--Bisognerà che per qualche tempo vi abbiate riguardo,--disse

lentamente.

--Come vuoi fare?

--Che cosa hai, mamma?

--Cuore mio, è per te, per te, sai, che soffro; per me sola non lo

farei.

Ma la serva scosse la testa.

Tina, non potendo capire, aveva smesso di piangere e guardava or l'una

or l'altra, presa nella curiosità di quel segreto doloroso, dentro il

quale le parole suonavano come i ciottolini, che qualche volta si era

divertita a gettare nella profondità del pozzo.

Ma la mamma, appena stava bene, non si ricordava di quei dolori

improvvisi.

*

* *

Tina aveva conosciuto anche un vecchio signore.

Era piccolo, dal viso rubizzo, e sempre allegro. Quando veniva in casa a

pranzo, ed accadeva spesso, aveva sempre nelle tasche qualche cartoccio,

un giocattolo o una ghiottoneria, che si divertiva a mostrarle,

affermando sempre che era per un'altra bambina. Allora cominciava la

solita lotta di carezze e di repulse: Tina gli saliva sulle ginocchia,

gli cacciava la mano nelle tasche, l'inondava di baci strillando,

ridendo, coll'irresistibile grazia dell'infanzia, finchè la mamma non le

veniva in aiuto, ed egli cedeva vinto dalla tenerezza. In casa lo

chiamavano il signor Gennaro. Ma la bambina si era accorta che tutto

aveva cangiato dal giorno che egli era venuto. La mamma vestiva da

signora, a pranzo non si levava più come prima qualche cosa per la cena:

poi avevano cangiato appartamento, e vicino alla camera della mamma

piena di mobili nuovi, c'era un salottino con un sofà rosso e dei quadri

alle pareti.

Tina se ne ricordava ancora uno: dentro un grande paesaggio giallo un

grande uomo nero, vestito d'un corsetto bianco, con dei calzoni larghi

come una sottana, fuggiva sopra un cavallo nero, e il cavallo invece

delle briglie aveva due larghe strisce ricamate di fiori. Ella tornava

spesso a contemplarlo dentro quella cornice dorata nella penombra del

salotto pieno di poltroncine coperte di piccoli tovaglioli merlettati.

Ma invece di mangiare nella cucina, quando c'era lui, desinavano in

un'altra saletta a una tavola rotonda, con due credenziere al muro colme

di piatti e di vasi. Allora Tina era andata anche a scuola. La mattina

sulle otto la vestivano bene, le mettevano qualche cosa nel panierino

per la colazione e la conducevano da due signore, che tenevano presso di

sè altre fanciulle. Era stata quella l'epoca migliore della sua vita.

Tina non aveva voglia di studiare, ma quelle due maestre non insistevano

troppo per costringerla: invece le avevano insegnato la dottrina

cristiana e l'avevano condotta alla cresima con un bel nastro annodato

dietro la fronte.

La domenica, uscendo a spasso con la mamma, le pareva che la gente si

voltasse a guardarle, ma anche la mamma era bella, e la piccina ne

insuperbiva come se tutte quelle occhiate fossero di ammirazione. Però

non capiva come quel signore non solo ricusasse sempre di accompagnarle,

ma ad ogni incontro fingesse di non riconoscerle: anzi sfuggendo alla

mano della mamma, ella una volta gli era corsa incontro per dargli un

bacio.

Tutto il gruppo dei signori vicino a lui aveva riso, mentre egli invece

si faceva scuro, e la mamma pallida, imbarazzata, non sapeva come

richiamarla. Tornarono subito a casa: la mamma pianse nello sgridarla,

pareva avvilita, spaventata.

--Perchè mai facesti così?--seguitava ad esclamare guardando la vecchia

serva, che questa volta divideva le apprensioni della padrona.

Tina non lo sapeva, ma finalmente potè comprendere che le altre due

temevano di restare sole, senza le solite visite di quel signore. Invece

non ne fu nulla: quel signore tornò la sera dopo e non si lagnò

dell'incontro: la piccina si sentiva trionfante, benchè non osasse

dimostrarlo vedendo sotto l'allegria della mamma lo stesso sgomento di

prima.

