sudore le bagnava

tutto il volto bianco in un freddo di agonia. Le mani le tremavano. Poco

dopo le due vecchie si alzarono per uscire, seguitando a chiacchierare

sotto voce, ma ella non intese il murmure delle loro parole, che nel

silenzio della chiesa sembrava quello di un'ala ostinata ai vetri di una

finestra: la porta cigolò e ricadde sopra un tonfo cupo.

Passò così del tempo senza che potesse addormentarsi davvero. La sua

ultima sensazione era stata quel lumicino verdastro davanti all'immagine

della Madonna Addolorata, biancheggiante sull'altare, con un mazzo di

spade lucenti nel cuore.

Poi in quell'angolo così lungi da tutto il mondo la sua anima risalì

un'altra volta dalle profondità senza fine dell'ombra, come certi fiori

a notte si rialzano dall'acqua alla pallida luce delle stelle. Una

rilassatezza molle le toglieva di sentire ancora quella prima angoscia,

quando era fuggita improvvisamente alle spalle di quell'uomo che non si

ricordava più di lei. Allora le era parso di correre quasi nel delirio

della morte verso un'altra ignota catastrofe: non si ricordava più della

mamma nè di Betta, che l'aspettava nel lettino forse piangendo. La sua

carne tremava tutta nello spasimo di una rivolta sotto la prepotenza

così misurata ed irresistibile di quell'uomo, giacchè aveva subito

rabbrividito davanti a lui, al suo viso rosso sopra un collo anche più

rosso e villoso, vedendolo andare silenziosamente verso l'attaccapanni

per levarsi la giacca.

Ritta nel mezzo ella guardava.

Era impossibile che dovesse accadere così. Il suo pensiero aveva avuto

dei trasalimenti di bambino nelle tenebre, e il sangue le si era gelato

istantaneamente al contatto delle mani pesanti, che la stringevano senza

lasciarle nemmeno la grazia di un ultimo ritardo.

E però non aveva parlato. Ma un odio subitaneo l'aveva invasa contro

quell'uomo calvo, col ventre che gli usciva dalle tracolle rosse. Perchè

non le aveva egli nemmeno chiesto come si chiamava? I suoi occhi lucidi

come quelli dei gatti la fissavano con tale acutezza che la fanciulla si

coperse la faccia con ambo le mani.

Così, rimanere almeno così!

Adesso tornava a tremare ricordando.

I suoi occhi, le sue mani, tutto aveva dovuto diversamente soffrire

prima di quello spasimo supremo, nel quale le era parso di morire,

mentre in alto la sua immagine nuda affogava dentro il lucido gorgo

dello specchio in una convulsione di agonia. Ma solamente allora le era

fuggito il grido acuto, disperato, come se un ferro rovente le

penetrasse nelle carni sino alle ultime vene, dove la vita si nasconde:

poi un velo torbido le era caduto sugli occhi, e l'anima stessa non

aveva visto più.

Lentamente, con un sospiro si allungò sulla grande sedia di paglia.

Stava sempre con la testa appoggiata al muro, gli occhi fisi alla

immagine dell'Addolorata in atteggiamento di preghiera, ma non aveva più

impeti di ripugnanza o di rivolta rivedendo ancora quell'uomo, già

lontano dalla sua vita simile ad un campo devastato dall'uragano.

Qualche cosa però le mancava dentro, che la rendeva dissimile, quasi

irriconoscibile a se medesima. Quel lumicino verdastro come certi

luccicori gemmei fra l'erba, quando la notte è più cupa, le incantava lo

sguardo; non vedeva ancora, non comprendeva bene dove fosse.

Forse qualche naufrago, gettato morente sul lido, nel riaprire gli occhi

alla vita la sentì così fra l'ultima furia della tempesta, mentre il

mare è confuso col cielo e nell'ombra il rombo dura monotono.

Alcuni passi echeggiarono nella chiesa, voci e parole si

avvicinavano: istintivamente, per non essere riconosciuta si piegò

sull'inginocchiatoio, nascondendo il volto fra le mani.

Erano tre donne e due uomini, che venivano appunto sotto quella navata

verso di lei.

La sua sensibilità si acuì istantaneamente come se un soffio violento le

dissipasse dall'anima ogni ombra, ma non potè resistere in tale

atteggiamento ai dolori che la riprendevano dentro i ginocchi e sotto le

reni.

Quello stesso sagrestano, in sottana azzurra a bottoni rossi,

accompagnava i visitatori. Allora Tina sbirciando fra le dita provò

un'altra volta l'impressione del suo sguardo e capì che le bisognava

uscire: fortunatamente essi si erano fermati dinanzi alla seconda

cappella.

Olocausto · 第 6 / 10 段