Appena Tina fu alzata, ridivenne più melanconica. Nella casa c'era un

po' di tramestìo; le due vecchie si davano da fare per il pranzo, perchè

volevano averlo pronto a mezzogiorno. Le porte dei due appartamenti

rimanevano aperte. Tina prese il caffè col latte bagnandovi dentro una

pagnottella, poi tornò nella camera per ravviarsi i capelli con un

mozzicone di pettine. Siccome la mammella le doleva ancora lievemente,

si ricordò il sogno della rosa, che quell'uomo giovane le aveva piantato

con tutto il gambo dentro il capezzolo facendone uscire goccia a goccia

il sangue e la vita. Era ancora così pallida, cogli occhi stanchi,

cerchiati dalla stessa ombra turchiniccia. E il sogno la riprendeva.

Lentamente si sbottonò il corsetto come per cercare la ferita, mentre

le pareva di essere un'altra volta seduta sulla porta di quella chiesa,

nella quale la gente entrava a fiotti. Infatti quel giorno era domenica.

Così seduta, con la mano sulla mammella, quasi nell'atto di arrestarne

il sangue, guardava la propria immagine con un sorriso simile ad un

brivido. Qualunque cosa potesse ancora accaderle, ella era già ferita:

ma perchè quell'uomo le aveva piantato una rosa rossa nella mammella?

Invano Tina cercava di comprendere il significato di questo sogno non

ancora dissipato nel mattino: tuttavia non pensò di parlarne colla mamma

per una ripugnanza, che le era subito venuta appena uscito quel signore.

Una paura aveva sconvolto la sua piccola anima, passandole come un vento

freddo le carni.

Ma Tina riconobbe il passo della signora Veronica nella cucina:

--Ho di già bollito gli asparagi,--questa disse dall'uscio:--Ebbene,

Tina, è meglio parlarne subito, perchè la cosa riesca. Io e la mamma

avevamo pensato a fare un piatto dolce: volete scegliere quello che so

fare benissimo, un timballo con le bucce dei piselli cotte e passate

allo staccio? I piselli li abbiamo già per la minestra: la mamma invece

sarebbe per un latte alla portoghese. Ditemi voi, Tina, che cosa gradite

meglio?

La sua voce era carezzevole, ma i suoi occhi la scrutavano. La fanciulla

ebbe daccapo un imbarazzo sotto quello sguardo.

--Come volete, come volete,--disse in fretta:--ma perchè tanta roba?

--Eh! mia cara, se non si mangia nei giorni buoni, non si mangia mai

più. Che cosa fate qui sola? Venite di qua.

*

* *

Quel pranzo non era poi gran cosa; una minestra asciutta coi piselli,

gli asparagi al burro e quattro costolette di agnello con un uguale

contorno di piselli, finalmente il timballo colle bucce, un trionfo

della signora Veronica, la quale non contribuiva al pranzo se non con

l'opera. Ma prestava ancora tutto il servizio da cucina e da tavola.

Le due vecchie avevano discusso lungamente sul vino. La signora Veronica

pretendeva di conoscere una cantina, nella quale si comprava un

trebbiano dolce, color d'oro, una vera grazia di Dio, per otto soldi al

litro; l'altra stava per il Ruffina rosso, frizzante.

Quando Tina e la signora Veronica entrarono, la mamma finiva di

appannare nel pane grattugiato le costolette di agnello, attardandosi

con atti pigri e delicati.

Tina andò dritta nell'altra camera della piccola Betta, che avendola

riconosciuta si era messa a gridare.

--Eccomi, eccomi, Bettina.

Ma questa invece di essere alzata, come aveva detto la mamma, era

solamente seduta sul letticciuolo, affagottata in quel vestone rosso,

che faceva sembrare anche più pallida la sua faccia gonfia e sformata

dalla scrofola. Soltanto gli occhi erano belli, grandi e neri, con le

sopracciglia lunghe. In quel momento giocava con un vecchio fazzoletto

scuro rivoltandolo ed annodandolo per farne un topo.

--Chi è venuto da te ieri sera?