Poi la mamma era troppo buona con lei.

In quel tempo ella non si lagnava più di quei dolori: era rifiorita,

aveva un sorriso dolce, che rallegrava la bambina. Senza pensare a

nulla, con un cassetto pieno di giocattoli, Tina cresceva dentro la

gioia di un capriccio: non le insegnavano nulla, la mamma la conduceva

raramente in chiesa, non le parlava mai del babbo o dell'avvenire. Le

tristezze di altre volte erano dissipate: certi giorni la mamma

insisteva perchè si facesse venire qualche voglia, soltanto per il

piacere di soddisfarla. Adesso la casa era piena di roba: vi erano molti

armadi, dei comò, in cucina tutto era aumentato: si beveva sempre del

vino buono, e a pranzo raramente mancava il dolce.

Un'estate la mamma andò con lei e la vecchia serva ai bagni di San

Casciano.

Ma questa felicità non aveva durato.

Tina aveva veduto entrare in casa un bel soldato con una sciabola lunga

e gli speroni, che gli tinnivano ai tacchi: e veniva sempre di sera, e

la mamma e la serva si raccomandavano che ella non dicesse niente con

alcuno, specialmente col vecchio signore. Ma la serva riceveva male il

soldato, se capitava quando la mamma era fuori: Tina stessa, così

piccola, sentiva per lui una ripugnanza invincibile. La vita in casa era

mutata: fra la mamma e la serva si tenevano sempre il broncio, ma era la

mamma che non osava rivoltarsi alle parole e ai gesti quasi sprezzanti

dell'altra: entrambe vivevano in una continua agitazione. Tina se ne

accorgeva a certi segni, alle dispute della mamma per la mancanza di

danaro, o alla sua aspettazione febbrile per le visite di quell'altro

signore vecchio, al quale adesso correva incontro senza alcun riguardo

di essere veduta, quando egli la baciava.

Una volta la mamma invitò a cena il soldato, malgrado l'ostinata

opposizione della serva. Tina aveva udita tutta la loro lunga lite nel

giorno, e aveva capito che la mamma voleva più bene al soldato che al

vecchio signore: la serva aveva persino minacciato di andarsene, perchè

non si poteva, secondo lei, tirare innanzi così: era una pazzia, una

stupidaggine.

--Vi farete mangiare viva da quel cialtrone di sergente.

--Non dire così.

--Pensate piuttosto alla vostra bambina.

La mamma era scoppiata a piangere e Tina aveva fatto altrettanto,

correndo ad abbracciarla.

Le due deboli creature strettamente allacciate confondevano le lagrime

sotto lo sguardo vuoto della serva, che finì anch'essa col commuoversi.

Pareva un giudice: anche la piccina lo sentiva, e con l'istinto

seduttore della natura femminile lasciò la mamma per farle una carezza.

--Tu sei cattiva,--disse col suo fare importante, mentre invece le

pigliava una mano per condurla alla mamma.

--Cuore mio, cuore mio!

La pace fu conclusa. Tina aveva trionfato ottenendo persino, contro ogni

opposizione della serva, che voleva metterla a letto più presto, di

cenare fra la mamma e il bel soldato con la promessa di non parlarne ad

alcuno.

Ma invece di divertirsi si era annoiata, perchè nè l'uno nè l'altra le

badavano: parevano assorti in un segreto, che si comunicavano a parole

sommesse; qualche volta Tina vedeva la mamma stringere sotto la tovaglia

la mano al soldato, il quale sorrideva arricciandosi i baffi neri.

Ella preferiva il vecchio, che la prendeva sulle ginocchia e dandole un

bacio diceva con un sorriso buono:

--Portalo alla mamma.

*

* *

Ma quella volta che tornando a casa trovò la mamma con un occhio pesto,

sul letto, in preda a violente convulsioni, era stato il primo grande

dolore della sua vita.

Allora non potè sapere che cosa fosse accaduto, perchè la vecchia serva

accigliata non disse nulla e la mamma dopo non si lagnò della propria

disgrazia che con frasi tronche, piangendo come una bambina sotto i

rimproveri freddi dell'altra. Dai loro alterchi ella comprese soltanto

che la mamma era stata bastonata dal soldato e che quel vecchio signore

non tornerebbe più: ma siccome il soldato tornò, la serva volle

andarsene.

Anche Tina le si raccomandava.

La vecchia rimase dura.

--Che cosa posso più fare qui?--ripeteva.--Voi non avete giudizio, vi

siete rovinata per quel cialtrone di sergente, che un giorno o l'altro

bastonerà anche me e la piccina.

--No,--singhiozzava la mamma,--non è cattivo come credi.

--Allora tenetevelo, ma farete finire male anche quella lì.

Questa volta Tina vide il terrore dipinto sul viso della mamma.

La sua piccola anima si sentiva crollare qualche cosa d'intorno, la

mamma disfatta nel proprio dolore si dimenticava già di lei, la vecchia

se ne andava, quel signore non verrebbe più.

E solamente il soldato era la causa di tutto: adesso si ricordava che

quella sera a cena egli da solo si era mangiato quasi tutto, ordinando

dell'altro vino, anche la mamma aveva paura di lui, che non fosse

contento: lo spiava negli occhi con un sorriso incerto.

La vecchia consentì ancora a rimanere nella casa per otto giorni.

Quella fu una triste settimana: il soldato fu buono, perchè

nell'accompagnarlo alla porta la mamma sembrava felice, ma la serva non

volle vederlo, nè udirne parlare; insisteva sempre sulla stessa cosa,

che bisognava vendere i mobili, mentre la mamma diceva di no.

Tina smise di andare a scuola: la mamma stava chiusa nella propria

camera, la serva in cucina, quando si riunivano per mangiare la mamma si

metteva a piangere.

L'ultimo giorno la vecchia disse:

--Se volesse smettere, resto con voi.

--Sì mamma!--esclamò Tina.

Ma l'altra ostinata rispondeva:

--Perchè mi vuoi affliggere così? Senza di te non potrò andare avanti.

--Non ci andreste ugualmente, egli vi mangerà tutto. Le cose bisogna

capirle: con quell'altro avreste fatto sempre la signora.

Poi le si mise a sedere in faccia; e accennando a Tina seguitò:

--Che cosa farete di lei?

--Vedrai che riuscirò a tirarla su.

--Niente: la bambina sarebbe invece fortunata se morisse. Voi siete di

quelle che finiscono nemmeno si sa come.

--Credi tu che non le voglia bene?

Tina vide la faccia della vecchia incresparsi.

--Io non avrei fatto così con mia figlia.

Quindi andò per l'ultima volta in cucina a lavare i piatti.

*

* *

Anche adesso Tina vedeva limpidamente nella memoria la figura secca e

taciturna della vecchia, che aveva protetto per qualche tempo la sua

infanzia. Era ancora viva? Era morta? Nel disordine e nella miseria

sempre più triste della loro vita nè ella nè la mamma avevano più

cercato d'incontrarla: erano passate per altre case, vissute fra altre

donne in una intimità stretta o lacerata da nuovi bisogni, abituandosi a

tutto con quella indifferenza, che cresce dall'abbandono delle speranze

e dalla rinunzia ad ogni proposito fisso.

Eppure non erano state molto infelici.

La mamma, così facilmente eccitabile al riso e alle lagrime, dimenticava

presto per sognare ancora dietro qualche nuova combinazione: la sua

gioia era effimera come la sua disperazione, mentre discendendo nel

tramonto degli anni e della bellezza vi si rassegnava con una crescente

passione pel benessere fisico, il mangiare, il bere, lo stare caldi,

senza preoccupazione di vanità o di avvenire. Ma poi quel suo male si

era aggravato. Da principio non erano che spasimi acuti e intermittenti,

poi vennero le convulsioni, l'insonnia, i disturbi di stomaco, il male

di testa continuo, accanito, e un indebolimento di tutta la persona, che

le impediva quasi del pari il camminare e lo stare seduta. I medici

parlarono di un guasto all'utero e di una operazione chirurgica,

gravissima ed indispensabile; ella spaventata ricusò, e nella lusinga

di guarire altrimenti cessò a poco a poco di essere donna. Quindi ebbe

ancora qualche rifioritura, mesi, nei quali pareva risorgere più bella:

la sua fisonomia si era spiritualizzata e il suo carattere fatto più

buono. Quel sergente, tramutato di guarnigione, era disparso per sempre

senza che ella se ne accorgesse, ma quel vecchio signore non volle più

ritornare.