--Nessuno,--rispose Tina sorridendo.

Bettina aveva quasi nove anni, ma non ne mostrava che sei: la sua fronte

sporgente sotto i ciuffi dei capelli, era stranamente pensierosa su quel

viso di bimba.

Diede a Tina il topo da tenere, e dopo una pausa, senza guardarla in

viso, ricominciò:

--Perchè non sei venuta dopo che quell'uomo se n'è andato?

--Anch'io stavo male: venni pure a portarti il cioccolatino prima di

andare a letto.

E per mutare discorso le propose di alzarsi.

--Levati, altrimenti per stare troppo a letto perderai le gambe: non

vedi,--seguitava tirandole su il vestone,--come sei diventata? Dà retta:

alzati e vieni di là, nella mia camera, intanto che preparano il pranzo.

--Chi ti ha dato i quattrini? L'uomo di questa notte?

--Quale uomo vai sognando?--E la voce le tremava nella menzogna, come se

quella bambina potesse avere tutto capito nel dramma appena incominciato

la sera innanzi:--Le tue scarpette debbono essere dentro al comodino

della mamma; ecco le calze, mettile da te.

--Che cosa mi fai fare nella tua camera?

--Quello che vuoi.

--Ma se non abbiamo niente.

--Ci metteremo al sole.

--Mi fa male: lasciami qui, non ho più voglia di alzarmi.

--Hai ancora mangiato?

--Si.

--Che cosa?

--Chi era?--l'altra rispose bruscamente.

--Un conoscente della mamma,

--Allora me lo avresti detto subito; non è vero...--E gli occhi le si

empirono di lagrime; poi un brivido la scosse e con un gesto convulso

portò la mano sinistra all'orecchio ammalato.

Tina la guardava senza sapere che fare, ma la bimba, sforzandosi a non

piangere, seguitò con accento corrucciato:

--Anche tu mi dici la bugia come la mamma, quando va fuori e mi lascia

sola per delle mezze giornate. Ho udito bene la tua mamma ritornare su

per le scale con quell'altro, un uomo, che camminava anche lui in punta

di piedi. Io riconosco il passo della gente per le scale; la mia mamma

si era messa all'uscio. Chi era? dimmelo.

--Che cosa può importartene?

--Anche tu andrai via.

--Sei gelosa di me?--disse Tina sorridendo,

--No, no,--stridè stizzosamente:--non lo sono più, perchè non mi vuoi

più bene.

--Come non me lo hai detto subito, ieri sera, quando sono venuta a

portarti il cioccolatino?

Questa domanda imbarazzò la bambina.

Una ruga le si disegnò nel mezzo della fronte, riprese il topo dalle

mani di Tina e tacque, stringendo la bocca come per non parlare più.

Tina rimaneva perplessa davanti a questa curiosità ostinata.

--Fra poco ti alzerai; almeno per mangiare con noi.

L'altra non rispose.

--Non vuoi nemmeno mangiare con me? Che cosa ti ho fatto? Sono venuta

anche ieri sera subito,--le sfuggì imprudentemente:--io non mi

dimentico mai di te, che invece fai sempre la capricciosa. Stamane non

mi hai ancora dato un bacio: se è così, vuol dire che me ne vado.

Infatti si era alzata, ma due grosse lagrime si staccavano

silenziosamente dalle lunghe palpebre di Bettina.

L'altra le si gettò sopra, prendendole con circospezione la testa e

coprendole di baci la fronte:

--Cattiva, cattiva!--seguitava,--che mi vuole mandare via e mi nega un

bacio, mentre io penso sempre a lei. Quest'oggi comando io, voglio che

ti alzi per pranzare con noi.

--A un patto.

--Quale?

--Chi era?

--L'orco,--ribattè Tina, ferita al cuore da questa insistenza assurda; e

rientrò nella cucina.

*

* *

Avevano quasi finito di pranzare.

Per la finestra aperta della cucina entrava un bel raggio di sole

primaverile, mentre nell'altra camera quasi buia la piccola Betta

biascicava ancora la poca porzione di timballo, che la mamma le aveva

recato dentro al piatto stesso degli asparagi per fare un solo viaggio.