D'allora il problema della vita non aveva più mutato, ripetendosi ogni

mattina con le crudeli difficoltà di una miseria senza parenti e senza

mestiere: ella non sapeva lavorare, e pur non odiando il lavoro stentava

a concepirne uno, che potesse dar loro da mangiare. A chi rivolgersi?

Che fare? Non sapeva che resistere nella miseria senza nè rassegnazioni,

nè ribellioni; la sua vanità di bella donna, mantenuta nell'agiatezza da

una qualche passione di uomo, al quale mostrava sinceramente una tenera

gratitudine, era già perita in quella pronta rovina, non lasciandole che

una felicità timida e servizievole verso chiunque le soprastasse. Ma

prediligeva istintivamente le donne giovani, che si avviavano al lusso,

quasi dalla loro vita le ritornassero quei giorni felici quando si

abbandonava anch'essa all'incanto di un sogno, come i fanciulli fanno

nei primi bagni sulle correntie dei ruscelli.

*

* *

Tina aveva frequentato anche i teatri.

La mamma v'era entrata dietro una sarta a prestare sul palco scenico una

infinità di servizi senza titolo alle attrici, che prediligevano la

garbatezza de' suoi modi: poi una di loro, salita improvvisamente

all'onore della carrozza per la passione di un marchese, aveva voluto

prendere Tina a compagna, vestendola come una pupattola. Ma l'attrice,

un bel giorno, era tornata sul palco scenico. Un'altra aveva offerto

alla signora Adelaide di portarla seco come cameriera, purchè mettesse

la fanciulla in qualche orfanotrofio, ove l'avrebbero educata meglio che

in quel vagabondaggio di teatro in teatro, attraverso i casi di tutte le

miserie e di tutti i vizi. Era un'attrice ancora giovane, che faceva da

madre nobile, donna di buon cuore, al sicuro in una certa agiatezza.

Sciaguratamente un'avventura venne a troncare anche questa speranza. Una

sera mancò di sopra ad una cassa una spilla d'oro depostavi da un attore

nel momento di entrare in scena: più d'uno aveva veduto, v'erano donne,

uomini, inservienti e visitatori, che andavano e venivano; la spilla non

fu più trovata, i sospetti fioccarono, il pettegolezzo dilagò, e la

signora Adelaide ingiustamente fu creduta colpevole, quindi, licenziata

dal servizio. Questa prima caduta ne determinò altre: un avvilimento non

mai prima sentito peggiorò la nuova miseria, quei dolori d'utero si

fecero più frequenti ed atroci, compiendo di fiaccarle la volontà di

vivere, che nei poveri è la sola forza. Anche Tina, già grandicella,

somigliava in questo difetto alla mamma: era buona, faceva tutto quanto

le si domandava, ma da sola non sarebbe arrivata a nulla: fors'anche per

questa debolezza si amavano maggiormente, sorreggendosi l'una l'altra

senza lasciarsi mai.

Ed erano uno strano spettacolo queste due donne, che uscivano,

rientravano, facevano tutto insieme: quando la mamma era ammalata,

siccome non avevano quattrini per chiamare i medici, che d'altronde

sarebbero stati inutili, Tina si metteva al suo capezzale finchè non si

fosse nuovamente alzata: mangiavano se lo potevano, ma essendo

simpatiche, capitava loro sempre un qualche aiuto inatteso.

In quella apparente indifferenza di tutto sognavano però con una

ingenuità di bambine, illuminata dai ricordi della loro bella vita

tramontata.

Ed era sempre lo stesso sogno, che discendeva sulle loro anime

dall'alto, come nella luce di un nuovo mattino. La mamma, oramai senza

speranze per se stessa, riportava nella vita appena sbocciata della

figlia tutti i fantasmi di fortuna, che avevano attraversato la propria.

Nella oscurità morale della sua coscienza ella non credeva di aver

vissuto troppo male, nè di essere una cattiva madre, giacchè la regola

della vita era per lei nella vita stessa, la quale trionfa di tutte le

resistenze nel mistero del caso favorevole agli uni e avverso agli

altri. Ovunque e sempre aveva visto le medesime cose e le stesse donne:

quelle che riuscivano a conquistare una posizione nel mondo non erano le

migliori, ma le più astute, e le grandi signore commettevano gli stessi

falli abbandonandosi alle medesime tentazioni delle più povere operaie.

Tutta la differenza fra loro derivava dal grado sociale. Vi era

fors'anco una virtù vera, di alcune persone, che non sentivano e non

avrebbero potuto sentire ciò che faceva per gli altri la bellezza e la

felicità della vita.

Ella non credeva e non sapeva più in là di questo, giudicandosi buona

per non avere mai voluto gratuitamente il male di nessuno, ed accusando

il destino di tutto quanto aveva dovuto fare nel disordine della propria

esistenza.

Quindi sognava una vincita al lotto o un altro vecchio buono come quel

signore, che le accogliesse nella propria casa; ella, la mamma, sarebbe

diventata la sua governante, e Tina avrebbe potuto educarsi meglio.

Quasi sempre il sogno si fermava lì, perchè Tina toccava appena i dodici

anni. Infatti alla fanciulla mancava ogni istruzione, benchè avesse

imparato quasi misteriosamente a leggere e a scrivere fra quella gente

così varia, povera e cupida, che rinnovava ogni giorno gli stessi

espedienti per la conquista della fortuna o della sua illusione. Una

esperienza breve ma singolarmente ricca la rendeva già una fanciulletta

simpatica e servizievole, capace d'intendere a volo le difficoltà di un

caso, nel quale bisognava tacere o ritirarsi, pronta a cogliere

qualunque simpatia, come soltanto i ragazzi poveri sanno. Ma anche

questa non era in lei che una abilità istintiva, affinata dal bisogno,

senza che il suo cuore se ne rendesse ben conto.

La fanciulla cresciuta in quei bassi fondi, così pericolosi alla

innocenza, serbava ancora il proprio incanto mattinale, benchè sapesse

tutto quanto si cerca indarno di nascondere alle prime curiosità

dell'anima come una malattia vergognosa. E invece accade spesso che i

fanciulli passano da contrabbandieri i confini abbandonandosi a

scorrerie, dalle quali tornano con la febbre nel sangue: hanno imparato

senza provare, sognato invece di vedere; quindi la loro coscienza si

appanna e il pensiero si perverte; diventano cinici essendo ancora

vergini, finchè, sfioriti per sempre, non si ubbriachino all'olezzo del

primo fiore raccolto sulla via, già sgualcito chissà da quante mani.

*

* *

Tina aveva appreso le miserie e le colpe della vita dallo spettacolo

continuo al quale doveva assistere per trarre i mezzi di vivere.

Fra quella gente gittata nell'equivoco di tutte le avventure o

appiattata pazientemente nell'agguato di una continua frode, le parole

erano spesso più sincere dei fatti, e i bambini partecipavano ad ogni

scena, come piccoli attori già soggetti alle necessità del teatro,

ricevendo più busse che baci, soffrendo talvolta la fame anche nelle

gozzoviglie, ove gli altri si ubbriacavano.

Tina stessa aveva dovuto provarlo, prima di essere accolta come

apprendista da quella bustaia.

Poichè alla mamma era capitato per un'estate di villeggiare presso una

famiglia di signori, Tina entrò come servetta presso due vecchie

zitellone, che vivevano di una piccola rendita fabbricando fiori di tela

per le chiese. Il servizio non sarebbe stato troppo greve, ma l'umore

delle padrone era così tristo che la fanciulletta ne sofferse fino ad

ammalarsi. Le pareva di essere prigioniera in quella casa silenziosa,

ove nessuno entrava mai a portare dal di fuori una parola, e le due

vecchie, invece d'insegnarle, si guardavano l'una l'altra quasi con muto

stupore, rifacendo tutto quanto ella aveva fatto.