Ella diceva così, e grassa, pesante com'era, quella minima distanza le

sembrava un vero viaggio.

Ma Betta aveva ricevuto queste insolite leccornie senza fiatare,

dispettosa in cuor suo di capire che fossero dovute a qualche fortuna di

Tina, la quale anch'essa l'aveva abbandonata con quell'ultima cattiva

risposta.

Invece nella cucina la conversazione finiva facendosi più lenta in

quella prima beata soddisfazione di un pranzo cucinato senza i soliti

risparmi. La sorpresa preparata dalla signora Veronica per Tina non

aveva però avuto il trionfo, che si poteva sperarne, giacchè la ragazza,

davanti alla novità di una frittata alla confettura, se n'era sentita

anticipatamente disgustata.

--Capisco,--diceva la signora Veronica col suo fare importante,--la

vostra impressione: vi pare che con l'olio lo zucchero e i pochi canditi

non leghino. Anzitutto i canditi vanno sempre bene, come i baci.

--I baci,--ripetè Tina sorridendo.

--Già. Alla vostra età, fresca come siete, volendo, attirereste i baci

come l'aleatico attira le vespe: basta lasciarseli dare da coloro, che

avendone maggiore voglia, sono nel caso di cavarsela anche se un po'

caruccia, perchè da povera ragazza stracciata si diventi presto una

signora di quelle alle quali gli uomini corrono dietro, quando si sono

ben seccati con le altre. Come mai i signori si divertirebbero con le

loro dame, che hanno da pensare ognuna alla propria famiglia o farsi

riguardo di cento cose prima di concedere un appuntamento?

Tina e la mamma ascoltavano sorprese da quel tono professorale, che

sembrava compiere il trionfo della signora Veronica sulla fine di quel

pranzo, realmente da lei sola voluto e preparato. Con un gomito sulla

tavola, gli occhi accesi, il mento sul dosso della mano sinistra, ella

parlava assaporando quasi le parole. La superiorità era così palese, che

le altre due non tentarono nemmeno di resistere.

--Non volete prendere il caffè? Andrei io giù a farmene riempire una

mezza cocoma al _Leoncino d'oro_,--disse la mamma.

--No, bisogna saper resistere: oggi abbiamo fatto abbastanza baldoria da

pari nostre: aspettiamo qualche altra occasione vicina. Perchè non

vicina? Io lo credo. E poi, vedete, quando si è veramente mangiato, come

oggi, mentre gli altri giorni facciamo le finte di mangiare tanto per

mantenerci vive, il caffè solo non basta. Ci vorrebbe anche il

bicchierino di cognac. Se sommate tutto questo, ne vien fuori un orrore.

Ma era proprio così brutto, Tina, quel signore?--le si rivolse

improvvisamente.

La fanciulla trasalì.

--No,--intervenne la mamma:--non era una bellezza, ma nemmeno un brutto

uomo.

--Voi non siete competente in questo caso, perchè la prima volta l'uomo

fa una impressione assolutamente diversa da ogni altra. Lo domandavo

appunto a Tina. Ma quando l'uomo non piace, ecco. Non vi piaceva, Tina?

--No.

--Vedete!--esclamò trionfalmente.

Ma la mamma, che temeva questa piega del discorso, si affrettò a

rispondere, con quel suo accento strascicato:

--Non si può sempre avere quello che piace...--ma si corresse

subito:--specialmente quando si comincia. Negli uomini io ho sempre

preferito le maniere alla faccia: non è forse vero? Alla faccia, se non

è di mostro, ci si abitua, ma ai cattivi modi no. Ci vuole della

educazione e del buon cuore; quindi i giovani non sono sempre i migliori

per una ragazza che abbia bisogno.

--I giovani ci sciupano e generalmente hanno poco cuore.

--Ve n'è anche fra essi qualcuno: quello di ieri sera non lo avevo

scelto male. E badate che Tina non si era decisa che all'ultimo momento,

perchè aveva fame anche lei come me. Non mi pesa più il confessarlo.

Quel signore mi parve d'indovinarlo al modo di camminare, poi avevo

visto i suoi occhi alla luce di un lampione.

--Infine ha agito bene: se tornerà...

--Certamente.

--Avete ragione. Gli uomini vogliono sempre rivedere la ragazza dopo una

simile scena, e spesso finiscono con l'innamorarsi. Ma bisogna stare

attente a non perdersi: i protettori sono più difficili a scegliersi dei

mariti. E quando si hanno,--disse alla signora Adelaide con accento

lieve di rimprovero,--tutto sta a tenerli.

La mamma sobbalzò sotto la puntura, ma la signora Veronica, come se già

avesse studiata la propria parte, si piegò verso Tina e, fissandola con

una certa singolarità, riprese:

--Ragazza mia...

A questo attacco Tina volse la testa alla porta dell'altra camera, nella

quale Betta curiosissima, come tutti i solitari abbandonati, doveva

ascoltare; ma non ebbe il coraggio di alzarsi per chiuderla; poi si

sentiva riprendere dalla stessa lassitudine della sera innanzi, quando

aveva finalmente ceduto alle istanze della mamma.

--Se vi andate a guardare nello specchio, vedrete come state bene

adesso. Siete rifiorita; quel signore di ieri sera non vi riconoscerebbe

più. Ecco come dovreste essere sempre per avere tutta la vostra forza,

perchè, credetemelo bene, è inutile essere bella e giovane se tutto

questo non deve servire a cavarci la fame. Date retta: si campa una

volta sola, e la gioventù passa presto; dopo, vedete come si resta

quando non si è saputo profittare del tempo buono. Guardate noi due. Io

fui veramente disgraziata sposando quell'uomo, ma adesso non giova

lagnarsene. Vi pare che discorro nel vostro interesse? perchè io, per

me, non ci ho troppo sugo in tutto questo.

--Quello che ti ho sempre detto io, figlia mia!

--Ma è il modo di dirlo,--interruppe l'altra:--Io non pretendo di

convincere nessuno, espongo solamente quello che ho visto e che so.

Ecco, del resto, ognuno fa come vuole. Tina è libera anche lei, ma

siccome le vogliamo bene, bisogna mostrarle i pericoli. Io ve lo dico

subito, ragazza mia, che una donna giovine, anche se non molto bella,

riesce a tutto: l'abilità consiste nello scegliere la strada, anzi nel

sapervi camminare, giacchè tutte conducono egualmente a Roma. Vi

sposate, pigliate marito, magari un buon diavolo quando vi volete bene

reciprocamente: che cos'è? Date retta, vi hanno insegnato da ragazza che

la sola via vera è il matrimonio, la famiglia, i figli... Domine Iddio!

non è vero niente: invece avete dato una zuccata nel muro, tutto vi va a

rovescio, arrivano la miseria, la malattia, egli muore e se non avete

presa la sua malattia, è un bell'affare, ma vi restano i figli ammalati.

Il mio caso. Avete visto eh? Vostra madre era più bella di me, non

importa, è finita egualmente. Ci vuole testa al mondo, ragazza mia, il

resto sono chiacchiere.

--Ma se tutto riesce sempre male a ogni modo...--obbiettò Tina,

trascinata a poco a poco nella confidenza di quella conversazione.

--Quando manca la testa: la differenza è lì. Noi abbiamo un tesoro,

almeno gli uomini, non so perchè, gli danno tale importanza; io per

conto mio,--aggiunse con un sorriso,--non ho mai trovato in loro nessun

altro tesoro. Quindi bisogna giovarsene, ragazza mia. C'è stata chi

diventò perfino imperatrice; invece lo si butta facilmente come se non

valesse nulla.

--Allora,--scattò Tina con un impeto subitaneo d'irritazione,--perchè

andar cercando nella strada a chi darlo?

--Se il bisogno ci lasciasse scegliere...--mormorò umilmente la mamma,

che la fatica della digestione cominciava a rendere melanconica.