Quindi si nascondeva disperatamente negli angoli a piangere col cuore

gonfio. Mattina e sera, le due vecchie prima di uscire per andare in

chiesa chiudevano tutte le imposte, tutti gli usci e, girando a doppia

mandata la chiave nella toppa, le ordinavano severamente di non aprire

le finestre, di non fare rumore. Allora la fanciulletta, invasa da una

strana paura, avrebbe voluto gridare al soccorso, gittandosi nelle

braccia di qualcuno che venisse a liberarla. Ma la casa era tutta

chiusa. Ella restava quindi nella saletta d'ingresso sopra una panca a

pensare nel proprio abbandono, finchè si metteva a piangere nuovamente,

con l'orecchio teso ai rumori della scala, come se dei fantasmi

salissero spaventosamente insino alla sua porta. La sua immaginazione

esasperata dal lungo patimento tremava dinanzi a misteriose figure,

sotto certi soffi freddi, che le gelavano tutto il sangue, mentre quella

saletta a poco a poco si mutava in un sotterraneo di prigione, dalla

quale non sarebbe più uscita.

La mamma non le aveva ancora scritto. Dov'era? Che cosa le era accaduto?

Un mattino volle andarsene senza sapere dove si sarebbe rifugiata, ma

esse non lo permisero, avendo promesso di custodirla sino al ritorno

della mamma nel mese di ottobre; e siccome Tina insisteva, la più

vecchia la colpì sulla testa col regolo di ferro, che serviva a tagliare

la carta dei fiori.

La fanciulla soffocata dallo spavento tacque.

Fortunatamente la mamma tornò prima, ma più ammalata; quando venne a

riprenderla, Tina non era più che un'ombra.

--Che cosa hai?--chiese commossa:--Sei stata male?

Le due vecchie guardavano aspettando la risposta.

--Non ti hanno nemmeno dato da mangiare? dimmelo.

La fanciulla tacque ancora.

*

* *

Seduta sul letto, coi capelli mezzo disciolti, Tina pensava.

La mamma rientrò nella camera; aveva già preparato il caffè col latte.

--La signora Veronica mi ha chiesto due lire in prestito: ho fatto male

a dargliele? I danari sono tuoi.

--No, mamma.

Tina era ancora più pallida: quel riposo tormentato della notte, anzichè

rifarle le forze, aveva finito col mettere nella sua debolezza un'ultima

prostrazione: vedendola un'altra volta allungarsi sul letto la mamma

disse:

--Non ti alzi?

--Mi alzerò.

--Io avevo pensato che avresti bisogno di un paio di camice, di un

abito, delle scarpe, ma non ci restano più che dodici lire. Ne ho dato

due per acconto anche al fornaio: che cosa ne pensi?

--Come vuoi comprare tanta roba con così poco?

--Capisco anch'io.

E la ragazza sentì che l'attacco ricominciava. Quel piccolo dramma della

notte non le si era ancora appannato nella coscienza, che già la vita

glielo ripresentava con la solita inesorabile insistenza. Si guardarono.

La ragazza conosceva troppo bene la mamma per credere a tutto quello che

diceva: probabilmente non le rimanevano nemmeno quelle dodici lire,

perchè doveva averle spese in altro che nel pranzo della giornata. Poi

era golosa: non lo negava nemmeno, ma cercava una scusa a questa ultima

debolezza nell'esaurimento cagionatole da quel lungo male.

La signora Veronica sopraggiunse per dire di aver parlato nelle scale

con le Arrighi, e che nessuno si era accorto di nulla la sera innanzi.

--Si vede che è un signore intelligente: un altro forse nell'andarsene

non avrebbe badato più che tanto, perchè gli uomini dopo sono tutti

così. Ho alzato Bettina, sapete...

--Portatemela!--esclamò Tina.

--Alzatevi voi piuttosto e venite da me. Abbiamo combinato con la mamma

di cucinare insieme: ho trovato degli asparagi nella bottega della

Carlotta, li faremo col burro, una delizia che ci costerà poco: e per

voi, Tina, c'è una sorpresa. Alzatevi dunque: debbono essere le nove,

abbiamo una magnifica giornata di sole.

--Ma come si fa ad uscire di giorno così vestite?...

--Aspettate, aspettate, tutto verrà poi: che diavolo! Credete che la

possa durare così, quando si è giovani?

Olocausto · 第 3 / 10 段