--Non è questo, lasciate dire a me. La fortuna non si decide mai la

prima volta, ecco perchè se avete dovuto cedere, avete ceduto male.

--Cedere no!--proruppe la fanciulla.

La signora Veronica finse di non badare a queste parole.

--Anche questo non significherebbe nulla. La mamma ha ragione, non si

può sempre scegliere, specialmente quando si è arrivati a un certo

punto. L'importante viene dopo, nella scelta dell'uomo, che può fare la

nostra fortuna. C'è sempre, credetemelo, costui: siamo noi donne, che

abbiamo torto; il minchione, al quale far credere tutto, càpita a ogni

donna. Sappiatelo prendere secondo giudizio, e la fortuna è fatta.

--Come?

--Come vorrete: potete diventare moglie o magari non volerlo diventare,

secondo i casi.

--Non vedi, figlia mia,--disse la mamma con umiltà anche più bassa,--che

se io avessi saputo fare, adesso non ci troveremmo così?

Ma Tina si sentiva salire dentro la rivolta. Senza intendere bene le

varie tonalità di quella suggestione, una ripugnanza istintiva gliene

svelava il tristo segreto. Si voleva daccapo trascinarla, travolgerla

con tutta la sua giovinezza in un sacrificio, del quale non provava che

l'oscuro orrore. Ella non aveva una nozione esatta del proprio valore

come fanciulla ancora intatta, nè alcuna altra delle idealità così

frequenti nelle vergini cresciute fra le pareti domestiche, e tuttavia

qualche cosa si ribellava in lei a certe parole, come se un contatto

doloroso le facesse sobbalzare tutti i nervi. Attese, le due donne si

consultarono con una occhiata.

La signora Veronica si versò dalla boccia un mezzo bicchiere di vino.

--Lasciate stare: perchè Tina non avrebbe ragione? Essa aspetta nella

confidenza della propria età, non è vero, ragazza? Voi attendete uno che

vi ami per voi stessa e vi sposi, giacchè non vi siete ancora voi stessa

innamorata: solamente la cosa è un po' difficile.

--Difficile!--esclamò la mamma dolorosamente:--dite impossibile. Chi

volete che venga a cercarvi in questa miseria?

--Infatti bisogna essere in vista: capisco, siete ad un punto tremendo,

dal quale non si può andare avanti. Gli uomini rifuggono dalla miseria,

questo è certo. Se voi, Tina, foste ben vestita e poteste fare un giro

in via Calzaioli, molti signori vi verrebbero dietro, invece se ci

passate così, nessuno vi guarderà. Quante ragazze povere finiscono male

solamente per questo!

--Io lo dico a voi, signora Veronica,--seguitò l'altra,--perchè oramai

siete vecchia come me e potete capire: che cosa volete che ci capiti più

se duriamo così? Io sono sempre ammalata: dovrò andare all'ospedale per

morirci, se si degneranno di accogliermi; lei resterà sola. Non ho

potuto insegnarle niente, un mestiere, metterla per una strada

qualunque: adesso come fare? Supponete tutto; che la bustaia la ripigli;

non abbiamo un vestito da metterle indosso, è senza scarpe, in due

possediamo tre camice rotte sbrandellate. Anche oggi Tina non ha che il

corsetto.

La ragazza arrossì.

--E ieri sera?--chiese ironicamente la signora Veronica.

--Lo vedi, figlia mia, che te ne vergogni, mentre non ne hai colpa. Ti

accadrebbe altrettanto se ti trovassero una casa, ove fare la serva; non

avresti gli abiti per presentarti e non sai fare nulla. Non stiri, tieni

a mala pena l'ago fra le dita, non sai cucinare, e come avresti potuto

impararlo a casa mia? Che cosa speri dunque, bellina come sei? Che

qualcuno s'innamori e ti sposi? Certamente può accadere, ma chi? Un

signore, che ti dia da mangiare, no certo: come potresti conoscerlo, tu

che non esci di casa? Sarà invece un altro povero diavolo come te, uno

di coloro che pigliano moglie non avendo nemmeno il letto. Ce ne sono

tanti, e dopo non si sa come mangiare; poi vengono i figli, e allora

bisogna fare per loro quello che non si è voluto fare per se stessi.

--Questo mi pare giusto, ma allora è troppo tardi. Una donna, che ha

marito, trova più difficilmente di una ragazza il protettore: che

volete? I mariti sono spesso bestiali, e gli altri non vogliono averci

briga.

--Ammettete pure tutto, ma adesso come se ne esce? ne avete visto poche

delle donne a far fortuna. Avete il marito, i figli, vi siete già messa

a posto da voi stessa, ed è quasi impossibile mutare: invece da ragazze

tutto vi deve ancora accadere.

--Se fossimo ragazze adesso io e voi,--concluse la signora Veronica

sorridendo,--eh! vi dico io che faremmo presto fortuna colla nostra

esperienza.

Tina si alzò perchè il dialogo pareva finito. Il suo volto era tornato

pallido. Betta dall'altra camera non aveva ancora fatto il più piccolo

rumore. La piccina aveva ascoltato e capito tutto? Tina se lo chiese con

un inquieto sentimento di vergogna come dianzi, quando voleva chiudere

la porta. La brutalità di quelle spiegazioni l'aveva quasi soffocata, ma

nella miseria avviene sempre così: non si può essere delicati.

Era andata alla finestra.

Qualcuno passava già vestito a festa, il cielo era vibrante di serenità,

un sole di primavera accendeva sorrisi dappertutto, sui tetti, sulle

gronde, sui muri, sulle selci. Altre donne stavano alla finestra;

incontrò i loro sguardi e le parve che la scrutassero.

--Vedete che bella giornata oggi, bisognerebbe poter uscire,--le disse

la signora Veronica dietro la schiena.

--Perchè pensarci? non si può.

--Io ho un abito ancora in buono stato, ma a voi non istà bene, non

potrei prestarvi che la camicia, il meno necessario, perchè non si vede.

Invece sono le scarpe, i vestiti, che più occorrono. Bisognerà pure

decidersi a qualche cosa.

--Che volete?

--Io... niente. È per la vostra mamma che ve lo dico: ma io avrei una

idea per aiutarvi.

--Non potevate dirmelo prima?

--A che prò se dipende da voi?

--L'idea della signora Veronica è buona,--disse la mamma,--ma sta a te

accettarla. Se dovessi farlo io, non ci penserei, tu però sei libera:

per me invece sono vecchia e morirò presto. Non ho più bisogno di gran

cosa.

--Ecco!--esclamò la signora Veronica, mostrando loro collo sguardo una

donna, che appariva alla finestra d'un secondo piano nella casa quasi di

fronte:--quella è felice col suo piccolo impiegato delle ferrovie. Prima

in casa il marito e i figli crepavano di fame.

Tina si volse a guardarla. Nel vano della finestra si vedeva la sua

testa china sotto un grande mazzo di capelli neri, che le lasciavano

scoperta una riga bianca sul collo; e il marito, un omaccione rosso, le

stava dietro; tutte le donne affacciate sul vicolo la fissavano con

occhiate malevole ma invidiose.

--Prima io andavo qualche volta da lei e lei veniva da me; ma da quando

le è capitata la fortuna non mi saluta più,--disse la signora Veronica

con accento dispettoso:--Voi non fareste così, Tina; ne sono sicura.

--Ma che volete da me?

--Niente.

E le volse le spalle tornando alla tavola per sparecchiare.

Mamma e figlia rimasero alla finestra; non parlavano, ma la gente

cominciando ad uscire da ogni porta del vicolo in abito da festa, dopo

il pranzo, le rendeva sempre più malinconiche.

Tutti parevano contenti, qualcuno si voltava dalla strada a parlare

colle finestre: si udivano saluti, qualche frase di convegni pel

pomeriggio.

La mamma aveva cinto d'un braccio la vita di Tina, premendola con lenta

carezza.

--Ti ricordi quella volta che uscimmo a far merenda fuori di porta San

Gallo colle Tugnoli? Fu l'anno passato, di primavera come adesso: tu

avevi ancora l'abito giallo, io stavo quasi bene. Che bella giornata!

--Quanto danaro avete ancora?--chiese bruscamente la ragazza.

--Uno scudo; dopo, io non so più nulla.

--Volete che io dica di sì?

--Tina mia!

--Ebbene... ma adesso non parlatemene più.

*

* *

Verso sera la signora Veronica uscì sul pianerottolo ad incontrare una

signora, che saliva abbastanza lesta per le scale: si salutarono

entrando senz'altro dalla porta di Tina. Anche la mamma, in agguato da

parecchie ore, accorse; Tina invece era tornata presso Betta.

--È la signora Cesarina,--disse la signora Veronica cominciando la

presentazione:--e questa è la mamma.

La signora era magra, con tutti i capelli neri e due occhietti rotondi,

vividi: vestiva modestamente e mostrava una franchezza, che rendeva

anche più dura l'espressione della sua fisonomia. Quindi, senza

attendere l'invito, si gettò sul pagliericcio del canapè ed allentò i

nastri scuri del cappellino, che la stringevano sotto il mento.

Con una occhiata rapida e sicura aveva già valutato quanto era nella

cucina: le altre due rimanevano imbarazzate.

--Le scale sono un po' erte,--disse quasi scusandosi la Veronica.

--Il peggio è che sono lisce, e non conoscendole c'è da sentirsi mancare

sotto un piede.

--Noi ci siamo avvezze.

--Lo credo.

Successe una pausa.

La signora Cesarina sembrava cercare con lo sguardo.

--La ragazza è di là, nella mia camera, da Bettina,--disse la signora

Veronica: vado a chiamarla.

--Aspettate: ma perchè non vi accomodate anche voi altre?

Quando furono sedute, la signora Veronica sbirciando la mamma di Tina

come per incoraggiarla mormorò:

--Sì, è meglio parlare prima.

Una certa difficoltà rimaneva tuttavia fra di loro: la signora Cesarina

più pratica si rivolse alla mamma con un sorriso:

--Avevo detto che sarei venuta prima, ma ho trovato qualcuno per strada,

che mi ha fatto deviare; non è però molto tardi, ci si vede ancora

benissimo, abbiamo tutto il tempo per discorrere. E così, che cosa

volevate dirmi?

A questa domanda quasi brusca l'altra ebbe come uno smarrimento, ma la

signora Veronica la sovvenne:

--Lo sapete bene, signora Cesarina.

--Sì, sì, mi ricordo tutte le vostre parole, ma io non posso quasi

nulla, ciò dipenderà dalla ragazza quando l'avrò vista. Non siamo in

tempi fortunati per nessuno, veggo che anche voi altre avete avuto delle

disgrazie; mi avete detto che la ragazza si chiama Tina.

--Sì.

--Ed è ben disposta, non è vero?

La signora Veronica guardò l'amica.

--Sì,--balbettò questa.

--Badate, noi dobbiamo spiegarci chiaro,--si rivolse alla signora

Veronica, ma evidentemente parlando coll'altra:--mi avete detto che la

ragazza è minorenne e che venivate da parte sua, ma ho potuto capire

dalle vostre parole che eravate mandata piuttosto dalla mamma. Io sono

franca, e specialmente in certi casi bisogna spiegarsi bene per non

avere a pentirsi poi. Sapete benissimo che vi è la legge, dentro la

quale è facile cascare: si busca un anno per lo meno e si è rovinati per

sempre: dunque la ragazza ne è contenta?

--Con me ha detto così,--rispose la signora Veronica:--potrete

interrogarla voi stessa.

--C'è tempo. Ho voluto avvisarvi dei pericoli, perchè non sarei sola a

correrli. Càpitano spesso di questi casi per corruzione di minorenni, e

quasi sempre per la colpa della ragazza, ma allora va di mezzo anche la

mamma. Lo sapete eh?

--Lo so, lo so; ma non è il caso; io e Tina ci vogliamo bene. Se non

fosse...

Olocausto · 第 4 / 10 段